SREBRENICA 31 dopo
-
PERCHÉ IL DOLORE NON SIA L’ULTIMA PAROLA: SREBRENICA COSCIENZA DELL’UMANITÀ!
Ci sono serate che non si limitano a commemorare una tragedia ma interrogano le coscienze. È quanto è accaduto l’11 Luglio a Palazzo Santa Chiara, dove Tropea ha celebrato la Giornata Internazionale dedicata al Genocidio di Srebrenica, un momento di profonda partecipazione civile che ha trasformato la memoria in responsabilità e il ricordo in un impegno concreto per la pace.
Promossa da Alexandra ETS, sos KORAI ODV e dal Club per l’UNESCO di Tropea, con il patrocinio del Comune di Tropea, della Provincia di Vibo Valentia, della Pro Loco di Tropea e della Consulta delle Associazioni, l’iniziativa ha riunito cittadini, rappresentanti delle istituzioni e del mondo della cultura attorno a una domanda che riguarda ogni essere umano: come impedire che ciò che è accaduto possa avvenire ancora? Ad aprire e moderare l’incontro è stato l’Avv. Emanuele Giudice, Presidente di Alexandra ETS, che ha accompagnato il pubblico lungo un percorso di riflessione in cui i contributi di Joshua Evangelista, giornalista e responsabile della comunicazione di Gariwo, e di Beatrice Lento, psicologa e presidente di sos KORAI ODV, si sono fusi in un’unica voce, capace di intrecciare storia, psicologia, etica e diritti umani in una narrazione corale.
A oltre trent’anni dal genocidio di Srebrenica, non si è voluto soltanto ricordare il luglio del 1995, quando oltre ottomila uomini e ragazzi bosniaci musulmani furono assassinati, migliaia di civili deportati e innumerevoli donne sottoposte a stupri sistematici utilizzati come deliberata arma di guerra. Si è voluto comprendere come l’essere umano possa arrivare a negare l’umanità dell’altro perché il genocidio non nasce mai all’improvviso. Non inizia con i massacri ma molto prima. Comincia quando si divide il mondo in “noi” e “loro”. Quando la differenza diventa motivo di sospetto. Quando la discriminazione si trasforma in normalità. Quando il linguaggio priva l’altro della sua dignità e il vicino di casa diventa improvvisamente un nemico.
È in questo lento e impercettibile processo che prende forma ciò che Hannah Arendt definì la banalità del male. Una delle riflessioni più profonde emerse nel corso della serata. Il male non sempre assume il volto del mostro, molto più spesso indossa quello della normalità e cresce nell’obbedienza cieca, nell’incapacità di interrogarsi, nella rinuncia a riconoscere nell’altro una persona. Proprio per questo la memoria diventa uno strumento di prevenzione.
Ricordare Srebrenica significa imparare a riconoscere i primi segnali dell’odio perché ogni genocidio attraversa tappe riconoscibili: la classificazione delle persone, la discriminazione, la disumanizzazione, la propaganda, la persecuzione e nessuna società puó dirsi immune.
Tra le pagine più dolorose di quella tragedia, la riflessione si è soffermata sul corpo delle donne, trasformato dalla guerra in territorio politico. Lo stupro non fu un effetto collaterale del conflitto fu una strategia militare. Un’arma utilizzata per distruggere l’identità di un popolo e spezzarne il futuro. Il corpo femminile divenne il luogo sul quale esercitare il potere assoluto della violenza. Eppure, proprio da quei corpi feriti è nata una delle più straordinarie forme di resistenza che la storia contemporanea conosca. Non una resistenza armata ma una resistenza morale. Donne che hanno trovato la forza di testimoniare. Madri che hanno trasformato il lutto in impegno. Figli nati dalla violenza che hanno rifiutato di lasciare che fosse l’odio a definire la propria identità. Associazioni che continuano a opporsi al negazionismo e alla glorificazione dei criminali di guerra, chiedendo soltanto ciò che rende possibile ogni autentica riconciliazione: verità, giustizia e memoria. In queste storie il dolore smette di essere soltanto una ferita e diventa responsabilità e speranza.
Tra i segni più intensi della serata, il Fiore di Srebrenica ha parlato con la forza silenziosa dei simboli. Nato dalle mani delle donne sopravvissute al genocidio, quel piccolo fiore racchiude un’intera storia. Undici petali ricordano l’11 luglio 1995, il bianco custodisce il lutto per l’innocenza delle oltre ottomila vittime, il cuore verde racconta la speranza: quella che la verità continui a vivere, che la giustizia non venga soffocata dal negazionismo e che la memoria continui a generare pace. Il fiore invita a non restare prigionieri del passato.
Nel corso della serata è emerso con forza anche un altro messaggio fondamentale: la guerra non termina quando tacciono le armi. Continua nei corpi delle donne che l’hanno attraversata e nei figli nati dalla violenza e nelle coscienze. Ma proprio lì, dove la violenza tenta di imporre vergogna e paura c’è chi sceglie di interrompere la trasmissione dell’odio. Non cancellando il trauma ma trasformandolo in parola per un’autentica politica di pace che non dimentica ma decide che il male non avrà l’ultima parola.
La riflessione si è allargata ai territori della Bosnia ed Erzegovina, ricordando come per secoli popoli, culture e religioni diverse abbiano convissuto nello stesso spazio, dimostrando che la diversità non rappresenta una minaccia ma una ricchezza. Quando però la politica alimenta la paura, quando il linguaggio costruisce nemici e quando la propaganda sostituisce il dialogo, anche le società più ricche di pluralismo possono precipitare nell’abisso. È una lezione che riguarda tutti. Non soltanto i Balcani. Non soltanto l’Europa ma ogni comunità che desideri costruire il proprio futuro sulla dignità della persona e sul rispetto dei diritti umani.
Molto toccanti sono state anche le testimonianze di tre autorevoli personalità impegnate nella difesa dei diritti umani e della pace. Maud de Boer-Buquicchio, già Vice Segretaria Generale del Consiglio d’Europa, già Relatrice Speciale delle Nazioni Unite e oggi membro della Commissione Pontificia per la Tutela dei Minori, oltre che cittadina onoraria di Tropea, Leda García Pagán, Ministra per i Diritti Umani del Governo dell’Honduras e Francesco Femia, cofondatore del Council on Strategic Risks di Washington. I loro vissuti hanno confermato come la difesa dei diritti umani non conosca confini geografici e come la memoria di Srebrenica appartenga ormai alla coscienza dell’intera comunità internazionale.
A suggellare la serata è stata l’emozionante interpretazione del Maestro Emilio Aversano, pianista di fama mondiale, che con la Sonata op. 31 n. 2 “La Tempesta” di Ludwig van Beethoven ha affidato alla musica ciò che, talvolta, le parole non riescono più a esprimere. Le note hanno attraversato la sala come una preghiera laica, hanno custodito il dolore e lasciato spazio alla speranza.
La commemorazione si è conclusa con grande successo di pubblico nonostante l’afa di questo torrido luglio e il suo messaggio vuole continuare. Continua ogni volta che scegliamo di non essere indifferenti, ogni volta che rifiutiamo il linguaggio dell’odio, ogni volta che riconosciamo nell’altro un essere umano prima ancora della sua appartenenza, della sua religione, della sua cultura o della sua storia.
La memoria non è un esercizio rivolto al passato è una responsabilità del presente. Serve a riconoscere i primi segni dell’intolleranza quando ancora sembrano innocui. Serve a impedire che il pregiudizio diventi discriminazione. Serve soprattutto a educare. Per questo, nel corso della serata, è emersa con forza una convinzione condivisa: il futuro appartiene alle nuove generazioni. Sono i giovani il luogo in cui la memoria può diventare cultura, dialogo e pace. A loro spetta il compito di attraversare i muri che dividono, di disarmare i pregiudizi, di custodire la verità senza trasformarla in rancore. Perché ricordare non significa alimentare l’odio ma impedirgli di trovare ancora una casa. Tropea, ieri sera, ha scelto di fare proprio questo e i giovani e giovanissimi presenti all’incontro hanno lasciato nei cuori la gioia della speranza e la fiducia nell’oggi e nel domani.
In un tempo in cui guerre, conflitti e nuove forme di disumanizzazione continuano a ferire il mondo, la commemorazione di Srebrenica assume un significato cogente. E forse il messaggio più profondo lasciato dalla serata è racchiuso proprio nel piccolo Fiore di Srebrenica: undici petali bianchi, un cuore verde. Un simbolo nato dalle mani di donne che la guerra aveva tentato di annientare e che, invece, hanno scelto di continuare a vivere, a testimoniare e ad amare. Quel fiore non parla soltanto delle vittime. Parla di ciascuno di noi e ci ricorda che la speranza non nasce quando il dolore finisce, nasce quando qualcuno decide che quel dolore non avrà l’ultima parola.
Tropea 12 Luglio 2026
Dott.ssa Beatrice Lento
Presidente di sos KORAI ODV
2 Giugno 1946
Ottant’anni fa anche noi donne, votando per la prima volta, contribuimmo a dare vita alla Repubblica.
C’erano donne che avevano attraversato la Resistenza: partigiane sulle montagne, nelle strade, nelle case trasformate in rifugi e in centri di coraggio. Donne che si presentarono ai seggi nonostante divieti, pregiudizi, sguardi ostili di uomini ancora prigionieri di una cultura patriarcale. Donne che quel giorno indossarono un vestito nuovo come un simbolo di rinascita, e altre che scelsero il rossetto più acceso, come se stessero andando a una festa. E in fondo lo era davvero: la festa della libertà, della dignità, della speranza.
Da allora a oggi si sono intrecciati lotte, sacrifici, ferite. Ma anche una forza immensa, passi avanti che sembravano impensabili, conquiste nate dalla determinazione di donne e uomini che hanno creduto nella possibilità di un Paese più giusto.
La piena parità non è ancora raggiunta, ma molto di ciò che un tempo appariva irraggiungibile è diventato realtà grazie all’impegno condiviso, al coraggio quotidiano, alla volontà di cambiare.
Oggi celebriamo la Repubblica, ma celebriamo anche tutte le persone che, con gesti piccoli e grandi, hanno reso l’Italia più libera, più umana, più capace di guardare al futuro senza paura.
Auguri a tutte e a tutti noi. Continuiamo a vivere e a lottare pacificamente, senza odio né rancore, ma con consapevolezza, rispetto, coraggio e amore per la democrazia. Perché i diritti conquistati non sono mai per sempre: vanno custoditi, difesi, tramandati.
Buona Festa della Repubblica!
Oriana Fallaci chiude DOMINAE 2026
DOMINAE Rassegna di donne valorose di sos KORAI: con Oriana Fallaci si chiude la quarta edizione
Nel panorama del giornalismo e della letteratura del Novecento, poche figure risultano tanto incisive, divisive e difficili da incasellare quanto Oriana Fallaci. Inviata di guerra, intervistatrice temuta dai potenti, narratrice capace di scandagliare le contraddizioni più intime dell’esistenza, la Fallaci, ex partigiana, ha attraversato la storia con uno sguardo lucido e una scrittura che non ha mai cercato consolazioni. Dai fronti del Vietnam e del Medio Oriente fino alle stanze del potere, il suo giornalismo si è imposto per un tono diretto, privo di filtri, spesso spiazzante. Restano emblematiche le sue interviste a protagonisti della scena internazionale come Henry Kissinger, che definì quell’incontro “il più disastroso” della sua carriera, Yasser Arafat, Indira Gandhi e Ayatollah Khomeini, di fronte al quale si tolse il velo in un gesto destinato a restare nella memoria collettiva. Opere come Penelope alla guerra, Niente e così sia e Se il sole muore fondono reportage e scrittura personale, mentre testi più tardi come La rabbia e l’orgoglio, nati all’indomani degli attentati dell’11 settembre 2001, rivelano una voce sempre più radicale e divisiva. Eppure, dietro la figura pubblica, si muove un’altra Fallaci: inquieta, vulnerabile, attraversata da interrogativi irrisolti. È proprio questa dimensione più intima ad aver guidato l’incontro conclusivo della quarta edizione di DOMINAE, rassegna promossa da sos KORAI e dedicata a donne capaci di interrogare il presente, nella Cappella dei Nobili a Tropea. A chiudere il ciclo, un ritratto profondo e non convenzionale, tracciato dalla professoressa Bruna Quattrone e condotto da Samantha Marinella. Dopo i saluti istituzionali del Priore Giuseppe Maria Romano e della presidente Beatrice Lento, la riflessione si è sviluppata intrecciando la figura della Fallaci con quelle di Sibilla Aleramo, Emily Dickinson e Alda Merini. Ne è emersa una costellazione di rimandi: la ribellione ai ruoli imposti di Aleramo, la tensione amorosa e assoluta della Dickinson, la profondità dolorosa della Merini. In questo intreccio, la Fallaci si rivela come una sintesi potente e irrisolta, capace di tenere insieme forza e fragilità, desiderio e conflitto. Lo sguardo della relatrice si allontana volutamente dall’icona della giornalista combattiva per restituire una donna segnata da esperienze profonde, attraversata da una tensione interiore costante. Una figura controversa, certo, ma sempre coerente nel suo rifiuto del compromesso. Fulcro dell’incontro è stato Lettera a un bambino mai nato, testo tra i più intensi della sua produzione. Qui la scrittura si fa confessione, dialogo interiore, spazio di interrogazione radicale. Non più cronaca, ma coscienza. Nel confronto con una vita solo immaginata, emergono domande che restano aperte: cosa significa scegliere di mettere al mondo un figlio? È sufficiente il desiderio? È legittimo decidere per un’altra esistenza? È in questo spazio che si inserisce il tema dell’aborto, affrontato dalla Fallaci lontano da ogni schema ideologico. Non una tesi, ma un conflitto. Non una risposta, ma una ferita. La possibilità di interrompere una vita diventa interrogazione radicale sulla libertà: è davvero una scelta libera, o il punto più alto della solitudine? E quanto pesa, nel tempo, quella decisione? La dedica del libro, a chi non teme il dubbio, diventa così la sua vera chiave di lettura: abitare la complessità senza cercare scorciatoie. Le esperienze personali dell’autrice, tra perdite e relazioni difficili, si trasformano in materia universale, capace di parlare oltre ogni confine individuale. Accanto a questa dimensione, trova spazio anche Un uomo, dedicato a Alexandros Panagulis. Un libro che è insieme testimonianza e atto d’amore, in cui la scrittura diventa memoria e resistenza. La morte di Panagulis segna una frattura insanabile, trasformando l’amore in assenza definitiva. Negli anni successivi, soprattutto dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, la voce della Fallaci si fa ancora più netta, confermando una personalità incapace di mediazioni. Una radicalità che trova un ultimo, simbolico sigillo nella scelta della parola incisa sulla sua tomba, al Cimitero degli Allori: “Scrittore”. Non una provocazione, ma una dichiarazione di principio. Rifiutare il termine “Scrittrice” significa sottrarsi a una categoria percepita come limitante, rivendicando invece una dimensione universale della scrittura, oltre il genere. Non una donna che scrive, ma una voce che testimonia. L’incontro si è concluso senza risposte, ma con molte domande e con una partecipazione intensa e attiva. Il pubblico, numeroso e coinvolto, ha contribuito significativamente al dibattito, trasformando l’evento in uno spazio condiviso di riflessione. Segno tangibile del successo della rassegna, capace di creare non solo ascolto, ma pensiero. È forse proprio questa la forza di DOMINAE: non celebrare figure femminili immobili, ma restituire vite complesse, attraversate da contraddizioni, ancora capaci di interrogare il presente. Un arrivederci al prossimo anno, con nuove storie e nuove voci di donne pronte, ancora una volta, a mettere in discussione il nostro tempo.
Tropea 2 Aprile 2026
La Presidente di sos KORAI
ODV per i diritti delle donne
Dott.ssa Beatrice Lento
DOMINAE
DOMINAE Rassegna di Donne Valorose di sos KORAI: Tropea omaggia Anna Politkovskaja
A vent’anni dalla sua uccisione, la voce di Anna Politkovskaja continua a interrogare il presente con una forza che non si attenua. Non è solo memoria ma responsabilità. È questo il senso profondo dell’incontro promosso dalla rassegna DOMINAE Donne Valorose di sos KORAI che, nella Cappella dei Nobili, di Tropea, ha reso omaggio a una delle figure più coraggiose del giornalismo contemporaneo. A guidare il pubblico in questo percorso è stata la professoressa Michela Ruffa, con una narrazione intensa e partecipe, affiancata dalla conduzione della socia Alessia Chiapparo. Ad aprire l’incontro, i saluti della Congrega Nobile dei Bianchi di San Nicola attraverso Giuseppe Maria Romano e Giuseppe Adilardi e di sos KORAI, ODV per i diritti delle donne, con Beatrice Lento. L’avvio è stato affidato a una scelta potente: il giuramento di Anna Politkovskaja. Parole che sono risuonate nella sala come un impegno ancora vivo, capace di unire i presenti in un’emozione condivisa. Raccontare la guerra dalla parte delle vittime, dare voce a chi non ne ha, denunciare le sofferenze della popolazione civile: è questa la missione che la giornalista russa aveva scelto, trovando nella Cecenia il simbolo più tragico della negazione dei diritti umani. Attraverso un racconto lucido e ben articolato, la Prof Ruffa ha ripercorso le tappe fondamentali della storia russa recente, evocando figure come Michail Gorbaciov, Boris Eltsin e Vladimir Putin. Ma al centro non è rimasta la politica in sé, quanto piuttosto la responsabilità individuale di fronte alla verità. In un contesto, tragicamente attuale, segnato spesso dall’indifferenza, quella “posizione del fungo” che porta a nascondersi pur di non vedere, Politkovskaja ha rappresentato una scelta controcorrente, una forma di resistenza morale. Per lei il giornalismo non era solo una professione ma un dovere etico. Raccontare significava esporsi, rischiare, pagare un prezzo altissimo. Eppure non si è mai fermata. Nemmeno la maternità precoce ha rallentato il suo impegno; al contrario, ha rafforzato in lei la volontà di costruire un futuro diverso. Il legame con la Russia è rimasto indissolubile, nonostante le minacce, il sequestro, il tentativo di avvelenamento, le cause giudiziarie e l’isolamento sociale che l’hanno trasformata, agli occhi del suo Paese, in una figura scomoda, spesso delegittimata, etichettata come “la pazza di Mosca”. Nei suoi scritti, ogni episodio diventa rivelatore di un sistema più ampio: il segnale di una “democrazia malata”, incapace di fare i conti con le proprie contraddizioni. Eppure, nonostante tutto, Politkovskaja non ha mai smesso di credere nella necessità di raccontare, di chiedere conto al potere, di restare dalla parte di chi soffre. Il 7 ottobre 2006 quella voce è stata messa a tacere. Gli esecutori materiali sono stati condannati, ma il mandante resta ancora ignoto. Una verità incompleta che continua a pesare.Durante l’incontro, la domanda è emersa con forza: il suo sacrificio è servito? La risposta, condivisa e sentita, non lascia spazio al dubbio. Sì, perché il suo esempio continua a parlare. Parla di coraggio, di onestà, di amore per il proprio lavoro. Parla della capacità di non cedere alla paura, di esercitare uno sguardo critico, di non accettare passivamente ciò che viene raccontato. Il dialogo con il pubblico ha ampliato lo sguardo sul presente, sottolineando l’urgenza di educare, soprattutto i più giovani, a un uso consapevole dell’informazione, alla verifica delle fonti, alla ricerca della verità in un tempo in cui il rischio della manipolazione è sempre più diffuso. Ma forse il messaggio più profondo è un altro: per rendere davvero omaggio a questa straordinaria figura, non bisogna trasformarla in un’eroina distante. Anna Politkovskaja deve restare tra noi, nella sua umanità fatta anche di fragilità e contraddizioni, ma capace di indicare una strada. Quella di chi sceglie di non voltarsi dall’altra parte, di conservare il coraggio, di non svendere la propria libertà per un favore che spesso è un diritto, di esaltare il valore del dialogo rispettoso dell’altro. Perché, come lei stessa ci ha insegnato, con parole semplici e definitive: siamo nati per essere donne e uomini e non per fare i funghi.
Tropea 31 Marzo 2026
La Presidente di sos KORAI ODV per i diritti delle donne
Dott.ssa Beatrice Lento
Oriana Fallaci ultima DOMINA di sos KORAI
- DOMINAE – L’ultima voce: il coraggio inquieto di Oriana Fallaci
DOMINAE – Rassegna di Donne Valorose di sos KORAI ODV per i diritti delle donne giunge al suo ultimo appuntamento oggi 31 marzo alle ore 18:00 nella Cappella dei Nobili di Tropea, con una figura che ancora oggi inquieta, divide e affascina: Oriana Fallaci. Giornalista di guerra, voce libera e scomoda, donna capace di attraversare il suo tempo senza mai piegarsi, la Fallaci ha raccontato il mondo e sé stessa con una forza rara, mettendo al centro anche la condizione femminile nelle sue contraddizioni più profonde. In “Il sesso inutile” ha denunciato le disuguaglianze e le oppressioni subite dalle donne nel mondo, mentre in “Lettera a un bambino mai nato” ha dato voce al conflitto intimo, struggente e universale tra maternità, libertà e identità. Un ritratto che ne restituisce la grandezza, le provocazioni e la sua irriducibile dimensione di donna. Conduce Samantha Marinella, relaziona Bruna Quattrone, con i saluti del Priore della Congrega Nobile dei Bianchi di San Nicola Giuseppe Maria Romano e della Presidente di sos KORAI Beatrice Lento. Dopo gli appuntamenti dedicati alla Zampogna in concerto, a Simone de Beauvoir e ad Anna Politkovskaja, questo quarto incontro chiude la rassegna lasciando una traccia profonda, una domanda aperta, un’emozione che resta.
Tropea 31 Marzo 2026
La Presidente di sos KORAI ODV per i diritti delle donne
Dott.ssa Beatrice Lento
DOMINAE terzo e quarto incontro
con DOMINAE di sos KORAI ODV
Ci sono voci che non si limitano a raccontare il mondo: lo interrogano, lo sfidano, lo mettono a nudo. Voci che non cercano consenso, ma verità. A questa idea esigente e necessaria di parola si ispirano i prossimi due appuntamenti di DOMINAE, il progetto culturale di sos KORAI ODV per i diritti delle donne che, a Tropea, dedica un omaggio a due figure femminili tra le più incisive e controverse del giornalismo contemporaneo: Anna Politkovskaja e Oriana Fallaci.
Lunedì 30 marzo, DOMINAE accenderà i riflettori su Anna Politkovskaja.
Politkovskaja ha raccontato la guerra da dentro, dando voce agli invisibili della Cecenia e denunciando con rigore le violazioni dei diritti umani nella Russia contemporanea. La sua è una parola che ascolta e accoglie, che restituisce dignità alle vittime. Una parola che, alla fine, le è costata la vita, trasformandola in un simbolo universale della libertà di stampa.
Martedì 31 marzo sarà invece dedicato a Oriana Fallaci che ha fatto della parola un’arma affilata, capace di penetrare nei palazzi del potere e di sfidare senza timore i protagonisti della storia. Dalle interviste ai grandi leader internazionali agli scritti più controversi della sua maturità, la sua voce non ha mai smesso di provocare, dividere, accendere il dibattito pubblico. Amata e criticata, resta una presenza impossibile da ignorare, per la forza e la radicalità del suo pensiero.
A restituire profondità e complessità a queste due DOMINAE saranno due docenti di Lettere dell’Istituto Superiore di Tropea: Michela Ruffa, del Liceo Scientifico, che guiderà il pubblico nell’universo umano e professionale di Politkovskaja, e Bruna Quattrone, del Liceo Classico, che accompagnerà l’analisi della figura di Fallaci soffermandosi particolarmente sul suo essere donna.
Il primo incontro sarà condotto dalla socia Alessia Chiapparo, il secondo dalla socia Samantha Marinella, in un dialogo che intreccia competenze, sensibilità e passione civile.
In un tempo in cui la parola è spesso consumata, svuotata, semplificata, DOMINAE invita a riscoprirne il peso, il rischio e la responsabilità. E lo fa attraverso due donne che, in modi diversi, hanno scelto di non arretrare.
Quando l’amore diventa impegno
https://parvafavilla.it/tropea-e-la-bellezza-della-sua-anima-quando-lamore-diventa-impegno/
La Scandalosa Secondo Step DOMINAE
TROPEA: Simone de Beauvoir e la scandalosa libertà del pensiero
Secondo appuntamento DOMINAE. di sos KORAI
Una vita in controtendenza, un’intelligenza capace di scardinare certezze secolari, un pensiero destinato a cambiare per sempre la storia delle donne e del Novecento. Simone de Beauvoir è stata la protagonista del secondo appuntamento di DOMINAE, il ciclo di incontri promosso dall’associazione sos KORAI, impegnata nella tutela dei diritti femminili e nella diffusione della cultura della parità.
A introdurre la serata sono stati il priore della Congrega dei Bianchi di San Nicola, Giuseppe Maria Romano, e la presidente di sos KORAI, Beatrice Lento. La relazione è stata affidata ad Angelo Stumpo, mentre la conduzione è stata curata da Salvatore Rizzo, entrambi soci, storici e filosofi.
Il nome di Simone de Beauvoir resta indissolubilmente legato al suo capolavoro, Il secondo sesso (1949), un’opera che non si limita a raccontare la condizione femminile: la analizza, la smonta, la ricostruisce. È il libro che ha inaugurato una nuova stagione del pensiero femminista, mostrando come la donna sia stata modellata da strutture culturali, sociali e simboliche che ne hanno limitato la libertà.
Figura complessa e spesso controversa, de Beauvoir ha fatto della libertà il centro della propria esistenza. Libertà intellettuale, certo, ma anche libertà esistenziale: il diritto di scegliere la propria vita al di là delle convenzioni. Il suo pensiero nasce nel clima dell’Esistenzialismo, lo stesso che portò Albert Camus a scrivere Il mito di Sisifo, con la sua celebre metafora dell’assurdo.
Fin da bambina, Simone mostra un’intelligenza fuori dal comune. Il padre, colpito dalla sua vivacità mentale, diceva: «Mia figlia pensa come un uomo», frase che oggi suona come un paradossale complimento, ma che rivela quanto il pensiero critico fosse considerato un privilegio maschile.
Determinante fu l’incontro con Jean-Paul Sartre. Tra i due nacque un legame intellettuale e affettivo destinato a durare tutta la vita. Non si sposarono mai: de Beauvoir rifiutava matrimonio e maternità, convinta che potessero trasformarsi in vincoli per la libertà femminile. Il loro fu un sodalizio unico, fondato su autonomia e responsabilità reciproca.
La sua vita privata anticonvenzionale, insieme alle sue posizioni femministe e pacifiste, attirò critiche feroci. Tra le accuse che più la ferivano, quella di essere una semplice allieva di Sartre. Un’etichetta che respingeva con decisione, così come rifiutava ogni classificazione rigida del proprio orientamento affettivo. Nel 1943, dopo una denuncia legata a una relazione con una sua allieva diciottenne, venne sospesa dall’insegnamento. Da quel momento si dedicò completamente alla scrittura.
La frase simbolo del femminismo contemporaneo porta la sua firma: «Donna non si nasce, lo si diventa». Con queste parole, de Beauvoir denunciava il peso dei condizionamenti sociali che costruiscono il ruolo femminile. Le sue opere, spesso attraversate da un velo autobiografico, trasformano l’esperienza personale in una riflessione collettiva.
Per lei il lavoro era uno strumento essenziale di emancipazione, mentre la famiglia tradizionale rischiava di diventare la prima cellula del sistema patriarcale. Pur impegnata nelle battaglie civili, non aderì mai al comunismo: criticava ogni riduzione della donna a semplice ingranaggio produttivo. Il valore femminile, sosteneva, è intrinseco alla persona.
Nel 1971 promosse il celebre Manifesto delle 343, in cui altrettante donne dichiararono pubblicamente di aver abortito, sfidando una legge che prevedeva pene severe. Un gesto dirompente, che aprì un dibattito destinato a trasformare la società.
Dopo la morte di Sartre nel 1981, de Beauvoir continuò a scrivere e a intervenire nel dibattito culturale fino alla sua scomparsa, il 14 aprile 1986. La sua eredità è immensa: ha aperto nuove strade nella lotta per la libertà femminile, immaginando non una guerra tra i sessi, ma una società fondata sul dialogo e sul rispetto reciproco.
Se per secoli la storia è stata scritta senza le donne, con Simone de Beauvoir si comincia finalmente a scriverla anche con loro.
Tropea 13 Marzo
La Presidente di sos KORAI
ODV per i Diritti delle Donne
Dott.ssa Beatrice Lento
ZAMPOGNA: DOMINA N.1
Il respiro antico della zampogna: Lucia Quattrocchi incanta Tropea
Alla rassegna DOMINAE di sos KORAI la lezione‑concerto dell’unica zampognara donna in Calabria, un viaggio tra mito, memoria e sogni che chiedono di essere ascoltati
Nella penombra raccolta della Cappella dei Nobili di Tropea, il suono della zampogna è tornato a vibrare come un richiamo primordiale. Un soffio antico, capace di attraversare i secoli e di toccare corde profonde dell’immaginario. A guidare il pubblico in questo viaggio è stata Lucia Quattrocchi, l’unica zampognara donna in Calabria, protagonista della rassegna DOMINAE.
In Italia le donne che suonano la zampogna si contano sulle dita di una mano, quasi tutte nel Sud. Non è un caso: per secoli, alle donne non era neppure concesso sfiorare questo strumento, considerato dominio esclusivo degli uomini. La zampogna nasce da un mondo contadino dove nulla veniva sprecato e tutto aveva un senso profondo: perfino la pelle della capra, animale indispensabile alla vita rurale, diventava l’otre che custodisce il respiro del musicista. Un gesto di rispetto verso la natura, un patto antico tra uomo e creato.
Durante la lezione‑concerto, Lucia ha presentato Rita, la sua zampogna a cinque canne, la “regina” dei suoi strumenti. Le altre portano nomi femminili legati agli affetti più intimi, come se ogni zampogna fosse una compagna di viaggio. Sull’otre spicca un fiocchetto rosso: un tempo serviva a proteggere dal malocchio, oggi Lucia lo conserva perché quel tocco di colore accende il bianco e il marrone dello strumento.
Il suono della zampogna ha accompagnato per secoli la vita delle comunità del Sud: ha segnato stagioni, feste, riti, momenti di gioia e perfino di lutto. Quando muore uno zampognaro, gli altri si riuniscono e fanno “piangere” gli strumenti in suo onore. È un linguaggio che non ha bisogno di parole.
Anche la costruzione della zampogna è un’arte che richiede pazienza e sapienza. I mastri artigiani scelgono legni sonori – spesso di alberi da frutto – tagliati nella settimana di luna piena di gennaio, quando la pianta riposa e il legno è più stabile. Poi lo lasciano stagionare per dieci o quindici anni, prima di lavorarlo al tornio e rifinirlo a mano con utensili che sembrano usciti da un’altra epoca.
Nel mondo degli zampognari non si dice “suonare”: si dice “facimu sonu”. E c’è una differenza sottile ma decisiva tra chi “sona” e chi è davvero “sonaturi” . «Io aspiro a essere definita così» confessa Lucia con semplicità.
Nell’immaginario popolare la zampogna è legata soprattutto al Natale: il suo respiro richiama quello del Bambino appena nato. I fusi rappresentano simbolicamente la famiglia: prima si accordano marito e moglie, poi i figli, finché tutto trova armonia. «Ascoltate» invita Lucia. E nel suono sembra davvero affiorare il pianto di un neonato.
Curiosamente, la provincia di Vibo Valentia è l’unica zona della Calabria dove la zampogna non è diffusa. Un’assenza che sorprende e rattrista Lucia, che vive proprio a Vibo Marina. «Abbiamo patrimoni straordinari – ricorda – fatti di cibo, parole, riti, abitudini. Ma spesso non li valorizziamo. L’apatia rischia di far perdere ai giovani queste radici».
Per lei la zampogna non è solo uno strumento: è una compagna fedele, una porta aperta su un mondo tradizionalmente maschile dove è stata accolta per ciò che è, non per ciò che rappresenta. «Non suono per rivendicare diritti femminili» dice. «Suono perché mi piace. L’unico diritto che rivendico, senza distinzione di genere, è quello di realizzare i propri sogni».
E aggiunge una frase che sembra racchiudere l’essenza stessa della sua arte: «Se alla zampogna non dai la tua anima, non suonerà mai davvero. Ma se invece di suonarla la respiri, lei ti prende per mano e ti conduce in una dimensione affascinante, dove puoi scoprire la tua essenza e quella dell’universo».
A Nocera Terinese esiste anche un Conservatorio in cui s’insegna la zampogna che Lucia frequenta insieme ad altri appassionati arrivati da lontano. Sognatori, come lei. Custodi di un respiro antico che continua a parlare al presente.
Tropea 12 Marzo 2026
La Presidente di sos KORAI
ODV per i diritti delle donne
Beatrice Lento
Secondo appuntamento DOMINAE
«Donna non si nasce, lo si diventa»: Simone de Beauvoir al centro del secondo incontro di DOMINAE
La rassegna DOMINAE, promossa da sos KORAI ODV per i diritti delle donne prosegue giovedì 12 alle ore 18.00 con il secondo appuntamento dedicato a Simone de Beauvoir, figura chiave del pensiero femminista e della filosofia del Novecento.
Dopo l’incontro, condotto dalla socia Alessandra Giuliana Granata, in programma a Tropea per l’11 Marzo, con la ZAMPOGNA portata in scena dalla musicista e docente Lucia Quattrocchi, la rassegna proseguirà sempre nella suggestiva Cappella dei Nobili, prezioso scrigno barocco affidato alla Congrega Nobile dei Bianchi di San Nicola.
Ad aprire i lavori saranno Beatrice Lento, presidente di sos KORAI, e Giuseppe Maria Romano, Priore della Congrega.
La serata sarà guidata dal socio Salvatore Rizzo, mentre il filosofo e storico Angelo Stumpo, anch’egli socio, offrirà un ritratto della De Beauvoir.
Autrice del rivoluzionario Il secondo sesso (1949), De Beauvoir ha scardinato secoli di stereotipi analizzando le radici culturali della subordinazione femminile. La sua frase più celebre «Donna non si nasce, lo si diventa» continua a essere un manifesto di libertà e consapevolezza, ricordando che il genere non è destino biologico, ma costruzione sociale.
Il suo pensiero, fondato su libertà, responsabilità e autodeterminazione, ha cambiato il modo di guardare alla condizione femminile e resta oggi di straordinaria attualità.
Con questo nuovo appuntamento, DOMINAE conferma la sua missione: riportare al centro donne che, con il loro coraggio e la loro visione, hanno aperto strade nuove nella storia e nella coscienza civile.
Tropea 10 Marzo 2026
La Presidente di sos KORAI
ODV per i diritti delle donne
Dott.ssa Beatrice Lento