Archivio mensilemarzo 2019

Conversando su GRETA Quaderno dell’8 Marzo

Angelo Stumpo:” Quale il filo conduttore delle storie narrate?”
Beatrice Lento:” Le 21 storie di donne raccolte nel Quaderno GRETA sono diversissime tra di loro. Sono tutte storie vere: questo è il primo elemento che le accomuna e come tutte le esperienze reali sono cariche di passioni. La maggior parte sono donne calabresi, alcune di Tropea e dei luoghi vicini, che hanno i tratti tipici dell nostra terra, prima tra tutte la complessitá che, se ci riflettiamo, é  cosa diversa dalla contraddittorietà.
Ci sono anche donne straniere che si sono innamorate dei nostri luoghi e qualche donna che gli autori hanno incontrato nel mondo virtuale o nella letteratura. 
Sono tutte, creature che hanno vissuto e vivono intensamente tracciando un segno luminoso del loro essere nel mondo, con  una metafora, usata da una delle Donne di Greta, Maria la Tessitrice, direi lasciando  ”… una scia nel mondo come le lumache …”
Sono donne coraggiose e forti che non si arrendono ed anche dinanzi agli eventi più travolgenti sono capaci di risollevarsi, con quel talento tutto al femminile che é la resilienza: la capacità di resistere e ricomporre sempre i cocci della propria esistenza saldandoli con l’oro, come fanno i giapponesi e ,quindi, risorgendo ad una vita più bella e preziosa.
Sono Donne che hanno sofferto ma hanno anche gioito, sono soprattutto donne che contano, che hanno scelto, che hanno dato alla loro esistenza la direzione desiderata, anche le vicende più dure e tragiche lasciano trasparire la presenza di esseri volitivi che, con caparbietà, a volte anche con trasgressivitá assoluta, si sono autodeterminate.

Delfina da GRETA secondo Quaderno dell’8 Marzo di sos KORAI

Delfina

Sono Calabrese DOC, nata e cresciuta, orgogliosa di appartenere a questa bellissima Regione. Molti mi chiedono da dove deriva il mio nome, Delfina, in verità non è un nome di famiglia ma porto il nome della mia

madrina, un’intima e cara amica di casa, significa “colei che viene da Delfi” e si festeggia il 26 novembre in memoria di Santa Delfina di Sabron.

Per diversi anni ho prestato servizio in qualità di Dirigente Scolastico presso alcuni Istituti Comprensivi della Provincia di Vibo Valentia; ho vissuto le mie destinazioni con viva soddisfazione, chiaramente mi sono sempre interrogata su quali potessero essere gli obiettivi formativi più pregnanti nell’ambito di un contesto territoriale come il nostro, caratterizzato da particolari fenomeni a livello socioculturale, e quali potessero essere gli strumenti e i momenti di confronto e di sensibilizzazione, al fine di focalizzare alcuni traguardi che potessero essere condivisi e favorire la mobilitazione delle migliori risorse disponibili all’interno ed all’esterno della Istituto; ho cercato di dare vita a una scuola che fosse capace di interpretare con responsabilità le istanze umane, sociali, ambientali del territorio, che sapesse educare e formare, ma soprattutto aprirsi per creare un dinamico e innovativo rapporto con la realtà circostante e per fornire agli allievi validi strumenti conoscitivi, senza dimenticare l’identità culturale e i valori umani. La mia esperienza professionale è stata straordinaria, ho incontrato molte persone speciali che mi hanno voluto e mi vogliono bene, che mi hanno mostrato rispetto e disponibilità, in sintonia con il mio pensiero e il mio modo di essere, che, a volte, con un piccolo gesto mi hanno donato serenità, e che non smetterò mai di ringraziare per averle in- contrate nel mio cammino.

Sono nata in una famiglia vecchio stile, di sani principii morali ed educazione rigida, tutti credenti e praticanti. Ho vissuto un’infanzia protetta, ogni membro della famiglia vigilava sull’altro, così come i vicini di casa, il male non ci sfiorava, si giocava sicuri per strada, quella era la vera libertà! Non esisteva il timore di incorrere in un maniaco, in un mostro. Le donne erano sacre in famiglia, la mia mamma gestiva e governava la casa ed accudiva tutti, anche gli anziani, e prestava aiuto a chi aveva bisogno, infatti, spesso ci si supportava tra vicini con i poveri mezzi allora a disposizione. Grazie a questi esempi, ho maturato la convinzione che la famiglia è tutto e che l’amore dei genitori verso i figli sia la forza più potente che esista. Negli ultimi anni il mio nucleo familiare si è più che raddoppiato: i miei tre figli mi hanno donato ben sette nipotini, spero che questo numero aumenti ancora, intanto, la mia casa è diventata il ritrovo di figli e nipoti, quotidianamente ci incontriamo attorno al tavolo della mia cucina, apparecchiato per 12, 15 tra adulti e bambini, inoltre, i piccoli spesso organizzano a casa dei nonni i “pigiama party”, preceduti da una cena a base di pizza e patatine, amo questa allegra confusione e prego di poter godere del loro affetto per ancora molto tempo, per me è felicità pura, i miei nipoti dicono che non sono vecchia ma “nuova”. Niente mi entusiasma più dei loro baci e abbracci.

Qualche anno fa ho concluso il mio percorso lavorativo, lungo e fruttuoso nonché sempre a contatto con il pubblico, con una bellissima festa, circondata dal personale scolastico, docente e non, e dalle persone care, la fase odierna della mia vita guarda verso il futuro, che per me significa vivere quotidianamente seguendo i principii morali che mi sono stati insegnati dai miei genitori e nonni, inoltre, vorrei trasmettere la saggezza che ho acquisito col tempo e con l’esperienza a coloro che vorranno ascoltarmi.

C’è una parte di me che è poco conosciuta, fin da bambina faccio sogni in cui dialogo con parenti o cari amici defunti, ciò che mi dicono poi puntualmente si avvera, ne sono testimoni i miei familiari a cui racconto nell’immediatezza ciò che ho sognato; questa mia particolare sensibilità mi ha permesso di entrare in amicizia con Natuzza Evolo, la mistica di Paravati, il primo contatto è avvenuto nel 1976, passavo con mio marito da Paravati e lui mi indica la casa di Natuzza, a queste parole sento un brivido e un misto di ansia e timore, allora non conoscevo Natuzza, ne avevo solo sentito parlare. Quella stessa notte in sogno la vidi innanzi a me, dice: “Sono Natuzza, pecchì ti spagnasti oggi?” Le racconto delle sensazioni che avevo pro- vato e lei sorridendo “veni cu mia..” mi conduce in casa e poi mi porta in fondo all’orto, mi dà un oggetto, un portafortuna… “tu non hai nenti… va’ da un medico per l’allergia…”; vedo poi un cumulo di terra in un angolo che, improvvisamente, frana e vedo una gamba di donna, tagliata sotto il ginocchio; questa vista mi impressiona e distolgo lo sguardo, ma Natuzza mi dice invece di guardarla bene perché è la gamba di una mia carissima amica che, se non avesse preso provvedimenti immediati, sarebbe finita così! Appena mi sveglio racconto il sogno a mio marito, il quale minimizza definendolo una mia fantasticheria; la sera andiamo in farmacia e noto che la farmacista, mia intima amica, aveva il viso pallido e tirato, le chiedo cosa avesse e lei risponde di soffrire di un forte dolore alla gamba, solleva la gonna ed io vedo la stessa gamba del sogno… mio marito, scioccato, mi chiede di raccontare il sogno della notte prima, grazie a Natuzza la mia amica ha potuto scongiurare il peggio.

Da allora, ho incontrato Natuzza diverse volte, di presenza e non solo, una volta avevo un grande desiderio di incontrarla ma non ero riuscita ad avere un appuntamento, in sogno mi dice “…non ti preoccupare, ndi vidimu prestu!”, il giorno dopo, mentre stavo pranzando, squilla il telefono ed una collega di Tropea mi chiede di raggiungerla alle 16.00 a Paravati in quanto la persona che doveva accompagnarla si era ammalata, quindi, si era liberato un posto, accettai con immensa gioia poiché avevo il desiderio di chiedere a Natuzza di una mia cara amica che, a seguito di una grave depressione causata da un profondo dolore, si era tolta la vita. Giunta lì, nella sua casa, Natuzza mi abbraccia col suo dolcissimo sorriso dicendo “u vi cavenisti…”, io le chiesi se i miei sogni fossero fantasie o se era lei a venire da me e lei: “su io… quandu mi voi chiamami” , le domando allora della mia amica e le mostro la foto, la guarda e dice: “è salva!… non mi cridi? L’Angelo mi sta dicendo che Gesù misericordioso s’abbrazzau e l’aiutau a fari u grandi passu… e poi, quandu fici u nzanu gestu non era ida pecchì era saurita… l’Angelo dice ca è cuntenta di tutti i rigali chi nci fai ogni misi” infatti, ogni mese le facevo dire una messa, piansi di felicità e ritornai a casa come in estasi.

La vigilia dell’ultimo Natale prima della sua dipartita la ricorderò sempre con commozione, squilla il mio telefo- no di casa, era una mia amica che mi dice: “Una persona vuole farti gli augu- ri…”, sento la sua voce, era lei, la mia cara Natuzza, ho provato una gioia im- mensa e una grande emozione, le chiesi come si sentisse e lei mi rispose: “Bella mia, u tempu mio cu vui è pocu…, quandu io su cu Gesù, vicinu a idu, vui mi chiamati e mi diciti chi voliti… e io tantu pistu finu a chi mi faci a grazia chi mi domandati”, poi mi augura un buon Natale.

Un’altra volta l’ho sognata molto sofferente, che faticava a salire gli scalini di casa per i forti dolori alle gambe, io mi avvicinavo a lei e l’aiutavo; l’indomani, dopo aver acquistato tante bellissime rose, assieme a Costantino Seva, anche lui devoto a Natuzza, ci recammo a Paravati per portare quei fiori all’altare della Madonnina di Natuzza; in seguito andammo a casa sua ma il signore della portineria non ci fece entrare perché sentiva addosso a noi un profumo troppo intenso, tuttavia nessuno dei due quel giorno aveva messo profumo, davanti al cancello incontriamo il sacerdote Don Pasquale Barone, il quale ci racconta che Natuzza non stava bene e soffriva di dolori alle gambe, proprio come avevo sognato la notte prima; secondo Don Pasquale il profumo sentito dal portiere era la stessa Natuzza che ci salutava, nello stesso tempo che mi trovavo a Paravati vicino casa mia è crollato un pino, fino a qualche minuto prima mio marito stava conversando proprio in quel punto con un suo amico e si era allontanato proprio da qualche istante.

Nel mio rapporto con Natuzza spesso lei utilizzava i sogni per dirmi qualcosa, una notte sognai che, assieme alle mie amiche dell’Inner Wheel di Nicotera, eravamo andate a visitare la casa di Natuzza e la chiesa in costruzione, ad un certo punto rimango sola e sento Natuzza che mi chiama, si trovava dietro un pilastro, mi avvicino e l’abbraccio, mi dà un sacchetto di carta marrone all’interno del quale trovo una gon- na lunga e nera di georgette ed una giacca con cappuccio nera bordata di verde, mi dice che dovrò indossarla quando diventerò maestra. Io sorridendo le dico che ero una professoressa ormai in pensione, ma lei mi disse che un giorno avrei capito. In effetti, qualche tempo dopo, mi è capitato di leggere in chiesa un brano dalla prima lettera di San Paolo apostolo ai Corinzi, versetto 28:“…alcuni perciò Dio li ha posti nella chiesa in primo luogo come Apostoli, in secondo luogo come Profeti, in terzo luogo come Maestri.” Sempre in sogno, un’altra volta entro in una stanzetta bianca nel nuovo stabile di Paravati, vedo un lettino e una persona coperta da un lenzuolo bianco, lo sollevo e vedo Natuzza molto sofferente e triste, di fianco a lei su un tavolino c’è un ostensorio e dentro l’ostia vi è una scritta: EGO SUM; mi avvicino a lei e dico: “Hai visto che brutta situazione?” all’improvviso si scatena una tempesta e lei con voce flebile mi invita ad andar via. “E come faccio? Non vedi che tempesta?” E lei mi risponde “Non ti preoccupare: mò scampa!”.

Ho raccontato questo sogno sia a Don Francesco Vardè, parroco della cattedrale di Nicotera, che al Vescovo Luigi Renzo. Sono sicura che la tempesta che stava distruggendo l’opera voluta da Natuzza si stia allontanando. Io credo fermamente che Natuzza abbia svolto un’opera altamente meritoria, sia dal punto di vista umano che spirituale, portando conforto e consolazione a tantissime persone oppresse da problemi più o meno gravi.

Per concludere, vorrei raccontarvi di mio fratello Pino, maggiore di me di 16 anni, era bello, buono, disponibile e molto affettuoso, è stato per me un secondo padre, un maestro amorevole per i suoi piccoli allievi ed anche per me. La sua morte improvvisa mi ha distrut- ta e segnato per la vita… ma lui non ha permesso che la sua sorellina si auto- distruggesse nel dolore, tre mesi dopo la sua scomparsa è venuto a trovarmi per rassicurarmi, mi ha detto che era felice ed era lì per aiutarmi… le sue parole furono: “Mussuneddu mio, non fare cosi, non dirmi queste cose, se tu sapessi quanto è bello…io sono felice e ti aiuto, vi aiuto tutti. Riprenditi e vivi, io ti sarò sempre vicino. Adesso il tempo è scaduto e devo lasciarti.” Mi abbraccia, io lo sento come se fosse vivo, poi sparisce. Io urlo così forte da svegliare tutta la casa, mio marito mi aveva sentito parlare durante tutto questo tempo.

Sono convinta che ci vuole la tristezza per capire la felicità e l’assenza per riconoscere il valore della presenza di qualcuno. Questa esperienza mi è servita per rafforzare la mia fede e mi ha convinta dell’esistenza di una vita eterna senza affanni né dolori, ma solo di gioia e felicità. L’esempio sia di mio fratello che di Natuzza mi hanno insegnato l’umiltà, la virtù di darsi agli altri veramente senza aspettarsi alcuna ricompensa materiale.

Oggi voglio augurare una buona vita a tutti e anche a me che ogni giorno mi rimbocco le maniche e affronto la vita, oggi so che significa la parola “sacrificio”, non mi arrendo mai e affronto la quotidianità con l’intima soddisfazione di sapere che ho accanto veri amici che mi proteggeranno e mi vorranno bene sempre.

Mi sento come un bravo giardiniere che periodicamente pota le sue piante affinché possano avere una crescita armoniosa e una maggiore fertilità, imparia- mo a farlo anche noi cosi potremmo rifiorire.

Delfina Barbieri Caffo MADRINA DEL QUADERNO dell’8 Marzo GRETA

Donne in cammino

In questi ultimi anni il numero di donne uccise da maschi che ritenevano così di amarle in maniera assoluta ed esclusiva (“se non la posso avere io, non potrà averla nessuno”), è stato particolarmente elevato. La cronaca quotidiana, purtroppo, porta, volta a volta, il proprio drammatico contri- buto a tale tragica contabilità. Vittime sicuramente, e in primo luogo loro, ma vittime anche i loro assassini, che perdono anch’essi la propria vita, condannandola alla galera per aver inteso praticare la violenza assoluta su donne che pure pensavano di amare, ritenendole proprietà indiscutibile. La cultura maschilista, così densa di pregiudizi, così intessuta di stereotipie, prosegue con ritmo esponenziale, il proprio trionfale cammino. Nella mia pluridecennale pratica di riflessione e di ricerca sulla cultura tradizionale della nostra regione, e non soltanto di essa, ho incontrato spesso queste aberranti valutazioni della donna quale “cosa”, inferiore naturaliter, per così dire, rispetto al maschio e alle correlative, non meno aberranti, esaltazioni dei maschi. Basterà pensare ai canti popolari, alle leggende, ai proverbi e a tutte le altre espressioni folkloriche formalizzate, per concludere che la donna vi svolge un ruolo subalterno complementare rispetto al ma- schio. Gli esempi a questo riguardo potrebbero essere legione. Eppure, nonostante tutto, le donne nella società tradizionale conservarono una, per così dire, connaturata dignità che tutti riconoscevano e tutelavano. Sono nato e ho vissuto l’infanzia, l’adolescenza e la “meglio gioventù”, per riprendere l’espressione pasoliniana, in un piccolo paese, San Costantino di Briatico, che continua a essere per me l’angolo del mondo dal quale guar- dare l’universo, la patria culturale, oltre che anagrafica, perché scelta come punto focale al quale continuamente ritornare, quali che siano le peregri- nazioni per il mondo. Ricordo come le donne venivano rispettate, accosta- te con una gentilezza e una finezza di tratto dai miei compaesani, quasi tutti protagonisti di una realtà contadina, troppo spesso liquidata perento- riamente come rozza e brutale. Non intendo indulgere a una visione idil- liaca di tale realtà, ma avverto, avendo avuto la fortuna di una lunga esistenza, il dovere di dare questa testimonianza di anni concretamente vissuti di cui conservo vivissimo il ricordo e che attraverso lo strumento della memoria, sono in grado di presentificare avvertendo di essi lo sno- darsi realistico, le sensazioni a esse associate, il sapore che le accompagna- vano. È quella dignità che viene presentata con estrema efficacia narrativa

da Corrado Alvaro, Fortunato Seminara, Mario La Cava, Leonida Repaci e da tanti altri scrittori impegnati a rappresentare la propria terra, la “non bella vita dei pastori d’Aspromonte”, la propria “terra amara”, il proprio “vento nell’uliveto”, il potente affresco del ciclo dei Rupe. Sono, questi, ci- tazioni, riferimenti alle opere di scrittori, ognuno dei quali andrebbe studiato in profondità, cogliendone caratteristiche e tratti specifici, rinvianti spesso a una società contraddittoria. A titolo esemplificativo, citerò Fortu- nato Seminara, che in La fidanzata impiccata ci presenta con rigorosa par- tecipazione lo scivolare graduale della protagonista dall’amore all’attesa, alla delusione, alla disperazione, al suicidio. La stessa dignità la ritrovo nelle donne dipinte da Enotrio Pugliese: macchie scure, avvolte negli scial- li che coprono tutto il corpo, spesso piegato a piangere un giovane immerso nel proprio sangue. La donna, dunque, nella cultura tradizionale, svolge un ruolo di particolare rilevanza e in qualche modo insostituibile. È lei a presiedere ai momenti fondamentali dell’esistenza individuale: la nascita e la morte; i complessi rituali del parto e quelli funerari, la costituiscono di fatto come sacerdotessa di tale culto. Nonostante il dominio maschile – esercitato spesso sino alla ferocia, nel lungo snodarsi dei millenni –, alle donne è connaturata o le donne hanno conquistato uno spazio nel quale si esplica un’antica, ineludibile dignità. Chi di noi ha avuto modo di peregri- nare per i nostri paesi assolati avrà notato gruppi di donne anziane, com- poste nei loro immutabili vestiti neri, sedute dinanzi alle loro case, enon può non essere stato colpito dalla dignità che emanava dalle rughe scolpite nel loro volto, apparentemente impassibile. La cultura, oltre che la fisiolo- gia, assegna loro – lo si è già accennato – di presiedere ai momenti più importanti della vita di un essere umano: la nascita, la morte. Il dolore connesso al parto, antica maledizione divina per l’infrazione del peccato originale (“… e tu, donna, partorirai con dolore”) potenzia il vincolo ma- dre-figlio, ulteriormente rafforzato dall’allattamento; al confronto la figura paterna sbiadisce, e non è un caso che sia stato ironicamente sottolineato che se ai maschi fosse stato assegnata dalla natura la procreazione, con il carico di dolore a essa connesso, il mondo si sarebbe estinto. Nella nostra cultura, poi, quando l’umano conclude l’ultima fase della sua esistenza, spetta alle donne della famiglia o ad altre da queste delegate aver cura del cadavere, in modo da renderlo visibile agli altri per l’ultimo saluto. Spetta ancora a loro il lamento funebre che ripercorre i tratti salienti della vita del defunto esaltandone le virtù, come ci è stato mostrato esemplarmente da Ernesto de Martino nel suo Morte e pianto rituale nel mondo antico: dal lamento pagano al pianto di Maria (1958), divenuto rapidamente un classico della nostra ricerca antropologica. Negli anni Ottanta, Mariano Meli- grana e io abbiamo indagato i variegati aspetti con i quali viene affrontato nei nostri paesi il trauma della perdita della persona cara, ponendo in ri- salto le differenziate modalità con le quali si attuano le strategie del cordo- glio e il trascendimento della datità, del dolore: il risultato delle nostre ri- cerche è stato presentato nel nostro Il ponte di San Giacomo. L’ideologia della morte nella società contadina del Sud (1982). In tali modalità la donna è quasi sempre presente, sacerdotessa del culto dei morti, vestale cui è de- mandato il compito di gestire la sacralità del distacco e l’intenso ethos del trascendimento, per usare una nota espressione demartiniana. Mi sto rife- rendo alla donna nella società tradizionale, è innegabile però che tale figu- ra ha avuto negli anni una radicale trasformazione. Il nostro oggi è marca- to da una ben diversa soggettività femminile, che riafferma con decisione le proprie ragioni. Si pensi che nell’Italia del dopoguerra ogni anno nasce- vano 35.000 bambini da ragazze nubili, la maggior parte delle quali erano andate a servizio a casa d’altri; il padrone che le considerava a propria di- sposizione in ogni senso aveva poco da temere dalla legge. L’Italia era l’u- nico Paese d’Europa – compresi il Portogallo di Salazar e la Spagna di Franco – a vietare la ricerca della parternità: i figli di NN, “nescio nomen”, bollati come tali pure sui documenti, non avevano diritto a cercare e sco- prire l’identità del padre. Nel clima attuale di rivendicazione orgogliosa della propria ineludibile autodeterminazione e della libera sessualità che ne consegue, si situa lo spazio della dichiarazione di Elda Billi che campeg- gia su una parete della Casa internazionale delle donne di Roma: Libera sessualità in libero stato OVVERO:il corpo, il desiderio, l’intelligenza:/vo- glia di vivere senza fili spinati,/inquisizione paludata di perbenismo,/roghi veri e virtuali, odori d’incensi nauseanti,/litanie lugubri di uomini che odiano le donne,/la loro autodeterminazione, la loro libertà./Corpo desi- derante, libero di volare,/di conoscere, di sognare, di stare al mondo,/in un mondo/senza prevaricazioni misogine,/senza armi, senza guerra, senza violenza,/senza compratori di anime:/questi i veri delitti contro l’umanità,/ non certo il corpo appassionato/che quando esulta non ha colore, razza, etnia, confini,/avendo ben presente che la libertà non significa licenza,/ma rispetto dell’altra, dell’altro, coscienti./Questo, almeno, ha insegnato il femminismo./A guardare con occhi aperti i diversi da me,/a condividere con loro speranze di tempi/senza quel sangue e senza quegli orrori/che uomini della Provvidenza e/sacerdoti del vero dio (e ognuno ha il suo)/ preparano per il futuro./Roma, 8 luglio 2000.Le donne oggi ereditano le conquiste del clima culturale faticosamente guadagnato dalle prime gene- razioni femministe e anche grazie a esso che possono godere per così dire di una, pur sempre relativa, libertà. È una libertà pagata molto spesso con una ancora maggiore, devastante solitudine. L’anno scorso, per rendermi conto degli orientamenti che emergevano o che andavano emergendo dall’universo femminile, di cui intuivo movimenti e fermenti, ho assunto come osservatorio privilegiato le rubriche delle lettrici a settimanali di lar- ga diffusione e di differenziato target di lettori. In tali rubriche spesso sono pubblicate lettere di donne meridionali, di diversa età, che attendono dalle titolari, un consiglio, una parola di conforto o semplicemente l’ascolto dei loro dubbi, delle loro sofferenzeIn un accurato studio di Maria Trigila (Let- tere di donne ai giornali: i casi di Famiglia cristiana e Grazia), Miriam Ma- fai, che curò su Grazia la rubrica “Le donne parlano”, negli anni a cavallo del Duemila, racconta di ricevere circa dieci lettere a settimana e di sce- glierne poi tre cui rispondere: il tema che in generale spicca, è quello della solitudine: vuoto e solitudine sembra le donne avvertano durante le loro giornate in particolare quando, dopo una vita impiegata a occuparsi di marito e figli, il primo magari muore o le lascia, oppure, pur presente, ri- sulta psicologicamente assente; i secondi, adulti, non vivono più in casa. «Le donne si chiedono cosa fare delle loro giornate e non è facile dare loro un consiglio. Chi non è mai andata a teatro non comincia a sessant’anni, chi non era abituata alla lettura non trova conforto nei libri. Ho suggerito spesso di mettersi in contatto con organizzazioni che si occupano di vo- lontariato, e il mio consiglio è stato seguito (alcune lettrici mi hanno scrit- to per ringraziarmi: “Adesso ho riempito le mie giornate aiutando gli al- tri)». Solitudine è poi quella delle mogli che lamentano, anche dopo soli pochi mesi di matrimonio, il torpore psicologico del proprio marito, il suo silenzio o incapacità di comunicare; solitudine la Mafai legge nel compor- tamento di alcune di loro che scrivono semplicemente per parlare di sé, che non sentono necessaria la sua risposta, quanto forte il bisogno di esser da lei lette. Temi molto presenti che pure la Mafai rileva tra le lettere che riceve, sono quelli della gestione della vita familiare di tipo tradizionale (il rapporto con le figlie adolescenti e poi il loro ruolo di donne nella famiglia; il rapporto nuora-suocera); quello del lavoro (che non c’è o che è faticoso, che impedisce di stare vicini alla famiglia o che potrebbe essere utile ab- bandonare per dedicarsi appunto esclusivamente alla famiglia). Vi è, nelle lettere scritte in questi anni alle/ai titolari di rubriche, una maggiore liber- tà di pensiero e di comportamento; possono permanere delle ingenuità, delle ritrosie, delle reticenze, dei timori ancestrali, ma complessivamente le protagoniste sono sciolte, ormai, dalle paure e dalle vergogne che avvi- luppavano la condizione femminile nella società tradizionale. Ovviamen- te, una considerazione siffatta è variamente valida, a seconda dei settori e

delle tematiche che le lettrici e le titolari delle rubriche via via affrontano. Ad esempio, mentre la pratica disinvolta della sessualità etero è abbastanza diffusa e non suscita problematiche per le quali rivolgersi alle rubriche, ben diversa è la situazione per quanto riguarda gli “amori proibiti”. Ne Le italiane si confessano – il bel libro pubblicato da Gabriella Parca nel 1959, nella quale sono presenti quasi trecento lettere scelte tra ottomila, inviate, in tre anni (1956-59) ai due settimanali più diffusi in tutta Italia – è presen- te, tra le altre, una lettera dalla Sardegna, a mio avviso estremamente em- blematica. «… Prima di tutto mi voglio presentare: ho 24 anni e sono spo- sata, ho una bambina e amo veramente mio marito. Ogni settimana seguo attentamente lo vostre risposte ma forse una risposta su questo argomento non l’avete mai data. Tutti, più o meno, chiedono consigli sui propri fidan- zati o fidanzate che siano, o cose del genere. La mia invece, è molto diversa: è una cosa che per il momento solo a voi posso confidare. Dunque di trat- ta di una ragazza che si è innamorata di me. Sì, è proprio così, avete capito perfettamente: si tratta proprio di una giovane della mia stessa età, che abita nella mia stessa frazione da cinque mesi. Nei primi tempi che l’avevo conosciuta non facevo troppo caso ai suoi complimenti, durante il riposo del lavoro, oppure quando veniva a trovarmi a casa, ma un mese fa, tor- nando a casa dal lavoro, alle 10 di sera come al solito, mi parlò dicendo che non poteva più dormire perché io le ho preso il cuore e che si è innamora- ta di me. Io le risposi che nulla le potevo fare; allora, prendendomi per le spalle, disse che io potevo fare qualcosa per lei, così dicendo mi baciò sulla bocca. Con uno scatto mi staccai da lei dicendole se era impazzita e tiran- dole uno schiaffo ma lei non fece nulla e rimase lì nella strada con la mano sulla guancia. Io le gridai che racconterò tutto ai suoi. “Niente loro potran- no fare per staccarmi da te”, rispose; “io ti amo troppo e non voglio perder- ti, sia anche con la minaccia, ma vedrai che con l’andar del tempo tu mi vorrai un po’ di bene e mi basta. Ma ora io mi sento proprio di odiarla. Non posso più sopportare il suo sguardo o durante il lavoro e mi continua a fare delle proposte poco pulite. Giorni fa volevo dir tutto a suo fratello e ai genitori ma dopo tutto non vorrei che gli altri lo sapessero. Ci sarebbero parecchi giovanotti che continuano a farle la corte, gente molto seria, di- stinta, ma lei proprio non ne vuole sapere. Per dire il vero è una bella ra- gazza, bionda, con gli occhi profondi, molto bella. E proprio di questo io ho paura, forse mi capirete… e non vorrei che questo mi dovesse accade- re». È un miscuglio di sorpresa, repulsione, timore di una sotterranea at- trazione che emerge in una lettera che ci giunge da decenni lontani. Leg- gendo tale lettera ho ricordato i miei incontri con Gabriella Parca a Parigi nei primi anni Settanta e di come mi comunicasse il senso di libertà che

aveva, vivendo nella capitale francese, così diversa dal clima restrittivo e sostanzialmente bigotto del nostro Paese in quegli anni. Per analogia di contenuto ho ricordato anche le lettere che Michela Margiotta, salentina, ha scritto negli anni Sessanta ad Annabella Rossi, che l’aveva conosciuta nel corso della celebre spedizione demartiniana sul tarantismo. Questa si realizzò con approfonditi sopralluoghi, nella cappella di San Paolo a Gala- tina, con una équipe interdisciplinare, pronta a indagare il fenomeno dai diversi punti di vista: etnologico (E. de Martino), con specifica attenzione alla realtà sociale delle protagoniste (V. De Palma e A. Signorelli), psicopa- tologico e psichiatrico (G. Jervis), etnomusicologico (D. Carpitella), foto- grafico (A. Rossi). Annabella Rossi, la cui vivacità intellettuale e la cui cu- riosità nell’accezione migliore del termine erano notevolissime, come ho sperimentato direttamente lungo i diversi decenni della nostra amicizia e di una collaborazione che si realizzava attraverso incontri quotidiani, ave- va chiesto alla tarantata una serie di informazioni sulla sua vita e sulla sua condizione vista dall’interno. E Michela, che si affeziona sempre di più alla sua cara signorina, risponde con grande sforzo – avendo soltanto seguito la prima elementare –, alle richieste dell’antropologa. Michela è lusingata dell’attenzione della buona signorina, alla quale si lega emotivamente sem- pre più. Annabella pur affezionata a Michela, non ricambia in alcun modo il suo amore e poi, inaspettatamente per Michela, pubblica tutte le sue let- tere cambiando soltanto il nome, Anna invece di Michela: si tratta, però, secondo Michela, di uno stratagemma inutile, dato che nel piccolo am- biente nel quale vive, è immediatamente riconoscibile, dunque rimprove- ra, alla sua illustre interlocutrice, di aver messo in piazza i suoi sentimenti e le sue vicende personali. Il libro, pubblicato nel 1970 con un saggio di Tullio De Mauro, ha un grande successo, ma Michela rompe definitiva- mente con Annabella e nonostante i numerosi tentativi che questa fa nel tempo per riallacciare i rapporti, non la vorrà più vedere. Mutano i tempi, certo, ma permangono pur con ovvie modifiche, antiche paure, remote paure, antiche tabuizzazioni. È indubbio però che la donna sia oggi ormai in cammino sia in senso letterale, sia in senso metaforico. È in tale cammi- no molto è stato fatto ma ancora molto rimane da fare, ché i processi per conquistare la consapevolezza sono sempre complessi e articolati. Ma da parte dei maschi il cammino è ancora più lungo, ché la cultura maschilista, la tradizione virilocratica sono plurimillenari e richiedono un ancora maggiore sforzo perché siano trascesi realmente. Ma questo non li rende meno necessari e urgenti.

Quaderno dell’8 Marzo 2019 #2

Luigi M. Lombardi Satriani

Maria da GRETA Quaderno dell’8 Marzo di sos KORAI

Era l’inizio del 2014, a luglio avrei conseguito, se tutto fosse andato per il meglio, la laurea in medicina e chirurgia. Lo stress per gli ultimi esami da incasellare nei tempi giusti a volte mi offuscava la mente e mi faceva trascurare con grande pena i miei affetti più cari. Sul finire di febbraio appresi che il mio ateneo aveva da poco stabilito una convenzione che consentiva scambi culturali e di formazione presso un’Università in Uganda. L’idea da subito mi affascinò e cercai, con l’aiuto del mio docente di malattie infettive, fautore della convenzione, di creare un piccolo gruppo di persone motivate a partire. In poco tempo trovai quelle che sarebbero poi divenute, da lì a poco, compagne di viaggio e, in seguito, amiche speciali.

Prima di poter partire, iniziai a preparare tutto: le diverse vaccinazioni e la profilassi antimalarica, cose assolutamente banali con il senno di poi. Arrivò quindi il momento di partire, il due agosto. Partenza nel primo mattino, scalo poi a Roma, poi a Kigali e finalmente Entebbe. Il primo viaggio veramente lungo della mia vita, non riuscì a dormire in aereo, guardai diversi film e lessi qualcosa. All’arrivo era l’alba su Entebbe. Uscite dall’aeroporto cercammo colui che doveva portarci al nostro alloggio. Incontammo un uomo, tra i tanti, con un foglio A4 stretto tra le mani, i nostri nomi scritti con un pennarello rosso consumato, qualche lettera in meno o di troppo nei nostri nomi. Ma ci eravamo trovati. Paul, il nostro autista, da subito si dimostrò accogliente e gentile. Mi sedetti sul posto di fianco al guidatore e iniziai a fargli, nel mio inglese, mille domande. Le mie amiche dietro in silenzio.

Costeggiammo il lago Vittoria. Uno spettacolo indescrivibile, come i mille che sarebbero seguiti nei giorni successivi. Ogni tanto sulla riva gruppi di piccoli pescatori con le loro barchette oneste e usurate. Dopo due ore e mezzo di viaggio arrivammo al nostro alloggio. Un posto abbastanza spartano, ma tutto sommato accogliente. I nostri 4 lettini in camera erano sormontati da piccole zanzariere per proteggerci nel corso della notte.

Facemmo le assegnazioni dei chi dorme dove e iniziammo ad esplorare la nostra nuova dimora. Una piccola cucina in comune con qualche scarafaggio a farci compagnia e un salotto dove vivere la vita in comune con i nostri inquilini, altri ragazzi provenienti sia da altre regioni italiane che da altre parti del mondo. Nel pomeriggio, dopo aver mangiato qualche merendina che ci era rimasta in borsa, ci recammo in visita presso la struttura dove avremmo

lavorato per le successive settimane.

Un paio di chilometri da fare a piedi ci separavano dall’ospedale. Ma in mezzo un traffico infernale e selvaggio, mille boda-boda, un’aria paradossalmente inquinatissima e irrespirabile. Arrivammo a destinazione, un ospedale molto grande rispetto a quello dove ci eravamo formate. Venimmo assegnate ciascuna ai rispettivi reparti e rientrammo a casa. Nel frattempo sbrigammo le ultime cose, corsa a fare una sim card per poter comunicare con casa e comprare qualcosa da mangiare.

Il giorno dopo iniziammo la nostra attività in ospedale. Sveglia presto, colazione veloce, ricordarsi di prendere il malarone e via. Mi assicurai di avere tutto con me: il camice, il fonendo, la mascherina con il filtro giusto per proteggermi dalla tubercolosi come mi era stato raccomandato.

Mi recai presso il reparto di malattie infettive, dove ero stata assegnata. Rimasi da subito attonita per lo scenario che mi si presentò innanzi. Cameroni con decine di persone ammassate e in condizioni gravissime, sotto i letti, su dei pezzi di cartone sparsi qui e là e arrangiati alla men peggio, i parenti dei ricoverati.

La cosa che mi entrò dentro immediatamente fu proprio la puzza di quei luoghi di sofferenza, un odore acre e pungente che nei giorni dopo imparai ad amare e non è mai più andato via da me e che, oggi che sono a casa, a volte mi manca. Vidi casi nuovi, mai affrontati in Italia, poiché in Africa, per l’assenza di cure adeguate e diagnosi tempestive, il medico può osservare l’evoluzione naturale delle malattie, Sostanzialmente, vidi ogni giorno l’evoluzione dell’infezione di HIV nel conclamato AIDS, con quadri gravissimi.

Ogni giorno, non ritrovai che la metà dei pazienti visti il giorno prima, qualcuno era morto nella notte, qualcun altro qualche ora dopo il mio rientro a casa. I casi di tetano, malattia si può dire scomparsa in Italia grazie alla vaccinazione, erano diversi. Ricordo il primo che vidi. Un giovane ragazzo di 30 anni che era stato messo dietro una tenda costruita con sacchi neri della spazzatura per essere protetto dalla luce che scatena le contrazioni tetaniche che possono essere dolorosissime; da noi non avrebbe contratto il male perché sarebbe stato vaccinato o comunque avrebbe ricevuto immedia- tamente le cure adeguate.

La notte, prima di addormentarmi, rivedevo i volti delle persone che erano morte e sentivo un gran senso di colpa, ma al tempo stesso constatavo il mio essere fortunata per essere nata dalla parte “giusta” del mondo e quanto importante possa essere in que- sto senso la geografia. I giorni volarono via, la sera tornavamo a casa e lavandoci il viso, lasciavamo sull’asciugamano la terra rossa d’Uganda e il nostro stremo. Dopo due settimane, mi resi conto di come gli Africani siano in realtà un grande popolo, un popolo per cui non esiste il verbo avere, ma il verbo essere. Essere una famiglia, essere parte dell’U- niverso, essere insieme indipendentemente da come sei. Dividevano con noi tutto. Superata la diffidenza iniziale, amicizie profonde e sincere nascevano.

Dalla terza settimana, mi spostai in pediatria. Inutile dire lo strazio provato sin dal primo momento. Bambini morivano come mosche per banalità, per l’assenza di antibiotici o altri farmaci comuni che buttiamo via, poiché scaduti, dai nostri armadietti in bagno ogni anno. In qualche modo sei preparato alla morte di un adulto o di una persona anziana, ma quando muore un bambino, senti che è la speranza ad andar via, il futuro di un popolo che si sgretola. Tra mille riflessioni di questo genere, passai al sesto lettino di quella mattina e incontrai il piccolo Martin, un bimbo bellissimo di cinque anni ricoverato per un problema urologico che si portava dietro dalla nascita e che in Italia si sarebbe immediatamente risolto.

Rimase colpito dai miei occhiali, lo guardai, piccolo e sudicio nella sua felpina gialla di pile e con le ciabattine arancioni di almeno tre taglie più grandi. Presi un guanto dalla mia tasca, ci soffiai dentro e lo chiusi a mò di palloncino. Poi ci disegnai sopra due piccoli occhi e una risata. Glielo diedi e lui sorrise, ma non se ne interessò più che un tot. Lo diedi allora ad un’altra bambina che si era avvicinata nel frattempo, incuriosita dalla scena.

Martin continuava a fissare i miei occhiali. Lo presi allora in braccio e glieli diedi, nonostante senza non è che vedessi molto e lui frettolosamente subito ad indossarli. Una grande amicizia speciale era nata, senza una parola pronunciata. Di fondo, parlavamo la stessa lingua. Dopo qualche minuto, sopraggiunse il pranzo per i piccoli ricoverati: una piccola bustina contenente 100 ml di latte e un uovo sodo. Il piccolo Martin mi tirò il camice mentre io mi ero un attimo voltata e mi porse il suo uovo. Era disposto a dividere con me, nonostante non avessi fatto nulla per lui, il pasto più importante della giornata, consapevole che non avrebbe avuto altro. Di fronte a quel gesto, davvero indescrivibile, capii in realtà quanto grande può essere l’amore per gli altri e quanto cieca ero stata nel corso della mia vita, nonostante avessi sempre cercato di vivere di sani principi e senza nuocere a nessuno.

L’incontro con questo sconosciuto bimbetto mi aveva in qualche modo cambiata. Le persone continuavano a morirci sotto gli occhi come mosche. L’impotenza di fronte a tutto questo lasciava un ampio spazio alla rabbia che spingeva a dare alle persone che incontravi, in uno strato estremo di povertà, le cose che possedevi. Compravi la frutta, ma tornando a casa ne rimanevi priva poiché la davi ai bambini che ti tendevano la mano per strada. Davi via i tuoi vestiti e le cose che avevi portato.

Durante un fine settimana, decidemmo di fare visita a un lebbrosario. Non credevo che potessero esisterne ancora al mondo. In un posto incontaminato, sulle rive del lago Vittoria, una piccola comunità di suore si prendeva cura di queste figure silenziose, fantasmi di loro stesse che soggiornavano in questo remoto villaggio.

Alcuni di loro avevano con mezzi di fortuna costruito delle protesi a prolungamento di parti del loro corpo che la lebbra aveva portato via. Dare la mano ad una di queste persone è stata una delle esperienze più forti della mia vita. Eppure, questo anziano signore di 80 anni senza conoscermi né temermi mi allungò la sua mano, priva delle dita che gli avrebbero consentito di stringere la mia. Io ricambiai con sincero affetto quel gesto, con senso di universale amore. Rientrammo nel silenzio e i giorni e la fatica continuarono a scorrere nelle nostre vite, finchè non arrivò dopo qualche settimana il tempo di rientrare. Salite sull’aereo, un grande senso di angoscia mi prese. Non volevo partire, non volevo ritornare, sentivo che quella terra era diventata la mia.

Maria Mazzitelli

Nasrin Sotoudeh

L’ avvocata e attivista per i diritti umani iraniana Nasrin Sotoudeh é stata condannata a 38 anni di carcere e a 148 frustate.

“Quando ti impegni per certe condanne sei condannata un pò anche tu”

I diritti femminili rimangono la sua ossessione ed é così che ha sostenuto le ragazze del ” My Stealthy Feedom” che lottavano per l’ abolizione dell’ hijab.

Oggi é rinchiusa in prigione, non le fanno vedere né i figli né il marito

Nasrin Sotoudeh

L’ avvocata e attivista per i diritti umani iraniana Nasrin Sotoudeh é stata condannata a 38 anni di carcere e a 148 frustate.

“Quando ti impegni per certe condanne sei condannata un pò anche tu”

I diritti femminili rimangono la sua ossessione ed é così che ha sostenuto le ragazze del ” My Stealthy Feedom” che lottavano per l’ abolizione dell’ hijab.

Oggi é rinchiusa in prigione, non le fanno vedere né i figli né il marito

Un fiore sulla scrivania

Intervista di Eugenio Arcidiacono a Tatiana Biagioni

” Se provi attrazione per una collega e metti un fiore sulla sua scrivania, non compi una molestia. Lo diventa se lei non gradisce e tu ripeti il gesto.”

Nel suo studio di Milano l’avvocato Tatiana Biagioni da anni ascolta le storie di donne che subiscono molestie sul posto di lavoro. Parla in modo pacato, ma si accalora quando le chiediamo di Asia Argento e del produttore Weinstein che l’ha violentata. «È vergognoso perché si cerca di deviare l’attenzione sul fatto che lei abbia denunciato dopo vent’anni, mentre ciò che conta è l’abuso che ha subìto. Quello che è accaduto a lei lo ritrovo in tante donne comuni che si sono rivolte a me: un uomo molto potente e di una certa età di fronte a una donna giovane in condizione di inferiorità. Come si fa a giudicare in modo così superficiale, a dire: potevi rifiutarti? Ogni donna reagisce in modo diverso e ogni situazione è diversa. Di norma non si denuncia: si cerca di andare avanti, cercando la strada che si ritiene meno dolorosa».

Perché non si denuncia?

«Il primo motivo è appunto la paura, del tutto fondata, di perdere il lavoro. Poi c’è la vergogna di essere giudicate dalla società o anche dai propri familiari. Una vergogna frutto del pregiudizio che si esplicita in espressioni come “un motivo ci sarà stato” o “se l’è andata a cercare”. Mentre è assodato che quasi tutti i molestatori sono seriali e quindi tendono a ripetere il loro comportamento a prescindere dall’atteggiamento della vittima. Eppure nei racconti che le donne mi fanno c’è sempre il senso di colpa per non essere riuscite a comportarsi diversamente».

Qual è il confine tra il corteggiamento e la molestia?

«Prima di tutto bisogna concentrarsi sul luogo, ossia il posto di lavoro. C’è una bella differenza se una battuta anche pesante viene fatta durante una cena tra amici o dal tuo capo mentre stai lavorando. Perché a un amico puoi rispondere per le rime, mentre con il tuo capo devi avere a che fare tutti i giorni, quindi non sei assolutamente libera. Poi la legge definisce la molestia un comportamento indesiderato che ha l’effetto di produrre un clima intimidatorio, offensivo e umiliante. Quindi assume il punto di vista di chi lo subisce, non di chi lo compie. Il quale può anche non avere lo scopo di molestare, ma se produce questo effetto, per la legge si configura così. In generale sul posto di lavoro non sono ammesse battute a sfondo sessuale: se un uomo le fa e vede che la collega non ride o cambia argomento, deve essergli chiaro che il comportamento è indesiderato. Così come se vede che la collega si ritrae quando lui cerca un contatto fisico».

Veniamo da decenni di conquiste dei diritti femminili. C’è stata una regressione?

«Negli ultimi vent’anni è accaduto proprio questo. Molti uomini di fronte alle accuse si indignano: “Ma come, io non l’ho toccata nemmeno con un dito…”. Perché identificano il molestatore con lo stupratore, ma non è così. Il problema è che spesso nemmeno le donne sono consapevoli di ciò che subiscono. Se il tuo capo ti invita a cena, tu rifiuti e lui te la fa pagare in qualche modo sul lavoro, allora la regola deve essere che si comunica questo comportamento ai responsabili aziendali e se non basta si fa una denuncia per molestie. Solo così questo fenomeno potrà finire».

Però nessun datore di lavoro ammetterà mai che è stato quello il motivo del licenziamento…

«In effetti è un problema, perché l’onere della prova spetta alla vittima e non è quasi mai semplice dimostrare le accuse. Però, dato che i molestatori sono seriali, si possono cercare altre testimonianze che avvalorino la denuncia. In più, la Cassazione ha anche sancito la possibilità di usare a scopi difensivi registrazioni audio, oltre a mail, chat e Sms».

Chi denuncia cosa può ottenere?

«Prima di tutto ogni atto conseguente alla molestia viene dichiarato nullo, dal licenziamento al demansionamento, al trasferimento. E poi si può chiedere un risarcimento del danno non patrimoniale».

La legge obbliga i datori di lavoro a tutelare l’integrità fisica e morale dei dipendenti. Quindi in caso di molestie anche loro sono responsabili…

«Le aziende dovrebbero essere le prime a denunciare, anche solo perché gli converrebbe da un punto di vista economico. Una persona molestata rende il 70% in meno, ma anche tutti quelli che le stanno intorno provano disagio e quindi sono meno produttivi. E invece c’è ancora la tendenza a lavare i panni sporchi in famiglia».

Modulo d’iscrizione al Concorso Finestre Balconi Vicoli Fioriti Tropea

#PrincipatodiTropea

Ami i fiori e le piante e vuoi che Tropea sia ancora più bella?

Partecipa anche tu!

Il Concorso si articola in due sezioni riservate rispettivamente ai privati e ai commercianti e albergatori, scarica il modulo d’iscrizione che ti riguarda, compilalo ed inoltralo ad

asscommtropea@gmail.com

dal 15 aprile fino alle ore 12 del 18 maggio.

Ti divertirai, farai crescere la tua Cittá e potrai vincere buoni premio per

l’ acquisto di piante, bulbi e semi

Concorso per Tropea in Fiore Modulo Iscrizione Privati

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Concorso Finestre Balconi Vicoli Fioriti Anna Maria Piccioni Città di Tropea

#PrincipatodiTropea Sono felice di presentarvi il Concorso, intitolato all’Artista innamorata di Tropea Anna Maria Piccioni, dedicato, nell’Anno Mottoliano, a Francesco che, assieme ad Irma, fece di Tropea un’Isola d’ Amore.

Grazie al fotografo Vins Croatio Frak, ad Anna Miceli, condirettrice artistica, a Mariantonietta Pugliese, che con me coordina l’ evento, ai numerosi Promotori e a Giovanni Macrì Sindaco di Tropea che, dopo un anno di sosta, ha rilanciato alla grande lo splendido Concorso

“Finestre Balconi Vicoli Fioriti Anna Maria Piccioni Città di Tropea”