Archivio mensilemaggio 2019

Letizia Battaglia

“La Città di Palermo l’ho amata e odiata: la mia Palermo fa puzza e questo mi piace molto. È la Palermo che io amo, quella del centro storico: quella dei quartieri “bene” non mi interessa, non ci vado, non ho amici da quelle parti. Palermo puzza splendidamente, è il motivo per cui non riesco a lasciare questa città: la sua potente decadenza che tenta di rialzarsi continuamente. Palermo è affascinante per me, potrei vivere a New York, Parigi, Roma o Napoli, ma vengo sempre attratta da Palermo. C’è del bello, una storia dietro di noi che è importante e che bisogna rispettare. C’è una lotta nel presente da anni che forse non sapete, forse taciuta e non amata, ma noi lottiamo continuamente. La nostra bellissima vita molta gente la vive lottando per cambiare una realtà che spesso non è stata voluta da noi, ce la siamo trovati per colpa di governi che hanno preteso per decenni che fossimo un bacino di voti. Perciò la povera Palermo è stata gestita da politici mafiosi: come potevamo reagire se un potere politico era lì a volere che eravamo solo voti? E la Mafia era lì per portare voti a Roma.”

“Fotografa della Mafia” è un titolo insopportabile. Io ho fatto la cronista per diciannove anni per il giornale l’Ora da freelance poi sono andata a Milano perché dovevo andare via da Palermo. Ho iniziato a proporre gli articoli, ma non andavano bene senza foto, per questo ho incominciato a fotografare. Poi il giornale l’Ora mi ha richiamata e sono stata felice di ritornare a Palermo. Fui la prima donna, in Italia nel 1974, a lavorare per un quotidiano: le fotografe sono sempre esistite, ma con un lavoro più calmo. In un quotidiano di una città come Palermo, in quegli anni particolari, non ho fatto foto solo di Mafia; ho fatto di tutto, bastava portassi delle fotografie. Erano molto esigenti al giornale l’Ora, 24 ore su 24. Una grande scuola di giornalismo civile, io gli devo molto. Era un ambiente composito, era un giornale comunista del pomeriggio, c’erano i vecchi comunisti che avevano un certo tipo di formazione e poi c’erano i giovani che oggi sono tra i più grandi giornalisti italiani. C’era un fermento contro il fascismo, contro la Mafia e contro la corruzione: in questa sono stata fortunata

“Non ho fotografato solo io i morti di Mafia. C’erano altri fotografi, solo che io ho usato le mie foto per fare delle esposizioni contro la Mafia, perché a me non piace. Io nel mio piccolo facevo il meglio per raccontare alla gente quanto era brutta, cattiva e sporca. Ma io veramente ho fatto di tutto, anche matrimoni e paesaggi. In questa mostra del MAXXI ci sono tutti questi momenti. Io mi chiedo dove sono le foto degli altri fotografi, perché non le tirano fuori per raccontare cosa fu in Italia? C’è una cronaca da raccontare”

Il lavoro come impegno civile e responsabilità politica

“Io vivo in coerenza con tutto quello che faccio. Non posso separare la mia fotografia da come gestisco la mia vita, da come amo e da come mi vesto. L’impegno civile nasce dall’infanzia, quando percepii che c’era un’ingiustizia, che noi avevamo il Parmigiano e la signora affianco a noi no, io lo rubavo a mia Madre e lo portavo. È una cosa nata con me.”

Io non ho mai considerato me stessa come artista, lo capisco ora perché nei musei chiedono le mie foto. Io mi sono mossa come persona, dovevo correre: mentre lavavo i piatti mi chiamava il giornale che diceva di correre. Ho voluto essere una persona semplice, una vita senza vanità. Sono stata deputato, in Sicilia a tutti dicono “Onorevole, Buongiorno” a me semplicemente “ciao Letizia”. Ho trasmesso questo.”

Colleghi maschi

“Ho avuto colleghi maschi nello studio ed è andata benissimo. Più in generale, nel mondo a me è andata bene. (So di Paola Agosti che a Roma si è dovuta ritirare perché le davano i calci quando doveva fotografare. Piccolina, brava fotografa.) È chiaro che ci sono problemi, però se ti imponi si fa. La polizia mi impediva di fotografare certe contingenze, ma poi quando ho cominciato ad urlare era imbarazzante. Ho trovato questo stratagemma e poi ho trovato l’aiuto di Boris Giuliano che fu capo della squadra mobile, meraviglioso non più sbirro che poi fu ammazzato, molto gentile.”

I morti, amici o persone care

“Tante sono le persone che stimavo o che amavo che sono morte per colpa della Mafia.”

“Io non ho fotografato né la strage di Capaci, né Falcone, né Borsellino, ma ero là. Mi dispiaccio oggi di questo: un fotografo deve fotografare ed è importante come documento, come espressione personale, per lasciarlo ai posteri. Io, però, non ce la facevo più, per questo poi andai fuori.”

Le foto di omicidi oggi

Dipende da come le cose vengono fotografate e portate a conoscenza. C’è una foto che io amo e amo questa fotografa donna, che ha fotografato quel piccolo bambino profugo morto sulla spiaggia. Pure lì si parlò di scandalo. Perché no? Devi fare vedere anche quello. Ci sono quadri in cui si mostra una decapitazione e sono nei musei. Noi abbiamo delle testimonianze e dipende dalla fotografia, se c’è rispetto o se è solo l’orrore della carne macellata. Dentro deve esserci un rispetto per quello che fotografi, devi fare sentire quello che senti dentro. Un bravo fotografo non registra solo quello che vede, ma anche quello che ha dentro: è complicato, ma ci possiamo riuscire. Non è solo l’attenzione ai particolari, l’angolazione, ma tutto soprattutto il sentimento che tu hai: cerchi di restituire la tristezza del fatto in un modo che conserva il rispetto.”

Grandi fotografi maestri

“Ero molto amica di Josef Koudelka, siamo andati insieme col camper in Turchia, in Jugoslavia e nel nord Europa. Lui è meraviglioso, è stato un maestro che mi ha dato tantissimo e lo considero uno dei più grandi fotografi del mondo: è bello ed importante avere dei maestri. Io me lo sono cercato, lui doveva fotografare le processioni e telefonò perché doveva avere ospitalità. Appena ho sentito che era lui stavo cadendo per terra. Quando venne, Koudelka ha guardato le mie foto, c’era anche il mio ex compagno Franco Zecchin. Dietro una foto se gli piaceva metteva una K e ne ho avute tante. Io non ho più fotografato cose buone per un anno, perché essere sottoposti ad un giudizio di una mente così mi ha scosso.”

Passare dal padre al marito, sposata a 16 anni, 3 figlie, separata, matrimonio come prigione?

“È complicato parlarne perché sono stati anni molto dolorosi per me. Avevo un padre geloso che mi aveva chiuso in casa, ho cercato sempre di andarmene. L’unica via allora era sposarmi, passare dal padre al marito, un uomo che mi amava. Non eravamo fatti l’uno per l’altro, ma è durato tanto questo matrimonio anche in modo tragico.”

Ricostruire la famiglia

“Sono riuscita a stare vicino a mio marito, dopo vent’anni di separazione, nell’ultimo anno di vita e di questo sono molto contenta: ho sentito affetto per lui come un fratello. Amo molto il perdono e capire come sono andare le cose e ho capito che se avevo sofferto è perché lui non poteva fare diversamente da quello che era: non capiva una ragazza inquieta e piena di voglia di fare come me. È stato molto bello ricostruire la famiglia, dentro di me non l’avevo mai distrutta. Sono stata molto vicina alle figlie anche se una donna così inquieta qualche danno l’ha fatto verso le figlie. Sono sicura che qualcosa non è andata nel verso giusto come madre, ma l’amore è fortissimo e ci amiamo tutti. Prima di venire qua mi ha chiamato dall’India mia figlia Shobha che è fotografa per farmi gli auguri per tutto quello che dovevo fare. Poi c’è Patrizia e Cisia, i nipoti, i pronipoti: è tutta una grande gabbia meravigliosa. Meglio averli, ma non sei più libero. Se hai un certo tipo di legame soffri. È una gabbia di impegno. È bellissima, io me la sono presa tutta.”

Fotografare bianco e nero.

“Il bianco e nero è bellissimo, i colori per me sono banali, non riesco a fare bene foto a colori e quelle degli altri non mi turbano molto, non mi conquistano, qualcuno c’è. Il bianco e nero è più riservato, è più discreto, è più rispettoso della realtà. Se io avessi fatto a colori quello che ho fotografato sarebbe stato terribile: basta pensare al rosso del sangue. Quando io faccio un ritratto in bianco e nero, ha la sua eleganza  solennità: mi piace molto dare onore a quando entro simbiosi con l’altro. Forse mi piace il Bianco e Nero perché sono all’antica, ho ottantadue anni e per me era una grande cosa, magari oggi è diverso.”

Oggi sono tutti fotografi con i cellulari?

Tutti sono scrittori perché c’è la biro? C’è il progetto, la disciplina, l’idea. Fare fotografia non è solo scattare, è interpretare, è entrare nell’altro e con l’altro in quello che è e quello che vuole, inventare un altro o capirlo. Guardiamo a Facebook, la foto può raccontare di un bel paesaggio ma la bravura non c’entra niente. Non c’è mediazione, è molto superficiale. La fotografia è qualcosa di più e i fotografi che rimangono sono quelli che hanno qualcosa da dire, così come accade per gli artisti. Spero di rimanere.”

Io fotografo senza la disperazione di prima. Io ho cominciato a Milano e ho avuto la possibilità di fotografare Pasolini, tra le prime foto, vennero bene. Io non ho studiato nulla di fotografia e tecnica, vengono bene da sole. Non capisco niente di tecnica, mi sembrava insopportabile vedere i fotografi maschi che comparavano la strumentazione, i teleobiettivi e altre performance formidabili delle loro macchine fotografiche. Io avevo una macchina semplice e sono riuscita fare delle foto che quando ho esposto a New York mi hanno chiesto se le avessi fatte con una macchina di alto livello.”

Il progetto a Palermo del centro di fotografia – i ragazzi possano poter vedere fiorire la bellezza

Io sono stata una fotografa sola. Non c’era una galleria fotografica, non c’era niente. I giornalisti e direttori non capivano niente di fotografia e pure oggi è così, stanno distruggendo i giornali per questo motivo. Pensiamo invece al mio centro che realizzerò, un padiglione enorme dei primi del ‘900. Ci sono due gallerie grandi una per i grandi eventi e una per i fotografi emergenti. Poi una stanza grande con l’archivio della città di Palermo, dalle fine dell’800: io chiederò a tutti di fare una raccolta delle foto, a tutti i fotografi del mondo chiederò di regalarmi una foto se sono passati da Palermo. Ci sarà fotografia ma non solo, poesia, musica, impareremo tutti insieme. Ho solo un po’ di fretta perché ho 82 anni, non so cosa mi aspetti, se avrò la forza e l’energia di continuare.

di Giuliano Cattabriga

Libertá

Ho camminato sulla lunga strada della libertà.

Ho cercato di non barcollare; ho fatto passi falsi lungo il cammino. Ma ho imparato che solo dopo aver scalato una grande collina, uno scopre che ci sono molte altre colline da scalare.

Mi sono preso un momento per ammirare il panorama glorioso che mi circondava, per dare un’occhiata da dove ero venuto. Ma posso riposarmi solo un momento, perché con la libertà arrivano le responsabilità e non voglio indugiare, il mio lungo cammino non é finito.

Nelson Mandela

Marilyn

Marilyn Monroe (1926-1962)

Marilyn Monroe, nome d’arte di Norma Jeane Mortenson è stata un’attrice, cantante, modella e produttrice cinematografica statunitense. Film come Giungla d’asfalto e Eva contro Eva furono i suoi primi successi di pubblico. Negli anni successivi, i suoi ruoli in Niagara e Gli uomini preferiscono le bionde vennero apprezzate dalla critica, ottenendo la definitiva consacrazione internazionale con pellicole come Come sposare un milionario, Quando la moglie è in vacanza, Fermata d’autobus e A qualcuno piace caldo. Fra i successi come cantante vi sono My Heart Belongs To Daddy di Cole Porter, Bye Bye Baby e Diamonds Are a Girl’s Best Friend e I Wanna Be Loved By You. Monroe si ricorda per la festa di compleanno del presidente Kennedy quando intonò Happy Birthday, Mr. President. Per il suo fascino e la sua sensualità venne ritratta in molte foto di pubblicità e di riviste, diventando un simbolo senza tempo e la prima vera sex symbol.

Addio Suor Ines

Una suora di settantasette anni, suor Ines Nieves Sancho, lunedì mattina 20 maggio è stata trovata morta nel villaggio di Nola, presso Berberati, nella Repubblica Centrafricana. Il corpo della religiosa, orrendamente mutilato, è stato rinvenuto nei locali dove lei insegnava alle ragazze del luogo a cucire e a provare a farsi una vita migliore. A quanto riferisce l’Osservatore Romano, la settantasettenne è stata uccisa e decapitata. I motivi dell’aggressione sono ancora sconosciuti e nessuno per ora ha rivendicato l’azione. Suor Ines – descritta da chi la conosceva come una donna minuta, gentile e assolutamente pacifica – apparteneva alla piccola comunità locale delle Figlie di Gesù. Da molti anni era impegnata in questo grande agglomerato della prefettura di Sangha-Mbaerè, nel sud-ovest della Repubblica Centrafricana, al confine con il Camerun. “C’eravamo viste a Pasqua – ha raccontato suor Elvira Tutolo, delle Suore della carità di santa Giovanna Antida Thouret, di origini molisane e da diciotto anni in missione nel paese africano, a Berberati – e lei non era voluta venire via. Diceva: ‘Non sono sola! Ci sono le ragazze’”.

Dì Susanna Picone

#Endometriosiparliamone

“Già al liceo, a 15 anni, avevo dei forti dolori nonostante prendessi la pillola.

Le crisi erano più o meno gravi, ma alla fin della fiera dovevo saltare le lezioni praticamente ogni mese perché o andavo in infermeria, o restavo direttamente a casa da scuola.

La ginecologa ai tempi pensò che fosse colpa della pillola che prendevo, quindi me la cambiò. Poi me ne cambiò un’altra. Dato che nessuna sembrava funzionare, il mio medico concluse che mi immaginavo tutto.

A posteriori, trovo che sia una violenza sentirsi dire una cosa del genere, soprattutto quando si è così giovani. Ma all’epoca mi convinsi che forse ero ipersensibile e che dovevo accettare la cosa e riprendere una vita normale.”

Storie ordinarie di Endometriosi

“Già al liceo, a 15 anni, avevo dei forti dolori nonostante prendessi la pillola. Le crisi erano più o meno gravi, ma alla fin della fiera dovevo saltare le lezioni praticamente ogni mese perché o andavo in infermeria, o restavo direttamente a casa da scuola.

La ginecologa ai tempi pensò che fosse colpa della pillola che prendevo, quindi me la cambiò. Poi me ne cambiò un’altra. Dato che nessuna sembrava funzionare, il mio medico concluse che mi immaginavo tutto.

A posteriori, trovo che sia una violenza sentirsi dire una cosa del genere, soprattutto quando si è così giovani. Ma all’epoca mi convinsi che forse ero ipersensibile e che dovevo accettare la cosa e riprendere una vita normale.”

Dipinto di Anna Maria Piccioni

Le mie donne

Simone de Beauvoir sorrise
e la notte dal cielo schizzò via,
il suo cuore batte forte
come batte forte la poesia,
e Maria Teresa prese
la sua matita del silenzio,
Rosa Luxemburg gridò
“Per tutti gli uomini nel vento”
Come fiori in un deserto dei miracoli
le mie donne non si piegheranno mai
Da mia madre ho preso il cuore
e non l’ha mai voluto indietro,
le parole, le sue parole
come petali sparsi in un roseto,
dalle figlie ho imparato l’alba
e la solitudine del tramonto,
l’allegria da consumare
fosse pure per un solo momento
La mia donna ha combattuto con le nuvole
dietro l’orizzonte della verità,
senza un tonfo di speranza e con i brividi
di portare in seno quello che sarà;
Dalle donne stanche di arare
in una terra fradicia di sole,
dalle donne in un ospedale
con le mani piene di dolore,
dalle ragazze dentro un urlo
dentro le strade a pugni chiusi,
da una storia senza fine
da un universo di soprusi
Dove lanciano aquiloni dietro i fulmini,
per vedere quanti sogni vengon giù,
e ci insegnano il mestiere d’esser uomini,
cosa che non ricordiamo quasi più
Solo per amore
mai perduto amore,
Solo per amore
mai negato amore,
Solo per amore
mai sprecato amore,
Solo per amore
solo per darci la gioia di vivere
Le mie donne sanno disfare
questo gomitolo di giorni,
questo groviglio di lontananze,
questo confondersi di segni;
portano in seno l’intramontabile
speranza del futuro,
la linea d’ombra che divide
quello che è falso e quel che è vero,
le mie donne non hanno prezzo e non si vendono,
si regalano per molto meno e molto più
Solo per amore
rimandato amore,
Solo per amore
travagliato amore,
Solo per amore
mitragliato amore,
Solo per amore
solo per darci la voglia di vivere

Roberto Vecchioni

Leonardo figlio di Caterina di Meo Lippi

Un prestigioso storico dell’arte britannico, Martin Kemp, specializzato in studi su Leonardo da Vinci, ha finalmente svelato uno dei misteri legati all’esistenza di Leonardo da Vinci. Nel libro “Mona Lisa: The People and the Painting”, scritto con Giuseppe Pallanti, Kemp rivela la vera identità della madre di Leonardo, figura che aveva fatto sbizzarrire gli studiosi con le più disparate congetture. Tra le più fantasiose, quella secondo cui la madre dell’artista sarebbe stata una schiava africana. Nulla di tutto questo, secondo Kemp, che, analizzando una gran mole di dati, tra cui quelli relativi alle tasse e ai possedimenti in Toscana negli anni nel periodo in cui Leonardoera nato, si dice certo che la madre del genio fosse una giovane orfana di appena quindici anni, Caterina di Meo Lippi, sedotta da un avvocato fiorentino di venticinque anni, Ser Piero da Vinci. La famiglia dell’avvocato provvide subito a combinare le sue nozze con un miglior partito, ma offrì una dote anche a Caterina, che potè così sposare un contadino, Antonio di Piero Buti. Il piccolo Leonardo crebbe invece con il nonno paterno Antonio da Vinci, che, nel resoconto delle tasse dell’anno 1457 segna i familiari a suo carico, tra cui Leonardo, figlio illegittimo del figlio Piero e di Caterina.

Secondo Kemp, data la povertà di Caterina, non esisterebbe nessuna casa in cui Leonardo nacque. Caterina mise al mondo il bambino destinato a diventare un artista a dir poco geniale nei campi, all’aperto. Cadrebbe così l’attribuzione di “casa natale di Leonardo” che fino a oggi designava un’abitazione ad Anchiano, vicino Vinci, visitata ogni anno da numerosi turisti, ansiosi di vedere il luogo dove nacque l’artista. 

Dal Web

Una grande Titanessa

Ci sono immagini manzoniane o icone fotografiche di una pregnanza comunicativa tale da far tracimare sentimenti espressionisti.
Una è questa, ad esempio, in un misto di durezza e tenerezza: è del grande Pepi Merisio: la trovo emblematica. La donna che sopporta carichi immensi con la dignità e la fierezza di una regina. Mi incanta il colletto bianco col pizzo… più prezioso di una collana di diamanti, dice Beatrice Lento, cara amica, istituzionalmente impegnata.

Anch’io mi lascio prendere da questo stesso sguardo muliebre, tutto composto, a vedere, mentre occupa la panoramica sovrastante: la saccoccia sulla testa sembra, poi, andare oltre le vette della montagna, stagliando una figura, che s’affigge nella volta celeste tra gli sbuffi delle nuvole. Una roccia emersa dalla terra: una grande Titanessa.

Non nascondo che alla descrizione mi si avvicina pure la lirica dell’anima, che vergata a mano da Alda Merini, sembra fare proprio per questo personaggio femminile:
Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso
sei un granello di colpa
anche agli occhi di Dio
malgrado le tue sante guerre
per l’emancipazione.
Spaccarono la tua bellezza
e rimane uno scheletro d’amore
che però grida ancora vendetta
e soltanto tu riesci
ancora a piangere,
poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,
poi ti volti e non sai ancora dire
e taci meravigliata
e allora diventi grande come la terra
e innalzi il tuo canto d’amore.

Personalmente, sopra tutte le righe, penso alle incombenze familiari di ogni donna, centuplicate a tante altre cose (che, oggi, chiameremo lavoro straordinario, mentre, allora, era solo ordinario su ordinario, punto e basta!). Alla bellezza dignitosa di tutte queste donne, come questa che lavora umilmente ai campi, dovremmo ripetere infinitamente grazie, per aver preparato il terreno a tante meritorie conquiste su temi di parità e di ruoli sociali. 

Certo, oggi la situazione si fa paradossale in una fase di transizione alquanto paradossale. Fuori il padre, fuori la madre, dentro i nonni, o figure sostitutive raccolte qua e là nella vasta gamma della scenografia pubblica e privata del nostro territorio, senza parlare di tanti nostri giovanissimi, delegati ormai alle scuole, come surrogato dell’ambiente domestico. Un equilibrio va trovato – è opinione condivisa da tutti – senza gravare, però, sulla pelle dei soliti ruoli, codificati, per lungo tempo, da una genetica di tradizioni, che è offensiva di tutto l’impianto evoluzionista postdarwiniano. Giacché i geni sono pari e non dispari, ne conviene che geniali sono gli stessi compiti, anche per le stesse cose! Quindi, rimbocchiamoci le maniche!
Francesco Polopoli

La nostra Socia Vittoria Saccá premiata dal Rotary

Brava Vittoria, meritatissimo riconoscimento, il Premio alla Professionalitá gratifica la qualità del tuo impegno e il Servizio reso alla Comunità su tantissimi versanti.

sos KORAI Onlus é con Te nella gioia e ti augura tante altri successi e gioie.

Vittoria é stata maestra e professoressa, é giornalista, scrittrice, poetessa, pittrice, opera nel Volontariato su tantissimi fronti e, soprattutto, é vicina a chiunque chieda la Sua collaborazione.

Brava Vittoria!