Archivio mensile 23rd Gennaio 2021

Sonderai

Sonderbau” significa“edificio speciale”, e ha un’accezione sinistra, se pensiamo ai campi di concentramento. Tra le mura di tali edifici, fu attuata l’ennesima umiliazione ad opera dei nazisti: la prostituzione nei lager.

Sonderbau

Tutto ciò iniziò con una visita di Heinrich Himmler, il capo delle SS, nel campo di concentramento di Mauthausen. Dopo aver notato la poca produttività dei prigionieri, Himmler ebbe un’idea grottesca. Al fine di incentivare il lavoro dei prigionieri, fu disposta la costruzione dei Sonderbau nei principali campi di concentramento.

Le donne scelte per prostituirsi erano sotto i 25 anni di età, per la maggior parte tedesche, ma anche provenienti dai Paesi occupati. In ogni caso, furono escluse le italiane e le ebree perché“non ariane”. Le condizioni di vita nei Sonderbau erano relativamente buone: ritmi di lavoro abbastanza leggeri, razioni di cibo accettabili e la promessa di essere liberate dopo sei mesi. Tale promessa non fu mai mantenuta.

I Sonderbau vennero inoltre giustificati anche moralmente. Si diceva, infatti, che la prostituzione servisse ad arginare l’omosessualità sempre più diffusa nei lager, e non solo trai prigionieri. Tuttavia, agli ebrei e ai prigionieri di guerra russi fu proibito frequentare i Sonderbau: erano ammessi i “triangoli verdi” (erano chiamati così i criminali comuni) e, ovviamente, le guardie.

In una realtà così terribile, si sa, la priorità è sopravvivere, e ci si adatta a tutto. E così fecero le donne del Sonderbau. Prima di iniziare ad esercitare, era obbligatoria la sterilizzazione senza anestesia. Nonostante ciò, in alcuni casi si registrarono gravidanze, che vennero prontamente interrotte con l’aborto.

Gli internati non frequentavano i bordelli dei lager solo per il piacere del sesso. Essi sentivano la necessità di tornare persone, dimenticando per un quarto d’ora gli appelli e le rigide regole del lager. Alcuni di loro facevano regali alle donne, mentre altri ancora volevano solo fare conversazione. Una piccola isola di umanità in un oceano di violenza e bestialità.

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, le donne del Sonderbau si sentirono in colpa per essere sfuggite alla sorte delle altre prigioniere, e decisero di non testimoniare. Nessun risarcimento per loro. Solo negli anni Novanta la verità dei Sonderbau venne fuori. Studiosi e autori di tutto il mondo diedero finalmente voce alle donne che subirono tanti soprusi per sopravvivere.

Dal Web

ENDOMETRIOSI?…parliamone!

L’endometriosi è una patologia subdola difficile da diagnosticare. Si stima che prima di giungere ad una diagnosi ogni donna affetta dalla patologia trascorra, in media, tra i 5 e i 7 anni di dolori senza nome.
Anni spesi tra visite mediche, sofferenze e silenzi che generano debolezza e dolore anche nell’anima. Esistono però dei campanelli d’allarme al ricorrere dei quali è opportuno insospettirsi e rivolgersi ad un ginecologo specializzato in endometriosi.

Esistono alcuni sintomi che, letti nel loro insieme, potrebbero essere la chiara spia verso una diagnosi di endometriosi. Per questo ascoltate il vostro corpo e non sottovalutate ogni minimo segnale che vi invia!

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Auguri da sos KORAI a Marisa Rodano

Auguri ai cento anni di Marisa Cinciari Rodano
Domani, Marisa Cinciari Rodano spegnerà le cento candeline e a farle gli auguri c’é anche l’Associazione sos KORAI. Pensando alle sue infaticabili lotte per la libertà del genere femminile, sia nelle aule parlamentari che nelle piazze, viene spontaneo offrirle un segno di ammirazione proprio nel suo centesimo giorno Natale. Tra l’altro é stata proprio lei a donarci la mimosa come simbolo dell’8 Marzo, Giornata Internazionale della Donna, nel 1946, un fiore umile e gratuito e al tempo stesso forte e abbondante che cresceva rigoglioso nei dintorni di Roma. Marisa nacque a Roma, fu partigiana e antifascista, militò nel Movimento dei Cattolici Comunisti e nei Gruppi di difesa della donna.Tra le fondatrici dell’Udi, Unione donne in Italia, é stata la prima vicepresidente donna di Montecitorio, senatrice ed europarlamentare. La sua attenzione all’emancipazione femminile é stata e continua ad essere assoluta. La ragazza del ‘46 dice a noi donne di oggi:”…esprimete sempre il vostro pensiero, vivete intensamente, cercate di fare squadra, unitevi con le altre che hanno i vostri stessi problemi, perché solo lavorando insieme si portano a casa i risultati.” Marisa riconosce che ancora la strada dell’emancipazione é in salita, malgrado le grandi conquiste le retribuzioni non sono alla pari con quelle maschili e mancano i servizi a sostegno delle famiglie. Gli uomini italiani fanno fatica ad accettare la parità ecco il perché del femminicidio e della violenza contro le donne.Per Marisa la battaglia più dura rimane quella del lavoro, si é realizzato molto ai livelli alti ma nella quotidianità c’é ancora tanto da fare. Grazie Marisa, il tuo esempio luminosissimo ci sia da guida e a te il nostro affetto, la nostra stima e l’augurio di nuove, entusiasmanti battaglie a favore della Donna.

Maria Borgato

Maria Borgato dei Soti (Saonara (PD)1898- Ravensbrück 1945)
Di famiglia contadina, catechista, suora laica della Compagnia di S.Orsola, inabile ai lavori agricoli per una deformazione alla gamba, lavora presso la scuola di ricamo della Contessa Pia di Valmarana. Vicino alla casa Borgato c’è un campo di lavoro per 130 prigionieri inglesi di varie nazionalità catturati durante la guerra d’Africa. Dopo l’8 settembre per evitare il trasferimento in Germania fuggono dal campo e si disperdono nella campagna. Maria diventa l’organizzatrice degli aiuti a questi prigionieri sbandati, rac cogliendo viveri e indumenti. A fine autunno tramite la farmacista del paese entra in collegamento con le sorelle Martini e la rete di salvataggio in cui sono inserite per il trasporto dei prigionieri in Svizzera. Con la nipote Delfina, Maria riesce a portare in salvo una cinquantina di alleati, ma nel marzo del ’44 , avvertiti da una spia, fascisti e tedeschi arrestano Maria, la nipote, le sorelle Martini e tutte le altre donne e uomini dell’organizzazione. Vengono portate per i primi quattro mesi nel Carcere S.Maria Maggiore di Venezia, poi nel campo di concentramento di Bolzano, da lì Maria, in ottobre, separata dalla nipote che con le sorelle Martini è deportata nel lager di Mauthausen, è trasferita nel campo prevalentemente femminile di Ravensbrück dal quale non tornerà più. Una compagna di prigionia, Maria Raimondi, ha testimoniato che Maria, nonostante i gravi problemi di salute accentuati dalle privazioni e dalle vessazioni del lager, non si lamentava mai, sostenuta dalla sua grande fede. È in corso il processo di beatificazione.

Dal web

Per 238 giorni Ebru Timtik non ha mangiato. Il suo corpo è diventato sempre più fragile e piccolo, ora dopo ora. Poi il suo cuore giovane non ce l’ha più fatta e si è fermato. Pesava appena 30 chili e negli ultimi giorni poteva bere solo attraverso una piccola siringa. Così è morta a Istanbul, il 27 agosto 2020, l’avvocatessa e attivista per i diritti umani.

«È morta da martire», hanno scritto i membri dell’Associazione degli Avvocati progressisti di cui Ebru Timtik faceva parte. Insieme a 17 colleghi era stata condannata, nel 2019, a 13 anni e mezzo di carcere per «appartenenza a gruppo terroristico», in particolare di essere legata al gruppo marxista-leninista Dhkp-c, Fronte di Liberazione del Popolo Rivoluzionario. Tra gli altri, Timtik aveva difeso la famiglia di Berkin Elvan, un adolescente morto in seguito alle ferite riportate durante le proteste di Gezi Park nel 2013. Con l’Associazione di cui era socia, Ebru Timtik difendeva gli oppositori di Erdogan.

«È stata fatta morire sotto i nostri occhi», ha scritto sui social, Sezgin Tanrikulu, deputato del Chp, la principale forza di opposizione al presidente turco Recep Tayyip Erdogan. «L’abbiamo persa a causa della coscienza cieca della giustizia e della politica. Il suo unico desiderio era di avere un processo equo e onesto». Il 14 agosto, la Corte Costituzionale aveva rigettato il ricorso il ricorso presentato a giugno dal collegio difensivo internazionale contro la sentenza emessa sulla base di un’unica testimonianza di un detenuto rimasto anonimo. Poco prima, il tribunale di Istanbul aveva rifiutato di scarcerare l’attivista, nonostante un referto medico evidenziasse le sue condizioni di salute critiche e incompatibili con il carcere. In risposta, Ebru Timtik e il suo collega Aytac Unsal, anche lui condannato e in sciopero della fame insieme a lei, sono stati trasferiti in due diversi ospedali della città.

“Non vogliamo giustizia solo per noi, combattiamo per i diritti di tutti”.

Scritto da David Sassoli

Erica Jong

“Molti uomini desiderano porsi al di sopra delle donneperché non riescono a stare al pari con gli uomini.”
ERICA JONG

Le guerriere della natura

In Sudafrica un gruppo di donne combatte contro i trafficanti di rinoceronti e altre specie in pericolo .

Nella loro lotta aiutano anche i bambini poveri delle zone rurali.

Sono le Black Mambas, le temute guardiane della natura. Il loro nome puó essere fuorviante, deriva, infatti, da uno dei rettili più letali al mondo. Le guerrigliere in realtà non sono armate ma sono altrettanto temibili.

Oggi sono 36 donne e collaborano anche con le scuole facendo educazione ambientale ai bambini.

Per l’attività svolta hanno vinto nel 2015 il premio internazionale Champion of the Earth organizzato dalle Nazioni Unite.

Marta Dassù

Marta Dassù è nata a Milano, cresciuta a Firenze e oggi vive a Roma. Dirige il programma internazionale di Aspen Institute Italia ed è direttore della rivista «Aspenia». È stata consigliere per le relazioni internazionali di due presidenti del Consiglio, Massimo D’Alema e Giuliano Amato. Collabora al «Corriere della Sera». Ha scritto e curato vari libri e saggi di politica internazionale.

La normalità di primeggiare

“La Parità di Genere potrà dirsi raggiunta quando una donna ai vertici delle istituzioni, della politica, dell’economia non sarà più vista come un fatto straordinario ma normale“

A dirlo Elisabetta Casellati

Antonella Anedda: poetessa

Qual è la parola per dire che non si hanno più sentimenti
negativi verso chi ti ha ferito?
Perdono, mi hanno risposto. Ma io volevo, al contrario, parlare
del rancore.
Questo è stato l’inizio e può valere come esempio.
Ogni giorno c’è una parola nuova di cui non ricordo il senso
e il cui suono tintinna un motivo percepito a brani
familiare una volta, ora perduto.
La sua luce abituale cade. Di colpo non importa,
provo rancore, perdono chi prova rancore, mi perdono?
C’è un alfabeto incomprensibile, un linguaggio dimenticato.
I nomi ruotano privi della loro materia fin dal mattino.
Come chiamare la stoffa bianca che il vento muove davanti
alla vetrata?
Tenda, tende. Il riso mi si annida in gola.
Lei, cioè io, tende a cosa?
Qui so rispondere: tendo alla terza persona
alla grazia sperimentata una volta sola
di un dolore sdoppiato e spinto fuori
poi fissato, ascoltato perfino nello scroscio delle lacrime
ma da un’altra me stessa
capace di lasciare la sua vecchia pelle sulla terra.

Giudica tu ora chi parla:

“I nomi la confondono eppure la sua attenzione si è moltiplicata, lo sguardo si è fatto prensile, capace di rischiarare il pensiero: vai verso la morte. E mentre nota la macchia di oleandro contro l’edera ecco il secondo pensiero: come guardare meglio, come raccogliere quel dettato dal silenzio. E mentre resta immobile ecco il terzo, ultimo pensiero: può sopportare la perdita, può non catturare”.