Archivio mensile 26th Febbraio 2021

Ciao Bettina!

Per salutare la cara amica Bettina Rombolà pubblichiamo anche il suo racconto “La Maestra”, una delle storie di donne del primo Quaderno dell’8 Marzo dell’associazione.
La Nostra amava tantissimo scrivere e i suoi racconti, immancabilmente, arricchivano il nostro piccolo, amato opuscolo. Qui esprime la sua gratitudine per un personaggio legato alla sua Brattiró: la Maestra che lei definiva “ “per antonomasia”
Ciao Bettina cara!

“Un personaggio femminile del mio paese, che mi piace ricordare è, senza dubbio, la “Maestra” Maria Teresa Tambuscio, che abitava vicino alla casa dei miei genitori, dove sono nata e cresciuta, fino al matrimonio. Vecchi album di fotografie d’epoca; un quaderno diario del defunto mio padre, suo allievo, in tenuta di “piccolo balilla” (gli scolari dell’epoca fascista); e soprattutto il prezioso aiuto di Sarina Rombolà, sua pronipote, nonchè mia cara amica: questi sono gli strumenti di cui mi sono avvalsa nell’indagare intorno alla figura di questa esemplare educatrice di tante generazioni di scolari. Andando a ritroso nel tempo, come in un “flashback”, riaffiorano sprazzi di momenti rimasti impressi indelebilmente nella mia memoria. La “Maestra” Maria Teresa Tambuscio nacque a Monteleone Calabro (l’o- dierna Vibo Valentia) il 13/03/1881 e morì a Brattirò di Drapia (VV) il 7/12/1964. Qui, svolse l’attività di “Maestra” nella scuola elementare, no- minata dal sindaco del Comune di Drapia, di cui Brattirò è la frazione più importante, non essendoci, all’epoca, le scuole statali. In questo centro, la Tambuscio insegnò dal 1901 al 1948. Con lei era venuta a Brattirò anche la sorella Serafina, nonna della mia amica Sarina. Al contrario della sorella, che sposò un signore del paese, dal quale ebbe dei figli, la “Maestra” scelse di rimanere nubile. Dai miei ricordi di fanciulla emerge spesso l’immagine di lei, imponente e matronale, sia da giovane donna con i capelli neri, rac- colti con un fermaglio, sia nell’età avanzata con i capelli, via via incanutiti dal trascorrere del tempo. La casa di Maria Teresa Tambuscio, la “Maestra” per antonomasia, era, per così dire, il “salotto buono” del paese, in cui si radunavano i cosiddetti “notabili”, per lo più persone che amavano la cul- tura e la conoscenza in genere. Tra queste, ricordo, c’erano: il parroco, don Pasquale Bagnato, di Tropea; il medico condotto e il farmacista. Un altro frequentatore del salotto della signorina Tambuscio fu il direttore didattico Orazio Ferro, di cui ho nitida nella memoria la slanciata figura, avvolta dal vestito di lino bianco e con il cappello di panama in testa, quando, specie d’estate, veniva a far visita alla “Maestra” dalla sua tenuta di Sant’Angelo, località nelle vicinanze di Brattirò. Habituè della casa della Tambuscio era anche mio nonno materno, don Peppe, che aveva studiato fino al quinto ginnasio e che soleva dire: “Vado dalla Maestra, donna molto colta, perchè da lei c’ è sempre da apprendere”. Rammento bene, infine, perchè un po’ più recente, il giorno della cerimonia di intitolazione della scuola elemen- tare di Brattirò alla “Prima Maestra”, presieduta dal compianto Direttore Di Renzo, il 03/05/1990. Nell’atrio della stessa scuola si conserva il busto in bronzo, su piedistallo in marmo, della “Maestra”, opera dello scultore, originario di Zungri, Michele Zappino, e offerto dall’ex alunno, ora defun- to, Domenico Pugliese, detto Micu Moretto, emigrato in Argentina negli anni 1949-50. Oltre ad essere stata la “ prima maestra” di Brattirò, la signo- rina Maria Teresa Tambuscio si è distinta sempre per l’impegno profuso quotidianamente nello svolgimento del suo lavoro e, pertanto, è degna di essere proposta come esempio alle nuove generazioni. Per queste sue doti, la “Maestra” fu insignita nel 1932 della medaglia d’argento, per gli eleva- ti meriti educativi, dall’allora Re, Vittorio Emanuele III, e nel 1948 della medaglia d’oro, sempre per meriti educativi e sociali, dall’allora Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi. La “Prima Maestra” di Brattirò ha portato al paese: cultura, amore per l’istruzione e, in tempi socio economici complessi e problematici, ha contribuito alla sua crescita civile, oltre che culturale.

Elisabetta Rombolà

Quaderno dell’ 8 Marzo 2018 #1

Ciao Professoressa Elisabetta Rombolà

sos KORAI condivide con i familiari e con quanti, conoscendola, non hanno potuto che amarla, il grande dolore per la prematura scomparsa della socia e amica, professoressa Elisabetta Rombolá, per tutti Bettina.
Creatura singolare per bontà e dolcezza, colta, affettuosa, rispettosa, gentile, affabile… innocente come un bambino, lascia un vuoto incolmabile.
sos KORAI Le rende omaggio pubblicando il suo racconto “ Rosetta” che fa parte del primo Quaderno dell’8 Marzo dell’associazione.
Ciao Amica carissima, resterai per sempre con noi!

“Sono Rosetta, considerata da tutti una persona strana e insolita, arrivata a Brattirò nei lontani anni Cinquanta. Forse è vero: sono una donna piutto- sto bizzarra e sono ricordata principalmente dai meno giovani, in quanto vissuta ai tempi della loro fanciullezza. Pertanto la mia memoria, dopo la mia dipartita, va via via affievolendosi tra le nuove generazioni. Tutto questo mi ha spinto a fare una specie di riflessione sulla mia vita terrena per riempire questa mancanza, ricostruire questo piccolo pezzo di storia del Comune di Drapia e lasciare alle generazioni future il mio personaggio, che è parte integrante della cultura di questi nostri luoghi. Le indagini su di me sono piuttosto difficili per mancanza di dati attendibili. Comunque, cercherò di dare qualche notizia certa. Sono originaria di San Gregorio d’Ippona e sono arrivata a Brattirò tanto tempo fa, seguendo un possidente del posto, che era solito trascorrere le vacanze estive nelle sue proprietà, situate nella nostra zona. Io, Rosetta, curavo il casolare e mi dedicavo alle faccende domestiche, vivendo in modo dignitoso di quel poco che ricevevo. Frattanto, sono riuscita a creare dei contatti con gli abitanti del paese, incuriositi e spesso divertiti dal mio modo di fare, spontaneo e piuttosto sempliciotto, per non dire rozzo. In seguito alla morte del mio amico benefattore, sono stata allontanata dal luogo dove alloggiavo. Quindi, rimasta completamente da sola, per giunta senza dimora, ho iniziato a vivere da randagia, vagabondando per le campagne in cerca di vestiti, cibo e un qualsiasi letto dove poter dormire. Mi sono adattata a tutto quello che mi si presentava davanti, mangiando qualunque cosa fosse commestibile e dormendo su qualsiasi giaciglio, anche con animali. A riguardo la dottoressa Francesca Speranza, chiamata da alcune compassionevoli persone per visitarmi, preso atto della specie di porcile in cui vivevo, vicino al villaggio “La Pace”, e soprattutto delle mie non buone condizioni di salute, mi ha fatto ricoverare all’ospedale di Vibo Valentia. Dopodiché, sono stata trasferita in una casa di cura per anziani a Limbadi e qui ho trascorso i miei ultimi anni. Nel ripercorrere le tappe della mia “avventurosa” vita terrena, debbo riconoscere che i Brattiroesi si sono sempre mostrati caritatevoli nei miei confronti. Il mio modo colorito di esprimermi, ricco di invettive dialettali e paesane, suscitava l’ilarità dei più: ricordo con nostalgia quando prendevo il bus per Tropea, rendendo spassoso e divertente il viaggio agli studenti; allo stesso modo i litigi, che scaturiti da futili motivi, finivano spesso per trasformarsi in risate fragorose. In fondo, nessuno si è mai offeso con me per le mie parole volgari e mordaci, perché le pronunciavo senza cattiveria alcuna. Sono sempre stata spontanea e naturale nel rapportarmi con gli altri e nell’esternare i miei sentimenti. La gente lo capiva: ecco perché, a distanza di tanti anni dalla mia morte, molte persone si ricordano ancora di me, specie quelle di una certa età.”

Quaderno dell’8 Marzo 2019
Elisabetta Rombolà

Anna Achmatova

Anna Achmatova, pseudonimo di Anna Andreevna Gorenko (Bol’soj Fontan, 23 giugno 1889 – Mosca, 5 marzo 1966), è una delle più importanti poetesse russe del Novecento. In realtà Anna Achmatova non amava l’appellativo di poetessa, e preferiva farsi definire poeta, al maschile.

Bevo a una casa distrutta,
alla mia vita sciagurata,
a solitudini vissute in due
e bevo anche a te:
all’inganno di labbra che tradirono,
al morto gelo dei tuoi occhi,
ad un mondo crudele e rozzo,
ad un Dio che non ci ha salvato.

Sentirai il tuono
e mi ricorderai,
pensando: lei voleva la tempesta.
L’orlo del cielo
avrà il colore del rosso intenso,
e il tuo cuore,
come allora, sarà in fiamme.

Ho soltanto un sorriso.
Così. Un moto appena visibile di labbra.
E per te lo conservo:
ché è un dono dell’amore.

Non mi ami, non ne dubito
Nè mai potrai amarmi?
Perché dunque un estraneo
In tal modo mi attira?

In te vacillo, cado e mi alzo ardendo…
tu tra tutti gli esseri hai il diritto di vedermi debole.

Lascio la casa bianca e il muto giardino.
Deserta e luminosa mi sarà la vita.

Perdona se son vissuta affliggendomi,
e il sole poco m’ha allietata.
Perdona, perdona se molti
ho scambiato per te.

Le labbra si fondono nel terribile silenzio
E il cuore si spezza per amore.

Come vuole l’ombra staccarsi dal corpo,
come vuole la carne separarsi dall’anima,
così io adesso voglio essere scordata.

Ciao Cristina!

sos KORAI si unisce, con affetto, al dolore dei familiari e degli amici di Cristina e la ricorda con uno stralcio del suo racconto dedicato a Nannà, l’amatissima nonna materna, per il Quaderno dell’8 Marzo dell’associazione che, dallo scorso anno, attende di essere presentato.
Ciao Cristina, donna sempre forte e libera, non ti dimenticheremo!

“La mia nonna materna si chiamava Anna. Si chiamava Anna an-
che la mia nonna pater- na: da piccola perciò immaginavo che tutte le nonne si chiamasse- ro Anna. Mentre la memoria mi restitui- sce pochi, ma dolci ri- cordi della mia nonna paterna di San Lucido, la nonna materna ha avuto un ruolo impor- tante nella vita di tutti noi: viveva in casa con noi, che siamo cresciu- ti sotto la sua ala, nelle sue braccia amorevoli: non la chiamavamo “nonna”, ma “nannà (…)

L’indignazione di Giovanna Elisabetta Fratantonio: la prima donna che diresse un carcere

Oggi è domenica ma sono troppo arrabbiata
per i pensieri alti, oggi voglio fare appello a tutte le amiche che leggono il mio saltellare tra libri ed autori, voglio riflette con voi. Ho letto questa mattina che un professore ordinario del dipartimento scienze sociali, politiche e cognitive di una università italiana, parlando nel corso di una trasmissione radio, ha usato nei confronti di Giorgia Meloni un linguaggio intollerabile che mostra la cloaca massima della sua mente, il disprezzo assoluto nei confronti delle donne, specie quelle che non provengono da una classe sociale “elevata”, che non hanno diritto ad esprimere opinioni diverse da quelle di questo “emerito” tizio. Il mio disprezzo per questo tizio e per chi gli ha permesso di vomitare insulti alla radio è da estendersi per qualsiasi persona che usi questo linguaggio e questo disprezzo nei confronti di qualsiasi donna, senza tener conto del partito a cui aderisce, senza tener conto di ciò che fa per vivere o che grado di istruzione abbia o a quale ceto sociale appartenga.
E’ inutile che facciamo manifestazioni contro la violenza sulle donne, che mettiamo file e file di scarpe rosse , che dedichiamo giornate di sensibilizzazione, parole di orrore ad ogni nuova violenza. Svegliamoci, non possiamo tollerare che ci siano uomini che hanno tanto disprezzo per il genere femminile e che possano insegnare o rovesciare tutto il loro livore e la loro violenza addosso ai giovani attraverso i mezzi di comunicazione.
Intanto un docente di scienze sociali ecc. dovrebbe sapere che democrazia è rispetto di chi ha idee diverse dalle sue, questa mancanza di rispetto dell’avversario politico è totalitarismo; poi nei confronti di nessuna donna va usato il linguaggio adoperato
dall'”emerito”, usare questo linguaggio significa che o le donne sono come vuole lui o lui può dire e fare ciò che vuole. Stiamo attente ragazze a non accettare che nessuna donna sia giudicata
per ciò che pensa, per come si veste, per come si atteggia, ma gli uomini violenti vanno additati al pubblico ludibrio e non devono poter influenzare i nostri figli, gli uomini e le donne di domani, i cittadini di domani.
Chiedo scusa per la veemenza ma, anche nella vecchiaia la mancanza di rispetto nei confronti delle donne, specie quando dimostrano capacità e carattere, per tenerle in posizioni subordinate mi fa infuriare.
Buona domenica !

Tropea tra i Borghi più belli del Mediterraneo, che gioia!

La città di Tropea entra nella prestigiosa guida “I Borghi più belli del Mediterraneo”curata da Claudio Bacilieri ed edita da Rubettino

Nel segno del mito.
Una brezza di vento si insinua nelle “vinee” le viuzze del centro storico, fa sbattere le tende frangisole a righe scure, amplifica le voci della strada e porta le fragranze del basilico e del rosmarino, gli odori di pesce fritto e di peperoni arrostiti. Dalle terrazze di Tropea i tramonti rosso fuoco sembrano eruttatati dalla bocca dello Stromboli. Sfuma nell’indistinto della sera il violetto delle buganvillee che di giorno accende le vinee, è un’ombra scura scende sul “Corallone”, il gruppo di case posto sulla rupe in fondo a corso Umberto I, chiamato “il borgo di sotto”. L’odore delle vecchie case, il profilo seghettato dell’araucaria, il tuono bianco che fa il mare sbattendo sulla roccia: Tropea è una continua emozione. Il mito ne attribuisce la fondazione a Ercole, di ritorno dalle famose colonne che segnavano i confini del mondo conosciuto.

Qui l’eroe vide l’approdo sicuro offerto da quella rupe ovoidale Che si spinge nel Mediterraneo come una minuscola penisola abbracciata da due grossi scogli. Su questo promontorio di tufo, dice la leggenda fondò la città chiamandola Tropea-nutrice in greco-in onore di Giunone Giunone, la sua nutrice. Tropea fu romana e cristiana, ma la prima fonte storica riguarda la presenza del generale Belisario nell’anno 535, l’inizio della dominazione bizantina. Lungo il filo delle generazioni, dalla roccia a picco sul mare gli abitanti sfruttarono l’orizzonte con il timone di veder apparire le navi saracene. Solo dal secondo quarto dell’XI secolo gli arabi non costituiscono più minaccia: i nuovi padroni sono ora i normanni, che nel punto più alto della città in alzarono la cattedrale, imponendo il passaggio dal rito greco a quello latino. Rimaneggiata più volte nel corso nel corso del tempo, stravolto all’interno dal ridondante gusto barocco, la cattedrale conserva nella sua fiancata sinistra i modi dell’architettura normanna siciliana.

Il potere normanno si sfalda e nel 1186 gli subentra L’autorità sveva, poi quella angioina, infine la città si concede agli aragonesi, con i quali entra subito in sintonia. Nell’età spagnola Tropea contribuisce all’allestimento della flotta della lega cristiana che avrebbe vinto i turchi a Lepanto. Nel Cinquecento acquista fama con il con i fratelli Vianeo, antesignani della rinoplastica : Esisteva in città un ospedale, Istituto da una nobildonna, i cui in cui i due chirurghi applicavano la loro tecniche di ricostruzione dei nasi feriti in battaglia. Dopo il terremoto del 1783 Tropea e tra le poche città calabresi a conservare il vecchio impianto urbanistico, con i vicoli i vicoli della città murata e piccoli slarghi che si aprono tra le abitazioni. L’icona di Tropea è la chiesa di Santa Maria dell’isola, posta come una corona su una rupe che emerge dal mare e che forse, prima di diventare monastero benedettino, era un luogo di culto bizantino dove si officiava il rito greco. Da qui è bello, in estate tornare in città portandosi dietro il profumo del mare, e vagare per il centro storico alla ricerca di angoli nascosti punti.

Ammiriamo i portali di granito o di tufo delle dimore patrizie come palazzo Braghò, le ringhiere dei sei e settecento a petto d’oca, il portale bugnato appunta di diamante del settecento palazzo Collareto e quello di palazzo Tocco; infondo a Piazza Ercole troviamo l’austero edificio seicentesco che ospitava il Sedile della Nobiltà. Ci sono stradine e slarchi che, solo a percorrerli, suscitano meraviglie: via Boiano, via Dardano, via Lauro, Largo Galuppi, Largo Guglielmini, Largo Municipio esibiscono portali di magnificenza barocca, finestre con spalliera di pietra, balaustre sorrette da mensoloni, chiese di sorprendente interesse come quella dei Liguorini. Ci si immagina la laboriosità degli abitanti di questi vicoli, come via dei Fabbri, dove si producevano fucili e rivoltelle. Tropea era anche la seta delle filande sparse nei suoi casali e le coperte “Impennacchiate” dei telai casalinghi, oltre ai frutti dell’agricoltura come la celebre cipolla rossa, lo zibibbo e l’ulivella. Dal mare non arrivano più i preziosi coralli, ma è tutta la città, ora, a farsi diamante nel vento della sera.

indietro

Graziella Salvato

Mio nonno era sottufficiale di Polizia e avrebbe voluto un figlio che seguisse la sua strada ma aveva sei femmine, in compenso c’ero io. Mio nonno voleva che indossassi la divisa e così é stato perché i suoi racconti mi hanno incantato, purtroppo non é vissuto abbastanza per vederlo. Dopo il Liceo mi sono laureata in Ingegneria Navale e sono stata destinata alla nave Vespucci dove ancor oggi mi trovo come Direttore di Macchina. Ho realizzato il mio sogno. In futuro potrei anche avere una famiglia ma per ora sono innamorata di Amerigo anche se ha 80 anni.

Condivisione di cordoglio e impegno

A nome dell’Associazione di Volontariato sos KORAI, impegnata nella salvaguardia della dignità della Persona oltre che nella tutela e valorizzazione della donna, esprimo profonda amarezza e indignazione per i recenti eventi che hanno sconvolto la comunità tropeana con la profanazione del cimitero cittadino. Quanto accaduto conferma l’esigenza di impegnarsi sul versante dell’educazione e della cultura per promuovere una crescita che sia veramente di tutti. Ci uniamo al dolore che unisce Tropea ed esprimiamo la nostra profonda solidarietà al Primo Cittadino che la rappresenta e in quanto tale avverte più di tutti il peso dell’offesa arrecata alla Città. Non scoraggiamoci ma armiamoci di coraggio moltiplicando il nostro impegno per la crescita comune, Tropea é ricca di energie positive che sapranno contrastare ogni male. Tropea 9 Febbraio 2021
La Presidente di sos KORAI Dott.ssa Beatrice Lento

Norma Cossetto, martire delle foibe

«Ancora adesso la notte ho gli incubi, al ricordo di come l’abbiamo trovata: mani legate dietro alla schiena, tutto aperto sul seno il golfino di lana tirolese comperatoci da papà la volta che ci aveva portate sulle Dolomiti, tutti i vestiti tirati sopra all’addome […] Solo il viso mi sembrava abbastanza sereno. Ho cercato di guardare se aveva dei colpi di arma da fuoco, ma non aveva niente; sono convinta che l’abbiano gettata giù ancora viva. Mentre stavo lì, cercando di ricomporla, una signora si è avvicinata e mi ha detto: “Signorina non le dico il mio nome, ma io quel pomeriggio, dalla mia casa che era vicina alla scuola, dalle imposte socchiuse, ho visto sua sorella legata ad un tavolo e delle belve abusare di lei; alla sera poi ho sentito anche i suoi lamenti: invocava la mamma e chiedeva acqua, ma non ho potuto fare niente, perché avevo paura anch’io”

Dal racconto di Licia Cossetto, sorella di Norma

Vietato il test di verginità in Pakistan

Il 4 gennaio l’Alta Corte di Lahore, in Pakistan, ha vietato i test per verificare la verginità delle vittime di stupro perché «invasivi e una violazione della privacy e del corpo della donna».

La decisione è stata ammirata dai movimenti femministi rappresentando una pietra miliare nel diritto del paese. La giudice Ayesha A. Malik, che fa parte dell’Alta Corte di Lahore dal 2012, ha evidenziato come di fatto, la pratica sia sostanzialmente inutile, umiliante e possa anche provocare danni fisici.

Secondo quanto riportato da Al Jazeera la violenza contro le donne è molto comune in Pakistan. Il sesso prematrimoniale è considerato un crimine (per donne e uomini) e può portare a cinque anni di prigione, anche se la legge è raramente applicata.

Nel verdetto la giudice Malik ha ribadito la colpevolizzazione delle persone che denunciano violenza sessuale, spesso descritte come «avvezze al sesso, donne di facili costumi, abituate ai rapporti sessuali», quindi più facilmente esposte a denunciare falsi stupri e molestie.

In una ordinanza governativa di dicembre sono state inasprite le pene per chi compie violenze sessuali, con la legalizzazione della castrazione chimica.