Archivio degli autori

Liz Chicaje

Tra i vincitori dell’edizione 2021 del premio Goldman, considerato il ‘Nobel dell’ambiente‘, c’è anche Liz Chicaje Churay. L’attivista, leader degli indigeni Boras, negli ultimi anni è infatti riuscita a salvare oltre 800mila ettari di foresta amazzonica nel suo Paese, il Perù. Grazie agli sforzi di Liz Chicaje nel 2018 fu istituito il Parco nazionale di Yaguas, nel Nord-Est del Perù, consentendo la tutela sia della biodiversità che delle tribù indigene che popolano da sempre quei territori.

Beatrice Lento

Anna Atkins

Anna Atkins, nata Anna Children, è stata una botanica e fotografa inglese. È spesso considerata la prima persona ad aver pubblicato un libro illustrato con immagini fotografiche, mentre alcune fonti affermano che è stata la prima donna a creare una fotografia.

Beatrice Lento

La Corte di Strasburgo condanna i giudici italiani e hanno detto basta al:” Se l’è andata a cercare!”

L’avevano definita «un soggetto femminile disinibito, creativo, in grado di gestire la propria (bi)sessualità e di avere rapporti occasionali di cui nel contempo non era convinta». Avevano messo l’accento sul fatto che avesse “mostrato gli slip rossi mentre cavalcava un toro meccanico”. E con queste motivazioni, nel 2015, i giudici della Corte d’Appello di Firenze avevano assolto sette giovani accusati di aver violentato una ragazza di 22 anni, ribaltando così la sentenza di primo grado. Ora però è arrivata la condanna: non per il gruppo di giovani, ma per i giudici che quella sentenza l’hanno scritta. È firmata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo e dice così: «Il linguaggio e gli argomenti utilizzati dalla Corte d’Appello trasmettono pregiudizi sul ruolo delle donne che esistono nella società italiana e che possono costituire un ostacolo alla tutela effettiva dei diritti delle vittime di violenza di genere”.

In pratica la Corte di Firenze non solo “non ha protetto i diritti e gli interessi” della ragazza dalla cosiddetta “vittimizzazione secondaria”, ma con le motivazioni della sentenza ha di fatto avallato la ricorrente tesi del “se l’è andata a cercare”. Un atteggiamento che secondo Strasburgo viola l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, quello che tutela “il diritto al rispetto della vita privata e dell’integrità personale”.

La Corte non ha il potere di ribaltare la sentenza, che resta di assoluzione piena “perché il fatto non sussiste”. Ma ha condannato l’Italia a risarcire 12 mila euro alla ragazza per danni morali, oltre a 1.600 euro per le spese. “Una sentenza che rende giustizia a tutte le donne – dice Titti Carrano, l’avvocato che ha difeso la giovane protagonista suo malgrado della vicenda –. La vita e la dignità di questa donna sono state calpestate così come sono state calpestate la riservatezza e l’immagine”. Nel collegio giudicante è mancata l’unanimità: sei giudici hanno votato a favore (tra cui l’italiano Raffaele Sabato) e uno contro. Si tratta del polacco Krzysztof Wojtyczek.La vicenda risale al luglio del 2008, quando una ragazza all’epoca 22enne aveva denunciato uno stupro di gruppo avvenuto quattro giorni prima. Secondo il suo racconto, sette coetanei l’avevano violentata all’interno di un’auto nei pressi della Fortezza da Basso, dove erano in corso eventi estivi. Nel 2013 i giudici di primo grado avevano condannato sei di loro a quattro anni e sei mesi di reclusione per violenza sessuale di gruppo aggravata “dalle condizioni di inferiorità fisiche e psichiche” della vittima, che era sotto effetto di alcol.

Due anni dopo, però, la Corte di Appello di Firenze aveva ribaltato il verdetto, assolvendo tutti perché “il fatto non sussiste”, mettendo in dubbio la credibilità della ragazza per i motivi di cui sopra. La sentenza è diventata definitiva in quanto la procura generale di Firenze aveva rinunciato al ricorso in Cassazione. Le motivazioni dei giudici avevano subito sollevato manifestazioni di protesta e polemiche, che ora trovano sostegno nel verdetto di Strasburgo. «È essenziale – scrivono i giudici della Corte europea – che le autorità giudiziarie evitino di riprodurre stereotipi sessisti nelle loro decisioni, di minimizzare le violenze basate sul genere e di esporre le donne a una vittimizzazione secondaria con parole colpevolizzanti e moralizzatrici».

Di Marco Bresolin

Beatrice Lento

Natalia Ginzburg

La sua vita ha attraversato eventi storici difficili, pesantissime tragedie personali. Cresce a Torino in un ambiente intellettuale e antifascista: continui controlli della polizia, la prigione che tocca diversi membri della sua famiglia, tra cui il padre e alcuni dei fratelli. Sono anni che sintetizzerà bene, in seguito, nel suo Lessico famigliare (1963). Nel 1938 si sposa con Leone Ginzburg, che nel 1940 viene mandato al confino in un piccolo paese dell’Abruzzo, e con lui vivranno Natalia e i tre figli (Carlo, Andrea, Alessandra) fino al 1943. Ricorderà quel momento in un testo delle Piccole virtù (1962), un tempo vissuto come un passaggio scomodo e che si rivelerà essere invece il più felice.
Tra il 1943 e il 1944, i Ginzburg presero parte a diverse attività di editoria clandestina. Al loro ritorno a Roma, Leone fu arrestato e condotto in prigione, dove morì per tortura, senza poter rivedere la moglie ed i tre figli.
La scrittrice torna a Torino e, al termine della guerra, inizia a collaborare alla casa editrice Einaudi. Traduzioni, romanzi, saggi, opere di teatro: la sua attività di scrittrice riempie i decenni successivi. Si sposerà di nuovo, nel 1950, con Gabriele Baldini, che morirà nel 1969. E sarà anche parlamentare (1983 e 1987), eletta nella Sinistra Indipendente, attiva in iniziative per la difesa dei diritti e contro il razzismo.
È lì che io l’ho conosciuta.
Scrivere queste righe ha significato per me rendermi conto di qualcosa di inaspettato: come una persona che da tanti anni non è più con noi possa, a un tratto, essermi di nuovo vicina. Un’emozione profonda, che non conoscevo.
Natalia, nel ricordo, è proprio lei: affettuosa con le persone che le sono attorno, molto consapevole dei problemi umani e politici del mondo di cui siamo parte. Schiva e discreta. Silenziosa, in molte occasioni. Sempre attenta. La sua presenza non si deforma, non si appanna.
È la persona grazie alla quale ho capito come incontrare generazioni, esperienze, e pezzi di storia differenti da quelli che viviamo, possa costituire un “ponte” molto importante – se lo sappiamo utilizzare – per imparare, in qualche modo, a vivere: consapevoli, anche fiduciosi. Ci sono momenti e aspetti difficili, della vita e della storia; ma magari, andando avanti, di tutto questo capiremo il senso. Quel che succede attorno a noi, cercare di capirlo; e riuscire a fare la nostra parte. Non starne fuori, o ai margini. Un disorientamento estremamente attento, che sta tutto nella misura dell’umano. Questo c’è nei suoi scritti.
Il suo linguaggio è “umile”; lo sono i titoli dei romanzi, Le voci della sera (1961); Lessico famigliare (1963), Ti ho sposato per allegria (1966); La città e la casa (1984). Ci sono le “piccole cose”, la “vita quotidiana” (termini usati in alcuni filoni della sociologia: dunque, anche in questo c’è tra noi un legame).
I personaggi che nella sua scrittura arriviamo a conoscere come se davvero li avessimo incontrati, per quanto ci sono messi vicino, nei gesti semplici, nelle parole e anche in quello che non dicono, vivono negli anni del fascismo, delle leggi contro gli ebrei, di Mussolini e dell’Asse Roma-Berlino, della guerra. Ho chiara in mente (Tutti i nostri ieri, 1952) la descrizione del momento in cui si sparge la notizia della caduta del fascismo, e si parla dell’armistizio, e si spera che sia tutto finito. Ma poi arrivano i tedeschi, e invece «gli inglesi non arrivano mai».
Molti dei suoi libri sono costruiti attraverso lo sguardo di donne. C’è la vita di bambine (Natalia, in Lessico Famigliare), di giovani ragazze incinte, di vecchie (la «signora Maria»), di donne adulte con i loro figli (Lucrezia, La città e la casa) le contadine, le borghesi.
E gli uomini: quelli in guerra, lontani per mesi e per anni; quelli di cui si sapeva solo che erano “in Russia”. Cenzo Rena e Franz che si consegnano ai tedeschi per salvare la vita di dieci ostaggi innocenti, e vengono fucilati: sono le ultime pagine dei “nostri ieri”.
Ho amato moltissimo l’invenzione (appunto nell’ultimo testo che ho citato) di mettere insieme le lettere di persone, familiari, amici, che si tengono in contatto o si ritrovano (e cambiamenti, sofferenze, il passare del tempo). Il tono, le parole sono quelle della vita di ogni giorno e delle “piccole cose”, che però sono parte di vicende storiche complesse, pesanti. Complesse e pesanti anche le sue esperienze, a partire dalla morte terribile di Leone Ginzburg, il marito torturato e ucciso in carcere nel ‘44. Di questo lei non parlava mai.
Ci siamo “viste” per la prima volta (entrambe come neodeputate elette nella Sinistra Indipendente, ed entrambe “nuove” dell’ambiente) nel corso di una affollata riunione, in una stanza di Montecitorio. Mi ero seduta vicino ad alcune altre persone del nostro “gruppo” quando è entrata, un po’ incerta tra tanta gente in quel contesto inconsueto. Sono andata verso di lei e le ho suggerito di venire dove già alcuni di noi erano seduti. Da allora, mi ha definito il suo “angelo custode” nelle prime esperienze parlamentari, quelle burocratiche in particolare: fare il tesserino di deputato, identificare la propria cassetta postale tra le molte centinaia disponibili, trovare l’ascensore giusto per salire ai piani superiori. Allora c’erano queste cose, poi certo molto sarà cambiato nel palazzo.
Abbiamo passato insieme molto tempo: le sedute durante i lunghi dibattiti parlamentari, riunioni di ogni tipo, convegni. Nel 1989 abbiamo costituito, insieme ad altri, l’associazione Italia/Razzismo. E momenti liberi: a casa sua a Roma; una volta a Sperlonga durante le vacanze e anche un’estate, chissà come, in Val d’Aosta, con Vittorio Foa. Voglio ricordare anche lui, che mi è altrettanto caro.
I figli, i nipoti. In un paio di occasioni anche Giulio Einaudi: lui mi sembrava poco contento che io fossi tra i piedi, proprio non c’entravo con il loro mondo. In effetti non ricordo che si sia mai parlato dei suoi romanzi o di letteratura in generale: forse avrei dovuto farlo.
Certe sue brevi frasi comunque mi sono rimaste in mente. Alcune dei suoi libri; altre, di momenti vissuti insieme: quelle dell’ultima volta che ci siamo viste. Abbiamo parlato di cose quotidiane, come sempre. Il giorno dopo mi hanno chiamato, e ho saputo che non c’era più.
Le tengo dentro di me: con gratitudine e un senso di profonda tenerezza.

Di Laura Balbo dall’Enciclopedia delle donne

Beatrice Lento

Una Panchina Arcobaleno per Tropea

Una Panchina Arcobaleno per Tropea

Il 17 maggio, alle ore 18,30, in Piazza Cannone, verrà inaugurata la Panchina Arcobaleno su iniziativa delle Associazioni Libertas ed sos KORAI col patrocinio dell’Amministrazione Comunale guidata dal Sindaco Giovanni Macrì.

La data prescelta é quella della Giornata Internazionale contro l’omofobia, bifobia e transfobia, promossa nel 2004 dallo specifico Comitato Internazionale e riconosciuta dall’Unione Europea e dalle Nazioni Unite a 14 anni esatti dal 17 Maggio 1990, giorno in cui l’omosessualità viene rimossa dalla lista delle malattie mentali dell’Organizzazione Mondiale della Salute.

Le due Associazioni, con sede a Tropea, presiedute dallo storico Dario Godano e dalla psicologa Beatrice Lento, hanno raccolto subito il suggerimento della comunità tropeana LGBT perché in sintonia con i loro impegni di servizio: il contrasto alla subcultura maschilista, l’educazione ai valori della pace e della convivenza democratica, il valore universale della libertà e della cultura.

Il Comune, a sua volta, ha condiviso immediatamente la proposta ed ha accordato il suo patrocinio perché aderente ai principi guida del Progetto Tropea fondato sul valore della persona, sulla cittadinanza e sull’accoglienza.

All’evento parteciperanno anche l’Arcigay Calabria, LaboArt e l’Istituto di Istruzione Superiore, ovviamente nel rispetto delle norme sanitarie vigenti.

L’iniziativa vuole lasciare un messaggio variopinto di pace e fraternità sostenendo l’idea del rispetto delle differenze e delle molteplici energie integrative di una comunità. C’é chi ritiene che tale messaggio sia oggi superfluo perché i pregiudizi nei confronti dell’omosessualità sono superati, purtroppo non é ancora così se si pensa che rimangono troppe le persone che quotidianamente subiscono discriminazioni e violenze, che nel periodo del covid c’è stato un netto aumento negli abusi e che a scuola il 34% degli studenti pensa che l’omosessualità sia sbagliata, il 10% che sia una malattia e il 27% non gradisce un compagno di banco gay. L’impegno educativo rimane urgente e fondamentale anche per rimuovere atteggiamenti di pietismo, inopportuno e offensivo, che nascono dall’ignoranza e da pregiudizi.

La Panchina Arcobaleno vuole essere un appello a tutti perché ognuno riconosca nel contrasto ad ogni forma di discriminazione una battaglia di civiltà che vale la pena di combattere con decisione.

Sulla Panchina si leggeranno gli splendidi versi della grande artista Frida

Kahlo:” Io ancora vedo orizzonti dove tu disegni confini”, la riflessione, che abbatte le barriere ed apre il cuore all’incontro e alla reciprocità, si sposa bene col tema della manifestazione e col luogo dell’evento: la bellissima terrazza sul Mediterraneo di Largo Cannone.

Chi avrá il piacere di sedersi sulla panchina variopinta ammirando l’orizzonte sconfinato sarà invitato anche dalla magia del sito a riflettere sul valore del reciproco rispetto e dell’armonia che nasce sempre dall’incontro sincero con l’altro da sé.

Tropea 14 Aprile 2021

Dottoressa Beatrice Lento Presidente di sos KORAI Onlus
Dottor Dario Godano Presidente di Libertas

Beatrice Lento

Maria Marotta, primo arbitro donna in serie B

Per la prima volta un arbitro donna dirigerà anche una partita di serie B. Si tratta della cilentana Maria Marotta a cui è stata affidata Reggina-Frosinone, gara dell’ultima giornata in programma oggi alle ore 14. Ha 37 anni ed è cilentana Marotta, classe 1984, originaria di San Giovanni a Piro e appartenente alla sezione di Sapri, è internazionale dal 2016 ed è considerata tra le giovani più promettenti. Tanto che la scorsa stagione era stata ammessa alla Can di C insieme ad un’altra collega in costante ascesa, la toscana Marta Maria Sole Caputi. Aveva già diretto il Cosenza in Coppa Italia Una squadra di B Marotta l’aveva già diretta visto che, lo scorso 28 ottobre, le era stata affidata la gara di 3° turno di Coppa Italia tra il Cosenza e il Monopoli, vinta 2-1 dai calabresi. Quest’anno ha arbitrato 13 partite in C: 7 nel girone A e 6 nel girone B. Ha dovuto estrarre 59 cartellini gialli (4,5 a partita) e un solo rosso. Con Marotta l’Italia infrange, quindi, un altro tabù. Il prossimo traguardo, ormai imminente, è quello di affidare finalmente a una donna anche una partita di serie A.

Dal web

Beatrice Lento

Omaggio ad Antonietta Renda

Primo Maggio: omaggio ad Antonietta Renda che si batté per la Graduatoria Unica

“Allora per gli insegnanti elementari c’erano due graduatorie, una maschile ed una femminile. Per cui capitava che le donne, anche se avevano un punteggio elevato, potevano essere scavalcate dagli uomini ed andare a lavorare lontano, mentre gli uomini erano avvantaggiati…c’era questa discriminazione”
Nei primi anni sessanta Antonietta porta avanti la lotta assieme ad altre donne ma la più battagliera fu Lei anche perchè era la responsabile delle insegnanti dell’Udi.
Antonietta vinse riuscendo a far approvare i quattro articoli che davano la possibilitá a tutti gli insegnanti, uomini e donne, di entrare in ruolo senza discriminazioni.

Beatrice Lento

Billie Holiday: la signora del blues

Una storia attualissima e politica, quella di Billie Holiday (raccontata da lei stessa nell’autobiografia del 1956La signora canta il blues, portata al cinema da Diana Ross), mentre gli Stati Uniti continuano a fare i conti col razzismo e razzismo, misoginia e violenze sulle donne imperversano in tutto il mondo

Una storia iniziata a Philadelphia, nel 1915. I genitori ancora adolescenti, la madre Sadie ripudiata dalla famiglia alla notizia della gravidanza, il padre che abbandona entrambe per inseguire una carriera da musicista. Eleanora, questo il vero nome di Billie, viene portata a Baltimora, da una zia, e salta così spesso la scuola che a nove anni finisce al tribunale dei minori. A dieci, rilasciata, va a lavorare in un ristorante con la madre, a undici subisce un tentativo di stupro da parte di un vicino, a dodici pulisce le case del quartiere e sbriga faccende in un bordello. La madre la lascia di nuovo, per trasferirsi ad Harlem; Eleanora la seguirà l’anno successivo. A New York, Sadie lavora come prostituta, Billie, neanche quattordicenne, viene costretta a vendersi per cinque dollari a cliente. Entrambe finiranno in carcere.

«Eravamo la famiglia reale»

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Bille Holiday in un momento di relax dietro le quinte nel 1939

Gli amici di gioventù ricordano una ragazzina che imprecava spesso e viveva velocemente. Billie inizia a cantare nei night club di Harlem. Non ha ancora diciott’anni quando viene notata dal produttore John Hammond. Pochi mesi dopo incide i primi singoli, con Benny Goodman, il re dello swing. Un amico la chiama “Lady Day”; Hammond la presenta a Count Basie, leader dell’omonima band. Billie ironizza: «Eravamo la famiglia reale». Rivaleggia con Ella Fitzgerald, col tempo diventeranno amiche. Billie vende, ma è malpagata, le condizioni di lavoro sono orribili. Quando se ne lamenta, viene bollata come capricciosa e licenziata

La segregazione razziale

«Essendo nera, durante le soste ai distributori di benzina non le era permesso utilizzare le toilette» ricorda il batterista Jo Jones. «Almeno noi uomini potevamo andare dietro un albero». Nel 1938, assunta da Artie Shaw, è una delle prime cantanti nere a esibirsi con un’orchestra di bianchi, la prima ad andare in tour nel Sud della segregazione con un’orchestra di bianchi. Sarà un inferno: le impediscono di salire sul palco, il pubblico la fischia, uno le grida “Pu***na negra”. «Nei locali che accettavano di servirla, ordinava sempre un hamburger in più, e lo riponeva nella borsetta. Perché non sapeva quando avrebbe potuto mangiare di nuovo. E quando i colleghi, la sera, rientravano in hotel, lei non aveva dove dormire». Non va meglio a New York City, dove, pur essendo ormai la star delle serate, è costretta a usare gli ascensori di servizio, entrare e andare via dalle cucine, non può sedersi al bar

La droga come rifugio

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Billie Holiday egli anni ’40, con le immancabili gardenie bianche tra i capelli. Sul comodino, una foto con Louis Armstrong

Saranno anche queste mortificazioni a spingerla, nel 1939, a incidere Strange Fruit, canzone di protesta contro il linciaggio dei neri. L’etichetta discografica di Holiday ritiene il testo troppo controverso. Lei la inciderà altrove e, anche se le radio inizialmente rifiuteranno di passarla, col tempo diventerà uno dei sui singoli più venduti. Il settimanale Life scrive di lei: «Ha uno stile più originale di qualsiasi altra cantante». Intanto la madre, sfruttandone il nome, apre un ristorante. Billie la finanzia, ma resterà senza una lira, e quando sarà lei ad aver bisogno, la madre non le darà un centesimo. Nel 1946 inizia a girare il film New Orleans, con Louis Armstrong. La produzione subisce enormi pressioni per ridurre i ruoli dei due artisti di colore, e alla fine molte scene di Billie vengono tagliate. È in questo periodo che la sua dipendenza dalle droghe si acuisce. Guadagna più di mille dollari a settimana, ma li spende quasi tutti in eroina. La rifornisce l’amante, nascondendo la droga nel collare del suo cane.

Sbagliato ridurla a vittima

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Billie Holiday (Filadelfia 1915-New York 1959) in un ritratto del 1952

Co-prodotto dagli eredi, il film non edulcora gli eccessi della Holiday. La stessa Kuehl detestava l’idea di ridurla a una vittima. Billie amava il sesso, la vodka, i soldi e la celebrità. Fosse stata un uomo, nessuno avrebbe avuto da ridire. Orgogliosa, determinata, gattamorta, rivoluzionaria e vulnerabile. Allo stesso tempo, il film accende un faro sul panorama di sfruttatori e molestatori che ne segnarono la vita. Mariti e amanti che la picchiavano anche in strada, agenti dell’Fbi che la perseguitavano perché era nera,ricca e osava ribellarsi.Una sera,a Philadelphia,agenti della narcotici le misero a soqquadro la stanza d’albergo, crivellandole di colpi l’automobile. Dai rapporti dell’Fbi emerge chiaramente come l’obiettivo fosse screditarla perché servisse da monito per la popolazione nera. «I suoi diamanti, i suoi abiti eleganti, le sue Cadillac generavano risentimento». Nel 1947, all’apice del successo, l’arrestano per possesso di droga. È condannata a un anno e spedita in carcere nel West Virginia. Per tutta la detenzione non vorrà più cantare un verso. Quel che è peggio, la condanna le impedisce, una volta tornata in libertà, di esibirsi nei locali che servono alcolici, obbligandola, per mantenersi,a tour e concerti infiniti che la debiliteranno. Nel 1949 viene arrestata di nuovo. La sua salute inizia a declinare, anche la voce ne risente. Intanto, sul lavoro, continuano a truffarla. Nel 1958 i suoi diritti d’autore ammontano ad appena 11 dollari. L’anno dopo le viene diagnosticata la cirrosi. Viene ricoverata, ma l’Fbi la fa arrestare un’altra volta. La ammanettano al letto d’ospedale, mettono un poliziotto a sorvegliarla. Morirà il 17 luglio, a 44 anni. In banca ha solo 70 centesimi. Una volta chiesero a Billie perché molti grandi del jazz morissero giovani. Lei rispose: «Perché viviamo cento giorni in uno»

Dal web Io Donna

Beatrice Lento

Marianne North: una vita per la Botanica

Marianne North nacque da famiglia benestante nella contea di Hastings, nel 1830. A venticinque anni, dopo la morte della madre, la giovane inglese prese ad accompagare il padre nei suoi viaggi, e iniziò così a sfruttare le doti di pittrice che aveva coltivato, insieme al canto, negli anni della sua formazione.

La scomparsa del padre, a cui era intimamente legata, fu un lutto da cui non si sollevò per due anni, fino a che, superata ormai la quarantina, non decise di riprendere a viaggiare per il mondo, dipingendo la flora di Paesi lontani.

Iniziò con Canada, Stati Uniti e Giamaica, per poi trascorrere quasi un anno nelle foreste del Brasile (1872). Nel 1875 la troviamo a Tenerife, punto di partenza per un viaggio di due anni che la portò in California e poi dall’altra parte del Pacifico, in Giappone, nell’arcipelago indonesiano e infine a Ceylon.

Passò in India il 1878, e quando fece ritorno a Londra fece esporre alcune sue opere, ottenendo un notevole successo. Questo la incoraggiò a scivere a sir Joseph Hooker, allora Presidente della Royal Horticultural Society, per offrire ai giardini botanici di Kew non solo la sua collezione di disegni, ma anche i soldi per costruire un padiglione capace di ospitarla. Hooker accettò volentieri, ed i lavori furono affidati alla sovrintendenza dell’architetto James Ferguson.

Marianne non si fermò ad aspettare il completamento dei lavori: fu proprio il suggerimento di Charles Darwin a convincerla a partire per i lidi di Australia e Nuova Zelanda (1880).

Tornò in Inghilterra per l’inaugurazione del padiglione (1882), e subito pensò bene di recarsi in Sudafrica (1883), alle isole Seychelles (1884) e in Cile (1885) per realizzare altro materiale da includere nella collezione.

Marianne North si spense nel 1890, all’età di 60 anni. I suoi diari, pubblicati postumi nel 1892 e nel 1893, ebbero un grande successo; il titolo che l’editore diede agli scritti della North suonava più o meno così: “Ricordi di una vita felice”.

Oggi, la Marianne North Gallery dei Royal Botanic Gardens di Kew conta 832 quadri. Alcune specie, che da lei furono disegnate per la prima volta, come la Nepenthes northiana del Borneo, furono dedicate proprio alla pittrice inglese. Un segno di riconoscenza dai suoi amici botanici.

Beatrice Lento

Maria Sibylla Merian

Se è vero che il destino delle persone si manifesta già in tenera età, la storia di Maria Sibylla Merian è in questo senso esemplare. È ancora bambina quando ruba un tulipano per disegnarlo con i suoi acquerelli. Siamo a Francoforte nella seconda metà del Seicento: in quegli anni la città tedesca è la capitale dell’editoria, importante centro commerciale – in particolare per il commercio della seta – e teatro di grandi entusiasmi e interessi scientifici a cui le donne sono, ovviamente, escluse. Maria Sibylla nasce in una famiglia di intellettuali: suo padre è un editore e incisore molto noto, che però morirà quando la futura pittrice e naturalista ha soli tre anni. Sua madre si risposa con un pittore di fiori – un genere allora molto diffuso – ed è da lui che impara i primi rudimenti di pittura. Giovanissima, comincia a dipingere piante, fiori e insetti, ma sono soprattutto i bachi da seta a interessarla di più. La cosa che più la affascina è la metamorfosi che porta i bruchi a trasformarsi in belle farfalle e così si mette a raccogliere gli insetti per osservarne il passaggio da crisalide a farfalla. Il matrimonio a 18 anni con un pittore e il trasferimento a Norimberga la portano a perfezionare sempre più il disegno e l’interesse per gli insetti, nonostante i pregiudizi dell’epoca che li voleva il risultato di una putrefazione, e per questo venivano ritenuti, secondo la superstizione popolare, bestie diaboliche. La chiesa cattolica consigliava degli esorcismi contro la piaga delle cosiddette “bestie di Satana”, altri credevano che le farfalle fossero streghe che all’occorrenza si trasformavano.

Maria Sibylla sfida i pregiudizi del tempo e raccoglie instancabilmente i suoi bruchi. Li porta in laboratorio, li osserva scrupolosamente, scopre che quegli strani insetti nascevano dalle uova deposte dalle farfalle, e le farfalle dalle crisalidi. In questi anni di studio intenso, a 28 anni pubblica il suo primo libro, che non è dedicato alle farfalle, bensì ai fiori. Qui sono raccolte incisioni particolarmente accurate tratte dai suoi acquerelli, con lo scopo di fornire un campionario di immagini per le signore che ricamavano. Suo marito guadagna poco come pittore e Maria Sibylla è costretta a mantenere tutta la famiglia arrotondando con l’insegnamento e una piccola attività commerciale di colori e attrezzi per dipingere. Ma non si lascia spaventare dalle ristrettezze economiche, continua a lavorare duramente e a studiare il latino per acquistare autorevolezza nel settore scientifico. Finalmente, dopo molti sforzi, riesce a pubblicare il suo libro sui bruchi: si chiama La meravigliosa metamorfosi dei bruchi e il loro singolare nutrirsi di fiori, un testo innovativo dove illustra gli stadi di sviluppo di 176 specie di farfalle e dei fiori di cui esse si nutrono. È un libretto molto piccolo (per ridurre i costi) e accanto a ciascuna tavola sono riportate le sue osservazioni sulla vita di ogni insetto, con la descrizione del processo di trasformazione.

È un lavoro importante per lo sviluppo dell’entomologia, perché frutto dell’osservazione dal vero, più dettagliato di altre opere sull’argomento, anche se scritto in tedesco e per questo meno attendibile fra gli uomini di scienza. Era infatti il latino l’unica lingua accettata dalla comunità scientifica. Maria Sibylla a un certo punto, poco soddisfatta della sua vita, si separa dal marito, si trasferisce in Olanda, va a vivere in una comune, parte per il lontano Suriname, allora colonia olandese. Un viaggio rischioso e costoso intrapreso all’età di 52 anni (che all’epoca erano tanti) in nome della sua più grande passione: le farfalle. Al tempo i viaggi scientifici erano estremamente rari (figurarsi per le donne) e, con un piccolo prestito, parte con sua figlia per questa inconsueta spedizione scientifica. Arrivata nel piccolo stato sudamericano, saranno gli indigeni ad aiutarla di più nelle sue ricerche: sono loro ad accompagnarla nelle esplorazioni di foreste, a mostrarle gli esemplari di piante, di fiori e di frutti, specie di insetti e altri animali.

Con l’aiuto soprattutto di schiave nere e indigene, madre e figlia raccolgono, classificano, si spostano faticosamente nella foresta tropicale. Si interessa anche alle proprietà medicinali delle piante, in particolare studia i semi di una pianta particolare, e denuncia nei suoi scritti la terribile condizione delle donne del posto “I semi sono usati dalle donne che hanno le doglie per accelerare il travaglio. Le indiane, che sono maltrattate dagli olandesi presso i quali sono a servizio, li usano per abortire affinché i figli non nascano schiavi come loro. Le schiave nere della Guinea e dell’Angola vanno trattate con una certa benevolenza altrimenti in condizione di schiavitù non fanno bambini. E infatti non ne hanno e arrivano a suicidarsi per il trattamento al quale sono abitualmente sottoposte. Infatti credono di rinascere libere nel loro paese in condizione di libertà”. In seguito alla spedizione, pubblica il libro Metamorfosi degli insetti del Suriname, che viene definita “l’opera più bella mai dipinta in America”. I suoi disegni di piante, serpenti, ragni, iguane e coleotteri tropicali sono ancora oggi considerati dei capolavori e vengono ricercati dai collezionisti di tutto il mondo. La vita di Maria Sibylla però non fu facile e la fama raggiunta non le impedì di vivere e di morire in grandi ristrettezze economiche. La sua storia è la storia avventurosa di una donna che ha affrontato un difficile percorso di indipendenza economica e culturale attraverso diversi cambiamenti, o meglio, metamorfosi. Come i suoi bruchi, Maria Sibylla ha dovuto trasformare la sua vita: da tranquilla moglie e madre con la passione per la natura a impavida esploratrice single ed entomologa di fama internazionale.

Dal web Elle

Beatrice Lento