Archivio degli autori

Rosa Genoni

Rosa Genoni è l’artefice di uno stile di “pura arte italiana”, capace di fronteggiare il monopolio della moda francese. Valtellinese di umili origini, Rosa comincia a 10 anni come “piscinina” e tuttofare a Milano presso la sartoria di una zia, ma presto diventa sarta e, dopo un apprendistato in Francia, si forma come stilista, diventando poi designer e docente. Nel 1905 dirige un corso di sartoria presso la Società Umanitaria di Milano e un anno dopo, all’apice del successo, ottiene il Gran Prix all’Expo di Milano. Le sue creazioni si ispirano ai maestri dell’arte rinascimentale, ma pensano anche a una donna nuova e indipendente. E non è solo questione di moda: al lavoro Rosa affianca l’attività in favore dell’emancipazione femminile. Entrata in contatto col mondo femminista e con il movimento socialista, si batte insieme all’amica Anna Kuliscioff per la riduzione dell’orario di lavoro e l’istituzione del congedo di maternità. Fautrice di un’appassionata campagna pacifista allo scoppio della Grande Guerra, si impegna in attività filantropiche a sostegno dei profughi. Nel 1915 è l’unica rappresentante italiana al Congresso internazionale delle donne all’Aja.

Beatrice Lento

sos KORAI e AssCom col Comune di Tropea a sostegno della campagna di sensibilizzazione sull’ENDOMETRIOSI

«Cosa piangi? Non ti ho detto che stai morendo di cancro, solo che non puoi avere figli».
Quando Annalisa si è svegliata dall’operazione, questo è stato il saluto del chirurgo: le aveva appena tolto un ovaio. Racconta che in quel momento le è crollato il mondo addosso: da sei mesi aveva un compagno e temeva che la lasciasse, come succede a tante donne che soffrono di endometriosi. Però quel compagno, che poi l’ha sposata, l’ha rassicurata dicendole che mica stava con la sua malattia o con il suo utero: lui stava con lei.null

Annalisa pensa di essere fortunata ad averlo vicino, e intanto che lo dice la voce le si incrina, appena un po’, e mi commuovo anche io: sì, molto fortunata.

Annalisa Frassineti è la presidentessa di Ape onlus, che dal 2005 fa informazione sull’endometriosi e offre sostegno alle donne colpite. Lei è stata operata due volte in due anni, dopo una diagnosi errata di appendicite, ma fin da ragazzina ha sofferto di dolori spaccapancia: «A casa mia è sempre stato così, abbiamo una componente genetica molto forte: due anni fa l’hanno diagnosticata anche a mia mamma. Ci ripetono sempre che la donna deve soffrire, che è normale che le mestruazioni facciano male: non è così»

L’endometriosi colpisce in Italia tre milioni di donne, 150 nel mondo; i numeri reali, però, potrebbero essere maggiori, visto che non esistono registri della malattia e il ritardo nella diagnosi è in media di dieci anni.

È una malattia cronica, poco nota, dalle cause ancora sconosciute: l’endometrio, che riveste l’utero e si sfalda a ogni mestruazione, si diffonde anche a muscolatura, peritoneo, ovaie, tube, fino all’intestino, alla vescica, ai nervi. Le cellule al di fuori dell’utero rispondono agli stessi stimoli ormonali di quelle interne, e i loro micro-sanguinamenti provocano dolore, infiammazione cronica, aderenze, riducono la fertilità. Non esiste cura.

«La terapia, purtroppo, può agire solo sui sintomi. Non abbiamo farmaci che eliminino la malattia, possiamo solo controllarne la progressione», spiega Stefano Cosma, uno dei responsabili dell’Ambulatorio endometriosi e dolore pelvico cronico dell’Ospedale Sant’Anna di Torino. Per far capire come funziona, dice di immaginare le isole di endometriosi sparse per il corpo «come tante lampadine accese, che dipendono da un unico interruttore, gli estrogeni, attivi solo quando la donna è fertile. La cosa più semplice sarebbe spegnere queste luci, simulando la menopausa. Ma si parla di donne giovani, è irreale pensare di farlo a lungo. Allora possiamo pensare di abbassarne l’intensità, con la terapia ormonale». La diagnosi precoce è fondamentale. Per questo le volontarie dell’Ape vanno nei licei a spiegare alle ragazze quali sono i sintomi, quando è il caso di rivolgersi al ginecologo.

Il 13 gennaio l’endometriosi è stata inserita come patologia cronica nei nuovi Livelli essenziali di assistenza(quelli che il Servizio sanitario nazionale è tenuto a fornire a tutti i cittadini), ma le prestazioni gratuite riguardano solo il terzo e quarto stadio della patologia, mancano l’invalidità per gli stadi più avanzati, le tutele per le donne che, raccontano dall’Ape, «sono costrette ad andare a lavorare strisciando, dopo aver fatto colazione con gli antidolorifici».
Dice Annalisa che la cosa che più la ferisce è il fatto che la sua malattia non venga considerata una malattia. «È un po’ come diceva la Fallaci per il tumore, no? Se ti rompi un braccio, tutti gridano aiuto. Con il fatto che l’endometriosi non si vede da fuori, ed è poco conosciuta, tanti non la capiscono, pensano che sei fissata o debole o inventi scuse».

Prima della diagnosi, Annalisa si ricorda come «una che viaggiava sempre a mille»; poi, il periodo scuro. «Soprattutto non accettavo il fatto di non potere avere figli. Passavo davanti ai negozi per bambini e voltavo la faccia dall’altra parte».
Più tardi, mi dirà che le difficoltà, di ogni tipo, servono a fare una selezione naturale delle persone, lasciando solo quelle che davvero contano. Per lei, Alex, che le ha fatto accettare la malattia, che le ha detto: «Se non potremo avere figli, saremo una famiglia noi due».
E poi le altre volontarie. «Quando sono entrata nell’Ape ero molto arrabbiata, con la malattia e con il mondo. La presidentessa dell’epoca mi disse: guarda che così non va bene. Io rispondevo che volevo lottare, basta, dobbiamo fare la guerra. E lei: non siamo mica in Afghanistan. Poi ho trovato la pace, quando mi sono resa conto che non ero sola. Con l’endometriosi ti senti un alieno, soprattutto all’epoca non se ne parlava, molte si vergognavano. Scoprire che la mia storia era quella di tante altre mi ha fatto capire che non andava tutto così male: sì, ho dolore, sì, ogni tanto mi devo fermare, ma per fortuna posso vivere. E avere aiutato me stessa ha fatto sì che potessi aiutare altre ragazze nello stesso percorso. È un po’ una catena, no?».

A quella catena si è aggrappata Alessandra. «È bastato guardare negli occhi le altre per capire che abbiamo subìto le stesse cose. Tra noi non servono tante parole; quando invece proviamo a spiegarlo a chi ci sta vicino, spesso ci stanchiamo. Non sempre riescono a dare il giusto peso a quello che abbiamo patito». Lei con l’endometriosi combatte dal 1997. All’epoca, nessuno le aveva spiegato di cosa soffrisse: «Mi hanno dato un fascicoletto e mi hanno detto: la tua è solo sfortuna». Da allora, ha subìto sei interventi. Il dolore continuava, e solo dopo dieci anni si è capito che la malattia si era arrampicata per i nervi delle gambe, fino al coccige, all’intestino, ai reni: «Cominciavo a pensare di essere pazza». Anche se il dolore è ancora estenuante e vive con lei ogni giorno, con il tempo ha compreso che l’endometriosi «fa più male dentro, che non al corpo. E nessuno riesce davvero a capirlo. Fai esami invasivi che ti tolgono la dignità, prendi medicine che ti rubano la femminilità, punture che ti fanno andare in menopausa per sei mesi e non sei neanche più tu, ti cambia il carattere. Dopo il terzo intervento, ho cominciato ad avere attacchi di panico: sono fuggita due volte dalla sala operatoria. Non riesco più nemmeno a entrare in un ospedale, mi fanno soffocare. Mio fratello mi dice: è passato. È vero, ma quelle cose ti restano dentro, e ogni tanto riaffiorano».

Mi racconta con voce sottile di una visita dal ginecologo a vent’anni, dell’umiliazione quando lui le ha chiesto se provasse dolore durante i rapporti e poi si è messo a ridere nel sentire che era ancora vergine. «Io non cercavo il sollievo, cercavo un medico umano: ecco perché ho cambiato tanti ospedali. Ogni volta entravo e mi sentivo come i vestiti che le commesse piegano e mettono via. Vorrei che quello che è successo a me non succedesse ad altre».

Per questo ha cominciato a fare la volontaria, e intanto ha cambiato la traiettoria dei suoi sogni. «Ho dovuto lasciare l’università perché non riuscivo a studiare con la terapia del dolore, e so che non potrò diventare madre. Ma cerco il bello in altre cose. Ho dei nipoti che amo come figli miei, mi basta stare con loro perché tutto diventi luce. Ora posso stare seduta più a lungo, e ho ritrovato il piacere della lettura, che avevo abbandonato. Ho adottato un gatto, mi fa ridere. L’endometriosi ci porta via tante cose. Per non vivere con il rancore, non mi sono mai chiesta: perché a me? In fin dei conti, siamo tre milioni di donne: perché non a me? Non mi sento più meritevole delle altre».

Un discorso simile se lo ripete Elisa. Mentre parla ha la felicità che si infila tra una parola e l’altra: è incinta di quattro mesi, aspetta due gemelli. «A volte ti senti in colpa. Io posso e un’altra no, chissà perché me lo sono meritato». Un po’ crede alla fortuna, un po’ al destino. Quello che un giorno, mentre si faceva visitare per quei dolori «che pensi di essere matta», le ha messo davanti un dottore bravo ma con una giornata no, e allora lei non si è sentita capita, ha cambiato centro, persino città, e da lì si è aperto quello che chiama «il mio calvario». «Mi hanno detto che ero da operare d’urgenza, sono entrata in ospedale a maggio e sono uscita a settembre, dopo quattro interventi. Ovaie, appendice e poi il retto: ma sono andati troppo a fondo, sono finita in peritonite». Ricorda ancora il terrore del risveglio dall’anestesia nella notte, con il sacchetto della colostomia sulla pancia, senza sapere cosa fosse. Due anni fa, l’ultima operazione: «Ero come incollata dal diaframma all’utero, hanno dovuto staccarmi il fegato. Ma io sono una di quelle più fortunate. Mi hanno tolto le tube, dicevano che non avrei mai potuto avere figli, né fare inseminazioni. Poi il mio ginecologo mi ha convinta a fare comunque un tentativo. Mi avevano dato una probabilità del 5% di restare incinta: a volte l’impossibile, non si sa come, diventa possibile». Ricorda il periodo in cui non credeva sarebbe successo, i pianti di un mese intero. «Vedevo solo pancioni e passeggini. Avevo amiche che intanto avevano partorito e facevo parte, giustamente, delle loro vite. Forse è quello che mi ha aiutato: piangere quando era ora di piangere, parlarne quando era ora di parlarne, ma non tirarmi indietro».

Dopo la diagnosi, racconta, la prima reazione era stata pensare che per colpa sua il suo compagno non sarebbe diventato padre. «Gli ho detto subito che dovevamo lasciarci. Ho iniziato a tenerlo lontano: stufati, almeno ti trovi una ragazza normale, migliore. Per fortuna, lui non è stato un codardo come tanti altri, ed è rimasto. Stiamo insieme da dieci anni, anche se abbiamo avuto momenti non facili, con in più quello che la vita comporta. È mancato suo padre, poi il mio, tutto insieme». Che era forte, Elisa, dice di averlo capito dopo, quando si è rialzata. Anche troppo: era quella-che-non-bisogna-chiedere-mai, quella-che-bisogna-fare-tutto-da-sola. Continuava ad andare in palestra fino a un mese dall’operazione, continuava a ballare. Solo adesso che è incinta, per la prima volta, si è fermata.

«A volte spero che siano due maschi, così non avranno i miei problemi. Sono felice, ma ho anche paura di non riuscire a fare tutto come un’altra mamma. Perché nel frattempo la malattia è tornata, lo so che c’è, dentro. Tutti festeggiano quando vanno in pensione; io farò una gran festa quando andrò in menopausa, perché vorrà dire che finalmente è finita». Si ferma, poi ride. «Sai qual è la verità? L’endometriosi è proprio stronza».

Francesca Bussi

Beatrice Lento

Peccato: la Turchia non è più nella Convenzione di Istanbul

La Turchia si è ritirata dalla Convenzione di Istanbul del 2011, il primo trattato vincolante al mondo per prevenire e combattere la violenza contro le donne.

La Convenzione di Istanbul, la cui prima ratifica fu proprio della Turchia, impone ai governi di adottare una legislazione che persegua la violenza domestica e gli abusi, nonche’ lo stupro coniugale e le mutilazioni genitali femminili.

Ma secondo i conservatori la Carta danneggia l’unità familiare, incoraggia il divorzio e i suoi riferimenti all’uguaglianza venivano strumentalizzati dalla comunità Lgbt eppure la violenza domestica e il femminicidio sono un grave problema nel Paese.

Beatrice Lento

Ecco il segnale per comunicare che la persona che lo compie è vittima di violenza domestica

E’ nato un segnale universale per comunicare che c’è in atto una violenza domestica. Si sta diffondendo nel mondo: si tratta di un gesto semplice da fare per richiamare l’attenzione in una situazione di pericolo in casa. In tempi di Covid le violenze entro le quattro mura si sono quadruplicate e spesso le donne non riescono a difendersi nemmeno denunciando la brutalità in corso. #SignalForHelp è l’ashtag che contrassegna il simbolo internazionale per evidenziare la situazione di pericolo. Se vedi qualcuno rivolgerti questo strano saluto, chiama subito il 1522.

Beatrice Lento

La dottora dei poveri

«Mi auguro, per il trionfo della causa del mio sesso, solo un po’ più di solidarietà fra le donne. Allora forse si avvererà la profezia del più grande scrittore del nostro secolo – Victor Hugo – che presagì alla donna quello che Gladstone presagì all’operaio: che cioè il secolo XX sarà il secolo della donna»

Anna Maria Mozzoni, Alessandrina Ravizza, Ada Negri, Sibilla Aleramo sono solo alcune di quante si prodigarono tra Otto e Novecento per affermare i diritti delle donne. La loro attività si espresse soprattutto nel “femminismo lombardo” che aveva tre obiettivi principali: a) centralità della donna nella costituzione della democrazia; b) ruolo materno come titolo della cittadinanza e c) rivendicazione della libera disposizione di sé. Un tale approccio, però, fu solo in parte condiviso dalla principale protagonista del socialismo e del femminismo italiano, Anna Kuliscioff[1].
Nata nel 1854 a Moskaja (Cherson), da un’agiata famiglia di mercanti ebrei, Anna[2], dotata di una straordinaria memoria e di una eccezionale predisposizione al ragionamento logico e rigoroso, fu incoraggiata sin dall’infanzia a coltivare gli studi con maestri e governanti privati e si interessò molto presto di politica. Nel 1871 si trasferì a Zurigo per proseguire gli studi di filosofia, poiché in Russia alle donne era proibito l’accesso all’università. Testimonianza della sua indole passionale e dell’ansito paritario fu il gesto clamoroso con cui strappò il libretto universitario quando, nel 1873, fu ordinato agli studenti russi di abbandonare l’università di Zurigo, pena la non ammissione agli esami in Russia. Ordine, tra l’altro, sostenuto dalla motivazione secondo cui le giovani russe si recavano all’estero non per assecondare il demone degli studi, ma per abbandonarsi agli impulsi del libero amore. Era una vera provocazione.
Tornata in Russia nel 1874 per dedicarsi alla politica attiva, già nel 1877 fu costretta a riparare in Svizzera, in seguito all’ondata di arresti provocati dai vari movimenti di piazza che in quegli anni agitavano non solo la Russia, ma gran parte dell’Europa. Proprio in Svizzera conobbe Andrea Costa, con il quale si trasferì a Parigi per collaborare all’Internazionale di Kropotkin[3]. Ma nel ‘78 venne arrestata ed espulsa dalla Francia e fu di nuovo in Svizzera. Di idee anarchiche, Costa si avvicinò al socialismo proprio grazie ad Anna. Erano, quelli, anni di repressione durissima, che li videro entrambi vittime di continui arresti e di processi sommari. In particolare il processo a Firenze del 1880 suscitò molto interesse nell’opinione pubblica e dette molta visibilità alla personalità della Kuliscioff.
La lontananza forzata e il temperamento geloso di Costa però incrinarono per sempre un rapporto già conflittuale. Andrea dal carcere scrive ad Anna della propria gelosia, rivolta in modo particolare a Carlo Cafiero con cui Anna, a Lugano, aveva avviato un fitto dialogo politico e umano. Alle accuse del suo compagno, la Kuliscioff replica con fermezza: «Io alla fine vedo una cosa: agli uomini come sempre è permesso tutto, la donna deve essere di loro proprietà. La frase è vecchia, banale, ma ha le sue ragioni d’essere e l’avrà chissà per quanto tempo ancora».
La sfiducia e i dissapori, inaspriti dalla lontananza, inabisseranno definitivamente nel 1885 il loro amore, dal quale nacque una figlia, Andreina.
In Svizzera la Kuliscioff aveva ripreso gli studi ed era passata dall’ingegneria alla medicina. In seguito alle numerose detenzioni aveva contratto la tubercolosi e le vennero consigliati climi più miti. Si trasferì così, con la figlia, a Napoli. Nel 1888 si specializzò in ginecologia, prima a Torino, poi a Padova. La sua tesi era dedicata alle cause della febbre puerperale, e avendone indicato l’origine batterica, aprì la strada alla scoperta che avrebbe salvato milioni di donne dalla morte dopo il parto. Si trasferì poi a Milano, dove cominciò ad esercitare l’attività medica, recandosi tra l’altro anche nei quartieri più poveri della città. Dai milanesi venne chiamata la “dottora dei poveri”.
A Milano entra in contatto con le principali esponenti del femminismo milanese, Anna Maria Mozzoni, Paolina Schiff e Norma Casati, che nel 1882 avevano formato la Lega per gli interessi femminili. Da qui in avanti l’impegno di Anna Kuliscioff nella questione femminile diviene sempre più chiaro e incalzante, sino a culminare nel bellissimo intervento al Circolo filologico di Milano, nell’aprile del 1890: Il Monopolio dell’uomo. Un intervento forte, dall’impostazione originale e moderna, che non solo considera la questione femminile da un’angolazione economica (prospettiva “obbligata” per chi come lei si considerava parte del firmamento marxista), ma che soprattutto scava tra i ritardi, le motivazioni sociali, i pregiudizi culturali che la accompagnano e che trovano le loro radici in una mentalità chiusa, gretta e in abitudini di secolare sopraffazione. L’aspetto innovativo dell’intervento di Anna Kuliscioff, però, risiede nel modo di denunciare le angherie riservate all’altro sesso. «Non farò, tuttavia, una requisitoria – così esordisce la Kuliscioff al convegno milanese -. Non è una condanna ad ogni costo dell’altro sesso che le donne domandano; esse aspirano anzi ad ottenere la cooperazione cosciente ed attiva degli uomini migliori, di quanti, essendosi emancipati, almeno in parte, dai sentimenti basati sulla consuetudine, sui pregiudizi e soprattutto sull’egoismo maschile, sono già disposti a riconoscere i giusti motivi che le donne hanno di occupare nella vita un posto degno per averne conquistato il diritto».
Se l’inferiorità della donna nasce dai privilegimaschili, superarla risulta certo assai difficile perché il predominio dell’uomo esce come consacrato da schemi sociali giuridici e politici che affondano le loro radici nella notte dei tempi e che da qui, sull’onda lunga della storia, giunge fino ai moderni a rinsaldare la catena della subordinazione femminile.
«L’esperienza di altre e molte donne – argomenta Anna – che si alternarono a deviare dal binario tradizionale la vita femminile in genere, e soprattutto l’esperienza mia propria, m’insegnarono che, se per la soluzione di molteplici e complessi problemi sociali si affacciano molti uomini generosi, pensatori e scienziati, anche delle classi privilegiate, non è così quanto al problema del privilegio dell’uomo di fronte alla donna». E aggiunge: «Tutti gli uomini, salvo poche eccezioni, e di qualunque classe sociale, per un’infinità di ragioni poco lusinghiere per un sesso che passa per forte, considerano come un fenomeno naturale il loro privilegio di sesso e lo difendono con una tenacia meravigliosa, chiamando in aiuto Dio, chiesa, scienza, etica e leggi vigenti, che non sono altro che la sanzione legale della prepotenza di una classe e di un sesso dominante».
Sarebbe, dunque, semplicistico attribuire l’inferiorità della donna all’egoismo e alla prepotenza maschile. È una condizione, quella femminile, assai più complicata e subdola; sì, subdola perché il passare del tempo e l’evoluzione intellettuale e morale dell’uomo ha trasformato l’antica condizione di schiavitù della donna; ma, appunto, l’ha trasformata non l’ha abolita, e anzi – auspice anche la tradizione cristiana -, quella condizione di mite arrendevolezza è stata santificata dalle stesse donne.
«I detti di San Paolo – ricorda la Kuliscioff – di San Giovanni Crisostomo, di Sant’Agostino, di Sant’Ambrogio ed altri, tutti d’accordo a chiamare la donna la porta del demonio, lo provano a sufficienza. E questi concetti, modificati e rifatti poi dalle varie chiese e soprattutto dalla chiesa cattolica, informano ancora dopo tanti secoli la sostanza delle opinioni che hanno gli uomini e, purtroppo, anche le donne stesse, sulle capacità, sulle attitudini e sui rapporti reciproci dei due sessi (…) così per le donne sono rimaste leggi ed istituzioni che hanno origine dalla forza brutale, consacrate e sanzionate dalla chiesa e diventate poi anche base dei codici civili vigenti». Da qui muove Anna per descrivere la parabola della donna, dall’eta’ primitiva agli albori della società industriale, con “l’altra metà del cielo” sempre piegata sotto il giogo della sopraffazione e dello sfruttamento. «Si potrebbe dire con Letourneau – sottolinea con forza la Kuliscioff – che il primo animale domestico dell’uomo è stato la donna, perché in condizioni dispari di lotta, essa rimaneva la vinta, ma vinta soltanto dalla forza brutale».
La prima denuncia di Anna Kuliscioff è la mancanza di solidarietà tra le donne, il loro essere divise da un’opinione dura e refrattaria agli slanci dell’emancipazione. Sebbene l’intervento della Kuliscioff ebbe una risonanza internazionale, in Italia l’eco delle sue parole si spense subito.
Nel 1891 insieme a Filippo Turati, fondò la rivista «Critica sociale», dalle cui colonne perorò molte cause, a cominciare dal riscatto delle donne, che ella sostenne in tutti i modi. Tutti, proprio tutti: promuovendone l’emancipazione intellettuale e morale, sostenendone l’indipendenza economica, difendendone i diritti. Dal primo decennio del Novecento fino allo scoppio della Grande Guerra sosterrà con tutti i mezzi possibili la battaglia per il suffragio universale, unitamente ad alcuni fra i più angolosi eretici del socialismo italiano, come Gaetano Salvemini.
Dopo la rottura con Andrea Costa nel 1885, Anna Kuliscioff e Filippo Turati si unirono in un sodalizio durato quarant’anni, che corrispose all’espressione più alta del movimento socialista in Italia. Un grande amore e un’intesa umana e intellettuale non disgiunta però dall’indipendenza di pensiero di Anna e dalla necessità di vegliare e affermare la propria individualità.
La misura di questa indipendenza sta in una boutade di Antonio Labriola, secondo il quale il socialismo italiano contava un uomo soltanto, che poi era una donna: Anna Kuliscioff. Il luogo-simbolo, che poi divenne come una specie di santuario fu il loro appartamento a Milano in via Portici Galleria al numero 23, il cui salotto venne adibito a redazione di «Critica sociale», e che fu il punto di ritrovo degli esponenti politici del tempo, ma anche l’asilo di persone comuni, come le “sartine”, che trovavano in Anna una confidente leale e generosa. E proprio da Milano la Kuliscioff sostenne concretamente la questione femminile all’interno del movimento socialista, dapprima con la legge Carcano, approvata nel 1903, per la tutela del lavoro delle donne e dei fanciulli, elaborata dalla stessa Kuliscoff e presentata da Turati, e poi con la battaglia per il suffragio universale.
Agli inizi del Novecento il dibattito sul voto ruotava intorno alla richiesta di estenderne il diritto a tutti i cittadini maschi, anche analfabeti. Dell’eguale prerogativa per le donne, invece, nessuno, o quasi, si dava pensiero. Lo stesso Turati giustificava la posizione del Partito adducendo come motivo «la ancora pigra coscienza politica di classe delle masse proletarie femminili». Immediata la risposta di Anna Kuliscioff su «Critica sociale»: «Direte, nella propaganda, che agli analfabeti spettano i diritti politici perché sono anch’essi produttori. Forse le donne non sono operaie, contadine, impiegate, ogni giorno più numerose? Non equivale, almeno, al servizio militare, la funzione e il sacrificio materno, che da’ i figli all’esercito e all’officina? Le imposte, i dazi di consumo forse son pagati dai soli maschi? Quali degli argomenti, che valgono pel suffragio maschile, non potrebbero invocarsi per il suffragio femminile?».
Sulla questione del suffragio universale, inteso come estensione del voto a tutti, donne e analfabeti inclusi, Anna Kuliscioff trovò rispondenza di idee con Gaetano Salvemini, lo storico pugliese noto per il suo temperamento impetuoso.
«Ora – si lamentava Turati in una lettera alla Kuliscioff – Salvemini mi scrive che, se il suo progetto di suffragio è buono, dobbiamo farlo nostro, se cattivo, presentarne uno migliore, far subito, fare grosso, e via via con tutte le solite impertinenze, pum, pum, pum». Ma le querimonie di Turati non trovavano facile accoglienza nella Kuliscioff, che invece trovava in Salvemini una consonanza di idee, dalla condanna della politica giolittiana alla necessità di estendere il diritto al voto a tutti, analfabeti e non, uomini e donne.
Anna Kuliscioff non solo si era schierata apertamente contro le posizioni ufficiali del Partito Socialista (e quindi anche di Filippo Turati), ma aveva sempre mostrato il suo scetticismo, per non dire il suo disprezzo, nei confronti del femminismo borghese che rivendicava diritti solo per le donne appartenenti a determinate categorie sociali.
Ma nel 1912 il governo Giolitti approva una legge che, sotto il (falso) nome di suffragio universale, concede di fatto il voto a tutti gli uomini alfabeti che abbiano compiuto i ventuno anni di età, e a tutti i maschi analfabeti che abbiano raggiunto i trenta anni. Solo uomini. Un’amara sconfitta, dinanzi alla quale però Anna Kuliscioff non disarma, pessimista ma tenace. Ed ecco infatti che il 7 gennaio del 1912 fonda la rivista bimestrale «La Difesa delle Lavoratrici», che dirigerà per due anni insieme a Carlotta Clerici, Linda Malnati e Angelica Balabanoff. Nel 1914, dopo lo scoppio della guerra, le divergenze politiche con la redazione porteranno Anna Kuliscioff a ritirarsi dall’iniziativa editoriale, sulla quale, però, continuerà sempre a pesare l’eminenza del suo giudizio. Dopo la fine della guerra e l’avvento del fascismo, la rivista non ebbe vita facile. Chiuse nel 1925, anno della morte di Anna Kuliscioff. Forse non solo una accidentale coincidenza.
Proprio mentre il fascismo si affermava con tutta la sua tracotanza, Anna Kuliscioff si spegneva nel suo appartamento milanese. «È proprio difficile anche morire».
«Quando si sentì venir meno e soffocare, volle baciare tutti i suoi intimi, e si spense, senza un sussulto, senza un brivido».
Immensa la folla di persone che volle rendere omaggio alla “dottora dei poveri”, ricordata così da Pietro Nenni: «I funerali erano stati un’apoteosi per lei e per il sopravvissuto suo compagno. Ma, ai fascisti, anche l’omaggio reso a una donna insigne per sapere, preclara per carattere, da tutti stimata per la bontà senza pari, era riuscito intollerabile. Sui gradini stessi del Monumentale, mentre a mo’ di saluto io gridavo “Viva il socialismo!”, fummo aggrediti. Attorno alla bara, attorno alle corone e ai nastri, ci fu una zuffa breve e feroce dalla quale parecchi uscimmo sanguinanti e pesti. Ed era triste pensare che ciò avvenne in un cimitero e davanti alla salma di una donna che, con tutta la sua anima, con tutta la sua intelligenza aveva auspicato pace, giustizia e fraternità».
Il suffragio universale, inteso così come Anna Kuliscioff lo aveva difeso nelle sue battaglie, ossia come voto per tutti, uomini e donne, senza distinzione alcuna di sesso o di classe, sarà introdotto in Italia solo nel 1946, dopo venti anni di dittatura fascista e l’immane tragedia della seconda guerra mondiale.

Beatrice Lento

sos KORAI sostiene Tropea nella conquista del titolo di Borgo più bello d’Italia 2021, scopri come votare!

Il Borghi dei Borghi, LA GRANDE SFIDA 2021: dalle ore 17:00 di Domenica 7 marzo sino alle ore 23:59 di Domenica 21 marzo potrete votare il borgo di Tropea sul sito della RAI: www.rai.it/borgodeiborghi o su www.raiplay.it.
Potrete esprimere 1 voto al giorno da ogni e-mail per una sola preferenza. Chi fosse già in possesso di credenziali Raiplay potrà effettuare direttamente il login al sito e, dopo l’autenticazione, esprimere la propria preferenza di voto. Gli utenti non ancora registrati per votare dovranno creare una utenza Raiplay indicando username, password ed indirizzo e-mail di riferimento.
Il voto è GRATUITO.
Il Borgo di Tropea rappresenta la regione Calabria in questa grande sfida 2021. Vincere dipende solo da noi! Votare è importante! Continuiamo a farlo OGNI GIORNO! Coinvolgiamo il maggior numero di persone tramite i social ed il passaparola costante! Occorre un continuo impegno di tutti durante queste due settimane senza mai far calare l’attenzione. Solo in questo modo si potrà avere la possibilità di vedere, domenica 4 APRILE 2021, Tropea come Borgo più Bello d’Italia dell’edizione 2021.
Grazie per la preziosa collaborazione e Forza Tropea! #tropea #calabria #ilborgodeiborghi #borghipiubelliditalia #spiaggiatropea #kilimangiarorai #mare #beach #viaggiare #travel #summertime

Beatrice Lento

Ciao Bettina!

Per salutare la cara amica Bettina Rombolà pubblichiamo anche il suo racconto “La Maestra”, una delle storie di donne del primo Quaderno dell’8 Marzo dell’associazione.
La Nostra amava tantissimo scrivere e i suoi racconti, immancabilmente, arricchivano il nostro piccolo, amato opuscolo. Qui esprime la sua gratitudine per un personaggio legato alla sua Brattiró: la Maestra che lei definiva “ “per antonomasia”
Ciao Bettina cara!

“Un personaggio femminile del mio paese, che mi piace ricordare è, senza dubbio, la “Maestra” Maria Teresa Tambuscio, che abitava vicino alla casa dei miei genitori, dove sono nata e cresciuta, fino al matrimonio. Vecchi album di fotografie d’epoca; un quaderno diario del defunto mio padre, suo allievo, in tenuta di “piccolo balilla” (gli scolari dell’epoca fascista); e soprattutto il prezioso aiuto di Sarina Rombolà, sua pronipote, nonchè mia cara amica: questi sono gli strumenti di cui mi sono avvalsa nell’indagare intorno alla figura di questa esemplare educatrice di tante generazioni di scolari. Andando a ritroso nel tempo, come in un “flashback”, riaffiorano sprazzi di momenti rimasti impressi indelebilmente nella mia memoria. La “Maestra” Maria Teresa Tambuscio nacque a Monteleone Calabro (l’o- dierna Vibo Valentia) il 13/03/1881 e morì a Brattirò di Drapia (VV) il 7/12/1964. Qui, svolse l’attività di “Maestra” nella scuola elementare, no- minata dal sindaco del Comune di Drapia, di cui Brattirò è la frazione più importante, non essendoci, all’epoca, le scuole statali. In questo centro, la Tambuscio insegnò dal 1901 al 1948. Con lei era venuta a Brattirò anche la sorella Serafina, nonna della mia amica Sarina. Al contrario della sorella, che sposò un signore del paese, dal quale ebbe dei figli, la “Maestra” scelse di rimanere nubile. Dai miei ricordi di fanciulla emerge spesso l’immagine di lei, imponente e matronale, sia da giovane donna con i capelli neri, rac- colti con un fermaglio, sia nell’età avanzata con i capelli, via via incanutiti dal trascorrere del tempo. La casa di Maria Teresa Tambuscio, la “Maestra” per antonomasia, era, per così dire, il “salotto buono” del paese, in cui si radunavano i cosiddetti “notabili”, per lo più persone che amavano la cul- tura e la conoscenza in genere. Tra queste, ricordo, c’erano: il parroco, don Pasquale Bagnato, di Tropea; il medico condotto e il farmacista. Un altro frequentatore del salotto della signorina Tambuscio fu il direttore didattico Orazio Ferro, di cui ho nitida nella memoria la slanciata figura, avvolta dal vestito di lino bianco e con il cappello di panama in testa, quando, specie d’estate, veniva a far visita alla “Maestra” dalla sua tenuta di Sant’Angelo, località nelle vicinanze di Brattirò. Habituè della casa della Tambuscio era anche mio nonno materno, don Peppe, che aveva studiato fino al quinto ginnasio e che soleva dire: “Vado dalla Maestra, donna molto colta, perchè da lei c’ è sempre da apprendere”. Rammento bene, infine, perchè un po’ più recente, il giorno della cerimonia di intitolazione della scuola elemen- tare di Brattirò alla “Prima Maestra”, presieduta dal compianto Direttore Di Renzo, il 03/05/1990. Nell’atrio della stessa scuola si conserva il busto in bronzo, su piedistallo in marmo, della “Maestra”, opera dello scultore, originario di Zungri, Michele Zappino, e offerto dall’ex alunno, ora defun- to, Domenico Pugliese, detto Micu Moretto, emigrato in Argentina negli anni 1949-50. Oltre ad essere stata la “ prima maestra” di Brattirò, la signo- rina Maria Teresa Tambuscio si è distinta sempre per l’impegno profuso quotidianamente nello svolgimento del suo lavoro e, pertanto, è degna di essere proposta come esempio alle nuove generazioni. Per queste sue doti, la “Maestra” fu insignita nel 1932 della medaglia d’argento, per gli eleva- ti meriti educativi, dall’allora Re, Vittorio Emanuele III, e nel 1948 della medaglia d’oro, sempre per meriti educativi e sociali, dall’allora Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi. La “Prima Maestra” di Brattirò ha portato al paese: cultura, amore per l’istruzione e, in tempi socio economici complessi e problematici, ha contribuito alla sua crescita civile, oltre che culturale.

Elisabetta Rombolà

Quaderno dell’ 8 Marzo 2018 #1

Beatrice Lento

Ciao Professoressa Elisabetta Rombolà

sos KORAI condivide con i familiari e con quanti, conoscendola, non hanno potuto che amarla, il grande dolore per la prematura scomparsa della socia e amica, professoressa Elisabetta Rombolá, per tutti Bettina.
Creatura singolare per bontà e dolcezza, colta, affettuosa, rispettosa, gentile, affabile… innocente come un bambino, lascia un vuoto incolmabile.
sos KORAI Le rende omaggio pubblicando il suo racconto “ Rosetta” che fa parte del primo Quaderno dell’8 Marzo dell’associazione.
Ciao Amica carissima, resterai per sempre con noi!

“Sono Rosetta, considerata da tutti una persona strana e insolita, arrivata a Brattirò nei lontani anni Cinquanta. Forse è vero: sono una donna piutto- sto bizzarra e sono ricordata principalmente dai meno giovani, in quanto vissuta ai tempi della loro fanciullezza. Pertanto la mia memoria, dopo la mia dipartita, va via via affievolendosi tra le nuove generazioni. Tutto questo mi ha spinto a fare una specie di riflessione sulla mia vita terrena per riempire questa mancanza, ricostruire questo piccolo pezzo di storia del Comune di Drapia e lasciare alle generazioni future il mio personaggio, che è parte integrante della cultura di questi nostri luoghi. Le indagini su di me sono piuttosto difficili per mancanza di dati attendibili. Comunque, cercherò di dare qualche notizia certa. Sono originaria di San Gregorio d’Ippona e sono arrivata a Brattirò tanto tempo fa, seguendo un possidente del posto, che era solito trascorrere le vacanze estive nelle sue proprietà, situate nella nostra zona. Io, Rosetta, curavo il casolare e mi dedicavo alle faccende domestiche, vivendo in modo dignitoso di quel poco che ricevevo. Frattanto, sono riuscita a creare dei contatti con gli abitanti del paese, incuriositi e spesso divertiti dal mio modo di fare, spontaneo e piuttosto sempliciotto, per non dire rozzo. In seguito alla morte del mio amico benefattore, sono stata allontanata dal luogo dove alloggiavo. Quindi, rimasta completamente da sola, per giunta senza dimora, ho iniziato a vivere da randagia, vagabondando per le campagne in cerca di vestiti, cibo e un qualsiasi letto dove poter dormire. Mi sono adattata a tutto quello che mi si presentava davanti, mangiando qualunque cosa fosse commestibile e dormendo su qualsiasi giaciglio, anche con animali. A riguardo la dottoressa Francesca Speranza, chiamata da alcune compassionevoli persone per visitarmi, preso atto della specie di porcile in cui vivevo, vicino al villaggio “La Pace”, e soprattutto delle mie non buone condizioni di salute, mi ha fatto ricoverare all’ospedale di Vibo Valentia. Dopodiché, sono stata trasferita in una casa di cura per anziani a Limbadi e qui ho trascorso i miei ultimi anni. Nel ripercorrere le tappe della mia “avventurosa” vita terrena, debbo riconoscere che i Brattiroesi si sono sempre mostrati caritatevoli nei miei confronti. Il mio modo colorito di esprimermi, ricco di invettive dialettali e paesane, suscitava l’ilarità dei più: ricordo con nostalgia quando prendevo il bus per Tropea, rendendo spassoso e divertente il viaggio agli studenti; allo stesso modo i litigi, che scaturiti da futili motivi, finivano spesso per trasformarsi in risate fragorose. In fondo, nessuno si è mai offeso con me per le mie parole volgari e mordaci, perché le pronunciavo senza cattiveria alcuna. Sono sempre stata spontanea e naturale nel rapportarmi con gli altri e nell’esternare i miei sentimenti. La gente lo capiva: ecco perché, a distanza di tanti anni dalla mia morte, molte persone si ricordano ancora di me, specie quelle di una certa età.”

Quaderno dell’8 Marzo 2019
Elisabetta Rombolà

Beatrice Lento
Senza categoria

Anna Achmatova

Anna Achmatova, pseudonimo di Anna Andreevna Gorenko (Bol’soj Fontan, 23 giugno 1889 – Mosca, 5 marzo 1966), è una delle più importanti poetesse russe del Novecento. In realtà Anna Achmatova non amava l’appellativo di poetessa, e preferiva farsi definire poeta, al maschile.

Bevo a una casa distrutta,
alla mia vita sciagurata,
a solitudini vissute in due
e bevo anche a te:
all’inganno di labbra che tradirono,
al morto gelo dei tuoi occhi,
ad un mondo crudele e rozzo,
ad un Dio che non ci ha salvato.

Sentirai il tuono
e mi ricorderai,
pensando: lei voleva la tempesta.
L’orlo del cielo
avrà il colore del rosso intenso,
e il tuo cuore,
come allora, sarà in fiamme.

Ho soltanto un sorriso.
Così. Un moto appena visibile di labbra.
E per te lo conservo:
ché è un dono dell’amore.

Non mi ami, non ne dubito
Nè mai potrai amarmi?
Perché dunque un estraneo
In tal modo mi attira?

In te vacillo, cado e mi alzo ardendo…
tu tra tutti gli esseri hai il diritto di vedermi debole.

Lascio la casa bianca e il muto giardino.
Deserta e luminosa mi sarà la vita.

Perdona se son vissuta affliggendomi,
e il sole poco m’ha allietata.
Perdona, perdona se molti
ho scambiato per te.

Le labbra si fondono nel terribile silenzio
E il cuore si spezza per amore.

Come vuole l’ombra staccarsi dal corpo,
come vuole la carne separarsi dall’anima,
così io adesso voglio essere scordata.

Beatrice Lento

Ciao Cristina!

sos KORAI si unisce, con affetto, al dolore dei familiari e degli amici di Cristina e la ricorda con uno stralcio del suo racconto dedicato a Nannà, l’amatissima nonna materna, per il Quaderno dell’8 Marzo dell’associazione che, dallo scorso anno, attende di essere presentato.
Ciao Cristina, donna sempre forte e libera, non ti dimenticheremo!

“La mia nonna materna si chiamava Anna. Si chiamava Anna an-
che la mia nonna pater- na: da piccola perciò immaginavo che tutte le nonne si chiamasse- ro Anna. Mentre la memoria mi restitui- sce pochi, ma dolci ri- cordi della mia nonna paterna di San Lucido, la nonna materna ha avuto un ruolo impor- tante nella vita di tutti noi: viveva in casa con noi, che siamo cresciu- ti sotto la sua ala, nelle sue braccia amorevoli: non la chiamavamo “nonna”, ma “nannà (…)

Beatrice Lento