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Primo incontro di formazione su:” ENDOMETRIOSI? …parliamone!

Incontro  di formazione  sull’ ENDOMETRIOSI organizzato da sos KORAI Onlus
Si é svolto, il 17 u.s.,  nel Laboratorio di Genere “MNEMOSYNE” del Liceo Classico di Tropea il primo Incontro formativo  destinato ai Soci, ai Rappresentanti degli Istituti Scolastici, della FIDAPA e dell’ Inner Weehl Club della Cittá. Scopo del Meeting proseguire il Progetto di sos KORAI
 ”ENDOMETRIOSI? …parliamone!”, appena avviato, con la formazione dei Volontari e la scelta degli interventi da intraprendere.
Propedeutici, alla discussione conclusiva tra i partecipanti, le relazioni della Socia Mariantonietta Pugliese e della Presidente Beatrice Lento.
La Pugliese, con la sua “A tu per tu con l’ Endometriosi” ha  evidenziato come oggi la stima del numero di donne coinvolte sia vicina al 10% di quelle in etá riproduttiva e che dal 30 al 40 per cento di loro non riesce ad avere figli, in effetti molte donne scoprono la loro endometriosi solo a seguito delle difficoltà a restare incinta. Mariantonietta ha anche indicato i sintomi, le possibili cause, i rimedi solitamente impiegati e si é soffermata sulla dieta. Ha anche sottolineato come soltanto le forme più gravi della patologia diano diritto ad ausili e benefici per cui in tutti gli altri casi rimane l’ esigenza di sostenere spese consistenti.
La Presidente Lento ha prospettato la tesi secondo cui : “L’ Endometriosi é violenza sulle Donne” e per farlo ha indicato i rimedi storicamente usati quali: camicia di forza, mutilazioni genitali, gravidanza come cura e persino uccisione della donna sofferente perché giudicata indemoniata. Ha poi elencato le cause ipotizzate nel passato, assai colpevolizzanti l’ ammalata, quali: immoralità, promiscuità, smodata sessualitá e  ancora squilibrio mentale. Ha anche evidenziato come la sofferenza  venisse spesso ricompresa in quella pseudopatologia, frutto di misogina e maschilismo, definita Isteria e come il pregiudizio antico abbia influenzato l’ atteggiamento attuale determinando l’insensibilitá al dolore delle pazienti, perché ritenuto illusorio, per tutto Il ventesimo secolo.
“ Certo” dichiara Mariantonietta Pugliese” non è facile descrivere le emozioni provate  nel condividere con le socie e i soci di sos KORAI il progetto “Endometriosi?…parliamone!
Sicuramente tanta è stata la soddisfazione che ho avvertito  nel vedere gli sguardi di tutti i presenti attenti e desiderosi di conoscere questa terribile malattia, soddisfazione che va ben oltre le aspettative. Credevo fosse una difficile impresa spiegare l’esistenza di questa patologia, di quanto sia grave e invalidante. Impossibile negare la delicatezza dell’argomento che riguarda la sfera più intima della donna. É stato quindi sorprendente registrare in tutti sensibilità, solidarietà e amorevolezza verso queste persone straordinarie che ogni giorno affrontano la vita con forza e coraggio. 
Il momento per me più coinvolgente è stato la lettura della testimonianza  di Silvia Barbona,una donna  a cui la malattia ha portato via tanto, ma non di certo la voglia di lottare. Più volte, durante l’incontro, abbiamo ribadito che non è normale soffrire solo perché donne e che se anche uno solo dei sintomi ,fra quelli individuati come tipici dell’ Endometriosi, é presente bisogna correre da uno specialista perché una diagnosi precoce può scongiurare il peggio. Credo che solo attraverso le testimonianze di chi con questa malattia ha imparato a convivere sarà possibile abbattere i muri dell’ignoranza e aprirsi alla consapevolezza”
“ Anch’ io” aggiunge Beatrice Lento” ho vissuto con forte emozione l’incontro perché, affrontando questo delicatissimo argomento, ho avvertito la sofferenza di tante donne. Effettivamente il pregiudizio secondo cui la psiche femminile é governata  da misteriose influenze uterine che la rendono volubile e fragile  ha condizionato la ricerca scientifica su questa patologia e ha determinato una profonda insensibilità verso il dolore provato dalla donna considerato immaginario o, per meglio dire, isterico. Troppo spesso questo pregiudizio é diventato uno strumento di potere per rinchiudere la donna in un recinto di subalternitá e di inferioritá fisica, mentale ed etica. Pure io sono stata colpita dalla testimonianza di Silvia Barbona e concludo il mio dire citando questa sua frase estremamente toccante: ’Ho 42 anni e non sono ancora Mamma…Ma io ho speranza nel Signore e fiducia nelle medicina’”
L’incontro formativo si é concluso con un’ a1appassionata discussione che ha coinvolto tutti i presenti evidentemente colpiti dall’ intensità delle emozioni in gioco. É risultata strategica tra le azioni al vaglio la possibilità di entrare nelle scuole per rapportarsi con gli Studenti e le famiglie ma soprattutto con i Docenti perché sono loro gli operatori di prima linea che, opportunamente preparati, possono veicolare i messaggi essenziali sul piano della prevenzione e della cura e su quello della formazione rispettosa della Paritá di Genere. Il Progetto prosegue sul piano della diffusione di conoscenze attraverso il Blog soskorai.it e della preparazione di un primo convegno rivolto alla Comunità con il coinvolgimento di esperti sul piano medico e psicologico e di testimoni.
La Presidente di sos KORAI 

Beatrice Lento

Beatrice Lento

Le calciatrici hanno il loro album

Finalmente anche le donne avranno il mitico album Panini.

La raccolta di 480 figurine é dedicata a Francia 2019, settima mondiale di calcio femminile che si terrá dal 7 giugno al 7 luglio.

É un evento!

Beatrice Lento

Accanto all’ ENDOMETRIOSI c’è tanta sofferenza, facciamo la nostra parte

Cari Socie, Soci e Amici di sos KORAI Onlus, Vi ricordo che mercoledì 17 p.v., alle 17, ci incontreremo nell’ Aula Mnemosyne del Liceo Classico di Tropea per confrontarci sul Progetto “ENDOMETRIOSI?…parliamone!” e Vi prego caldamente di non mancare trattandosi di un momento propedeutico al nostro impegno successivo, saremo puntuali e sintetici.

Vi invito anche ad avanzare le proposte di intervento che Vi sembrano opportune. Ho stilato il percorso progettuale prevedendo queste azioni

– Incontri di sensibilizzazione, condivisione e informazione con i Soci, le Associazioni del territorio a noi affini per finalità e i Docenti della Scuola tropeana

– Confronto e dialogo con i Dirigenti e i Docenti dell’ Istituto Superiore e dell’ Istituto Comprensivo di Tropea

-Presentazione della problematica e diffusione di informazione e formazione agli studenti e alle famiglie

-Convegni dedicati alla Comunità con la presenza di esperti in campo medico e psicologico

-Diffusione di informazioni e promozione di conoscenza e di formazione attraverso il Blog soskorai.it, tutte le Agenzie dell’ Informazione e tutti i linguaggi che si riuscirà a coinvolgere

– Messaggi di Sensibilizzazione alle Istituzioni competenti

Cari Amici, accanto all’ Endometriosi

c’ é tanta sofferenza e credo che ognuno di noi debba e possa fare la sua parte.

Salutandovi affettuosamente, ancora una volta caldeggio la Vostra partecipazione.

La Presidente

Beatrice Lento

Tropea 15 Aprile 2019

Beatrice Lento

Carmelea da GRETA secondo Quaderno dell’8 Marzo di sos KORAI

Sono nata dopo la guerra del 15/18 a Tropea e qui ho sempre vissuto e camminato. Mio padre si chiamava Michele ma è morto quando ero troppo piccola per ricordarlo, ricordo solo che morì all’ospedale vecchio. Con mia madre e mia sorella Vincenzina abitavamo vicino la Chiesa della Pietà.

Eravamo povere ma la gente ci voleva bene e ci aiutava. Dopo la guerra la fame “cantava cu l’angiuli” e in inverno il freddo ci faceva battere i denti fino a consumarli. Mia ma- dre diceva sempre che d’inverno “cu eppi focu campò, cu eppi pani moriu”.

Io non ho mai voluto sposarmi, marito e figli non mi sono mai passati per il cervello. Ho sempre camminato per le vie di Tropea per fare qualche lavoro, certe volte mi davano delle commissioni, altre volte andavo a portare del latte o della farina fuori Tropea. La gente si fidava di me e quando riportavo il resto me lo lasciava per mancia.

Mia sorella invece stava quasi sempre a casa, ma si sistemava come se dovesse uscire. Tutti i giorni si lavava alla fontana e si metteva il rossetto. Ogni tanto metteva al mondo un figlio, un figlio della Madonna, ma molti sono morti ancora piccoli. Chi riusciva a sopravvivere lo mandavamo all’asilo dei poveri, le suore gli davano l’olio di fegato di merluzzo, così i bambini non crescevano rachitici. Nelle vie di Tropea la miseria era ovunque. Nei bassi le persone vivevano insieme agli animali in stanzoni dalle pareti luride e il pavimento era di terra battuta. Mi ricordo ancora per le strade tutti quei bambini magri e pallidi che andavano in giro scalzi a mendicare.

Quando di notte certi uomini rientravano a casa ubriachi il giorno dopo si raccontavano fatti terribili. Noi vivevamo sempre in quella casa vicino la Chiesa della Pietà, quando una sera venne a bussare la sindachessa. Io me la ricordo sempre ben vestita con i capelli legati a trecce, ma quando aprimmo la porta lei ci apparve coi capelli lunghi e sciolti mentre si batteva il petto. Ci disse che volevano cacciarla, che volevano cacciare “la mamma nostra”, che il giorno dopo dovevamo votarla se volevamo bene alla nostra sindachessa.

Quando ci fu assegnata la casa popolare giù alla Marina per noi fu un sollievo. Finalmente avevamo l’acqua in casa e il bagno. Tutti i giorni mi alzavo presto e cominciavo a risalire la strada sotto il Vescovado. D’estate mi mettevo a raccogliere i capperi che crescono sulle mura a fianco la strada. Lo faccio anche adesso che sono vecchia, mi arrampico piano piano e riempio le buste che porto sempre con me. Prima da quella strada passavano solo muli e carretti, ma col trascorrere degli anni ho visto sempre più automobili e motorini. Prima mi facevano paura, rischiavo di essere investita, ma poi mi sono abituata e appena posso salgo prima dell’alba quando non si vede nessuno.

Sulla spiaggia davanti al Preventorio una volta i pescatori tenevano le barche all’asciutto e le loro lunghe reti stese sotto il sole. Prima del tramonto, dopo una faticosa giornata di cammino, me ne andavo in un angolo di quella spiaggia dove non c’era nessuno e là me ne stavo mezz’ora a fare il bagno, nel mare bello di Tropea. Poi quella spiaggia in estate si è riempita di persone, ogni anno sempre di più, non solo di tropeani, ma anche di forestieri.

Dopo hanno costruito il porto e quella spiaggia è sparita, molti di quei pescatori sono morti e i loro figli sono partiti lontano per cercare lavoro.

Mi ricordo alla Marina la casa per gli orfani e quel santo di Don Mottola, lui mi voleva bene, zoppicava e parlava a malapena, ma quando passavo da lì aveva sempre qualcosa da darmi e se non c’era lui veniva la signorina Irma. Quanto era bella la signorina Irma! Sorrideva sempre quando mi regalava qualcosa.

Oggi quando ritorno per le strade dove sono nata vicino la Chiesa della Pietà, vedo che in quei bassi, dove una volta vivevano le persone più povere, adesso ci sono negozi, ristoranti e bar. Prima passando da là coglievi solo fame e miseria, adesso puoi trovare di tutto. Quando vado a sedermi nei bar per riposare mi regalano dolci e bibite, all’alimentari mi danno il panino col prosciutto, alla Farmacia sul Corso non mi fanno pagare le medicine. Ma al Borgo non ci sono più quelle signore che mi regalavano i fichi secchi alla festa di “Tri da Cruci”, anche là al Borgo è pieno di negozi nuovi, non ci sono più i fabbri e i calzolai. A “Porta Nova” quando salivo dalla Marina una volta c’era il mercato, adesso lo hanno spostato sotto la Stazione.

Al Tondo, al Labirinto, al Piano Regolatore prima c’erano orti e giardini, oggi è tutto case e palazzi fino al Campo. Tropea è cresciuta, è diventata più grande, ma io continuo a camminare. Appena fermo qualcuno gli dico “gnuri meu” o “riggina mea” e mi regalano qualcosa. I tropeani mi vogliono bene e mi dicono sempre: “Carmelea sì tu a riggina i Trupea”.

Tanti forestieri quando mi vedono camminare mi fanno la fotografia, certi mi hanno pure fatto il ritratto. Oggi vedo che tutti stanno bene, i figli di quelle famiglie povere hanno fatto i soldi, c’è chi ha il ristorante, chi il negozio. Eccome li ricordo quando facevano la fila per la minestra al Convento della Sanità! Di Carmelea loro però non si sono dimenticati, mi vogliono bene e mi regalano sempre qualcosa. Io continuo a camminare, anche se sono zoppa e non ci vedo più molto bene, cammino piano piano come una “hialona”.

L’ ospedale l’hanno spostato al Campo e il Preventorio alla Marina lo hanno chiuso, ma a me sembra che le persone malate sono sempre di più. Per le strade fino alla Pineta trovo sempre siringhe buttate a terra… Anche se oggi tutti stanno bene, in questo tempo curioso vedo ovunque scandali e vrigognerie.

Adesso che sono vecchia mi aspetta il camposanto, ma prima voglio continuare a camminare per la mia Tropea. I bambini oggi stanno bene e vanno a scuola. Quando mi vedono per strada mi chiamano in coro: “Carmelea, Carmelea…”, e io gli rispondo: “A marina, a marina”.

Alle “Tre Fontane” mi riposo un pò e bevo l’acqua fresca, passo per i negozi e raccolgo qualcosa, i fotografi tengono la mia foto nella vetrina e in un bar hanno pure il mio ritratto, la gente continua a volermi bene.

Poi, prima di tornare a casa,vado in Cattedrale, prego la Madonna della Romania e penso ai figli di mia sorella, a quanti se n’è chiamati in Paradiso, adesso sono figli della Madonna e angeli innocenti che mi aspettano.

Si sta facendo sera, la luna è là che brilla sopra la Micalizia.

La scala del Vescovado è ancora lunga e la strada ancora di più, ma piano piano arriverò a casa mia. Domani se starò bene andrò alla spiaggia vicino la Rotonda e mi farò il bagno nel mare bello di Tropea per poi riprendere il mio cammino.

Oggi ho camminato molto e sono troppo stanca, il sole è tramontato davanti l’Isola e io pure come fa il sole ogni giorno me ne vado a riposare giù alla Marina.

Dario Godano

Beatrice Lento

#ENDOMETRIOSI? … parliamone? La dieta consigliata dalla Fondazione Italiana Endometriosi

Questo regime dietetico è il risultato di un percorso di ricerca avviato e portato avanti dalla Fondazione Italiana Endometriosi e quindi dal suo team di specialisti da oltre 15 anni.

Ricordati che la dieta antinfiammatoria va intesa come l’insieme di regole guida su cui basare la propria consapevolezza alimentare. La dieta non va intesa come un programma alimentare specifico, di cui solo

un nutrizionista o un dietologo specializzato può prendersi carico.

L’endometriosi si può contrastare significativamente partendo dalle scelte alimentari. Seguendo una dieta antinfiammatoria si possono drasticamente ridurre i dolori e i sintomi, con un importante

miglioramento della vita.

Cosa aumentare? ✅

E’ noto che un aumentato consumo di fibre nella dieta aiuta la digestione ed il buon funzionamento dell’intestino. L’aumentato consumo di fibre determina una riduzione degli estrogeni circolanti nel sangue con un minore impatto sui tessuti estrogeno dipendenti.

Si consiglia di aumentare le fibre sino al 20 – 30% nei pasti pertanto aumentare il consumo di: Verdure: contengono moltissime fibre e puliscono l’organismo,sono antiossidanti;

Cereali integrali: meglio se con poco glutine, abbassano il picco glicemico e contengono molte fibre;

Legumi: contengono proteine e carboidrati e non contengono glutine

Frutta: è piena di vitamine e fibre;

Semi Oleosi: per il loro alto contenuto di Omega 3 e ferro.

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Un aumentato consumo di acidi grassi omega 3 promuove la produzione della prostaglandina PGE1 che riduce il livello di infiammazione addominale determinato dalla endometriosi. Si consiglia un incremento di consumo nella dieta di:

Pesce azzurro

Salmone e tonno

Olio di Oliva

Frutta secca: noci, noci pecan, mandorle, anacardi…

Avocado

Semi: chia, di girasole, di zucca e di lino

Cosa ridurre? 🔴

Carne: la carne rossa è da ridurre al minimo, va preferita la carne bianca di origine e allevamento controllato

Latticini: sono concessi ma è bene ridurli al minimo per la

presenza di caseina e lattosio

Glutine: sebbene non sia da eliminare completamente, è bene assumerlo quando presente ma da farine integrali e grezze.

Cosa evitare? ❌

Alimenti industriali: merendine, patatine, barrette, biscotti, bevande zuccherate, prodotti confezionati…

Alcohol

Caffeina

Prodotti caseari di origine animale di allevamento non controllato: per il loro alto contenuto di ormoni e antibiotici

Prodotti contenenti soia: (salsa di soia, tofu, seitan, edamame..) per il loro contenuto di fitoestrogeni

Farine bianche e prodotti da forno raffinati

Grassi saturi

Zucchero bianco

Dolci altamente zuccherini

Avena e segale per il loro alto contenuto di estrogeni

🌻

Integratori e nutrienti fondamentali?

Esistono componenti essenziali che aiutano notevolmente la riduzione della malattia. Questi componenti sono talvolta difficili da trovare in alta concentrazione nei cibi. Esistono tuttavia integratori contenenti i

seguenti componenti:• Vitamina D • Omega 3 • Omega 6

• Curcuma

• Quercetina

• Partenio

• Nicotinamide

• Metifolato di calcio

Beatrice Lento

#Endometriosiparliamone…siamo tre milioni

“Ho dovuto lasciare l’università perché non riuscivo a studiare con la terapia del dolore, e so che non potrò diventare madre. Ma cerco il bello in altre cose. Ho dei nipoti che amo come figli miei, mi basta stare con loro perché tutto diventi luce. Ora posso stare seduta più a lungo, e ho ritrovato il piacere della lettura, che avevo abbandonato. Ho adottato un gatto, mi fa ridere. L’endometriosi ci porta via tante cose. Per non vivere con il rancore, non mi sono mai chiesta: perché a me? In fin dei conti, siamo tre milioni di donne: perché non a me? Non mi sento più meritevole delle altre».

Beatrice Lento

Maria: splendida donna di GRETA secondo Quaderno dell’8 Marzo di sos KORAI

Era l’inizio del 2014, a luglio avrei conseguito, se tutto fosse andato per il meglio, la laurea in medicina e chirurgia. Lo stress per gli ultimi esami da incasellare nei tempi giusti a volte mi offuscava la mente e mi faceva trascurare con grande pena i miei affetti più cari. Sul finire di febbraio appresi che il mio ateneo aveva da poco stabilito una convenzione che consentiva scambi culturali e di formazione presso un’università in uganda. L’idea da subito mi affascinò e cercai, con l’aiuto del mio docente di malattie infettive, fautore della convenzione, di creare un piccolo gruppo di persone motivate a partire. In poco tempo trovai quelle che sarebbero poi divenute, da lì a poco, compagne di viaggio e, in seguito, amiche speciali. Prima di poter partire, iniziai a preparare tutto: le diverse vaccinazioni e la profilassi antimalarica, cose assolutamente banali con il senno di poi. Arrivò quindi il momento di partire, il due agosto. Partenza nel primo mattino, scalo poi a Roma, poi a Kigali e finalmente Entebbe. Il primo viaggio veramente lungo della mia vita, non riuscì a dormire in aereo, guardai diversi film e lessi qualcosa. All’arrivo era l’alba su Entebbe. uscite dall’aeroporto cercam- mo colui che doveva portarci al nostro alloggio. Incontammo un uomo, tra i tanti, con un foglio A4 stretto tra le mani, i nostri nomi scritti con un pennarello rosso consumato, qualche lettera in meno o di troppo nei nostri nomi. Ma ci eravamo trovati. Paul, il nostro autista, da subito si dimostrò accogliente e gentile. Mi sedetti sul posto di fianco al guidatore e iniziai a fargli, nel mio inglese, mille domande. Le mie amiche die- tro in silenzio. Costeggiammo il lago Vittoria. uno spettacolo indescrivibile, come i mille che sarebbero seguiti nei giorni successivi. Ogni tanto sulla riva gruppi di piccoli pescatori con le loro barchette oneste e usurate. Dopo due ore e mezzo di viaggio arrivammo al nostro alloggio. un posto abbastanza spartano, ma tutto sommato accogliente. I nostri 4 lettini in camera erano sormontati da piccole zanzariere per proteggerci nel corso della notte. Facemmo le assegnazioni dei chi dorme dove e iniziammo ad esplorare la nostra nuova dimora. una piccola cucina in comune con qualche scarafaggio a farci compagnia e un salotto dove vivere la vita in comune con i nostri inquilini, altri ragazzi provenienti sia da altre regioni italiane che da altre parti del mondo. Nel pomeriggio, dopo aver mangiato qualche merendina che ci era rimasta in borsa, ci recammo in visita presso la struttura dove avremmolavorato per le successive settimane. un paio di chilometri da fare a piedi ci separavano dall’ospedale. Ma in mezzo un traffico infernale e selvaggio, mille boda-boda, un’aria paradossalmente inquinatissima e irrespirabile. Arrivammo a destinazione, un ospedale molto grande rispetto a quello dove ci eravamo formate. Venimmo assegnate ciascuna ai rispettivi reparti e rientrammo a casa. Nel frattempo sbrigammo le ultime cose, corsa a fare una sim card per poter comunicare con casa e comprare qualcosa da mangiare. Il giorno dopo iniziammo la nostra attività in ospedale. Sveglia presto, colazione veloce, ricordarsi di pren- dere il Malarone e via. Mi assicurai di avere tutto con me: il camice, il fonendo, la mascherina con il filtro giusto per proteggermi dalla tubercolosi come mi era stato raccomandato. Mi recai presso il reparto di malattie infettive, dove ero stata assegnata. Rimasi da subito attonita per lo scenario che mi si presentò innanzi. Cameroni con decine di persone ammassate e in condizioni gravissime, sotto i letti, su dei pezzi di cartone sparsi qui e là e arrangiati alla men peggio, i parenti dei ricoverati. La cosa che mi entrò dentro immediatamente fu proprio la puzza di quei luoghi di sofferenza, un odore acre e pungente che nei giorni dopo imparai ad amare e non è mai più andato via da me e che, oggi che sono a casa, a volte mi manca. Vidi casi nuovi, mai affrontati in Italia, poiché in Africa, per l’assenza di cure adeguate e diagnosi tempestive, il medico può osservare l’evoluzione naturale delle malattie, Sostanzialmente, vidi ogni giorno l’evoluzione dell’infezione di HIV nel concla- mato AIDS, con quadri gravissimi. Ogni giorno, non ritrovai che la metà dei pazienti visti il giorno prima, qualcuno era morto nella notte, qualcun altro qualche ora dopo il mio rientro a casa. I casi di tetano, malattia si può dire scomparsa in Italia grazie alla vaccinazione, erano diversi. Ricordo il primo che vidi. un giovane ragazzo di 30 anni che era stato messo dietro una tenda costruita con sacchi neri della spazza- tura per essere protetto dalla luce che scatena le contrazioni tetaniche che possono essere dolorosissime; da noi non avrebbe contratto il male perché sarebbe stato vaccinato o comunque avrebbe ricevuto immedia- tamente le cure adeguate. La notte, prima di addormentarmi, rivedevo i volti delle persone che erano morte e sentivo un gran senso di colpa, ma al tempo stesso constatavo il mio essere fortunata per essere nata dalla parte “giusta” del mondo e quanto importante possa essere in que- sto senso la geografia. I giorni volarono via, la sera tornavamo a casa e lavandoci il viso, lasciavamo sull’asciugamano la terra rossa d’uganda e il nostro stremo. Dopo due settimane, mi resi conto di come gli Afni siano in realtà un grande popolo, un popolo per cui non esiste il verbo avere, ma il verbo essere. Essere una famiglia, essere parte dell’universo, essere insieme indipendentemente da come sei. Dividevano con noi tutto. Superata la diffidenza iniziale, amicizie profonde e since- re nascevano. Dalla terza settimana, mi spostai in pediatria. Inutile dire lo strazio provato sin dal primo momento. Bambini morivano come mosche per banalità, per l’assenza di antibiotici o altri farmaci comuni che buttiamo via, poiché scaduti, dai nostri armadietti in bagno ogni anno. In qualche modo sei preparato alla morte di un adulto o di una persona anziana, ma quando muore un bambino, senti che è la speran- za ad andar via, il futuro di un popolo che si sgretola. Tra mille riflessioni di questo genere, passai al sesto lettino di quella mattina e incon- trai il piccolo Martin, un bimbo bellissimo di cinque anni ricoverato per un problema urologico che si portava dietro dalla nascita e che in Italia si sarebbe immediatamente risolto. Rimase colpito dai miei occhiali, lo guardai, piccolo e sudicio nella sua felpina gialla di pile e con le ciabattine arancioni di almeno tre taglie più grandi. Presi un guanto dalla mia tasca, ci soffiai dentro e lo chiusi a mò di palloncino. Poi ci disegnai sopra due piccoli occhi e una risata. Glielo diedi e lui sorrise, ma non se ne interessò più che un tot. Lo diedi allora ad un’altra bam- bina che si era avvicinata nel frattempo, incuriosita dalla scena. Martin continuava a fissare i miei occhiali. Lo presi allora in braccio e glieli diedi, nonostante senza non è che vedessi molto e lui frettolosamente subito ad indossarli. una grande amicizia speciale era nata, senza una parola pronunciata. Di fondo, parlavamo la stessa lingua. Dopo qualche minuto, sopraggiunse il pranzo per i piccoli ricoverati: una piccola bu- stina contenente 100 ml di latte e un uovo sodo. Il piccolo Martin mi tirò il camice mentre io mi ero un attimo voltata e mi porse il suo uovo. Era disposto a dividere con me, nonostante non avessi fatto nulla per lui, il pasto più importante della giornata, consapevole che non avrebbe avuto altro. Di fronte a quel gesto, davvero indescrivibile, capii in realtà quanto grande può essere l’amore per gli altri e quanto cieca ero stata nel corso della mia vita, nonostante avessi sempre cercato di vivere di sani principi e senza nuocere a nessuno. L’incontro con questo scono- sciuto bimbetto mi aveva in qualche modo cambiata. Le persone conti- nuavano a morirci sotto gli occhi come mosche. L’impotenza di fronte a tutto questo lasciava un ampio spazio alla rabbia che spingeva a dare alle persone che incontravi, in uno stato estremo di povertà, le cose che possedevi. Compravi la frutta, ma tornando a casa ne rimanevi priva poiché la davi ai bambini che ti tendevano la mano per strada. Davi via i tuoi vestiti e le cose che avevi portato. Durante un fine settimana, decidemmo di fare visita a un lebbrosario. Non credevo che potessero esisterne ancora al mondo. In un posto incontaminato, sulle rive del lago Vittoria, una piccola comunità di suore si prendeva cura di queste figure silenziose, fantasmi di loro stesse che soggiornavano in questo remoto villaggio. Alcuni di loro avevano con mezzi di fortuna costruito delle protesi a prolungamento di parti del loro corpo che la lebbra aveva portato via. Dare la mano ad una di queste persone è stata una delle espe- rienze più forti della mia vita. Eppure, questo anziano signore di 80 anni senza conoscermi né temermi mi allungò la sua mano, priva delle dita che gli avrebbero consentito di stringere la mia. Io ricambiai con sincero affetto quel gesto, con senso di universale amore. Rientrammo nel silenzio e i giorni e la fatica continuarono a scorrere nelle nostre vite, finchè non arrivò dopo qualche settimana il tempo di rientrare. Salite sull’aereo, un grande senso di angoscia mi prese. Non volevo par- tire, non volevo ritornare, sentivo che quella terra era diventata la mia.

Maria Mazzitelli

Beatrice Lento

#Endometriosiparliamone Annalisa Frassineti

«Cosa piangi? Non ti ho detto che stai morendo di cancro, solo che non puoi avere figli».
Quando Annalisa si è svegliata dall’operazione, questo è stato il saluto del chirurgo: le aveva appena tolto un ovaio. Racconta che in quel momento le è crollato il mondo addosso: da sei mesi aveva un compagno e temeva che la lasciasse, come succede a tante donne che soffrono di endometriosi. Però quel compagno, che poi l’ha sposata, l’ha rassicurata dicendole che mica stava con la sua malattia o con il suo utero: lui stava con lei.

Annalisa pensa di essere fortunata ad averlo vicino, e intanto che lo dice la voce le si incrina, appena un po’, e mi commuovo anche io: sì, molto fortunata.

Annalisa Frassineti è la presidentessa di Ape onlus, che dal 2005 fa informazione sull’endometriosi e offre sostegno alle donne colpite. Lei è stata operata due volte in due anni, dopo una diagnosi errata di appendicite, ma fin da ragazzina ha sofferto di dolori spaccapancia: «A casa mia è sempre stato così, abbiamo una componente genetica molto forte: due anni fa l’hanno diagnosticata anche a mia mamma. Ci ripetono sempre che la donna deve soffrire, che è normale che le mestruazioni facciano male: non è così»

L’endometriosi colpisce in Italia tre milioni di donne, 150 nel mondo; i numeri reali, però, potrebbero essere maggiori, visto che non esistono registri della malattia e il ritardo nella diagnosi è in media di dieci anni.

Beatrice Lento

Brent Stirton primo classificato World Press Photo, i vincitori dell’edizione 2019

Ambiente foto singole, primo classificato – Brent Stirton
Petronella Chigumbura (30 anni), membro dell’unità anti bracconaggio composta da sole donne chiamata 
Akashinga participa mimetizzata ad un’esercitazione nel Phundundu Wildlife Park, Zimbabwe.

Beatrice Lento

#ENDOMETRIOSI al via la formazione

Ci incontriamo per discutere e decidere le scelte strategiche

Beatrice Lento