Archivio degli autori

 Se guardate attentamente vedrete che quasi tutto ciò che conta davvero per noi, tutto ciò che rappresenta il nostro impegno più profondo nel modo in cui la vuta umana deve essere vissuta  e curata, dipende da una qualche forma di volontariato.”
Margaret Mead

Beatrice Lento

Essere donna

 «Essere donna è così affascinante. È un’avventura che richiede tale coraggio, una sfida che non annoia mai. Avrai tante cose da intraprendere se nascerai donna. Per incominciare, avrai da batterti per sostenere che se Dio esiste potrebbe anche essere una vecchia coi capelli bianchi o una bella ragazza. Poi avrai da batterti per spiegare che il peccato non nacque il giorno in cui Eva colse la mela: quel giorno nacque una splendida virtù chiamata disubbidienza. Infine avrai da batterti per dimostrare che dentro il tuo corpo liscio e rotondo c’è un’intelligenza che chiede d’essere ascoltata».

Oriana Fallaci

Beatrice Lento

Emozioni Blu con Francesca Mirabelli

Un’atmosfera da grandi occasioni, un parterre esclusivo, relatori  eccellenti e uno sfondo mozzafiato: questi gli ingredienti di un evento di grande spessore coniugato col tratto Blu di una Calabria che ha deciso di ripartire dal suo mare. Un’immensità cristallina, ricca di tradizioni, consuetudini e vicende su cui si potrebbero spendere fiumi d’inchiostro senza mai riuscire a scrivere la parola fine.
 A colorare d’azzurro la platea, raccolta nell’Anfiteatro del porto della Perla del Tirreno, tutti i Sindaci, o loro delegati, delle 14  Bandiere Blu 2020 della Calabria, orgoglio di una Regione che vuole ripartire nel segno della gestione sostenibile del territorio attraverso un’amministrazione virtuosa che ha a cuore la  tutela ambientale a partire dalla grande risorsa marina. Occasione dell’eccezionale incontro la presentazione ufficiale di un’associazione votata a questa finalità che si lega al nome di un uomo che per tutta la vita ha servito lo Stato: il compianto Procuratore della Repubblica Bruno Giordano. 
Anima della nuova realtà associativa, dal nome estremamente evocativo, “ Mare Pulito ‘Bruno Giordano’ “, Francesca Mirabelli, vedova del magistrato, che, fondandola, ha voluto rendere omaggio ad un uomo che ha vissuto intensamente la pur breve esistenza spendendosi nel contrasto alla ‘ndrangheta e ad ogni forma di profanazione della legge, con un amore viscerale per l’ambiente e in particolare per il mare.
 L’evento, di elevatissima caratura, avrebbe meritato un pubblico numerosissimo e Tropea non avrebbe deluso l’aspettativa se tutto si fosse potuto svolgere nella normalità pre covid. Le nuove esigenze, dettate dalla logica della prevenzione, effettivamente, hanno imposto un freno ma il limite alla partecipazione non ha alterato lo spirito della serata che ha registrato il massimo successo. 
A succedersi nei messaggi, idealmente rivolti a tutta la Calabria, che riconosce a Tropea il valore di simbolo e di portavoce della Regione, le massime autorità locali dello Stato: il Procuratore della Repubblica Camillo Falvo, il Prefetto Francesco Zito e il Sindaco  Giovanni Macrì a cui si sono affiancati alcuni vertici del settore ambientale e produttivo, dal Presidente dell’Union Camere Calabria Klaus Algieri, al Direttore Generale Arpacal Domenico Pappaterra, ovviamente, a presiedere l’incontro la fondatrice dell’Associazione, Francesca Mirabelli Giordano, e la Presidente Marina Petrò. Assente, per sopraggiunte esigenze, ma idealmente vicina, la Presidente Jole Santelli.
Tutti gli interventi sono stati corposi, nonostante la regola della sintesi dichiarata in apertura, perché, evidentemente, le tematiche affrontate esprimevano la grande passione e il forte investimento riversato da ogni intervenuto nel settore della cura ecologista. Difficile riassumere l’infinitá di messaggi e di provocazioni lanciati, tutti nel segno di un bisogno fortemente avvertito e condiviso: ricominciare a vivere rimuovendo le incrostazioni di un tempo, vicino dal punto di vista reale ma distante anni luce dalla nuova dimensione vitale tracciata dal corona virus, che, nel disastro seminato e non ancora completamente consumato, ha, comunque, insegnato tanto: il valore della vita umana, che é intimamente legato all’equilibrio ecosistemico, l’importanza della serietà d’impegno, della reciprocità, dell’onestà, del servizio, del senso di appartenenza ad un’armonia che travalica i confini personali e personalistici per abbracciare l’intero pianeta.
Profondi e sentiti gli appelli lanciati dai relatori: dal Sindaco Macrì, che ha ribadito l’esigenza di lasciare un segno positivo del proprio essere nel mondo, al Procuratore Falvo, che ha rimarcato la scorrettezza sacrilega di chi contamina l’ambiente, al Prefetto Zito, che ha indicato nella Famiglia e nella Scuola le agenzie formative che possono fare la differenza, al Presidente dell’Union Camere Algieri, che ha colto nella bellezza impareggiabile della nostra terra il punto da cui ripartire, al Direttore Generale Arpacal Pappaterra, che ha individuato nella capacità di porsi mete ambiziose la strada da seguire per una ripresa efficace.
 
Emozionanti tutte le comunicazioni  offerte e particolarmente quella di Francesca Mirabelli, donna straordinaria che, pur forte e determinata, non é riuscita a celare l’emozione travolgente suscitata dal ricordo del coniuge alla cui memoria ha dedicato il suo impegno sociale. La Presidente dell’Associazione Petrò ha presentato l’edizione 2020 del Premio facendo anche ammirare la Targa ideata dall’orafo Santino Naccarato. Non sono mancati i riferimenti all’impegno assunto da Tropea di candidarsi a Capitale Italiana Della Cultura 2022, da parte di tutti l’ammirazione per una scelta audace e coraggiosa e la riconferma del sostegno convinto alla candidatura. “Sappiamo che la decisione é ambiziosa” ha affermato il Sindaco Macrì “ma siamo anche consapevoli che, grazie alla vicinanza di tutta la Calabria, terra dall’immenso patrimonio culturale, il nostro non è un gesto azzardato, quando c’é la passione e la voglia di sporcarsi le mani per il bene di tutti nulla é impossibile”.
Nonostante le distanze di sicurezza e le mascherine protettive la serata trascorsa ai piedi della maestosa Rupe di Tropea ha avuto il fascino di un’occasione eccezionale in cui una parte della Calabria vera, quella operosa e fiera, ha fatto cerchio, reale e metaforico, attorno a un’idea vincente: la tutela dell’ambiente, prioritá ineludibile. 
L’intrattenimento, curato dall’Associaione Culturale LaboArt, presieduta da Maria Grazia Teramo, ha reso ancora più intensa la serata, grazie alle suggestive interpretazioni di Noemi Di Costa e Katia Pugliese, e in tutti é rimasta una sensazione di appagamento e nel contempo di mancanza: la gratificazione di trovarsi in uno dei posti più belli del mondo e la voglia di moltiplicare ancor di più il proprio contributo alla crescita condivisa.
 Tornano alla mente le parole del Sindaco di Tropea che ha avuto l’onore di tenere a battesimo l’Associazione legata al nome di Bruno Giordano:” Ho fatto mio il motto di Abraham Lincoln ‘Mi piace vedere un uomo orgoglioso del posto in cui vive. Mi piace vedere un uomo che vive in modo tale che il suo posto sará orgoglioso di lui’”.
Beatrice Lento

Se hai un’amica maldestra…

Non è facile appalesare la violenza subita, si prova vergogna, paura o semplicemente ci s’illude di poter ricominciare.

Non è così!

La violenza è come la mala pianta che non cambia con nessuna cura, dev’essere estirpata!

Beatrice Lento

Missione impossibile: a perdere è la donna?

Sono la cronaca di una sconfitta che racconta discriminazione di genere e un futuro di culle ancora più vuote, i numeri dell’Ispettorato nazionale del lavoro. Ci dicono, nella relazione relativa al 2019, che lo scorso anno più di 37 mila lavoratrici madri hanno abbandonato il proprio impiego. Si sono dimesse volontariamente. Ma il dato che testimonia il vero “gender gap” è il raffronto con le scelte dei padri. Su circa 51 mila dimissioni volontarie, il 73 per cento è stato firmato da donne e il 27 per cento da uomini. E perché tante lavoratrici madri, il 60 per cento dopo la nascita o in attesa del primo figlio, abbandonano la propria occupazione, magari a lungo cercata e la propria autonomia economia? Perché non riescono a conciliare il lavoro e la vita familiare, in particolare la cura dei figli.
Semplice, disarmante e grave. Come se rispetto a trenta o cinquant’anni fa nulla fosse cambiato. «È un problema drammatico che affrontiamo da decenni. L’Istat certifica che in generale il 20 per cento delle donne è costretto a lasciare il lavoro dopo la nascita dei figli», precisa la statistica Linda Laura Sabbadini. «Se non si investe in modo massiccio in servizi per la prima infanzia, servizi di cura, congedi parentali e di paternità che aumentino la condivisione tra genitori, nella battaglia contro la discriminazione e gli stereotipi, non ne usciremo mai. Nel piano Colao lo abbiamo messo come una priorità fondamentale. Ma le parole non bastano più, investiamoci veramente».
Una conciliazione impossibile “tra lavoro e cura della prole”, si legge nel rapporto, che l’Ispettorato nazionale del lavoro, sulla base delle testimonianze delle lavoratrici, sintetizza in tre fattori. L’assenza di parenti “di supporto”, ossia nonni che possano dare una mano, nel 27 per cento dei casi. Costi troppo alti di “assistenza al neonato”, cioè asili nido e baby sitter nel 7 per cento dei casi. Ma anche il “mancato accoglimento al nido” del proprio bambino, perché le strutture sono piene, gli asili assenti ma anche, spesso, criteri di accesso troppo rigidi. Dati identici a quelli dell’ano precedente, dunque nulla è migliorato nel nostro Paese.
E la fascia d’età in cui le donne abbandonano (29-44 anni), ossia nel pieno dell’impegno professionale, spiega perché in Italia la parità di salari e di carriere sia ancora così lontana. Ma anche il naufragio psicologico di molte che si ritrovano a dover dipendere economicamente dai loro compagni. Dunque, se il prezzo di un figlio, per una donna, oggi, è quello di dover rinunciare alla propria autonomia, il futuro demografico appare ancora più drammatico dell’attuale crescita zero.
Amaro il commento della ministra della Famiglia, Elena Bonetti. «È una situazione di assoluta gravità. Il dato attuale sul lavoro femminile sottolinea un’urgenza indifferibile: un cambio di rotta deciso verso l’armonizzazione dei tempi di vita familiare e del lavoro. Serve una vera promozione dell’occupazione delle donne e un investimento economico stabile per le famiglie». Del resto oggi la demografia è figlia dell’occupazione. È stata la grande rivoluzione del secolo scorso: mentre il Sud smetteva di fare figli, i bambini nascevano (e continuano a nascere,) nelle regioni del centro nord dove il lavoro femminile ha percentuali molto più alte. Aggiunge Elena Bonetti: «Per questo è stato cruciale dotarsi di un Family Act. Un piano che agisce sia con incentivi per il lavoro femminile, ma anche perché il lavoro possa valorizzare l’esperienza della maternità ».
Intanto però la fotografia dell’Inl (Ispettorato nazionale del lavoro) è drammatica. (E sappiamo che nonostante tutti i controlli il fenomeno delle dimissioni in bianco è purtroppo ben radicato). Ancora oggi le donne in Italia vengono messe di fronte alla scelta di fare un figlio o poter lavorare. Dati sui quali, infatti, la Cgil ha chiesto un incontro urgente al governo, mentre la ministra del lavoro Catalfo annuncia una «azione di contrasto al part-time involontario e una legge sulla parità di genere nelle retribuzioni». Alla quale si deve aggiungere, però, sottolinea l’economista Daniela Del Boca, «un impegno da parte delle aziende a non emarginare le donne quando tornano dalla maternità, come spesso, invece, accade».
Ma il tempo stringe avverte Del Boca. Perché i mesi del lockdown e dello smart working, hanno ulteriormente peggiorato la vita delle donne. «Mostrando drammaticamente quanto sia poco paritaria la condivisione della vita domestica. Le madri, lo sappiamo, hanno dovuto triplicare il loro impegno, tra professione, cura della casa e supporto dei figli nella didattica a distanza. Quanto accaduto in questi mesi peserà davvero sulle scelte future. E purtroppo, nonostante i tanti mesi di convivenza totale, non ci sarà nessun nuovo baby boom».

La Repubblica

Beatrice Lento

Annalena Benini

I mesi della quarantena hanno svelato l’equivoco, dice la giornalista, le donne, educate alla generosità, si sono prodigate il doppio a casa e con i figli. Gli uomini, appena ci hanno provato, sono sembrati eroi.

Mio nonno diceva sempre a noi bambine: non sposatevi mai, siate libere! Ma allora perché penso che é mio dovere far brillare i fornelli e invece se mio marito passa l’aspirapolvere provo imbarazzo invece che un senso di trionfo?

In Italia, ogni giorno una donna dedica 306 minuti al lavoro di casa non pagato. Gli uomini solo 131 minuti.

Perché io che lavo anche i pavimenti e lavoro bene quanto un uomo del mio livello professionale, guadagno di meno?

Non ho la sindrome di Cenerentola ma penso che il contributo dato al mondo dalle donne debba essere riconosciuto. Non per narcisismo e nemmeno per vittimismo ma semplicemente perché noi lavoriamo di più.

Beatrice Lento

Donatella Bianchi Presidente di Wwf Italia

” L’organizzazione familiare non dovrá più pesare solo sulle nostre spalle. Dovremo responsabilizzare gli uomini anche nella condivisione di mansioni pratiche.

Oggi le conquiste del movimento femminista sono a rischio. Vorrei che il valore delle donne fosse finalmente riconosciuto: possiamo dare un contributo straordinario all’intera società. ”

Da sempre appassionata di tematiche ambientali, Dontatella Bianchi ha iniziato il suo percorso da giornalista nella redazione di La Spezia, la sua città natale, del “Secolo XIX”. Entrata in Rai, dal 1989 al 1992 ha firmato e condotto per il programma “Sereno Variabile” la rubrica “Viaggi d’Autore” che la vede realizzare reportage esclusivi in tutto il mondo. Quando nel 1993 Rai1 decide di avviare una nuova trasmissione dedicata al mare, “Lineablu” appunto, si decide di affidare a lei la conduzione: il mare, per nascita e vocazione ereditata dalla famiglia di velisti, è da sempre l’elemento naturale di riferimento di Donatella che diventa così il volto simbolo del programma in onda il sabato pomeriggio sulla prima Rete.

Beatrice Lento

Giovanna Iannuantoni

Rettrice dell’Università Bicocca di Milano ha una figlia di 8 anni a cui dice:” Non avere paura dell’Ambizione!

É un atteggiamento che a noi donne fa ancora paura ed io voglio che mia figlia cresca libera e felice come sono cresciuta io. Più volte l’ho portata con me sul mio posto di lavoro perché capisca il senso di quello che faccio.

In quanti ai canoni estetici cerco di trasmetterle l’idea che non dobbiamo uniformarci, che ognuna é quella che é.

Noi donne subiamo una pressione pazzesca.

Certi programmi tv con bamboline dagli occhi sgranati non glieli faccio neppure vedere”

Beatrice Lento

Paola Di Nicola: la giudice del tribunale di Roma

«Gli amici chiedevano a me le ricette dei piatti, non a mio marito, che è magistrato, come me, e lavora tutto il giorno, come me. Mai un dubbio che a cucinare non fossi io – era Gemma, che ci aiuta da sempre. Ma il punto è un altro: anche io ho finto, dispensando ingredienti e tempi di cottura. Ero io stessa vittima e spacciatrice dello stereotipo».

Confessare, dopo, è stato liberatorio?
«Da una parte, sì. Dall’altra, dopo che hai indossato le “lenti di genere” vedi tutto: e diventa molto faticoso. Devi accettare che in ogni momento, sottolineando e denunciando i pregiudizi, sarai additata come persona esagerata, passerai per pedante. Viviamo in un sistema che è fatto per nascondere, rimuovere e ridicolizzare le disparità di genere».

È stata tra le prime, in Italia, a farsi chiamare «la» giudice, cioè a porre l’attenzione sulle parole. Nella scorsa legislatura Laura Boldrini ha insistito su «la» presidente. Di recente, invece, le donne del governo gialloverde hanno detto di preferire la versione maschile. Le motivazioni sono varie: suona meglio, questione di forma e non di sostanza.
«Non critico chi non usa il femminile, perché è qualcuno che si sente in una condizione di soggezione. Però è proprio una questione sostanziale, non di forma: la lingua è un luogo di rappresentazione del potere, ciò che si nomina esiste. Prendiamo “femminicidio”, per esempio, la morte di una donna uccisa perché donna: la parola dà concretezza al fenomeno, prima solo “omicidio”. Quindi: il femminile è percepito come ghettizzante, sminuente, nel nostro linguaggio quotidiano tutto ciò che rimanda alle donne è effettivamente rappresentativo di una minorità, di una fragilità, di una riduzione. L’italiano attribuisce il femminile a tutti i nomi delle professioni, operaia, fioraia, maestra eccetera, ma più si sale nella scala gerarchica e di potere, il femminile inizia a scomparire fino a essere totalmente silenziato. Dove le donne sono entrate solo 50 anni fa, come in magistratura, il femminile non c’è mai stato perché le donne erano escluse: ritenute fragili, quindi inidonee al giudizio. In un assetto simile, è normale che ci siamo focalizzate sul dimostrare il nostro valore, prima».

Quindi non è un dettaglio.
«Dire “suona meglio” è un motivo vero – perché il femminile è sminuente – ma frettoloso. È un processo culturale lungo, difficile, ma bisogna iniziare a cambiare, proprio nei luoghi in cui c’è più bisogno di proteggersi».

Silvia Bombino

Beatrice Lento

Sarah ha scelto di andarsene

“Ai miei fratelli, ho provato a sopravvivere ma ho fallito. Ai miei amici, l’esperienza è stata dura e io ero troppo debole per lottare. Al mondo, sei stato davvero crudele, ma io ti perdono”.

Sarah Hijazi, giovane attivista Lgbt morta suicida in Egitto dopo avere subito torture fisiche e psicologiche in carcere.

Sarah era stata arrestata, nel settembre 2017, per aver sventolato, iniseme a un amico, la bandiera arcobaleno durante un concerto dei Machrou Laila al Cairo.

L’immagine era finita sui media e i leader religiosi avevano chiesto punizioni severe per i due attivisti.

Sarah è stata rinchiusa in un carcere maschile dove ha subito ogni tipo di violenza.

Quindi la liberazione dopo pressioni internazionali, e il trasferimento in asilo in Canada dove ha continuato a lottare per liberare altri Lgbt in Egitto. 

“Super comunista, super gay, super femminista”, si descrive su Instagram.

Purtroppo, il dolore e il ricordo degli abusi subiti non passa, e Sarah pone tragicamente fine alla sua vita.

Beatrice Lento