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Sono una pazza…

«Di me sono state create due immagini. Sono una pazza, una mezza pazza, un’eccentrica. […] Ho abitudini dissolute; una comunista raccontava, nel ’45, che a Rouen da giovane mi aveva vista ballare nuda su delle botti; ho praticato con assiduità tutti i vizi, la mia vita è un continuo carnevale, ecc.
Con i tacchi bassi, i capelli tirati, somiglio ad una patronessa, ad un’istitutrice (nel senso peggiorativo che la destra dà a questa parola), ad un caposquadra dei boy-scout. Passo la mia esistenza fra i libri o a tavolino, tutto cervello. […] Nulla impedisce di conciliare i due ritratti. […] L’essenziale è presentarmi come un’anormale. […]
Il fatto è che sono una scrittrice: una donna scrittrice non è una donna di casa che scrive, ma qualcuno la cui intera esistenza è condizionata dallo scrivere. È una vita che ne vale un’altra: che ha i suoi motivi, il suo ordine, i suoi fini che si possono giudicare stravaganti solo se di essa non si capisce niente.»

Simone De Beauvoir

Valeria Mancinelli migliore Sindaca del mondo

la sindaca del Pd di Ancona Valeria Mancinelli a vincere il World Mayors Prize 2018, riconoscimento conferito ogni due anni dalla filantropica City Mayors ai sindaci che si sono distinti per leadership, ma anche compassione e capacità di tenere unita la propria comunità. L’edizione 2018 è stata dedicata alle donne nel governo locale, e alle sindache in particolare. Il dossier di Mancinelli, che si è detta «commossa, sorpresa e onorata», comprende un breve saggio scritto da lei stessa, un’intervista e varie testimonianze. Da quando è stata eletta nel 2013 – spiega una nota della World Mayors Foundation – Mancinelli ha ringiovanito l’antica città di Ancona, che portava ancora le cicatrici della crisi finanziaria del 2008. Migliaia di posti di lavoro erano andati persi. La crescita del porto, il motore economico della città, si era bloccata, e le piccole medie imprese ne soffrivano le conseguenze. Durante la campagna elettorale, Mancinelli «non ha fatto promesse esagerate, ma si è impegnata per un recupero economico a piccoli passi». «Ogni passo ha fatto di Ancona una città più vivibile, ogni passo ha accresciuto la fiducia delle persone nel futuro della città». Nell’ambito del premio altri riconoscimenti e menzioni sono andati alle donne sindaco di ogni parte del mondo, compresa Anne Hidalgo, prima cittadina di Parigi.

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Josephin Butler

Il ritratto di Josephine Butler

Josephine Elizabeth Butler (Northumberland, 13 aprile1828  30 dicembre 1906) è stata un’attivista britannica, femminista e riformatrice sociale dell’età vittoriana. Sostenne la campagna per il suffragio femminile, il diritto ad un’educazione migliore per le donne e l’abolizione della prostituzione minorile.

Josephine crebbe in una famiglia facoltosa, progressista e attiva in politica, che la aiutò a sviluppare una forte coscienza sociale e solidi ideali religiosi. Sposò George Butler, clerico della Chiesa anglicana e insegnante. La coppia ebbe quattro figli. La morte prematura dell’ultima figlia, Eva, rappresentò un momento di svolta per Josephine, che da quel momento cominciò a dedicarsi ad attività di assistenza e di impegno sociale.

Nel 1869 prese parte alla campagna per l’abrogazione dei Contagious Diseases Acts, una serie di disposizioni volte a contenere la diffusione di malattie veneree – in particolare nell’esercito e nella marina britannica – attraverso il controllo medico forzato delle prostitute, descritto da Josephine come “stupro d’acciaio”. La campagna raggiunse il successo nel 1886 con l’abrogazione delle Leggi. Josephine inoltre fu fra i fondatori dell’International Abolitionist Federation, un’organizzazione presente in tutta Europa con lo scopo di combattere legislazioni simili nel continente.

Mentre investigava sugli effetti delle leggi contro le malattie contagiose, Josephine rimase sconvolta nell’apprendere del traffico di donne, anche bambine, dall’Inghilterra verso il continente, per alimentare il mercato della prostituzione. La campagna per fermare questo commercio di vite umane portò all’allontanamento del capo della Police des Moeurs belga e al processo e arresto del vicecapo e di 12 proprietari di bordelli, coinvolti in questo giro d’affari. Josephine combatté la prostituzione minorile con l’aiuto di William Thomas Stead, editore del Pall Mall Gazette, che sconvolse l’opinione pubblica dimostrando di aver potuto comprare una ragazzina di 13 anni per 5 sterline. La protesta che ne seguì portò all’approvazione del Criminal Law Amendment Act nel 1885, che alzò l’età del consenso ai rapporti sessuali da 13 a 16 anni e contribuì a fermare la prostituzione delle bambine. La sua campagna finale si svolse nei tardi anni ’90 del 1800, sempre contro i Contagious Diseases Acts, leggi che continuarono ad essere applicate nell’Impero anglo-indiano.

Josephine scrisse più di 90 libri e opuscoli durante la sua carriera, la maggior parte dei quali a supporto delle sue campagne. Inoltre scrisse la biografia del padre, del marito e di Caterina da Siena.

Il suo femminismo cristiano viene celebrato dalla Chiesa d’Inghilterra con il Lesser Festival; contengono sue immagini le vetrate della Cattedrale Anglicana di Liverpool e della St. Olave’s Church nella Città di Londra. Il suo nome appare nel Reformers Memorial nel Kensal Green Cemetery, Londra, e l’Università di Durham le ha intitolato una delle sue università.

I suoi metodi di lotta cambiarono il modo in cui femministe e suffragiste condussero le loro campagne e il suo lavoro portò nello scenario politico gruppi di persone che prima non erano mai state attive. Dopo la sua morte del 1906, l’intellettuale femminista Millicent Garrett Fawcett la celebrò come “la più illustre donna inglese del diciannovesimo secolo”

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Il soffitto di cristallo si romperá

Non è facile per una bambina, una ragazza, una donna dedicarsi alla scienza. Pregiudizi e stereotipi sono ancora lì, nascosti ad ogni angolo, a minare gli sforzi e la determinazione. Perché formule, algoritmi e funzioni sono per molti ancora materia esclusiva dell’uomo. Dal 2015 l’Onu ha quindi deciso di dedicare una giornata l’11 febbraio, proprio a loro: alle ragazze e alle donne nella scienza. A chi ha deciso — ed è riuscita — a costruire una carriera in un ecosistema «maschile» per tradizione. E a chi si impegna nella sensibilizzazione per far sì che anche tra i talenti femminili cresca l’interesse per quei settori che racchiudono la maggior parte dei lavori del futuro

Un modello  é Sara Sesti, professoressa di matematica e femminista, fa parte della Associazione «Donne e Scienza». Sua è la prima ricerca italiana sul ruolo femminile nelle materie scientifiche, condotta nel 1986 dal centro Pristem dell’università Bocconi. Per la Giornata Mondiale dell’11 febbraio, ha in programma un convegno dedicato proprio ai modelli più iconici (e femminili) che si sono distinti nella scienza. «Considero questa giornata non tanto una ricorrenza, ma una festa», assicura. Il tema delle difficoltà femminili in ambito scientifico è ampio e variegato e si concentra soprattutto in alcuni settori, le cosiddette Stem, le scienze dure: scienza, tecnologia, ingegneria, matematica: «Conta moltissimo avere dei modelli — aggiunge Sara Sesti — Le ragazze quando entrano nel mondo della scienza si sentono come delle immigrate in un mondo completamente straniero». Ma in realtà di protagoniste femminili, anche in questo settore, ce ne sono state e ce ne sono ancora molte. Riuscite nel suo libro Scienziate nel Tempo. 100 biografie: «Per esempio Fabiola Gianotti, direttrice del Cern, racconta spesso come le letture su Marie Curie l’abbiano affascinata e portata ad occuparsi di fisica».

L’importanza della famiglia e degli stimoli

Ma fondamentale è soprattutto la famiglia, spesso involontaria prima promotrice delle differenze di genere. E qui Sara Sesti porta il caso di Hedy Lamarr, conosciuta come bellissima attrice — la prima a posare nuda in un film, Estasi — ma anche come inventrice del wifi. «Nata da una ricca famiglia ebrea, il padre le raccontava le invenzioni meravigliose del secolo. Ad esempio, durante una passeggiata le spiegava come funzionavano i tram. Quando è diventata una diva, si rilassava tra un film e l’altro creando piccole invenzioni. Per lei è stato fondamentale avere una figura che le ha permesso di amare la scienza sin da bambina». Gli stimoli possono avere le origini più inaspettate: «L’industria dei giocattoli è forse più avanti della società in cui viviamo — aggiunge Sara Sesti — La Mattel ha appena lanciato la Barbie Samantha, con caschetto nero e tuta spaziale». Il riferimento è chiaro, Samantha Cristoforetti, che è stata definita la donna italiana che cambierà i sogni delle bambine. «Quando l’ho vista sono rimasta un po’ perplessa, ma poi ho pensato che se aiuta le bambine ad alzare gli occhi al cielo, va bene anche partire dalle bambole». 

Il soffitto di cristallo sta per rompersi

Da professoressa di matematica, è fondamentale per lei il contributo della scuola per cambiare le cose ed eliminare i pregiudizi: «Bisogna proprio lavorare su tanti fronti. Si inizia dall’educazione in famiglia, si deve stare attenti ai comportamenti che si richiedono alle bambine. E poi l’istruzione, io lo vedo: quando c’è qualcosa che riguarda un’attività concreta viene chiesto a un maschio quando c’è un lavoro di cura lo si chiede a una ragazzina. Gli insegnanti dovrebbero stare attenti a non dividere questi ruoli». Ed è proprio questo uno dei punti cruciali, «sollevare le donne dai compiti di cura. Con la fatica che facciamo noi tutti i giorni, siamo ancora caricate di tutti quei lavori che ci hanno assegnato da secoli. Dai tempi di Aristotele, quando si diceva già che donne non sono adatte per natura ai pensieri astratti». Le cose, comunque, stanno cambiando. «Un tempo si parlava di soffitto di cristallo per definire quel muro che le donne non avrebbero mai sfondato. Oggi si percepisce un’onda che sta montando e piano piano lo sfonderà. Le donne nei laboratori sono il 60 per cento degli uomini. Deve succedere qualcosa in più che smonti i meccanismi, che sblocchi le ruote».

Di Michela Rovelli

Ragazza afgana

L’immagine, divenuta un’ icona della fotografia mondiale, fu scattata da Steve McCurry nel 1984 nel campo profughi pakistano di Peshawar, dove McCurry fu inviato per documentare la situazione dei profughi afgani, e pubblicata successivamente sulla copertina della rivista NationalGeographic Magazine del numero di giugno 1985. L’identità della ragazza rimase sconosciuta sino al 2002. Il governo afgano infatti aveva un atteggiamento ostile nei confronti dei media occidentali, mantenuto fino alla caduta del regime talebano, avvenuta per mano dell’esercito americano nel 2001. Nel gennaio 2002, a distanza di 17 anni dal famoso scatto, McCurry e il National Geographic organizzarono una spedizione per scoprire se la ragazza fosse ancora viva. Dopo mesi di ricerche fu ritrovata e McCurry potè fotografarla nuovamente. Si tratta di Sharbat Gula, allora dodicenne, rimasta orfana.

Quegli occhi verde ghiaccio e quello sguardo intenso e disarmante che trasuda paura e rabbia sono diventati un simbolo del conflitto in Afghanistan, ma, in generale, di tutte le guerre che interessano il Medio Oriente.

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L’ eroina mancata del DNA

Rosalind FranklinPochi sanno che nel 1963 sul podio per la consegna del Premio Nobel per la scoperta della struttura del DNA mancava uno scienziato il cui contributo è stato fondamentale: si trattava della ricercatrice Rosalind Franklin. Prematuramente scomparsa all’età di 37 anni per un tumore alle ovaie, ha condotto tutti gli esperimenti che hanno permesso di fotografare ai raggi X la struttura del DNA, e la cui interpretazione ha permesso di dedurne la struttura tridimensionale. 

Rosalind Franklin dovette affrontare un ambiente ostile alle donne, che in parte la ostacolò nell’emergere nel panorama internazionale come scienziata, ma il suo forte spirito di indipendenza e la sua indiscutibile intelligenza le hanno permesso di imporsi comunque nella storia della scienza e sono arrivati fino a noi, tanto da far sorgere la necessità di una rivalutazione storica del suo lavoro.

Rosalind Franklin aveva 33 anni nel febbraio del 1953, quando sul suo taccuino di appunti scrisse che “il Dna è composto da due catene distinte”, due settimane dopo Crick e Watson costruirono il loro celebre modello della struttura del DNA, nel laboratorio di Cavendish a Cambridge. 

Immagine ai raggi X del DNALe “istruzioni” per costruire il modello arrivarono ai due scienziati per vie traverse, attraverso le quali vennero a conoscenza degli studi della Franklin, mai pubblicati in veste ufficiale. Wilkins, un superiore della Franklin, aveva, infatti, mostrato a Crick e Watson nel gennaio 1953 una fotografia del DNA fatta dalla Franklin, quella recante il numero 51, senza poter immaginare che da questa informazione i due scienziati sarebbero stati in grado di inferire la struttura del DNA, anche aiutati dalla lettura del volume di Max Perutz che riassumeva il lavoro dei principali ricercatori del centro, tra cui quello della Franklin. Watson nel suo celebre libro “La doppia elica” (1968) lascia intravedere le difficoltà che la scienziata dovette affrontare per poter continuare le proprie ricerche nel mondo della ricerca inglese decisamente ostile al genere femminile in quegli anni, nonostante il suo curriculum scientifico fosse eccellente.

Le difficoltà che dovette affrontare, unite alla prematura morte che non le ha permesso di ricevere il giusto riconoscimento, ne hanno fatto un’icona del movimento femminista nelle scienze. 

King's CollegeUn riesame dei suoi carteggi, ha rivelato che la ricercatrice effettivamente soffriva molto l’ambiente in cui viveva, ma non tanto per il fatto di essere una donna, in quanto il maschilismo si manifestava solo in determinate occasioni e non tanto nella vita quotidiana, ma per la sua posizione sociale e religiosa, così diversa da quella degli altri personaggi che lavoravano al King’s College. Il suo disagio era tale, che appena le fu possibile si allontanò dalla struttura, anche se a detta dei suoi collaboratori, probabilmente era ad un passo da dedurre lei stessa la struttura del DNA. Dai suoi scritti non trapela nulla che riguardi un moto di amarezza o di dispiacere per questa mancata scoperta, operata dai due ricercatori basandosi sui suoi studi e a sua insaputa. Tutt’altro, nel resto della sua breve vita si dedicò agli studi del virus del mosaico del tabacco, sui quali produsse eccellenti lavori, e rimase sempre in più che ottimi rapporti con Crick, con il quale non solo scambiò una ricca corrispondenza epistolare ma passò molto tempo con i coniugi Crick, soprattutto durante i periodi di convalescenza della sua malattia.Franklin-Wilkins building

Probabilmente mai avrebbe immaginato che la sua storia venisse in futuro interpretata come quella di un eroina mancata del DNA, e che al King’s College di Londra, che lei non aveva amato, le dedicassero addirittura un edificio, il “Franklin-Wilkins building”.

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Quelle come me

Quelle come me sono capaci di grandi amori e

grandi collere, grandi litigi, grandi pianti e grandi

perdoni.

Quelle come me non tradiscono mai, quelle come

me hanno valori che sono incastrati nella testa

come se fossero pezzi di un puzzle, dove ogni

singolo pezzo ha il suo incastro e lì deve andare.

Niente per loro è sottotono, niente è superficiale o

scontato, non le amiche, non la famiglia, non gli

amori che hanno voluto, che hanno cercato, e

difeso e sopportato.

Quelle come me regalano sogni, anche a costo di

rimanerne prive…

Quelle come me donano l’anima, perché un’anima

da sola, è come una goccia d’acqua nel deserto.

Quelle come me tendono la mano

ed aiutano a rialzarsi, pur correndo il rischio

di cadere a loro volta…

Quelle come me guardano avanti,

anche se il cuore rimane sempre qualche passo indietro…

Quelle come me cercano un senso all’esistere e,

quando lo trovano, tentano d’insegnarlo

a chi sta solo sopravvivendo…

Quelle come me quando amano, amano per sempre…

e quando smettono d’amare è solo perché

piccoli frammenti di essere giacciono

inermi nelle mani della vita…

Quelle come me inseguono un sogno…

quello di essere amate per ciò che sono

e non per ciò che si vorrebbe fossero…

Quelle come me girano il mondo

alla ricerca di quei valori che, ormai,

sono caduti nel dimenticatoio dell’anima…

Quelle come me vorrebbero cambiare,

ma il farlo comporterebbe nascere di nuovo…

Quelle come me urlano in silenzio,

perché la loro voce non si confonda con le lacrime…

Quelle come me sono quelle cui tu riesci

sempre a spezzare il cuore,

perché sai che ti lasceranno andare,

senza chiederti nulla…

Quelle come me amano troppo, pur sapendo che,

in cambio, non riceveranno altro che briciole…

Quelle come me si cibano di quel poco e su di esso,

purtroppo, fondano la loro esistenza…

Quelle come me passano innosservate,

ma sono le uniche che ti ameranno davvero…

Quelle come me sono quelle che,

nell’autunno della tua vita,

rimpiangerai per tutto ciò che avrebbero potuto darti

e che tu non hai voluto

Alda Merini

Lella Costa

Sta girando l’Italia con due spettacoli che aveva già portato in scena, La Traviata e Questioni di cuore, che parlano di temi femminili molto forti. Se li ripropone forse vuol dire che in tutto questo tempo poco è cambiato

No, ma sono contenuti che mi stanno a cuore, indipendentemente dall’attualità. E poi, portando in giro due spettacoli tengo in allenamento i neuroni. Battute a parte, La Traviata, per esempio, parla anche del prezzo che le donne hanno sempre dovuto pagare per il loro talento. E, infatti, le figure, oltre a Margherita Gauthier, sono Maria Callas e Marilyn Monroe. Però, appoggiandomi al romanzo di Dumas e all’opera di Verdi, emergono anche figure maschili bellissime. Alla fine dello spettacolo dico sempre: quando gli sguardi degli uomini si sposano sulle donne non per violare ma per raccontare sono meravigliosi. C’è questa frase di Dumas, che era un ragazzino quando l’ha scritta, aveva poco più di vent’anni, che per me è bellissima: «Non ho mai più disprezzato una donna alla prima impressione». Ecco, credo che andrebbe insegnato alle elementari.

Questioni di cuore, invece, è tratto dalle lettere e dalle risposte della posta del cuore di Natalia Aspesi.

Una donna straordinaria che riesce a ritrarre l’Italia in modo sublime. È uno spettacolo particolarmente riuscito, è un peccato non riproporlo.

Sarebbe interessante fare una sorta di educazione sentimentale sia per uomini che per le donne.

Sicuramente, anche perché  sembra che facciamo sempre più fatica a difendere le tre o quattro cose che abbiamo imparato e conquistato negli anni.

Cosa pensa del #metoo italiano?

Che sia stato una cosa importantissima, ma che, purtroppo, non sia passato oltre la categoria di donne intelligenti, brave, sincere e autentiche che fanno parte di quella che è considerata l’elite (e in un certo senso lo è) del mondo del cinema, dello spettacolo, della visibilità in generale. Mi dispiace che queste affermazioni, queste denunce tardive, abbiano creato attorno un po’ di astio. Si è detto: “Tu potevi dire di no perché eri una signora o una signorina che aveva tutti gli strumenti per poterlo fare”. Quello che si sarebbe dovuto fare, e che certamente era nelle intenzioni delle donne che hanno dato il via la movimento, era trasportare questa battaglia di consapevolezza in tutto il resto del mondo, soprattutto del lavoro, dove le donne non hanno modo di sottrarsi a quel tipo di ricatto, a quel tipo di violenza e sopraffazione perché ne va della loro sopravvivenza.  Ecco, rispetto a questa istanza mi è mancata la voce degli uomin

Rispetto alle grandi battaglie femministe degli anni 70,  che sono sfociate in atti concreti, dalla legge sul divorzio a quella sulla 194, secondo lei questi movimenti degli ultimi degli ultimi anni, dall’esperienza di “Se non ora quando” allo stesso #metoo, sono stati meno incisivi?

Oggi è un po’ più difficile dal punto di vista legislativo. Ricordo però che in questi anni è stata varata una legge sullo stalking che, forse, poteva essere fatta meglio, ma intanto prima non c’era e adesso c’è (e non si sa perché tutti se ne dimenticano). Questo è un risultato ottenuto grazie anche a “Se non ora quando” e non solo. Non ci arroghiamo dei meriti eccessivi, ma lo spettacolo scritto da Serena Dandini, Ferite a morte, che è un testo che è stato rappresentato dall’Onu al Parlamento Europeo e viene continuamente messo in scena dalle istituzioni di tanti Paesi, dalla Turchia alla Tunisia all’Olanda, è un esempio concreto di come la voce delle donne si sia fatta sentire su certi temi, come appunto quello della violenza. E in questo senso si stanno facendo degli atti concreti. Lentamente, sotto traccia, ma le cose stanno cambiando. Perché se si allarga la consapevolezza che la violenza domestica, che è quella che porta poi anche al femminicidio, non è inevitabile e, soprattutto, se si prepara una rete, nelle Forze dell’ordine, nelle Istituzioni, che sappia accogliere le denunce e le donne in difficoltà, il mutamento avviene. Molte Regioni si stanno attrezzando in questo senso. E non mi pare poco. Perché prima di femminicidio e violenza non se ne parlava affatto. Certo, l’unico esito legale è stata la legge sullo stalking, ma, ripeto, è stato un passo in avanti. Molto più difficile è normare, da un punto di vista giuridico, quello che viene considerato il vasto campo della molestia, del ricatto, del mobbing. In questo senso, il limite del #metoo è stato proprio quello di non essere riuscito a uscire da un unico ambito, che è quello del mondo della visibilità, che è sicuramente stato importante come traino, ma che doveva contagiare tutto il resto del mondo femminile. E non solo. Pochi giorni fa Natalia Aspesi in un’intervista al Foglio diceva che il #metoo dovrebbero farlo gli uomini. Lei racconta di aver ricordato ai suoi colleghi come si comportavano loro: era normale, naturale, in quegli anni essere continuamente toccate, molestate, apostrofate in modo volgare sia sul posto di lavoro sia sull’autobus sia per strada. Per questo, e io concordo con lei, il #metoo non dovrebbe essere soltanto una denuncia degli abusi subiti dalle donne, ma un’autoaccusa, una presa di coscienza degli uomini. Perché prima di diventare materia giuridica, questa è materia culturale e relazionale: quello che emerge da tutto quanto è successo negli ultimi anni è che esiste una patologia di relazione, in primo luogo tra maschile e femminile. Dall’altra parte, però, dobbiamo fare attenzione. Basta guardare, per esempio, i casi clamorosi di Kevin Spacey e Woody Allen.

In che senso?

Come dice la Aspesi, se hanno commesso dei reati che vengano condannati, scontino la loro pensa e paghino il loro debito, ma continuino a fare il loro lavoro. Questo modo subdolo di impedire a persone di indubbia qualità professionale di lavorare semplicemente elidendo la loro esistenza dal mondo è una roba spaventosa. Si tratta di separare il peccato dal reato. Noi non siamo riusciti a parlare del fascino che gli uomini di potere esercitano, su tutti. Non voglio dire che si è consenzienti alla violenza, per carità di dio, e non voglio nemmeno dire che le vittime sono conniventi, anzi. Ma che si venga attratti, ammaliati dal potere (in senso lato, non solo quello economico o professionale) va detto. Parliamo anche di questo: vuol dire mettere a fuoco il fatto che ti capita di andare in una stanza d’albergo a fare un provino. Non dovresti perché imbastardisci quello che dovrebbe essere un rapporto professionale, quindi non si va nelle camere d’albergo e non ci si va da sole. Ma è tutto molto confuso, difficile, è tutto molto sfumato. Asia Argento avrà fatto anche dei passi falsi, ma ritengo fosse assolutamente autentica nel suo denunciare. Quindi io credo che quello che è mancato sia stato un #metoo al maschile, cioè che gli uomini dicano “quella roba lì l’ho fatta anche io, la faccio anche io”. Magari molti di loro non hanno usato la violenza o il ricatto esplicito, ma esiste un linguaggio non esplicito che ti fa cadere in quella trappola. E il fatto che tu, donna, lo sappia che è una trappola, non vuol dire che a te vada bene, è che accetti quella cosa come ineluttabile. Perché quello che percepisci è che quei comportamenti sono ineluttabili, cioè che  l’uomo è sempre stato così e lo sarà per sempre, che la prostituzione è come la guerra, c’è da sempre e ci sarà per sempre. Bene, non è vero. Perché è solo una questione di mercato. Per questo dico, ancora una volta, che quella che manca è la voce degli uomini.

L’abbiamo da poco vista alla serata dedicata alla Tv delle ragazze. Che esperienza è stata? 

Anche dopo 30 anni straordinaria. Per noi che ci siamo ritrovate è stata emozionante e commovente, grazie allo splendido lavoro di Serena Dandini e delle altre. Una bellissima testimonianza per valorizzare le cose del passato ma per mettere in campo anche energie nuove. Rispetto ad allora, che era un inizio di comicità televisiva e si basava sulle nostre storie legate al teatro, alla scrittura e alla radio, oggi la definizione te la dà tv, che però, spesso, non ti dà il tempo di crescere. Il vero problema è la scrittura al femminile. Il fulcro della Tv delle ragazze era proprio l’essere scritta da donne, il punto di vista era sempre quello femminile. Che non vuol dire bandire gli uomini, io ho sempre collaborato con autori maschi, ma che sia la parola che lo sguardo devono avere un’impronta femminile. Certo, quelle che oggi si affacciano e vogliono parlare di materie legate al femminile sono consapevoli che arrivano dopo e quindi tanti temi tanti argomenti tanti stili sono già stati fatti battuti da noi da noi pioniere

Chi sono i talenti al femminile in circolazione che vede o ha visto crescere?

Penso a Paola Cortellesi, che è un’attrice straordinaria prima che un’interprete. E poi Virginia Raffaele. Entrambe, non a caso, appena possono fanno teatro, si cimentano dal vivo quindi crescono in una dimensione di contatto con il pubblico.

Ultima domanda. La sua passione per le scarpe è leggendaria: quali indossa ora?

A dire il vero adesso nessuna, sono felicemente a piedi nudi visto che sono a casa. Le scarpe sono degli oggetti meravigliosi tanto che le tengo in una vetrinetta. Ora non riesco più, come facevo fino a qualche anno fa, ad andare in giro 24 ore al giorno con i tacchi, però continuo a pensare che le vere scarpe hanno il tacco: ti danno quell’allure, quello slancio nella camminata che è unico. E poi sono oggetti meravigliosi. La sapienza artigianale dei grandi creatori di scarpe, direi una sapienza architettonica, è un qualcosa che va riconosciuta e ammirata. Io non ho mai pensato alla scarpa come strumento di seduzione, ma come mio piacere personale: io godo della bellezza in sé e dell’oggetto e di come mi fa sentire.

Di Sara Sirtori

Maria Eva Ibaurgen

Maria Eva Ibarguren nasce nel 1919, figlia illegittima del latifondista Juan Duarte. Essere figlia illegittima fa nascere in lei un sentimento che caratterizzerà tutta la sua vita: l’indignazione dinanzi alle diversità di trattamento e alle ingiustizie.
Eva sogna di diventare un’attrice, ma è la radio a regalarle la popolarità. Ed è sempre grazie alla radio che Eva conosce il colonnello Juan Domingo Peron, capo del Dipartimento del Lavoro, che il 22 gennaio 1944 coinvolge molti artisti in un grande evento di solidarietà destinato a raccogliere fondi per le popolazioni colpite dal terremoto di San Juan.  Da quel giorno, Eva e Peron non si lasciano più.
Eva viene nominata presidente del sindacato che ha fondato. Peron diventa vicepresidente dell’Argentina e ministro del Lavoro. Arrestato dai militari, viene liberato di fronte al pericolo di un’insurrezione dei “descamisados” guidati da Eva Duarte.

Poco dopo Eva sposa Peron, che nel 1946 viene eletto presidente. Eva non si accontenta di fare la first lady. Si batte per il voto alle donne, inaugura scuole e ospedali, aumenta il controllo sui mezzi di comunicazione, dialoga con i sindacati, trascina le folle e diventa un’icona, con la sua gestualità enfatica, i suoi abiti ricercati e il suo inconfondibile chignon.

La sua consacrazione internazionale avviene con il viaggio in Europa del 1947, sebbene a Roma venga fischiata da chi le ricorda l’ospitalità offerta dall’Argentina ai nazisti in fuga.
Nel 1951 Peron si ricandida. Lavoratori e sindacati premono perché Evita si candidi alla vicepresidenza, ma alla fine lei rinuncia. Militari e conservatori sono fortemente contrari alla sua candidatura e lei sa di avere un tumore all’utero in stato avanzato.

Peron viene rieletto a larghissima maggioranza. Eva assiste al suo giuramento e poco tempo dopo muore a soli 33 anni. E’ il 26 luglio 1952. Per giorni gli argentini fanno la fila per rendere l’ultimo omaggio alla donna che il Parlamento ha nominato “capo spirituale della nazione”.

Le spoglie di Eva, dopo il colpo di Stato che nel ’55 destituisce Juan Peron, non hanno pace e tornano solo nel 1974 in Argentina, dove tuttora sono venerate dal popolo.

Dal Web

Corpi e anime di donne

ROMA – Da oggetto da ammirare, in veste di angelo o di tentatrice, a soggetto misterioso che si interroga sulla propria identità, fino alla nuova immagine …