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La nostra Amalia su Io donna

Siamo felici di trovare un articolo della nostra Socia d’onore Amalia Bruni su Io Donna

La nostra afferma: per tenere in forma il cervello investire nella reta delle amiche.

Auguri cara Amalia!

Le sei sorelle Mitford

Erano sei e tutte diverse. Quello che è certo è che per David Freeman Mitford, il barone Redesdale, erano un grattacapo continuo. Da buon padre conservatore ed esponente di una campagnola aristocrazia inglese di modeste rendite, per le figlie avrebbe voluto il meglio e… poche chiacchiere. Pia illusione: in famiglia era un continuo generarsi di piccole bombe a orologeria, pronte a esplodere alla minima occasione che potesse portare una qualsiasi forma di popolarità.

Erano sei per l’appunto, in ordine Nancy, Pamela, Diana, Unity, Jessica e Deborah, più Tom, l’unico maschio, amato e rispettato, ma sempre un po’ escluso dai pazzi giri delle sorelle. Mamma Sidney, figlia di un padre armatore, era un’eccellente economa, tanto pignola e “fissata” con i conti che imponeva alle figlie il famigerato quaderno di casa da redigere quotidianamente. Dal canto loro, le fanciulle non risparmiavano alla madre soprannomi irriverenti e scanzonati. Il preferito era TPOF, the poor old female (“la povera vecchia”). Andava peggio a David, il padre, che per le terribili girl era TPOM, the poor old male (“il povero vecchio”), ma spesso era anche the poor old sub-human (“il povero vecchio sub-umano”).

Nancy (1904-1973), la prima, era una tosta e conscia di esserlo. Negli anni è diventata una scrittrice apprezzata di libri spassosi, come Non dirlo ad Alfred o Amore in un clima freddo. Non era difficile per lei scrivere commedie brillanti e irriverenti, in fin dei conti le bastava parlare della sua famiglia e il gioco era presto fatto. Questo suo modus operandi, in effetti, le costò più volte i musi lunghi di chi si sentiva canzonato sulla carta. Era un esempio di ribellione per le sorelle, che ne traevano spunto. Come quella volta che tagliò i capelli corti, alla maschio. Era il 1924, aveva vent’anni e una dose di sprezzo verso il potere genitoriale assolutamente impensabile per le fanciulle dell’epoca. In casa indossava i pantaloni «causando quasi un colpo apoplettico al padre David» scrive Mary S. Lovell in Le sorelle Mitford – Biografia di una famiglia straordinaria (Neri Pozza). Il poveretto, per sfogarsi, usciva di buon’ora e con tutta la foga della frustrazione faceva schioccare il frustino come un forsennato.

Meno problematica fu la secondogenita Pamela, detta Pam (1907-1994). La ragazza amava la campagna, indefessamente. Per lei non era solo un bel posto dove vivere, ma una ragione di vita. Se le altre ragazze consideravano noiosi i lavori da massaia, lei li riteneva quasi una professione da condurre con metodo. Questo lato del suo carattere le giocò il soprannome di Woman, donna, abbreviato in Woo, alla maniera Mitford. Le acque chete, comunque, non sono mai tali. Quando si dice che le ragazze non stavano mai buone non è un eufemismo. Spesso Sydney portava le sue figlie ai balli dell’alta società e probabilmente non scoprì mai che le pestifere sgusciavano fuori dal retro delle case, per recarsi nei locali notturni e poi ritornare su di giri alla noia della festa.

La terza, Diana (1910-2003), era sicuramente la più bella. La pelle diafana – caratteristica del gene Mitford, esaltato in lei ai massimi livelli – e gli occhi del cielo: era divina. A diciotto anni si innamorò perdutamente del rampollo della birra Guinnes, Bryan, di quattro anni più grande. Il responso dei genitori al matrimonio fu un sonoro no, con un “ripassa fra due anni”. E Diana? Per tutta risposta passò all’offensiva in modo silente. Scriveva Jessica: «La strategia di Diana (forse l’unica possibile a parte la fuga d’amore) fu mettere il muso per un intero inverno». Si struggeva e comunicava noia, guardando fuori dalla finestra con sguardo vacuo. Se ne stava così, pallida e affascinante. Alla fine i genitori dovettero cedere. Il matrimonio fu sfavillante: i due erano giovani, belli, influencer degli anni Venti-Trenta, con la casa colma di intellettuali e divi, sempre impegnati in grandi feste alla Gatsby. Dopo due figli e tante, tante feste, la bella Diana perse letteralmente la testa per Oswald Mosley, il giovane politico più brillante di quegli anni, fondatore di un suo partito, il New Party, estremizzato poi nella BUF, British Union of Fascist. Diana lo incontrò ad una festa, non capì più nulla. Ne divenne l’amante e decise di sbriciolare il matrimonio Guinness, gettando tutti nella costernazione. La moglie di Mosley di lì a poco si ammalò di peritonite e ne morì: tutti credettero fosse crepacuore. L’amante Mitford per tutti divenne “Diana l’orrore” e dal mondo dorato in cui era cadde in un declino inesorabile.

Nel nome c’era già una profezia

Assieme a Unity, Diana sarà una delle sorelle più folli, soprattutto per le scelte politiche. Unity Valkierye-Swastika (1914-1948) aveva nel nome la profezia di quanto sarebbe diventata: una nazista fanatica ed esposta, la cui vicinanza al Führer le costò molto in terra natia. Poco le importava, la Germania era la sua casa. Alta più di 1 metro e 80, la giovane amazzone si divertiva a scandalizzare: al suo ballo da debuttante si presentò con la bestiolina di casa, Ratular, il ratto bianco. A volte lasciava a casa il ratto e portava Enid, la biscia, che si sistemava sul collo. Non era brutta, tutt’altro. Molti dicevano che assomigliava a Diana, ma vista in uno specchio leggermente deformante. In foto era sempre imbronciata, ma la sua simpatia, invece, era un tratto noto. Nel 1932 si iscrisse alla BUF di Mosley, ma l’obiettivo era uno solo: conoscere Adolf Hitler. Andò a Monaco a studiare la lingua, e cominciò una vera e propria “operazione stalking”, frequentando l’Osteria Bavaria e le sale da tè del Carlton, luoghi di cui il Führer era assiduo frequentatore.

Pian piano Hitler si abituò alla visione di questa alta fanciulla nordica, sempre seduta allo stesso posto e sempre a fissarlo. Quando lui la salutò fu indimenticabile: Unity non sapeva che sarebbe diventata sua preziosa amica e certo non immaginava che per lui sarebbe morta. Quando Londra dichiarò guerra alla Germania del suo cuore, il dolore fu troppo grande e decise di spararsi in testa. Sopravvisse, ma i postumi della ferita la portarono alla morte qualche anno dopo.

La comunista di famiglia

Jessica, detta Decca (1917-1996), era la comunista di famiglia. Memorabili erano i fronti opposti ricavati nella cameretta con Unity: una riga separava la zona rossa di Decca dalla zona nera di Unity. Nonostante le divergenti visioni politiche le due erano legatissime. Annoiata dalla vita di casa, fin da piccola sognava la fuga. Non fu un caso il conto “Fuga da casa” alla banca Drummonds, aperto nell’infanzia con i suoi primi dieci scellini. Nel 1937 ebbe l’occasione per farlo e il compagno perfetto: il folle cugino Esmond Rommilly, nipote di Winston Churchill, con cui si sposò segretamente e con cui fuggì in Spagna, dove si stava consumando la guerra civile. Esmond lavorava come reporter. Quando i genitori lo scoprirono fu troppo tardi. I ragazzi erano già a Bilbao: «Buon Dio, non ha portato con sé dei vestiti per combattere» fu l’accorato commento della storica tata delle ragazze. Nel 1939 i due emigrarono negli Stati Uniti, ma nel 1941 Esmond, arruolatosi nella Royal Canadian Air Force, morì di ritorno da una missione contro la Germania.

Deborah, Debo, era la piccola di casa (1920-2014). Aveva un sogno: diventare duchessa e vivere in un posto sfarzoso. Fra tutte, fu quella che coronò le sue aspirazioni. Nel 1941 sposò infatti lord Andrew Cavendish, decimo duca del Devonshire, diventando così duchessa. Amava le galline, erano la sua ossessione. Nello splendido castello di Chatsworth era lei a sfamarle. Memorabile la foto di Bruce Weber del 1995: la duchessa in splendido abito da sera con manto in taffetà armata di secchio e mestolo dà il becchime alle sue amate. A una cena con lo stilista Oscar de la Renta mise come centro tavola scatole trasparenti con galline – vive – pigolanti. Nel 2014 la Duchessa Coccodè si spense. Era l’ultima delle sorelle, con lei se ne andò un pezzo di Inghilterra gloriosa e folle, anche se i rumors sulle sei terribili ragazze non si sono mai spenti.

Da Io Donna

Donne in manicomio durante il fascismo

Durante il Ventennio fascista, i manicomi si riempirono di donne accusate di essere libertine, indocili, irose, smorfiose o, soprattutto, madri snaturate.

Di Elena Viali

Durante il Ventennio fascista, per esempio—complice l’ampliarsi della categoria della “devianza” morale e sociale—i manicomi si riempirono di donne accusate di essere libertine, indocili, irose, smorfiose o, soprattutto, madri snaturate. I ricercatori Annacarla Valeriano e Costantino Di Sante hanno passato al vaglio i documenti del manicomio cittadino di Sant’Antonio Abate, uno degli storici luoghi di trattamento dei disturbi psichici e custodia di persone sgradite alla società, per raccontare le vite delle donne che vi erano recluse durante quel periodo. Ora foto, lettere e cartelle cliniche dell’archivio dell’istituto sono esposte in una mostra in corso alla Casa della Memoria e della Storia di Roma. 

Ho contattato Annacarla Valeriano, della Fondazione Università degli Studi di Teramo, per parlare di devianza, ospedali psichiatrici e foto segnaletiche.

Per cominciare, da dove nasce l’idea di questa ricerca? 
Annacarla Valeriano:
 L’idea nasce da un progetto molto più ampio della Fondazione Università degli Studi di Teramo, che nel 2010 ha iniziato a valorizzare le memorie del Manicomio Sant’Antonio Abate, che si trova al centro della città, è stato fondato nel 1881 ed è rimasto aperto fino al 1998. 

Nel corso di svariati anni passati in archivio ho analizzato circa 7.000 delle 22.000 cartelle cliniche di uomini e donne ricoverati dal 1881 al 1945, facendo confluire una prima parte del lavoro—fino al 1931—nel libro Ammalò di testa. Storia del manicomio di Teramo. Sono poi tornata una seconda volta in archivio per concentrarmi sulle donne internate durante il Ventennio fascista. 

Come mai ha scelto proprio questo particolare gruppo? C’era qualcosa di distintivo della situazione delle donne internate durante il Fascismo?
Durante il periodo passato in archivio mi ero accorta che sul frontespizio delle cartelle cliniche relative alle donne in epoca fascista cominciavano a comparire le foto delle pazienti. Prima era una pratica molto rara, ma durante il Ventennio era diventata diffusa—mentre, contemporaneamente, un concetto di “devianza” più ampio rispetto alla morale fascista faceva sì che le donne internate fossero sempre di più. Così ho deciso di approfondire il concetto di devianza femminile. 

La foto veniva allegata con una funzione “lombrosiana”, come a voler riscontrare nei tratti somatici la figura della malattia mentale?
Sì, ma bisogna tenere presente che il regime non ha inventato nulla di nuovo, sia per quanto riguarda il principio della fotografia psichiatrica—già diffusa da fine Ottocento—sia per quanto riguarda i modelli positivisti in cui si incardina lo stereotipo della donna deviante. Secondo i principi positivisti di derivazione lombrosiana, si potevano riconoscere la devianza e la malattia mentale nei tratti fisici: nello sguardo, nell’asimmetria del volto, in uno zigomo diverso dall’alto. Ma c’era anche una ragione sociale, quella di descrivere la devianza per renderla riconoscibile e dunque controllabile—se una di queste donne fosse fuggita, si poteva rintracciarla attraverso la foto segnaletica.

Quali erano le “patologie”, le ragioni principali per cui le donne venivano internate? 
Diciamo che nel carnaio del manicomio venivano internate varie tipologie di donne devianti. La categoria principale è quella delle cosiddette madri snaturate, ovvero coloro che non hanno saputo assolvere a quel ruolo materno su cui la propaganda martellava, perché già a partire dal discorso dell’ascensione del 1925 Mussolini aveva affermato che l’unico ruolo della brava donna fascista era quello della madre. E in manicomio finiscono tutte quelle donne che non sono riuscite ad andare fino in fondo a quel ruolo. 

Da quali ceti sociali venivano queste donne, e in che modo si stabiliva che non assolvessero ai propri compiti?
Parliamo di donne della classe contadina, di un ceto basso che sfiorava spesso condizioni miserabili. Il manicomio attingeva le sue pazienti da una società rurale che in quegli anni era completamente destrutturata, nonostante i proclami di Mussolini riguardanti il ritorno idillico al mondo rurale e la figura della massaia rurale. Erano donne che avevano avuto magari dieci, 12, 14 figli, e che contemporaneamente dovevano svolgere i ruoli di madre, donna di casa e lavoratrice nei campi. Quando, oberate, davano segno di esaurimento nervoso—dovuto anche alla malnutrizione e all’assoluta indigenza in cui vivevano—o non riuscivano a prestare ai figli o al marito le attenzioni necessarie, venivano etichettate come “contro natura”. La stessa etichetta veniva affibbiata alle donne che soffrivano di depressione post partum o manifestavano la volontà di non volere più o non volere proprio figli. 

E per quanto riguarda la devianza sessuale? Mi diceva che non erano tanto le prostitute a finire internate, dato che all’epoca c’erano le case chiuse, quanto piuttosto donne che si manifestavano particolarmente “libertine”.
Sì, anche se alcune internate potevano essere prostitute, questo era “ininfluente” a livello di quadro clinico, perché il regime aveva altri metodi di contenimento della prostituzione. Il problema per cui finivano in manicomio, in quei casi, era piuttosto la sifilide. Ma soprattutto c’era il problema delle donne e delle ragazze che si sottraevano ai ruoli sociali e alla potestà famigliare o fraterna, alcune delle quali manifestavano anche esuberanza sessuale—erano ragazze ribelli che dovevano essere ricondotte all’ordine.

Ha trovato delle storie che l’hanno colpita in modo particolare, o ha avuto modo di ricostruire qualche vicenda più straziante delle altre?
Sono affezionata a varie storie—contrariamente a quello che dovrebbe fare il ricercatore quando si avvicina a un oggetto di studio, non ho potuto fare a meno di sentirmi presa da questo vero e proprio archivio del dolore. Le cose più toccanti sono proprio le parole delle degenti, che abbiamo avuto modo di leggere dato che nelle cartelle cliniche sono raccolte le lettere che le donne—le poche alfabetizzate—scrivevano alle famiglie o alla direzione della clinica, e che poi venivano sottoposte a censura preventiva, mai spedite e allegate alla cartella clinica. 

Sono spesso appelli accorati alla famiglia per essere riprese in casa, oppure alla direzione del manicomio per essere dimesse; o ancora scritti in cui raccontano la loro vita, le giornate interminabili, sempre uguali, i soprusi, il controllo, il cibo che non basta mai, il vestiario inadeguato.

Ma chi chiedeva il loro internamento, sapendo che non doveva essere un’esperienza piacevole?
Erano le famiglie stesse che chiedevano alle istituzioni manicomiali di curare la propria congiunta, per riportarla ai ruoli che aveva abbandonato—per farla tornare in sé. Il ricovero coatto di “persone alienate pericolose a sé e agli altri e di pubblico scandalo” era regolamentato dalla legge numero 36 del 1904. Di solito era appunto la famiglia a segnalarle, e allora il sindaco con l’indicazione del medico condotto poteva ordinare l’internamento—non tanto diverso dai moderni TSO. Poi, nel 1968, la legge Mariotti ha introdotto la possibilità di ricovero volontario. 

Quindi l’ospedale psichiatrico era visto effettivamente come luogo di cura—cioè, l’opinione pubblica aveva fiducia in esso?
Sì, se per cura si intende quello che si intendeva all’epoca. Una finalità fondamentale dei manicomi, allora, era la custodia degli alienati, ovvero delle persone che manifestavano anomalie di comportamento. Un tratto che si coglie nella stragrande maggioranza delle cartelle cliniche di quegli anni è quella di assimilare le anomalie del comportamento a un problema psichico. Un uomo che non aveva voglia di lavorare era disturbato, così come una donna libertina veniva tacciata di “immoralità costituzionale”—che, si capisce dalla formulazione stessa, è una diagnosi che attinge alla sfera morale e non a quella psichica. In molti casi, prima dell’arrivo nel 1952-53 degli psicofarmaci, l’isolamento e la custodia erano considerati di per sé una cura. 

Ma a parte la custodia, quali erano le cure che venivano somministrate?
Se ne sono avvicendate diverse: a fine Ottocento vi era una concezione della malattia mentale come scompenso fondamentalmente organico che si cercava di risolvere con bagni caldi e freddi e con la cosiddetta “terapia del riposo”, che consisteva nel tenere le persone legate al letto per lunghi periodi. Ma gli anni del fascismo sono anni di maggiore sperimentazione, in cui si cominciano a usare la malarioterapia, l’insulinoterapia e, a partire dal 1938, l’elettroshock. 

In cosa consistono la malarioterapia e l’insulinoterapia?
Sono inoculazioni funzionali a provocare shock organici. Inoculando la malaria nei pazienti psichiatrici, per esempio, si provocavano accessi febbrili fortissimi, con picchi di 42 gradi, che potevano portare al risveglio dalla catatonia o uno shock seguito da repentino abbassamento della temperatura corporea, e quindi a una remissione dalla mania. Ovviamente, erano sperimentazioni molto rischiose che non tutti tolleravano bene—anche perché a volte avvenivano per due-quattro settimane di fila

Ma dai manicomi si usciva?
Sì, le cartelle cliniche infrangono lo stereotipo culturale che vuole che dai manicomi non si uscisse più. In realtà erano istituzioni porose: ho riscontrato tanti casi di persone internate e rilasciate più volte, che entravano per cure di qualche mese, poi uscivano, poi rientravano. Ma questo dipendeva sempre dal fatto che all’esterno ci fosse una famiglia disposta a riprenderle, che si prendesse la responsabilità di badare a loro. I casi di persone morte in manicomio o che ci hanno passato 50-60 anni sono legati all’assenza di parenti disposti a riprendersele. 

Immagino che per le famiglie fosse anche vissuto come stigma sociale l’avere una madre, una sorella o una figlia internata in manicomio, o appena uscita.
Assolutamente sì, una volta entrate in manicomio queste donne smettevano di essere persone; non solo, perdevano anche tutti i diritti civili: il regime fascista includeva chi veniva internato in manicomio nel casellario giudiziario. Per le famiglie era motivo di grande vergogna avere un parente in manicomio, tanto che con il processo di deospedalizzazione successivo alla legge Basaglia molti sono venuti a sapere di avere parenti anche di primo grado in manicomio di cui non avevano sentito parlare perché la famiglia aveva applicato una vera damnatio memoriae ai loro danni. Nell’ambito del terzo tassello del nostro progetto, legato alle memorie più recenti, medici, infermieri e personale mi stanno raccontando alcuni casi eclatanti. 

Alla luce dei suoi studi, e considerati anche i cambiamenti nell’istituzione degli ultimi tempi, ci sono elementi nell’istituzione psichiatrica italiana che ancora la preoccupano?
Tanto è stato fatto. Il problema, ora, è scardinare il pregiudizio per cui le persone con disturbi mentali sono pericolose. Per esempio, la prima cosa che spesso le cronache dicono in caso di un omicidio è che il killer è “uno squilibrato”, perché questo ci serve a rassicurarci e deresponsabilizzarci. C’è anche il problema della violenza e dei soprusi nelle strutture, ma a quanto ne so sono casi isolati. E resta aperta ancora oggi la questione degli istituti psichiatrici giudiziari, che secondo me sono un po’ quello che resta di quella grande aberrazione che sono stati i manicomi in Italia.

Grazie

Voglio ringraziare

per la notte e la pioggia

che ci restituisce la memoria della madre.

Grazie per il vento

che ci fa stranieri di noi stessi

e per la pietra

che aspira a sognare l’eternità.

Voglio ringraziare per i bambini

che non conoscono né la colpa né la morte,

e per la musica,

anima trascesa in epifania.

Grazie per la luce che ci dona il mare

e per l’aria frizzante e salubre.

Grazie per la bellezza che ci colma e ci intimidisce

e per l’alba

che ci offre l’illusione della prima volta.

Grazie

per la gioventù e per i sensi

per l’alloro e per il grano.

Grazie

per il prato, più tenace del tempo,

e per l’arte,

che ci trascende e sopravvive.

Voglio ringraziare

per i giorni che dividi con me,

per la carezza e per il bacio.

Grazie per il mare, assoluto e potente.

Grazie per il silenzio e per la poesia.

(Xulio López Valcárcel)

Amalia Bruni e le sue conquiste nella cura dell’ Alzheimer

Amalia Cecilia Bruni è una scienziata e neurologa di fama mondiale, grazie alle sue scoperte sull’Alzheimer; attualmente è direttrice del centro regionale di Neurogenetica di Lamezia Terme. Ma facciamo un passo indietro, per capire chi sia davvero questa straordinaria donna e cosa ha fatto per il bene dell’umanità.
Nasce a Girifalco (provincia di Catanzaro) nel 1955, da bambina erano altri i suoi sogni: fino a 10 anni voleva diventare una commessa; a 14 si è innamorata perdutamente del cervello, dopo aver letto un trattato di psicoanalisi. Poi scelse la facoltà di medicina, laureandosi nel 1979 e  specializzandosi all’Università di Napoli. La famiglia avrebbe voluto vederla sistemata a fare endoscopie all’istituto Pascale, diretto allora da un cugino materno, ma Amalia scelse la strada più difficile, quella della ricerca. Rientrò in Calabria, dove iniziò la sua attività professionale presso il Reparto di Neurologia del “Pugliese-Ciaccio” di Catanzaro. Cominciò uno studio sulle forme ereditarie di Alzheimer, che la condussero all’individuazione della presenilina, il gene più diffuso della malattia. Il riconoscimento significativo di tale traguardo è rappresentato dall’istituzione nel 1996, a Lamezia Terme, del Centro Regionale di Neurogenetica. Il centro si occupa di malattie neurodegenerative, in particolare di demenze, con iniziative di natura sociale, come gli “Alzheimer Caffè”, spazi protetti in cui le persone affette da demenza e i loro familiari possono interagire a livello interpersonale: i primi mantenendo attive le funzionalità sociali; i secondi parlando dei propri problemi e delle strategie trovate per risolverli, in un’atmosfera accogliente, centrata sull’ascolto e sulla cordialità. Sono presenti operatori esperti che illustrano le attività, psicologi che si occupano della stimolazione cognitiva, gestendo i gruppi di sostegno per i familiari e tanti volontari. Primaria rimane la ricerca, la dottoressa spiega di essere particolarmente interessata al DNA della popolazione calabrese, che è particolare e variegato. Un esempio recente: c’è un gene coinvolto nell’Alzheimer di tipo genetico, l’App (proteina precursore della beta amiloide), di cui solo lei con il suo team si sta occupando, ed è originario proprio dalla Calabria. Nel 2000, un team di ricercatori internazionali, coordinato dalla Bruni, scopre la “Nicastrina”, la proteina delle membrane delle cellule nervose, che taglia la beta amiloide, che a sua volta è una delle sostanze che si accumulano nei cervelli degli ammalati di Alzheimer. Fino a pochi mesi fa erano convinti che fosse proprio la beta a provocare la malattia, ora la considerano associata ad essa, perché è presente anche nei cervelli di chi è sano. La proteina è stata chiamata, in questo modo, in omaggio al nome della famiglia calabrese di Nicastro in cui è stato trovato il gene codificante. Sempre lei arrivò a scoprire che il primo caso di Alzheimer è avvenuto nel 1904 in una paziente di 38 anni ricoverata nell’ex manicomio di Girifalco, rovesciando quanto supposto fino ad allora, ovvero che la malattia fosse nata in Germania. Consultando le cartelle cliniche, ormai ingiallite del manicomio, la dottoressa associò i sintomi dei pazienti con quelli tipici della malattia. Non solo, ma analizzando l’albero genealogico dei malati, ha capito che può anche essere ereditaria, come nel caso di Teresa, una casalinga calabrese di 44 anni, che aveva atteggiamenti strani, per esempio, dimenticava la strada di casa, oppure la pasta sul fuoco. La neurologa diagnosticò l’Alzheimer ereditario, ad esordio precoce. La donna aveva, infatti, tra i suoi antenati il trasmettitore originario della malattia.
Purtroppo, come spesso accade, a causa della superficialità umana, il Centro di Neurogenetica rischia la chiusura, perché mancano i fondi. La dottoressa Bruni ha lanciato l’allarme spiegando che il laboratorio è completamente chiuso, il centro ha quasi smesso di fare ricerca. “Siamo in una situazione di estrema difficoltà, il decreto Calabria ha dato il colpo di grazia a tutte le strutture”.
Amalia Bruni ha collezionato, nella sua lunga carriera, diverse specializzazioni, oltre che numerosi riconoscimenti per la sua attività di ricerca. Nel 2008, la nostra città le ha conferito il premio “Gelsomino d’oro, un riconoscimento dato a personalità che hanno contributo o contribuiscono alla rinascita economica, culturale o morale della Calabria. Ha raggiunto importanti traguardi, ha collaborato con numerosi ricercatori e scienziati, tra cui Rita Levi-Montalcini, ed è merito suo se i malati calabresi hanno un punto di riferimento vicino. La dottoressa ha trovato la strada giusta verso la cura definita di questa malattia e siamo certi che riuscirà a sconfiggerla definitivamente.

Di Rosalba Topini

Il ponte delle donne

É il Waterloo Bridge.

I lavori di ricostruzione iniziarono nel 1934, ma con lo scoppio della seconda guerra mondiale, dei 500 operai che lavoravano al ponte ne rimasero, nel giro di due anni, solo 50. La Peter Lind & Company, società appaltatrice, si risolse alla fine ad assumere delle donne, che secondo la Women’s Engineering Society potevano essere all’incirca 350.

La Peter Lind & Company andò in liquidazione negli anni ’80, e tutti i dati riguardanti il personale sono persi ormai da molto tempo. La figlia di Peter Lind ricorda di aver visto delle donne lavorare al ponte, quando il padre la portava con sé nel cantiere. Tuttavia, anche questa testimonianza non era una prova definitiva. Christine Wall la trovò frugando negli archivi on-line del Bradford Museum of Film and Television: una serie di fotografie scattate nel 1944 da un fotografo del quotidiano The Daily Herald.

Finalmente, il ruolo delle donne nella costruzione del famoso ponte poteva essere riconosciuto, il loro contributo ricordato e menzionato nella Lista del patrimonio nazionale per l’Inghilterra, dove l’iconico Waterloo Bridge è stato recentemente incluso, dando alla fatica dimenticata di tante donne (finalmente) il giusto merito.

Dal Web

Mary Shelley: la ragazza che scrisse Frankenstein

Esistono donne messe in ombra dai genitori, dal marito, dall’epoca in cui vivono, a volte persino dalla loro stessa opera: tutte queste sorti insieme sono toccate a Mary Shelley, La ragazza che scrisse Frankenstein.

La madre Mary Wollstonecraft, filosofa femminista, muore poco dopo averla messa al mondo, e così sta al padre, William Godwin, crescerla e educarla in una casa frequentata dai maggiori intellettuali del tempo e segnata da quel lutto mai del tutto rimarginato – è sulla tomba della madre che Mary impara a leggere, seguendo le lettere con il dito.

Nel 1814, a diciassette anni, scappa con il futuro marito, il poeta Percy Bysshe Shelley; i due attraversano l’Europa in compagnia della sorellastra di Mary, Claire. Nel 1816 i tre, insieme al romanziere John Polidori e al poeta Lord Byron, sono protagonisti di un singolare gioco: per ingannare la noia dei giorni piovosi sul lago di Ginevra, Byron propone a ciascuno di scrivere un racconto di paura.

Inaspettatamente, è la fantasia di una Mary diciannovenne a primeggiare, creando uno dei mostri più celebri e terrificanti di sempre, in cui riversa molto di sé: la fatica del parto e lo spettro delle morti infantili riverberano nel tema della creazione di una nuova vita, così come la malattia che da piccola l’aveva costretta a tenere un braccio in fasce, gonfio e sfigurato, ispira la dolente mostruosità della creatura. Sembra l’inizio di una sfolgorante carriera, ma la morte improvvisa di Percy relegherà Mary nel ruolo ancillare e più tradizionalmente femminile di custode dell’eredità letteraria del marito.

A duecento anni dalla pubblicazione di Frankenstein, Fiona Sampson scrive la biografia definitiva di Mary Shelley: una vita che è il manifesto di tutte le possibili strade che una donna può percorrere, e il resoconto di tutti gli ostacoli che la società e il destino possono mettere sui suoi passi.

Dal Web

Lucetta Scaraffia scrive a Papa Francesco

Caro papa Francesco,

con grande dispiacere Le comunichiamo che sospendiamo la nostra collaborazione a “donne chiesa mondo”, il mensile dell’Osservatore Romano da noi fondato, del quale Benedetto XVI ha permesso la nascita proprio sette anni fa e che Lei ha sempre incoraggiato e sostenuto. Gettiamo la spugna perché ci sentiamo circondate da un clima di sfiducia e di delegittimazione progressiva, da uno sguardo in cui non avvertiamo stima e credito per continuare la nostra collaborazione. Con la chiusura di “donne chiesa mondo” si conclude, o meglio si spezza, un’esperienza nuova ed eccezionale per la Chiesa: per la prima volta un gruppo di donne, che si sono organizzate autonomamente e che hanno votato al loro interno le cariche e l’ingresso di nuove redattrici, ha potuto lavorare nel cuore del Vaticano e della comunicazione della Santa Sede, con intelligenza e cuore liberi, grazie al consenso e all’appoggio di due papi.

La nostra iniziativa, come saprà, ha avuto e ha un successo non comune, con un’edizione cartacea in spagnolo pubblicata in spagnolo da “Vida Nueva”, una più recente in francese con “La Vie” e un’edizione in inglese diffusa in rete. In questi sette anni il nostro obiettivo di dare voce alle donne che, come Chiesa, lavorano nella Chiesa e per la Chiesa, aprendosi a un dialogo con le donne di altre religioni, si è realizzato e ha coinvolto migliaia di laiche e di consacrate, confrontandosi di continuo con il pensiero e con la visione di laici, di consacrati, di presbiteri, di vescovi. I temi affrontati sono stati tanti: dalle scoperte scientifiche alla presenza politica; dalla rilettura arricchita dalle acquisizioni della storia più recente di sante dottori della Chiesa, come Teresa d’Avila e di Ildegarda di Bingen, al diritto canonico; dalle speciali qualità femminili emerse nell’annuncio del Vangelo e nelle azioni di pacificazione nel mondo alle richieste delle consacrate nella Chiesa di oggi.

In ogni numero è stato dato spazio alla meditazione dei testi evangelici, a cura delle sorelle della comunità monastica di Bose, e all’esegesi biblica da parte di studiose anche non cattoliche. Da questo secondo filone sono nati tre libri sulle donne dell’Antico Testamento, su quelle dei vangeli e su quelle di san Paolo, curati da Nuria Calduch Benages e pubblicati anche in spagnolo. La nostra redazione, che si è riunita annualmente per un ritiro spirituale di tre giorni presso il monastero di Bose, ha lavorato come laboratorio intellettuale e interiore, attenta ad ascoltare e ad accogliere quanto le lettrici segnalavano come luogo fecondo e come realtà di ricerca, convinte come Lei che la realtà è superiore alle ideologie, per aprire nuove strade di dialogo. E siamo state pronte a percorrere cammini anche inesplorati.

Particolarmente ricco e interessante è stato l’approfondimento del rapporto con le donne musulmane, che è stato accompagnato dalla riscoperta di una fitta presenza femminile nell’antica tradizione islamica, oggi quasi ignorata. Ci siamo sentite spesso come minatori che scoprivano filoni metalliferi preziosi e li portavano alla luce e alla conoscenza di tutti: una vera ricchezza umana e universale, e in questo senso “cattolica”.

Certo, fra le molte lettere che abbiamo ricevuto dalle lettrici, fra cui numerose consacrate, sono emersi anche casi e vissuti dolorosi che ci hanno riempite di indignazione e di sofferenza. Come ben sa, non siamo state noi a parlare per prime, come forse avremmo dovuto, delle gravi denunce dello sfruttamento al quale numerose donne consacrate sono state e sono sottoposte (sia nel servizio subordinato sia nell’abuso sessuale) ma lo abbiamo raccontato dopo che i fatti erano emersi, anche grazie a molti media. Non abbiamo più potuto tacere: sarebbe stata ferita in modo grave la fiducia che tante donne avevano riposto in noi.

Ora ci sembra che un’iniziativa vitale sia ridotta al silenzio e che si ritorni all’antiquato e arido costume della scelta dall’alto, sotto il diretto controllo maschile, di donne ritenute affidabili. Si scarta in questo modo un lavoro positivo e un inizio di rapporto franco e sincero, un’occasione di parresia, per tornare all’autoreferenzialità clericale. Proprio quando questa strada viene denunciata da Lei come infeconda. Santo Padre, a Lei e al Suo predecessore dobbiamo la gratitudine per questi sette anni di lavoro appassionato che – ne siamo sicure – ha contribuito, se pure in piccola parte, a dare coscienza, pensiero e anima femminili alla Chiesa nel mondo: perché davvero, come si legge nella Sua esortazione apostolica Evangelii gaudium (104) le donne “pongono alla Chiesa domande profonde che la sfidano e che non si possono facilmente eludere”.

Lucetta Scaraffia Marzo 2019

La legge Golfo-Mosca

La legge Golfo-Mosca, per contrastare la discriminazione nei confronti delle donne nei consigli di amministrazione, è entrata in vigore nel 2011 e scadrà nel 2022, ha introdotto obblighi precisi per le società quotate. Ecco cosa prevede e quali risultati sono stati raggiunti finora.

POSTI RISERVATI PER IL GENERE MENO RAPPRESENTATO

La legge Golfo-Mosca ha stabilito che il 20% dei posti disponibili negli organi di amministrazione e controllo delle società quotate (consigli di amministrazione e collegi sindacali) venisse riservato al genere meno rappresentato, ovvero quello femminile, senza fissare requisiti o incompatibilità particolari. Questo fino al 2015. Da quell’anno in avanti la quota da riservare è salita a un terzo dei posti disponibili. 

ALLA CONSOB IL POTERE DI PUNIRE CHI NON RISPETTA LE QUOTE

Se la composizione degli organi di amministrazione e controllo non rispetta le quote rosa, la legge dà alla Consob il potere di diffidare la società interessata, dandole la possibilità di adeguarsi entro quattro mesi. Se ciò non avviene la Consob può intimare un nuovo termine di tre mesi. Dopodiché, in caso di inadempienza, scatta la decadenza dei componenti eletti nei board. Sempre la Consob, inoltre, può multare la società che viola la legge, con sanzioni che variano tra 100 mila e un milione di euro. Per le partecipate pubbliche non quotate in Borsa, la vigilanza è affidata alle Pari opportunità, le cui deleghe sono state conferite dal governo M5s-Lega alsottosegretario alla presidenza del Consiglio Vincenzo Spadafora.

GLI EFFETTI POSITIVI CHE LA LEGGE HA AVUTO FINORA

La legge, tuttavia, ha anche una data di scadenza, e i suoi effetti, in assenza di una proroga, si esaurirebbero nel 2022. Ma quali risultati sono stati ottenuti finora? Nel 2008 la percentuale di donne che facevano parte dei consigli di amministrazione era pari al 5,9%. Come ha spiegato Openpolis, dopo l’entrata in vigore della Golfo-Mosca le aziendequotate in Borsa che al primo rinnovo delle cariche sociali si sono dovute adeguare hanno portato questa cifra al 27,8%, sopra la quota obbligatoria iniziale del 20%. Al secondo rinnovo la cifra è salita ancora, fino a toccare il 36,9%, anche in questo caso sopra il tetto obbligatorio del 33,3%. Dai dati aggiornati al 2017 emerge inoltre che le donne nei cda sono mediamente più giovani e più istruite rispetto ai colleghi uomini. Hanno 50,9 anni rispetto ai 58,9 degli uomini e l’88,5% di loro ha una laurea, rispetto all’84,5% degli uomini.

Signora Deputatessa Merlin

Signora Deputatessa Merlin

B., 27 Gennaio 1951

Io ò saputo dalle mie compagne della legge che fà per noi prostitute. Io non me ne intendo; sono una povera donna che faceva la serva e sono delle campagne di C. e vorrei tornarci a fare la serva o la contadina non questo mestiere che mi fà schifo. Ero a M. e M. mi faceva terrore e io uscivo poco, avevo paura dei trammi e delle macchine, ma un giorno uscivo e incontrai uno che mi si mise dietro a camminare dietro.

I miei padroni tutte le sere facevano cene, ballavano e poi si baciavano e anche con le mani non stavano fermi bene e io pensai che fare all’amore non era peccato e mi ci misi con un giovanotto che non parlava come noi di C. Ma un giorno mi portò nella sua camera perché disse «ò male allo stomaco». Ma altroché male lui, mi prese e mi cosò anche mentre io piangevo e dissi «ò paura ò paura». Poi non mi à sposato e mi à fatto fare ii figliolo. Io sono prostituta perché i padroni non mi rivolevano e loro erano come me e peggio e si facevano sempre cornuti fra elli.

ò paura di venire via per la fame e per chiedere perdono alla famiglia che sono onesti fratelli e sorelle. Però a C. sarei felice, ci sono nata, c’è l’aria sana, gli olivi e la vendemmia e anche i contadini mi volevano bene.

M’aiuti Signora Deputatrice io voglio salvare mio figlio.