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Caterina: la strega

Il mio nome è Caterina dei Medici.
Sono morta il 4 marzo 1617, strangolata e poi data alle fiamme davanti ad una folla urlante e spaventata, sicura solo che quel giorno non sarebbe toccato a nessuno di loro, perché il tribunale dell’Inquisizione, quella mattina, aveva già scelto la sua vittima sacrificale. 
Sono una strega, o meglio, sono una povera donna, accusata e condannata per stregoneria, vittima della vita e della miseria che con me non si sono risparmiate.
Sono una delle streghe della Vetra, così definite per il luogo del nostro martirio. Si, perché di questo si tratta, ma non sono diventata santa.
Piazza Vetra a Milano si trova tra la Basilica di San Lorenzo e la Cerchia dei Navigli. Per secoli questo luogo è teatro della tortura e della morte dei milanesi condannati per i più differenti reati, per lo più inesistenti, come i miei.
Il nome Vetra deriva dai “vetraschi”, i lavoratori che in questo quartiere con il vetro grattano i panni per conciarli. I residui della concia sono versati nella Vetra, il canale di scolo che da il nome alla piazza e al quartiere. 
Tutta la zona è malsana, misera e povera. 
Per arrivare in questo posto, l’ultimo per i condannati, bisogna passare sul ponte cosiddetto “della Morte”. Giunti nella piazza, sterrata un tempo, da una parte si trova l’area destinata alla tortura e di fronte quella dell’esecuzione. A ricordare a tutti che questo è un luogo si sofferenza e morte, dove arrivano per lo più i poveri e i disagiati, c’è la statua di San Lazzaro. 
L’attività inquisitoriale in Lombardia fa molte vittime. I numeri con certezza non si sanno, mancano spesso i documenti. La follia dilaga soprattutto nel nord della regione. All’inizio del 1400, Antonio da Casale in provincia di Como fa condannare al rogo 300 streghe in pochi mesi. Nel 1431 la Val Levantina e la Valtellina sono “invase” dall’Inquisizione che condanna decine e decine di donne al rogo per stregoneria. 
Gli anni a venire sono davvero cruenti, pieni di terrore e incertezza.
Le esecuzioni a Milano si moltiplicano, alternandosi fra Piazza Vetra e Sant’Eustorgio, fino al 1558 quando Papa Paolo IV trasferisce il tribunale dell’Inquisizione di Milano da S. Eustorgio a S. Maria delle Grazie.

1563: Carlo Borromeo è consacrato arcivescovo di Milano. Con lui l’Inquisizione si diffonde nelle Valli Alpine, dove le antiche tradizioni ancora sono molto diffuse. La sua attività è tristemente nota. Ma non riguarda la mia vicenda, non riguarda la mia vita. 

La mia storia si svolge nel periodo nel quale Federico Borromeo è arcivescovo di Milano, tra il 1595 e il 1631. In questo periodo la caccia alle streghe a Milano e in Europa si intensifica notevolmente.
Il Tribunale dell’Inquisizione, alloggiato a S. Maria delle Grazie, lavora alacremente per mandare al rogo della Vetra il maggior numero di persone accusate di stregoneria.
E’ il 1573. Nasco a Broni da una famiglia povera ma onesta. A 13 anni mio padre decide di darmi in sposa a Bernardino Zagalia, detto Pinotto, un uomo rozzo, più grande di me, che non vuole una moglie, ma solo una donna da sfruttare e da picchiare quando gli va.
Ci trasferiamo a Pavia. Fin da subito la mia vita è una miseria. Oltre alla botte e agli abusi, mio marito mi costringe a prostituirmi.
Dopo sei anni di sofferenza il buon Dio mi dà una possibilità. Resto vedova.
Il solo modo che ho per sopravvivere è fare la sguattera nelle osterie, oppure la serva presso i signori del posto. Nel 1598 vengo presa come fantesca – domestica – nella casa del capitano Giovanni Pietro Squarciafico a Occimiano, nel Monferrato.
Il capitano mi sembra una brava persona. Ha un debole per me. In poco tempo divento la sua amante e con lui ho due figli. Ma mi sbaglio, non è un uomo buono, non mi vuole e non vuole i nostri figli, mi disprezza e come lui la gente del posto. Per riscattare la mia situazione nel 1610 decido di diventare “strega formale”, partecipando per la prima volta ad un barilotto (sabba). Spero di acquisire dei poteri magici che possano aiutare me e i miei bambini in questa vita di miseria e soprusi.
Ben presto le chiacchiere sul mio essere “strega” e sulla mia dubbia moralità arrivano al Vescovo di Casale Monferrato, che consiglia al capitano di allontanarci per far cessare le maldicenze. Il capitano è un bravo cattolico, ubbidisce.
Per tre anni siamo costretti a girovagare. Ho lavorato in molti posti diversi, poi nel 1613 sono andata a servizio presso la casa del capitano Vacallo. Li non rimango a lungo, ma i guai mi seguono, forse li attiro.

Il padrone ha una relazione con l’altra domestica che lavora per lui, che si chiama come me, Caterina, ma per distinguerci lei la chiamano Caterinetta. È la figlia della cuoca. Il Vacallo è ossessionato dalla giovane, la cerca e la scaccia di continuo, sembra quasi … innamorato. Per un po’ ha pensato di sposarla. Ma come può un uomo del suo rango pensare con affetto a una donna tanto inferiore? Il Vacallo è certo di essere vittima di un sortilegio, fatto apposta per soggiogarlo da Caterinetta e da sua madre, con il mio aiuto ovviamente, che sono strega “formale”. Non ne faccio certo mistero.

E così vengo allontanata dalla casa del capitano che parte per la Spagna. E Caterinetta? Sparisce, non so più nulla di lei.
È il 1616, arrivo in casa del senatore Luigi Melzi d’Eril. Poco dopo il mio arrivo in casa io e il senatore iniziamo una relazione. Questa volta voglio migliorare la mia vita, quell’uomo mite mi piace, e così costruisco degli amuleti, degli oggetti del maleficio che lascio nel letto del padrone, per farlo innamorare di me. Ma ancora una volta le cose non vanno bene. Il Melzi d’Eril si ammala di una malattia misteriosa, presumibilmente di origine nervosa; inizia a soffrire di dolori allo stomaco e di melanconia. I medici non capiscono l’origine del suo male e per non fare la figura degli incompetenti decidono che certamente la natura del malessere è magica.
Per motivi poco chiari, il capitano Vacallo il 30 novembre 1616 arriva a casa del Melzi d’Eril. Rivedendomi qui, si convince subito che ho messo in atto un maleficio. Il mio destino è segnato. Il capitano avverte il figlio del senatore, Ludovico, che in casa a loro servizio hanno preso una strega.
L’accusa è presto fatta. Il verdetto scontato. 
La testimonianza dei medici sulla natura magica del male, le parole di Vacallo e le testimonianze delle due sorelle suore del senatore, che giurano che gli oggetti trovati nel suo letto sono “maleficati” mi condannano senza ombra di dubbio come una strega. Il senatore, in un primo momento dalla mia parte, si convince della mia colpevolezza e per salvare il suo “onore”, afferma che sicuramente è vittima di maleficio, perché sono talmente brutta da essere intoccabile.
Brutta…. Ho 44 anni, la vita è stata per me un calvario di sofferenza e abusi, sono stata rifiutata ed emarginata ed ora mi si accusa per ignoranza. 
Mi arrestano il 27 dicembre. 
Confesso è meglio, così magari non mi fanno del male e non mi uccidono, non voglio morire, ho due figli, sono ancora giovane. Ammetto di essere una strega e di aver fatto un incantesimo per far innamorare il senatore d’Eril. Confesso il sabba e di aver aiutato Caterinetta a far innamorare Vacallo.
Ma non basta. Ho paura. 
Mi vengono a prendere, mi portano in una stanza buia, un sotterraneo, dove le uniche luci presenti erano quelle della candela e dei bracieri accesi nel camino. Il tempo passa, non so quanto, mi bendano, mi denudano. Ho freddo, tanto, e ho paura. Ma perché farmi del male, ho confessato.
Nella stanza ci sono il giudice che mi fa le domande, il cancelliere che redige il verbale e il medico che dove occuparsi di me. Un uomo incappucciato mi fa del male. Mi ispeziona, abusa di me. Mi sento morire. Vorrei morire, ora. Mi fanno male. Confesso ancora.
Il giudice emette la sentenza: morte. Cado a terra, nessuno mi aiuta, nessuno ha pietà di me.
Mi portano sul luogo dell’esecuzione, in Piazza Vetra, sopra un carro. La gente urla, sputa, mi ingiuriano. Vorrei solo finisse tutto in fretta, ho freddo.
Il tragitto mi sembra infinito. Per l’occasione, per la prima volta, hanno costruito una baltresca, un palco, che consente alla grande folla dei presenti di assistere mentre il boia mi strangola prima del rogo. 
È il momento. Sento solo le parole del funzionario inquisitore incaricato che ripete questi versetti del Vangelo: “Se uno non dimora in me, venga buttato come un ramo che si secca, e questi rami vengano raccolti e bruciati”. È il momento, ho paura. Ancora un attimo e tutto sarà finito. Solo il buio. Finalmente non ho più paura.
Cosi muoio il 4 marzo 1617. Sono una delle streghe della Vetra, una delle tante donne colpevoli senza colpa.
Ci vorranno ancora 30 anni prima che i roghi a Milano finiscano. L’ultimo, nel 1641, si conclude in modo grottesco. Il boia, maldestro tenta per due volte di impiccare Anna Maria Pamolea e la sua serva Margherita, ma tutte e due le volte la corda si spezza.
Il Registro delle sentenze capitali a questo punto si dimentica delle condannate per raccontarci la furiosa lite tra il boia e un cavaliere della Confraternita di San Giovanni Decollato in merito alla “professionalità” del boia. 

Dal Web, Rosella Reali

Caterina da Siena

Oimè oimè padre mio dolcissimo perdonate alla mia presuntione di quel che v’ho detto e a dire costretta so’ dalla dolce Verità di dirlo. La Volontà sua è questa e vi dimanda che facciate giustizia dell’abondantia delle molte iniquità che si commettono nel giardino della Santa Chiesa…Voi avete preso l’autorità, dovete usare virtù e potentia vostra e non volendola usare meglio sarebbe a rifiutarla… Guardate quanto avete cara la vita che non commettiate negligentia né tenete a beffe le operazioni dello Spirito Santo che sono dimandate a voi…» (Lettera255).
Così scrive Caterina poco più che ventenne al pontefice Gregorio XI tornato (provvisoriamente) a Roma da Avignone nel 1367: con dolorosa e audace determinazione gli chiede di liberare la chiesa dalla corruzione rinnovando lo spirito del vangelo. E prima ancora lo aveva implorato ma anche minacciato: «Venite venite venite e non aspettate tempo ché il tempo non aspetta voi…»(lettera206).
Caterina era nata in una famiglia numerosissima e modesta ma non povera, da Lapa e da Giacomo Benincasa nell’attuale contrada dell’Oca. Proprio in quell’anno (1347) erano apparsi in Europa i primi orrendi segni della peste che farà più di venti milioni di vittime. In Italia anche le fiorenti città della Toscana come Siena erano state contagiate dai viaggiatori provenienti da Venezia dove attraccavano le navi partite dai porti dell’Asia.
Caterina fino all’adolescenza vive nel chiuso della casa di famiglia dove il suo comportamento caparbio e silenzioso preoccupa i genitori: mangia pochissimo, si dedica a dure pratiche ascetiche, si isola dalla vita familiare. A quindici anni si unisce al gruppo delle Mantellate, donne laiche e benestanti che sotto la guida dei domenicani, pur continuando a vivere in famiglia, praticavano un regime di vita religiosa e povera e prestavano quotidiana assistenza agli indigenti della città. Caterina adotta le loro regole con estremo fervore e senza nessuna prudenza: è giovanissima e bella e la sua dedizione totale alle opere di misericordia desta sospetti e maldicenze fra le compagne. Vive una duplice vita: nel chiuso delle mura domestiche gioisce delle visioni divine talvolta violente e sempre inebrianti per la presenza vivida di un Cristo uomo sofferente e amoroso; fuori nelle strade della città cura instancabilmente i derelitti e i malati, con quell’amore «che è uno e medesimo».
«In quanta eccelentia sta l’anima in me e io in lei …come il pesce sta nel mare e il mare nel pesce così io sto nell’anima, mare pacifico» (Dialogo, par. 111). 
Altre donne di quei secoli – Margherita da Cortona, Umiliana de’ Cerchi, Angela da Foligno, tutte laiche come Caterina – avevano preannunciato Caterina nell’espressione di una spiritualità tutta nuova: come lei avevano voluto e vissuto durissime penitenze e digiuni, praticato soccorso materiale e affettivo verso i poveri e gli ammalati, goduto come lei visioni traboccanti felicità, rapimento e annullamento di sé nel divino. Caterina, come Francesco d’Assisi, conosce Dio anche attraverso i lebbrosi e la povertà: l’esperienza religiosa nel Duecento oramai lontana dalla solennità e dalla solitudine contemplativa del monastero altomedievale era divenuta convivenza attiva e condivisione delle miserie e difficoltà del popolo della città mentre il colloquio appassionato con il Cristo restava riservato a un tempo e a uno spazio personale e intimo.
Su questo aspetto lo storico cristiano Claudio Leonardi ha scritto parole decisive e, credo, amare: «Dopo Caterina lo spirituale dovrà sempre più rifugiarsi nel privato, apparire come un fatto che occorre velare perché straordinario e anche pericoloso per l’esperienza storica della Chiesa».
Quando nel 1370 Urbano lascia Roma per stabilirsi a Avignone, Caterina ha una visione che riassume e innalza il messaggio delle precedenti: Cristo le apre il petto e sostituisce il cuore della donna con il suo. È il segno di una trasformazione mistica che trasmette a Caterina una energia unica: guidata dal suo Dio interiore la giovane donna esce dalla sua città natale e affronta il mondo e i potenti della terra con un linguaggio, una sapienza e un coraggio che lei stessa riconosce come «cose nuove». In questi dieci anni, gli ultimi della sua breve vita, avviene qualcosa di prodigioso: Caterina è riconosciuta come profeta e guida del popolo cristiano in un passaggio difficile, al pari di Mosè che aveva traghettato la sua gente attraverso il Mar Rosso. Fino allora il suo compito era stato «convertire i cuori», ma nell’ultimo decennio della vita Caterina vuole convertire e riformare la stessa Chiesa di Avignone sottomessa non solo al potere dei re francesi ma anche segnata dalla «temporalità» e dalla lontananza dal vangelo. Il pensiero di Caterina è lucido e veloce, il suo stile singolare anzi unico, ma come tante altre donne del suo tempo la giovane donna non sa scrivere e detta ad alcuni fedeli litterati della sua comunità le lettere indirizzate ai potenti e agli amici, scritti piene di grida, ammonimenti e preghiere. Nel 1374 i domenicani le assegnano come confessore e segretario personale Raimondo da Capua, forse anche con l’intento di controllarla. Ma fatalmente Raimondo diventa presto un suo devoto, la segue con amicizia e fedeltà assoluta tanto che è Caterina a raccomandargli di esser più libero e staccarsi da tutti, anche da lei («anche da me»).
Caterina dunque scrive, predica, consiglia, viaggia in Italia, va fino ad Avignone e contribuisce a far nascere nel pontefice Gregorio XI la decisione di tornare a Roma. Ma due anni dopo, nel 1378 con l’avvento di un antipapa, l’unità della Chiesa si frantuma e Caterina assiste impotente e disperata alla rovina. 
Quando muore a Roma il 27 aprile del 1380 le sue ultime parole sono «dolce Gesù» e «sangue sangue sangue».
Nelle lettere di Caterina dalla prima all’ultima avvertiamo una corrente impetuosa di affettività, un senso straordinario della corporeità e di quella «dolcezza del cuore» che arriva talvolta a sconvolgerla: quando il sangue del condannato da lei convertito all’amore divino e alla pace, durante l’esecuzione capitale le macchia la veste e le invade i sensi e l’anima, scrive: «Riposto che fu, l’anima mia riposò in pace in tanto odore di sangue… che mi era venuto addosso di lui. Non voglio dire di più… Non vi meravigliate figlioli miei dolcissimi se io non vi impongo altro se non di vedervi annegati nel sangue e nel fuoco che versa il costato del figliolo di Dio…Gesù dolce Gesù amore» (lettera 273).
Enigmatica e grandissima Caterina. Vista dall’esterno, fuori dall’aura della sua santità canonica e dell’alta posizione di patrona d’Italia e d’Europa, appare ai nostri occhi di moderni ricca di contrasti difficili da comporre, spesso incomprensibili: una giovane donna incredibilmente tenace e determinata nell’opera che svolge in ambito pubblico (oggi diremmo politico), lucida e forte nelle sua idea di riforma religiosa che riprende con nuova forza molti motivi del dissenso cristiano e delle eresie, appassionata e inquieta nei pensieri e nella immaginazione, sofferente nel suo giovane corpo volontariamente e ostinatamente stremato dal digiuno.

Maria Teresa Fumagalli

Cristina da Pizzano: la prima donna scrittrice

Suo padre fu Tommaso di Benvenuto da Pizzano, medico e astrologo all’università di Bologna; sua madre era la figlia di Tommaso Mondini, consigliere della Repubblica di Venezia. Il padre lasciò Bologna per Venezia nel 1357, e proprio nella città veneta nacque Christine nel 1365. Poco tempo dopo la sua nascita, Tommaso da Pizzano passò al servizio del re Carlo V, per questo, nel 1368, l’intera famiglia si trasferì a Parigi. Bologna e Parigi erano al tempo i due centri maggiori della cultura. Il padre ha goduto, per parecchi anni, di molta considerazione e di notevole benessere. Christine sposò a quindici anni il piccardo Etienne Castel, che le diede due figli maschi e una femmina. Morto il re Carlo V nel 1380, e poco dopo anche il padre, Christine rimase vedova nel 1390. Iniziò così per lei un periodo molto duro durante il quale dovette far fronte ad innumerevoli problemi per sovvenire alle necessità della sua famiglia. Iniziò così a guadagnare con la penna. A partire dai primissimi anni del Quattrocento si impegnò in tutte le lotte sociali e culturali del tempo. Non è chiaro il percorso educativo e culturale che Christine ha seguito; sappiamo però che la sua posizione sociale le ha permesso un eccezionale vicinanza con una delle maggiori biblioteche d’Europa: quella, appunto, di Carlo V. Sappiamo anche che essa fu seguita nell’educazione dal padre, contro il volere della madre, la quale avrebbe preferito che la figlia seguisse il percorso di vita già segnato per ogni femmina. Molti sono infatti gli accenni nelle opere di Christine a questo strano gioco delle parti fra un padre che, seppur maschio, desidera un’istruzione per la figlia, e una madre che la preferirebbe moglie e madre alla stregua delle sue contemporanee. Christine muore nel 1430. Tra il 1390-1410 si può individuare la parte essenziale della sua imponente produzione letteraria. La sua produzione poetica è di carattere lirico, morale e allegorico-didattico e comprende: le Cent ballades, i Virelais, le Ballades d’estrage façon, i Lais, Rondeaux, Jeux a vendre, le Autres ballades, le Complaintes amoureuses, l’Espistre au dieu d’amours (1399), il Dit de la Rose (1402), il Debat de deux amans (1400), il Livre de trois jugemens, il Livre du dit de Poissy (1400), il Dit de la pastoure (1403), l’Epistre a Eustache Morel (1404), le Oroysons a Nostre Dame ed a Nostre Seigneur, gli Enseignemens e Proverbes moraux, il Livre du duc des vrais amans (1405), le Cent ballades d’amant et de dame, Livre du chemin de long estude, il Livre de la mutation de Fortune. Uno dei motivi dominanti della sua opera poetica è la lamentazione per il suo stato vedovile accompagnato dal rimpianto per la felice gioventù. Le opere in prosa comprendono: le Epistres du Debat sur le Roman de la Rose, il Livre des fais et bonnes meurs du sage roy Charles V, il Livre de la Citè des dames, il Livre de trois Vertus, l’Avision Christine, Livre du corp de Policie. Strettamente legate alle vicissitudini del tempo la Lamentation , il Livre de Paix. La monumentalità della sua produzione, ci fa intuire che Christine riesce ad imporsi come un’importante figura del XV sec.; non bisogna però dimenticare che essa, a differenza di un qualsiasi scrittore uomo del suo tempo, ha dovuto, proprio tramite la scrittura, costruirsi un’identità di donna in un contesto sociale e culturale affatto pronto ad accoglierla. Essa fu la prima ad affermare solennemente l’ingresso nel campo delle lettere, osando ”un nuovo punto di vista dal quale scrivere, quello delle donne”. Un punto di vista e una voce che si sono fatti sentire in un’opera diversificata che, come abbiamo evidenziato poco sopra, va dagli scritti filosofici, a quelli politici, religiosi, senza contare la lirica. Christine de Pizan è una “donna virile” che non antepone a se stessa alcuna maschera, ma che, al contrario, fa della sua femminilità una causa da difendere. Accusa e tenta di correggere la fragilità delle donne ne Le livre des trois vertus (1405), all’interno del quale fa una vera e propria classificazione dei ruoli delle donne nella società contemporanea, assumendo quello di pedagoga nei confronti delle altre rappresentanti del suo sesso, le quali ancora devono prendere consapevolezza della loro condizione e della eventuale possibilità di modificarla. Si tratta forse della prima femminista della letteratura francese, visto anche il tentativo di conquistare lo spazio pubblico. All’interno del suo lavoro più celebre, Le livre de la Citè des Dames, troviamo, appunto, una “città in un libro” che contemporaneamente include e trascende le città storiche. Christine introduce le reali comunità femminili storiche nell’allegoria di una città immaginaria, intendendo così creare uno spazio di autonomia e libertà per donne virtuose; spazio che lei non riesce a trovare altrove, neppure fra le mura dei conventi; spazio, inoltre, all’interno del quale le donne saranno protette dalla misoginia. Dai dialoghi che Christine instaura con le tre Dame che incontra, Ragione, Rettitudine e Giustizia, si ricava sia il pensiero dell’autrice rispetto alla svilente condizione della donna, sia la sua profonda riflessione sulle posizioni che la scolastica assume riguardo all’unità della Creazione, alla natura della virtù, alla libertà. Esemplificativa di tutto questo è una delle prime domande che Christine rivolge a Ragione: “Dio ha concesso alle donne una grande intelligenza e un sapere profondo. Ma la loro mente ne è capace?” Domanda che deriva dalla consapevolezza che gli uomini non riconoscono alle donne che delle deboli capacità intellettuali; Christine, con la sua opera, intende dimostrare il contrario. L’autrice espone problemi che risuonano anche nelle pagine nei libri contemporanei: l’accesso all’educazione per le donne, il disappunto che talvolta provano le donne alla nascita di un figlio, l’idea che le donne possano essere carine e ben vestite senza venire meno al loro “voto di castità”, la violenza nel matriomonio. Christine cerca di esplorare i motivi dell’oppressione delle donne discutendo le ragioni della misoginia maschile con Dama Ragione. Quest’ultima intende mostrare che molte donne hanno portato importanti contributi alla civilizzazione e per farlo produce una lista di donne famose, mitologiche, donne dell’antichità e contemporanee, nei vari campi della giurisprudenza, della scienza e della filosofia. Nella seconda parte, con Dama Rettitudine, si fanno molti esempi di donne che hanno o hanno avuto un altissimo senso morale accompagnato da sentimenti di pietà, saggia devozione, integrità, generosità. Usando soltanto i migliori materiali da costruzione, Dama Rettitudine costruisce la città, le strade, i negozi, e tutti i luoghi pubblici e privati. Una volta completata l’opera, Dama Giustizia procede nel popolarla con le donne migliori, cominciando dalla Vergine Maria, con Maria Maddalena e una lunga lista di Sante e Martiri. E’ abbastanza evidente, in quest’opera, l’intento di Christine de Pizan di andare alla ricerca di una genealogia al femminile che unisca in un unico percorso il suo pensiero con quello delle donne del passato e ponga le basi per quelle del futuro. Christine de Pizan fu la prima scrittrice di professione nel senso moderno del termine, che visse del suo lavoro e scrisse per committenti, in un contesto sociale e politico molto preciso, al di fuori delle mura del convento. Forse proprio per questo la sua scrittura è fortemente segnata dal proprio vissuto personale, storico e reale. Se La Citè des Dames è il libro più noto, Christine, come abbiamo evidenziato poco sopra, ha anche al suo attivo molte opere politiche (il Livre du Corps de Policie, Le livre de la Paix, la Epistre à la Reine) tra le quali ricordiamo l’ultima Le Ditié de Jehanne d’Arc (si tratta di una breve poemetto in onore di Giovanna d’Arco). Quello che Christine sembra voler far risaltare in quest’opera ma anche all’interno dell’intera sua produzione letteraria, è il contrasto fra un femminile civilizzatore, proteso alla vita, e un maschile che nella dimensione mitica come in quella quotidiana predilige lo scontro, la distruzione, la morte. Tutto questo in opposizione alla sua reale esperienza personale: Christine ha imparato dal padre mentre la madre ha cercato di ostacolarla nell’acquisizione della strumentazione intellettuale. Scaturisce forse da qui il sentire di Christine come una donna e la consapevolezza di esserlo, mentre nelle sue mani è presente una cultura che è maschile e il cui portato ha bisogno di essere ribaltato. 

 Cinzia Pieraccini

Vandana Shiva

Vandana Shiva, fisica quantistica ed economista militante ambientalista, è considerata la teorica più nota dell’ecologia sociale. È conosciuta grazie al successo di Monocolture della mente (1995), un best-seller in tutto il mondo, e in Italia anche grazie al documentario del 2009 di Ermanno Olmi, Terra Madre, che mostra la raccolta del riso, nei pressi della fattoria Navdanya nella valle del Doon, dove sono custoditi i semi delle varietà locali di riso, tramandati di generazione in generazione. Lei nasce non lontano da lì, in una città dell’Uttar Pradesh, nelll’India del Nord-est. La famiglia è “progressista”, impegnata nella lotta gandiana per il superamento delle caste nell’India; la cultura e l’attenzione per i diritti civili e sociali sono di casa.
Il padre è una guardia forestale e la madre una maestra di scuola diventata contadina dopo la sanguinosa guerra di partizione tra India e Pakistan nel 1947-1948. La casa dei genitori è frequentata da intellettuali e discepoli del Mahatma Gandhi. Vandana, quindi, sin da piccola disprezza il sistema delle caste e viene educata alla parità dei sessi.
L’infanzia di Vandana non è solo cultura, ma anche contatto diretto con la terra; trascorre la sua infanzia tra le foreste del Rajahstan e la fattoria gestita dalla madre, subendo fin da piccolissima il fascino e la maestosità della natura.
Sempre grazie alla famiglia, Vandana può frequentare la scuola e il collegio cattolico di Dehra Dun e, dopo il diploma in fisica, dal 1970 l’università di Guelph, in Canada, dove consegue la laurea in filosofia della scienza, e poi quella del Western Ontario per il dottorato sui concetti filosofici della meccanica quantistica nel 1979.
Vandana torna in patria, a Bangalore, come ricercatrice in politiche agricole ed ambientali all’Indian Institute of Sciences, e all’Indian Institute of Management.
Nel 1982 Vandana torna a Dehra Dun dove crea la Fondazione per la scienza, la tecnologia e l’ecologia, un istituto indipendente di ricerca, proprio mentre nella valle si diffonde il movimento Chipko, delle donne contro la distruzione delle foreste da cui traggono sostentamento. Nell’Uttar Pradesh, sono evidenti le conseguenze della “rivoluzione verde”, dei fertilizzanti e delle varietà selezionate di semi: la resa è aumentata insieme alle estensioni coltivate a monocoltura, al degrado del suolo e delle acque, alle espropriazioni “facili” (la riforma agraria promessa da Nehru nel giorno dell’Indipendenza non è ancora iniziata). Ne sono vittime prima di tutto le donne, senza diritti men che meno di proprietà, le cui antiche pratiche sono meno produttive ma più rispettose degli ecosistemi, scrive in Staying Alive (1988). È il primo di oltre venti saggi, seguito sullo stesso tema nel 1990 dal rapporto sulle contadine indiane per conto della FAO, e da Eco-feminismo con Maria Mies, in cui scrivono: «Le donne non riproducono solo se stesse, ma formano un sistema sociale e dalla loro creatività proviene quello che io chiamo eco femminismo. Le donne sono le depositarie di un sapere originario, derivato da secoli di familiarità con la terra, un sapere che la scienza moderna baconiana e maschilista ha condannato a morte».
Nel 1991 Vandan Shiva fonda Navdanya (in hindi “nove semi”), il movimento che con altri sorti in tutto il mondo è presente al vertice di Rio de Janeiro nel 1992 dal quale nascono i primi accordi internazionali per la protezione della biodiversità e per la repressione della biopirateria. Da quel momento la difesa dei semi autoctoni contro le multinazionali che cercano di rivendicare come loro “proprietà intellettuale” varietà agricole selezionate nei secoli da comunità locali, diventa il maggior impegno di Vandana Shiva.
Quei “nove semi” rappresentano le nove coltivazioni da cui dipendono la sicurezza e l’autonomia alimentare dell’India. Il nome, dice Vandana Shiva, le è venuto in mente osservando un contadino che in un unico pezzo di terreno aveva piantato nove tipi di semi diversi. Oggi Navdanya conta circa 70 mila membri, donne per lo più, che praticano l’agricoltura organica in 16 stati del paese, una rete di 65 “banche dei semi” che conservano circa 6.000 varietà autoctone, e la Bija Vidyapeeth o Scuola del Seme che insegna a “vivere in modo sostenibile”.
Durante le riprese del documentario Terra Madre sopra citato, Maurizio Zaccaro ha realizzato un film documentario dal titolo Nove semi dove la stessa Vandana Shiva racconta l’esperienza della sua fondazione.
Ma Navdanya non è l’unico impegno di Vandana, che interviene nelle conferenze internazionali, viaggia in Africa, in Europa, in America Latina e in altri paesi asiatici, e dal 1996 partecipa in tutto il mondo alle lotte contro gli organismi geneticamente modificati, la crescita ad ogni costo, l’ingiusta ripartizione delle risorse e altri mali della globalizzazione. «Il cosiddetto sviluppo economico – scrive – anziché risolvere i problemi, rispondendo ai bisogni essenziali del mondo e della popolazione, minaccia la sopravvivenza del pianeta e degli esseri viventi che lo abitano. Questa apparente crescita economica, infatti, non ha creato nient’altro che disastri ambientali ed ha provocato un forte indebitamento dei paesi in via di sviluppo che, per creare delle basi adeguate per la loro crescita, tolgono risorse alla scuola e alla salute pubblica».
Consulente per le politiche agricole di numerosi governi, in Asia e in Europa (anche della regione Toscana), membro di decine di direttivi in altrettanti organismi internazionali, premiata più volte all’anno dal 1993, vive in parte nell’ambiente cosmopolita delle Nazione Unite e in parte nel mondo rurale indiano al quale è ancorata da Navdanya,
Le battaglie più notevoli vinte da Vandana, sono state contro le multinazionali che avevano ottenuto i brevetti del neem, del riso Basmati e del frumento Hap Nal. Questi ultimi due sono anche prodotti d’esportazione e paradossalmente, se i brevetti non fossero stati revocati, gli agricoltori indiani avrebbero dovuto pagare royalties alle società americane RiceTec e Monsanto, su ogni partita venduta all’estero.
Per questo suo enorme impegno a favore della popolazione indiana e per la sua lotta a favore dell’ambiente, Vandana Shiva nel 1993 è stata premiata con il “Right Livehood Award”, detto il Nobel per la pace alternativo.
Le resta da vincere la lotta contro gli Ogm e più in generale contro le monoculture e i loro oligopoli:
«Oggi siamo testimoni di una concentrazione senza precedenti del controllo del sistema agroalimentare internazionale in cui convergono essenzialmente tre aspetti: il controllo dei semi, il controllo dell’industria chimica, il controllo delle innovazioni biotecnologiche attraverso il sistema dei brevetti. Il diritto al cibo, la libertà di disporre del cibo è una libertà per la quale la gente dovrà lottare come ha lottato per il diritto al voto. Solo che non vivi o muori sulla base del diritto al voto, ma vivi o muori sulla base del rifiuto del diritto di disporre di cibo».
Intanto, nel settembre 2011 l’India ha denunciato la Monsanto per bioterrorismo.
Naturalmente, le posizioni politiche di Vandana Shiva non trovano concorde la comunità scientifica ed ecologica. Inoltre molte ambientaliste indiane sono preoccupate dalle manifestazioni religiose induiste organizzate da Navdanya e dalla recente insistenza di Vandana Shiva sul ritorno alla tradizione vedica in un periodo di forti tensioni con la minoranza musulmana. Giovani agronome hanno lasciato Navdanya, spiegava Suman Sahal di Gene Campaign-India a WONBIT Conference Women in biotechnology: feminist and scientific approaches una conferenza di Donne e Scienza nel 2007, per raggiungere o fondare movimenti simili, ma non confessionali.
Attualmente Vandana è la vicepresidente di Slow Food e collabora con «La Nuova Ecologia», la rivista di Legambiente.

Irene Bertazzo

La storia della Sanità calabrese in un “ Fior di Donna” di Francesco Polopoli

«Essere un’infermiera significa nascondere le tue lacrime e iniziare a disegnare sorrisi sui volti delle persone» (Dana Basem): non trovo testo più consonante di questo per tratteggiare il profilo di una donna straordinaria del nostro lametino. Una rosa nel suo nome, con un prolungamento di colore floreale persino nel suo cognome: sto parlando di Rosa Rossetti (Nicastro 1923-Lamezia Terme 1978), il cui fulgore professionale si rammemora misurato con le spine sociali di una realtà meridiana non facilissima, poco dopo il primo sessennio della nostra nascente Repubblica. «Prima infermiera professionale, figura di donna arguta, preparata, umana e gene-Rosa, che seppe organizzare e indirizzare il lavoro dell’intero corpo paramedico trasmettendo il senso del dovere e della solidarietà verso i pazienti e i medici di famiglia»: amiamoripeterci con il prof. Vincenzo Zangari, ex Capo Sezione INAM, che la dice lunga, in ossequio alla verità, su un personaggio sui generis del nostro pianoro terineo. La massima nomen, omen («un nome ed un destino») pare spesso concentrata in una coincidentia oppositorum, che vale per la vita sponsale di tutti i giorni, sì, nel bene e nel male, finché morte non ce ne separi. Del resto, ogni nostra esperienza, ancorché da coniugati, è una storia nuziale: come non sottolinearlo vita natural durante!? Che dire, poi, di quel «russus, a, um» («rosso») che, a livello vezzeggiativo, dà l’idea tutta di un carattere sanguigno, speso per solidarietà nell’attenzione del prossimo, cui è etico approssimarsi? Insomma, la sua onomastica l’ha consegnata al mondo per DNA anagrafico: per la serie, quando firmiamo a mano quanto per noi è scritto da tempo.Non mi fa specie, ad eco di un impegno eccezionale quanto il suo, ritrovarla idealmente nel prato conclusivo de Il nome della rosa del Grande Eco: «stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus» («la rosa primigenia esiste solo nel nome, possediamo soltanto nudi nomi»). Il fil rouge è il medesimo: l’idea, che ne consegue, difatti, è l’ipostasi di resistenza, anche quando l’esistenza viene meno. Cos’altro aggiungere se non che le memorie non spogliano, ma si moltiplicano per con-divisione: ed è su questo sentiero che mi permetto di gettare un seme piccino per ripercorrere la sua struggente biografia. Ci provo entrando in medias res durante il clima mussoliniano dell’epoca. Un periodo non semplice nel guazzabuglio vangoghiano di una politica che si sarebbe successivamente sfasciata; gli anni dellafascistizzazione, dei Figli della Lupa, dell’Opera Nazionale Balilla, dei Fasci giovanili e della Gioventù italiana del Littorio: come dimenticarseli!?  Eppur si è mossa, sul motto di Galilei, per il meglio, in prima linea, da donna, per sperimentazione: in questo frontline fu propedeutico il diploma di infermiera professionale, conseguito presso il Convitto femminile Principessa Maria Cristina di Savoia a Cosenza. Questa struttura divenne, detto fatto, luogo di accoglienza e pronto soccorso improvvisato per molti militari feriti del secondo conflitto novecentesco.Fra i ricordi familiari dei suoi a spiccare è uno in particolare: il volto di un giovane friulano arruolato in quella guerra senza senso, Fulvio, un soldato qualunque. Lo scoppio di una mina lo avrebbe colpito a tal punto da riempirgli il viso e il corpo di schegge. Proprio a lei venne affidato in cura. Avendo bisogno di medicazioni continue -proseguono gli eredi del suo appassionato memoriale – gli si dedicò con particolare premura, estraendogli ogni giorno le centinaia di schegge che tormentavano il suo corpo. Fu questa la prima ed impegnativa prestazione dainfermiera diplomata. L’incontro con il dott. Peppino Petronio, attento e lucido interprete delle istanze del tempo in campo sanitario, fu nel prosieguo assai determinante: in discussione c’era la salute pubblica, impoverita da una carenza strutturale che urlava di disperazione. In quel frangente venne a concretizzarsi un primissimo ambulatorio a servizio dell’intera comunità, dei lavoratori e delle fasce più deboli della popolazione: a dire il vero, tutto in divenire, tra piccoli locali in uno dei palazzi che facevano da cornice a Piazza d’Armi. Lei presente, come sempre! Lì si eseguivano addirittura in condizioni d’urgenza piccoli interventi salvavita, anche senza anestesia: per salvaguardare l’incolumità tutto ciò si profilava come emergenzaobbligata senza se e senza ma. Tuttavia siamo ad un passo da un’importante svolta evolutiva: la neonata Cassa mutua o INAM (Istituto Nazionale Assicurazione Malattie) è di quegli anni, raccontano i cronisti. La sezione fu inaugurata il 9 luglio 1949: la Rossetti insieme a Petronio organizzava e coordinava gli ambulatori e tutta la gestione del nuovo ente, che si arricchiva man mano di nuovo personale medico, paramedico ed amministrativo. Un particolare a memento: ai nastri d’apertura era l’unica dipendente donna della nuova istituzione sanitaria del territorio, battezzata, nel gergo lametino, a’cassamuta, tuttora dialettalizzata nel nostro vernacolo. C’è da aggiungere che l’organico contava la prestazione di più mani: il dott. Cuiuli, il dott. La Scala, il dott. Scalise, il capo-sezione Di Fresco con funzioni amministrative. Nel 1953 fu affiancata da una collega che sarebbe diventata una grande amica, l’ostetrica Lina Sgromo: più tardi l’avrebbe affiancata Lina Jolanda Reillo, sotto la supervisione del laborioso Giovanni Saladino, che ricopriva mansioni di generico. Se pensiamo che non venivano riconosciuti alle madri lavoratrici gli stessi diritti che si sarebbero affermati qualche decennio dopo, possiamo inferire che fare la madre con professione, per giunta da Capo sala, all’acme della sua carriera, non sia stato del tutto maneggevole. Eppure riusciva ad armonizzare tutto: sul piano dell’esserci, c’era e per tutte le cose. Cosa rara, ecco perché Rosa fu cara! Insieme a tutto il suo staff: una per tutti, nella logica di squadra! Per costoro il panico non faceva parte del bagaglio formativo, assolutamente no! Per lei, ad onor del vero, valeva la considerazione privilegiata di persona paziente: di corsa in corsia è tuttora una dote singolare, ragion per cui è giusto ricordarla insieme ai suoi colleghi da qui a poco dalla Giornata internazionale della sua categoria, che ricorre giustapposta nel giorno apostolico di maggio, il dodici, quasi a farsi, questo dì, data eucaristica di ogni Cristo passionato incontrato per strada. Ai piedi della Croce le mani di una donna fanno la differenza nella sofferenza: «in forma dunque di candida rosa / mi si mostrava la milizia santa / che nel suo sangue Cristo fece sposa» (Par XXXI, vv. 1-3). Come chiosare il suo ritratto umano? La buona e santa sanità: satis est, accompagnato da un pensiero bruzio di bellezza per una delle tante perle che hanno costellato il nostro Mediterraneo cittadino: nel nome di una madre, ancora una volta!

 

Francesco Polopoli

Elisa Dattilo: la sindachessa di Jacurso

È vero che i ruoli prescindono dal genere, ma è altrettanto evidente come attraverso le parole si possa costruire una più civica segnaletica di direzione: la società è migliore, ogni volta in cui la lingua ha tutte le capacità di migliorarla. Il fatto che “persona” sia così generico da identificare chiunque non semplifica le cose, specie alla luce di un percorso più lineare per alcuni e più accidentato per altri. La categoria ontologica (potremmo chiamarla post-aristotelica, filosoficamente parlando) chiede conto del prezzo di alcune fette sociali, per le quali non tutto è filato liscio come l’olio dal Dopoguerra in avanti.  Storicamente le donne, ancorché culte ed educate, al di là del loro contesto familiare, immiserito da una forbice piuttosto aperta, da Nord a Sud d’Italia, non ebbero una vita facilissima sul piano dell’uguaglianza e questo significa che l’equità distributiva e la giustizia sociale hanno viaggiato a velocità diversa ai quattro angoli della nostra Penisola. In tutto questo è stato tipicamente maschile decidere quale fosse il “bene per una donna. Come non richiamare all’attenzione, a questo punto, Amalia Signorelli quando dice di sé il pensiero di tuttele contemporanee storiche della sua età: «è una vita che mi batto contro persone che appunto perché mi vogliono tanto bene sanno meglio di me ciò che è bene per me». Detto questo, se per l’Accademia della Crusca  è corretto l’uso di termini quali avvocata, magistrata, ministra ed architetta, lo è soprattutto per il lavoro di primo cittadino, la Sindaca, per l’appunto! In passato parole quali maestra, operaia, modella, infermiera, sono passate per lo stesso processo di assimilazione di diritto (senza rovesci). In Calabria, ad onor del vero, ce la siamo sbrigati da soli, coniando la forma “sindachessa”, quasi sessant’anni fa, pensate un po’! Gli studi di De Saussure sarebbero occorsi in soccorso a confortare la convenzione come uso consapevole della forma acquisita, sicurissimamente! Arriviamo ai nostri luoghi, ora! Siamo a Jacurso, nel catanzarese, sulle pendici del monte Contessa, in un belvedere allungato in direzione del pianoro lametino. Il soggetto, in questione, è Elisa Dattilo (1919-1967): donna di spiccata sensibilità bruzia e probabilmente anche un po’ romana per patria d’elezione (ad immaginarcela mentre frequenta, a quei tempi, il Collegio del Sacro Cuore a Trinità dei Monti). Un bagaglio che si fa valigia d’idee al suo ritorno in mezzo ai luoghi natii. La piccola urbe divenne, detto -fatto, il centro del suo mondo nel fervore delle tensioni che già sentiva da lontano: il magnetismo delle radici, raccontano, non tardò a farsi, infatti, impegno politico. Nel 1952 il paese la ingaggiò nel partito della Croce (così passava per la vulgata la storica Democrazia Cristiana): un successo, ne venne eletta sindaco con pieno consenso cittadino. Da antesignana di una nuova generazione” si proiettò storicamente su scelte allora inusuali. In che modo? Partendo innanzitutto dalle sue collaboratrici: come vicesindaco chiamò un’altra donna, Rosa Dattilo e persino un assessore, Vittoria Facciolo. Una leadership tutta femminile, per niente debole, nel nome del gentil sesso: la quota rosa sarebbe venuta molto tempo dopo…I compiti: i più versatili! Quelli di ordinaria amministrazione: le assunzioni del personale per il Comune, il taglio del bosco comunale “Barone S. Giovanni”, la costruzione della strada del “Passo Fossa del lupo”, le eventuali cause legali contro alcune società e naturalmente la votazione dei bilanci di previsione delle entrate e delle spese del territorio.  Insomma, ogni cosa passava sotto la sua supervisione: in tutto ciò, fermare, formare, firmare le cose avranno pure comportato fatiche e confronti d’ogni risma, come succede da sempre, non stiamo parlando di minutaglie! Durante il suo mandato si distinse per aver fortemente sostenuto il diritto allo studio e quello alla salute, senza trascurare nulla di intentato per sortire il risultato desiderato. Molto attenta alla prevenzione, promosse le vaccinazioni contro la tubercolosi, favorendo le colonie estive per le famiglie più povere. Provvide, altresì, a garantire gratuitamente le visite e le relative cure sanitarie a coloro che ne avevano bisogno in ottemperanza all’ art. 32 della nostra Costituzione che sancisce che “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. Forte di queste convinzioni nel 1953 ottenne l’approvazione di un progetto (ben 12 milioni di lire!),finanziato dal Ministero dei Lavori pubblici per realizzare la rete idrica e fognante del paese che, come tutti sappiamo, è una condizione ineludibile per la salute pubblica. L’igiene, si sa, è prevenzione, cioè profilassi: lo sappiamo mediaticamente per bombardamento mediatico in questi ultimi tempi di Covid-19, non è vero!? Tetragona nel carattere, proprio così! Si sollevò abbastanza facilmente dai timori con i Ministri d’allora a difesa della collettività: gli onorevoli Foderaro, Cassiani, Galati, La Russa, ricordandone solo alcuni. Basta la stima di Margherita Riga nei suoi confronti a definirla come bussola di orientamento in non poche circostanze. La “sindachessa”, come la chiamavano i compaesani, terminò il suo mandato a causa delle dimissioni di alcuni consiglieri che la fecero andare in minoranza. Ai margini, tuttavia, non restò mai la sua dottrina sociale: da Componente del Comitato cittadino del CIF (Centro italiano femminile) e Membro dell’Associazione “Maria Cristina di Savoia” promosse insieme ad altre giovani signore numerose iniziative benefiche e di solidarietà fino alla sua prematura scomparsa, poco prima del clima sessantottino, che avrebbe investito successivamente tutta la nostra Nazione.  Una curiosità, che la fregia di un’ulteriore menzione d’onore: fu tra le prime donne anche a prendere la patente, guidando una Belvedere per portare i figli al mare o in città. Da Ernestina Prola, che è la prima signorina al volante (correva l’anno 1907), ai giorni nostri, la licenza di guida per il fiocco rosa si è lentamente caricata a carbonella: non è così zuccherina la realtà cinematografica quando ci presenta quelle deliziose pellicole avanguardistiche con Marylin Monroe o Greta Garbo. Lì la proiezione non coincide con l’identificazione di quanto succede fra la gente comune: lo shop da rubacuori, ahinoi, sa inflazionare le copertine editoriali, e molto spesso per battere cassa sull’eccezionalità del momento, già!  Col mercato si è mercanteggiato troppo sulla pelle dell’humanitas: ecco perché rivendico i diritti delle nostre madri. Elisa, come matrona meridiana, ci rammemora, invece, che la produttività è pensiero colato come l’oro. Lei al plurale è diventata loro per quanto di buono e giusto è venuto fuori dal selciato di un buon esempio come il suo. Ai posteri l’ardua sentenza…si dice nel 5 maggio manzoniano: a 5 giorni dal compleanno di lei, il verso del Milanese si fa augurale per la nostra Calabrese in tutte le forme di emancipazione. Auguri a tutte, mi va di chiosare, lasciando aperte storie belle come questa…

FRANCESCO POLOPOLI

Elisa Dattilo: la sindachessa di Jacurso di Francesco Polopoli

È vero che i ruoli prescindono dal genere, ma è altrettanto evidente come attraverso le parole si possa costruire una più civica segnaletica di direzione: la società è migliore, ogni volta in cui la lingua ha tutte le capacità di migliorarla. Il fatto che “persona” sia così generico da identificare chiunque non semplifica le cose, specie alla luce di un percorso più lineare per alcuni e più accidentato per altri. La categoria ontologica (potremmo chiamarla post-aristotelica, filosoficamente parlando) chiede conto del prezzo di alcune fette sociali, per le quali non tutto è filato liscio come l’olio dal Dopoguerra in avanti.  Storicamente le donne, ancorché culte ed educate, al di là del loro contesto familiare, immiserito da una forbice piuttosto aperta, da Nord a Sud d’Italia, non ebbero una vita facilissima sul piano dell’uguaglianza e questo significa che l’equità distributiva e la giustizia sociale hanno viaggiato a velocità diversa ai quattro angoli della nostra Penisola. In tutto questo è stato tipicamente maschile decidere quale fosse il “bene per una donna. Come non richiamare all’attenzione, a questo punto, Amalia Signorelli quando dice di sé il pensiero di tuttele contemporanee storiche della sua età: «è una vita che mi batto contro persone che appunto perché mi vogliono tanto bene sanno meglio di me ciò che è bene per me».Detto questo, se per l’Accademia della Crusca è corretto l’uso di termini quali avvocata, magistrata, ministra ed architetta, lo è soprattutto per il lavoro di primo cittadino, la Sindaca, per l’appunto! In passato parole quali maestra, operaia, modella, infermiera, sono passate per lo stesso processo di assimilazione di diritto (senza rovesci). In Calabria, ad onor del vero, ce la siamo sbrigati da soli, coniando la forma “sindachessa”, quasi sessant’anni fa, pensate un po’! Gli studi di De Saussure sarebbero occorsi in soccorso a confortare la convenzione come uso consapevole della forma acquisita, sicurissimamente! Arriviamo ai nostri luoghi, ora! Siamo a Jacurso, nel catanzarese, sulle pendici del monte Contessa, in un belvedere allungato in direzione del pianoro lametino. Il soggetto, in questione, è Elisa Dattilo (1919-1967): donna di spiccata sensibilità bruzia e probabilmente anche un po’ romana per patria d’elezione (ad immaginarcela mentre frequenta, a quei tempi, il Collegio del Sacro Cuore a Trinità dei Monti). Un bagaglio che si fa valigia d’idee al suo ritorno in mezzo ai luoghi natii. La piccola urbe divenne, detto -fatto, il centro del suo mondo nel fervore delle tensioni che già sentiva da lontano: il magnetismo delle radici, raccontano, non tardò a farsi, infatti, impegno politico. Nel 1952 il paese la ingaggiò nel partito della Croce (così passava per la vulgata la storica Democrazia Cristiana): un successo, ne venne eletta sindaco con pieno consenso cittadino. Da antesignana di una nuova generazione” si proiettò storicamente su scelte allora inusuali. In che modo? Partendo innanzitutto dalle sue collaboratrici: come vicesindaco chiamò un’altra donna, Rosa Dattilo e persino un assessore, Vittoria Facciolo. Una leadership tutta femminile, per niente debole, nel nome del gentil sesso: la quota rosa sarebbe venuta molto tempo dopo…I compiti: i più versatili! Quelli di ordinaria amministrazione: le assunzioni del personale per il Comune, il taglio del bosco comunale “Barone S. Giovanni”, la costruzione della strada del “Passo Fossa del lupo”, le eventuali cause legali contro alcune società e naturalmente la votazione dei bilanci di previsione delle entrate e delle spese del territorio.  Insomma, ogni cosa passava sotto la sua supervisione: in tutto ciò, fermare, formare, firmare le cose avranno pure comportato fatiche e confronti d’ogni risma, come succede da sempre, non stiamo parlando di minutaglie! Durante il suo mandato si distinse per aver fortemente sostenuto il diritto allo studio e quello alla salute, senza trascurare nulla di intentato per sortire il risultato desiderato. Molto attenta alla prevenzione, promosse le vaccinazioni contro la tubercolosi, favorendo le colonie estive per le famiglie più povere. Provvide, altresì, a garantire gratuitamente le visite e le relative cure sanitarie a coloro che ne avevano bisogno in ottemperanza all’ art. 32 della nostra Costituzione che sancisce che “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. Forte di queste convinzioni nel 1953 ottenne l’approvazione di un progetto (ben 12 milioni di lire!),finanziato dal Ministero dei Lavori pubblici per realizzare la rete idrica e fognante del paese che, come tutti sappiamo, è una condizione ineludibile per la salute pubblica. L’igiene, si sa, è prevenzione, cioè profilassi: lo sappiamo mediaticamente per bombardamento mediatico in questi ultimi tempi di Covid-19, non è vero!? Tetragona nel carattere, proprio così! Si sollevò abbastanza facilmente dai timori con i Ministri d’allora a difesa della collettività: gli onorevoli Foderaro, Cassiani, Galati, La Russa, ricordandone solo alcuni. Basta la stima di Margherita Riga nei suoi confronti a definirla come bussola di orientamento in non poche circostanze. La “sindachessa”, come la chiamavano i compaesani, terminò il suo mandato a causa delle dimissioni di alcuni consiglieri che la fecero andare in minoranza. Ai margini, tuttavia, non restò mai la sua dottrina sociale: da Componente del Comitato cittadino del CIF (Centro italiano femminile) e Membro dell’Associazione “Maria Cristina di Savoia” promosse insieme ad altre giovani signore numerose iniziative benefiche e di solidarietà fino alla sua prematura scomparsa, poco prima del clima sessantottino, che avrebbe investito successivamente tutta la nostra Nazione.  Una curiosità, che la fregia di un’ulteriore menzione d’onore: fu tra le prime donne anche a prendere la patente, guidando una Belvedere per portare i figli al mare o in città. Da Ernestina Prola, che è la prima signorina al volante (correva l’anno 1907), ai giorni nostri, la licenza di guida per il fiocco rosa si è lentamente caricata a carbonella: non è così zuccherina la realtà cinematografica quando ci presenta quelle deliziose pellicole avanguardistiche con Marylin Monroe o Greta Garbo. Lì la proiezione non coincide con l’identificazione di quanto succede fra la gente comune: lo shop da rubacuori, ahinoi, sa inflazionare le copertine editoriali, e molto spesso per battere cassa sull’eccezionalità del momento, già!  Col mercato si è mercanteggiato troppo sulla pelle dell’humanitas: ecco perché rivendico i diritti delle nostre madri. Elisa, come matrona meridiana, ci rammemora, invece, che la produttività è pensiero colato come l’oro. Lei al plurale è diventata loro per quanto di buono e giusto è venuto fuori dal selciato di un buon esempio come il suo. Ai posteri l’ardua sentenza…si dice nel 5 maggio manzoniano: a 5 giorni dal compleanno di lei, il verso del Milanese si fa augurale per la nostra Calabrese in tutte le forme di emancipazione. Auguri a tutte, mi va di chiosare, lasciando aperte storie belle come questa…

Francesco Polopoli

2

 

Donna Popa

La donna, l’altra metà del cielo…

Non trovo miglior testo della canzone di Vasco Rossi, per dire della donna che è realmente sopra-creaturata.  Nella storia delle levatrici lo vedo addirittura esplicitato sul piano lessicale e le parole, fateci caso, ci restituiscono a verità molto più profonde. La levata del Sole è il momento in cui il nostro astro appare allorizzonte e costituisce il momento terminale dellalba; che dire, poi, «di gobba a ponente luna crescente, gobba a levante luna calante», che è una traduzione libera dell’espressione latina «crescensdecrescit, decrescens crescit» («crescente descrescedecrescente cresce»)? Anche in questo caso abbiamo un’altra levata, quella del satellite, cui spesso si è posato lo sguardo del Recanatese. Insomma, nel lessico dei corpi celesti sembra esserci un prolungamento del fare femmineo: lei che riscalda, lei che fa rilucere gli angoli angusti della vita quotidiana. Il sole, la luna. Semper lux, lucis femina est, dico io: posso coniare questo motto personale con il mio paterno copyright!? Suo è anche il senso della protezione: qui trovo calzante la locuzione spartana della «levata di scudi». Come non rammemorare, sia pure en passant, il coraggio laconico di Gorgo mentre spinge suo marito Leonida nella battaglia delle Termopoli? Difendere con le unghie e con i denti è tuttora una prerogativa del focolare domestico: flesso al genere femminile a tutela dei propri più cari. Al-levare è sollevare dai pericoli, lo sanno bene le nostre mamme, eccome! Senza dilungarmi di più, voglio evidenziare ancora come il gr. «polis» ed il lat. «urbs» siano sostantivi col fiocco rosa e che, per estensione, rendano finanche il significato di «cittadini di una città», a sottolineare la matrice femminea come motore mobile del Tutto. E mi taccio, avendo fatto intendere quanto penso in merito: dobbiamo esserne tutte e tutti consapevoli. Ma torniamo alla figura dell’ostetrica, circoscrivendo l’attenzione a qualcuna della nostra tradizione bruzia. Intanto, nei suoi scritti,Platone, parlando di Socrate, fa spesso riferimento alla madre levatrice. Era chiamata in questo modo, perché era in grado di «levare» il neonato dal corpo della donna incinta.  Torna sempre quel verbo stellare, sidereo, fateci caso! Forse per questa ragione, nel suo ruolo di preparazione al parto, si è insinuata un po’ di astrologia. In Sicilia, ad esempio, la mammana esortava il nascituro a venir fuori recitando delle formule magiche: – “Nesci nesci cosa fitènti, /ti lu cumanna Diu nniputenti ./Veni fora e nun tardari, /chi a  matri ha libirari”. Non escludo che dalle nostre parti si potesse fare la medesima cosa per quella stretta comunanza di tradizioni che legano le terre più a sud della nostra penisola: il Regno delle due Sicilie, per l’appunto! Sui pronostici del sesso del nascituro le espressioni erano alquanto colorite, a volte ritmate a suon di filastrocca: “panza pizzuta nunporta cappeddu”, per una femminuccia, eh sì! In una società androcratica di prevaricazione di ruolo vigeva, comunque, la frase “auguri e figghi masculi”, indipendentemente dal fatto che un maschio, cioè due braccia forti, avrebbe potuto aiutare la famiglia come reddito e manovalanza. Una Fenarete calabrese è Amelia Colavita (1897-1985), alias Donna Popa che, in oltre mezzo secolo di carriera, ha fatto nascere circa 11mila bambini, l’ultimo dei quali nel 1980 all’età di ottantatré anni.  Una figura di punta, potremmo dire, per il territorio sambiasino, benché si sia spostata in tutto l’hinterland lametino, lasciando traccia di sé e del suo scrupoloso operato dalle coste alle campagne. Col cavallo di San Francesco, quando poteva permetterselo, in bici o a piedi, senza fare differenza alcuna, ha percorso i sentieri più dissestati della nostra Regione, che nemmeno Google maps, oggi, avrebbe potuto individuare, se non altro per quelle frazioni più periferiche, dove le conseguenze post-belliche erano sì visibili tra i ciottoli di tante rovine. Una brigantessa buona per la generazione meridiana del nostro Stivale: a proposito, portava con sé sempre una grande borsa di pelle nera con gli attrezzi del mestiere ed in mezzo a forcipe e a tant’altro custodiva segretamente una piccola rivoltella, per sicurezza, non per altro, benché non ci sia stata mai occasione di arrivare a duelli, nelle non poche selve oscure da lei percorse, prima di bussare al campanello delle proprie partorienti. Tutte le volte che penso a lei, si fa forte l’ipostasi sambiasina di unamaieutica socratica improntata “a donne coraggio” d’eccezione: il meglio della nostra gioventù, sic dicitur, è venuto fuori in nome di una tenera genitrice, il suo!“Così è la notte, una folla di madri illuminate, che si chiamano stelle”, avrebbe chiosato il nostro Erri De Luca: come dargli torto, e soprattutto per le nostre grandi matrone della Calabria, che è terra d’ogni bene?

Francesco Polopoli

 

Ersilia Bronzini Majno cofondatrice dell’Unione Femminile

Ersilia Bronzini Majno (1859-1933) descrive le origini e le prospettive del femminismo a lei contemporaneo

Il feminismo in Italia

L’educazione primitiva intellettuale e morale del vostro poopolo non si potrà ottenere giammai pienamente e felicemente finché non facciate concorrere la donna all’opera vostra. Voi mi dite che il regno della donna deve essere la famiglia. Tanto meglio, io rispondo, poichè la famiglia è il principio della repubblica, le virtù domestiche sono il fondamento delle sociali, l’amor di famiglia il primo raggio dell’amor di patria, il buon ordine della casa il primo elemento del buon ordine dello Stato. Indipendentemente da ciò, potete voi ignorare la possente ifluenza che le donne possono esercitare nel seno di una repubblica?
Romagnosi, Scienza delle Costituzioni

Vasta e complessa è la trattazione di questo tema che potrebbe dare interessante materia ad un volume. Vasta per lo sviluppo che ha preso in Italia ove le femministe hanno rapidamente sostituito le affermazioni teoriche una azione pratica di lavoro sociale fondando istituti, società, opere di assistenza svariatissime – dalle leghe di lavoro alle società di patronato, dalle istituzioni per i bambini lattanti alle casse di maternità, dagli asili alle scuole professionali – svolgendo nei più disparati campi una attività sagace e perseverante.

Complesso, perché in Italia l’acuita questione religiosa e l’intolleranza, l’intransigenza ch’essa genera hanno dato indirizzo vario all’azione feminista, rendendo impossibile una unica concorde operosità anche per il trionfo di quei postulati chiari, definiti che dovrebbero raccogliere la cooperazione comune.

Così, sovente, invece di azione compatta, organizzata, contro tutti i pregiudizi e le ingiustizie che nella nostra società colpiscono la donna e conseguentemente il fanciullo, abbiamo movimenti parziali, scaramucce, senza quella cosciente ostinata continuità, quel largo consenso, quel generoso impulso che fanno sparire l’individuo e le sue passioni nell’ardore dell’opera per un ideale comune. Abbiamo in Italia, come resto ovunque, un feminismo di diverse gradazioni e tendenze. Un feminismo borghese incerto e timido, dalle parvenze intellettuali e aristocratiche, un feminismo cattolico con solo carattere di infallibilità intransigente che prende voce dalla curia e un feminismo sereno e razionale che non si perde in vane recriminazioni, lascia la réclame all’industria, trova assurda la lotta di sesso, vuole il riconoscimento dei diritti della donna, come utile e necessaria reintegrazione del diritto all’attività sociale dell’uomo. Un feminismo che ha indirizzate le proprie energie ad un lavoro pratico del quale ebbe modo di misurare le difficoltà e conoscere le esigenze dei nuovi doveri, di acquistare l’esperienza per compierli e per dar vita ad iniziative utili, vero campo sperimentale per lo studio dei problemi che s’impongono alla società nostra.

Queste diverse tendenze del feminismo in Italia pur non potendo essere che eccezionalmente armonizzanti fra loro ovvie ragioni, compiono nel momento attuale un’utile funzione. Esse servono ad illuminare ed interessare le donne d’ogni classe e di ogni opinione, a mantener vive le energie, a raggruppare i diversi elementi nei diversi campi, contribuendo alla formazione di quella coscienza politica e sociale che la donna deve avere per esplicare le sue attività con sicuri criteri, per adoperare con chiara coscienza e fermezza l’arma insistentemente chiesta del voto.

Il feminismo svoltosi integralmente con esplicazioni pratiche d’attività sociale e continua propaganda e agitazione per le rivendicazioni di diritto, non ha fatto che seguire la via tracciata dalle feministe che fin dai primordi della vita nazionale irradiarono tanto fervore d’ideale e d’azione. Ed è interessante constatare che queste prime pioniere troppo dimenticate, iniziarono la loro campagna feminista affermando i diritti della donna lavoratrice, dell’infanzia, dell’istruzione del popolo, non trascurando le rivendicazioni giuridiche propriamente dette, invocando dapprima con vivacità di polemica singolare, il diritto di voto.

Una donna d’alto intelletto, d’eccezionale energia, di intuizione grandissima, feminista d’azione, precorsi i tempi coll’opera sua. Patriota ardente come le donne che poi si raggrupparono intorno a lei per dar vita alle sue iniziative, Laura Solera Mantegazza fu l’iniziatrice gloriosa del feminismo che si afferma con opere di attività sociale, non discutendo della nostra capacità d’azione ma provandola. Essa pensa subito a come migliorare la condizione della donna lavoratrice, che questa si doveva chiamare a raccolta, istruire dei nuovi doveri e dei nuovi diritti, unire in associazione perché conoscesse la forza della previdenza e della solidarietà. Ma prima ancora era necessario pensare ai figli suoi. Il doloroso problema dell’infanzia che cresce senza amore, mancanza di assistenza da parte della famiglia disgregata dal lavoro, preparando i minorenni traviati e delinquenti, si affacciava già allora penoso, impressionante. E sorgono i ricoveri dei bambini lattanti, germi delle future sale d’allattamento che la legge imporrà agli industriali, gli asili infantili, le scuole per gli analfabeti. E sorge fra un entusiasmo commovente la prima Società Generale di mutuo soccorso e istruzione delle Operaie, che dà vita alla prima forma d’assicurazione per la malattia, per l’invalidità, per la maternità, alle prime pensioni per la vecchiaia, per le vedove, alla prima cooperativa di lavoro e consumo, alla prima assistenza per disoccupazione. Che propugna l’allattamento materno e raccoglie le statistiche, tutti i dati necessari intorno a queste iniziative, che insegna alle operaie essere il mutuo soccorso il primo passo della previdenza e della solidarietà, che bisogna farne altri per giungere ad ottenere alla lavoratrice equa retribuzione e condizioni umane di lavoro.

E mentre Anna Maria Mozzoni,  la pionieri in Italia dei diritti giuridici della donna, svolge in altro campo la sua azione e proclama il nostro diritto al voto, ad accedere a tutti i gradi dell’istruzione, a tutti gli impieghi, Laura Mantegazza fonda la prima scuola professionale e prepara le prime telegrafiste, le prime contabili, corrispondenti, macchiniste, decoratrici, etc. Un giornale, “La Donna”, diretto da Alaide Beccari, soave figura di sacrificio, di fede e d’amore, propugna le nuove rivendicazioni, e un uomo di temepramento energico, ardente, Salvatore Morelli, persuaso della giustizia della nostra causa la sostiene in Parlamento, e la legge che ci dà diritto di testimoniare negli atti pubblici prende nome da lui. Anna Maria Mozzoni nel 1864, in occasione della revisione del Codice Civile, scrive il volume “La Donna e i suoi rapporti sociali”, del quale sarebbe interessante trascrivere, se lo spazio lo consentisse, il periodo che riassume le riforme invocate perché ci dà un concetto della finalità del movimento feminista in quei primi tempi di vita nazionale, che sono ancora quelle d’oggi.

Altro curioso documento è l’ordine del giorno proposto da Anna maria Mozzoni a nome della Lega promotrice degli interessi femminili (fondata da lei nel 1880) al Comizio dei Comizi, indetto dalla Lega democratica nazionale tenutosi a Roma l’11-12 febbraio 1881

Quell’ordine del giorno suscitò una vera tempesta, ma venne strenuamente sostenuto dalla battagliera feminista e votato. Esso concludeva così: “il Comizio dei Comizi riconosce, afferma e proclama così nell’uomo come nella donna il diritto alla integrità del voto”.

La prima petizione feminista fu presentata al Parlamento italiano dalla Lega promotrice degli interessi femminili. E’ firmata Anna Maria Mozzoni, Paolina Schiff, Giuseppina Pozzi, Noerina Bruzzesi, Virginia Negri, Costantino Lazzari. Essa chiede, ampliandole, le riforme legislative propugnate da Anna Maria Mozzoni fin dal 1864, più la Lega raccomandava alla Camera le proposte di legge presentate alla Camera stessa per la ricerca della paternità e il divorzio. 

Eravamo nel dicembre 1882 e oggi nell’anno di grazia 1908 (si può dire 1914!) vi è ancora una Commissione che studia il progetto di legge sulla ricerca della paternità; quanto alla riforma dell’istituto matrimoniale, sebbene promessa in un discorso reale, è ancora una chimera degna di coscienze pervertite.

E vi sono purtroppo gruppi di donne che combattono questa riforma, che non si credono competenti di formulare un’opinione intorno all’obbligo di precedenza del matrimonio civile al religioso, che toglierebbe tanti inganni e tante sventure, che ritengono la ricerca della paternità tema grave da meditare ancora, che ammettono solo il diritto di voto amministrativo e vogliono mantenere la loro azione in un limite moderato, ragionevole, ritenendo di sottrarre così il feminismo dalle nubi e dalle fantasie della retorica, dalle lotte delle sètte dei partiti, mantenendolo in un ambiente di pace e di unione universale!

Queste feministe ragionevoli, timorose della lotta, dimenticano che tutte le conquiste della civiltà sono dovute alle aspre lotte combattute dalle minoranze per il trionfo dei principi che le maggioranze non riconoscono se non quando vi sono forzate.

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Il feminismo che si inziava così vivace, combattente e perspicace sia nel campo teorico che in quello pratico, ebbe come un periodo di sosta quando si svolse ardita e battagliera l’azione del partito socialista che otteneva la legislazione sul lavoro, proclamava i diritti della donna e sospingeva proletarieto e borghesia verso nuove forme di rapporti sociali e apriva nuovi orizzonti a tutte le rivendicazioni di diritto e di libertà.

Ma fu una lotta che preparava nuove forze e nuovi metodi di azione e preparava la costituzione organizzata di vari gruppi.

A Roma la Federazione romana delle opere di attività femminile, presieduta dalla Contessa Lavinia Taverns, diventata poi Consiglio Nazionale delle donne italiane, sotto la presidenza della contessa Gabriella Spalletti. Ebbe vita da questo gruppo la Biblioteca circolante e la Cooperativa delle industrie femminili con succursali nelle principali città d’Italia, che fa rivivere coll’opera di dame colte ed attive quelle industrie artistiche dimenticate delle varie regioni. Iniziativa preceduta dall’Aemilia Ars di Bologna, dovuta alla geniale intuizione della contessa Gavazza. Pure a Roma la Società Per la donna, della quale è anima Eva De Vincentis, che promosse studi sociali e di diritto feminista e fondò il dormitorio per minorenni di così grande utilità.

A Milano la risorta Lega per la tutela degli interessi femminili che sostiene specialmente le rivendicazioni giuridiche e studia la questione feminista in genere.

L’Unione femminile nazionale che dal 1900 svolge senza interruzione il suo largo e comprensivo programma.

Sue iniziative principali sono: l’Ufficio d’indicazioni e assistenza, la cui utilità incontestata, anche per le prove che fornisce circa la necessità di coordinamenti e riforme delle opere d’assistenza pubblica, emerge dal fatto che Roma, venezia, Firenze, Torino, Padova e altre molte città d’Italia hanno pure costituiti tali uffici; la prima società e scuola festiva di disegno professionale per le piscinine (piccole lavoratrici) con ricreatorio e bibliotca per l’infanzia; l’Ufficio di collocamento per le donne di servizio in unione alla Società Umanitaria e un dormitorio per le stesse con corsi di cucina; l’Asilo Mariuccia, casa di ricovero per le fanciulle bisognose per qualsiasi ragione d’assistenza e di redenzione per donne che vogliono ritornare alla vita onesta; Comitato Pro Infanzia, Comitato contro la Tratta delle Bianche, che hanno presentato al Parlamento una petizione copera da circa 10.000 firme, con proposte per una miglior difesa della donna e del fanciullo, proposte che saranno sostenute alla Camera da alcune fra le più note personalità parlamentari. Le scuole nell’Agro Romano, opera mirabile della sezione romana dell’U.F.N., presieduta da Anna Celli, l’opera degli Uffici indicazione e assistenza, svolta a Torino da un’altra sottosezione, presieduta da Anna Treves, dimostra come sia concorde e si estenda l’opera delle femministe che non s’arrestano alle affermazioni teoriche di diritto che è meglio conquistare coll’azione.

Esiste pure a Milano la Federazione femminile presieduta da Adele Coari, che rappresenta l’azione femminile con indirizzo cattolico e ha dato vita a parecchie iniziative: uffici di collocamento, convegni per le bambine, per le domestiche, etc..

A Torino esiste una Lega democratica nazionale femminile che vorrebbe coordinare le forze femminili operanti in tutta Italia, animata dalla fede religiosa.

Esistono poi Federazioni di opere femminili regionali, collegate a quella di Roma, e a Firenze venne recentemente fondato un gruppo di signore il Lyceum Club, che pare avrà imitatori a Roma e a Milano.

L’agitazione per il diritto di voto iniziata da questi diversi gruppi, da alcuni completa, da altri limitata al voto amministrativo, è ora diremo così, unificata dalla costituzione del Comitato nazionale per il diritto di voto, presieduto da quella donna d’acuto intelletto e di gran cuore, che è la contessa Giacinta Martini Marescotti.

Questo Comitato ha estesa ed intensificata l’azione creando Comitati regionali e presentando al Parlamento una petizione che provocò, il 24 febbraio 1907, una discussione vivacissima alla Camera e la nomina di una Commissione per studiare l’argomento.

Tutto questo movimento femminista ha ora, oltre i giornali quotidiani che ci aprono cortesemente le loro colonne, una stampa propria.

A Roma, la rivista “Vita Femminile Italiana”, diretta da Sofia Bisi Albini e “Pensiero Nuovo”, diretta da G. Serra e Anita Pagliari; a Milano “l’Unione Femminile”, diretta da Nina Rignano, e a Pavia “l’Alleanza”, diretta da Carmela Baricelli. A Bari “La voce della donna”, diretta dal Prof. Giagnano, che si sforza di risvegliare la donna del mezzogiorno, le cui energie sono atrofizzate da pregiudizi e costumi veramente medioevali.

A grandi tratti è così delineata la vita del femminismo in Italia e chiedo venia se il breve tempo e il breve spazio concesso a questo argomento non permetta di parlare dell’operosità intellettuale, scientifica e sociale di tante donne benemerite, che portano con convinzioni diverse, ma sempre umilmente, il loro contributo alla causa femminile. Virginia Nathan, Maria Pasolini, Dora Melegari, Sibilla Aleramo, Maria Montessori, G. Le Maire, Anna Celli e moltissime altre a Roma. A Firenze con Ida e Bice Cammeo, le marchese Tolomei e Alfieri, Nina Sierra, Laura Orvieto, e a Milano con Rebecca Calderini, Alessandrina Ravizza, Aurelia Zoz, Nina Rignano, Maria Camperio, Linda Malnati, Carlotta Clerici. Una schiera ormai così numerosa, che sfugge alla possibilità di una denominazione individuale, lavora per provare indiscutibilmente la maturità della donna ad esercitare i doveri inerenti ai diritti ch’essa reclama.

Quali furono le conquiste di questo tenace lavoro? L’accesso a tutti i gradi d’istruzione è libero alla donna, come pure a tutti gli impieghi e professioni. (Solo la donna avvocato attende ancora giustizia).

Quest’anno dal Politecnico di Torino usciva laureata a pieni voti la prima donna italiana ingegnere civile, la signora Emma Strada.

Una donna, una sola finora è riuscita a riprendere la gloriosa tradizione da secoli interrotta delle donne insegnanti nelle cattedre universitarie. Rina Monti, alto intelletto, temperamento energetico, venne chiamata questo anno a coprire la cattedra di zoologia e anatomia comparata alla Università di Sassari. Maria Montessori insegna antropologia alla Scuola di Magistero annessa all’Università di Roma, e la dottoressa Emma Driussi venne per la prima volta in Italia chiamata a far parte dei Regi ispettorati per gli scavi e monumenti. Una conquista importantissima fu la donna ispettrice di fabbrica aggiunta questo anno colla nomina di Santa Volonteri, una ardita e colta lavoratrice.

Nel campo giuridico le conquiste del femminismo italiano sono:

La legge così detta Morelli (anno 1977) che dà alla donna il diritto di testimoniare negli atti pubblici; la legge del 1890 che ammette le donne a far parte dei Consigli delle Congregazioni di Carità e di qualsiasi altro Istituto di beneficenza, salvo per la donna maritata l’autorizzazione del marito, la legge del 1895 che riconosce la donna elettrice ed eleggibile nei collegi dei probiviri; la legge del 1895 sull’istruzione che chiama a far parte delle Commissioni municipali di vigilanza, nelle scuole elementari una o più donne scelte dai Consigli comunali preferibilmente fra le madri di famiglia.

Le donne possono pure essere nominate nelle Commissioni governative delle carceri, e a Milano, questo anno, Carlotta Negri e Ersilia Majno ebbero tale mandato.

Il Comune di Milano, fondando gli Uffici mandamentali di indicazioni, chiamava pure parecchie donne a far parte delle diverse Commissioni.

Alla nomina di Commissioni incaricate di studiare i problemi della ricerca della paternità e del diritto di voto ha pure certamente contribuito la perserverante campagna femminista, che quest’anno si è solennemente affermata nei Congressi femminili di Roma e di Milano. Il Congresso di Roma, che si inaugurava con intervento regale nella maestosa cornice del Palazzo di Giustizia l’aprile del 1908, ebbe l’appunto di aver voluto trattare troppa materia. La vastità e l’importanza degli argomenti portati in discussione se furono una conferma delle innate capacità oratoria e polemica della donna, furono anche una rivelazione del suo spirito d’osservazione, del suo ardente desiderio di rendersi ragione dei complessi problemi che agitano l’epoca nostra. Se questo Congresso rilevò un numero imponente di donne colte e studiose dei vari fenomeni sociali e portò all’opera di rivendicazione femminile un serio contributo di studi e osservazioni, il Congresso di Milano precedentemente indetto nel 1906 e rimandato per ragioni di opportunità al maggio 1908 portò nella trattazione dei vari temi un contributo prezioso d’esperienza acquistato nel quotidiano lavoro, nel contatto costante colle difficoltà, le miserie e le ingiustizie che colpiscono e rendono difficile la vita alla classe sociale più numerosa e laboriosa.

Il Congresso di Roma non entrò nel cuore della questione più scottante, non in quella dei diritti del lavoro e della dissolubilità del vincolo matrimoniale, della precedenza del lavoro civile al religioso, disposizione che ovvierebbe a tanti inganni e seventure, nemmeno la questione così grave del diritto del fanciullo fu particolarmente e ampiamente trattata e la questione del diritto di voto fu lasciata fuori confesso e discussa in una giornata emozionante per iniziativa del Comitato nazionale per il suffragio femminile.

La questione della aconfessionalità della scuola, così ardente ora in Italia, venne agitata poderosamente da Linda Malnati della quale, per sorpresa, si disse poi, venne votato l’ordine del giorno che la reclamava. Gemma Muggiani nella chiusura del Congresso leggeva una commiato che coraggiosamente, malgrado le proteste, ribadiva il significato della votazione. Il Congresso di Milano confermando durante la trattazione dei vari temi le proposte formulate dall’U.F.N. nella petizione al Parlamento, lumeggia arditamente il problema della donna operaia, delle lavoratrici della casa. Argentina Altobelli concentra in un bell’ordine del giorno, votato dal Congresso, entusiasticamente, le aspirazioni di queste falangi di donne che potentemente contribuiscono al benessere e alla ricchezza nazionale, si confermò il loro diritto di avere una rappresentanza nell’Ufficio del lavoro, come pure quello della donna in genere di partecipare ai lavoro di tutte le Commissioni governative o comunali chiamate a studiare le questioni d’istruzione, d’assistenza, di diritto, etc., oggi ancora solo composte di uomini; si chiede il riconoscimento legislativo del divorzio e l’obbligo di precedenza del matrimonio civile al religioso. Ma sempre soprattutto, come ebbe a dire Teresita Friedman. in un suo profondo e magistrale articolo sul Congresso, ciò ci cui il Congresso si occupò quasi ad esuberanza fu la protezione dell’infanzia e della maternità…

Si capiva di essere fra gente che come suo primo ufficio sentiva la cura delle nuove generazioni sieno esse di figli propri o altrui.

Ai due Congressi fu una ressa di donne d’ogni ceto, età e convinzione che portavano sincere, audaci, convinte il frutto dei loro studi, della loro esperienza di lavoro, di lotta o di dolore.

E vi fu stupore, consenso, entusiasmo, vi fu derisione, denigrazione, oltraggio. Uomini che certo non avevano mai arrossito, frequentando gli ambienti dove “jeunesse se passe”, scrissero di avere arrossito sentendo trattare in modo troppo libero, da donne, argomenti che certo essi conoscono a fondo. Che la donna pura, onesta abbia cessato di ignorare il vizio che travolge tante creature umane, che abbia affrontato coraggiosamente il problema della vita sessuale, della prostituzione, della degenerazione della [propria] specie, perché sentì che finalmente essa, chiamata a perpetuarla, deve sapere, per impedire ch’essa si degradi invece di elevarsi, questo è sintomo della corrotta anima delle donne femministe, che osano colle loro mani toccare le piaghe e scoprire il putridume che la società nostra nasconde così bene e così bene diffonde colla sua doppia morale.

Nessun aggettivo ci fu risparmiato, si scrisse quello che non era vero, si parò di malafede e di disonestà e peggio, producendo una preziosa raccolta di sfoghi maschili dettati dal dispetto e dal timore del progresso imponente della causa femminile.

Ma come scrisse un uomo di buon senso, il femminismo non è il prodotto di menti esaltate, di gente isterica, esso è voluto da una inesorabile necessità storica ed esso viene a suo tempo come ognuna delle grandi rivoluzioni etico-sociali.

Ed è veramente così. Tutto il pensiero, le aspirazioni, le ricerche, le lotte dei secoli passati si sono ripercossi e vivono in questo nostro meraviglioso secolo; divennero le scoperta che ravvicinano i popoli, centuplicano la produzione industriale, risparmiano all’uomo brutali fatiche, portano benessere e gioia al focolare domestico. Gli eroi oscuri e dolorosi hanno preparato questo risveglio, questa luce che penetra ovunque ardente e purificante, fuga le tenebre del periodo preumano e rischiara la via all’uomo nuovo, che libero di superstizioni, di coercizioni, di dogmi, di oppressioni, di classi, di disuguaglianze inizia il secolo della umanità vera.

“E la capacità di questo sogno”, disse Ellen Key chiudendo il Congresso di Milano, con ispirate parole che resteranno sempre nel cuore di quanti ebbero la ventura di udirle, “è la capacità di questo sogno che ci dà la nobiltà umana, la ragione più profonda perché occorre dare alla donna tutti i suoi diritti legali e sociali. Questa ragione umana è che la madre, colla creatura nuova che dà alla umanità, è il vero pontifex maximus, la prima costruttrice di questa via che ci condurrà dalla vita presente a questo nostro avvenire sognato”.

Ersilia Majno Bronzini

Plautilla Bricci, l’architettrice

di Laura Ricci

Nata nel 1616 e morta intorno al 1700, Plautilla è figlia di Giovanni Bricci, disegnatore e pittore di non eccelsa qualità ma buon conoscitore degli ambienti artistici, brillante commediografo e arguto pamphlettista molto amato dal popolo e da una certa aristocrazia, uomo di grande curiosità culturale e di saperi piuttosto universali che radunava in una vasta biblioteca, cosa non comune per una persona di ceto popolare. Di carattere originale e libero, Bricci educa la figlia alla pittura e, quel che più importa, a perseguire le personali ambizioni, e la introduce in ambiente artistico. Siamo nella Roma seicentesca di Bernini, Pietro da Cortona, Giovanni Romanelli, Salvator Rosa, Borromini, che comprendeva anche una vasta corte di artisti minori, tra cui in un primo momento sembra situarsi Plautilla.

La grande svolta, per lei, avviene grazie all’incontro con l’abate Elpidio Benedetti. Entrambi nati in un ambiente più modesto di quello che aspirano a frequentare, entrambi ambiziosi e sia pure in modo diverso alla ricerca di un’ascesa, Elpidio e Plautilla si completano e si sostengono, tra presenze e assenze, per una vita intera: io potevo dare qualcosa a lui – pensa Plautilla quando se lo trova di fronte, come in una premonizione, tra i calcinacci della rimozione dello sfortunato campanile del Bernini in San Pietro – lui poteva dare qualcosa a me. Fu, la loro, una strana e finora mai narrata storia d’amore: quella di un sentimento complesso e insolito che, seppure per qualche tempo trovò coronamento anche nel sesso, si esplica soprattutto nell’intima reciproca conoscenza di virtù e miserie – più di miserie che di virtù nel caso di Elpidio – nel gioco complice dell’ironia e dell’intelligenza, nell’amicizia profonda che diventa ardita progettualità condivisa. Un sentimento che Mazzucco esplora con grandi capacità psicologiche e narrative.

Lui rinunciò a sé e a un amore dichiarato e aperto per servire senza riserve il cardinale Giulio Mazzarino, di cui diventò agente in Italia, lei per servire l’arte, l’architettura e soprattutto la sua autonomia: Elpidio non poteva essere, dice a sé stessa quando già matura accetta l’incarico di pittrice di casa Benedetti, sia il suo amante che il suo datore di lavoro. Ma entrambi fiorirono e si espansero, con grande e bizzarra libertà, nella realizzazione della magnifica villa sul Gianicolo nei pressi di Porta San Pancrazio, che l’abate poté permettersi quando, morto Mazzarino, divenne addirittura agente diretto del Re di Francia Luigi XIV. Villa Benedetta la chiamarono – la loro ideale figlia – pur se da subito fu denominata “il Vascello” per la forma di veliero: prua verso il Vaticano, affaccio sulla più spettacolare veduta di Roma. Originale e fantasticamente ornata, delicata e bizzarra come Elpidio considerava la mente dei virtuosi e della stessa Plautilla.

Così bizzarra, l’architettrice, da non eseguire mai, nonostante avesse acquisito fama e stabilità, un suo autoritratto da gentildonna. Si ritrasse invece, ormai settantenne, con i capelli bianchi e i panni umili della levatrice di San Giovanni nello stendardo processionale dipinto nel 1775 per l’omonima confraternita, ancora oggi nella chiesa di San Giovanni a Poggio Mirteto.

Plautilla volle essere unica, qualche pittrice esisteva già e non le bastò, non si contentò di affidare il suo nome a un’arte pittorica pregevole ma che non poteva competere con i grandi maestri che operavano a Roma. Più stabile e duratura e ricca di possibilità la progettazione e la pietra, si disse, e dunque studiò e sperimentò con pazienza per costruire opere murarie e diventare architettrice, la prima della storia le risultava. Creò il Vascello, volle che Elpidio le facesse affidare la cappella da lei realizzata in San Luigi dei Francesi (la terza a sinistra), progettò case dignitose per persone di ceto popolare in Trastevere, in un terreno di Benedetti a Ripa Grande. Ma proprio Elpidio, che le aveva offerto la possibilità di esercitare il suo genio delicato e bizzarro, fu il primo a oscurare il suo nome, in una guida alla visita della villa che scrisse con lo pseudonimo di Matteo Mayer, facendola diventare assistente del fratello Basilio Bricci e non viceversa come nella realtà era stato. “Il mondo non è pronto per accettare che un donna costruisca la casa per un uomo – le aveva detto – Una cappella sì. È l’anima […]. La casa è il corpo. […] È una cosa troppo intima per condividerla”. Lei aveva compreso, ma non aveva perdonato, perché sempre il suo lavoro e la sua autonomia contarono più di ogni illusione d’amore.