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Angela

#AGÁPEsosKORAI Quaderno dell’8 Marzo Distillando Essenze di Umanitá

SosKORAI&CAFFO

Prima di morire mi chiese di leggere le sue poesie e mi confessò degli abusi sessuali che aveva subito dal padre e di cui, lo giuro, ero assolutamente all’oscuro.

A cura di Luigia Barone

Le Raccoglitrici

#AGÁPEsosKORAI Quaderno dell’8 Marzo

sosKORAI&CAFFO Distillando Essenze di Umanità

…La mia personalità è stata tutta formata e connotata dal sentore della salsedine, dalla brezza che penetra la pelle poro per poro e ti resta anche se sali in montagna o abiti in città.

Da quelle donne calabresi fiere e riservate, con i volti come le sculture delle polene, dagli sguardi segreti per le storie private e per i giuramenti eterni, la dote grave ma solenne che spero di passare alle mie nipoti.

Luigia Lupidi Panarello

Ada Lovelace

Augusta Ada Byron, meglio nota come Ada Lovelace[1]
(Londra, 10 dicembre 1815 – Londra, 27 novembre 1852), è stata una matematica inglese, nota soprattutto per il suo lavoro alla macchina analitica ideata da Charles Babbage. Tra i suoi appunti sulla macchina di Babbage si rintraccia anche un algoritmo per generare i numeri di Bernoulli, considerato come il primo algoritmo espressamente inteso per essere elaborato da una macchina, tanto che Ada Lovelace è spesso ricordata come la prima programmatrice di computer al mondo.[2]
Ada fu la sola figlia legittima del poeta Lord Byron e della matematica Anne Isabella Milbanke. Non conobbe il padre, che lasciò la famiglia quando lei non aveva ancora un anno di vita. Fin da giovane s’interessò alle scienze matematiche, e in particolare al lavoro di Babbage sulla macchina analitica. Anche se la macchina di Babbage non fu mai costruita, gli studi della Lovelace sono importanti per la storia del computer. Ada Lovelace aveva previsto anche la capacità dei computer di andare al di là del mero calcolo numerico, mentre altri, incluso lo stesso Babbage, si focalizzavano soltanto su questa capacità.[3][4]
Il linguaggio di programmazione Ada, il cui sviluppo è stato finanziato dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, è così chiamato in suo onore.

Rupi Kaur

Una delle riflessioni che accompagna Rupi nei suoi lavori − e che è un po’ il fil rouge del suo pensiero − è il rapporto tra donna e donna. Come individui o come comunità, la risposta che trova è sempre nel «power to uplift»: uplift in inglese significa sollevare sia fisicamente sia moralmente, è confortare ma anche motivare. E questo, per Rupi Kaur, è sempre stato il grande pregio che hanno le donne, − solo che non lo sanno. O meglio: non sanno di poter portare questa capacità fuori dai confini dell’amicizia o della famiglia e di poterla far diventare una pratica globale, un’esercitazione spirituale e pratica per un miglioramento collettivo. Proprio come il latte e il miele sono ricostituenti, l’empowerment reciproco permette di «flourish and nourish» (letteralmente “fiorire/prosperare” e “nutrire/rafforzare”)
 È un fenomeno (per fortuna) mondiale: destinate dalla società al mutismo perenne, le donne si rendono conto che la loro libertà può passare anche dalla parola. La Kaur ha raccontato al Guardian che «per le donne del sud dell’Asia tu dovresti essere quieta e senza opinioni». Quando ha cominciato a parlare pubblicamente di argomenti come lo stupro, le mestruazioni o la violenza domestica, i suoi genitori hanno espresso preoccupazione per cosa avrebbe potuto pensare una futura suocera: «E io rispondevo, allora perché mi avete insegnato a parlare ad alta voce?».

Bambina mia

Bambina mia,Per te avrei dato tutti i giardini

del mio regno, se fossi stata regina,

fino all’ultima rosa, fino all’ultima piuma.

Tutto il regno per te.

E invece ti lascio baracche e spine,

polveri pesanti su tutto lo scenario

battiti molto forti

palpebre cucite tutto intorno.

Ira nelle periferie della specie.

E al centro,

ira.

Ma tu non credere a chi dipinge l’umano

come una bestia zoppa e questo mondo

come una palla alla fine.

Non credere a chi tinge tutto di buio pesto e

di sangue. Lo fa perchè è facile farlo.

Noi siamo solo confusi,credi.

Ma sentiamo. Sentiamo ancora.

Sentiamo ancora. Siamo ancora capaci

di amare qualcosa.

Ancora proviamo pietà.

Tocca a te,ora,

a te tocca la lavatura di queste croste

delle cortecce vive.

C’è splendore

in ogni cosa. Io l’ho visto.

Io ora lo vedo di piu’.

C’è splendore. Non avere paura.

Ciao faccia bella,

gioia piu’ grande.

L’amore è il tuo destino.

Sempre. Nient’altro.

Nient’altro. Nient’altro.

Mariangela Gualtieri

Grazie Fabrizio!

Io dedico questa canzone ad ogni donna pensata come amore 

in un attimo di libertà 

a quella conosciuta appena 

non c’era tempo e valeva la pena 

di perderci un secolo in più. 
A quella quasi da immaginare 

tanto di fretta l’hai vista passare 

dal balcone a un segreto più in là 

e ti piace ricordarne il sorriso 

che non ti ha fatto e che tu le hai deciso 

in un vuoto di felicità. 
Alla compagna di viaggio 

i suoi occhi il più bel paesaggio 

fan sembrare più corto il cammino 

e magari sei l’unico a capirla 

e la fai scendere senza seguirla 

senza averle sfiorato la mano. 
A quelle che sono già prese 

e che vivendo delle ore deluse 

con un uomo ormai troppo cambiato 

ti hanno lasciato, inutile pazzia, 

vedere il fondo della malinconia 

di un avvenire disperato. 
Immagini care per qualche istante 

sarete presto una folla distante 

scavalcate da un ricordo più vicino 

per poco che la felicità ritorni 

è molto raro che ci si ricordi 

degli episodi del cammino. 
Ma se la vita smette di aiutarti 

è più difficile dimenticarti 

di quelle felicità intraviste 

dei baci che non si è osato dare 

delle occasioni lasciate ad aspettare 

degli occhi mai più rivisti. 
Allora nei momenti di solitudine 

quando il rimpianto diventa abitudine, 

una maniera di viversi insieme, 

si piangono le labbra assenti 

di tutte le belle passanti 

che non siamo riusciti a trattenere. 

Rosa Parks: no, non mi sposto!

I primi passi come attivista

Figlia di James e Leona McCauley, di confessione metodista, nel 1932 sposa Raymond Parks, attivo nel movimento dei diritti civili. Passa buona parte della sua vita a lavorare come sarta in un grande magazzino nella città dove risiedeva, Montgomery, in Alabama.

A partire dal 1943, Rosa aderisce al Movimento per i diritti civili statunitensi e diventa segretaria della sezione di Montgomery della National Association for the Advancement of Colored People (NAACP). A metà del 1955 inizia a frequentare un centro educativo per i diritti dei lavoratori e l’uguaglianzarazziale, la Highlander Folk School.

In questo periodo Martin Luther King lottava per far valere i diritti dei neri, che venivano ancora una volta oppressi dai bianchi.

L’arresto 1º dicembre 1955, a Montgomery, Rosa stava tornando a casa in autobus dal suo lavoro di sarta[1]. Nella vettura, non trovando altri posti liberi, occupò il primo posto dietro alla fila riservata ai soli bianchi, nel settore dei posti comuni. Dopo tre fermate, l’autista le chiese di alzarsi e spostarsi in fondo all’automezzo per cedere il posto ad un passeggero bianco salito dopo di lei. Ella, mantenendo un atteggiamento calmo, sommesso e dignitoso, rifiutò di muoversi e di lasciare il suo posto. Per di più, se avesse obbedito al conducente, dato che tutti i posti a sedere erano occupati, sarebbe dovuta rimanere in piedi con un problema di dolore ai piedi che l’affliggeva[2]. Il conducente ferma così il veicolo e chiama due agenti di polizia per risolvere la questione: Rosa Parks fu arrestata e incarcerata per condotta impropria e per aver violato le norme cittadine che obbligavano le persone di colore a cedere il proprio posto ai bianchi nel settore comune, quando in quello a loro riservato non ve n’erano più disponibili. Da allora è conosciuta come The Mother of the Civil Rights Movement[3].

Hubertine Auclert

Ebbe l'”illuminazione” femminista leggendo una lettera che Victor Hugo aveva indirizzato a Léon Richer nel 1872, epistola in cui il grande scrittore lamentava l’ingiustizia della legge che concedeva i diritti agli uomini lasciando alle donne i soli doveri.Ispirata da Maria Deraismes e da Richer, del quale divenne la segretaria, Hubertine Auclert s’impegnò nel movimento per i diritti delle donne, essendo forse la prima francese a dichiararsi esplicitamente femminista.[2] Esigendo il diritto di voto femminile, nel 1876 fondò la società Le droit des femmes che nel 1883 assunse il nome Le suffrage des femmes.
Nel 1878, il Congrès international sur les droits des femmes tenuto a Parigi non sostenne, contro i desideri della Auclert, il diritto di voto delle donne e allora ella lanciò, dal 1880, la rivolta fiscale femminile, difendendo, assistita dall’avvocato Antonin Lévrier, poi diventato suo marito, l’idea che in assenza di riconoscimenti politici le donne non potevano essere soggette a contribuzione fiscale. Il 18 febbraio 1881 fondò La Citoyenne (La Cittadina), un mensile femminista che ricevette il sostegno di Caroline Rémy e di Marie Bashkirtseff, e che aveva come motto Oser, résister (“Osare, resistere”). Scrisse anche su altre riviste, come La Libre Parole di Drumont, e, più tardi, Le Radical.
Nel 1884 denunciò le ingiustizie della legge sul divorzio, che risultava economicamente sfavorevole alle donne, e propose una legge, molto innovativa per l’epoca, che stabilisse la separazione dei beni dei coniugi al momento del matrimonio, in modo da garantire a entrambi un equo reddito in caso di divorzio.
Nel 1888 si stabilì in Algeria, dove Lévrier, che nel frattempo era andato in Nuova Caledonia, la raggiunse e la sposò. Ritornarono a Parigi quattro anni dopo. Pur costretta a chiudere La Citoyenne per motivi finanziari, la Auclert continuò il suo attivismo femminista, contribuendo alla creazione, nel 1900, del Conseil national des Françaises, organizzazione promotrice del suffragio femminile.
Nel 1908, per legge le donne francesi ottennero la disponibilità del proprio reddito. Quello stesso anno la Auclert bruciò simbolicamente un’urna delle elezioni comunali di Parigi e, due anni dopo, con Marguerite Durand, sfidò le autorità presentandosi candidata alle elezioni politiche.
Hubertine Auclert continuò a battersi fino alla morte, avvenuta a Parigi nel 1914. Sepolta nel cimitero del Père-Lachaise, la scultura sulla sua tomba rappresenta Il voto delle donne.

Christine Lavant: ribelle e blasfema

Terra, se tu avessi due labbra
e una lingua e un’ora gentile
vorresti allora parlare con me
anche ora che schiaccio rabbiosa
il mio moncone d’intelletto sotto i fiocchi di neve?
Terra, rideresti allora?
Mi sono vantata della tua amicizia
e ho raccontato che vivo spesso accanto alle radici
e che parlo del tempo con i sassi
e che sono in grado di condizionare il tuo sangue.
Mentire, sai, era come la malattia
che spesso precede le grandi epidemie
e il mio cuore mi ha sempre creduto.
Ora è stato contaminato e non fa che chiamarti,
non vuole morire prima, non vuole dire a nessun’altro
ciò che ha in mente, che lo tormenta,
e chi alla fine vorrà benedire.
Terra, accetta la mia lingua,
terra, ti prego, e le mie labbra!
Spargi la voce sotto i fiocchi di neve
racconta dell’amore caldo e duraturo.
 

Pia

“Deh, quando tu sarai tornato al mondoe riposato de la lunga via”,

seguitò ‘l terzo spirito al secondo, 
“ricorditi di me, che son la Pia;

Siena mi fé, disfecemi Maremma:

salsi colui che ’nnanellata pria 
disposando m’avea con la sua gemma”.