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Conversando con Pina Mangano Amarelli, Presidente del Comitato D’Onore di Tropea Capitale Italiana Della Cultura 2022

La fama è sufficiente a catturare l’ammirazione se ad alimentarla c’é la sostanza di un percorso di vita complesso, fatto di rinunce pienamente volute e di scelte altrettanto caparbiamente perseguite. Ecco perché mi emoziono a parlare con Lei, sia pure telefonicamente, la voce e i toni confermano una personalità forte, volitiva, temprata e nel contempo pienamente compiuta e appagata. Converso con una delle donne che più apprezzo e spesso addito come ideale riferimento per un’effettiva crescita del mio genere. Bella, elegante, raffinata Pina Mengano appartiene alla Napoli bene, una mamma fiorentina dalla classe ineccepibile, un’educazione di alto livello, nel ‘63 era incerta se fare medicina come le cugine o giurisprudenza come il padre, sceglie quest’ultima strada come una sfida perché allora alle donne non era consentito di entrare in magistratura e questo la intrigava. Arriva in Calabria 52 anni fa, sposata al barone Francesco Amarelli, legatissima al suocero, lascia Diritto Romano e carriera universitaria e si getta a capo fitto nell’azienda di famiglia divenendo in breve tempo Lady Liquirizia. Con gli altri membri della famiglia fonda il prestigioso Museo dedicato all’oro nero. Elencare gli incarichi ricoperti, svolti tutti col massimo zelo, sarebbe incompatibile con la voglia di sintesi e del resto basta digitare il suo nome per avere dal Web la marea di funzioni svolte e di riconoscimenti più che meritati. Mi rivolgo a Lei chiamandola Prof, e non solo per la sua docenza universitaria ma perché la sua possibilità di insegnare tanto ,e in svariati campi, è veramente incalcolabile, e Lei fa lo stesso con me anche se, a fine conversazione, entrambe passiamo naturalmente al “carissima”.

-Tropea candidata a Capitale Italiana della Cultura 2022, come valuta questa scelta?

Una scelta coraggiosa, una grande sfida da vincere, una opportunità per dare alla magnifica Tropea e alla Calabria tutta una straordinaria visibilità nazionale e non solo.

-Vive in Calabria da più di cinquant’anni com’è cambiata la Regione in questo periodo?

Sono arrivata per la prima volta in Calabria a novembre 1969 e devo confessare che, purtroppo, la prima impressione non fu delle migliori… famiglia di mio marito affettuosissima, accolta più che una figlia, splendide dimore, calore di parenti e amici che mi hanno subito integrata. La vita all’esterno di questa cerchia privilegiata mi sembrò subito molto deludente e in particolar modo non esaltante per quanto riguardava il ruolo femminile nel contesto sociale. Oggi la situazione è totalmente ribaltata, credo sia stata importantissima l’Università della Calabria, almeno per il Cosentino, che ha fatto rimanere tanti giovani: fervore, libertà di vivere, avanguardie culturali con personalità di spessore tra i fondatori.

– Perché ha accettato di essere la Presidente del Comitato d’Onore?

Ho accettato con entusiasmo perché è una occasione unica e irripetibile e, vista l’esperienza di Matera e di Parma che ho seguito dal principio come componente del gruppo tecnico nazionale cultura di Confindustria, ho verificato gli effetti eccezionali di una nomination così prestigiosa.

– Che emozioni ha provato visitando Tropea o, comunque, sentendone parlare?

Ho visitato Tropea per la prima volta esattamente cinquanta anni fa e sono rimasta incantata dalla sua bellezza allora incontaminata, dalla magnificenza del paesaggio e dalla storia che emana da ogni pietra della città. Ci sono poi tornata successivamente in diverse occasioni, ho ammirato il suo sviluppo rispettoso dell’ambiente e ho visto piacevolmente crescere l’offerta turistica, sempre all’insegna della eleganza e della qualità.

– Crede che per una donna sia più difficile che per un uomo realizzare un’impresa di successo in genere e in particolare in Calabria?

Sarò ottimista, ma credo che se una donna ha le carte in regola, è competente e appassionata, non subisce gli influssi esterni ed è capace di realizzare i suoi sogni e i suoi progetti. Paradossalmente ritengo che parte del mio successo sia stata anche favorita da due condizioni, essere donna e in Calabria, che invece di costituire un handicap hanno sollecitato su di me l’interesse dei media e mi hanno fatto da volano.

– Nel candidarsi, Tropea ha voluto, ed é riuscita, a coinvolgere tutta la Calabria, pensa che lo slogan:”Se vince Tropea vince la Calabria“ abbia fatto presa e perché?

Senza la Regione questa operazione non avrebbe avuto alcun senso, ma prende consistenza e importanza inserita come punta di diamante di una Calabria poco conosciuta, ma ricca di tesori naturali e artistici da svelare, con un turismo di eccellenza alla scoperta dello spazio di mari e monti e di un tempo lento che consente di gustare al meglio l’esperienza di viaggio. L’individualismo credo si sia superato da tempo.

– “La Cultura Rinnova” è il nome del Dossier di candidatura, in che senso e in che modo ritiene che il rinnovamento culturale debba intervenire per la crescita regionale e nazionale?

La Cultura è la più grande infrastruttura immateriale, capace di produrre effetti incommensurabili a costo quasi zero e di ridurre il gap che ci allontana da altre realtà, creando sviluppo sostenibile e proiettato eticamente verso il futuro, investire in cultura giova a qualsiasi livello; in Calabria il rinnovamento è importante anche per le infrastrutture materiali, soffriamo per la lontananza, i trasporti costano, ci sono disfunzioni, per le aziende é una grossa penalità. Paradossalmente il turismo può trarne vantaggio ma solo se si riesce a trovare il giusto equilibrio tra esclusività e marginalizzazione in modo da conquistare quello che si definisce splendido isolamento.

– La scelta di far presiedere il Comitato d’Onore da una donna non può essere casuale, che significati coglie nella decisione?

Scelta strategica, in un momento in cui si deve affrontare la legge dello Stato sulla parità di genere, che fa partire questa candidatura con una marcia in più, senza dimenticare che in questa operazione c’è un vertice tutto al femminile rappresentato dalla Presidente Santelli, dalla Sottosegretaria Orrico e per ultima da me.

– Da imprenditrice di eccellenza, e non solo, a cosa attribuisce il successo che la candidatura di Tropea sta riscuotendo e, in tutta sincerità, pensa che la Perla del Tirreno possa divenire Capitale Italiana Della Cultura 2022?

Credo sia dovuto alla fama delle sue bellezze, apprezzate già dall’epoca del Grand Tour da viaggiatori di alto livello; le sue attrazioni si sono accresciute grazie a strutture turistiche sempre più adeguate e c’é poi la circostanza della novità: Tropea, rispetto ad altre località, cito a caso Verona o Procida, mette in luce un tesoro meno noto ma non perciò meno prezioso. Se non avessi creduto nella possibilità di realizzare questo sogno non avrei accettato! Sono certa che Tropea va a questo confronto con grandi possibilità di successo. Come imprenditrice sono abituata a pensare sempre a qualche utopia, nella consapevolezza che si devono avere molta intraprendenza e infinita fantasia per ottenere risultati impensabili.

Conversando con Pina Mengano Amarelli ho realizzato il mio desiderio di conoscere una tra le Donne valorose che operano in Calabria, molte altre cose ci siamo dette, rispetto al riportato, soprattutto a proposito di donne: dalla misogina che per lungo tempo le ha tenute fuori dalla magistratura bollandole come psicolabili, ai tempi in cui uscivano di casa solo per andare a messa, alla rivoluzione femminista dolce che entrambe abbiamo realizzato provenendo da contesti di per sé evoluti, all’emancipazione effettivamente conquistata che oggi vede tante donne in politica e nel mondo delle imprese, alla capacità femminile di lavorare in squadra, anche in Calabria, dove imprenditrici di successo hanno fatto gruppo, al valore della Cultura che da sempre rappresenta il discrimen fatale tra subalternità e assertività.
Averla conosciuta mi fa star bene e mi incoraggia molto la sua sincera fiducia in Tropea Capitale Italiana della Cultura 2022

Di Beatrice Lento

La Cultura Rinnova: fil rouge di Tropea Capitale Italiana Della Cultura 2022

La Cultura Rinnova: il filo rosso del Progetto di Tropea Capitale Italiana Della Cultura 2022

A circa dieci giorni dall’invio al MIBACT, si svelano il senso e le ragioni del filo conduttore del progetto Tropea Capitale Italiana Della Cultura. “La Cultura Rinnova”, con cui la “La Perla del Tirreno” propone non solo se stessa ma tutta la Calabria al prestigioso riconoscimento, non è frutto di pura creatività, affonda, invece, le radici nella storia cittadina ed è il simbolo dello spirito del documento che vuol essere una proposta profondamente legata al contesto. “Si è voluto elaborare un prodotto culturale autentico, e non artificioso, che rispecchiasse l’anima della Città e della Regione” osserva il Sindaco Giovanni Macrì “ecco perché nel percorso elaborato tutto è legato alle vicende della Gente di Calabria e di quella che, nel tempo, ha edificato il magico sito di Tropea, sia dal punto di vista materiale che spirituale.”.

Per chiarire il senso della frase, che dà il nome al Dossier, e le motivazioni che ne hanno determinato la scelta, occorre partire da Piazza Ercole, cuore della Città entro le mura. Nello storico slargo, che ospita anche il busto del filosofo Pasquale Galluppi, si eleva un essenziale fabbricato, molto amato dai Tropeani: il Sedile di Portercole. Edificato nel 1703, per ospitare il parlamento dei Nobili di Tropea, da sempre e con ragioni diverse è stato vissuto intensamente dalla Città tanto che oggi oltre ad essere la sede della Pro Loco è diventato il salotto buono che apre le sue porte agli eventi più esclusivi oltre ad accogliere incontri delle realtà associative importanti per la crescita del territorio. É proprio da questo luogo, carico di simboli che esprimono la storia della Comunità, che inizia il percorso chiarificatore dello slogan e per farlo occorre alzare lo sguardo e puntare in alto. Lo Stemma del Sedile, posto sopra la loggia, bellissimo e fascinoso, è la chiave esplicativa: un leone coronato, affiancato da un altro leone e un’idra, sono sormontati da una fenice che sorge dalle fiamme stringendo nel becco un nastro con la frase “Renovant incendia nidos”. Questo il suggerimento, legato alle radici, da cui si è partiti per tracciare il motto e il fil rouge dell’intero fascicolo. La Cultura rinnova significa riconoscere il valore insostituibile del sapere che consente di superare la qualsivoglia difficoltà recuperando l’energia necessaria a rialzarsi e a ricominciare. La fenice, uccello di fuoco, resuscita dalle proprie ceneri dopo la morte, “Post fata resurgo”, divenendo simbolo di rinascita spirituale. “La cultura, come rinnovamento e carica vitale vuol essere il principio ispiratore e la stella polare anche in riferimento alla nostra terra, la Calabria” continua il Sindaco Macrì “che, come ogni sud del mondo, é stata più volte ferita ma é riuscita e riesce a risollevarsi, sempre orgogliosa e fiera. Ecco perché siamo sempre più convinti della bontà della scelta che ci vede candidati in questo prestigioso e ambizioso torneo. Ce l’abbiamo messa tutta e la condivisione anche istituzionale della Regione, nelle sue varie articolazioni ed espressioni, ne è la più gratificante dimostrazione. Attendiamo fiduciosi gli esiti della competizione con la certezza di non aver sprecato tempo nel raccogliere organicamente le eccellenze di una Regione splendida come la nostra.”.

La Cultura Rinnova è un ottimo punto di ripartenza anche in riferimento alla congiuntura vissuta e la fenice che rinasce dalle sue ceneri, legata alla storia tropeana, spinge a rimettersi in gioco con forza fiduciosi nell’oggi e nel domani: é questo il messaggio più forte di Tropea Capitale Italiana della Cultura 2022 ed è proprio il caso di dire, usando la celebre espressione latina, “Nomen omen”.

Tropea 3 agosto 2020

L’addetto stampa

Tropea Capitale Italiana della Cultura 2022

Dott.ssa Beatrice Lento

Wislawa Szymborska

Nato
Dunque è sua madre.
Questa piccola donna.
Artefice dagli occhi grigi.

La barca su cui, anni fa,
lui navigò fino a riva.

È da lei che è venuto fuori
Nel mondo,
nella non-eternità.

Genitrice dell’uomo
Con cui salto attraverso il fuoco.

È dunque lei, l’unica
Che non lo scelse
Pronto, compiuto.
(…)

«(…) Nel parlare comune, che non riflette su ogni parola, tutti usiamo i termini: “mondo normale”, “vita normale”, “normale corso delle cose”… Tuttavia nel linguaggio, nella poesia, in cui ogni parola ha un peso, non c’è più nulla di ordinario e normale. Nessuna pietra e nessuna nuvola su di essa. Nessun giorno e nessuna notte che lo segue. E soprattutto nessuna esistenza di nessuno in questo mondo.
A quanto pare, i poeti avranno sempre molto da fare.»
Nel passo, parte del discorso pronunciato per l’assegnazione del Nobel 1996, molti concetti chiave della poetica di Wislawa Szymboska: lo scetticismo che si esprime nell’incessante non so; le qualità del poeta, eletto dalla sorte, il quale attraverso la dote dello stupore, dell’ispirazione e dell’ironia trasforma il mondo ordinario in stupefacente.
Wislawa Szymborska cresce in una famiglia con tradizioni patriottiche e insurrezionali, frequenta la scuola elementare delle migliori famiglie di Cracovia. Intorno ai dieci anni comincia ad andare al cinema e racconta la sua prima esperienza sentimentale in una poesia.
Nel 1935 viene iscritta al liceo delle Orsoline; cominciano allora i primi dubbi.
«Per un periodo sono stata molto credente. Adesso si sente dire che la perdita della fede ha aperto la strada al comunismo. Nel mio caso le due cose non hanno avuto niente in comune. La mia crisi religiosa non nasce dal sapere che il parroco va a letto con la perpetua. I miei dubbi sono di natura razionale. Non sono assolutamente d’accordo con l’opinione di Dostoevskij che se Dio non esistesse tutto sarebbe ammesso. E’ un pensiero ripugnante. Esiste un’etica laica, che è nata attraverso lunghi secoli e grandi sofferenze e che naturalmente deve molto al decalogo. La fede non dovrebbe essere concepita in modo dogmatico. Nessuno può dirsi completamente non credente».
Nel 1945 comincia a scrivere per l’inserto del quotidiano «Walka» e a frequentare i circoli letterari di Cracovia ed è in questo ambiente che inizia a comporre poesie con continuità. Debutta su un quotidiano cracoviense con la poesia Szukam slowa (Cerco la parola).
Nel 1948 abbandona la casa dell’infanzia, sposa Adam Wlodek, scrittore e fervente comunista, e si trasferisce con lui in una soffitta presso l’ostello dei letterati, un luogo dove passavano i più importanti scrittori del periodo. La sera con altri ospiti dell’ostello si improvvisano agoni poetici, giochi di parole che talvolta venivano pubblicati: i limeryck.
Nel 1951 si iscrive al partito comunista. Szymborska esordisce ufficialmente come poetessa nel 1952, con il suo primo volume di versi Dlatego zyjemy” (Per questo viviamo). È un debutto sotto il segno del realismo socialista e grazie a questo libro viene ammessa all’Unione degli scrittori.
La cautela oggi la contraddistingue, soprattutto per aver creduto al comunismo, per averne scritto, ed in un secondo tempo essersene allontanata, al punto che oggi tiene a mantenere il distacco da ogni schieramento, sia culturale che politico.
Nel 1954 divorzia dal marito con il quale rimarrà comunque in buoni rapporti fino alla sua morte. Sulla rivista «Vita letteraria», nella quale dal 1953 dirige il settore della poesia, debuttano quelli che diventeranno i migliori poeti polacchi della generazione del disgelo (Herbert, Bialoszewski, Harasymonwicz, Poswiatoska). Nella rivista appaiono suoi articoli sul primo maggio, sul nuovo anno, e una celebre recensione sulla mostra delle arti plastiche nella quale proponeva l’idea di far circolare negli appartamenti privati le opere d’arte, per incoraggiarne una fruizione individuale e condivisa anche presso la gente comune. Nel 1954 riceve il premio Città di Cracovia. Inizia un periodo di viaggi all’estero.
«Mi sono resa conto di quanto la mia vita sia priva di elementi drammatici. Come se avessi vissuto la vita di una farfalla, come se la vita mi avesse semplicemente accarezzato la testa. Questo è il mio ritratto. Ma sono veramente io? Effettivamente nella vita sono stata fortunata, anche se non sono mancati morti e numerose disillusioni. Ma dei fatti personali non voglio parlare. Allo stesso modo non amo che lo facciano altri. Dopo la mia morte sarà tutta un’altra cosa». Nel 1957 grazie ad una borsa di studio del Ministero della Cultura, Szymborska va a Parigi e si reca nella redazione della rivista letteraria dell’emigrazione polacca «Kultura». Aveva appena pubblicato la sua terza raccolta di poesie Wolanie do Yeti(Appello allo Yeti) che aprivano una nuova stagione della letteratura polacca all’insegna del disgelo e che a tutt’oggi viene da lei considerata il suo vero debutto letterario.
Nel 1960 la rivista «Vita Letteraria» inaugura una nuova rubrica Posta Letteraria nella quale Szymborska commenta i manoscritti di aspiranti scrittori e risponde ai quesiti più bizzarri. È un ruolo poco confacente alla sua natura discreta, ma di fatto deve scegliere quale poesie pubblicare e quali no. Negli anni Settanta abbandona questo compito dichiarando che dopo molti anni le capitava di sognarsi poeti che si presentavano con valigie piene di sonetti.
Dai primi anni Sessanta inizia un’intensa attività di traduttrice dal francese. Nel frattempo insegna, pubblica alcuni libri tradotti dal ceco e dallo slovacco, abbandona l’ostello di via Krupnicza e si trasferisce in un piccolo appartamento, da lei definito “il cassetto”: è così piccolo che i mobili vengono fatti su misura. Ma per la prima volta dispone di un appartamento tutto suo con bagno privato e riscaldamento centralizzato.
In questi anni le sue poesie mostrano sempre maggior freddezza nei confronti della realtà politica del suo Paese, e un’ottica diversa: «Ho sempre guardato a tutta la sfera terrestre con la sensazione che ancora in altre parti del mondo si svolgono fatti terribili. Ma dopo una crisi profonda negli anni ’50 ho capito che la politica non è il mio elemento. Ho conosciuto gente molto intelligente per la quale tutta la vita intellettuale consisteva nel mediare su quello che aveva detto Gomulka ieri e oggi Gierek. Un’intera vita chiusa in un orizzonte così terribilmente ristretto. Così mi sono sforzata a scrivere versi che potessero superare questo orizzonte. Non mancano in essi le esperienze polacche. Se ad esempio fossi una poetessa olandese, la maggior parte dei miei versi non sarebbero stati scritti. Ma alcuni sarebbero stati scritti ugualmente, indipendentemente dal luogo dove sarei vissuta. Questa è una cosa importante secondo me». Nel 1966, come segno di solidarietà in occasione dell’espulsione del filosofo Leszek Kolakowski, restituisce la tessera al partito comunista. È un passo decisivo che mette a rischio il suo posto di lavoro. Le viene affidata una piccola rubrica di recensioni dal titolo Letture facoltative. Szymborska commenta così quel periodo: «È andata a finire bene. Ora non dovevo passare ore e ore in ufficio, non dovevo leggere chili di testi quasi tutti scadenti. Ora potevo scrivere quello che volevo».
In questo decennio la poetessa partecipa a molti incontri con i giovani nelle scuole, spesso in paesini di provincia. Non ama però le letture pubbliche o gli incontri con l’autore, è sempre alla ricerca della semplicità e della spontaneità: ha difficoltà a rispondere alle domande sulla sua poesia, non ama le dichiarazioni poetiche, né leggere i suoi versi prima della pubblicazione; non ha mai scritto saggi di critica letteraria né giudizi sui poeti, nemmeno amici, contemporanei.
«Ho sempre amato tanto la prosa. Sembra strano lo so, ma è così. Ho sempre letto più prosa e quando ho iniziato a voler scrivere, quando pensavo che avrei scritto, all’età di dodici, tredici anni, era per me inconcepibile la scrittura poetica. Dio ci scampi dalle poesie! – dicevo, scriverò enormi romanzi, in più volumi, grassi, voluminosi, intere biblioteche di romanzi!»
Negli anni Ottanta non si iscrive a Solidarnosc: «perché non ho sentimenti collettivi. Non mi vedo in alcun raggruppamento. Forse a causa della lezione che avevo ricevuto, non potevo più appartenere ad alcun gruppo. Posso solo simpatizzare. L’appartenenza per uno scrittore è solo un problema. Lo scrittore deve avere delle sue convinzioni e vivere in modo coerente».
Quando nel 1983 viene sciolta l’Unione dei letterati polacchi, gli scrittori continuano ad incontrarsi in clandestinità in circoli organizzati dalla Szymborska e dal filosofo Filipowicz, divenuto suo compagno. Nel 1988 viene ammessa nell’organizzazione internazionale degli scrittori PEN-Club prendendo parte all’incontro mondiale svoltosi a Varsavia. Nel 1991 viene assegnato alla poetessa il premio Goethe grazie soprattutto all’opera divulgativa del suo amico e traduttore tedesco Karl Dedecius. Alcune sue poesie vengono inserite nei manuali scolastici tedeschi. Riceverà anche la laurea honoris causadell’Università di Poznan e il premio Herder. Occasionalmente interviene nel dibattito pubblico, firmando una petizione nel 1992 in difesa dei servizi pubblici e contro il progetto di legge che prevedeva la penalizzazione dell’aborto, provocando grande disapprovazione nell’opinione pubblica cattolica; firma una lettera contro la soppressione da parte del Ministero della Cultura del gruppo letterario Adam Mickiewicz; firma un appello per la Cecenia; firma un’altra petizione per bloccare il tasso dell’IVA a zero: «Quando lo scopo è degno, puro, umanitario, con piacere. Peggio se si intuisce che l’obiettivo è propagandistico-politico. Allora lo evito».
I riconoscimenti alla poetessa nel corso degli anni si moltiplicano fino al Nobel nel 1996.
Dopo il Nobel viaggia ancora meno, si reca con Milosz a Francoforte per la Fiera internazionale del libro. Per molti anni pubblica con l’editore e poeta Kriniczi, per la casa editrice W.a5, sarà lui a raccogliere il grande successo del Nobel.
Le sue poesie erano già tradotte a partire dagli anni Cinquanta, e prima del Nobel era pubblicata in 36 lingue. In Italia era presente dal 1961. Alcune sue poesie vengono musicate in Svezia, in Polonia, in Italia.
Nelle motivazioni della scelta degli accademici svedesi si afferma che Szymborska «è autrice di una poesia che, con una precisione ironica, permette al contesto storico e biologico di manifestarsi in frammenti di verità umana. Si rivolge al lettore combinando in modo sorprendente lo spirito, la ricchezza inventiva e l’empatia, ciò che fa pensare talvolta al secolo dei Lumi, talvolta al Barocco».
Dopo un lungo silenzio, nel 2002 esce un volume di nuove poesie, Momento, a questo segue nel 2003 un insolito volumetto di Limeryk, Moskalisk, Lepiej Odwodki, Altruitk, una serie di composizioni in rima e sfottò sulle consuetudini polacche, generi alimentari, alcolici, argomenti sui quali fin da giovane la poetessa si diverte a scrivere. Il volume è il concentrato del kitsch, con grandi spazi illustrativi consistenti in collage creati dalla poetessa. L’ultima pubblicazione di poesie è del 2006 con il titolo Due punti.
«Il poeta odierno è scettico e diffidente anche – e soprattutto – nei confronti di se stesso. Malvolentieri dichiara in pubblico di essere poeta – quasi se ne vergognasse un po’. Ma nella nostra epoca chiassosa è molto più facile ammettere i propri difetti, se si presentano bene, e molto difficile le proprie qualità, perché sono più nascoste, e noi stessi non ne siamo convinti fino in fondo…»

Dall’Enciclopedia delle donne

Inumano

Kendell Geers, nato in una famiglia afrikaans bianca della classe operaia durante il periodo dell’apartheid, ha seguito fin da ragazzo il movimento anti-apartheid.

Nella mostra INHUMAN declina, attraverso diversi media – neon, opere ad acrilico, sculture inedite o reinventate  il suo impegno di artista militante vuole denunciare ogni abuso di potere e ritrovare una nuova spiritualità.

Nel percorso, Geers interviene con installazioni che concentrano nel messaggio soprattutto il simbolo religioso cristiano.

A Tropea il Concorso Fiorito del Covid

Si pensava di registrare un’inevitabile battuta d’arresto e invece, nonostante le tantissime difficoltà determinate dalla pandemia, la tredicesima edizione del “Concorso Finestre Balconi Vicoli Fioriti Anna Maria Piccioni Città di Tropea” si è felicemente conclusa. Il palcoscenico della premiazione dei sei finalisti è stato splendidamente all’altezza delle aspettative suscitate da un’edizione definita, fin dalle prime battute, eccezionale.

Il Museo Diocesano, gioiello cittadino, che da pochi giorni ha riaperto i battenti, si é presentato ancora più fascinoso del solito col suo salone riservato ai soli, pochissimi, privilegiati ospiti, lasciandosi ammirare con le sue tele maestose e le sue atmosfere cariche di storia. Solo 40 fruitori scelti tra i concorrenti, i giurati e le autorità. Tanta l’emozione segnata dalle misure sanitarie di prevenzione del COVID ma le mascherine, il disinfettante, il distanziamento e le nuove regole relazionali, pur lanciando messaggi inquietanti, non hanno impedito di gustare la gioia di un traguardo raggiunto.

Solitamente il bando del concorso viene diffuso il primo giorno di primavera ma il 21 di Marzo scorso si era chiusi in casa e la tensione non mancava, gradualmente, però, si incominciavano a delineare situazioni di speranza e il messaggio del Sindaco, giunto alle Coordinatrici del Concorso, Beatrice Lento e Mariantonietta Pugliese, ha dato il via, senza esitazioni, alla macchina organizzativa. “Realizzare quest’edizione speciale, nel corso della pandemia” aveva osservato Giovanni Macrì “è un bene per tutti, oseremmo dire un dovere civico. La cura della nostra Tropea la dobbiamo a noi stessi, a prescindere da ogni avversità, e l’evento è un segno di vitalità e speranza.” Un impegno importante, quindi, per dare spazio alla fiducia e all’ottimismo.

Si è avviata, così, quest’avventura, forse un po’ tormentata, ma con la voglia decisa di ricominciare lasciando alle spalle un incubo imprevedibile e sconvolgente. È per questo che il Concorso è stato dedicato alla Vergine di Romania, Patrona di Tropea, amatissima dai Tropeani che spesso a Lei si rivolgono chiamandola teneramente “A Nighirea Nostra”. Alla Madonna bruna si è chiesta la tutela contro il flagello della pandemia e l’amato Inno alla Vergine, di Padre Luigi Errico, è stato scandito sulle foto dei dieci partecipanti alla competizione “Scatti d’Autore per Tropea in Fiore” che, dallo scorso anno, arricchisce il concorso fiorito.

A vincere la tredicesima, eccezionale edizione, che sicuramente passerà alla storia cittadina come il Concorso Fiorito del covid, in ordine di graduatoria, Loredana Rivoltella, Damiano Vita e Angela Naccari, per la sezione Privati, mentre per quella riservata alle attività commerciali, alberghiere e ristorative, La Lamia, L’angolo del gusto e il Convivio.

Il Sindaco Macrì, nel suo intervento, ha ricordato i momenti difficili vissuti, con piena consapevolezza delle sfide che ancora ci attendono, e ci ha tenuto a ringraziare Salvatore Accorinti, componente della Pro Loco, che, in piena pandemia, a volte anche sfidando le rigorose regole sanitarie, si è preso amorevolmente cura del verde cittadino facendolo prosperare, ha anche fatto cenno allo scherzoso nomignolo di “Sindaco Giardiniere”, da alcuni, invece, attribuitogli con taglio denigratorio, evidenziando come l’impegno di servizio, portato avanti assieme al Corpo dei Volontari del Principato di Tropea, abbia il valore di un appello collettivo alla cura e all’amore per la Città e come nulla sia più incisivo dell’esempio.

La cerimonia di premiazione si è svolta in orario serale e ad arricchirla vari momenti di grande suggestione tra cui il video di Saverio Caracciolo, Emozioni Fiorite, che, sulle note della musica del grande Ennio Morricone, ha presentato gli allestimenti floreali e gli scatti d’autore in gara. Particolare molto emozionante del filmato la foto dell’artista umbra Anna Maria Piccioni, Musa ispiratrice del Concorso, nel cui ricordo l’evento si realizza.

Ad essere premiato, nell’ambito di Scatti d’autore per Tropea in Fiore, anche Mario Greco, il Maestro della fotografia di Carlopoli, nella Presila Catanzarese, noto come “il fotografo on the road” ed anche come “il fotografo che riScatta la Calabria”. Il suo magnifico “Ritorno di rondini” sulla magica Isola, emblema di Tropea, è stato riprodotto sulle locandine della manifestazione affisse in tutta la Città. Greco, pur essendo avvezzo ai riconoscimenti, non ha nascosto la sua commozione ad essere premiato dalla Città di Tropea che considera come l’emblema e l’ambasciatrice di tutta la Regione.

A rafforzare l’esclusività della cerimonia “I Tres Tenores” di Vibo Marina, trio composto da Lucia Quattrocchi, Caterina Timpano e Gabriele Cannizzaro che, accompagnandosi con la chitarra e il tamburello, hanno offerto l’apprezzatissimo concerto “Balconi…e dintorni”.

Presenti alla manifestazione tutti i partner della gara, oltre al Comune, la Pro Loco, l’Istituto Superiore, la Consulta, AssCom, As.Al.T, OspitiAmo Tropea ed sos KORAI. A condurre Beatrice Lento e Mariantonietta Pugliese, presidenti di sos KORAI e di AssComm, che, oltre a ricordare la storia del Concorso, hanno reso omaggio ad Anna Maria Piccioni assieme ad altre due personalità legatissime all’iniziativa, purtroppo scomparse, Peppe Chiapparo, giurato della prima ora ed Edoardo Barone, primo vincitore del torneo floreale.

L’importanza del Concorso è notevole perché ad essere in gioco non è solo la dimensione estetica, legata alla bellezza dei fiori e del verde, ma l’impegno ecologista, il senso civico, il rispetto delle regole, la cultura della legalità, il senso d’appartenenza, lo spirito di servizio e l’amore per la propria terra. Valori tutti presenti nell’Agenda di Governo dell’Amministrazione Comunale guidata dal Sindaco Macrì. A conferma la recente conquista della prestigiosa Bandiera Blu, che gratifica le Amministrazioni virtuose impegnate nella tutela del mare e dell’ambiente, e la candidatura a Capitale Italiana della Cultura 2022, iniziativa del MIBACT, che pone la cultura al servizio dello sviluppo sostenibile.

Il Concorso Fiorito di Tropea è tutto questo ed il successo che l’accompagna ormai da tredici anni dimostra che la posta in gioco è alta ed è riconosciuta come strategica dalla comunità tropeana. L’augurio con cui l’evento di sabato scorso si è concluso é quello di una sensibilità ecologista capace di coinvolgere tutti i Tropeani, e quelli che, comunque, vivono o visitano la Città, per fare della Perla del Tirreno un’oasi non solo di bellezza ma anche di civiltà.

Tropea 20 Luglio 2020

Le Coordinatrici del Concorso

Beatrice Lento e Mariantonietta Pugliese

Lettera di una madre araba al figlio

Di MARAM AL-MASRI

 

Poiché la libertà
è un’esplosione delle corde
di un cuore
che non ne può più.
È il canto delle sirene
rivolto ai marinai coraggiosi.

Poiché la libertà
è la più belle tra le belle
dea della saggezza
amante dei forti.
Con passione amala.

Poiché è il paradiso del fuoco
che inizia con una scintilla
come la poesia con una parola
come l’amore con un bacio
è la più cara tra le care.
Trasformati in lei.

Che tu sia, figlio mio, la goccia d’acqua
che legandosi ad altre gocce
formerà l’onda
che laverà la costa del mondo
e smusserà la roccia tagliente.

Che tu sia, figlio mio, il soffio che si unirà all’aria
affinché la tempesta strappi via
le radici dell’ingiustizia.
Che tu sia scintilla
di luce.
Che il sole della libertà illumini il tuo Paese.

La tua vita mi è cara,
come quella dei figli di tutte le madri.
Io ti consacro, figlio mio,
alla libertà.

 Se guardate attentamente vedrete che quasi tutto ciò che conta davvero per noi, tutto ciò che rappresenta il nostro impegno più profondo nel modo in cui la vuta umana deve essere vissuta  e curata, dipende da una qualche forma di volontariato.”
Margaret Mead

Emozioni Blu con Francesca Mirabelli

Un’atmosfera da grandi occasioni, un parterre esclusivo, relatori  eccellenti e uno sfondo mozzafiato: questi gli ingredienti di un evento di grande spessore coniugato col tratto Blu di una Calabria che ha deciso di ripartire dal suo mare. Un’immensità cristallina, ricca di tradizioni, consuetudini e vicende su cui si potrebbero spendere fiumi d’inchiostro senza mai riuscire a scrivere la parola fine.
 A colorare d’azzurro la platea, raccolta nell’Anfiteatro del porto della Perla del Tirreno, tutti i Sindaci, o loro delegati, delle 14  Bandiere Blu 2020 della Calabria, orgoglio di una Regione che vuole ripartire nel segno della gestione sostenibile del territorio attraverso un’amministrazione virtuosa che ha a cuore la  tutela ambientale a partire dalla grande risorsa marina. Occasione dell’eccezionale incontro la presentazione ufficiale di un’associazione votata a questa finalità che si lega al nome di un uomo che per tutta la vita ha servito lo Stato: il compianto Procuratore della Repubblica Bruno Giordano. 
Anima della nuova realtà associativa, dal nome estremamente evocativo, “ Mare Pulito ‘Bruno Giordano’ “, Francesca Mirabelli, vedova del magistrato, che, fondandola, ha voluto rendere omaggio ad un uomo che ha vissuto intensamente la pur breve esistenza spendendosi nel contrasto alla ‘ndrangheta e ad ogni forma di profanazione della legge, con un amore viscerale per l’ambiente e in particolare per il mare.
 L’evento, di elevatissima caratura, avrebbe meritato un pubblico numerosissimo e Tropea non avrebbe deluso l’aspettativa se tutto si fosse potuto svolgere nella normalità pre covid. Le nuove esigenze, dettate dalla logica della prevenzione, effettivamente, hanno imposto un freno ma il limite alla partecipazione non ha alterato lo spirito della serata che ha registrato il massimo successo. 
A succedersi nei messaggi, idealmente rivolti a tutta la Calabria, che riconosce a Tropea il valore di simbolo e di portavoce della Regione, le massime autorità locali dello Stato: il Procuratore della Repubblica Camillo Falvo, il Prefetto Francesco Zito e il Sindaco  Giovanni Macrì a cui si sono affiancati alcuni vertici del settore ambientale e produttivo, dal Presidente dell’Union Camere Calabria Klaus Algieri, al Direttore Generale Arpacal Domenico Pappaterra, ovviamente, a presiedere l’incontro la fondatrice dell’Associazione, Francesca Mirabelli Giordano, e la Presidente Marina Petrò. Assente, per sopraggiunte esigenze, ma idealmente vicina, la Presidente Jole Santelli.
Tutti gli interventi sono stati corposi, nonostante la regola della sintesi dichiarata in apertura, perché, evidentemente, le tematiche affrontate esprimevano la grande passione e il forte investimento riversato da ogni intervenuto nel settore della cura ecologista. Difficile riassumere l’infinitá di messaggi e di provocazioni lanciati, tutti nel segno di un bisogno fortemente avvertito e condiviso: ricominciare a vivere rimuovendo le incrostazioni di un tempo, vicino dal punto di vista reale ma distante anni luce dalla nuova dimensione vitale tracciata dal corona virus, che, nel disastro seminato e non ancora completamente consumato, ha, comunque, insegnato tanto: il valore della vita umana, che é intimamente legato all’equilibrio ecosistemico, l’importanza della serietà d’impegno, della reciprocità, dell’onestà, del servizio, del senso di appartenenza ad un’armonia che travalica i confini personali e personalistici per abbracciare l’intero pianeta.
Profondi e sentiti gli appelli lanciati dai relatori: dal Sindaco Macrì, che ha ribadito l’esigenza di lasciare un segno positivo del proprio essere nel mondo, al Procuratore Falvo, che ha rimarcato la scorrettezza sacrilega di chi contamina l’ambiente, al Prefetto Zito, che ha indicato nella Famiglia e nella Scuola le agenzie formative che possono fare la differenza, al Presidente dell’Union Camere Algieri, che ha colto nella bellezza impareggiabile della nostra terra il punto da cui ripartire, al Direttore Generale Arpacal Pappaterra, che ha individuato nella capacità di porsi mete ambiziose la strada da seguire per una ripresa efficace.
 
Emozionanti tutte le comunicazioni  offerte e particolarmente quella di Francesca Mirabelli, donna straordinaria che, pur forte e determinata, non é riuscita a celare l’emozione travolgente suscitata dal ricordo del coniuge alla cui memoria ha dedicato il suo impegno sociale. La Presidente dell’Associazione Petrò ha presentato l’edizione 2020 del Premio facendo anche ammirare la Targa ideata dall’orafo Santino Naccarato. Non sono mancati i riferimenti all’impegno assunto da Tropea di candidarsi a Capitale Italiana Della Cultura 2022, da parte di tutti l’ammirazione per una scelta audace e coraggiosa e la riconferma del sostegno convinto alla candidatura. “Sappiamo che la decisione é ambiziosa” ha affermato il Sindaco Macrì “ma siamo anche consapevoli che, grazie alla vicinanza di tutta la Calabria, terra dall’immenso patrimonio culturale, il nostro non è un gesto azzardato, quando c’é la passione e la voglia di sporcarsi le mani per il bene di tutti nulla é impossibile”.
Nonostante le distanze di sicurezza e le mascherine protettive la serata trascorsa ai piedi della maestosa Rupe di Tropea ha avuto il fascino di un’occasione eccezionale in cui una parte della Calabria vera, quella operosa e fiera, ha fatto cerchio, reale e metaforico, attorno a un’idea vincente: la tutela dell’ambiente, prioritá ineludibile. 
L’intrattenimento, curato dall’Associaione Culturale LaboArt, presieduta da Maria Grazia Teramo, ha reso ancora più intensa la serata, grazie alle suggestive interpretazioni di Noemi Di Costa e Katia Pugliese, e in tutti é rimasta una sensazione di appagamento e nel contempo di mancanza: la gratificazione di trovarsi in uno dei posti più belli del mondo e la voglia di moltiplicare ancor di più il proprio contributo alla crescita condivisa.
 Tornano alla mente le parole del Sindaco di Tropea che ha avuto l’onore di tenere a battesimo l’Associazione legata al nome di Bruno Giordano:” Ho fatto mio il motto di Abraham Lincoln ‘Mi piace vedere un uomo orgoglioso del posto in cui vive. Mi piace vedere un uomo che vive in modo tale che il suo posto sará orgoglioso di lui’”.

Missione impossibile: a perdere è la donna?

Sono la cronaca di una sconfitta che racconta discriminazione di genere e un futuro di culle ancora più vuote, i numeri dell’Ispettorato nazionale del lavoro. Ci dicono, nella relazione relativa al 2019, che lo scorso anno più di 37 mila lavoratrici madri hanno abbandonato il proprio impiego. Si sono dimesse volontariamente. Ma il dato che testimonia il vero “gender gap” è il raffronto con le scelte dei padri. Su circa 51 mila dimissioni volontarie, il 73 per cento è stato firmato da donne e il 27 per cento da uomini. E perché tante lavoratrici madri, il 60 per cento dopo la nascita o in attesa del primo figlio, abbandonano la propria occupazione, magari a lungo cercata e la propria autonomia economia? Perché non riescono a conciliare il lavoro e la vita familiare, in particolare la cura dei figli.
Semplice, disarmante e grave. Come se rispetto a trenta o cinquant’anni fa nulla fosse cambiato. «È un problema drammatico che affrontiamo da decenni. L’Istat certifica che in generale il 20 per cento delle donne è costretto a lasciare il lavoro dopo la nascita dei figli», precisa la statistica Linda Laura Sabbadini. «Se non si investe in modo massiccio in servizi per la prima infanzia, servizi di cura, congedi parentali e di paternità che aumentino la condivisione tra genitori, nella battaglia contro la discriminazione e gli stereotipi, non ne usciremo mai. Nel piano Colao lo abbiamo messo come una priorità fondamentale. Ma le parole non bastano più, investiamoci veramente».
Una conciliazione impossibile “tra lavoro e cura della prole”, si legge nel rapporto, che l’Ispettorato nazionale del lavoro, sulla base delle testimonianze delle lavoratrici, sintetizza in tre fattori. L’assenza di parenti “di supporto”, ossia nonni che possano dare una mano, nel 27 per cento dei casi. Costi troppo alti di “assistenza al neonato”, cioè asili nido e baby sitter nel 7 per cento dei casi. Ma anche il “mancato accoglimento al nido” del proprio bambino, perché le strutture sono piene, gli asili assenti ma anche, spesso, criteri di accesso troppo rigidi. Dati identici a quelli dell’ano precedente, dunque nulla è migliorato nel nostro Paese.
E la fascia d’età in cui le donne abbandonano (29-44 anni), ossia nel pieno dell’impegno professionale, spiega perché in Italia la parità di salari e di carriere sia ancora così lontana. Ma anche il naufragio psicologico di molte che si ritrovano a dover dipendere economicamente dai loro compagni. Dunque, se il prezzo di un figlio, per una donna, oggi, è quello di dover rinunciare alla propria autonomia, il futuro demografico appare ancora più drammatico dell’attuale crescita zero.
Amaro il commento della ministra della Famiglia, Elena Bonetti. «È una situazione di assoluta gravità. Il dato attuale sul lavoro femminile sottolinea un’urgenza indifferibile: un cambio di rotta deciso verso l’armonizzazione dei tempi di vita familiare e del lavoro. Serve una vera promozione dell’occupazione delle donne e un investimento economico stabile per le famiglie». Del resto oggi la demografia è figlia dell’occupazione. È stata la grande rivoluzione del secolo scorso: mentre il Sud smetteva di fare figli, i bambini nascevano (e continuano a nascere,) nelle regioni del centro nord dove il lavoro femminile ha percentuali molto più alte. Aggiunge Elena Bonetti: «Per questo è stato cruciale dotarsi di un Family Act. Un piano che agisce sia con incentivi per il lavoro femminile, ma anche perché il lavoro possa valorizzare l’esperienza della maternità ».
Intanto però la fotografia dell’Inl (Ispettorato nazionale del lavoro) è drammatica. (E sappiamo che nonostante tutti i controlli il fenomeno delle dimissioni in bianco è purtroppo ben radicato). Ancora oggi le donne in Italia vengono messe di fronte alla scelta di fare un figlio o poter lavorare. Dati sui quali, infatti, la Cgil ha chiesto un incontro urgente al governo, mentre la ministra del lavoro Catalfo annuncia una «azione di contrasto al part-time involontario e una legge sulla parità di genere nelle retribuzioni». Alla quale si deve aggiungere, però, sottolinea l’economista Daniela Del Boca, «un impegno da parte delle aziende a non emarginare le donne quando tornano dalla maternità, come spesso, invece, accade».
Ma il tempo stringe avverte Del Boca. Perché i mesi del lockdown e dello smart working, hanno ulteriormente peggiorato la vita delle donne. «Mostrando drammaticamente quanto sia poco paritaria la condivisione della vita domestica. Le madri, lo sappiamo, hanno dovuto triplicare il loro impegno, tra professione, cura della casa e supporto dei figli nella didattica a distanza. Quanto accaduto in questi mesi peserà davvero sulle scelte future. E purtroppo, nonostante i tanti mesi di convivenza totale, non ci sarà nessun nuovo baby boom».

La Repubblica

Donatella Bianchi Presidente di Wwf Italia

” L’organizzazione familiare non dovrá più pesare solo sulle nostre spalle. Dovremo responsabilizzare gli uomini anche nella condivisione di mansioni pratiche.

Oggi le conquiste del movimento femminista sono a rischio. Vorrei che il valore delle donne fosse finalmente riconosciuto: possiamo dare un contributo straordinario all’intera società. ”

Da sempre appassionata di tematiche ambientali, Dontatella Bianchi ha iniziato il suo percorso da giornalista nella redazione di La Spezia, la sua città natale, del “Secolo XIX”. Entrata in Rai, dal 1989 al 1992 ha firmato e condotto per il programma “Sereno Variabile” la rubrica “Viaggi d’Autore” che la vede realizzare reportage esclusivi in tutto il mondo. Quando nel 1993 Rai1 decide di avviare una nuova trasmissione dedicata al mare, “Lineablu” appunto, si decide di affidare a lei la conduzione: il mare, per nascita e vocazione ereditata dalla famiglia di velisti, è da sempre l’elemento naturale di riferimento di Donatella che diventa così il volto simbolo del programma in onda il sabato pomeriggio sulla prima Rete.