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Omaggio alle donne attraverso foto

La mostra fotografica di Emanuela Caso, è un omaggio alle donne, ai loro diritti mai ampiamente conquistati, alle speranze, alle sofferenze e alle intime gioie che trapelano dai loro sguardi.

Un reportage condotto attraverso diversi Paesi del mondo per raccontare l’universo femminile da Occidente a Oriente: paesi disagiati, dimenticati, senza tempo e pieni di storia, infinitamente poveri e dove la miseria è visibile non solo agli occhi ma la si respira in ogni angolo di strada; ma anche regioni ricche dove è ancora più netto il contrasto tra l’opulenza ostentata di pochi e i mille rivoli dei quartieri ghettizzati.

Emanuela Caso coglie nei suoi scatti lo sguardo delle donne: occhi grandi pieni di dignità nonostante l’indigenza.

L’esposizione “Women” sarà ospitata alla Casa della Memoria e della Storia a Roma dal 20 giugno al 4 settembre 2019.

Isabella Goodwin

É Lei la prima detective della storia!

Nella NewYork di inizio ‘900 contribuì alla soluzione di 500casi e contemporaneamente allevò 4 figli, ma solo nel 1912 le si riconobbe ufficialmente il ruolo di investigatore privato.

Sposò in seconde nozze un attore e cantante più giovane di lei di 32 anni

“GLI INIZI COME GUARDIA CARCERARIA

Isabella Loghry nacque nel 1865 nel Greenwich Village, che all’epoca non era certo il quartiere alla moda che è oggi. Figlia del proprietario di una locanda in Canal Street, da bambina sognava di diventare una cantante d’opera. La sua vita si rivelò decisamente più ordinaria: a 19 anni era già sposata con l’agente di polizia John W. Goodwin, che la lasciò vedova a soli 30 anni, con quattro figli da mantenere (altri due erano morti poco dopo la nascita). Isabelle a quel punto si rimboccò le maniche, superò un esame e fu assunta come guardia carceraria, con il compito specifico di sorvegliare donne e bambini detenuti nelle prigioni della città. I guadagni erano miseri, appena mille dollari l’anno, il riposo una chimera, visto che poteva rimanere a casa appena un giorno al mese.

IL LAVORO SOTTO COPERTURA

Isabella Goodwin tenne duro per diversi anni. Poi nel 1912 la grande occasione: a New York ci fu una grande rapina in banca, che ebbe risonanza nazionale non solo a causa del bottino da 25 mila dollari, ma anche perché la polizia brancolava nel buio senza riuscire a trovare gli autori. A un certo punto, a Isabelle fu chiesto di lavorare sotto di copertura come donna delle pulizie in un albergo piuttosto squallido, ma frequentato dal gangster Eddie Kinsman, che lo utilizzava per incontrare la sua amante Swede Annie.

LA PROMOZIONE A DETECTIVE

Kinsman era tra i principali sospettati per la rapina e la polizia, grazie alle informazioni ottenute da Isabelle Goodwin mentre lavorava nella pensione, riuscì ad avere abbastanza prove per arrestarlo. La ‘finta’ donna delle pulizie smise di essere una guardia carceraria a fu promossa detective, con il grado di tenente. Diventò una celebrità: «Ci sono tanti uomini detective alti 1,80 m e con una pistola nella fondina, che per 3.300 dollari all’anno fanno un lavoro molto meno prezioso di quello della signora Goodwin, una donna piccola e rapida, con un cervello veloce come il suo corpo», scrisse il New York Herald nel 1921: discriminata per il suo genere, Isabella a quella cifra non arrivò mai. Si consolò sposandosi con un uomo più giovane di lei di ben 30 anni, senza prendere questa volta il suo cognome, scelta inusuale per l’epoca.

IL RESTO DELLA CARRIERA

Nel corso degli anni continuò a lavorare sotto copertura, specializzandosi nello smascheramento di indovini e imbroglioni di ogni genere. Contribuì alla nascita del Women’s Bureau, che gestiva casi legati a prostitute, mendicanti, scappate di casa e vittime di violenza domestica, mentre nel 1924 fu tra le protagoniste di un’importante indagine su pratiche mediche fraudolente. Si ritirò in quello stesso anno. Isabella Goodwin, ormai diventata un simbolo del New York City Police Department e dell’emancipazione femminile, morì il 26 ottobre 1943.”

Da Lettera Donna

Codice Rosso

Il giudice deve ascoltare la vittima entro 72 ore dalla denuncia, c’è poi la reclusione da 3 a 7 anni per i maltrattamenti contro familiari o conviventi e la pena può essere aumentata del 59% nei casi più gravi.

Per la violenza sessuale c’è il carcere da 6 a 12 anni.

Quando le vittime sono minori la pena massima é di 24 anni .

Gli stalker rischiano fino a 6 anni e 6 mesi, chi sfregia il volto con l’acido da 8 a 14 anni o l’ergastolo nel caso che la vittima muoia.

Chi impone nozze forzate riceve fino a 6 anni, la condanna é da 1 a 6 anni per le porno vendette online.

Endometriosi: a che etá?

” Un dato ormai superato, che però purtroppo persiste ancora, riguarda l’età d’ insorgenza della malattia: la si ritiene ancora legata principalmente all’ età adulta, quando in realtà l’adolescenza é già un’età critica.

Ben il 21% delle donne intervistate in questo studio ha presentato sintomi prima dei 15 anni ed il 38% prima dei 20 anni.”

Da “io che porto la giubba…” A cura di Eva Gerace e Rosario Idotta

Quelle come me

Quelle come me regalano sogni, anche a costo di rimanerne prive.
Quelle come me donano l’anima,
perché un’anima da sola è come una goccia d’acqua nel deserto.
Quelle come me tendono la mano ed aiutano a rialzarsi,
pur correndo il rischio di cadere a loro volta.
Quelle come me guardano avanti,
anche se il cuore rimane sempre qualche passo indietro.
Quelle come me cercano un senso all’esistere e, quando lo trovano,
tentano d’insegnarlo a chi sta solo sopravvivendo.
Quelle come me quando amano, amano per sempre.
e quando smettono d’amare è solo perché
piccoli frammenti di essere giacciono inermi nelle mani della vita.
Quelle come me inseguono un sogno
quello di essere amate per ciò che sono
e non per ciò che si vorrebbe fossero.
Quelle come me girano il mondo alla ricerca di quei valori che, ormai,
sono caduti nel dimenticatoio dell’anima.
Quelle come me vorrebbero cambiare,
ma il farlo comporterebbe nascere di nuovo.
Quelle come me urlano in silenzio,
perché la loro voce non si confonda con le lacrime.
Quelle come me sono quelle cui tu riesci sempre a spezzare il cuore,
perché sai che ti lasceranno andare, senza chiederti nulla.
Quelle come me amano troppo, pur sapendo che, in cambio,
non riceveranno altro che briciole.
Quelle come me si cibano di quel poco e su di esso,
purtroppo, fondano la loro esistenza.
Quelle come me passano inosservate,
ma sono le uniche che ti ameranno davvero.
Quelle come me sono quelle che, nell’autunno della tua vita,
rimpiangerai per tutto ciò che avrebbero potuto darti
e che tu non hai voluto…

Alda Merini

I pregiudizi sull’ Endometriosi

I pregiudizi e i tabù che aleggiano nell’aria non aiutano di certo. Pensiamo all’ innominabilità della parola “mestruazione”. Ancor oggi molte donne dicono ” ho le mie cose!” invece di dire “ho le mestruazioni”.

(…) il 58% delle donne intervistate riteneva che i propri sintomi fossero normali.

Ma forti dolori mestruali non sono normali.

(…) Ancora troppe volte si sentono frasi del tipo:” Il dolore mestruale fa parte dell’essere donna! Bisogna sopportare! Tutte hanno gli stessi problemi! Con la prima gravidanza vedrai che tutto si risolverà!”.

Ma questo non é vero!!!

Da “io che porto la giubba…” A cura di Eva Gerace e Rosario Idotta

Dipinto di Anna Maria Piccioni

Endometriosi…se si chiedesse a una donna

Se si chiedesse a un medico risponderebbe:” É una malattia in cui tessuto simile all’ endometrio viene a trovarsi in sedi anomale”

Se si chiedesse ad una donna racconterebbe i suoi dolori, i suoi stati d’animo, le sue paure, le sue riflessioni, sul tentativo di dare un senso a ciò che sta vivendo.

Un’ associata dell’ Associazione Italiana Endometriosi Onlus scrive nel forum AIE:” So che é una sciocchezza quello che sto per scrivere di fronte a quelli che sono i veri problemi, però ci penso e…

Tra visite, esami, consulti e ancora esami la mia “intimità” é stata massacrata.(…) Mi vergogno capite??? Continuo a spogliarmi e a rivestirmi di fronte a queste persone (medici, sì, per carità, ma pur sempre esseri umani) e ogni volta il mio amor proprio riceve uno scossone. E non c’è un’alternativa…”

Liberamente tratto da “…io che porto la giubba…” a cura di Eva Gerace e Rosario Idotta

Dipinto di Assunta Mollo

Endometriosi?…Parliamone!

“io che porto la giubba…” di Eva Gerace e Rosario Idotta vuole accendere una nuova luce sulla problematica Endometriosi che consenta di non temere le ombre e i loro inganni.

E se non fossero le ombre
ombre? Se le ombre fossero
– io le stringo, le bacio,
mi palpitano accese
tra le braccia –
corpi fini e sottili,
timorosi di carne?
E se ci fosse
al mondo un’altra luce
per potere da esse ricavare,
ormai corpi di ombra, altre
ombre più ultime, sciolte
dal colore, dalla forma, libere
dal sospetto di materia;
e non si vedessero più,
e occorresse cercarle
alla cieca, tra i cieli,
disdegnando ormai le altre,
senza ascoltare più le voci
di quei corpi mascherati
da ombre, sulla terra?

Pedro Salinas
La voce a te dovuta – LXIX

Muore Ágnes Heller

Dal Web, di Antonio Carioti

Nata nel 1929 in una famiglia ebraica del ceto medio, nel 1944 aveva perso il padre, deportato ad Auschwitz dai nazisti, ed era rimasta profondamente segnata dal trauma della persecuzione genocida. Nel dopoguerra si era indirizzata verso studi scientifici, ma poi era rimasta affascinata da una lezione del brillante pensatore marxista György Lukács e ne era divenuta allieva, dedicandosi anima e corpo alla filosofia. Si era iscritta nel 1947 al partito comunista, che si era accaparrato il monopolio del potere a Budapest con l’appoggio dei sovietici, per essere poi espulsa nel 1949 al culmine della repressione stalinista. Anche in seguito le vicende personali di Ágnes Heller avevano seguito il corso oscillante della politica magiara. Dopo la morte di Stalin, nel 1953, era riuscita a intraprendere la carriera accademica con l’appoggio di Lukács. Ma aveva poi subìto il contraccolpo della rivoluzione, che nel 1956 aveva visto il suo maestro partecipare al governo del comunista riformista Imre Nagy, abbattuto dai carri armati sovietici. Cacciata dall’università nel 1958, era stata tuttavia riabilitata e ammessa all’Accademia delle Scienze di Budapest nel 1963, in virtù dell’approccio conciliante assunto dal nuovo leader János Kádár, insediato al potere dall’Armata rossa, ma propenso a stemperare i conflitti.

Fu in questa fase che la filosofa si affermò come capofila della cosiddetta «scuola di Budapest» e prese a elaborare una visione del marxismo decisamente eretica rispetto all’ortodossia sovietica. Il momento della verità giunse nel 1968. Insieme ad altri studiosi del suo gruppo Ágnes Heller sottoscrisse un documento contro l’invasione della Cecoslovacchia, con cui il Cremlino aveva posto fine alla Primavera di Praga, ed entrò di nuovo nel mirino del regime magiaro. Al tempo stesso vide nei moti giovanili in corso all’Ovest la prefigurazione di un’ipotesi rivoluzionaria non più condannata alla stagnazione burocratica e autoritaria del «socialismo reale», ma fondata sulla trasformazione dei rapporti umani nella vita quotidiana, attraverso la valorizzazione dei bisogni qualitativi che il capitalismo alimenta, ma non può soddisfare. Ne erano derivate due conseguenze importanti. In Ungheria Ágnes Heller e altri studiosi della «scuola di Budapest» – tra cui suo marito Ferenc Fehér (morto nel 1994), Mária Márkus, Mihály Vajda, András Hegedüs, György Márkus, János Kis – furono allontanati dall’Accademia delle Scienze nel 1973 sulla base di un documento che li accusava di professare un revisionismo filoborghese e al tempo stesso un sinistrismo anarcoide, incline a negare il primato della classe operaia per abbracciare la controcultura degli hippies. Intanto in Occidente testi di Ágnes Heller come Sociologia della vita quotidiana (Editori Riuniti, 1970), La teoria dei bisogni in Marx (Feltrinelli, 1974) e i saggi inclusi nel volumetto La teoria, la prassi e i bisogni (Savelli, 1978) raccoglievano vasti consensi per il loro radicalismo utopistico, che prospettava ad esempio il superamento della famiglia nucleare monogamica in favore delle comuni e l’autogestione delle imprese come rimedio al lavoro alienato. 

L’emigrazione in Australia assieme al marito, nel 1977, aveva segnato un’altra svolta. Ágnes Heller cominciò a mettere in discussione il marxismo e abbandonò il progetto di una grande opera antropologica, in diversi volumi, volta a dimostrare la compatibilità del socialismo con la natura umana: la sua ricerca s’indirizzò piuttosto verso la dimensione morale, con volumi come Oltre la giustizia(il Mulino, 1990), Etica generale (il Mulino, 1994), Filosofia morale (il Mulino, 1997). Nel frattempo, assieme a Fehér, aveva pubblicato importanti libri di argomento politico: in Ungheria 1956 (SugarCo, 1983) i due studiosi rivendicarono l’eredità ideale dell’insurrezione di Budapest come tentativo di realizzare un socialismo diverso da quello sovietico, criticando a fondo il regime di Kádár e i suoi estimatori occidentali; con La dittatura su bisogni (SugarCo, 1984), scritto insieme a György Márkus, evidenziarono il carattere profondamente oppressivo del collettivismo burocratico vigente all’Est; nel pamphlet Apocalisse atomica (SugarCo, 1984) accusarono i pacifisti e i neutralisti occidentali, compreso Günter Grass, di essere pronti ad accettare la «vichyzzazione» dell’Europa, con la fine dell’alleanza con gli Stati Uniti e la sottomissione di fatto all’influenza del Cremlino. Di pari passo con lo spostamento dei suoi interessi filosofici si era dunque realizzato il passaggio di Ágnes Heller sul versante liberaldemocratico. 

Dopo la caduta del comunismo era tornata in Ungheria e negli ultimi anni si era opposta alla deriva «bonapartista» del primo ministro di destra Viktor Orbán. Non aveva del resto rinnegato la teoria dei bisogni e continuava a difendere i movimenti degli anni Sessanta, la cui eredità le appariva nel complesso positiva. Ma aveva anche indicato nella minaccia jihadista un nuovo nazismo da combattere senza quartiere. E non si faceva illusioni sulla diffusione della democrazia, temeva anzi per la sua tenuta in Europa. Assai significativo quanto aveva detto a Danilo Taino, in un’intervista per «la Lettura» apparsa nel maggio 2016: «Cambiano i modi in cui il potere si manifesta, ma la sostanza tende a restare uguale».

Violenza sulle donne: pene più severe

Violenza sulle donne, indagini più veloci e pene più pesanti in casi di violenza sessuale e stalking ma anche nuovi reati come quello di revenge porn, sfregi al viso e lo stop ai matrimoni forzati. Sono le principali novità previste dal disegno di legge che modifica il codice di procedura penale sulla tutela delle vittime di violenza domestica e di genere, il cosiddetto codice rosso, approvato dal Senato in via definitiva 

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