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Parisa e il calcio

Il teatro dei sogni. Per Parisa Pourtaherian è uno stadio di calcio dove si disputa una partita fra uomini. Fotografa per l’agenzia di stampa iraniana Photoaman, è diventata la prima donna a fotografare un match di football maschile in Iran. Il fatto è accaduto lo scorso luglio, ma la notizia dopo essere diventata virale in patria sta facendo adesso il giro del mondo. Per la precisione il 27 luglio, durante Nassaji Mazandaran-Zob Ahan, da una parte una delle squadre storiche del Paese, della città di Ghaemshahr, dall’altra quella di una delle destinazioni turistiche più famose, Esfahan; sfida terminata 0-1 per gli ospiti con rete di Eddie Hernandez al quindicesimo del primo tempo.
In Iran, alle donne, è vietato entrare negli stadi dove ci sono partite di calcio maschile: “Per la pallavolo, la pallacanestro e l’atletica leggera le restrizioni sono minori – ha dichiarato Parisa – e ci è permesso di entrare negli impianti, ma il football è ancora tabù”. Ricordandosi di avere visto fotografie dove i tifosi salivano sui tetti per seguire i match dello stadio Vatani, si è recata in città tre ore prima dell’inizio della sfida cercando un tetto che potesse ospitarla e provando, soprattutto, di convincere i proprietari delle case a farla entrare. Dopo tanti “No” uno le ha dato il permesso di salire e anche se il primo tempo era terminato e se un albero ostacolava in parte la visuale Parisa Pourtaherian è riuscita a fare il suo shooting, diventando la prima donna iraniana a fotografare una partita di calcio maschile iraniano.
Sarebbe rimasto un gesto anonimo se i colleghi maschi dentro lo stadio non l’avessero vista e avessero iniziato a fotografarla a loro volta, immagini che hanno fatto il giro del Paese. Il tema dei diritti di genere in Iran è all’ordine del giorno, se non per i governanti sicuramente per la popolazione, e molte donne sono state arrestate o mandate via dagli stadi di calcio, quando scoperte travestite da uomo. Nel 2006 il regista Jafar Panhai, Leone d’Oro a Venezia nel 2000 per «Il cerchio», è stato condannato a sei anni di prigione e bandito dal cinema per venti per «Fuorigioco», la pellicola che racconta la storia di un gruppo di ragazze travestite con abiti maschili, appunto, per entrare allo stadio e vedere la partita Iran-Giappone (2-1, 25 marzo 2005, valida per qualificarsi al Mondiale tedesco), scoperte sono state rinchiuse in un recinto, dal quale hanno sentito solamente le urla dei tifosi senza vedere le azioni. Partita terminata con gravi incidenti dopo che uscendo la folla era caduta ed era stata calpestata.
Intanto, in Arabia Saudita qualche passo in avanti è stato fatto con il permesso alle donne di guidare, con l’inserimento dello sport femminile nelle scuole statali e lo scorso gennaio l’Autorità Generale dello Sport ha permesso anche di vedere dal vivo le partite di calcio maschile in tre impianti del Paese: lo stadio internazionale di Re Fahd a Riad; quello di Re Abdullah a Gedda e quello dedicato al principe Mohammad bin Fahd a Dammam. Durante la recente Coppa del Mondo, invece, l’Iran ha permesso alle donne di entrare nello stadio Azadi di Teheran, da 100.000 posti, per vedere le partite sui maxischermi. Piccoli passi avanti che sono visti dalle donne degli altri Paesi arabi dell’area come una spinta a lottare per i propri diritti, cercando di essere sempre più autonome e indipendenti, soprattutto nel lavoro.
Quello che ha fatto Parisa Pourtaherian, la quale spera che il suo esempio serva per aprire il calcio maschile alle donne. Parisa, che ha studiato design industriale all’università di Teheran, è una fotografa affermata che ha coperto eventi sportivi in patria come in Austria, Germania e Svezia, soprattutto di pallavolo, ma seguire una partita di calcio nel posto che gli spetta è ancora un sogno, anche se quello più grande è di farlo all’Old Trafford, per vedere dal vivo il Manchester United, squadra del cuore. Il teatro dei sogni per affermare un diritto, trasformandolo nel tribunale dei diritti per afferrare un sogno.

Di Francesco Caremani

Rispetto!

RISPETTO
Quello che vuoi

Tesoro, io ce l’ho

Quello di cui hai bisogno

Sai che io ce l’ho?

Tutto quello che ti chiedo

È un po di rispetto

quando vieni a casa (solo un po’)

Hey tesoro (solo un po’) quando vieni a casa

(solo un po’) signore (solo un po’)
Non farò niente di sbagliato quando sarai via

Non farò niente di sbagliato

perchè non voglio farlo

Tutto quello che chiedo

È un po di rispetto

quando vieni a casa (solo un po’)

Hey tesoro (solo un po’)

quando vieni a casa (solo un po’)

Yeah (solo un po’)
Sto per darti tutti i miei soldi

E tutto quello che chiedo in cambio, tesoro

È di darmi quello che è giusto

Quando torni a casa (solo un po’)

Yeah baby (solo un po’)

Quando torni a casa (solo un po’)

Yeah baby (solo un po’)
Oh, i tuoi baci

Più dolci del miele

E indovina un po’?

Lo sono anche i miei soldi

Tutto quello che voglio tu faccia per me

È darmi questa dolcezza quando vieni a casa

Yeah baby

Prendilo a frustate per me (rispetto, solo un po’)

Quando arrivi a casa, adesso
R-I-S-P-E-T-T-O

Prova a capiro cosa significa per me

R-I-S-P-E-T-T-O

Prenditi cura di me
Oh (prendimi a pugni, pugni

pugni, pugni)

Un po’ di rispetto (prendimi a pugni

pugni, pugni)

Whoa, piccolo (solo un po’)

Un po’ di rispetto (solo un po’)

Sono stanca (solo un po’)

di provare a continuare (solo un po’)

Stai finendo di ingannare (solo un po’)

e io non sto mentendo (solo un po’)

(Ri) spetto

Quando torni a casa

O potresti entrare (rispetto, solo un po’)

e scoprire che me ne sono andata (solo un po’)

Devo avere (solo un po’)

Un po’ di rispetto (solo un po’)

Grande Aretha!

Culture a confronto

Rendo omaggio all’evento Culture a Confronto e al presidente Andrea Addolorato per i Valori veicolati attraverso il fascino del confronto tra tradizioni, musiche, leggende, riti, miti e folclore di Popoli diversi ma uniti dalla comune Umanitá.

In questo nostro complicato e tormentato tempo c’è tanto bisogno di abbracciarsi nella Bellezza.

“L’amore non sta nell’altro, ma dentro noi stessi. Siamo noi che lo risvegliamo. Ma, perché questo accada, abbiamo bisogno dell’altro. L’universo ha senso solo quando abbiamo qualcuno con cui condividere le nostre emozioni.”

PAULO COELHO

Artemisia: una femminista!

Violentata a soli 18 anni ed emarginata perché donna. Il sogno di diventare pittrice, però, Artemisia Gentileschi l’ha realizzato. Durante il Seicento, nel pieno dell’epoca Barocca, il mondo femminile non può avere le stesse ambizioni degli uomini. Dipingere è una prerogativa maschile. Eppure una donna, con fatica e difficoltà, ce l’ha fatta, superando il peso dei pregiudizi. A soli 12 anni per la Gentileschi il primo dolore con la perdita della madre, ma anche l’avvicinamento al mestiere del padre Orazio, pittore toscano, rinomato a Roma.Il secondo trauma arrivò presto per la giovane: sei anni più tardi fu stuprata dal maestro, per di più amico di famiglia. Da lì una serie di delusioni, tra un mancato matrimonio, un processo giudiziario e l’emarginazione dalla società. Per lungo tempo infatti la pittrice è stata ignorata dal mondo dell’arte. Un talento, il suo, che passava in secondo piano a causa delle vicende biografiche che la precedevano.

Non solo ha seguito i suoi sogni ma ha avuto anche il coraggio di non mollare, in un periodo complicato per tutte le donne che volevano intraprendere una carriera.
L’attaccamento più forte per lei, orfana di madre, fu con il padre Orazio, pittore e amico di Caravaggio. Artemisia inizia a incuriosirsi al mestiere del papà. Lo stesso che intentò la denuncia contro il suo stupratore, il maestro Agostino Tassi, dopo che l’episodio era stato tenuto nascosto. E durante il processo dovrà dimostrare tutto, superando le prove della tortura. Ma il legame tra padre e figlia non fu sempre facile.

Aveva il suo appoggio, considerando che lei non poteva firmare i propri lavori e doveva fare tutto di nascosto. Tra loro a un certo punto si instaura un rapporto di amore e odio. Lui non la capisce fino in fondo, non come pittrice, ma in quanto donna. Si riconciliano in Inghilterra, quando lui, diventato cieco, deve finire delle tele e lei lo aiuta.

È stata una madre affettuosissima, che però non si è riguardata negli amori. Ha rinunciato all’uomo di cui era innamorata per non essere la seconda donna. E lo ha fatto per orgoglio. La Gentileschi, infatti, all’inizio e subito dopo lo stupro ha creduto alle promesse di Tassi, che si fece avanti per un matrimonio riparatore. Lei attese a lungo le nozze, ma scoprì che il pittore era già sposato. Dopo il processo, dove vinse, iniziò un periodo di rappresentazioni con tratti forti e tinte violente. Sposò Pierantonio Stiattesi e si trasferì a Firenze e poi in altre città. Ma non mancarono le voci su diversi amanti.
Tante persone inseguono i propri sogni, ma a volte non riconoscono in sé la forza di farlo. Artemisia ha viaggiato tanto tra le corti di Firenze, Napoli, Roma e Londra. Forse un modo per capire che genere di artista poteva essere per il suo pubblico. La ricerca di sé Artemisia la esprimeva nei suoi quadri. Si rivolse in tante occasioni alle eroine bibliche, da Giuditta a Giaele o a Ester, sempre in lotta contro un nemico forte di sesso maschile. Cercava di rappresentare nelle altre donne la sopraffazione stessa del mondo femminile.
Spesso le donne di oggi, sia giovani che adulte, si accontentano di molto meno.  Le generazioni attuali hanno troppo e manca la spinta a guadagnarsi qualcosa con fatica. Artemisia per esempio a Firenze è entrata nell’Accademia dei pittori, un’occasione rarissima per una donna. Lei alle ragazze di oggi direbbe di intraprendere la vita che vogliono e di non mollare.

Sintesi di un articolo di Serena Santoli

Anonimo era una Donna

Susan Unterberg è un’artista newyorchese di 77 anni. Gli ultimi 20 li ha trascorsi a versare, in completo anonimato, ingenti somme di denaro per finanziare il progetto ‘Anonymous was a woman’, che ha offerto sostegno economico a centinaia di artiste.

In un’intervista rilasciata recentemente al New York Times, Unterberg ha rotto il silenzio, svelando che dietro la sua scelta c’è il desiderio di dare voce alle questioni legate alla disuguaglianza di genere nel mondo dell’arte. Ha anche ribadito la necessità che le donne sostengano altre donne, spingendo altre persone ad agire come ha fatto lei.
Il nome del progetto in questione fa riferimento alla consuetudine per la quale molte artiste già dall’Ottocento hanno scelto di non firmare i loro lavorI con il proprio nome (o di usarne uno da uomo) per non essere penalizzate dal loro genere. ‘Anonymous was a woman’ è anche un riferimento a Virginia Woolf e al suo saggio più noto, Una stanza tutta per sé, sulla subalternità delle donne e sulla difficoltà di essere scrittrici in un mondo in cui le cui convenzioni riducevano la donna al ruolo di madre, sorella o figlia.
Il progetto ha preso il via nel 1996, quando il National endowment for the arts (agenzia federale americana che offre supporto e fondi al mondo dell’arte) scelse di mettere fine al finanziamento ai singoli artisti. Susan Unterberg e la sorella Jill Roberts decisero di impiegare l’eredità del padre, magnate del petrolio, per aiutare le artiste donne. La stessa Unterberg ha rivelato di aver vissuto sulla propria pelle gli ostacoli che incontrano le artiste, a cui non è offerta la stessa attenzione nelle esposizioni e nelle collezioni dei musei e che sono trattate in modo differente anche sul mercato.
I dati del National Museum of Women in the Arts rivelano che le artiste guadagnano 81 centesimi per ogni dollaro percepito dai loro colleghi maschi, che il loro lavoro è rappresentato in percentuali esigue nelle collezioni permanenti dei musei negli Stati Uniti e in Europa e che solo il 27% delle 590 mostre personali organizzate nei maggiori musei americani tra il 2007 e il 2013 era dedicate ad artiste donne. 

Nel corso degli anni ‘Anonymous was a woman’ ha finanziato economicamente 220 artiste con 5,5 milioni di dollari in totale, ripartiti in borse di studio da 25 mila dollari che vengono assegnate a chi ha più di 40 anni ed è nella fase intermedia della propria carriera.

Ciao Aretha!

Nacque il 25 marzo 1942 a Memphis, in Tennessee, da un padre predicatore e una madre pianista e cantante. Ma a cinque anni si trasferì con la famiglia a Detroit, poco prima che sua madre se ne andasse a Buffalo lontano dal marito, ormai diventato una celebrità religiosa, ma anche un alcolista, violento e infedele.

Dalla metà degli anni Cinquanta, Franklin seguì il padre in tour per gli Stati Uniti, cantando e suonando il piano al suo seguito. Fu qui che cominciò a mettere in mostra la sua voce straordinaria, con un’estensione e un’intonazione rari e il timbro caldo e profondo che la contraddistinse per tutta la carriera.

Registrò le prime canzoni a 15 anni, quando aveva già partorito il suo secondo figlio (il primo lo aveva avuto a 12 anni).

Lasciò la scuola, ma insieme a quella religiosa la sua prima adolescenza le trasmise anche una coscienza politica, che prese forma intorno alle discriminazioni quotidiani che doveva vivere una donna afroamericana.

Negli anni successivi sarebbe diventata amica di Martin Luther King, che aiutò a organizzare la Marcia su Washington. Nel 1968 cantò “Precious Lord” al suo funerale.

Assieme al successo, negli anni Sessanta arrivarono anche i primi esaurimenti nervosi che l’avrebbero accompagnata per tutta la sua vita, dovuti al suo primo, violento marito o ai problemi che le dava il padre.

Negli anni successivi cominciarono anche i primi problemi di salute, legati a frequenti drastiche perdite di peso, a periodi di dipendenza dall’alcol e al suo incallito tabagismo.

Gli anni Settanta furono quelli di “Spanish Harlem” e “Day Dreaming”, e di dischi come Spirit in the Dark e Gifted & Black.

Negli anni Ottanta e Novanta, quando la musica soul aveva perso la popolarità trasversale dei decenni precedenti, Franklin continuò a sfornare dischi e a collaborare con alcuni dei più grandi nomi del jazz e del pop mondiale, da George Benson a George Michael, presenziando a cerimonie ufficiali, concerti commemorativi ed eventi speciali, dal Super Bowl alla cerimonia di insediamento di Barack Obama nel 2009. Nel 1998, il tenore italiano Luciano Pavarotti avrebbe dovuto cantare ai Grammy, ma si diede malato: con un preavviso di venti minuti, Franklin cantò al posto suo “Nessun dorma”, della Turandot di Giacomo Puccini. Tutto spostandosi in auto: aveva molta paura di volare, e non prese nessun aereo tra il 1982 e il 2016, quando secondo alcuni giornali volò da Detroit a Chicago.

Negli ultimi anni aveva avuto diversi problemi di salute, ma aveva smentito di aver avuto un cancro al pancreas come avevano scritto molti giornali.

Ciao Aretha!

Ciao Rita!

«Con grande dolore rendiamo noto che Rita Borsellino, presidente di questa associazione, è tornata alla casa del Padre – hanno annunciato nel pomeriggio i componenti del Centro studi Paolo Borsellino -. Abbracciamo i figli e le nipoti». Dopo l’uccisione del fratello era diventata testimone nella lotta alle criminalità organizzate.

Si è battuta affinché si arrivasse alla verità sulla morte del fratello. Nel 2006, dopo dieci anni come vicepresidente di Libera, l’associazione antimafia fondata da don Luigi Ciotti, si è candidata per il centrosinistra – dopo aver vinto le primarie – alla presidenza della Regione siciliana sfidando il governatore uscente Salvatore Cuffaro fu rieletto, ma Rita Borsellino ottenne oltre il 41% dei consensi. Eletta europarlamentare nel 2009, tre anni dopo si candida alle primarie per sindaco di Palermo ma viene sconfitta d’un soffio da Fabrizio Ferrandelli.

Lo scorso 19 luglio, nel ventiseiesimo anniversario della strage di via D’Amelio, spiegò che il modo migliore per portare avanti gli ideali di giustizia del fratello era l’impegno quotidiano di ognuno per ottenere la verità.

«Ho appreso con grande tristezza la notizia della scomparsa di Rita Borsellino, alla quale mi legavano sentimenti di vera amicizia e di condivisione. Con coraggio e determinazione, ha raccolto l’insegnamento del fratello Paolo, diventando testimone autorevole e autentica dell’antimafia e punto di riferimento per legalità e impegno per migliaia di giovani. Ai suoi familiari esprimo la mia vicinanza e la più grande solidarietà». Queste le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

«Rita Borsellino ha dedicato la sua vita alla ricerca della verità e all’educazione civica dei più giovani. Ha rappresentato un punto fermo per migliaia di cittadini con eleganza, tenacia, passione. Cara Rita, abbraccia Paolo e Agnese, e rassicurali: non ci fermeremo mai»,

Dal Sole 24 ore

La Lady Virago

Così la chiamavano per la sua aria maestosa e per il suo caratterino. 

Bella,ricca ed  eccentrica girava con immensi cappelli gremiti di fiori.

Teneva molto a esibire la sua indipendenza sessuale con conquiste tra i due sessi, travolgente l’amore per Modigliani con litigi clamorosi.

La sua tormentata vita finì nel suicidio col gas in compagnia del suo topolino bianco. La sua ultima compagna, una giovane pittrice di talento, detta Noce di Cocco, si suicidò il giorno dopo la sua morte.

Era una giornalista inglese e si chiamava Beatrice Hastings, Modì la ritrasse, donandola così ai posteri, in 14 capolavori.

Ecco la sua biografia!

Nata a Londra e cresciuta in Sudafrica, si trasferì a Parigi poco prima dello scoppio della Prima guerra mondiale, dove cominciò la propria attività letteraria come corrispondente del quotidiano britannico The New Age, per il quale scriveva critiche artistiche usando vari pseudonimi. Ben presto divenne una figura di primo piano nei circoli bohèmien della capitale francese, grazie soprattutto all’amicizia che la legava a Max Jacob.
Fu a quanto pare quest’ultimo (o forse fu Ossip Zadkine), che nel 1914 le presentò Modigliani, col quale Beatrice iniziò una controversa relazione destinata a durare due anni. In quel periodo, i due convissero in un appartamento di Montparnasse, ed ella posò per numerosi suoi dipinti e disegni. Il loro rapporto era caratterizzato da intensa passione, ma anche da scenate furibonde di gelosia, soprattutto nei locali pubblici. E fu proprio in seguito all’ennesimo litigio che la relazione fra i due s’interruppe nel 1916. I giudizi dei conoscenti a proposito dell’influsso che ella ebbe sull’artista sono discordanti: secondo alcuni lo incitò a bere e a drogarsi, secondo altri, invece, tentò di curarlo dai vizi.
Dopo la guerra Beatrice tornò in Inghilterra, dove continuò la sua attività giornalistica e acquistò una certa celebrità nei circoli letterari anche per via delle relazioni (era dichiaratamente bisessuale) col suo editore A. R. Orage e la scrittrice Katherine Mansfield. Il rapporto con Orage finì burrascosamente nel 1936; la scrittrice pubblicò poi un libello diffamatorio nei riguardi dell’editore e della rivista The New Age, che provocò un grande scandalo e polemiche a non finire.
Malata probabilmente di cancro, Beatrice Hastings si suicidò in casa sua nel 1943 col gas della cucina.

Le gelsominaie di Calabria

Ottomila gemme bianche, raccolte delicatamente per non sciuparle, e deposte con cautela nel sacco di lino o nella cesta di junco. Da mezzanotte a giorno fatto, i gelsomini erano timidi vampiri che si richiudevano nelle loro bare profumate per sfuggire a un sole, per loro, mortale.
Ottomila fiori ci volevano per fare un chilo, e le donne, le campionesse, ne contavano fino a quarantamila per notte, per riportarsi a casa quelle poche lire buone a riempire le pance dei propri figli. Chi non le ha odorate quelle albe dense di ritorni profumati, non lo sa quanto eroismo ci sia stato nelle madri calabresi.
Chi non li ha visti i trucchi, buoni a trasformare qualche cucchiaio di triste concentrato di pomodoro in sontuose e invitanti pastasciutte, non lo ha mai assaggiato il coraggio magico delle madri calabresi.
Chi non c’è mai stato nella pancia del popolo calabrese, non può saperlo che ci abbiamo provato a essere migliori. E nessuno lo sa che nelle lotte più belle ci sono sempre state le nostre donne in prima fila. E anche se si è perso, senza di loro la deriva sarebbe stata totale. Che, se ancora una speranza c’è, lo si deve alla forza morale delle nostre madri, che anche durante le tempeste più buie hanno fatto di tutto per indirizzarci alla luce. Ci portavano a letto con ninna nanne e favole, figlie dei meravigliosi cunti aspromontani, contavano quarantamila fiori, e al mattino tornavano a cuntarci favole con quel po’ d’orzo o di latte che con la loro fatica riempiva le tazze. Nascondevano il sudore sotto il profumo del gelsomino e dopo dodici ore di lavoro, sorridenti, si mettevano a pulire e cucinare. Ecco, state attenti a parlare di bambini calabresi, se non conoscete la storia delle loro madri. E non date colpe alle madri calabresi, a volte i figli vengono sbagliati, nonostante il profumo del gelsomino.

Gioacchino Ciriaco

La vita passa in fretta

A dirlo è Lei, Lina, oggi 14 agosto giorno del suo Natale, aggiungendo che é facile sprecarla, e che  é una finestra aperta che bisogna usare bene.

Nata a Roma il 18 agosto del 1928 da un avvocato lucano di lontane origini svizzere e da madre romana, ha conservato a lungo un legame intimo con la terra d’origine (il paesino di Palazzo San Gervasio in provincia di Potenza) che avrebbe raccontato con affettuoso occhio satirico nel suo film d’esordio “I basilischi” del 1963. A 17 anni si iscrive alla scuola di teatro di Pietro Sharoff e poi fa la burattinaia per un’artista del genere come Maria Signorelli, ma il suo legame con lo spettacolo data dai banchi di scuola, dall’amicizia durata tutta la vita con Flora Carabella, poi moglie di Marcello Mastroianni. E’ lei a spingerla a frequentare Cinecittà e dintorni, è lei a farle conoscere Federico Fellini con cui lavora da aiuto-regista ne “La dolce vita”.
Intanto si fa le ossa in palcoscenico dove avrà maestri come Giorgio De Lullo ma anche Garinei&Giovannini. Sono le due anime che metterà in mostra lavorando per il grande e piccolo schermo: commedia e cinema d’impegno, satira e realismo popolare. Nel 1956 è già tra gli autori (riconosciuti) della prima “Canzonissima” per la Rai e sui set del cinema italiano è già una figura familiare, piccola, nervosa, determinata e pronta a tutti i mestieri pur di imparare in fretta. Ha amici fedeli, da Suso Cecchi d’Amico a Luchino Visconti, da Marcello Mastroianni a Enzo Garinei, da Franco Zeffirelli (con cui scriverà la sceneggiatura di “Fratello sole, sorella luna”) a Francesco Rosi.
Il ’63 è il suo anno d’oro: debutta come regista al cinema e le viene affidata la riduzione televisiva di uno dei libri per ragazzi più popolari: “Il giornalino di Gian Burrasca”: Lina ha l’intuizione geniale di affidare il ruolo principale a Rita Pavone (in abiti maschili) e nel ’64/65 gli otto episodi trasmessi dal primo canale della Rai battono ogni record. Da quel momento la Wertmuller diventa una “firma” apprezzata e ricercata. Sceglie il cinema e inanella continui successi, specie quando metterà insieme una “coppia d’oro” di interpreti come Giancarlo Giannini e Mariangela Melato con cui trionfa in “Mimì metallurgico ferito nell’onore” (1972) e due anni dopo in “Travolti…”.
Comincia qui la sua passione, quasi un marchio di fabbrica, per i titoli chilometrici. Con l’amico Giannini dividerà l’avventura all’Oscar (ben quattro candidature tra cui quella per la regia – ed è la prima nomination per una donna – e quella per il miglior attore) di “Pasqualino Settebellezze (1975). Con lo scenografo Enrico Job dividerà invece la vita in un sodalizio coniugale e professionale durato fino alla morte di Job nel 2008. Insieme hanno avuto una figlia, Maria Zulima Job. La carriera di Lina Wertmuller è talmente ricca di premi, trionfi, sorprese che è difficile sceglierne i momenti salienti: basti ricordare il trionfale ritorno alle vette del box office con “Io speriamo che me la cavo” del 1992 con Paolo Villaggio o la complicità con Sophia Loren sviluppatasi tra cinema e televisione in ben tre collaborazioni da “Sabato domenica e lunedì” (da De Filippo) nel 1990 a “Peperoni ripieni e pesci in faccia” (2004). Grazie a Sophia la Wertmuller ha riscoperto una sensibilità napoletana che le ha fruttato nel 2015 la cittadinanza onoraria. Sul tavolo di casa troneggiano i suoi infiniti premi fino al David di Donatello alla carriera del 2010.
Dieci anni fa diceva: “Stento a calarmi nei panni dell’ottantenne, ho sempre avuto uno strano rapporto con l’ età. Quello che conta è se sei rincoglionito oppure no, allora non cambia se hai 80 anni oppure 50”. E oggi di certo sottoscrive le stesse parole, con una segreta vena di malinconia in più.

Notizia ANSA