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Elena Lucrezia Cornaro Piscopia

Alle ore 9 di sabato 25 giugno 1678, a Padova, trasferito all’ultimo momento in Cattedrale, nella cappella della Vergine, essendo la sede abituale risultata insufficiente per il pubblico convenuto, ebbe luogo l’esame per il conferimento del Dottorato in Filosofia a Elena Lucrezia Scolastica Cornaro Piscopia. Durante la discussione dei puncta assegnatile, consistenti in due tesi su Aristotele, le dotte e brillanti risposte di Elena impressionarono i suoi esaminatori che, a scrutinio segreto, decisero di proclamarla per acclamazione «magistra et doctrix in philosophia». Era la prima donna al mondo ad essere laureata e a potersi fregiare del titolo di Doctor.
Le furono consegnate le insegne del suo grado, uguali a quelle dei colleghi uomini: il libro, simbolo della dottrina; l’anello per rappresentare le nozze con la scienza; il manto di ermellino, a indicare la dignità dottorale, e la corona d’alloro, contrassegno del trionfo. Solo come estrema rarità qualche altra donna avrebbe poi ottenuto un analogo risultato: risulterebbero due sole laureate (una a Bologna e una Pavia) nell’arco dell’intero secolo successivo, nonostante le richiedenti fossero state più numerose. 
Come ricorda una targa posta nel palazzo dei Cornaro, presso Rialto – oggi Cà Loredan, sede del municipio –, Elena Lucrezia era nata a Venezia il 5 giugno 1646 da un’antica e nobile casata, da cui uscirono quattro dogi e nove cardinali, imparentata anche con Caterina Cornaro (1434-1510), regina di Cipro e poi signora di Asolo. 
All’origine della sua eccezionale laurea vi fu non solo l’acume della intelligenza e la profondità e ampiezza degli studi di Elena Lucrezia, ma, come sempre accade nei casi di donne colte o artiste dei secoli scorsi – come fu il caso di Maria Gaetana Agnesi e di molte altre –, il non meno decisivo riconoscimento e sostegno del padre, egli stesso uomo di buoni studi, noto come mecenate, in contatto con molti eruditi, erede di una biblioteca tra le meglio fornite, visitata da molti studiosi per le loro ricerche (tra i quali il celebre benedettino Giovanni Mabillon). Anche le donne di famiglia non furono irrilevanti. La madre di Elena, Zanetta Boni, non essendo nobile, convisse vent’anni col futuro marito e gli diede i primi cinque figli (Elena compresa) prima che si sposassero, mostrando non comune libertà nei confronti delle convenzioni. Venne riconosciuta pubblicamente e dal marito come  uxor optima, intelligente, fiera e capace di educare figlie virtuose e stimate. Anche la sorella più giovane di Elena, Caterina (nata nel 1655), si distinse per intelligenza e cultura e – è significativo – raccomandò nel testamento alla propria figlia di amare a sua volta le figlie non meno dei maschi. 
Giovanni Battista Cornaro, procuratore di San Marco, fu a sua volta incoraggiato dal parroco di San Luca, confessore e amico di famiglia, l’erudito don Giovanni Battista Fabris (dottore in teologia, studioso di filosofia, buon latinista e ottimo grecista), il quale aveva intuito il talento e l’inclinazione della bambina, ad avviarla dall’età di sette anni agli studi classici, diventando il suo primo insegnante di greco. Seguita da maestri di straordinario livello in ogni materia, Elena Lucrezia studiò matematica, astronomia, geografia; coltivò con passione la musica, nella quale ebbe come maestra l’organista Maddalena Cappelli, che fu per lei anche una fidata amica e compagna. Ebbe una vasta e profonda conoscenza delle lingue classiche e moderne, dal latino al greco antico e moderno, dallo spagnolo al francese all’ebraico, per il quale ebbe come insegnante il celebre dotto e santo rabbi Shemuel Aboaf, rabbino della comunità veneziana. Il suo interesse principale andò però alla filosofia e alla teologia, nelle quali ebbe come maestri due professori di chiara fama dell’ateneo patavino: rispettivamente Carlo Rinaldini e padre Felice Rotondi, conventuale, che di Elena avrebbe più tardi scritto di averla avuta più come maestra che come discepola in teologia.
La fama di Elena Lucrezia si era diffusa rapidamente; fece parte di varie accademie in tutta Europa, e ricevette la visita di eruditi e studiosi da ogni paese. Elena era socievole, apprezzava gli incontri, gli scambi, i dibattiti, ma fin dalla fanciullezza aveva mostrato un temperamento riflessivo e inclinazione per una vita austera e sobria. Rifiutando il matrimonio, anche quando venne chiesta in sposa da un principe tedesco, Elena Lucrezia sigillò la sua consacrazione agli studi e a una vita aliena dalla mondanità, dedita al sapere e alle opere di carità, divenendo oblata benedettina: fece voto di castità, aggiunse ai suoi nomi quello di Scolastica – la sorella di san Benedetto –continuando a vivere liberamente nella sua casa, in abiti normali, indossando sotto ad essi uno scapolare di lana nera, simbolo della veste benedettina. 
Esortata dal padre e dai suoi maestri, chiese al Collegio dell’università di Padova di essere ammessa all’esame per il conferimento del Dottorato in teologia. «Universa universis patavina libertas»: ispirandosi al proprio antico motto, il Collegio si era orientato in senso favorevole, già predisponendo i necessari adattamenti al cerimoniale, tra i quali la consegna del libro chiuso, invece che aperto, a indicare che l’insegnamento della teologia restava precluso alle donne. La condizione di donna fu però un ostacolo insormontabile. Il vescovo di Padova, cardinale Gregorio Barbarigo, che, in quanto tale, era anche Cancelliere dell’università, si oppose alla richiesta nella maniera più netta e non senza espressioni ironiche. Dopo molte insistenze, alla fine venne adottata la soluzione di un Dottorato non in teologia, ma in filosofia, e restrittivamente tale. Così fu: la candidata venne dichiarata: «magistra in philosophia tantum». Aggregata al Collegio dei filosofi e dei medici dell’università patavina, l’anno stesso Elena fu esaminatrice per una laurea in filosofia. Dopo un breve rientro a Venezia, Elena Lucrezia visse poi a Padova, fino alla sua prematura morte (in concetto di santità) avvenuta per tubercolosi il 26 luglio 1684, venendo tumulata nella locale abbazia benedettina di Santa Giustina. Dopo i fulgori della fama in vita, su Elena calò ben presto l’oblio, salvo la ripresa di interesse manifestatasi di recente in occasione del terzo centenario della laurea. Di lei non restano molte tracce. Una raccolta dei suoi scritti poetici e letterari fu pubblicata a Parma nel 1688. Una statua – voluta da Caterina Dolfin – la ricorda al Bo’, il Palazzo principale dell’università, a Padova; un suo ritratto si trova alla Pinacoteca Ambrosiana a Milano; una vetrata policroma la ritrae al Vasser College, la prima università femminile negli Stati Uniti, e, su iniziativa di Ruth Crawford, ivi laureatasi, un affresco è a lei dedicato all’università di Pittsburg. Ma Elena Lucrezia resta uno straordinario simbolo ed esempio di libertà e autorevolezza femminile che, pur non potendo sovvertire tutte le regole sociali allora esistenti, varcò per tutte la decisiva soglia del riconoscimento della capacità della donne di pensare e di docere, di insegnare ad altri, uomini o donne che siano, non solo in singole discipline, ma affrontando con la forza dell’intelligenza la questione filosofica della conoscenza stessa e della totalità del senso della realtà.

Di Maria Cristina Bartolomei

Lei… Lei…Lei

«Lei aveva la biancheria intima quella sera?»
«Si ricorda di aver cercato su internet il nome di un anticoncezionale quella mattina?»
«Lei trova sexy gli uomini che indossano i jeans?»
«Se le donne non vogliono essere sfruttare devono smetterla di vestirsi da poco di buono».

Queste sono solo alcune delle domande poste in un’aula di tribunale a due ragazze che in Italia, non molto tempo fa, hanno denunciato una violenza sessuale. Domande insinuanti, melliflue, che sottintendono una verità amara, crudele: noi donne non siamo mai innocenti. Non lo siamo perché abbiamo denunciato troppo tardi, perché abbiamo denunciato troppo presto, perché siamo tropo belle o troppo brutto perché eravamo troppo disinibite e ce la siamo voluta.


“Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie
Dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo.

Perché sei un essere speciale
Ed io, avrò cura di te.”


Sono cresciuta in un orfanotrofio, insieme a centinaia di bambine. La sera, una per volta, noi bambine raccontavamo una storia, le nostre storie. Erano una specie di favole tristi. Non favole di mamme che conciliano il sonno, ma favole di figlie sfortunate, che il sonno lo toglievano. 

Ci raccontavamo delle nostre madri: torturate, uccise, violentate. Ogni sera, prima di dormire, ci liberavamo tutte insieme di quelle parole di dolore.
Io amo le parole. Ho imparato, venendo da luoghi di guerra, a credere nelle parole e non ai fucili, per cercare di rendere il mondo un posto migliore. Anche e soprattutto per le donne. Ma poi ci sono i numeri.

E in Italia, in questo magnifico Paese che mi ha accolto, i numeri sono spietati: ogni 3 giorni viene uccisa una donna, 6 donne sono state uccise la scorsa settimana. E nell’85% dei casi, il carnefice non ha bisogno di bussare alla porta per un motivo molto semplice: ha le chiavi di casa. Ci sono le sue impronte sullo zerbino, l’ombra delle sue labbra sul bicchiere in cucina.


“Butterò questo mio enorme cuore tra le stelle un giorno
Giuro che lo farò
E oltre l’azzurro della tenda nell’azzurro io volerò
Quando la donna cannone
D’oro e d’argento diventerà
Senza passare dalla stazione
L’ultimo treno prenderà”.


Mia madre Zakia, che tutti chiamavano Nadia, ha preso il suo ultimo treno quando io avevo 5 anni. Si è suicidata, dandosi fuoco. Ma il dolore era una fiamma lenta che aveva cominciato a salire e ad annerirle i vestiti quando era solo un’adolescente. Il suo corpo era qualcosa di cui voleva liberarsi, era stato la sua tortura. 
Perché mia madre Nadia fu stuprata e brutalizzata due volte: a 13 anni da un uomo e poi dal sistema che l’ha costretta al silenzio, che non le ha consentito di denunciare. Le ferite sanguinano di più quando non si è creduti. L’uomo che l’ha violentata per anni, il cui ricordo incancellabile era con lei, mentre le fiamme mangiavano il suo corpo, aveva le chiavi di casa.


“Sally ha patito troppo
Sally ha già visto che cosa
Ti può crollare addosso
Sally è già stata punita
Per ogni sua distrazione o debolezza
Per ogni candida carezza
Data per non sentire l’amarezza”


Quante volte siamo state Sally? Mentre Franca Rame veniva violentata il 9 marzo del 1973, cercò salvezza nella musica. “Devo stare calma. Devo stare calma. Mi attacco ai rumori della città, alle parole delle canzoni, devo stare calma”, recitava nel suo potente monologo “Lo stupro”, in cui ripercorreva quel fatto drammatico. 

Le parole delle canzoni possono essere messaggi d’amore e di salvezza. Io sono diventata la donna che sono perché lo dovevo a mia madre, lo devo a mia figlia che è seduta in mezzo a voi. Lo dobbiamo tutte, tutti, a una madre, una figlia, una sorella, al nostro paese, anche agli uomini, all’idea stessa di civiltà e uguaglianza. All’idea più grande di tutte: quella di libertà.

Parlo agli uomini, adesso. Lasciateci libere di essere ciò che vogliamo essere: madri di dieci figli e madri di nessuno, casalinghe e carrieriste, madonne e puttane, lasciateci fare quello che vogliamo del nostro corpo e ribellatevi insieme a noi, quando qualcuno ci dice cosa dobbiamo farne. Siate nostri complici. E quando qualcuno ci chiede “Lei cosa ha fatto per meritare ciò che è accaduto?”

“C’è un tempo bellissimo, tutto sudato
Una stagione ribelle
L’istante in cui scocca l’unica freccia
Che arriva alla volta celeste
E trafigge le stelle
È un giorno che tutta la gente
Si tende la mano
È il medesimo istante per tutti
Che sarà benedetto, io credo”

Cecilia Alemani

Sarà Cecilia Alemani il Direttore del Settore Arti Visive della 59. edizione della Biennale di Venezia, che si terrà nel 2021. La nomina è stata confermata dal presidente della Biennale, Paolo Baratta, dopo la riunione del cda della mattina del 10 gennaio. Alemani, che aveva curato il Padiglione Italia alla Biennale del 2017 (portando a Venezia le opere di Roberto Cuoghi, Giorgio Andreotta Calò e Adelita Husny-Bey, e riscuotendo grande successo), è la prima donna italiana a ricevere il prestigioso incarico e succederà pertanto a Ralph Rugoff, curatore di May you live in interesting times nel 2019, e a Christine Macel, curatrice di Viva arte viva nel 2017.

Cecilia Alemani, nata a Milano nel 1977, una laurea in filosofia alla Statale nel 2001 e un master in studi curatoriali per l’arte contemporanea al Bard College di New York, ha una lunga esperienza nell’arte contemporanea: è responsabile e capo curatore di High Line Art a New York (dal 2011: è la prima under 40 ad aver diretto l’importante spazio statunitense), è stata curatrice di Frieze Projects (sempre a New York) e ha curato mostre alla Tate Modern di Londra, al MoMA/PS1 di New York, e presso altri importanti istituzioni, soprattutto negli Stati Uniti, dove risiede da quasi vent’anni. Alemani ha lavorato con artisti come John Baldessari, El Anatsui, Olafur Eliasson, Barbara Kruger, Paola Pivi e diversi altri. Nel 2018 ha curato, in collaborazione con la città di Buenos Aires e Art Basel Cities, la mostra Hopscotch (Il gioco del mondo), rassegna di arte pubblica che ha celebrato il ricco ecosistema culturale della città argentina. Dal 2009 al 2010 ha diretto lo spazio sperimentale X Initiative a New York, dove ha organizzato mostre di Keren Cytter, Hans Haacke, Derek Jarman, Tris Vonna-Michell e molte altre. 


“È un grandissimo onore poter assumere questo ruolo in una delle istituzioni italiane più prestigiose e riconosciute al mondo”, commenta a caldo Cecilia Alemani. “Come prima donna italiana a rivestire questa posizione, capisco e apprezzo la responsabilità e anche l’opportunità offertami e mi riprometto di dare voce ad artiste e artisti per realizzare progetti unici che riflettano le loro visioni e la nostra società”.

Soddisfazione da parte del ministro dei beni culturali, Dario Franceschini: “la scelta di Cecilia Alemani come curatrice della 59. Esposizione Internazionale d’Arte conferma la capacità di visione della presidenza di Paolo Baratta che, nell’affidare per la prima volta a una donna italiana l’intera progettazione artistica, prosegue nell’opera di innovazione e rilancio di una delle più importanti istituzioni culturali incrementandone il già notevole prestigio internazionale consolidato attraverso una conduzione attenta e illuminata. Cecilia Alemani ha curato il Padiglione Italia nel 2017 e sono sicuro che il suo nuovo progetto sarà ugualmente coraggioso e innovativo”.

Da Finestre sull’Arte

Aurelia Josz

«La Signorina è piccola, magra e pallida, vestita molto semplicemente» così scriveva il 1 marzo 1906 Alice Hallgarten Franchetti di Aurelia Josz, da lei particolarmente amata: si erano conosciute a Milano nel gennaio 1904, tutte e due appassionate promotrici della cultura e dell’emancipazione femminile.
Aurelia era figlia dell’ungherese Lodovico Josz e di Emilia Finzi. Compiuti gli studi di lettere lasciò Firenze per Milano dove dal 1906 al 1920 fu titolare della cattedra di storia e geografia nella Scuola Normale “Gaetana Agnesi” (su Gaetana Agnesi vedi voce). Ideò nuove metodologie didattiche per catturare l’attenzione delle allieve, utilizzando il teatro e realizzando con materiali cartacei, insieme a loro, un “museo” geografico e antropogeografico: sul suo innovativo metodo e la sua pratica educativa scrisse due manuali scolastici che riscossero un notevole successo.
Nel 1902 fondò la prima Scuola pratica femminile di agricoltura nell’orfanotrofio della Stella a Milano che verrà trasferita in una sede autonoma a Niguarda nel 1905 e che nel maggio 1909 Ada Negri presenterà con un memorabile discorso in occasione della «inaugurazione dei nuovi locali della scuola ingrandita e abbellita» come scrisse la stessa Josz che ne fu organizzatrice e direttrice a titolo gratuito fino al 1931, in parte sostenuta finanziariamente dalla “Società Umanitaria”, associazione milanese di ispirazione socialista fondata nel 1893. Particolare attenzione rivolse alle orfane interne al convitto ma la scuola ebbe anche allieve esterne, tra cui le figlie dei piccoli proprietari terrieri, spesso destinate a rimanere chiuse tra le mura di casa o a esercitare l’insegnamento, magari senza una vera vocazione. Convinta della necessità di una visione moderna dell’agricoltura, la Josz chiamò a insegnare i più importanti agronomi italiani e istituì molti corsi, tra cui bachicoltura e apicoltura, di particolare successo; nel 1921 fu la volta del primo Corso magistrale agrario per maestre rurali.
Nel 1905 compì un viaggio in Svizzera, Inghilterra, Francia e Belgio per verificare lo stato dell’educazione agraria femminile, su cui tenne al “III congresso dell’Educazione femminile” di Milano nel settembre 1906 una relazione in cui, tra l’altro, Aurelia apprezza particolarmente «le scuole pratiche agricole del Belgio» che si propone «di imitare nella prima scuola pratica agricola femminile italiana, la scuola milanese di Niguarda […] ove con un biennio di vita collegiale spesa tra lo studio e il lavoro pratico nel campo sperimentale, nel giardino, nel caseificio, nella bigatteria, nel pollaio, lavoro fortificatore dei muscoli e dei nervi, le fanciulle si preparano al disimpegno di tutti gli uffici di massaia».
Il valore del lavoro agricolo e di un ritorno alla terra era un tema d’attualità nella cultura assediata dalla rivoluzione industriale, ma anche un tema dell’ebraismo sionista: Aurelia aderì al Gruppo sionistico milanese di Bettino Levi, in qualche modo sincretizzando la sua fede sionista con quella nella cultura, nell’impegno e nel progresso, così come fecero tante altre ebree italiane dell’epoca, indipendentemente dalla loro osservanza religiosa, che ebbero caro anche un altro tema sostenuto dalla Josz: quello della pace.
Nella prima metà degli anni Trenta impiantò, in soli sei mesi, un’altra scuola agraria a Sant’Alessio in provincia di Roma. Il governo fascista, che le aveva dato l’incarico, inaugurò la scuola come fosse la prima del genere, escludendo la Josz e affidando il nuovo istituto ad un’altra direttrice più gradita; inoltre tolse i finanziamenti statali alla scuola di Niguarda e l’incarico di direttrice ad Aurelia che aveva rifiutato la tessera del partito fascista.Nel 1931 la Josz lasciò anche l’insegnamento di storia e geografia alla Scuola statale e si trasferì dalla sorella Valeria ad Alassio dove si dedicò a scrivere due saggi di critica letteraria, mentre sull’opera cui aveva dedicato la sua vita scrisse La donna e lo spirito rurale: storia di un’idea e di un’opera.
Rifiutatasi di espatriare dopo le leggi razziali del 1938, il 15 aprile 1944 venne arrestata ad Alassio (Imperia); condotta nelle carceri di Marassi (Genova) e da lì deportata prima al campo di concentramento di Fossoli, poi al campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, dove giunse, dopo un viaggio nei vagoni piombati, il 30 giugno 1944. Venne uccisa, durante le selezioni iniziali, il giorno dopo il suo arrivo.

Dall’Enciclopedia Delle Donne

Jole Santelli: prima Donna alla guida della Calabria

Di professione avvocato, dopo essersi laureata e specializzata in diritto e procedura penale presso l’Università di Roma La Sapienza, inizia la pratica forense con Tina Lagostena Bassi, quindi Vincenzo Siniscalchi,[1] infine entra nello studio di Cesare Previti. 

Nel 1994 si è iscritta a Forza Italia e dal giugno del 1996 ha collaborato con l’ufficio legislativo del gruppo di Forza Italia al Senato, per poi passare a quello della Camera nel 1998; dal 2000 coordina il dipartimento giustizia del partito azzurro e diventa assistente parlamentare di Marcello Pera.

Nel 2001 è stata eletta deputato con il sistema maggioritario nella circoscrizione Calabria, nel collegio di Paola, membro della commissione Giustizia.

È stata sottosegretario al ministero della Giustizia sia nel secondo che nel terzo governo guidato da Silvio Berlusconi (dal 2001 al 2006). Rieletta per un secondo mandato alle elezioni politiche del 2006, candidata nelle liste di Forza Italia per la circoscrizione Emilia-Romagna.

Viene riconfermata alla Camera dei deputati alle successive elezioni del 2008 nelle liste calabresi del Popolo della Libertà venendo eletta vice-capogruppo alla Camera dei Deputati del gruppo.

Nella corrente legislatura ricopre l’incarico di vicepresidente della I Commissione (Affari Costituzionali, della Presidenza del Consiglio e degli Interni) ed è membro di diversi organi parlamentari.

Alle elezioni politiche del 2013 Jole Santelli è capolista nella circoscrizione Calabria e viene eletta per la quarta volta alla Camera.

Il 2 maggio 2013 viene nominata Sottosegretario di Stato al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali sotto il Ministro Enrico Giovannini nel Governo Letta, carica che mantiene fino alle dimissioni rassegnate il successivo 6 dicembre, a seguito della sua adesione al nuovo progetto di Forza Italia[2][3] che si colloca all’opposizione del Governo.

È coordinatore regionale della Calabria di Forza Italia e dal 28 giugno 2016 vicesindaco e assessore alla cultura della città di Cosenza con Mario Occhiuto sindaco.

Nel 2018 è rieletta alla Camera nel proporzionale in Calabria.

Candidatura a presidente della CalabriaModifica

Il 9 dicembre 2019 si dimette da vicesindaco di Cosenza[4] e il 19 dicembre viene indicata da Forza Italia come candidata a presidente della regione Calabria per il centro-destra in vista delle elezioni del 26 gennaio 2020 venendo preferita al sindaco cosentino Mario Occhiuto;[5] viene appoggiata, oltre che da Forza Italia, da Lega, Fratelli d’Italia, UDC e dalle liste civiche Jole Santelli Presidente e Casa delle Libertà.

Dal Web

Katerina: primo presidente donna della Grecia

La Grecia ha per la prima volta nella sua storia un presidente donna. Il Parlamento ellenico ha eletto infatti come capo dello stato Katerina Sakellaropoulou, che fino a una settimana fa – prima della candidatura – era al vertice del Consiglio di stato. La giudice è stata nominata al primo passaggio in aula con 261 voti su 300 grazie all’appoggio bipartisan (piuttosto inusuale ad Atene) del centrodestra al governo di Nea Demokratia e della sinistra di Syriza. Sakellaropoulou inizierà ufficialmente il suo mandato il 13 marzo, prendendo il posto nella carica di Prokopis Pavlopoulos.

Dal web

Beatrice Cenci

di Ersilia Santacroce1. In seguito alla morte della madre, alla giovane età di 7 anni, nel giugno del 1584, venne obbligata a ritirarsi presso il convento delle monache francescane di Santa Croce in Montecitorio, insieme alla sorella maggiore Antonina. Vi restò fino all’età di quindici anni, ricevendo un’educazione modesta nonostante le sue nobili origini.
Una volta tornata nella propria casa natale trovò ad attenderla un ambiente poco ospitale, nel quale imperversava una pesante crisi familiare: il padre, noto per i suoi modi violenti, non risparmiò infatti sofferenze nemmeno alla giovane Beatrice. La crisi dipendeva sia da ragioni di natura economica che dal carattere violento e manesco del padre. Infatti, si ha notizia che i tre figli più grandi, Giacomo, Cristoforo e Rocco, erano in rotta col padre perché egli negava loro il denaro necessario per mantenersi, e li costringeva a una vita di debiti e povertà. Un diverbio che portò i tre fratelli ad intentare e vincere una causa contro il proprio padre per ottenere gli alimenti. Lo scontro si acuì nel 1594, quando Francesco Cenci subì un processo per sodomia nei confronti del figlio di un rigattiere, conclusosi con la condanna al pagamento di centomila scudi e alla reclusione in carcere per omicidio. Con il pagamento della multa per ottenere l’estinzione del procedimento, il condannato riuscì a uscire dal carcere soltanto tre mesi dopo. Nel frattempo, i tre fratelli di Beatrice sfruttarono l’occasione per rivolgersi a papa Clemente VIII, chiedendo la separazione definitiva dei beni di famiglia e la possibilità di dare a tutti loro una sistemazione adeguata. A tal richiesta, Clemente VIII rispose assegnando loro le rendite di alcune terre paterne. Dopo tale affronto, il padre li accusò di tentato omicidio: dei tre, fu Giacomo a risponderne maggiormente, sebbene uscì pulito dall’indagine grazie a un testimone a suo favore. In seguito, il padre lo querelò di nuovo ma inutilmente per aver corrotto e comprato testimoni a suo sfavore nel processo per sodomia.
Lo stesso anno, Francesco Cenci convolò a seconde nozze con Lucrezia Petroni, dalla quale però non ebbe nessun figlio.

L’esilio alla Rocca di Petrella Salto

“Voglio che crepi qua su”2

Nell’aprile del 1595 Francesco Cenci rinchiuse la figlia Beatrice e la sua seconda moglie nella rocca di Petrella Salto, un piccolo paese tra Rieti e Avezzano, nel territorio del Regno di Napoli, dove rimase segregata in compagnia di alcuni servi, in un piccolo castello del Cicolano, chiamato la Rocca, di proprietà della famiglia Colonna. I motivi che spinsero Francesco Cenci a questa terribile decisione sono legati alla scoperta dell’intento della moglie Lucrezia di far sposare la giovane Beatrice. Infatti, costei, sperando di salvare la figliastra, introdusse in casa monsignor Guerra, un giovane avviato alla carriera ecclesiastica ed addetto alla Corte del papa, con il compito di trovarle un degno marito. La reclusione nella Rocca, evitò al padre di trovarsi nella condizione di dover dare il consenso a un matrimonio per il quale non poteva pagare un’adeguata dote. Inoltre, le preoccupazioni per il recente dissesto economico lo portarono a allontanare da sé anche i due figli più piccoli, Bernardo e Paolo, mettendoli “a dozzina” da un prete.
Nell’esilio forzato a Petrella Salto, l’infelice Beatrice subì gli stessi trattamenti di una carcerata e probabilmente subì violenza carnale, nonostante nel processo non ne viene fatta esplicita menzione. Esasperata dalla situazione, prese a spedire lettere d’aiuto ai suoi parenti a Roma. Nel dicembre del 1597 ne indirizzò una al fratello Giacomo, che poi purtroppo finì nelle mani del padre, nella quale lo implorava di trovarle marito o di trasferirla in un monastero.
Fu allora che la situazione peggiorò quando Francesco, malato di rogna e di gotta, per fuggire anche alle richieste pressanti dei creditori, tornò a Petrella Salto, con i figli minori Bernardo e Paolo.

L’omicidio

In quel periodo la Cenci, colma d’odio nei confronti del suo violento padre, iniziò a considerare il proposito di ucciderlo con l’aiuto della matrigna Lucrezia, del fratello Giacomo, del castellano Olimpio Calvetti, forse suo amante, e del maniscalco Marzio da Fioran detto il Catalano.
Inizialmente, la Cenci tentò di mettersi in contatto con i banditi della zona, che avrebbero dovuto assaltare Francesco Cenci durante uno dei suoi viaggi. Tuttavia, le trattative non andarono a buon fine e Beatrice dovette pianificare una soluzione alternativa. Dapprima pensò all’avvelenamento, ma il padre, consapevole di aver molti nemici, anche nelle mura domestiche, prese l’abitudine a far assaggiare preliminarmente ogni piatto a lui destinato dai suoi familiari. Giunse allora alla conclusione che l’unico modo per liberarsi del padre fosse di ammazzarlo nel sonno. Alle prime luci dell’alba del 9 settembre 1598, Francesco Cenci, drogato d’oppio, venne ucciso a martellate dai due sicari, Olimpio Calvetti e Marzio Catalano.
Per simulare una disgrazia, Beatrice Cenci propose ai suoi complici di sfondare il pavimento di un balcone di legno situato nella stanza della vittima e, da lì, far cadere il corpo nella macchia sottostante.
Il giorno seguente, Lucrezia e Beatrice, insieme agli altri due complici, fecero ritorno a Roma.

Il processo

Le indagini si rivelarono sin da subito più complicate del previsto.
Il territorio di Petrella Salva faceva parte di un feudo la cui giurisdizione era sotto il Regno di Napoli. Le prime indagini vennero perciò eseguite dal commissario Marzio Colonna, Biagio Querco, insieme a Carlo Tirone, Luogotenente del Tribunale di Campagna d’Abruzzo. Tuttavia, gli indiziati, che avevano prontamente deciso di tornare a Roma, facevano parte della nobiltà romana e, secondo le leggi dell’epoca, dovevano esser giudicati dai tribunali della giurisdizione papale. L’attribuzione della causa venne affidata al Tribunale del Vicario, nel quale allora era titolare il cardinale Girolamo Rusticucci. Ad aiutarlo, vi erano Pompeo Molella, procuratore fiscale, e Ulisse Moscato, luogotenente.
Dalla lacunosa documentazione sul caso, sembra che il crimine fosse stato denunciato nei giorni seguenti dalle donne del contado che sin da subito sospettarono di Beatrice e Lucrezia. Da quelle prime diffamazioni, all’inizio della inquisitio generalis, ovvero della fase investigativa del processo, è necessario attendere fino al 5 novembre 1598.
Bastarono pochi interrogatori per convincere il cardinale Rusticucci a dare inizio all’inquisitio specialis, ordinando la reclusione delle due donne nel loro palazzo a Sant’Eustachio, insieme a quella dei due fratelli, Giacomo e Bernardo, e di Marzio Catalano nel carcere di Tor di Nona. Nel frattempo, Olimpio Calvetti si era dato alla latitanza.
In seguito al ritrovamento da parte del commissario Biagio Querco delle lenzuola coperte del sangue di Francesco Cenci, nel dicembre del 1598 venne dato ordine di riesumare il corpo della vittima per esaminare le condizioni del cranio. Nel gennaio del 1599, il conte de Olivares, governatore del Regno di Napoli, dava l’ordine di arrestare i colpevoli. Ciò nonostante, nel conflitto giurisdizionale tra i due tribunali ebbe la meglio il tribunale romano, poiché riuscì a catturare a Poggio Fiano uno dei sospettati, Marzio Fiano, che si era nascosto nella casa della sorella.
Inizialmente, nel suo interrogatorio confermò la versione dell’incidente, ma rivelando che più volte Beatrice Cenci gli aveva proposto di: “andare assieme con lei, che si voleva fuggire con me, et che ne saressimo andati lontano, che lei aveva tre sacchetti di denari da spendere, una croce d’argento, due calici, dieci anelli d’oro, un bocale, un bocale d’argento et vestimenti et che avremmo avuto denari assai da spendere […]; et che lei non voleva star più in quella vita perché nessuno pensava volerla maritare, né il padre né li fratelli e che se non trovava rimedio se voleva ammazzare da se stessa”3. In seguito, ammise di esser stato contattato sia da Olimpio che da Beatrice per partecipare all’omicidio di Francesco Cenci.
Mentre la matassa degli eventi legati all’omicidio di Francesco Cenci si stava pian piano dipanando, venne ucciso Olimpio Calvetti, probabilmente per ordine del fratello Giacomo. Gli altri imputanti intanto tennero fede alla primitiva versione, fintanto che il magistrato non ebbe abbastanza prove per sottoporre alla tortura i membri della famiglia Cenci. All’atroce dolore della tortura inflitta, uno dopo l’altro, tutti i Cenci cedettero e ammisero la loro colpevolezza. Giacomo e Lucrezia tentarono di trovare un attenuante al misfatto, addossando tutta la colpa su Beatrice; al contrario, Beatrice, il 19 agosto 1599, durante il suo interrogatorio, rimase più lucida e ferma degli altri due, sostenendo che il colpevole era Olimpio, ormai morto.
Una volta raccolte tutte le confessioni degli imputati, ebbe inizio la fase difensiva del processo. I Cenci scelsero come loro difensori due dei più rinomati giuristi dell’epoca, Prospero Farinacci e Pianca Coronato de’ Coronati. Nelle loro arringhe la responsabilità dell’omicidio venne attribuita quasi completamente alla figura di Beatrice Cenci, che però non doveva essere punita perché mossa dall’odio per il padre che l’aveva ripetutamente violentata. Neppure gli altri meritavano la morte perché avevano semplicemente sostenuto i giusti propositi di vendetta di Beatrice.
La debole difesa dei Cenci e l’allora situazione politica romana non aiutarono gli imputati: il 5 settembre 1599, papa Clemente VIII decise di punire i colpevoli dell’omicidio di Francesco Cenci in maniera esemplare. Tutti i membri della famiglia Cenci vennero così privati del titolo nobiliare, i loro beni vennero confiscati e messi all’asta. L’11 settembre 1599 Lucrezia Petroni, Giacomo e Beatrice Cenci vennero decapitati. Bernardo, invece, ebbe salva la vita ma venne recluso nelle galere papali, dopo aver assistito all’esecuzione dei suoi.
Le spoglie di Beatrice Cenci vennero raccolte dalla Confraternita di San Giovanni Decollato, che le portò in processione fino alla chiesa di San Pietro in Montorio, dove venne seppellita. Sulla sua lapide non venne posta alcuna iscrizione, come era d’uso per i giustiziati. Da allora, secondo la leggenda, ogni 11 settembre il fantasma della sfortunata Beatrice compare sugli spalti della Rocca di Petrella Salto e su quelli di Castel Sant’Angelo. Nel 1798, durante l’occupazione francese, la sua lapide venne trafugata dai soldati dell’esercito di Napoleone per recuperare il piombo delle bare.

Dal Web

Isadora Duncan

Figlia di uno scozzese e di una irlandese, conobbe un’infanzia molto povera. Dopo aver studiato danza classica si liberò dei rigori accademici per seguire un insegnamento improntato ai principî di François Delsarte riguardanti l’armonia del corpo e del movimento. Si stabilì quindi a Londra con la famiglia e nel 1900 si recò a Parigi ove danzò in serate private su brani di musica classica.
A piedi nudi, vestita di una semplice tunichetta di tipo greco, si atteggiava in movenze che aveva studiato osservando i bassorilievi dell’arte ellenica. Con questo nuovo tipo di danza, detta “libera” o “naturale”, la D. intese proclamare una libertà di espressione dalle ferree regole accademiche e dagli artifici del balletto classico. La sua danza si diffuse presto in tutta Europa dove influenzò lo stesso balletto classico e l’evoluzione in atto dei balletti russi di S. P. Djagilev. La D. si servì di musiche non espressamente composte per la danza dando l’avvio al balletto sinfonico, portato poi avanti negli anni Trenta da L. Massine. D. si trovò tuttavia nell’impossibilità di insegnare una tecnica vera e propria a causa del suo carattere dispersivo e della discontinuità nell’ispirazione. Fu moglie prima di E. Gordon Craig, poi del poeta russo S. Esenin. Morì strangolata da una sciarpa impigliatasi tra le ruote della sua automobile in corsa. La D. scrisse molti libri, tra cui l’autobiografia My life. 

Era l’imbrunire del 14 settembre del 1927 quando, sulla Promenade des Anglais a Nizza, Benoît Falchetto, un pilota automobilistico italo-francese, offrì il posto del passeggero sulla sua Bugatti alla celebre ballerina. Nel salire sulla potente vettura, prima che la lunga sciarpa che le avvolgeva il collo si impigliasse nelle ruote dell’auto strangolandola, Isadora prese commiato dai suoi amici pronunciando una frase fatale, destinata a restare tristemente famosa:
Adieu, mes amis. Je vais à la gloire!
Ovvero “Addio, amici miei, vado verso la gloria!

Dal web

Francesca Di Giovanni prima donna Segretaria di Stato nella Santa Sede

Papa Francesco ha nominato Francesca Di Giovanni, da 27 anni in Segreteria di Stato, come sottosegretario della Sezione per i Rapporti con gli Stati. È la prima volta che una donna, per di più laica, occupa una posizione dirigenziale così elevata nella Santa Sede e in particolare nella Terza Loggia vaticana. Guidata dal Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, «primo ministro» del Papa, la Segreteria è divisa in tre sezioni, una delle quali è diretta dal Segretario per il rapporti con gli Stati, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, una sorta di ministro degli Esteri della Santa Sede del quale Francesca di Giovanni, già «officiale» della stessa sezione, diventa ora uno dei due «vice», l’altro sottosegretario è monsignor Mirosław Wachowski.

Dall’inizio del pontificato, Francesco parla della necessità di riconoscere più spazio alle donne, «bisogna riflettere su cosa significa il ruolo della donna nella Chiesa», aveva ripetuto a conclusione del Sinodo di ottobre, salvo aggiungere che non era solo una questione «funzionale», di incarichi. Lo stesso cardinale Parolin, tre anni fa, aveva del resto ricordato che «in teoria una donna potrebbe anche ricoprire l’ufficio di Segretario di Stato, che non è legato ai sacramenti e al sacerdozio». Lo stesso Papa spiegò che «anche una donna può essere a capo di un Dicastero». Nell’attesa, la nomina come sottosegretario in Segreteria di Stato è un passo avanti senza precedenti. 

Francesca di Giovanni, nata a Palermo nel 1953 e laureata in Giurisprudenza, fa parte del Movimento dei Focolari e nel movimento ha iniziato lavorando nel settore giuridico-amministrativo del Centro internazionale dell’Opera di Maria. Officiale della Segreteria di Stato dal 15 settembre 1993, «ha svolto il suo servizio sempre nel settore multilaterale, soprattutto per quanto riguarda temi concernenti i migranti e i rifugiati, il diritto internazionale umanitario, le comunicazioni, il diritto internazionale privato, la condizione della donna, la proprietà intellettuale e il turismo», informa la Santa Sede. Intervistata dai media vaticani, ha detto tutta la sua sorpresa: «Sì, assolutamente! È da vari anni che si pensa alla necessità di un sottosegretario per il settore multilaterale: un settore delicato e impegnativo che necessita di un’attenzione particolare, perché ha modalità proprie, in parte diverse da quelle dell’ambito bilaterale. Ma che il Santo Padre affidasse a me questo ruolo, sinceramente non l’avrei mai pensato. Effettivamente, è la prima volta che una donna ha un compito dirigenziale in Segreteria di Stato. Il Santo Padre ha preso una decisione innovativa, certamente, che, al di là della mia persona, rappresenta un segno di attenzione nei confronti delle donne. Ma la responsabilità è legata al compito, più che al fatto di essere donna». Come sottosegretario, si occuperà del «settore multilaterale»: «In parole povere si può dire che tratta dei rapporti che riguardano le organizzazioni intergovernative a livello internazionale e comprende la rete dei trattati multilaterali, che sono importanti perché sanciscono la volontà politica degli Stati riguardo ai vari temi concernenti il bene comune internazionale: pensiamo allo sviluppo, all’ambiente, alla protezione delle vittime dei conflitti, alla condizione della donna e così via. Continuerò ad occuparmi di ciò che ho seguito fino ad ora all’interno della Sezione per i Rapporti con gli Stati, anche se adesso, in questo nuovo ruolo, avrò il compito di coordinare il lavoro di questo settore».

Già Guido Vecchi Corriere della sera

Non mi pento di niente

Dalla donna che sono,

mi succede, a volte,

di osservare, nelle altre, la donna che potevo essere;

donne garbate, laboriose, buone mogli,

esempio di virtù,

come mia madre

avrebbe voluto.

Non so perchè

tutta la vita

ho trascorso a

ribellarmi a loro.

Odio le loro minacce

sul mio corpo

la colpa che le loro vite

impeccabili,

per strano maleficio

mi ispirano;

mi ribello contro le loro buone azioni,

contro i pianti di nascosto

del marito,

del pudore della sua nudità

sotto la stirata e inamidata biancheria intima.

Queste donne,

tuttavia, mi guardano

dal fondo dei loro specchi;

alzano un dito accusatore

e, a volte, cedo al loro sguardo di biasimo

e vorrei guadagnarmi il consenso universale,

essere “la brava bambina”, essere la “donna decente”

la Gioconda irreprensibile,

prendere dieci in condotta

dal partito, dallo Stato,

dagli amici,

dalla famiglia, dai figli

e da tutti gli esseri

che popolano abbondantemente

questo mondo.

In questa contraddizione inevitabile tra quel che doveva essere

e quel che è,

ho combattuto numerose

battaglie mortali,

battaglie a morsi, loro contro di me

– loro contro di me che sono me stessa –

con la psiche

dolorante,

scarmigliata,

trasgredendo progetti ancestrali, lacero le donne che vivono in me

che, fin dall’infanzia, mi guardano torvo

perchè non riesco nello stampo perfetto dei loro sogni,

perchè oso essere quella folle, inattendibile, tenera e vulnerabile

che si innamora come una triste puttana

di cause giuste,

di uomini belli

e di parole giocose.

Perchè, adulta, ho osato vivere l’infanzia proibita

e ho fatto l’amore sulle scrivanie nelle ore d’ufficio,

ho rotto vincoli inviolabili

e ho osato godere

del corpo sano e sinuoso

di cui i geni di tutti i miei avi mi hanno dotata.

Non incolpo nessuno. Anzi li ringrazio dei doni.

Non mi pento di niente, come disse Edith Piaf:

ma nei pozzi scuri in cui sprofondo al mattino,

appena apro gli occhi,

sento le lacrime che premono,

nonostante la felicità che ho finalmente conquistato,

rompendo cappe e strati di roccia terziaria e quaternaria,

vedo le altre donne che sono in me,

sedute nel vestibolo

che mi guardano con occhi dolenti e mi sento in colpa per la mia felicità.

Assurde brave bambine mi circondano e danzano musiche infantili

contro di me;

contro questa donna fatta, piena,

la donna dal seno sodo

e i fianchi larghi,

che, per mia madre e contro di lei, mi piace essere.

– Gioconda Belli –