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Linda Laura Sabbadini

” Una situazione paradossale contrassegna la generazione 25-34 anni: sono le donne con il livello d’ istruzione più alto nella storia del Paese, ma anche quelle che fanno più fatica a entrare e a rimanere nel mondo del lavoro”

A dircelo é lei Linda Laura Sabbadini, pioniera degli studi statistici di Genere.

. Nasce a Roma nel maggio 1956. Una laurea in Scienze statistiche e Demografiche presa «per poter sintetizzare due passioni, quella per il sociale e le tematiche femminili, che ha attraversato tutta la mia vita, e quella per la matematica». Da 35 anni all’Istat (Istituto di statistica), dove ha diretto il dipartimento Politiche sociali e ambientali, ha un chiodo fisso: «Sapere chi siamo e come cambiamo». Ha dato un numero alla fatica delle donne dentro casa, illuminato il sorpasso delle ragazze sui maschi a scuola, svelato il sommerso nella violenza di genere, raccontato chi e quanti sono anziani, immigrati, omosessuali, homeless, disabili. Ha dato visibilità statistica agli invisibili. Per questa rivoluzione nei temi e nelle metodologie delle statistiche ufficiali, nel 2006 il presidente della Repubblica Ciampi l’ha nominata commendatore. Nel 2015, è stata inserita tra le 100 eccellenze italiane. Autrice di più di 100 tra monografie, pubblicazioni scientifiche nazionali e internazionali, sia di metodologia di indagine che di carattere tematico, ha partecipato a numerosi gruppi di alto livello come quello dell’Onu sulle statistiche sulla violenza contro le donne, lo steering group del Centro di eccellenza dell’Onu sulle statistiche sulla criminalità, l’expert group Onu sulle statistiche sociali, l’interagency expert group sulle statistiche di genere, il gruppo di coordinamento dei direttori delle statistiche sociali dell’Un-Ece, e il social development group dei direttori delle statistiche sociali di Eurostat. Dal 2016 è anche editorialista de La Stampa. Sposata, ha due figlie.

Ada Luz Marquez

Ho perso ore e orologio,
calendario e aspettative,
le speranze e le certezze.
Ho perso tutto ciò che era,
tutte le inutili attese,
tutto quello che avevo cercato e tutto quello per cui avevo camminato
e tutto ciò che è avevo lasciato sul ciglio della strada.

E così, nel perdere tutto,
ho anche perso la paura,
la paura di infrangere le regole
e le autocritiche feroci,
la paura della morte
e la paura della vita,
la paura di perdersi,
e la paura di perdere.

E completamente nuda,
priva della vecchia pelle,
ho trovato un cuore
che vibra dentro ogni poro del mio essere,
un profondo tamburo
fatto di argilla, stelle e radici
il suo eco dentro di me
è la voce della Vecchia Donna, 
fu allora che ricordai
battito dopo battito,
che ero viva,
eternamente viva,
che ero libera, 
coraggiosamente libera.

Ada Luz Marquez

Mariasole Bianco

Trentatré anni, un sorriso aperto e lo sguardo acceso di chi sta realizzando qualcosa di speciale, un’intraprendenza tutta femminile. «Sono fortunata, perché ogni giorno realizzo il mio sogno, lo stesso che hanno oggi migliaia di bambini: ripulire gli oceani dalla plastica e renderli di nuovo un ambiente pieno di vita» racconta Mariasole Bianco, biologa marina e punto di riferimento internazionale per le politiche legate alla tutela dell’ambiente marino e allo sviluppo sostenibile. L’abbiamo incontrata in occasione della Giornata Mondiale degli Oceani che si celebra l’8 giugno, per farci raccontare il lavoro che sta portando avanti insieme ai ragazzi – che lei chiama i “custodi del Pianeta” e “Generazione Blu” – nelle scuole di tutta Italia.

Mariasole ha un curriculum d’eccezione. Dopo la laurea in biologia marina a Genova, ha approfondito l’aspetto manageriale nella gestione delle risorse naturali per poi trascorrere cinque anni in Australia, dove ha studiato le aree marine protette. «Rientrata in Italia, nel 2013 insieme a mio padre e a una carissima amica abbiamo fondato Worldrise, l’associazione no profit che si dedica a progetti per la tutela dei mari, con il coinvolgimento dei bambini a partire dalle scuole elementari». Un anno decisivo, in cui la giovane scienziata ha partecipato al congresso decennale sui Parchi e le aree protette di Sydney, per poi entrare, un anno dopo, nella Commissione Mondiale delle aree protette. Non si è mai fermata: è volata alle Hawaii e poi in Cile dove ha proseguito i suoi studi. «Ma ciò che mi rende orgogliosa è soprattutto il mio lavoro con i ragazzi, perché mi dà la speranza sempre più concreta che saranno adulti in grado di preservare l’ambiente

La sua grande passione è il mare, o meglio la difesa del mare. Come è nata?
Mi è stata trasmessa da mio padre, amante del mare, e da mia madre, insegnante, durante le lunghe vacanze estive che trascorrevamo in Sardegna quand’ero piccola: tre mesi a piedi nudi e costume a scorrazzare sulla spiaggia, immersa nella natura. Ero una piccola selvaggia, mi sentivo libera come Mowgli del Libro della Giungla (e ancora mi ci sento). Ho imparato a amare e rispettare il mare e i suoi abitanti. È lì che è nato il mio sogno, che oggi realizzo con migliaia di piccoli studenti portando nelle scuole i nostri progetti per la salvaguardia del mare.

Lei è conosciuta per la partecipazione alla trasmissione Kilimangiaro su Rai3, ma ne sa parecchio anche dei sogni dei bambini…
Con loro condivido l’aspirazione a fare qualcosa di concreto per migliorare il mondo. Lavorando con i bambini di quarta elementare e fino alla prima media, ho capito che sono davvero preoccupati per le sorti dell’ambiente e quindi del loro futuro. Sono i veri paladini degli oceani: se stimolati e coinvolti nel modo giusto, diventano ambasciatori del problema. Il cambiamento parte da loro e prosegue a casa, in un circolo virtuoso che parte dai più piccoli e arriva ai genitori e ai nonni.

La generazione degli adulti di oggi ha quasi sempre ignorato i problemi legati all’ambiente e ora le conseguenze ricadono sui più giovani.
Per questo Worldwise si rivolge alle nuove generazioni. I bambini sono rimasti molto colpiti quando abbiamo spiegato che ogni anno finiscono in mare 8 milioni di tonnellate di plastica. Come se, ogni minuto per 365 giorni all’anno, un camion della spazzatura riversasse tutto il suo contenuto in acqua. E siamo passati all’azione, fatta di diffusione delle informazioni per preservare la Natura e di gesti concreti. A Milano abbiamo appena creato il primo network al mondo di locali notturni che si impegnano a essere plastic free, cioè a non usare più prodotti in plastica monouso come posate o cannucce.

Il 7 giugno lei è stata chiamata a partecipare al convegno dell’ONU che quest’anno si intitola Gender and the Ocean, in omaggio alle donne che si dedicano alla cura dell’ambiente marino.

Mi hanno invitato come Maestro di cerimonia, insieme ad altre donne significative di tutto il mondo che stanno lavorando per proteggere gli oceani. Mi sento onorata di essere riconosciuta da una piattaforma internazionale così prestigiosa come una giovane donna che fa la differenza. Un sogno che si concretizza sempre più.

Quale percorso di studi consiglierebbe ai ragazzi che amano l’ambiente?
Le università italiane sono in grado di offrire un’ottima formazione a livello teorico con facoltà che vanno da Biologia a Scienze Ambientali e Naturali. Questa preparazione va sicuramente arricchita da esperienze pratiche e professionali, parte integrante dei programmi delle università estere che consentono anche di incrementare la conoscenza dell’inglese, fondamentale in ambito scientifico. Ma la cosa che più mi sento di consigliare è di armarsi di pazienza e determinazione,  e tenere sempre viva quella passione che permette ai sogni, prima o poi, di trasformarsi in realtà.

Il Manifesto della Generazione blu: un decalogo per un mare più pulito

Nato da un’idea di Mariasole Bianco con Diana de Marsanich di Natural Stylee Chiara Bidoli, direttrice di Style Piccoli, Insieme, Io e il mio bambino e quimamme.it il Manifesto della Generazione blu riassume in dieci punti le azioni che rendono i bambini protagonisti della tutela del mare.  Si scarica da quimamme.it

La Generazione Blu ci salverà

Da una ricerca svolta da Disney con Rcs e Cairo editore risulta che tra le priorità dei bambini tra i 5 e gli 11 anni c’è l’emergenza plastica in mare. E circa l’88 per cento sente
di avere il potere di rendere il mondo un posto migliore. Una “Generazione Blu”, come sono stati definiti dagli esperti della ricerca. «I bambini sanno partecipare con un entusiasmo travolgente anche a progetti di rilievo», spiega Mariasole Bianco. Come “Batti 5” dell’associazione Worldrise, che ha coinvolto finora quasi 800 ragazzi basandosi sulle migliori pratiche internazionali, anche grazie alla collaborazione con organizzazioni come One More Generation (OMG) e all’adesione alla Plastic Awareness Coalition. «Quest’anno, oltre alla Liguria, il lavoro di “Batti 5” si è esteso alle spiagge di Calabria e Sicilia, dove abbiamo raccolto quantità incredibili di rifiuti. Esperienza che ha scioccato sia noi sia gli oltre 400 bambini partecipanti al progetto. Abbiamo trovato non solo sacchetti e bottiglie di plastica, ma alberi di Natale, frigoriferi, passeggini…».

Di Laura Salonia

Elena Lucrezia Cornaro Piscopia

Onore al merito. Un orgoglio per noi italiani, e la maggioranza di noi, probabilmente, nemmeno lo sa. La prima donna laureata al mondo, infatti, proviene dal nostro Paese.

Lei si chiama Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, è nata a Venezia nel 1646 ed è la quinta di sette figli. I suoi genitori erano il patrizio Giovanni Battista Cornaro e Zanetta, una donna di umili origini.

Giovanni Battista Cornaro, illuminato mecenate e padre anticonvenzionale, infatti, aveva sfidato l’allora pettegola e chiusa società veneziana vivendo con una donna di classe inferiore alla sua, con la quale è rimasto accanto per tutta la vita.

E il carattere forte e determinato Elena l’ha preso proprio dal padre, che con le sue decisioni ha sicuramente avuto un’influenza fondamentale nella crescita e nelle decisioni della figlia.

Elena ha soltanto 10 anni quando sceglie di rifiutare il matrimonio e di restare vergine per consacrarsi allo studio e alla passione intellettuale. Nella Venezia della metà del ‘600, quando alle donne era consentito soltanto il matrimonio o il velo, Elena intraprese un camminio nuovo, solitario, quasi scandaloso.

Fin da piccola Elena dimostra una sorprendente facilità nell’apprendere, sostenuta da una notevole passione per lo studio che affronta con caparbietà e rigore. Impara il greco e il latino, se guita da prè Fabris che le impartisce lezioni a palazzo, traduce senza problemi l’Iliade e l’Odisseae amplia le sue conoscenze con gli insegnamenti impartiti da Giovanni Valier, canonico di San Marco, e da padre Vota.

Studia lo spagnolo, il francese, l’ebraico, l’arabo, per poi dedicarsi alla filosofia e alla teologia.

Dopo essersi iscritta all’Università, che a quei tempi veniva definita Studio di Padova, però, Elena trova una spiacevole sorpresa nel momento in cui presenta regolare domanda di ammissione alla laurea: a una donna, infatti, non era concesso ricevere il titolo di dottore in teologia.

E fu Gregorio Barbarigo, vescovo di Padova, a bloccare tutto: essendo inferiore rispetto all’uomo, e non essendo capace di ragionamenti difficili, una donna non poteva ricevere un titolo di laurea.

E così inizia una lunga polemica tra lo Studio di Padova, che aveva acconsentito alla laurea, e il cardinale Barbarigo.

Fino a quando, il 25 Giugno del 1678, all’età di 32 anni, Elena ottiene finalmente la sua laurea: gliela concedono, però, in filosofia (magistra philosophiae), non in teologia,  anche se non poté, in quanto donna, esercitare l’insegnamento.

La cerimonia di proclamazione restò negli annali: l’aula era talmente piena che la cerimonia dovette essere spostata in uno spazio più grande.

Lei, come dicevamo, già da piccola aveva deciso di rinunciare al matrimonio e di restare vergine, ma il destino ha avuto in serbo per lei un imprevisto: l’incontro con l’erudito arabo Humar ibn al-Farid, inviato dal conte spagnolo Olivares a studiare l’ordinamento della ricchissima biblioteca del Cornaro.

Tra i due si accende una passione violentissima quanto silenziosa,  proprio grazie al loro comune amore per il sapere. E’ un sentimento impossibile e mai apertamente dichiarato, ma che resterà in eterno e che si è rivelato di grande supporto negli anni difficili che Elena ha dovuto affrontare. Parole toccanti, poi, quelle utilizzate nella lettera d’addio che Humar ha poi inviato a Elena.

La vita passata sui libri, però, presenta ben presto il suo conto: è il 1684 quando Elena muore, a soli 38 anni, per una grave malattia.

Aveva disposto che fossero distrutti tutti i suoi manoscritti, e le poche carte restanti, consistenti in discorsi di argomento morale e religioso, e in alcune poesie, furono pubblicate postume.

Tra debiti e volontà dei monaci benedettini, non rimarrà nemmeno la statua di Elena, eretta su spinta del padre.

Oggi, la riproduzione della statua di Elena si trova alla base dello scalone del Palazzo del Bo, sede dell’Università di Padova. Nella sala grande della Biblioteca del Vassar College, una delle università più famose della East Coast, c’è invece una vetrata policroma che la ritrae, mentre nell’Aula italiana della Cattedrale del Sapere presso l’Università di Pittsburghè ritratta la sua figura in un grande affresco.

Il suo nome oggi dice poco, se non nulla, eppure occupa un posto rilevante nella storia della cultura italiana di cui dovremmo essere fieri.

Le è stata dedicata una lapide sul muro diCa’ Farsetti a Venezia, lato calle del Carbon, mentre l’autrice Patrizia Carranone ha raccontato la sua storia e la sua vita nel romanzo “Illuminata“, edito daMondadori.

Dal sito Eticamente

La corsa delle fantelle

Questa sera, mercoledì 5 giugno, alle ore 21 e 30 i riflettori della Quintana si spostano in via Mentana per la “Corsa delle fantelle” organizzata dal Rione Pugilli. L’iniziativa è volta a rievocare uno dei più caratteristici giochi popolari del 600.

A sfidarsi nella corsa saranno 10 ragazze, appunto, le “fantelle” in rappresentanza dei Rioni di Foligno.

Il suggestivo cerimoniale prevede la partenza di un carro dalla Taverna dell’Aquila Nera, seguito dai tamburini, che andrà a recuperare le altre 9 “fantelle”dai rispettivi Rioni. Finito il giro il carro tornerà in Via Mentana, dove, terminato “l’arruolamento” delle ragazze partirà la gara vera e propria con il percorso che si snoderà per i suggestivi vicoli adiacenti a Via Mentana.

Alla “fantella” vincitrice andranno, rispettando fedelmente quanto accadeva nel seicento, una libra di pepe, un mazzo di porri e della canapa.

Da La Giostra della Quintana

Nilde Iotti

“…Il cammino percorso in meno di un anno è stato molto e difficile: ma le nostre donne hanno bruciato le tappe. Esse continuano la loro opera, ad esse va l’elogio e la fiducia delle donne italiane, di tutti gli italiani che sperano e credono nella rinascita democratica del nostro Paese”.

(Leonilde Iotti)

Teresa Mattei

“….La più giovane deputatessa italiana alla Costituente ha molti bei riccioli bruni e due begli occhi vivi e ha venticinque anni. E’ nata a Genova, ha studiato a Milano, e a Firenze si è laureata in filosofia, durante la lotta clandestina.”

Le 21 splendide donne della Costituente

Adele Bei

Bianca Bianchi

Laura Bianchini

Elisabetta Conci

Maria De Unterrichter Jervolino

Filomena Delli Castelli

Maria Federici

Nadia Gallico Spano

Angela Gotelli

Angela M. Guidi Cingolani

Leonilde Iotti

Teresa Mattei

Angelina Livia Merlin

Angiola Minella

Rita Montagnana Togliatti

Maria Nicotra Fiorini

Teresa Noce Longo

Ottavia Penna Buscemi

Elettra Pollastrini

M. Maddalena Rossi

Vittoria Titomanlio

Letizia Battaglia

“La Città di Palermo l’ho amata e odiata: la mia Palermo fa puzza e questo mi piace molto. È la Palermo che io amo, quella del centro storico: quella dei quartieri “bene” non mi interessa, non ci vado, non ho amici da quelle parti. Palermo puzza splendidamente, è il motivo per cui non riesco a lasciare questa città: la sua potente decadenza che tenta di rialzarsi continuamente. Palermo è affascinante per me, potrei vivere a New York, Parigi, Roma o Napoli, ma vengo sempre attratta da Palermo. C’è del bello, una storia dietro di noi che è importante e che bisogna rispettare. C’è una lotta nel presente da anni che forse non sapete, forse taciuta e non amata, ma noi lottiamo continuamente. La nostra bellissima vita molta gente la vive lottando per cambiare una realtà che spesso non è stata voluta da noi, ce la siamo trovati per colpa di governi che hanno preteso per decenni che fossimo un bacino di voti. Perciò la povera Palermo è stata gestita da politici mafiosi: come potevamo reagire se un potere politico era lì a volere che eravamo solo voti? E la Mafia era lì per portare voti a Roma.”

“Fotografa della Mafia” è un titolo insopportabile. Io ho fatto la cronista per diciannove anni per il giornale l’Ora da freelance poi sono andata a Milano perché dovevo andare via da Palermo. Ho iniziato a proporre gli articoli, ma non andavano bene senza foto, per questo ho incominciato a fotografare. Poi il giornale l’Ora mi ha richiamata e sono stata felice di ritornare a Palermo. Fui la prima donna, in Italia nel 1974, a lavorare per un quotidiano: le fotografe sono sempre esistite, ma con un lavoro più calmo. In un quotidiano di una città come Palermo, in quegli anni particolari, non ho fatto foto solo di Mafia; ho fatto di tutto, bastava portassi delle fotografie. Erano molto esigenti al giornale l’Ora, 24 ore su 24. Una grande scuola di giornalismo civile, io gli devo molto. Era un ambiente composito, era un giornale comunista del pomeriggio, c’erano i vecchi comunisti che avevano un certo tipo di formazione e poi c’erano i giovani che oggi sono tra i più grandi giornalisti italiani. C’era un fermento contro il fascismo, contro la Mafia e contro la corruzione: in questa sono stata fortunata

“Non ho fotografato solo io i morti di Mafia. C’erano altri fotografi, solo che io ho usato le mie foto per fare delle esposizioni contro la Mafia, perché a me non piace. Io nel mio piccolo facevo il meglio per raccontare alla gente quanto era brutta, cattiva e sporca. Ma io veramente ho fatto di tutto, anche matrimoni e paesaggi. In questa mostra del MAXXI ci sono tutti questi momenti. Io mi chiedo dove sono le foto degli altri fotografi, perché non le tirano fuori per raccontare cosa fu in Italia? C’è una cronaca da raccontare”

Il lavoro come impegno civile e responsabilità politica

“Io vivo in coerenza con tutto quello che faccio. Non posso separare la mia fotografia da come gestisco la mia vita, da come amo e da come mi vesto. L’impegno civile nasce dall’infanzia, quando percepii che c’era un’ingiustizia, che noi avevamo il Parmigiano e la signora affianco a noi no, io lo rubavo a mia Madre e lo portavo. È una cosa nata con me.”

Io non ho mai considerato me stessa come artista, lo capisco ora perché nei musei chiedono le mie foto. Io mi sono mossa come persona, dovevo correre: mentre lavavo i piatti mi chiamava il giornale che diceva di correre. Ho voluto essere una persona semplice, una vita senza vanità. Sono stata deputato, in Sicilia a tutti dicono “Onorevole, Buongiorno” a me semplicemente “ciao Letizia”. Ho trasmesso questo.”

Colleghi maschi

“Ho avuto colleghi maschi nello studio ed è andata benissimo. Più in generale, nel mondo a me è andata bene. (So di Paola Agosti che a Roma si è dovuta ritirare perché le davano i calci quando doveva fotografare. Piccolina, brava fotografa.) È chiaro che ci sono problemi, però se ti imponi si fa. La polizia mi impediva di fotografare certe contingenze, ma poi quando ho cominciato ad urlare era imbarazzante. Ho trovato questo stratagemma e poi ho trovato l’aiuto di Boris Giuliano che fu capo della squadra mobile, meraviglioso non più sbirro che poi fu ammazzato, molto gentile.”

I morti, amici o persone care

“Tante sono le persone che stimavo o che amavo che sono morte per colpa della Mafia.”

“Io non ho fotografato né la strage di Capaci, né Falcone, né Borsellino, ma ero là. Mi dispiaccio oggi di questo: un fotografo deve fotografare ed è importante come documento, come espressione personale, per lasciarlo ai posteri. Io, però, non ce la facevo più, per questo poi andai fuori.”

Le foto di omicidi oggi

Dipende da come le cose vengono fotografate e portate a conoscenza. C’è una foto che io amo e amo questa fotografa donna, che ha fotografato quel piccolo bambino profugo morto sulla spiaggia. Pure lì si parlò di scandalo. Perché no? Devi fare vedere anche quello. Ci sono quadri in cui si mostra una decapitazione e sono nei musei. Noi abbiamo delle testimonianze e dipende dalla fotografia, se c’è rispetto o se è solo l’orrore della carne macellata. Dentro deve esserci un rispetto per quello che fotografi, devi fare sentire quello che senti dentro. Un bravo fotografo non registra solo quello che vede, ma anche quello che ha dentro: è complicato, ma ci possiamo riuscire. Non è solo l’attenzione ai particolari, l’angolazione, ma tutto soprattutto il sentimento che tu hai: cerchi di restituire la tristezza del fatto in un modo che conserva il rispetto.”

Grandi fotografi maestri

“Ero molto amica di Josef Koudelka, siamo andati insieme col camper in Turchia, in Jugoslavia e nel nord Europa. Lui è meraviglioso, è stato un maestro che mi ha dato tantissimo e lo considero uno dei più grandi fotografi del mondo: è bello ed importante avere dei maestri. Io me lo sono cercato, lui doveva fotografare le processioni e telefonò perché doveva avere ospitalità. Appena ho sentito che era lui stavo cadendo per terra. Quando venne, Koudelka ha guardato le mie foto, c’era anche il mio ex compagno Franco Zecchin. Dietro una foto se gli piaceva metteva una K e ne ho avute tante. Io non ho più fotografato cose buone per un anno, perché essere sottoposti ad un giudizio di una mente così mi ha scosso.”

Passare dal padre al marito, sposata a 16 anni, 3 figlie, separata, matrimonio come prigione?

“È complicato parlarne perché sono stati anni molto dolorosi per me. Avevo un padre geloso che mi aveva chiuso in casa, ho cercato sempre di andarmene. L’unica via allora era sposarmi, passare dal padre al marito, un uomo che mi amava. Non eravamo fatti l’uno per l’altro, ma è durato tanto questo matrimonio anche in modo tragico.”

Ricostruire la famiglia

“Sono riuscita a stare vicino a mio marito, dopo vent’anni di separazione, nell’ultimo anno di vita e di questo sono molto contenta: ho sentito affetto per lui come un fratello. Amo molto il perdono e capire come sono andare le cose e ho capito che se avevo sofferto è perché lui non poteva fare diversamente da quello che era: non capiva una ragazza inquieta e piena di voglia di fare come me. È stato molto bello ricostruire la famiglia, dentro di me non l’avevo mai distrutta. Sono stata molto vicina alle figlie anche se una donna così inquieta qualche danno l’ha fatto verso le figlie. Sono sicura che qualcosa non è andata nel verso giusto come madre, ma l’amore è fortissimo e ci amiamo tutti. Prima di venire qua mi ha chiamato dall’India mia figlia Shobha che è fotografa per farmi gli auguri per tutto quello che dovevo fare. Poi c’è Patrizia e Cisia, i nipoti, i pronipoti: è tutta una grande gabbia meravigliosa. Meglio averli, ma non sei più libero. Se hai un certo tipo di legame soffri. È una gabbia di impegno. È bellissima, io me la sono presa tutta.”

Fotografare bianco e nero.

“Il bianco e nero è bellissimo, i colori per me sono banali, non riesco a fare bene foto a colori e quelle degli altri non mi turbano molto, non mi conquistano, qualcuno c’è. Il bianco e nero è più riservato, è più discreto, è più rispettoso della realtà. Se io avessi fatto a colori quello che ho fotografato sarebbe stato terribile: basta pensare al rosso del sangue. Quando io faccio un ritratto in bianco e nero, ha la sua eleganza  solennità: mi piace molto dare onore a quando entro simbiosi con l’altro. Forse mi piace il Bianco e Nero perché sono all’antica, ho ottantadue anni e per me era una grande cosa, magari oggi è diverso.”

Oggi sono tutti fotografi con i cellulari?

Tutti sono scrittori perché c’è la biro? C’è il progetto, la disciplina, l’idea. Fare fotografia non è solo scattare, è interpretare, è entrare nell’altro e con l’altro in quello che è e quello che vuole, inventare un altro o capirlo. Guardiamo a Facebook, la foto può raccontare di un bel paesaggio ma la bravura non c’entra niente. Non c’è mediazione, è molto superficiale. La fotografia è qualcosa di più e i fotografi che rimangono sono quelli che hanno qualcosa da dire, così come accade per gli artisti. Spero di rimanere.”

Io fotografo senza la disperazione di prima. Io ho cominciato a Milano e ho avuto la possibilità di fotografare Pasolini, tra le prime foto, vennero bene. Io non ho studiato nulla di fotografia e tecnica, vengono bene da sole. Non capisco niente di tecnica, mi sembrava insopportabile vedere i fotografi maschi che comparavano la strumentazione, i teleobiettivi e altre performance formidabili delle loro macchine fotografiche. Io avevo una macchina semplice e sono riuscita fare delle foto che quando ho esposto a New York mi hanno chiesto se le avessi fatte con una macchina di alto livello.”

Il progetto a Palermo del centro di fotografia – i ragazzi possano poter vedere fiorire la bellezza

Io sono stata una fotografa sola. Non c’era una galleria fotografica, non c’era niente. I giornalisti e direttori non capivano niente di fotografia e pure oggi è così, stanno distruggendo i giornali per questo motivo. Pensiamo invece al mio centro che realizzerò, un padiglione enorme dei primi del ‘900. Ci sono due gallerie grandi una per i grandi eventi e una per i fotografi emergenti. Poi una stanza grande con l’archivio della città di Palermo, dalle fine dell’800: io chiederò a tutti di fare una raccolta delle foto, a tutti i fotografi del mondo chiederò di regalarmi una foto se sono passati da Palermo. Ci sarà fotografia ma non solo, poesia, musica, impareremo tutti insieme. Ho solo un po’ di fretta perché ho 82 anni, non so cosa mi aspetti, se avrò la forza e l’energia di continuare.

di Giuliano Cattabriga

Libertá

Ho camminato sulla lunga strada della libertà.

Ho cercato di non barcollare; ho fatto passi falsi lungo il cammino. Ma ho imparato che solo dopo aver scalato una grande collina, uno scopre che ci sono molte altre colline da scalare.

Mi sono preso un momento per ammirare il panorama glorioso che mi circondava, per dare un’occhiata da dove ero venuto. Ma posso riposarmi solo un momento, perché con la libertà arrivano le responsabilità e non voglio indugiare, il mio lungo cammino non é finito.

Nelson Mandela