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Le ragazze con le stellette

Solo nel 1999 le ragazze sono state ammesse all’arruolamento volontario nell’esercito italiano, la prima a varcare la soglia di un’accademia militare é stata Giulia Cornacchione, nel 2000, a 20 anni.

Oggi le militari sono 16 mila occupano posizioni in ogni settore e partecipano alle missioni all’estero.

Nel 2013 Laura De Benedetti é diventata Generale dei Carabinieri ma proveniva dalla Polizia, non più corpo militare dopo la riforma degli Anni 80.

Non esistono dati sul sessismo nelle forze dell’ordine, emergono solo singoli casi per volontà di alcune donne che vengono emarginate.

Veloce come un libro

Non esiste un vascello veloce come un libro
per portarci in terre lontane
né corsieri come una pagina
di poesie che si impenna  -
questa traversata
può farla anche il povero
senza oppressione di pedaggio  -
tanto è frugale
il carro dell’anima.

Emily Dickinson

Germaine Greer

Una delle caratteristiche più rilevanti della rivoluzione femminista degli anni Sessanta e Settanta è stata la capacità di creare scalpore. Prendiamo l’indimenticabile «Dialogo sulla liberazione delle donne», una conferenza che si svolse a New York nel 1971. Quattro delegate furono invitate a intervenire in una discussione moderata da Norman Mailer, che aveva appena pubblicato Il prigioniero del sesso, un libro decisamente poco femminista. Presentato come un «dibattito», l’incontro si risolse – come è documentato in Town Bloody Hall del cineasta D.A. Pennebaker – in qualcosa di molto più simile a una sommossa. Il pubblico numeroso divenne irrequieto ancora prima che il dibattito iniziasse; una disturbatrice gridò sovrastando il baccano: «La liberazione delle donne tradisce i poveri! Norman Mailer tradisce i poveri!» Gli spettatori, tra cui Betty Friedan e una pacata Susan Sontag, erano venuti per sentir parlare della rivoluzione in atto. Erano venuti per vedere Norman Mailer attaccare ed essere attaccato pubblicamente dalle femministe in merito alla politica della sessualità. Ma soprattutto erano venuti per vedere Germaine Greer.

Era favolosa: avvolta in una giacca di pelliccia nera e in un vestito lungo, stiloso, senza maniche, la trentaduenne Greer era alta più di un metro e ottanta, con i lineamenti spigolosi, quasi ossuti, e una folta chioma di capelli neri vaporosi. Sul palco il suo stile era non tanto quello di una performance quanto di una controllata seduzione. Nonostante i modi pacati, che mettevano in soggezione gli altri relatori, le risposte di Germaine Greer a Mailer e al pubblico erano talmente affilate che si stenta a credere che fossero improvvisate sul momento. A un certo punto se la prende con un signore che aveva chiesto che tipo di sesso potesse aspettarsi nell’era del femminismo, cosa «volevano le donne», rispondendogli senza esitazione (e abbastanza in malo modo): «È meglio che ti rilassi. Qualunque cosa vogliano le donne, tesoro, non è cosa tua». Sfrontata, indomabile, carismatica, Germaine Greer era la femminista più importante del mondo. Oggi, pochi ricordano il suo nome.

Era nata a Melbourne nel gennaio del 1939, durante un’ondata di caldo da record (quella settimana vennero sfiorati i 40° di media) e subito dopo gli Incendi del Venerdì Nero, quando andarono in fumo oltre due milioni di ettari di foresta australiana. Crebbe nei quartieri residenziali, frequentò scuole private cattoliche e, stando a tutte le testimonianze, era intelligentissima. Secondo il suo libro del 1990 Daddy, We Hardly Knew You, un’opera discontinua ma a tratti commovente, il padre era un veterano della seconda guerra mondiale, un rottame umano tormentato dall’ansia che picchiava la moglie ed era assente con i figli. Nel libro si allude anche agli abusi sofferti per mano della madre, che Christine Wallace, la biografa della Greer, ha descritto come «una forza che incuteva terrore». Nel 1954 Germaine Greer aveva sedici anni, era già alta un metro e ottanta e aveva una relazione con una sua compagna di classe. All’età di diciassette anni, quando s’iscrisse all’Università di Melbourne, dimostrava – sono ancora parole di Christine Wallace – una «arroganza intellettuale» e una tendenza a prevaricare gli altri durante le discussioni. Iniziò a portare gonne lunghe, a frequentare corsi di recitazione, a uscire con un professore di filosofia (in seguito l’avrebbe descritta come la storia d’amore più importante della sua vita) e a studiare Byron. A vent’anni si vantava di essere un’anarco-comunista autodidatta.

Fu soltanto quando si trasferì in Inghilterra, nel 1964, per conseguire il dottorato in Teatro elisabettiano a Cambridge, che scoprì la sua vocazione rivoluzionaria e iniziò a corteggiare la notorietà. Tra le sue diverse attività: recitare sul palcoscenico, dove adottava il nome d’arte Rose Blight; condurre in tv, insieme al deejay Kenny Everett, il programma comico Nice Time; firmare rubriche satiriche di giardinaggio con lo pseudonimo di Dr. G.; interpretare la parte della donna tentatrice nel cortometraggio Darling, Do You Love Me?; e cofondare la rivista radicale pro-pornografia Suck. (La stessa Greer apparve nuda sulle pagine della rivista, così come su quelle di Oz, un altro periodico controculturale di Londra; alcune foto, più comiche che oscene, girano ancora in rete.) Si sposò con un operaio edile e divorziò dopo tre settimane.

Influenzata presumibilmente dalla quasi contemporanea protesta delle New York Radical Women al concorso di Miss America, giudicò il reggiseno «un’invenzione ridicola» e si pronunciò apertamente contro la monogamia; per l’allora trentenne Germaine Greer, entrambe erano espressioni di una società profondamente patriarcale che era disperatamente necessario sovvertire. Chi l’ha conosciuta racconta che era divertente, straordinariamente sveglia e sboccata, capace di usare vocaboli quali «leccamela», «figlio di puttana» e «succhiacazzi» mentre partecipava a dibattiti sul potere del sesso. (Sarebbe stata arrestata nel 1972 per aver utilizzato un linguaggio simile durante una conferenza in Nuova Zelanda.) La Greer era ferocemente intransigente riguardo alle sue opinioni, il suo modo di parlare e di padroneggiare il suo corpo. Aveva, parafrasando Mailer, il dono di una personalità impossibile.

L’eunuco femmina, il primo libro della Greer e nodo centrale della sua carriera, fu pubblicato nel 1970. Fece scalpore, esaurendo la prima tiratura nel giro di pochi mesi e facendo affermare la Greer come una voce di primo piano nella liberazione delle donne e come intellettuale di calibro internazionale. Più di altri libri che uscirono all’incirca nello stesso periodo, come La politica del sessodi Kate Millett, pubblicato nel 1969, o La dialettica dei sessi di Shulamith Firestone, anch’esso pubblicato nel 1970, L’eunuco femmina era scritto per essere letto dalle donne che non erano intellettuali ed erano al di fuori del movimento. Secondo la Greer, il femminismo era, e doveva essere, per tutti. Era un libro rivolto alle donne, non un libro per donne. Articolato in brevi sezioni, intitolate «Genere», «Forme», «Capelli», «Sesso» e «L’utero maligno», descrive le modalità in cui il sessismo è stato istituzionalizzato nella vita di tutte le donne, dai prodotti per i capelli allo status di casalinga. Così, anche quando le idee della Greer erano di per sé rischiose o astratte, il suo stile di scrittura colloquiale e spesso sboccato l’aiutava a comunicare con le donne comuni. Il passo del libro più frequentemente citato offre un ottimo spunto: «Se pensi di essere una donna emancipata, devi prendere in considerazione l’idea di assaggiare il tuo sangue mestruale – se ti fa schifo, hai ancora tanta strada da fare».

La strategia funzionava. L’eunuco raggiunse una diffusione incredibile, bruciando le prime due ristampe e finendo per essere tradotto in undici lingue. Del libro si discuteva nei talk show della notte e nei salotti della classe media. Non è mai andato fuori catalogo. L’anno successivo alla sua pubblicazione, Gloria Steinem e Letty Pogrebin fondarono la rivista Ms.; ponendosi sui binari della Greer, le femministe trovarono un modo per popolarizzare e diffondere il loro messaggio nel grande pubblico.

Sebbene i suoi temi spaziassero dal consumismo alle mestruazioni, L’eunucoaveva un singolo argomento al suo nucleo: la tesi che l’oppressione di genere è onnipervasiva. Sosteneva che le donne erano sistematicamente soggiogate al potere e alla volontà degli uomini e troppo intimorite, educate o inconsapevoli per reagire e rivendicare l’autorità sulle proprie vite. «Ciò che molte donne scambiano per felicità è di fatto rassegnazione», diceva a una giornalista australiana nell’anno della pubblicazione dell’Eunuco. Ancora più significativamente, sosteneva la tesi che questo sessismo, radicato così in profondità, non era il prodotto della paura, ma dell’ostilità. Era un’idea insidiosa che avrebbe ispirato il discorso teoretico femminista, e in seguito quello omosessuale, negli anni a venire. In un oggi celebre passo del libro, affermava: «Le donne non hanno idea di quanto gli uomini le odino». Questa struttura sociale, sosteneva la Greer nel testo, reprimeva la sessualità delle donne e le separava dalla loro libido – da qui il titolo del libro, un concetto ricavato in origine dal titolo di un capitolo di Anima in ghiacco della Pantera Nera Eldridge Cleaver, «Allegoria dell’eunuco nero». Spogliate della loro sessualità, le donne non erano autonome, ma piuttosto arrendevoli, umiliate e, in alcuni casi, schiavizzate. Prive di una loro volontà, erano arrivate a essere odiate non soltanto dagli uomini ma anche da sé stesse. «Finché in quanto donna non riuscirà a cacciare questo falso spettro dalla propria immaginazione e da quella del suo uomo», scriveva la Greer, «continuerà a scusarsi e a nascondersi […] paralizzata e spaventata». Questa idea, che il potere non fosse legato solo al guadagnare soldi e ottenere un predominio fisico, ma all’appropriarsi dei desideri sessuali di un individuo, era completamente originale. Solo sette anni prima, nel suo libro La mistica della femminilità, Betty Friedan aveva scritto dell’inquietudine della casalinga americana come del «problema che non ha un nome». L’eunuco femmina, per il titolo e per il proposito, affermava semplicemente il contrario. Le parole della Greer tagliavano come bisturi; leggendole ritorna alla mente perché la rivoluzione sessuale era chiamata guerra.

Era una tesi coraggiosa per tempi coraggiosi, e la Greer incontrò lodi e critiche in egual misura. Entrambe le reazioni la condussero a diventare il volto pubblico della liberazione delle donne, un ruolo che ricoprì con piacere. La Greer viaggiò in tutto il mondo, dove veniva fotografata, teneva conferenze, concedeva interviste e partecipava a dibattiti. A differenza di altre femministe radicali come Andrea Dworkin, Robin Morgan, Susan Brownmiller, Sheila Jeffreys o Mary Daly, iniziò a diventare velocemente un nome familiare, determinata a far passare il proprio messaggio attraverso canali allo stesso tempo letterari e popolari. La sua contemporanea Gloria Steinem fu forse l’unica altra figura nel movimento a diventare una personalità pubblica, apparendo sulle copertine di Newsweeknel 1971, McCall’s nel 1972 e People nel 1974. La Greer senza dubbio ricercava l’attenzione dei media; fino a che punto lo facesse perché riteneva necessario presentarsi come l’ambasciatrice della sua causa, o al contrario per il semplice desiderio della celebrità personale in sé per sé, rimane poco chiaro.

Alcuni mesi dopo l’uscita del libro, la ABC (Australian Broadcasting Corporation) realizzò un breve documentario sul viaggio di ritorno della Greer a Melbourne, trasmesso sulla televisione nazionale. In una scena particolarmente impattante, un gruppo di studentesse adolescenti del posto descrive come il libro aveva aiutato a risollevare il loro senso di autostima. Una ragazza con le trecce afferma: «Ci stanno preparando a prendere il posto di una comune casalinga». Il testo della Greer, dice, le ha aperto gli occhi sul tentativo della società di farle «il lavaggio del cervello» per trasformarla in una donna sottomessa. La stessa Greer veniva intervistata nel film, mentre stava appoggiata con le spalle a un muro e fumava una sigaretta. Fredda e sicura di sé, sembra fatta apposta per condurre una rivoluzione delle donne moderne.

L’anno seguente, nel 1971, la Greer era ritratta sulla copertina di Life sdraiata sulla panchina di un parco sotto il titolo imprudente: «La femminista impertinente che piace perfino agli uomini». (Un lettore scrisse prontamente al direttore: «Dato che vi state occupando così seriamente delle minoranze oppresse, resto in attesa dell’articolo integrativo: “Gli impertinenti militanti neri che piacciono perfino ai bianchi”».) La rivista – con fotografie che ritraevano la Greer mentre gridava durante una manifestazione; mentre rideva a una festa, seduta a terra e abbracciata a un ragazzo dai capelli lunghi; mentre trasportava un fascio di rami in campagna – cercava di tracciare un ritratto olistico, seppur edulcorato, della giovane pioniera del femminismo. Fatta eccezione per la dichiarazione della Greer «le donne non dovrebbero mai sposarsi», l’articolo era scialbo; soprattutto se confrontato con i titoli dei suoi pezzi «Io sono una puttana» e «Benvenuti nella tempesta di merda», che aveva scritto lo stesso anno, rispettivamente, per le riviste Suck e Oz. Nel giro di pochi mesi, la Greer fu intervistata da Playboy e scrisse un racconto per Harper’s, incentrato su George McGovern, il candidato democratico alle presidenziali. In copertina, il nome dell’autrice era scritto a caratteri molto più grandi di quelli dell’oggetto dell’articolo.

In un dibattito del 1973 sulla mozione «Questa università sostiene il Movimento per la liberazione delle donne», nella sua Cambridge, la Greer si confrontava con il conservatore statunitense William F. Buckley. A differenza del linguaggio del suo libro, il dibattito si tenne su toni decisamente intellettuali – «Non parlerò a questo pubblico come vorrei parlare a quelle nostre sorelle che stanno lavorando in fabbrica», confessava la Greer – ricordando ai suoi colleghi che non era solo una radicale, ma una radicale con un dottorato. Prevalse così nettamente che lo stesso Buckley scrisse nella sua autobiografia Firing Line: «[la Greer] mi surclassò… Nulla di ciò che dissi – e al ricordo ancora mi vergogno per essermi comportato così miseramente – riuscì a fare la minima impressione o ad apportare un contributo al dibattito. Aveva dalla sua la maggior parte della platea». Ad ammettere la sconfitta era un uomo che aveva una carriera di dibattiti alle spalle, durante la quale aveva affrontato noti intellettuali dalle idee progressiste, fra gli altri, Gore Vidal, Noam Chomsky e James Baldwin, sullo stesso palco di Cambridge.

Si dice che negli anni la Greer abbia avuto delle storie con Warren Beatty, Federico Fellini, Martin Amis e, pensate un po’, con il suo avversario abituale Norman Mailer. Era popolare in tutti i sensi del termine. Descritta dalla sua biografa come dotata della «gioventù, il carisma, la sfrontatezza e la padronanza dei media» per guidare il movimento, la Greer è riuscita sia a radicalizzare sia a rendere più glamour la liberazione delle donne. Nella sua scia, tantissime donne si sono identificate nel femminismo e hanno organizzato collettivi nelle loro comunità. La rivoluzione aveva finalmente preso sostanza attraverso quel genere di responsabilità condivisa per cui aveva lottato con tanta veemenza. E poi, di punto in bianco, la Greer smise di essere rilevante.

Forse qualcuno se lo aspettava che sarebbe accaduto. Per prima cosa, L’eunuco femmina aveva i suoi punti deboli. Non proponeva delle soluzioni concrete alle questioni che sollevava, causando insoddisfazione all’interno delle fila. La Greer non faceva alcun cenno nel testo all’aborto o ai diritti riproduttivi, non riuscendo a prevedere ciò che molti hanno riconosciuto come il punto cruciale del femminismo dei quattro decenni a venire: «Roe contro Wade»[1]sarebbe stata tradotta in legge solo quattro anni dopo la pubblicazione dell’Eunuco. Come molti leader della seconda ondata, la Greer considerava solo il genere come origine dell’oppressione delle donne, non riuscendo a riconoscere come le donne povere o non bianche potessero essere oppresse da altre forme di patriarcato socializzato. E, nonostante le sue precoci e progressiste opinioni sui diritti degli omosessuali, la Greer era, e continua a essere, fortemente transfobica. Nell’Eunuco, ad esempio, accenna alla storia di un uomo che vuole diventare donna, ascrivendo tale impulso all’identificazione con la sottomissione femminile e al desiderio di provarla. Questa mentalità si faceva particolarmente insistente nel suo libro del 1999 La donna intera, in cui, in un capitolo intitolato «Signore per finta», condanna l’accettazione dei transessuali da parte della società, scrivendo: «L’ostinazione che uomini diventati donne siano accettati come donne è l’espressione istituzionalizzata dell’erronea convinzione che le donne siano degli uomini difettosi».

Altre posizioni controverse nell’Eunucoincludevano la proposta che le famiglie crescano i propri figli in comune, l’affermazione che il testosterone «è un veleno potentissimo», e che perfino «le più basilari credenze circa la normalità femminile» dovrebbero essere messe al bando. È verosimile che la Greer fosse deliberatamente provocatoria; il movimento aveva bisogno di scompostezza e veemenza. Ma queste provocazioni, non importa se strategiche, non sempre vanno a genio. Espressioni come «checche femminili» e «negri professionisti», che fanno la loro comparsa nel testo in diversi punti, sembrano poco accorte e dispregiative. Alla fine, questo genere di radicalismo provocatorio, che aveva agli inizi spinto la Greer sotto le luci della ribalta, è stato la rovina della sua popolarità. Dai primi anni Ottanta, L’eunuco ha iniziato a essere considerato per lo più iperbolico e datato.

La Greer era, su alcune posizioni rilevanti, sempre in disaccordo con sé stessa e con il suo gruppo di appartenenza. Condannava le donne che permettevano agli uomini di determinare il loro aspetto, ma lei stessa posava nuda sulle pagine di riviste pro-sessualità. Si depilava le sopracciglia nonostante l’appello alle donne che non valeva la pena di consumare energie «per farsi carine poiché è un segno di insoddisfazione nei confronti del proprio corpo», e si presentava generalmente come un’icona sexy. (La sua sensualità era, senza dubbio, parte del suo fascino carismatico.) Si dice che la Greer abbia avuto una relazione con Norman Mailer, che era notoriamente contro la contraccezione, contro l’aborto, omofobico e, a detta di molti, antifemminista; soprannominato «porco maschilista» dalla scrittrice Kate Millett, non era sotto alcuni aspetti il tipo di uomo di cui parlava la Greer quando scriveva che «gli uomini odiano le donne»? E, nonostante il suo disgusto per la pubblicità che non può controllare – la Greer non concede interviste in nessuna circostanza e definisce la sua biografa non autorizzata «un batterio carnivoro» (posso solo immaginare che possa pensare di questo pezzo) – nel 2005, dopo aver pubblicato altri dodici libri e insegnato in numerose università, la Greer compariva tra i partecipanti all’edizione australiana del Grande Fratello, un reality televisivo demenziale che consiste nel rinchiudere i concorrenti in una casa e nel filmarli per tutto il tempo. Se davvero il personale è politico, come avevano sostenuto ai suoi tempi le femministe della seconda ondata, è difficile riconciliare le scelte della Greer con le sue idee.

È ancora più rilevante che ci siano delle reali contraddizioni filosofiche all’interno dei dogmi inveterati della Greer. Nel suo libro del 1984 Sex and Destiny, la Greer – una donna che ha sostenuto la tesi persuasiva che l’origine della dipendenza delle donne risieda nell’aver alienato la loro potenziale sessualità – consigliava la castità come un metodo auspicabile per prevenire nascite indesiderate e per «preservare le energie». Nella Donna intera, che anche a giudizio di molti tra i suoi seguaci più fedeli era un testo troppo estremo, la Greer criticava, tra le altre cose, la contraccezione («Un’intromissione maschile nel concepimento e nella nascita»), i controlli medici per il tumore all’utero e al seno («Molte volte sono più indicati per distruggere la pace nella mente di una donna, che per salvarle la vita»), l’aborto («Il sistema medico maschile e il potere giudiziario maschile»), e gli sforzi dell’Occidente per contrastare le mutazioni genitali femminili in Africa («Un attacco all’identità culturale»). Per una persona che indirettamente ha contribuito ad aprire la strada per questi progressi nella salute delle donne – riproduttivi, sessuali e non solo – si tratta di una serie di posizioni contraddittorie, che alla fine porta a chiedersi se la Greer non sia sempre stata più interessata alla provocazione piuttosto che alla solidarietà.

Più di chiunque altra tra le paladine del femminismo, Germaine Greer era, ed è, piena di contraddizioni. A differenza della sua pari Gloria Steinem – un personaggio che, come qualunque buon politico, era di rado incoerente nelle sue azioni o nella sua retorica, e per questi motivi è sopravvissuto ben più a lungo – la Greer era estremamente imprevedibile, si comportava come una femminista che, come lei stessa ha detto, «non rappresenta nessuna organizzazione». Mentre la Steinem fondava la Ms. Foundation for Women, la Feminist Majority Foundation, il National Women’s Political Caucus, la Women’s Action Alliance, Choice USA e la Coalition of Labor Union Women, la Greer era un lupo solitario. (Era una firma regolare di Oz e di Suck, e avrebbe fondato il Tulsa Studies in Women’s Literature, ma non ha mai fatto parte di collettivi particolarmente influenti o inclusivi.) È una posizione che ha permesso alla Greer di parlare a nome di sé stessa, ma alla fine l’ha resa vulnerabile di fronte agli attacchi. Anni dopo, questo atteggiamento avrebbe portato Helen Lewis, vice-direttrice del New Statesman, a definire la Greer come «l’incendiaria» del movimento. In altre parole, la liberazione delle donne aveva bisogno della retorica provocatoria di qualcuno che volesse bruciare tutto – compreso, molto probabilmente, sé stessa.

Sebbene la sua celebrità iniziò a calare con decisione nei tardi anni Settanta, la Greer non è scomparsa completamente dalle scene e rimane una figura intellettuale vagamente pubblica. Ha insegnato presso diverse istituzioni, come l’università di Tulsa in Oklahoma, il Newnham College, Cambridge e l’università di Warwick. Continua a scrivere libri che spaziano per argomento dalla menopausa ai diritti civili degli aborigeni alla vita di Anne Hathaway, la moglie di Shakespeare. Il suo ultimo libro, White Beach, che tratta della salvaguardia della foresta pluviale, è del 2014. Con regolarità, la Greer firma articoli per riviste e periodici britannici come il Guardian e il Sunday Times. «Sulla rabbia», del 2008, è stato trasformato in un libricino. Ha scritto raccolte di poesie e si è allargata alla critica d’arte. Come una semi-celebrità, la Greer è apparsa in numerosi programmi televisivi oltre al Grande Fratello, tipo Extras (nel 2006) e The Female of the Species (sempre nel 2006), scelte che ricordano i tentativi attoriali sullo schermo che avevano preceduto i suoi libri.

Nessun testo o cambiamento di posizione culturale compiuto dalla Greer si è avvicinato a raggiungere l’influenza e l’attrattiva dell’Eunuco. È un compito arduo; fatta eccezione per l’enciclopedico scritto collettivo Our Bodies, Ourselves, pubblicato nel 1971, nessun altro libro di quella decade ha apportato una così accurata lettura della temperie culturale. Non è soltanto un lungo momento di crisi; gli studi della Greer, i suoi interessi giornalistici e critici si sono decisamente allontanati dallo spirito del tempo attuale, a cui una volta aveva contribuito a dare forma in maniera così perspicace. «La Greer che stavo leggendo era così diversa da quella che ricordavo e apprezzavo», ha scritto Margaret Talbot a proposito della Donna intera in un saggio apparso nel 2014 sul New Yorker. È un sentimento condiviso da quasi tutte le femministe di quella generazione.

La possibilità di riabilitare l’immagine pubblica della Greer non è, a questo punto, interessante e nemmeno praticabile. Rimane invece interessante la questione di quanto la sua irrilevanza riveli dello stato delle attuali politiche di genere, o del femminismo così come lo conosciamo. Come in qualunque movimento, chi è spinto fuori dalla porta è rilevante quanto chi è ammesso dentro. Se accettiamo che la Greer sia di intralcio, esattamente per cosa crediamo sia di intralcio?

È un tema a cui è difficile avvicinarsi, e ancora più dare una soluzione. Come le nostre popstar donne prontamente dimostrano, il femminismo contemporaneo è una faccenda disorganizzata, intricata e spesso sconcertante. Pensiamo a Katy Perry che, in occasione del recente discorso di ringraziamento per l’assegnazione del titolo di Donna dell’anno per Billboard, dichiara di non essere una femminista nonostante affermi di «credere nella forza delle donne»; o a Madonna che, come è noto, preferisce definirsi una «umanista», piuttosto che una femminista. O si pensi a Selena Gomez che ha accusato la collega Lorde di non essere «molto femminista» nel criticare i suoi testi come sessisti e retrogradi. «Non è femminismo. Lorde non sostiene le altre donne». La Gomez deve aver confuso il femminismo con un pigiama party. Ad ogni modo, sono tempi confusi per la liberazione delle donne.

Se lo consideriamo come un sintomo, lo stato marginale della Greer mostra alcune evidenti caratteristiche dell’attuale femminismo popolare: sostiene la salute riproduttiva delle donne come interesse centrale; è legato con il diritto all’autodeterminazione di genere; non privilegia il piacere sessuale tanto quanto il potere sessuale, credendo nella libertà della donna di esercitare il sesso e la sessualità come un mezzo di autorità e intervento. E, caratteristica meno ovvia: è riluttante ad accettare leadership coraggiose o fissarsi su posizioni potenzialmente divisive all’interno della cultura (il movimento ha di recente disapprovato le prese di posizione della Greer, sì, ma anche il suo stesso radicalismo divisivo). Al momento quanto di più simile a una leader popolare potrebbe essere Sheryl Sandberg, la direttrice operativa di Facebook, le cui continue campagne scoraggiano l’uso di etichettare le ragazze ambiziose come «dispotiche». È una causa virtuosa, anche se un po’ conservativa e molto elitaria. Il successo della strategia del «Facciamoci avanti» della Sandberg dimostra, semmai, che le femministe del momento desidererebbero co-occupare posizioni che L’eunuco femmina assumeva come fondamentalmente incompatibili – essere allo stesso tempo sia rispettose sia liberate. È possibile? La Greer presumibilmente direbbe di no, ed è difficile non essere d’accordo.

Germaine Greer non aveva ragione o torto, ma entrambe le cose, e di più: era una forza produttivamente distruttiva, votata all’abbattimento del dominio maschile. Ha rappresentato le profondi contraddizioni dei suoi tempi. A differenza di alcune femministe della seconda ondata più caute, prudenti e verosimilmente efficaci, non sosteneva una singola causa e le sue azioni e le sue opinioni spesso entravano in conflitto. È diventato di moda screditare la Greer come la zia pazza della liberazione delle donne, ma non se lo merita. I primi anni Settanta avevano bisogno di una radicale senza peli sulla lingua, impenitente, che non avesse paura di dare la scossa al movimento. (Erano i tempi in cui, ricordiamoci, le donne non potevano accendere un mutuo se un uomo non garantiva per loro.) La Talbot, sempre sul New Yorker, confessava di avere nostalgia della «sfacciataggine della Greer». Accoppiata alla sua intelligenza, era, forse, la fonte della sua potenza.

Se la Greer è indiscutibilmente in disaccordo con gli obiettivi e la retorica dell’intricato e spesso fumoso femminismo di oggi, la liberazione delle donne come la conosciamo non esisterebbe neanche se non ci fosse stata la sua audacia. Come ha scritto Helen Lewis in un omaggio, «una donna più delicata, più dolce e più accondiscendente non avrebbe potuto scrivere L’eunuco femmina. Le femministe di oggi non dovrebbero edulcorare la sua eredità trasformandola in qualcosa di più accettabile – in particolare quando il movimento pretende ancora così spesso che le pioniere siano anche delle sante». Dobbiamo opporci allo screditamento di Germaine Greer, che avrebbe fallito se non fosse stata sprezzante, imperfetta, intrattabile e, per usare le parole della Lewis, «poco sorella». Selena Gomez, prendi nota. La Greer è stata il catalizzatore. Ricordiamocelo quando, giustamente, le diciamo di togliersi dai piedi.

Carmen WinantTraduzione di Sebastiano Nigro

I medici possono violare il segreto professionale e denunciare la Violenza domestica…in Francia

Dal Web

La forza delle donne

Claudia Gerini vince il Filming Italy Women Power Award, premio per chi sostiene e promuove la carriera e la parità dei diritti delle donne nel settore audiovisivo.

Donne libere…ieri come oggi

Anniversario Liberazione di Tropea del 1615

#aspettando la #TavolaRotonda

23 agosto – ore 21. 30 – Largo Duomo

Il contributo di Beatrice Lento

Presidente sos KORAI e Socia Onoraria Libertas

DONNE LIBERE, DINAMICHE E INTRAPRENDENTI…IERI COME OGGI

Il 23 agosto 1615 Tropea torna libera, l’episodio è carico di interessanti risvolti ed io colgo l’aspetto che più mi è congeniale legato al ruolo della donna nella società del tempo. Sappiamo che le Tropeane, anche le più umili, offrirono i loro gioielli e che vissero appassionatamente la vicenda talché i maschi concedettero loro di partecipare ai festeggiamenti e persino di bere vino. Nel Seicento, le donne italiane incominciano a realizzarsi intellettualmente ma il fenomeno resta limitato alle classi privilegiate e confinato nei loro salotti, effettivamente non abbiamo notizie di donne protagoniste dell’importante evento ma è molto probabile, ed io voglio pensarlo, che ci furono anche figure femminili di rilievo che non passarono alla storia solo a causa del maschilismo imperante. Del resto Tropea fu sempre una Città eccezionale e dal respiro universale: la prima scrittura del suo nome la troviamo legata a quella “Hirene conductrix massae Trapeianae” che viene a noi dalle lapidi del passato e il mio genere è stato sempre antesignano dell’emancipazione, donne libere, dinamiche e intraprendenti…ieri come oggi.

#VivaTropea #Vivailsuopopolo #VivalaLibertà

ANARCHIA

La sola rivoluzione autentica è l’ANARCHIA! A-NAR-CHIA, che significa: NESSUN potere, di NESSUN tipo, a NESSUNO, su NESSUNO! Chiunque parla di rivoluzione e, insieme, di Potere, è un baro! e un falsario! E chiunque desidera il Potere, per sé o per chiunque altro, è un reazionario.

Elsa Morante

Conversando con Pina Mangano Amarelli, Presidente del Comitato D’Onore di Tropea Capitale Italiana Della Cultura 2022

La fama è sufficiente a catturare l’ammirazione se ad alimentarla c’é la sostanza di un percorso di vita complesso, fatto di rinunce pienamente volute e di scelte altrettanto caparbiamente perseguite. Ecco perché mi emoziono a parlare con Lei, sia pure telefonicamente, la voce e i toni confermano una personalità forte, volitiva, temprata e nel contempo pienamente compiuta e appagata. Converso con una delle donne che più apprezzo e spesso addito come ideale riferimento per un’effettiva crescita del mio genere. Bella, elegante, raffinata Pina Mengano appartiene alla Napoli bene, una mamma fiorentina dalla classe ineccepibile, un’educazione di alto livello, nel ‘63 era incerta se fare medicina come le cugine o giurisprudenza come il padre, sceglie quest’ultima strada come una sfida perché allora alle donne non era consentito di entrare in magistratura e questo la intrigava. Arriva in Calabria 52 anni fa, sposata al barone Francesco Amarelli, legatissima al suocero, lascia Diritto Romano e carriera universitaria e si getta a capo fitto nell’azienda di famiglia divenendo in breve tempo Lady Liquirizia. Con gli altri membri della famiglia fonda il prestigioso Museo dedicato all’oro nero. Elencare gli incarichi ricoperti, svolti tutti col massimo zelo, sarebbe incompatibile con la voglia di sintesi e del resto basta digitare il suo nome per avere dal Web la marea di funzioni svolte e di riconoscimenti più che meritati. Mi rivolgo a Lei chiamandola Prof, e non solo per la sua docenza universitaria ma perché la sua possibilità di insegnare tanto ,e in svariati campi, è veramente incalcolabile, e Lei fa lo stesso con me anche se, a fine conversazione, entrambe passiamo naturalmente al “carissima”.

-Tropea candidata a Capitale Italiana della Cultura 2022, come valuta questa scelta?

Una scelta coraggiosa, una grande sfida da vincere, una opportunità per dare alla magnifica Tropea e alla Calabria tutta una straordinaria visibilità nazionale e non solo.

-Vive in Calabria da più di cinquant’anni com’è cambiata la Regione in questo periodo?

Sono arrivata per la prima volta in Calabria a novembre 1969 e devo confessare che, purtroppo, la prima impressione non fu delle migliori… famiglia di mio marito affettuosissima, accolta più che una figlia, splendide dimore, calore di parenti e amici che mi hanno subito integrata. La vita all’esterno di questa cerchia privilegiata mi sembrò subito molto deludente e in particolar modo non esaltante per quanto riguardava il ruolo femminile nel contesto sociale. Oggi la situazione è totalmente ribaltata, credo sia stata importantissima l’Università della Calabria, almeno per il Cosentino, che ha fatto rimanere tanti giovani: fervore, libertà di vivere, avanguardie culturali con personalità di spessore tra i fondatori.

– Perché ha accettato di essere la Presidente del Comitato d’Onore?

Ho accettato con entusiasmo perché è una occasione unica e irripetibile e, vista l’esperienza di Matera e di Parma che ho seguito dal principio come componente del gruppo tecnico nazionale cultura di Confindustria, ho verificato gli effetti eccezionali di una nomination così prestigiosa.

– Che emozioni ha provato visitando Tropea o, comunque, sentendone parlare?

Ho visitato Tropea per la prima volta esattamente cinquanta anni fa e sono rimasta incantata dalla sua bellezza allora incontaminata, dalla magnificenza del paesaggio e dalla storia che emana da ogni pietra della città. Ci sono poi tornata successivamente in diverse occasioni, ho ammirato il suo sviluppo rispettoso dell’ambiente e ho visto piacevolmente crescere l’offerta turistica, sempre all’insegna della eleganza e della qualità.

– Crede che per una donna sia più difficile che per un uomo realizzare un’impresa di successo in genere e in particolare in Calabria?

Sarò ottimista, ma credo che se una donna ha le carte in regola, è competente e appassionata, non subisce gli influssi esterni ed è capace di realizzare i suoi sogni e i suoi progetti. Paradossalmente ritengo che parte del mio successo sia stata anche favorita da due condizioni, essere donna e in Calabria, che invece di costituire un handicap hanno sollecitato su di me l’interesse dei media e mi hanno fatto da volano.

– Nel candidarsi, Tropea ha voluto, ed é riuscita, a coinvolgere tutta la Calabria, pensa che lo slogan:”Se vince Tropea vince la Calabria“ abbia fatto presa e perché?

Senza la Regione questa operazione non avrebbe avuto alcun senso, ma prende consistenza e importanza inserita come punta di diamante di una Calabria poco conosciuta, ma ricca di tesori naturali e artistici da svelare, con un turismo di eccellenza alla scoperta dello spazio di mari e monti e di un tempo lento che consente di gustare al meglio l’esperienza di viaggio. L’individualismo credo si sia superato da tempo.

– “La Cultura Rinnova” è il nome del Dossier di candidatura, in che senso e in che modo ritiene che il rinnovamento culturale debba intervenire per la crescita regionale e nazionale?

La Cultura è la più grande infrastruttura immateriale, capace di produrre effetti incommensurabili a costo quasi zero e di ridurre il gap che ci allontana da altre realtà, creando sviluppo sostenibile e proiettato eticamente verso il futuro, investire in cultura giova a qualsiasi livello; in Calabria il rinnovamento è importante anche per le infrastrutture materiali, soffriamo per la lontananza, i trasporti costano, ci sono disfunzioni, per le aziende é una grossa penalità. Paradossalmente il turismo può trarne vantaggio ma solo se si riesce a trovare il giusto equilibrio tra esclusività e marginalizzazione in modo da conquistare quello che si definisce splendido isolamento.

– La scelta di far presiedere il Comitato d’Onore da una donna non può essere casuale, che significati coglie nella decisione?

Scelta strategica, in un momento in cui si deve affrontare la legge dello Stato sulla parità di genere, che fa partire questa candidatura con una marcia in più, senza dimenticare che in questa operazione c’è un vertice tutto al femminile rappresentato dalla Presidente Santelli, dalla Sottosegretaria Orrico e per ultima da me.

– Da imprenditrice di eccellenza, e non solo, a cosa attribuisce il successo che la candidatura di Tropea sta riscuotendo e, in tutta sincerità, pensa che la Perla del Tirreno possa divenire Capitale Italiana Della Cultura 2022?

Credo sia dovuto alla fama delle sue bellezze, apprezzate già dall’epoca del Grand Tour da viaggiatori di alto livello; le sue attrazioni si sono accresciute grazie a strutture turistiche sempre più adeguate e c’é poi la circostanza della novità: Tropea, rispetto ad altre località, cito a caso Verona o Procida, mette in luce un tesoro meno noto ma non perciò meno prezioso. Se non avessi creduto nella possibilità di realizzare questo sogno non avrei accettato! Sono certa che Tropea va a questo confronto con grandi possibilità di successo. Come imprenditrice sono abituata a pensare sempre a qualche utopia, nella consapevolezza che si devono avere molta intraprendenza e infinita fantasia per ottenere risultati impensabili.

Conversando con Pina Mengano Amarelli ho realizzato il mio desiderio di conoscere una tra le Donne valorose che operano in Calabria, molte altre cose ci siamo dette, rispetto al riportato, soprattutto a proposito di donne: dalla misogina che per lungo tempo le ha tenute fuori dalla magistratura bollandole come psicolabili, ai tempi in cui uscivano di casa solo per andare a messa, alla rivoluzione femminista dolce che entrambe abbiamo realizzato provenendo da contesti di per sé evoluti, all’emancipazione effettivamente conquistata che oggi vede tante donne in politica e nel mondo delle imprese, alla capacità femminile di lavorare in squadra, anche in Calabria, dove imprenditrici di successo hanno fatto gruppo, al valore della Cultura che da sempre rappresenta il discrimen fatale tra subalternità e assertività.
Averla conosciuta mi fa star bene e mi incoraggia molto la sua sincera fiducia in Tropea Capitale Italiana della Cultura 2022

Di Beatrice Lento

La Cultura Rinnova: fil rouge di Tropea Capitale Italiana Della Cultura 2022

La Cultura Rinnova: il filo rosso del Progetto di Tropea Capitale Italiana Della Cultura 2022

A circa dieci giorni dall’invio al MIBACT, si svelano il senso e le ragioni del filo conduttore del progetto Tropea Capitale Italiana Della Cultura. “La Cultura Rinnova”, con cui la “La Perla del Tirreno” propone non solo se stessa ma tutta la Calabria al prestigioso riconoscimento, non è frutto di pura creatività, affonda, invece, le radici nella storia cittadina ed è il simbolo dello spirito del documento che vuol essere una proposta profondamente legata al contesto. “Si è voluto elaborare un prodotto culturale autentico, e non artificioso, che rispecchiasse l’anima della Città e della Regione” osserva il Sindaco Giovanni Macrì “ecco perché nel percorso elaborato tutto è legato alle vicende della Gente di Calabria e di quella che, nel tempo, ha edificato il magico sito di Tropea, sia dal punto di vista materiale che spirituale.”.

Per chiarire il senso della frase, che dà il nome al Dossier, e le motivazioni che ne hanno determinato la scelta, occorre partire da Piazza Ercole, cuore della Città entro le mura. Nello storico slargo, che ospita anche il busto del filosofo Pasquale Galluppi, si eleva un essenziale fabbricato, molto amato dai Tropeani: il Sedile di Portercole. Edificato nel 1703, per ospitare il parlamento dei Nobili di Tropea, da sempre e con ragioni diverse è stato vissuto intensamente dalla Città tanto che oggi oltre ad essere la sede della Pro Loco è diventato il salotto buono che apre le sue porte agli eventi più esclusivi oltre ad accogliere incontri delle realtà associative importanti per la crescita del territorio. É proprio da questo luogo, carico di simboli che esprimono la storia della Comunità, che inizia il percorso chiarificatore dello slogan e per farlo occorre alzare lo sguardo e puntare in alto. Lo Stemma del Sedile, posto sopra la loggia, bellissimo e fascinoso, è la chiave esplicativa: un leone coronato, affiancato da un altro leone e un’idra, sono sormontati da una fenice che sorge dalle fiamme stringendo nel becco un nastro con la frase “Renovant incendia nidos”. Questo il suggerimento, legato alle radici, da cui si è partiti per tracciare il motto e il fil rouge dell’intero fascicolo. La Cultura rinnova significa riconoscere il valore insostituibile del sapere che consente di superare la qualsivoglia difficoltà recuperando l’energia necessaria a rialzarsi e a ricominciare. La fenice, uccello di fuoco, resuscita dalle proprie ceneri dopo la morte, “Post fata resurgo”, divenendo simbolo di rinascita spirituale. “La cultura, come rinnovamento e carica vitale vuol essere il principio ispiratore e la stella polare anche in riferimento alla nostra terra, la Calabria” continua il Sindaco Macrì “che, come ogni sud del mondo, é stata più volte ferita ma é riuscita e riesce a risollevarsi, sempre orgogliosa e fiera. Ecco perché siamo sempre più convinti della bontà della scelta che ci vede candidati in questo prestigioso e ambizioso torneo. Ce l’abbiamo messa tutta e la condivisione anche istituzionale della Regione, nelle sue varie articolazioni ed espressioni, ne è la più gratificante dimostrazione. Attendiamo fiduciosi gli esiti della competizione con la certezza di non aver sprecato tempo nel raccogliere organicamente le eccellenze di una Regione splendida come la nostra.”.

La Cultura Rinnova è un ottimo punto di ripartenza anche in riferimento alla congiuntura vissuta e la fenice che rinasce dalle sue ceneri, legata alla storia tropeana, spinge a rimettersi in gioco con forza fiduciosi nell’oggi e nel domani: é questo il messaggio più forte di Tropea Capitale Italiana della Cultura 2022 ed è proprio il caso di dire, usando la celebre espressione latina, “Nomen omen”.

Tropea 3 agosto 2020

L’addetto stampa

Tropea Capitale Italiana della Cultura 2022

Dott.ssa Beatrice Lento

Wislawa Szymborska

Nato
Dunque è sua madre.
Questa piccola donna.
Artefice dagli occhi grigi.

La barca su cui, anni fa,
lui navigò fino a riva.

È da lei che è venuto fuori
Nel mondo,
nella non-eternità.

Genitrice dell’uomo
Con cui salto attraverso il fuoco.

È dunque lei, l’unica
Che non lo scelse
Pronto, compiuto.
(…)

«(…) Nel parlare comune, che non riflette su ogni parola, tutti usiamo i termini: “mondo normale”, “vita normale”, “normale corso delle cose”… Tuttavia nel linguaggio, nella poesia, in cui ogni parola ha un peso, non c’è più nulla di ordinario e normale. Nessuna pietra e nessuna nuvola su di essa. Nessun giorno e nessuna notte che lo segue. E soprattutto nessuna esistenza di nessuno in questo mondo.
A quanto pare, i poeti avranno sempre molto da fare.»
Nel passo, parte del discorso pronunciato per l’assegnazione del Nobel 1996, molti concetti chiave della poetica di Wislawa Szymboska: lo scetticismo che si esprime nell’incessante non so; le qualità del poeta, eletto dalla sorte, il quale attraverso la dote dello stupore, dell’ispirazione e dell’ironia trasforma il mondo ordinario in stupefacente.
Wislawa Szymborska cresce in una famiglia con tradizioni patriottiche e insurrezionali, frequenta la scuola elementare delle migliori famiglie di Cracovia. Intorno ai dieci anni comincia ad andare al cinema e racconta la sua prima esperienza sentimentale in una poesia.
Nel 1935 viene iscritta al liceo delle Orsoline; cominciano allora i primi dubbi.
«Per un periodo sono stata molto credente. Adesso si sente dire che la perdita della fede ha aperto la strada al comunismo. Nel mio caso le due cose non hanno avuto niente in comune. La mia crisi religiosa non nasce dal sapere che il parroco va a letto con la perpetua. I miei dubbi sono di natura razionale. Non sono assolutamente d’accordo con l’opinione di Dostoevskij che se Dio non esistesse tutto sarebbe ammesso. E’ un pensiero ripugnante. Esiste un’etica laica, che è nata attraverso lunghi secoli e grandi sofferenze e che naturalmente deve molto al decalogo. La fede non dovrebbe essere concepita in modo dogmatico. Nessuno può dirsi completamente non credente».
Nel 1945 comincia a scrivere per l’inserto del quotidiano «Walka» e a frequentare i circoli letterari di Cracovia ed è in questo ambiente che inizia a comporre poesie con continuità. Debutta su un quotidiano cracoviense con la poesia Szukam slowa (Cerco la parola).
Nel 1948 abbandona la casa dell’infanzia, sposa Adam Wlodek, scrittore e fervente comunista, e si trasferisce con lui in una soffitta presso l’ostello dei letterati, un luogo dove passavano i più importanti scrittori del periodo. La sera con altri ospiti dell’ostello si improvvisano agoni poetici, giochi di parole che talvolta venivano pubblicati: i limeryck.
Nel 1951 si iscrive al partito comunista. Szymborska esordisce ufficialmente come poetessa nel 1952, con il suo primo volume di versi Dlatego zyjemy” (Per questo viviamo). È un debutto sotto il segno del realismo socialista e grazie a questo libro viene ammessa all’Unione degli scrittori.
La cautela oggi la contraddistingue, soprattutto per aver creduto al comunismo, per averne scritto, ed in un secondo tempo essersene allontanata, al punto che oggi tiene a mantenere il distacco da ogni schieramento, sia culturale che politico.
Nel 1954 divorzia dal marito con il quale rimarrà comunque in buoni rapporti fino alla sua morte. Sulla rivista «Vita letteraria», nella quale dal 1953 dirige il settore della poesia, debuttano quelli che diventeranno i migliori poeti polacchi della generazione del disgelo (Herbert, Bialoszewski, Harasymonwicz, Poswiatoska). Nella rivista appaiono suoi articoli sul primo maggio, sul nuovo anno, e una celebre recensione sulla mostra delle arti plastiche nella quale proponeva l’idea di far circolare negli appartamenti privati le opere d’arte, per incoraggiarne una fruizione individuale e condivisa anche presso la gente comune. Nel 1954 riceve il premio Città di Cracovia. Inizia un periodo di viaggi all’estero.
«Mi sono resa conto di quanto la mia vita sia priva di elementi drammatici. Come se avessi vissuto la vita di una farfalla, come se la vita mi avesse semplicemente accarezzato la testa. Questo è il mio ritratto. Ma sono veramente io? Effettivamente nella vita sono stata fortunata, anche se non sono mancati morti e numerose disillusioni. Ma dei fatti personali non voglio parlare. Allo stesso modo non amo che lo facciano altri. Dopo la mia morte sarà tutta un’altra cosa». Nel 1957 grazie ad una borsa di studio del Ministero della Cultura, Szymborska va a Parigi e si reca nella redazione della rivista letteraria dell’emigrazione polacca «Kultura». Aveva appena pubblicato la sua terza raccolta di poesie Wolanie do Yeti(Appello allo Yeti) che aprivano una nuova stagione della letteratura polacca all’insegna del disgelo e che a tutt’oggi viene da lei considerata il suo vero debutto letterario.
Nel 1960 la rivista «Vita Letteraria» inaugura una nuova rubrica Posta Letteraria nella quale Szymborska commenta i manoscritti di aspiranti scrittori e risponde ai quesiti più bizzarri. È un ruolo poco confacente alla sua natura discreta, ma di fatto deve scegliere quale poesie pubblicare e quali no. Negli anni Settanta abbandona questo compito dichiarando che dopo molti anni le capitava di sognarsi poeti che si presentavano con valigie piene di sonetti.
Dai primi anni Sessanta inizia un’intensa attività di traduttrice dal francese. Nel frattempo insegna, pubblica alcuni libri tradotti dal ceco e dallo slovacco, abbandona l’ostello di via Krupnicza e si trasferisce in un piccolo appartamento, da lei definito “il cassetto”: è così piccolo che i mobili vengono fatti su misura. Ma per la prima volta dispone di un appartamento tutto suo con bagno privato e riscaldamento centralizzato.
In questi anni le sue poesie mostrano sempre maggior freddezza nei confronti della realtà politica del suo Paese, e un’ottica diversa: «Ho sempre guardato a tutta la sfera terrestre con la sensazione che ancora in altre parti del mondo si svolgono fatti terribili. Ma dopo una crisi profonda negli anni ’50 ho capito che la politica non è il mio elemento. Ho conosciuto gente molto intelligente per la quale tutta la vita intellettuale consisteva nel mediare su quello che aveva detto Gomulka ieri e oggi Gierek. Un’intera vita chiusa in un orizzonte così terribilmente ristretto. Così mi sono sforzata a scrivere versi che potessero superare questo orizzonte. Non mancano in essi le esperienze polacche. Se ad esempio fossi una poetessa olandese, la maggior parte dei miei versi non sarebbero stati scritti. Ma alcuni sarebbero stati scritti ugualmente, indipendentemente dal luogo dove sarei vissuta. Questa è una cosa importante secondo me». Nel 1966, come segno di solidarietà in occasione dell’espulsione del filosofo Leszek Kolakowski, restituisce la tessera al partito comunista. È un passo decisivo che mette a rischio il suo posto di lavoro. Le viene affidata una piccola rubrica di recensioni dal titolo Letture facoltative. Szymborska commenta così quel periodo: «È andata a finire bene. Ora non dovevo passare ore e ore in ufficio, non dovevo leggere chili di testi quasi tutti scadenti. Ora potevo scrivere quello che volevo».
In questo decennio la poetessa partecipa a molti incontri con i giovani nelle scuole, spesso in paesini di provincia. Non ama però le letture pubbliche o gli incontri con l’autore, è sempre alla ricerca della semplicità e della spontaneità: ha difficoltà a rispondere alle domande sulla sua poesia, non ama le dichiarazioni poetiche, né leggere i suoi versi prima della pubblicazione; non ha mai scritto saggi di critica letteraria né giudizi sui poeti, nemmeno amici, contemporanei.
«Ho sempre amato tanto la prosa. Sembra strano lo so, ma è così. Ho sempre letto più prosa e quando ho iniziato a voler scrivere, quando pensavo che avrei scritto, all’età di dodici, tredici anni, era per me inconcepibile la scrittura poetica. Dio ci scampi dalle poesie! – dicevo, scriverò enormi romanzi, in più volumi, grassi, voluminosi, intere biblioteche di romanzi!»
Negli anni Ottanta non si iscrive a Solidarnosc: «perché non ho sentimenti collettivi. Non mi vedo in alcun raggruppamento. Forse a causa della lezione che avevo ricevuto, non potevo più appartenere ad alcun gruppo. Posso solo simpatizzare. L’appartenenza per uno scrittore è solo un problema. Lo scrittore deve avere delle sue convinzioni e vivere in modo coerente».
Quando nel 1983 viene sciolta l’Unione dei letterati polacchi, gli scrittori continuano ad incontrarsi in clandestinità in circoli organizzati dalla Szymborska e dal filosofo Filipowicz, divenuto suo compagno. Nel 1988 viene ammessa nell’organizzazione internazionale degli scrittori PEN-Club prendendo parte all’incontro mondiale svoltosi a Varsavia. Nel 1991 viene assegnato alla poetessa il premio Goethe grazie soprattutto all’opera divulgativa del suo amico e traduttore tedesco Karl Dedecius. Alcune sue poesie vengono inserite nei manuali scolastici tedeschi. Riceverà anche la laurea honoris causadell’Università di Poznan e il premio Herder. Occasionalmente interviene nel dibattito pubblico, firmando una petizione nel 1992 in difesa dei servizi pubblici e contro il progetto di legge che prevedeva la penalizzazione dell’aborto, provocando grande disapprovazione nell’opinione pubblica cattolica; firma una lettera contro la soppressione da parte del Ministero della Cultura del gruppo letterario Adam Mickiewicz; firma un appello per la Cecenia; firma un’altra petizione per bloccare il tasso dell’IVA a zero: «Quando lo scopo è degno, puro, umanitario, con piacere. Peggio se si intuisce che l’obiettivo è propagandistico-politico. Allora lo evito».
I riconoscimenti alla poetessa nel corso degli anni si moltiplicano fino al Nobel nel 1996.
Dopo il Nobel viaggia ancora meno, si reca con Milosz a Francoforte per la Fiera internazionale del libro. Per molti anni pubblica con l’editore e poeta Kriniczi, per la casa editrice W.a5, sarà lui a raccogliere il grande successo del Nobel.
Le sue poesie erano già tradotte a partire dagli anni Cinquanta, e prima del Nobel era pubblicata in 36 lingue. In Italia era presente dal 1961. Alcune sue poesie vengono musicate in Svezia, in Polonia, in Italia.
Nelle motivazioni della scelta degli accademici svedesi si afferma che Szymborska «è autrice di una poesia che, con una precisione ironica, permette al contesto storico e biologico di manifestarsi in frammenti di verità umana. Si rivolge al lettore combinando in modo sorprendente lo spirito, la ricchezza inventiva e l’empatia, ciò che fa pensare talvolta al secolo dei Lumi, talvolta al Barocco».
Dopo un lungo silenzio, nel 2002 esce un volume di nuove poesie, Momento, a questo segue nel 2003 un insolito volumetto di Limeryk, Moskalisk, Lepiej Odwodki, Altruitk, una serie di composizioni in rima e sfottò sulle consuetudini polacche, generi alimentari, alcolici, argomenti sui quali fin da giovane la poetessa si diverte a scrivere. Il volume è il concentrato del kitsch, con grandi spazi illustrativi consistenti in collage creati dalla poetessa. L’ultima pubblicazione di poesie è del 2006 con il titolo Due punti.
«Il poeta odierno è scettico e diffidente anche – e soprattutto – nei confronti di se stesso. Malvolentieri dichiara in pubblico di essere poeta – quasi se ne vergognasse un po’. Ma nella nostra epoca chiassosa è molto più facile ammettere i propri difetti, se si presentano bene, e molto difficile le proprie qualità, perché sono più nascoste, e noi stessi non ne siamo convinti fino in fondo…»

Dall’Enciclopedia delle donne