Archivio mensile 27th Novembre 2025

Violenza contro le donne: il paradosso dei Paesi Nordici

Violenza sulle donne: il paradosso dei Paesi nordici 
Islanda, Finlandia, Norvegia e Svezia sono ai primi posti nel Global Gender Gap Report 2021, l’indice del World Economic Forum che valuta la parità di genere basandosi su partecipazione economica, istruzione, salute, politica. Anche per il Gender equality index dell’Eige – Istituto europeo per l’uguaglianza di genere – Svezia, Danimarca e Finlandia (la Norvegia non fa parte dell’Unione Europea) sono tra i Paesi più virtuosi. L’Islanda nel 1980 è stato il primo paese al mondo ad avere una donna come presidente della Repubblica liberamente eletta, Vigdis Finnbogadóttir. Ma nonostante siano un modello per parità di genere, diritti civili, welfare, partecipazione delle donne alla vita politica e sociale, questi paesi mostrano tassi di violenza domestica elevati, con stereotipi e pregiudizi ben radicati in tutti i contesti. Si tratta del cosiddetto “paradosso nordico”.

I paesi del Nord, considerati al primo posto per uguaglianza di genere, hanno livelli di stupro e violenza contro le donne spaventosi. Le sopravvissute alla violenza sessuale vengono tradite dai sistemi giudiziari”, spiega Tina Marinari, responsabile campagne Amnesty International Italia. Secondo un rapporto di Amnesty International del 2018 su Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia, le donne e le ragazze che hanno subito violenza vengono infatti spesso abbandonate dal sistema di giustizia.

In Norvegia solo una donna su dieci denuncia lo stupro subìto e la maggior parte delle segnalazioni (dal 75% all’80%) non portano alla condanna. In Danimarca nel 2017 sono stati segnalati 890 stupri, ma uno studio dell’Università della Danimarca meridionale ha stimato in 24mila il numero effettivo di stupri. In Finlandia, la stima è di 50mila casi di violenza sessuale, ma nel 2017 ci sono state 209 condanne per stupro. L’Islanda è stata invece denunciata davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo: il caso è partito dalla storia di una donna che ha segnalato le violenze del suo ex compagno alle forze dell’ordine, portando come prove foto dei lividi, testimonianze, referti medici, ecc. La polizia ha scelto però di non procedere, lasciando che il caso cadesse in prescrizione.

Con la nostra ricerca sul campo, intervistando le vittime (45 donne) e coinvolgendo le associazioni, abbiamo scoperto che le sopravvissute allo stupro si trovano a dover combattere stereotipi e falsi miti dentro e fuori le aule giudiziarie”, racconta Tina Marinari, citando alcuni esempi. “A una donna vittima di violenza sessuale hanno chiesto cosa avesse fatto di sbagliato per incitare quella violenza, le hanno chiesto se aveva bevuto, se aveva reagito per evitare lo stupro. In un altro caso un procuratore generale si è chiesto come è possibile rovinare la vita di uno studente, imputato per violenza sessuale, per una sciocchezza compiuta una sera perché ubriaco. Un’altra sopravvissuta ha raccontato di aver parlato della violenza con la madre, ricevendo come risposta: eppure ti ho educato bene”.

Se abbiamo in casa, nei tribunali, nelle caserme questi stereotipi vuole dire che le istituzioni non hanno fatto il loro lavoro, visto che tutti questi paesi hanno sottoscritto la Convenzione di Istanbul, secondo la quale i professionisti alle prese con la violenza di genere devono essere formati”, sottolinea la responsabile di Amnesty Italia. Come mai esiste questo divario tra avanguardia nella parità di genere e arretratezza nel contrasto alla violenza? “Il punto di partenza è l’inadeguatezza delle leggi – precisa Marinari – Svezia e Danimarca hanno modificato la legge sullo stupro nel 2018 e 2020, ma quando abbiamo iniziato a realizzare la ricerca tutti e quattro i paesi avevano leggi basate sull’uso della forza e della ricerca, senza riferimenti al consenso. Svezia e Danimarca hanno introdotto il concetto del consenso nella legislazione sulla violenza sessuale, ma è inevitabile che se per anni si è vissuto con l’idea che è stupro solo nel caso in cui una donna urla, reagisce, piange, sradicare quel tipo di cultura è difficile. Inoltre in tutti e quattro i paesi abbiamo registrato ritardi enormi nell’avviare le indagini e una certa resistenza da parte del corpo di polizia. Tante sopravvissute hanno denunciato la scarsa professionalità delle indagini, viziate da pregiudizi. In Danimarca, ad esempio, le vittime possono essere difese gratuitamente e rendere la testimonianza attraverso video o da remoto per non incontrare l’autore della violenza. Tutti questi diritti garantiti sulla carta non sempre vengono garantiti effettivamente”.

Altro elemento critico – continua la coordinatrice delle campagne Amnesty Italia – è la lunghezza dei processi. Per una vittima di abusi passare 2 o 4 anni prima di arrivare alla condanna definitiva vuol rivivere ogni volta la violenza”. Questi Paesi dunque, “virtuosi su parità, lavoro e partecipazione politica, nella sfera privata e sessuale sono all’età della pietra. Ciò significa che non è stato fatto un lavoro di formazione sulla sfera sessuale e personale”, conclude Marinari, precisando che “in realtà, in tema di contrasto alla violenza di genere, non esiste un modello virtuoso da prendere in considerazione”.

Dopo la ricerca del 2018, Amnesty ha portato avanti un’indagine in Italia, evidenziando le stesse problematiche presenti nei paesi nordici: un forte pregiudizio nelle aule dei tribunali e un ritardo nei processi, fattori che inducono indure le donne a non denunciare. “Ancora oggi nel dibattito non riusciamo a introdurre il concetto del consenso: il sesso senza consenso è stupro, lo dice l’articolo 36 della Convenzione di Istanbul”, spiega Tina Marinari. Anche in Italia non c’è il riferimento al consenso, l’articolo 609 del codice penale fa riferimento a una definizione di stupro basata esclusivamente sull’uso della violenza, della forza, della minaccia di uso della forza o della coercizione (“Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione da sei a dodici anni”).

Amnesty ha lanciato la campagna #iolochiedoper chiedere la modifica della legge. Oggi su 31 firmatari della Convenzione di Istanbul sono solo 13 i Paesi che applicano la regola del consenso nei casi di stupro: Slovenia, Belgio, Croazia, Cipro Danimarca, Germania, Grecia, Irlanda, Islanda Lussemburgo, Malta, Regno Unito (ha firmato ma non ratificato la Convenzione), Svezia. La Spagna aveva annunciato la modifica della legge, ma ancora non è stata realizzata.

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Questo brano è tratto dall’ebook #hodetto no. Quando la donna è vittima due volte, scaricabile gratuitamente dal sito del Sole 24 Ore.

L’ebook è stato realizzato nell’ambito del progetto Never again, che ha come obiettivo quello di contrastare e combattere la vittimizzazione secondaria delle donne colpite dalla violenza.

Foto ricordo dell’incontro con gli studenti

Il 10 Novembre con gli studenti del quarto anno del Liceo Scientifico di Tropea per celebrare insieme la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne

La fotografia arma contro la violenza sulla donna

Usare la fotografia come arma contro la violenza sulle donne!
Letizia Battaglia (Palermo, 1935 – 2022) è stata una delle prime fotoreporter italiane e figura centrale nella lotta per i diritti delle donne. La sua carriera, iniziata al quotidiano L’Ora nel 1969, non si è limitata alla documentazione delle stragi di mafia, Letizia ha usato la fotografia come strumento politico e sociale, raccontando la condizione femminile e denunciando la violenza di genere.
Letizia considerava ogni scatto un atto di amore e di giustizia, capace di smuovere coscienze e di dare dignità alle vittime.
Molte sue immagini mostrano donne e bambine in contesti di marginalità, ma sempre con uno sguardo fiero, che diventa simbolo di resilienza.
Letizia ha partecipato attivamente alla vita politica e culturale di Palermo, promuovendo svariate iniziative. Le sue foto, che ritraggono nudi femminili con rispetto e delicatezza, erano pensate come un gesto politico: un modo per restituire alle donne la propria immagine, libera da stereotipi.
Dichiarava: “Fotografo nudi di donna, per come noi ci vediamo: con rispetto, prudenza e protezione”.
Il suo messaggio rimane attuale: la fotografia può essere un gesto politico e di emancipazione, capace di denunciare ingiustizie e di costruire memoria collettiva. La sua voce ha incoraggiato le donne a “cambiare il mondo”, come lei stessa affermava negli ultimi anni della sua vita.
Oggi, mostre e retrospettive dedicate alla sua opera continuano a ricordare che il suo impegno non era solo artistico, ma profondamente umano e civile. Letizia ha insegnato che raccontare la verità, anche la più dolorosa, è un atto di coraggio che può aprire la strada alla giustizia e alla libertà.
Tra gli oltre 200 scatti oggi raccolti emergono fotografie che hanno segnato la memoria collettiva:

• Le bambine di Palermo: ritratti intensi che raccontano l’infanzia segnata da povertà e marginalità, ma anche da dignità e forza.
• Scene di mafia: funerali, arresti, volti di boss e vittime, che hanno reso visibile la violenza sistemica in Sicilia.
• La vita nei manicomi: immagini degli anni ’70 che documentano la condizione delle donne ricoverate, anticipando il dibattito sulla legge Basaglia.
• Palermo quotidiana: scorci di strade, mercati e famiglie, che restituiscono la complessità di una città ferita ma vitale.
Questi scatti non sono solo documentazione: sono atti politici, capaci di trasformare il dolore in memoria e impegno.
Il lavoro di Letizia ha avuto un impatto profondo sulle nuove generazioni.
Molte fotografe contemporanee hanno adottato il suo stile senza filtri, con approccio diretto e crudo che rifiuta l’estetizzazione della violenza e punta alla verità.
Letizia ha evidenziato sempre una grande responsabilità civile e ha dimostrato che l’arte visiva può essere un gesto d’amore e di giustizia, un insegnamento raccolto da artiste impegnate su temi sociali e femministi.
La digitalizzazione del suo lavoro ha reso accessibile un immenso repertorio che continua a ispirare progetti fotografici e artistici in Italia e all’estero.
Scuole e istituzioni hanno intitolato spazi a suo nome, riconoscendo il valore pedagogico della sua opera.
Oggi, mostre internazionali e siti-archivio dedicati a Letizia Battaglia permettono di esplorare la sua opera come cronaca visiva della storia italiana e come manifesto di emancipazione femminile. La sua influenza si vede nelle fotografe che raccontano migrazioni, conflitti, discriminazioni e violenze di genere, raccogliendo il testimone della sua missione: usare la fotografia per cambiare il mondo!

Grazie Lina Merlin!

#unsegnalibroperdireno

Senatrice Lina Merlin – Senato della Repubblica – Roma
Sono una povera disgraziata (non ancora trentenne abbandonata dal
marito espatriato in A.) con un bambino che appena conosce il volto della
sua mamma, perché obbligata lasciarlo vivere dai nonni lontani, non
sapendo come provvedere al suo mantenimento. Invano sto cercando da
oltre due anni un qualsiasi modesto impiego (avendo frequentato un pò di
scuole magistrali) passando a vari uffici e Ditte private, non disdegnando
le più amare umiliazioni, ricevendo in cambio inviti a trascorrere… allegre
serate.
Le mie ripetute sofferenze di vita stentata, mi hanno condotta ad una
malattia che lo Stato da anni combatte e solo la Divina Provvidenza mi
ha salvata dalla tomba, guarendo, sia pure in parte, miracolosamente. La
legge per l’avviamento al lavoro degli ex tubercolotici c’è ma anche questo,
per motivo di precedenza, per me, tutto è stato precluso. Purtroppo la
fame non ammette altre alternative ed io disillusa di questa inumana
società, dopo aver lottato con tutti i mezzi leciti ed illeciti per mantenermi
nei buoni principi di donna onesta e di madre cristiana, mi vedo costretta
ad intraprendere quella strada per cui la legge sopraindicata ne combatte
i suoi fini.
Ora mi chiedo: se lo stato ha già in programma la riabilitazione di queste
povere disgraziate perché non prevenirne una anzitempo?
A Loro mi rivolgo Onorevole Presidente ed Onorevole Senatrice, affinché
questa mia supplica possa dare un esito positivo offrendomi la possibilità
di un sia pur modesto impiego.
Doverosamente
[seguono cognome, nome e indirizzo]

Com’eri vestita?

#UNAPANCHINAROSSA A volte i giudizi possono avere la forma di una domanda. Un quesito semplice. Banale quasi. E che tuttavia, in tre semplici parole, racchiude il pensiero di chi ancora crede che le donne che subiscono violenza “un po’ se la sono cercata”. “Com’eri vestita?” è proprio questo: una non domanda che trasforma la vittima in colpevole, e la inchioda all’idea che la responsabilità di quanto le è successo sia prima di tutto sua. Sua e del suo pigiama, del suo prendisole, del costume da bagno, della felpa larga, e persino dei pantaloncini da corsa e della maglietta comoda che quel malaugurato giorno aveva scelto di indossare.

Anna Scarfó: siamo con te!

È primavera, a San Martino di Taurianova, in Calabria. Anna Maria ha tredici anni e si innamora per la prima volta di un ragazzo più grande. Al solo pensiero di un bacio, i brividi corrono lungo la schiena della bambina non ancora donna, che accetta di salire sull’auto del suo fidanzato. Ma quell’auto sta per condurla in un incubo. La macchina si ferma davanti a un casolare abbandonato. All’interno ci sono tre uomini. Abusano di lei. Un altro brivido, questa volta di terrore. Comincia una notte di dolore e silenzio lunga tre anni, durante i quali le saranno rubate l’adolescenza, la voglia di vivere, la dignità. Solo quando il branco, insaziabile e famelico, pretende la sorella più piccola, Anna Maria trova il coraggio di parlare. Lei che non è mai stata capace di amare se stessa, per amore denuncia il branco e i tre anni di violenza. I carabinieri e un tenace avvocato donna diventano i suoi angeli custodi, la sostengono quando denuncia i suoi aguzzini e durante i duri giorni del processo. Il giudice crede alla ragazzina e condanna i carnefici. Ma non è finita, perché il paese ha emesso una sentenza diversa. Anna Maria che ha osato svelare il branco è la Malanova, la portatrice di sventure, la puttana che “se l’è cercata” e ha infranto la regola dell’omertà. La minacciano di morte e vogliono che lasci San Martino. Lei reagisce e combatte anche questa battaglia e grazie alla nuova legge sullo stalking ottiene la protezione dello Stato: da febbraio 2010 vive sotto scorta.

La spirale della violenza domestica

 

La violenza domestica si manifesta attraverso alcuni importanti segnali che è bene non sottovalutare.

Il modello della “Spirale della violenza” illustra accuratamente l’andamento della dinamica: la violenza, infatti, non si manifesta sempre esplicitamente sin da subito, ma presenta un’escalation di gravità ed evolve articolandosi in più fasi.

La prima fase prevede un graduale aumento della tensione caratterizzato da liti frequenti e da tentativi della vittima di disinnescare la tensione, segue poi la fase dell’aggressione, in cui si manifestano i comportamenti violenti, e infine si giunge alla fase del pentimento e della riconciliazione, in cui l’aggressore chiede scusa e si pente del proprio comportamento. In alcuni casi il partner abusante prova vergogna e fa promesse di cambiamento, in altri, invece, colpevolizza la vittima definendola come la responsabile delle azioni che lui ha compiuto.

Queste fasi si presentano alternandosi e seguendo un andamento ciclico. Infatti, isolamento, intimidazioni, minacce, ricatto dei/lle figli/e, aggressioni fisiche e sessuali si intervallano spesso a false riappacificazioni, momenti di relativa calma in cui la coppia vive la cosiddetta “fase della luna di miele”, questo processo contribuisce a confondere la donna, aumentandone al contempo l’insicurezza.

Il corpo della donna non è merce!

Grazie al Superiore di Tropea per l’incontro di discussione contro la mercificazione del corpo femminile.

Missione compiuta!

25 Novembre con gli Studenti

IL CORPO DELLA DONNA È LIBERTÀ NON OGGETTO!
sos KORAI e gli Studenti del Superiore di Tropea celebrano la giornata contro la violenza sulle donne

Veramente emozionante e significativo l’incontro con gli Studenti del Superiore tropeano in occasione della giornata d’impegno contro la violenza sulle donne.
sos KORAI, Organizzazione Di Volontariato per i diritti delle donne, ha scelto di affrontare l’educazione ad un’affettività rinnovata dal valore del rispetto reciproco tra i generi.
Punto di partenza dell’esperienza il dono a tutti gli Studenti e i Docenti, frequentanti il quarto anno di tutti gli indirizzi di studio, di un opuscolo con gli atti del primo seminario del nuovo progetto dell’associazione, denominato MATRIARCHY; un percorso che si è aggiunto agli altri ormai consolidati ed ha preso il via lo scorso aprile riflettendo, assieme alla comunità, sulla legge 20 febbraio 1958 n.75. La norma è passata alla storia col nome della donna che, con la sua tenacia, ne ha determinato l’approvazione dopo dieci anni di lotta: la Senatrice Angelica, detta Lina, Merlin. Grazie a Lei e al provvedimento vennero chiuse in Italia più di cinquecento case di tolleranza in cui il corpo della donna, con il placet dello Stato, veniva ridotto ad oggetto di piacere da usare a pagamento.
La violenza contro le donne, effettivamente, non consiste solo nel femminicidio e nello stupro ma in ogni atteggiamento che mortifica la sua dignità e la priva del valore immenso della libertà e dell’eguaglianza di diritti, lo sfruttamento della prostituzione fa parte di questo novero. Lo hanno compreso molto bene gli Studenti del Superiore tropeano anche grazie alla sapiente guida dei loro Docenti che li hanno preparati, sostenendoli nella lettura delle 12, dense pagine dell’opuscolo con le relazioni di quattro soci dell’associazione, già  proposte alla comunità nel seminario di aprile. Francesco Pontoriero, avvocato, Salvatore Rizzo, docente di storia e filosofia, Luigia Barone, esperta di violenza di genere, e Beatrice Lento, dirigente scolastica e psicologa hanno esaminato la tematica da svariati punti di vista ed hanno posto sul tappeto interrogativi/provocazioni che si sono rivelati efficaci visto che i giovani li hanno ripresi, sviluppati e riproposti all’attenzione nel corso dell’incontro. Si è discusso di  prostituzione minorile, di schiave d’occidente, di turismo sessuale, di patriarcato, di formazione ed educazione, di prostituzione visibile e invisibile, con particolare riferimento alla rete, della possibilità di considerare la prostituzione un lavoro, delle differenti norme vigenti nei paesi europei, del valore del corpo e di tanto, tanto altro ancora.
I ragazzi, non sono apparsi turbati o imbarazzati dalla delicatezza del tema ma, piuttosto, molto consapevoli dell’importanza di interrogarsi e discutere con senso di responsabilità su argomenti che concernono la dignità della persona. Hanno evidenziato molta attenzione e una partecipazione decisamente attiva tant’è che il tempo a disposizione é volato veloce lasciando il desiderio di ulteriori approfondimenti.
Il successo dell’esperienza conferma l’importanza dell’educazione e del dialogo e dimostra che la scuola é il luogo privilegiato in cui qualsiasi argomento può essere produttivamente affrontato. Se si vuole porre un freno al sangue di donna che inonda il mondo è importante annientare la cultura patriarcale che continua ad essere forte anche alle nostre latitudini, é importante capire che il sentimento di possesso della donna é foriero di violenza che mina gravemente gli equilibri sociali, é importante convincersi che il rispetto reciproco é il presupposto basilare della civiltà.
Tra le domande più coinvolgenti quella sul ruolo che i giovani possono e devono svolgere. Per raggiungere una sostanziale parità si è sottolineato che è ancora necessario un impegno continuo e collettivo  che veda attivamente coinvolti istituzioni, società civile e singoli. Le ragazze e i ragazzi hanno in mano tutti gli strumenti per superare le nuove sfide e costruire un futuro più equo e rispettoso. Occorre prioritariamente  decostruire gli stereotipi e i pregiudizi che perpetuano dinamiche di potere sbilanciate offuscando la percezione dell’empowerment femminile come valore per il raggiungimento di una società più giusta sia per le donne che per gli uomini.
Per contrastare lo sfruttamento non bastano le misure di controllo e repressive, occorre investire sull’educazione, sulla protezione sociale, e sulla promozione delle Pari Opportunità, occorre porre al primo posto la tutela dei diritti umani, dei valori culturali, educativi ed etici.
L’impegno di sos KORAI é in questa direzione!
La riconoscenza di sos KORAI all’Istituto d’Istruzione Superiore di Tropea, agli studenti, ai docenti e particolarmente al Dirigente Nicolantonio Cutuli per la fiducia accordata, una stima nient’affatto scontata considerata la delicatezza dei temi dibattuti.
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La Presidente di sos KORAI
Organizzazione Di Volontariato per i diritti delle donne
Dott.ssa Beatrice Lento