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sos KORAI e AssCom col Comune di Tropea a sostegno della campagna di sensibilizzazione sull’ENDOMETRIOSI

«Cosa piangi? Non ti ho detto che stai morendo di cancro, solo che non puoi avere figli».
Quando Annalisa si è svegliata dall’operazione, questo è stato il saluto del chirurgo: le aveva appena tolto un ovaio. Racconta che in quel momento le è crollato il mondo addosso: da sei mesi aveva un compagno e temeva che la lasciasse, come succede a tante donne che soffrono di endometriosi. Però quel compagno, che poi l’ha sposata, l’ha rassicurata dicendole che mica stava con la sua malattia o con il suo utero: lui stava con lei.null

Annalisa pensa di essere fortunata ad averlo vicino, e intanto che lo dice la voce le si incrina, appena un po’, e mi commuovo anche io: sì, molto fortunata.

Annalisa Frassineti è la presidentessa di Ape onlus, che dal 2005 fa informazione sull’endometriosi e offre sostegno alle donne colpite. Lei è stata operata due volte in due anni, dopo una diagnosi errata di appendicite, ma fin da ragazzina ha sofferto di dolori spaccapancia: «A casa mia è sempre stato così, abbiamo una componente genetica molto forte: due anni fa l’hanno diagnosticata anche a mia mamma. Ci ripetono sempre che la donna deve soffrire, che è normale che le mestruazioni facciano male: non è così»

L’endometriosi colpisce in Italia tre milioni di donne, 150 nel mondo; i numeri reali, però, potrebbero essere maggiori, visto che non esistono registri della malattia e il ritardo nella diagnosi è in media di dieci anni.

È una malattia cronica, poco nota, dalle cause ancora sconosciute: l’endometrio, che riveste l’utero e si sfalda a ogni mestruazione, si diffonde anche a muscolatura, peritoneo, ovaie, tube, fino all’intestino, alla vescica, ai nervi. Le cellule al di fuori dell’utero rispondono agli stessi stimoli ormonali di quelle interne, e i loro micro-sanguinamenti provocano dolore, infiammazione cronica, aderenze, riducono la fertilità. Non esiste cura.

«La terapia, purtroppo, può agire solo sui sintomi. Non abbiamo farmaci che eliminino la malattia, possiamo solo controllarne la progressione», spiega Stefano Cosma, uno dei responsabili dell’Ambulatorio endometriosi e dolore pelvico cronico dell’Ospedale Sant’Anna di Torino. Per far capire come funziona, dice di immaginare le isole di endometriosi sparse per il corpo «come tante lampadine accese, che dipendono da un unico interruttore, gli estrogeni, attivi solo quando la donna è fertile. La cosa più semplice sarebbe spegnere queste luci, simulando la menopausa. Ma si parla di donne giovani, è irreale pensare di farlo a lungo. Allora possiamo pensare di abbassarne l’intensità, con la terapia ormonale». La diagnosi precoce è fondamentale. Per questo le volontarie dell’Ape vanno nei licei a spiegare alle ragazze quali sono i sintomi, quando è il caso di rivolgersi al ginecologo.

Il 13 gennaio l’endometriosi è stata inserita come patologia cronica nei nuovi Livelli essenziali di assistenza(quelli che il Servizio sanitario nazionale è tenuto a fornire a tutti i cittadini), ma le prestazioni gratuite riguardano solo il terzo e quarto stadio della patologia, mancano l’invalidità per gli stadi più avanzati, le tutele per le donne che, raccontano dall’Ape, «sono costrette ad andare a lavorare strisciando, dopo aver fatto colazione con gli antidolorifici».
Dice Annalisa che la cosa che più la ferisce è il fatto che la sua malattia non venga considerata una malattia. «È un po’ come diceva la Fallaci per il tumore, no? Se ti rompi un braccio, tutti gridano aiuto. Con il fatto che l’endometriosi non si vede da fuori, ed è poco conosciuta, tanti non la capiscono, pensano che sei fissata o debole o inventi scuse».

Prima della diagnosi, Annalisa si ricorda come «una che viaggiava sempre a mille»; poi, il periodo scuro. «Soprattutto non accettavo il fatto di non potere avere figli. Passavo davanti ai negozi per bambini e voltavo la faccia dall’altra parte».
Più tardi, mi dirà che le difficoltà, di ogni tipo, servono a fare una selezione naturale delle persone, lasciando solo quelle che davvero contano. Per lei, Alex, che le ha fatto accettare la malattia, che le ha detto: «Se non potremo avere figli, saremo una famiglia noi due».
E poi le altre volontarie. «Quando sono entrata nell’Ape ero molto arrabbiata, con la malattia e con il mondo. La presidentessa dell’epoca mi disse: guarda che così non va bene. Io rispondevo che volevo lottare, basta, dobbiamo fare la guerra. E lei: non siamo mica in Afghanistan. Poi ho trovato la pace, quando mi sono resa conto che non ero sola. Con l’endometriosi ti senti un alieno, soprattutto all’epoca non se ne parlava, molte si vergognavano. Scoprire che la mia storia era quella di tante altre mi ha fatto capire che non andava tutto così male: sì, ho dolore, sì, ogni tanto mi devo fermare, ma per fortuna posso vivere. E avere aiutato me stessa ha fatto sì che potessi aiutare altre ragazze nello stesso percorso. È un po’ una catena, no?».

A quella catena si è aggrappata Alessandra. «È bastato guardare negli occhi le altre per capire che abbiamo subìto le stesse cose. Tra noi non servono tante parole; quando invece proviamo a spiegarlo a chi ci sta vicino, spesso ci stanchiamo. Non sempre riescono a dare il giusto peso a quello che abbiamo patito». Lei con l’endometriosi combatte dal 1997. All’epoca, nessuno le aveva spiegato di cosa soffrisse: «Mi hanno dato un fascicoletto e mi hanno detto: la tua è solo sfortuna». Da allora, ha subìto sei interventi. Il dolore continuava, e solo dopo dieci anni si è capito che la malattia si era arrampicata per i nervi delle gambe, fino al coccige, all’intestino, ai reni: «Cominciavo a pensare di essere pazza». Anche se il dolore è ancora estenuante e vive con lei ogni giorno, con il tempo ha compreso che l’endometriosi «fa più male dentro, che non al corpo. E nessuno riesce davvero a capirlo. Fai esami invasivi che ti tolgono la dignità, prendi medicine che ti rubano la femminilità, punture che ti fanno andare in menopausa per sei mesi e non sei neanche più tu, ti cambia il carattere. Dopo il terzo intervento, ho cominciato ad avere attacchi di panico: sono fuggita due volte dalla sala operatoria. Non riesco più nemmeno a entrare in un ospedale, mi fanno soffocare. Mio fratello mi dice: è passato. È vero, ma quelle cose ti restano dentro, e ogni tanto riaffiorano».

Mi racconta con voce sottile di una visita dal ginecologo a vent’anni, dell’umiliazione quando lui le ha chiesto se provasse dolore durante i rapporti e poi si è messo a ridere nel sentire che era ancora vergine. «Io non cercavo il sollievo, cercavo un medico umano: ecco perché ho cambiato tanti ospedali. Ogni volta entravo e mi sentivo come i vestiti che le commesse piegano e mettono via. Vorrei che quello che è successo a me non succedesse ad altre».

Per questo ha cominciato a fare la volontaria, e intanto ha cambiato la traiettoria dei suoi sogni. «Ho dovuto lasciare l’università perché non riuscivo a studiare con la terapia del dolore, e so che non potrò diventare madre. Ma cerco il bello in altre cose. Ho dei nipoti che amo come figli miei, mi basta stare con loro perché tutto diventi luce. Ora posso stare seduta più a lungo, e ho ritrovato il piacere della lettura, che avevo abbandonato. Ho adottato un gatto, mi fa ridere. L’endometriosi ci porta via tante cose. Per non vivere con il rancore, non mi sono mai chiesta: perché a me? In fin dei conti, siamo tre milioni di donne: perché non a me? Non mi sento più meritevole delle altre».

Un discorso simile se lo ripete Elisa. Mentre parla ha la felicità che si infila tra una parola e l’altra: è incinta di quattro mesi, aspetta due gemelli. «A volte ti senti in colpa. Io posso e un’altra no, chissà perché me lo sono meritato». Un po’ crede alla fortuna, un po’ al destino. Quello che un giorno, mentre si faceva visitare per quei dolori «che pensi di essere matta», le ha messo davanti un dottore bravo ma con una giornata no, e allora lei non si è sentita capita, ha cambiato centro, persino città, e da lì si è aperto quello che chiama «il mio calvario». «Mi hanno detto che ero da operare d’urgenza, sono entrata in ospedale a maggio e sono uscita a settembre, dopo quattro interventi. Ovaie, appendice e poi il retto: ma sono andati troppo a fondo, sono finita in peritonite». Ricorda ancora il terrore del risveglio dall’anestesia nella notte, con il sacchetto della colostomia sulla pancia, senza sapere cosa fosse. Due anni fa, l’ultima operazione: «Ero come incollata dal diaframma all’utero, hanno dovuto staccarmi il fegato. Ma io sono una di quelle più fortunate. Mi hanno tolto le tube, dicevano che non avrei mai potuto avere figli, né fare inseminazioni. Poi il mio ginecologo mi ha convinta a fare comunque un tentativo. Mi avevano dato una probabilità del 5% di restare incinta: a volte l’impossibile, non si sa come, diventa possibile». Ricorda il periodo in cui non credeva sarebbe successo, i pianti di un mese intero. «Vedevo solo pancioni e passeggini. Avevo amiche che intanto avevano partorito e facevo parte, giustamente, delle loro vite. Forse è quello che mi ha aiutato: piangere quando era ora di piangere, parlarne quando era ora di parlarne, ma non tirarmi indietro».

Dopo la diagnosi, racconta, la prima reazione era stata pensare che per colpa sua il suo compagno non sarebbe diventato padre. «Gli ho detto subito che dovevamo lasciarci. Ho iniziato a tenerlo lontano: stufati, almeno ti trovi una ragazza normale, migliore. Per fortuna, lui non è stato un codardo come tanti altri, ed è rimasto. Stiamo insieme da dieci anni, anche se abbiamo avuto momenti non facili, con in più quello che la vita comporta. È mancato suo padre, poi il mio, tutto insieme». Che era forte, Elisa, dice di averlo capito dopo, quando si è rialzata. Anche troppo: era quella-che-non-bisogna-chiedere-mai, quella-che-bisogna-fare-tutto-da-sola. Continuava ad andare in palestra fino a un mese dall’operazione, continuava a ballare. Solo adesso che è incinta, per la prima volta, si è fermata.

«A volte spero che siano due maschi, così non avranno i miei problemi. Sono felice, ma ho anche paura di non riuscire a fare tutto come un’altra mamma. Perché nel frattempo la malattia è tornata, lo so che c’è, dentro. Tutti festeggiano quando vanno in pensione; io farò una gran festa quando andrò in menopausa, perché vorrà dire che finalmente è finita». Si ferma, poi ride. «Sai qual è la verità? L’endometriosi è proprio stronza».

Francesca Bussi

Peccato: la Turchia non è più nella Convenzione di Istanbul

La Turchia si è ritirata dalla Convenzione di Istanbul del 2011, il primo trattato vincolante al mondo per prevenire e combattere la violenza contro le donne.

La Convenzione di Istanbul, la cui prima ratifica fu proprio della Turchia, impone ai governi di adottare una legislazione che persegua la violenza domestica e gli abusi, nonche’ lo stupro coniugale e le mutilazioni genitali femminili.

Ma secondo i conservatori la Carta danneggia l’unità familiare, incoraggia il divorzio e i suoi riferimenti all’uguaglianza venivano strumentalizzati dalla comunità Lgbt eppure la violenza domestica e il femminicidio sono un grave problema nel Paese.

Ecco il segnale per comunicare che la persona che lo compie è vittima di violenza domestica

E’ nato un segnale universale per comunicare che c’è in atto una violenza domestica. Si sta diffondendo nel mondo: si tratta di un gesto semplice da fare per richiamare l’attenzione in una situazione di pericolo in casa. In tempi di Covid le violenze entro le quattro mura si sono quadruplicate e spesso le donne non riescono a difendersi nemmeno denunciando la brutalità in corso. #SignalForHelp è l’ashtag che contrassegna il simbolo internazionale per evidenziare la situazione di pericolo. Se vedi qualcuno rivolgerti questo strano saluto, chiama subito il 1522.

sos KORAI sostiene Tropea nella conquista del titolo di Borgo più bello d’Italia 2021, scopri come votare!

Il Borghi dei Borghi, LA GRANDE SFIDA 2021: dalle ore 17:00 di Domenica 7 marzo sino alle ore 23:59 di Domenica 21 marzo potrete votare il borgo di Tropea sul sito della RAI: www.rai.it/borgodeiborghi o su www.raiplay.it.
Potrete esprimere 1 voto al giorno da ogni e-mail per una sola preferenza. Chi fosse già in possesso di credenziali Raiplay potrà effettuare direttamente il login al sito e, dopo l’autenticazione, esprimere la propria preferenza di voto. Gli utenti non ancora registrati per votare dovranno creare una utenza Raiplay indicando username, password ed indirizzo e-mail di riferimento.
Il voto è GRATUITO.
Il Borgo di Tropea rappresenta la regione Calabria in questa grande sfida 2021. Vincere dipende solo da noi! Votare è importante! Continuiamo a farlo OGNI GIORNO! Coinvolgiamo il maggior numero di persone tramite i social ed il passaparola costante! Occorre un continuo impegno di tutti durante queste due settimane senza mai far calare l’attenzione. Solo in questo modo si potrà avere la possibilità di vedere, domenica 4 APRILE 2021, Tropea come Borgo più Bello d’Italia dell’edizione 2021.
Grazie per la preziosa collaborazione e Forza Tropea! #tropea #calabria #ilborgodeiborghi #borghipiubelliditalia #spiaggiatropea #kilimangiarorai #mare #beach #viaggiare #travel #summertime

Ciao Cristina!

sos KORAI si unisce, con affetto, al dolore dei familiari e degli amici di Cristina e la ricorda con uno stralcio del suo racconto dedicato a Nannà, l’amatissima nonna materna, per il Quaderno dell’8 Marzo dell’associazione che, dallo scorso anno, attende di essere presentato.
Ciao Cristina, donna sempre forte e libera, non ti dimenticheremo!

“La mia nonna materna si chiamava Anna. Si chiamava Anna an-
che la mia nonna pater- na: da piccola perciò immaginavo che tutte le nonne si chiamasse- ro Anna. Mentre la memoria mi restitui- sce pochi, ma dolci ri- cordi della mia nonna paterna di San Lucido, la nonna materna ha avuto un ruolo impor- tante nella vita di tutti noi: viveva in casa con noi, che siamo cresciu- ti sotto la sua ala, nelle sue braccia amorevoli: non la chiamavamo “nonna”, ma “nannà (…)

ENDOMETRIOSI?…parliamone!

L’endometriosi è una patologia subdola difficile da diagnosticare. Si stima che prima di giungere ad una diagnosi ogni donna affetta dalla patologia trascorra, in media, tra i 5 e i 7 anni di dolori senza nome.
Anni spesi tra visite mediche, sofferenze e silenzi che generano debolezza e dolore anche nell’anima. Esistono però dei campanelli d’allarme al ricorrere dei quali è opportuno insospettirsi e rivolgersi ad un ginecologo specializzato in endometriosi.

Esistono alcuni sintomi che, letti nel loro insieme, potrebbero essere la chiara spia verso una diagnosi di endometriosi. Per questo ascoltate il vostro corpo e non sottovalutate ogni minimo segnale che vi invia!

endometriosi #endometriosis #1su10 #1in10 #endometriosisawareness #stopalsilenzio #endometriosiesiste #endomarch2021 #endomarchteamitaly #lontanemaunite

Auguri da sos KORAI a Marisa Rodano

Auguri ai cento anni di Marisa Cinciari Rodano
Domani, Marisa Cinciari Rodano spegnerà le cento candeline e a farle gli auguri c’é anche l’Associazione sos KORAI. Pensando alle sue infaticabili lotte per la libertà del genere femminile, sia nelle aule parlamentari che nelle piazze, viene spontaneo offrirle un segno di ammirazione proprio nel suo centesimo giorno Natale. Tra l’altro é stata proprio lei a donarci la mimosa come simbolo dell’8 Marzo, Giornata Internazionale della Donna, nel 1946, un fiore umile e gratuito e al tempo stesso forte e abbondante che cresceva rigoglioso nei dintorni di Roma. Marisa nacque a Roma, fu partigiana e antifascista, militò nel Movimento dei Cattolici Comunisti e nei Gruppi di difesa della donna.Tra le fondatrici dell’Udi, Unione donne in Italia, é stata la prima vicepresidente donna di Montecitorio, senatrice ed europarlamentare. La sua attenzione all’emancipazione femminile é stata e continua ad essere assoluta. La ragazza del ‘46 dice a noi donne di oggi:”…esprimete sempre il vostro pensiero, vivete intensamente, cercate di fare squadra, unitevi con le altre che hanno i vostri stessi problemi, perché solo lavorando insieme si portano a casa i risultati.” Marisa riconosce che ancora la strada dell’emancipazione é in salita, malgrado le grandi conquiste le retribuzioni non sono alla pari con quelle maschili e mancano i servizi a sostegno delle famiglie. Gli uomini italiani fanno fatica ad accettare la parità ecco il perché del femminicidio e della violenza contro le donne.Per Marisa la battaglia più dura rimane quella del lavoro, si é realizzato molto ai livelli alti ma nella quotidianità c’é ancora tanto da fare. Grazie Marisa, il tuo esempio luminosissimo ci sia da guida e a te il nostro affetto, la nostra stima e l’augurio di nuove, entusiasmanti battaglie a favore della Donna.

Fiori di parole

FIORI di PAROLE contro la violenza sulle donne

Un 25 Novembre diverso quest’anno per l’impossibilità di manifestare contro la violenza sulle donne scendendo per le strade o discutendo in convegni, incontri, eventi pubblici vari, ma la voglia di impegnarci, per contribuire ad eliminare l’aberrante fenomeno, non va in quarantena perché la difficoltà attuale, che costringe tra le mura domestiche, isola e aumenta l’instabilità economica, amplifica terribilmente le spregevoli brutalità ai danni di mogli, compagne, figlie, sorelle dimostrandone la sconvolgente cogenza.


Durante la quarantena, tra marzo e aprile scorsi, le richieste d’aiuto al 1522, un servizio promosso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Pari Opportunità, e alle Forze dell’Ordine sono aumentate del 74% e, secondo il D.i.Re, solo il 3.5% delle vittime é riuscito a chiamare, considerata la presenza costante del soggetto aggressore.

Noi di sos KORAI, associazione di volontariato nata a Tropea e giunta al suo terzo anno di impegno nel contrasto al fenomeno attraverso interventi sui processi educativi, celebreremo l’importante Giornata Internazionale con allestimenti floreali nei tre grandi vasi comunali che dividono Largo Duomo dall’omonimo affaccio. Porremo a dimora ciclamini bianchi ed edere e tra il verde e il bianco inseriremo versi rossi di donne. Sarà questo un modo alternativo, ma sentito, di stare accanto a tutte le vittime femminili di maltrattamento e di puntare il dito contro una ferita sociale che merita l’attenzione delle istituzioni e della comunità tropeana. Il luogo é stato scelto perché proprio lì si trova, dallo scorso novembre, la Panchina Rossa, simbolo del posto occupato da una donna portata via dall’aggressività maschile.
Le fioriere, arricchite dalle parole, proseguono il percorso di sensibilizzazione e lanciano anche loro un messaggio di civiltà. Ricordiamo che sono 11 milioni le donne che subiscono violenza fisica, sessuale e psicologica, che 5 maschi su 10 non si fanno problemi ad alzare le mani sulla compagna e che 2 donne su 5 pensano che i ceffoni facciano parte dell’amore. Rammentiamo anche che la violenza di genere non si scatena per un raptus e che l’uomo che l’esprime non é un mostro, l’atteggiamento é la conseguenza di un habitus di sete di possesso e di dominio, frutto di una cultura sessista, gerarchica e patriarcale difficile da smantellare.
Ecco perché il ruolo dell’educazione é strategico, e tutte noi agenzie educative: dalle istituzioni alla famiglia, dalla scuola, alla chiesa e alle associazioni abbiamo la responsabilità di fare la nostra parte insegnando ai giovani e ai meno giovani a vivere bene, nel pieno rispetto di sé e degli altri.
Un grazie sentito all’Amministrazione Comunale di Tropea e al Sindaco Giovanni Macrì che hanno accolto e condiviso con piacere il nostro Progetto “ FIORI di PAROLE contro la violenza sulla Donna” consentendoci le installazioni a Largo Duomo, uno dei siti magici di Tropea.
Che l’appello al rispetto e all’amore proposto coi versi e coi fiori sia efficace nel contrasto alla violenza sulle donne e di buon augurio per tutti.
Tropea 23 Novembre 2020

La Presidente di sos KORAI Onlus Dott.ssa Beatrice Lento

Un augurio per Natale

Carissimi, il Natale ormai prossimo, questo in particolare, ci invita a ritirarci nell’intimo del nostro essere per una piccola pausa di riflessione .
Nonostante tutto continuiamo ad affannarci, é questo il segno dell’uomo del nostro tempo e credo che noi non riusciremo a invertire la rotta ma, pur nella fretta che ci è ormai compagna, sforziamoci di cogliere il valore del Natale che bussa ai nostri cuori.
Un evento così potente da segnare il mondo intero e tutta la storia non può essere trascurato ma deve scandire le vite coi valori che addita.
Il male non scomparirà mai ma noi scegliamo l’altro volto dell’esistere, quello contrassegnato dalla bontà, per lo meno come aspirazione a cui tendere, solo così potremo sperare di raggiungere l’armonia interiore che appaga.
Per noi che intendiamo servire gli altri con umiltà e impegno il Natale diventa alimento da cui trarre la forza per rinvigorire la buona volontà e allora non lasciamoci sopraffare dall’inquietudine ma guardiamo oltre accettando il presente coi suoi limiti e pensando a quando riconquisteremo una dimensione di normalità.
Abbracciamoci col cuore e scacciamo via ogni tristezza, il figlio di Maria nascerà ancora per tutti noi. Affidiamoci a Lui e alla sua mamma, una donna che ha avuto il coraggio di accogliere nel suo grembo l’umanità intera con la sua sconvolgente complessità. Ritorneremo a operare come prima per la donna e per l’uomo contro ogni forma di prevaricazione e di pregiudizio e godremo insieme dei piccoli doni che riusciremo a offrire alla Comunità. Coraggio, carissimi, la meta è vicina e il Bambinello ci darà la forza di attenderla col cuore lieto.
Buon Natale con affetto e gratitudine per la condivisione di ideali che ci unisce.
Tropea 23 dicembre 2020

La Presidente di sos KORAI

Beatrice Lento

Un acquerello di Francesco Caracciolo per il logo di Tropea Capitale Italiana Della Cultura 2022

Presentazione Logo Tropea 2022

Un acquerello di Francesco Caracciolo per il logo di Tropea Capitale Italiana della Cultura 2022

di Beatrice Lento

18 agosto 2022

Non é facile scegliere il simbolo che vuole accompagnare, identificandolo, un progetto importante, ma nel caso di Tropea Capitale Italiana della Cultura 2022 il percorso che ha condotto alla decisione non é stato complicato. Da subito si é compreso che bisognava rendere protagonista l’emblema della Città: lo Scoglio con la Chiesa che guarda la rupe su cui sorge maestosa Tropea, nota come Santa Maria dell’Isola, testimone della storia ultra millenaria della città. Dai Tropeani, e non solo, il magico connubio, definito semplicemente l’Isola, è amato, rispettato e frequentato nonostante la difficoltà ad arrampicarsi fino in cima.

A raffigurare la mitica roccia, un tempo circondata dal mare, Francesco Caracciolo, tropeano, poeta e maestro dell’acquerello, che é riuscito a imprigionarne la possanza in un’immagine luminosa, essenziale, fresca, affascinante e immediata.

Questa la figurazione del logo, espressione dell’impegno a fare di Tropea, assieme alla Calabria tutta, la Capitale Italiana della Cultura e questi i versi che il Maestro Caracciolo sceglie per descrivere l’emozione vissuta nel realizzare l’opera: ”Ed affacciandomi sul paradiso degli Dei, vidi un raggio di sole, lo colsi, di lui mi rimase il tepore.”.

“Ringraziare il Maestro Francesco Caracciolo” afferma il Sindaco Giovanni Macrì “non é semplicemente un atto doveroso e sentito ma un sentimento profondo di riconoscenza che vuole sottolineare l’estrema disponibilità mostrata nell’accogliere la nostra richiesta e, particolarmente, la sensibilità nel raffigurare l’Isola, cara a tutti i Tropeani e a tutti i Viaggiatori che, fin dai tempi antichi, sono rimasti incantati dal fascino esclusivo del sito. Appena ho ammirato gli acquarelli sono rimasto colpito dalla loro eleganza e dall’energia che riescono a esprimere, grazie, grazie di cuore a Francesco.”.

La realizzazione del logo è stato un lavoro di squadra che ho avuto il piacere di guidare; a dare il loro prezioso contributo la professoressa Anna Maria Miceli, per gli aspetti artistici, e Carmine Godano per quelli tecnici. Il plusvalore, ovviamente, la maestria di Francesco Caracciolo, grande acquerellista, che ci ha offerto una nutrita carrellata di prove d’autore tra cui abbiamo, con grande difficoltà, vista la loro bellezza, selezionato alcune opere. Effettivamente, di simboli ne abbiamo realizzati altri due oltre a quello finale destinato al Dossier inviato al MIBACT. Uno, in blu, é stato impiegato per la realizzazione di sostegno alla candidatura ed inviato anche alla BIT di Milano, mentre l’altro, che riporta lo slogan La Cultura Rinnova, è confluito in una campagna di sensibilizzazione promossa dalla Tonno Callipo.

Il prodotto definitivo è estremamente essenziale e, accanto allo splendido acquerello del Maestro Caracciolo in colore arancio, c’é Tropea sempre in arancione, 2022 in grigio e Capitale Italiana della Cultura in azzurro a rappresentare il nostro meraviglioso mare. Anch’io desidero ringraziare il bravissimo Francesco ed anche Anna Maria e Carmine, ci siamo impegnati tanto perché grande era la voglia di essere originali e nel contempo incisivi, credo che i risultati siano apprezzabili.

In compagnia del Logo con la magica Isola l’avventura di Tropea Capitale Italiana della Cultura continua con un bellissimo portafortuna!