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Liz Chicaje

Tra i vincitori dell’edizione 2021 del premio Goldman, considerato il ‘Nobel dell’ambiente‘, c’è anche Liz Chicaje Churay. L’attivista, leader degli indigeni Boras, negli ultimi anni è infatti riuscita a salvare oltre 800mila ettari di foresta amazzonica nel suo Paese, il Perù. Grazie agli sforzi di Liz Chicaje nel 2018 fu istituito il Parco nazionale di Yaguas, nel Nord-Est del Perù, consentendo la tutela sia della biodiversità che delle tribù indigene che popolano da sempre quei territori.

Anna Atkins

Anna Atkins, nata Anna Children, è stata una botanica e fotografa inglese. È spesso considerata la prima persona ad aver pubblicato un libro illustrato con immagini fotografiche, mentre alcune fonti affermano che è stata la prima donna a creare una fotografia.

La Corte di Strasburgo condanna i giudici italiani e hanno detto basta al:” Se l’è andata a cercare!”

L’avevano definita «un soggetto femminile disinibito, creativo, in grado di gestire la propria (bi)sessualità e di avere rapporti occasionali di cui nel contempo non era convinta». Avevano messo l’accento sul fatto che avesse “mostrato gli slip rossi mentre cavalcava un toro meccanico”. E con queste motivazioni, nel 2015, i giudici della Corte d’Appello di Firenze avevano assolto sette giovani accusati di aver violentato una ragazza di 22 anni, ribaltando così la sentenza di primo grado. Ora però è arrivata la condanna: non per il gruppo di giovani, ma per i giudici che quella sentenza l’hanno scritta. È firmata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo e dice così: «Il linguaggio e gli argomenti utilizzati dalla Corte d’Appello trasmettono pregiudizi sul ruolo delle donne che esistono nella società italiana e che possono costituire un ostacolo alla tutela effettiva dei diritti delle vittime di violenza di genere”.

In pratica la Corte di Firenze non solo “non ha protetto i diritti e gli interessi” della ragazza dalla cosiddetta “vittimizzazione secondaria”, ma con le motivazioni della sentenza ha di fatto avallato la ricorrente tesi del “se l’è andata a cercare”. Un atteggiamento che secondo Strasburgo viola l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, quello che tutela “il diritto al rispetto della vita privata e dell’integrità personale”.

La Corte non ha il potere di ribaltare la sentenza, che resta di assoluzione piena “perché il fatto non sussiste”. Ma ha condannato l’Italia a risarcire 12 mila euro alla ragazza per danni morali, oltre a 1.600 euro per le spese. “Una sentenza che rende giustizia a tutte le donne – dice Titti Carrano, l’avvocato che ha difeso la giovane protagonista suo malgrado della vicenda –. La vita e la dignità di questa donna sono state calpestate così come sono state calpestate la riservatezza e l’immagine”. Nel collegio giudicante è mancata l’unanimità: sei giudici hanno votato a favore (tra cui l’italiano Raffaele Sabato) e uno contro. Si tratta del polacco Krzysztof Wojtyczek.La vicenda risale al luglio del 2008, quando una ragazza all’epoca 22enne aveva denunciato uno stupro di gruppo avvenuto quattro giorni prima. Secondo il suo racconto, sette coetanei l’avevano violentata all’interno di un’auto nei pressi della Fortezza da Basso, dove erano in corso eventi estivi. Nel 2013 i giudici di primo grado avevano condannato sei di loro a quattro anni e sei mesi di reclusione per violenza sessuale di gruppo aggravata “dalle condizioni di inferiorità fisiche e psichiche” della vittima, che era sotto effetto di alcol.

Due anni dopo, però, la Corte di Appello di Firenze aveva ribaltato il verdetto, assolvendo tutti perché “il fatto non sussiste”, mettendo in dubbio la credibilità della ragazza per i motivi di cui sopra. La sentenza è diventata definitiva in quanto la procura generale di Firenze aveva rinunciato al ricorso in Cassazione. Le motivazioni dei giudici avevano subito sollevato manifestazioni di protesta e polemiche, che ora trovano sostegno nel verdetto di Strasburgo. «È essenziale – scrivono i giudici della Corte europea – che le autorità giudiziarie evitino di riprodurre stereotipi sessisti nelle loro decisioni, di minimizzare le violenze basate sul genere e di esporre le donne a una vittimizzazione secondaria con parole colpevolizzanti e moralizzatrici».

Di Marco Bresolin

sos KORAI e AssCom col Comune di Tropea a sostegno della campagna di sensibilizzazione sull’ENDOMETRIOSI

«Cosa piangi? Non ti ho detto che stai morendo di cancro, solo che non puoi avere figli».
Quando Annalisa si è svegliata dall’operazione, questo è stato il saluto del chirurgo: le aveva appena tolto un ovaio. Racconta che in quel momento le è crollato il mondo addosso: da sei mesi aveva un compagno e temeva che la lasciasse, come succede a tante donne che soffrono di endometriosi. Però quel compagno, che poi l’ha sposata, l’ha rassicurata dicendole che mica stava con la sua malattia o con il suo utero: lui stava con lei.null

Annalisa pensa di essere fortunata ad averlo vicino, e intanto che lo dice la voce le si incrina, appena un po’, e mi commuovo anche io: sì, molto fortunata.

Annalisa Frassineti è la presidentessa di Ape onlus, che dal 2005 fa informazione sull’endometriosi e offre sostegno alle donne colpite. Lei è stata operata due volte in due anni, dopo una diagnosi errata di appendicite, ma fin da ragazzina ha sofferto di dolori spaccapancia: «A casa mia è sempre stato così, abbiamo una componente genetica molto forte: due anni fa l’hanno diagnosticata anche a mia mamma. Ci ripetono sempre che la donna deve soffrire, che è normale che le mestruazioni facciano male: non è così»

L’endometriosi colpisce in Italia tre milioni di donne, 150 nel mondo; i numeri reali, però, potrebbero essere maggiori, visto che non esistono registri della malattia e il ritardo nella diagnosi è in media di dieci anni.

È una malattia cronica, poco nota, dalle cause ancora sconosciute: l’endometrio, che riveste l’utero e si sfalda a ogni mestruazione, si diffonde anche a muscolatura, peritoneo, ovaie, tube, fino all’intestino, alla vescica, ai nervi. Le cellule al di fuori dell’utero rispondono agli stessi stimoli ormonali di quelle interne, e i loro micro-sanguinamenti provocano dolore, infiammazione cronica, aderenze, riducono la fertilità. Non esiste cura.

«La terapia, purtroppo, può agire solo sui sintomi. Non abbiamo farmaci che eliminino la malattia, possiamo solo controllarne la progressione», spiega Stefano Cosma, uno dei responsabili dell’Ambulatorio endometriosi e dolore pelvico cronico dell’Ospedale Sant’Anna di Torino. Per far capire come funziona, dice di immaginare le isole di endometriosi sparse per il corpo «come tante lampadine accese, che dipendono da un unico interruttore, gli estrogeni, attivi solo quando la donna è fertile. La cosa più semplice sarebbe spegnere queste luci, simulando la menopausa. Ma si parla di donne giovani, è irreale pensare di farlo a lungo. Allora possiamo pensare di abbassarne l’intensità, con la terapia ormonale». La diagnosi precoce è fondamentale. Per questo le volontarie dell’Ape vanno nei licei a spiegare alle ragazze quali sono i sintomi, quando è il caso di rivolgersi al ginecologo.

Il 13 gennaio l’endometriosi è stata inserita come patologia cronica nei nuovi Livelli essenziali di assistenza(quelli che il Servizio sanitario nazionale è tenuto a fornire a tutti i cittadini), ma le prestazioni gratuite riguardano solo il terzo e quarto stadio della patologia, mancano l’invalidità per gli stadi più avanzati, le tutele per le donne che, raccontano dall’Ape, «sono costrette ad andare a lavorare strisciando, dopo aver fatto colazione con gli antidolorifici».
Dice Annalisa che la cosa che più la ferisce è il fatto che la sua malattia non venga considerata una malattia. «È un po’ come diceva la Fallaci per il tumore, no? Se ti rompi un braccio, tutti gridano aiuto. Con il fatto che l’endometriosi non si vede da fuori, ed è poco conosciuta, tanti non la capiscono, pensano che sei fissata o debole o inventi scuse».

Prima della diagnosi, Annalisa si ricorda come «una che viaggiava sempre a mille»; poi, il periodo scuro. «Soprattutto non accettavo il fatto di non potere avere figli. Passavo davanti ai negozi per bambini e voltavo la faccia dall’altra parte».
Più tardi, mi dirà che le difficoltà, di ogni tipo, servono a fare una selezione naturale delle persone, lasciando solo quelle che davvero contano. Per lei, Alex, che le ha fatto accettare la malattia, che le ha detto: «Se non potremo avere figli, saremo una famiglia noi due».
E poi le altre volontarie. «Quando sono entrata nell’Ape ero molto arrabbiata, con la malattia e con il mondo. La presidentessa dell’epoca mi disse: guarda che così non va bene. Io rispondevo che volevo lottare, basta, dobbiamo fare la guerra. E lei: non siamo mica in Afghanistan. Poi ho trovato la pace, quando mi sono resa conto che non ero sola. Con l’endometriosi ti senti un alieno, soprattutto all’epoca non se ne parlava, molte si vergognavano. Scoprire che la mia storia era quella di tante altre mi ha fatto capire che non andava tutto così male: sì, ho dolore, sì, ogni tanto mi devo fermare, ma per fortuna posso vivere. E avere aiutato me stessa ha fatto sì che potessi aiutare altre ragazze nello stesso percorso. È un po’ una catena, no?».

A quella catena si è aggrappata Alessandra. «È bastato guardare negli occhi le altre per capire che abbiamo subìto le stesse cose. Tra noi non servono tante parole; quando invece proviamo a spiegarlo a chi ci sta vicino, spesso ci stanchiamo. Non sempre riescono a dare il giusto peso a quello che abbiamo patito». Lei con l’endometriosi combatte dal 1997. All’epoca, nessuno le aveva spiegato di cosa soffrisse: «Mi hanno dato un fascicoletto e mi hanno detto: la tua è solo sfortuna». Da allora, ha subìto sei interventi. Il dolore continuava, e solo dopo dieci anni si è capito che la malattia si era arrampicata per i nervi delle gambe, fino al coccige, all’intestino, ai reni: «Cominciavo a pensare di essere pazza». Anche se il dolore è ancora estenuante e vive con lei ogni giorno, con il tempo ha compreso che l’endometriosi «fa più male dentro, che non al corpo. E nessuno riesce davvero a capirlo. Fai esami invasivi che ti tolgono la dignità, prendi medicine che ti rubano la femminilità, punture che ti fanno andare in menopausa per sei mesi e non sei neanche più tu, ti cambia il carattere. Dopo il terzo intervento, ho cominciato ad avere attacchi di panico: sono fuggita due volte dalla sala operatoria. Non riesco più nemmeno a entrare in un ospedale, mi fanno soffocare. Mio fratello mi dice: è passato. È vero, ma quelle cose ti restano dentro, e ogni tanto riaffiorano».

Mi racconta con voce sottile di una visita dal ginecologo a vent’anni, dell’umiliazione quando lui le ha chiesto se provasse dolore durante i rapporti e poi si è messo a ridere nel sentire che era ancora vergine. «Io non cercavo il sollievo, cercavo un medico umano: ecco perché ho cambiato tanti ospedali. Ogni volta entravo e mi sentivo come i vestiti che le commesse piegano e mettono via. Vorrei che quello che è successo a me non succedesse ad altre».

Per questo ha cominciato a fare la volontaria, e intanto ha cambiato la traiettoria dei suoi sogni. «Ho dovuto lasciare l’università perché non riuscivo a studiare con la terapia del dolore, e so che non potrò diventare madre. Ma cerco il bello in altre cose. Ho dei nipoti che amo come figli miei, mi basta stare con loro perché tutto diventi luce. Ora posso stare seduta più a lungo, e ho ritrovato il piacere della lettura, che avevo abbandonato. Ho adottato un gatto, mi fa ridere. L’endometriosi ci porta via tante cose. Per non vivere con il rancore, non mi sono mai chiesta: perché a me? In fin dei conti, siamo tre milioni di donne: perché non a me? Non mi sento più meritevole delle altre».

Un discorso simile se lo ripete Elisa. Mentre parla ha la felicità che si infila tra una parola e l’altra: è incinta di quattro mesi, aspetta due gemelli. «A volte ti senti in colpa. Io posso e un’altra no, chissà perché me lo sono meritato». Un po’ crede alla fortuna, un po’ al destino. Quello che un giorno, mentre si faceva visitare per quei dolori «che pensi di essere matta», le ha messo davanti un dottore bravo ma con una giornata no, e allora lei non si è sentita capita, ha cambiato centro, persino città, e da lì si è aperto quello che chiama «il mio calvario». «Mi hanno detto che ero da operare d’urgenza, sono entrata in ospedale a maggio e sono uscita a settembre, dopo quattro interventi. Ovaie, appendice e poi il retto: ma sono andati troppo a fondo, sono finita in peritonite». Ricorda ancora il terrore del risveglio dall’anestesia nella notte, con il sacchetto della colostomia sulla pancia, senza sapere cosa fosse. Due anni fa, l’ultima operazione: «Ero come incollata dal diaframma all’utero, hanno dovuto staccarmi il fegato. Ma io sono una di quelle più fortunate. Mi hanno tolto le tube, dicevano che non avrei mai potuto avere figli, né fare inseminazioni. Poi il mio ginecologo mi ha convinta a fare comunque un tentativo. Mi avevano dato una probabilità del 5% di restare incinta: a volte l’impossibile, non si sa come, diventa possibile». Ricorda il periodo in cui non credeva sarebbe successo, i pianti di un mese intero. «Vedevo solo pancioni e passeggini. Avevo amiche che intanto avevano partorito e facevo parte, giustamente, delle loro vite. Forse è quello che mi ha aiutato: piangere quando era ora di piangere, parlarne quando era ora di parlarne, ma non tirarmi indietro».

Dopo la diagnosi, racconta, la prima reazione era stata pensare che per colpa sua il suo compagno non sarebbe diventato padre. «Gli ho detto subito che dovevamo lasciarci. Ho iniziato a tenerlo lontano: stufati, almeno ti trovi una ragazza normale, migliore. Per fortuna, lui non è stato un codardo come tanti altri, ed è rimasto. Stiamo insieme da dieci anni, anche se abbiamo avuto momenti non facili, con in più quello che la vita comporta. È mancato suo padre, poi il mio, tutto insieme». Che era forte, Elisa, dice di averlo capito dopo, quando si è rialzata. Anche troppo: era quella-che-non-bisogna-chiedere-mai, quella-che-bisogna-fare-tutto-da-sola. Continuava ad andare in palestra fino a un mese dall’operazione, continuava a ballare. Solo adesso che è incinta, per la prima volta, si è fermata.

«A volte spero che siano due maschi, così non avranno i miei problemi. Sono felice, ma ho anche paura di non riuscire a fare tutto come un’altra mamma. Perché nel frattempo la malattia è tornata, lo so che c’è, dentro. Tutti festeggiano quando vanno in pensione; io farò una gran festa quando andrò in menopausa, perché vorrà dire che finalmente è finita». Si ferma, poi ride. «Sai qual è la verità? L’endometriosi è proprio stronza».

Francesca Bussi

Peccato: la Turchia non è più nella Convenzione di Istanbul

La Turchia si è ritirata dalla Convenzione di Istanbul del 2011, il primo trattato vincolante al mondo per prevenire e combattere la violenza contro le donne.

La Convenzione di Istanbul, la cui prima ratifica fu proprio della Turchia, impone ai governi di adottare una legislazione che persegua la violenza domestica e gli abusi, nonche’ lo stupro coniugale e le mutilazioni genitali femminili.

Ma secondo i conservatori la Carta danneggia l’unità familiare, incoraggia il divorzio e i suoi riferimenti all’uguaglianza venivano strumentalizzati dalla comunità Lgbt eppure la violenza domestica e il femminicidio sono un grave problema nel Paese.

Ecco il segnale per comunicare che la persona che lo compie è vittima di violenza domestica

E’ nato un segnale universale per comunicare che c’è in atto una violenza domestica. Si sta diffondendo nel mondo: si tratta di un gesto semplice da fare per richiamare l’attenzione in una situazione di pericolo in casa. In tempi di Covid le violenze entro le quattro mura si sono quadruplicate e spesso le donne non riescono a difendersi nemmeno denunciando la brutalità in corso. #SignalForHelp è l’ashtag che contrassegna il simbolo internazionale per evidenziare la situazione di pericolo. Se vedi qualcuno rivolgerti questo strano saluto, chiama subito il 1522.

sos KORAI sostiene Tropea nella conquista del titolo di Borgo più bello d’Italia 2021, scopri come votare!

Il Borghi dei Borghi, LA GRANDE SFIDA 2021: dalle ore 17:00 di Domenica 7 marzo sino alle ore 23:59 di Domenica 21 marzo potrete votare il borgo di Tropea sul sito della RAI: www.rai.it/borgodeiborghi o su www.raiplay.it.
Potrete esprimere 1 voto al giorno da ogni e-mail per una sola preferenza. Chi fosse già in possesso di credenziali Raiplay potrà effettuare direttamente il login al sito e, dopo l’autenticazione, esprimere la propria preferenza di voto. Gli utenti non ancora registrati per votare dovranno creare una utenza Raiplay indicando username, password ed indirizzo e-mail di riferimento.
Il voto è GRATUITO.
Il Borgo di Tropea rappresenta la regione Calabria in questa grande sfida 2021. Vincere dipende solo da noi! Votare è importante! Continuiamo a farlo OGNI GIORNO! Coinvolgiamo il maggior numero di persone tramite i social ed il passaparola costante! Occorre un continuo impegno di tutti durante queste due settimane senza mai far calare l’attenzione. Solo in questo modo si potrà avere la possibilità di vedere, domenica 4 APRILE 2021, Tropea come Borgo più Bello d’Italia dell’edizione 2021.
Grazie per la preziosa collaborazione e Forza Tropea! #tropea #calabria #ilborgodeiborghi #borghipiubelliditalia #spiaggiatropea #kilimangiarorai #mare #beach #viaggiare #travel #summertime

Ciao Cristina!

sos KORAI si unisce, con affetto, al dolore dei familiari e degli amici di Cristina e la ricorda con uno stralcio del suo racconto dedicato a Nannà, l’amatissima nonna materna, per il Quaderno dell’8 Marzo dell’associazione che, dallo scorso anno, attende di essere presentato.
Ciao Cristina, donna sempre forte e libera, non ti dimenticheremo!

“La mia nonna materna si chiamava Anna. Si chiamava Anna an-
che la mia nonna pater- na: da piccola perciò immaginavo che tutte le nonne si chiamasse- ro Anna. Mentre la memoria mi restitui- sce pochi, ma dolci ri- cordi della mia nonna paterna di San Lucido, la nonna materna ha avuto un ruolo impor- tante nella vita di tutti noi: viveva in casa con noi, che siamo cresciu- ti sotto la sua ala, nelle sue braccia amorevoli: non la chiamavamo “nonna”, ma “nannà (…)

ENDOMETRIOSI?…parliamone!

L’endometriosi è una patologia subdola difficile da diagnosticare. Si stima che prima di giungere ad una diagnosi ogni donna affetta dalla patologia trascorra, in media, tra i 5 e i 7 anni di dolori senza nome.
Anni spesi tra visite mediche, sofferenze e silenzi che generano debolezza e dolore anche nell’anima. Esistono però dei campanelli d’allarme al ricorrere dei quali è opportuno insospettirsi e rivolgersi ad un ginecologo specializzato in endometriosi.

Esistono alcuni sintomi che, letti nel loro insieme, potrebbero essere la chiara spia verso una diagnosi di endometriosi. Per questo ascoltate il vostro corpo e non sottovalutate ogni minimo segnale che vi invia!

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Auguri da sos KORAI a Marisa Rodano

Auguri ai cento anni di Marisa Cinciari Rodano
Domani, Marisa Cinciari Rodano spegnerà le cento candeline e a farle gli auguri c’é anche l’Associazione sos KORAI. Pensando alle sue infaticabili lotte per la libertà del genere femminile, sia nelle aule parlamentari che nelle piazze, viene spontaneo offrirle un segno di ammirazione proprio nel suo centesimo giorno Natale. Tra l’altro é stata proprio lei a donarci la mimosa come simbolo dell’8 Marzo, Giornata Internazionale della Donna, nel 1946, un fiore umile e gratuito e al tempo stesso forte e abbondante che cresceva rigoglioso nei dintorni di Roma. Marisa nacque a Roma, fu partigiana e antifascista, militò nel Movimento dei Cattolici Comunisti e nei Gruppi di difesa della donna.Tra le fondatrici dell’Udi, Unione donne in Italia, é stata la prima vicepresidente donna di Montecitorio, senatrice ed europarlamentare. La sua attenzione all’emancipazione femminile é stata e continua ad essere assoluta. La ragazza del ‘46 dice a noi donne di oggi:”…esprimete sempre il vostro pensiero, vivete intensamente, cercate di fare squadra, unitevi con le altre che hanno i vostri stessi problemi, perché solo lavorando insieme si portano a casa i risultati.” Marisa riconosce che ancora la strada dell’emancipazione é in salita, malgrado le grandi conquiste le retribuzioni non sono alla pari con quelle maschili e mancano i servizi a sostegno delle famiglie. Gli uomini italiani fanno fatica ad accettare la parità ecco il perché del femminicidio e della violenza contro le donne.Per Marisa la battaglia più dura rimane quella del lavoro, si é realizzato molto ai livelli alti ma nella quotidianità c’é ancora tanto da fare. Grazie Marisa, il tuo esempio luminosissimo ci sia da guida e a te il nostro affetto, la nostra stima e l’augurio di nuove, entusiasmanti battaglie a favore della Donna.