Archivio mensileagosto 2018

Ilaria Capua: scienziati non lasciamo spazio alle false notizie

Ilaria Capua, virologa di fama mondiale, facendo tesoro della sua amara vicenda personale, lancia un appello che fa il giro del mondo e invita a fare in modo che non si venga travolti dalle false notizie per non compromettere la salute dell’umanità.

 Ecco La sua dolorosa vicenda narrata da Martina Pennisi

«Ha funzionato tutto alla perfezione. Sono fiera e trionfante. Non ho sbagliato niente, neanche una misura. Sono riuscita a mettere tutto nell’esatto posto in cui l’avevo immaginato». Ilaria Capua, classe 1966, pluripremiata virologa italiana di fama mondiale ed ex parlamentare, non sta parlando di una delle sue scoperte scientifiche ma di un «trasloco multiplo a croce uncinata». Lo chiama così, scherzosamente, con quell’ironia un po’ amara che le rimane appiccicata addosso, nello sguardo e nelle espressioni del volto, nelle risate ruvide, qualunque sia l’argomento di cui sta parlando. È «il» trasloco: quello di due anni fa, dall’Italia agli Stati Uniti nel pieno della bufera giudiziario-mediatica per l’accusa (da cui è stata prosciolta) di trafficare illegalmente virus (e di molto altro). Lei, che — nel 2006 — dopo aver isolato con i suoi collaboratori il virus africano H5N1 dell’influenza aviaria ha sfidato l’Organizzazione mondiale della sanità mettendo a disposizione di chiunque la scoperta in un database aperto, GenBank, e scatenando il dibattito sulla trasparenza e la condivisione dei dati. «È la cosa più importante che ho fatto nella mia vita da scienziata», asserisce. «Rischiavo l’ergastolo», tiene invece a sottolineare ricordando le accuse rese pubbliche nell’aprile del 2014 da un’inchiesta giornalistica. Fissa l’obiettivo del computer e si prende un’eloquente pausa. Si sta raccontando dagli Stati Uniti, dove vive e dirige l’Health Centre of Excellence for Research and Training dell’Università della Florida dal 2016, l’anno in cui si è sentita costretta a lasciare il suo Paese e l’impegno a Montecitorio. Giocherella distrattamente con la macchinetta del caffè. La indica.«È la prima cosa che ho comprato appena sono arrivata. Il resto era nelle mie due case, quella di Roma e quella di Padova, che ho venduto. Ho impacchettato la mia vita in 400 colli. E ho dovuto organizzare anche gli spostamenti di alcuni mobili da casa di mio padre. È morto nel 2013, mi dispiaceva vederli finire in un mercatino dell’usato e volevo portare dei pezzi di “casa” in America».È mancato prima delle accuse e del processo, dunque. 

«Allora (fa una pausa, ndr), lui è stato una presenza molto importante nella mia vita, come spesso lo sono i padri nella vita delle figlie femmine. Importante e non sempre misurata. Anche quando se n’è andato ha lasciato segni profondi. Io mi ero trasferita a Roma da pochi mesi anche con l’idea di riallacciare i rapporti con la mia famiglia d’origine. La sua morte ha mandato tutti fuori asse. Se n’è andato dopo un breve periodo in ospedale, a 78 anni, per una serie di complicazioni che si sono sommate a un’insufficienza renale grave. Non ce lo aspettavamo, lui per primo che ha lasciato le cose come se fosse dovuto rientrare dopo qualche giorno. Cinque cani che lo aspettavano a casa, un armamentario completo da cacciatore con fucili e una montagna di cartucce da gestire. Insomma, complicato».

Come avrebbe vissuto la vicenda giudiziaria che l’ha coinvolta?

«Avrebbe sofferto moltissimo. Però, visto che era un avvocato navigato avrebbe potuto sostenermi. Sa cosa mi diceva sempre? Quando gli raccontavo le difficoltà e gli ostacoli che ho incontrato, le strade deviate e le persone che volevano rendermi la vita difficile diceva: “Ilaria, uno di questi giorni devi mettere tutto insieme e scrivere al presidente della Repubblica”. Rimase particolarmente colpito quando mi impedirono di trasferire il mio laboratorio nella Torre della ricerca della Città della Speranza, a Padova. Ed era nulla rispetto a quello che mi aspettava».

Era il 2012, si parlò di un suo trasferimento all’estero anche allora. Poi, nel gennaio del 2013 le arrivò un Sms.

«Di Mario Monti, l’allora presidente del Consiglio. Mi chiese di candidarmi alle elezioni politiche che si sarebbero svolte due mesi dopo (Capua racconta l’episodio anche in Io, trafficante di virus, Rizzoli, 2017, ndr)».

Accettò. Sono passati cinque anni e la scienza rimane un tema non facile da affrontare nel nostro Paese, dentro e fuori dalle aule del Parlamento.

«Quando mi stavo battendo alla Camera perché la direttiva europea sulla sperimentazione animale venisse recepita come era stata emessa da Bruxelles ho cercato di spiegare a un deputato, molto attivo in commissione Sanità, che vietare gli xenotrapianti non voleva dire — come pensavano alcuni in aula — impedire di mettere il cervello di una mucca nella scatola cranica di un criceto ma opporsi, ad esempio, alla cura dei tumori con gli anticorpi monoclonali che si creano ponendo un pezzetto del tessuto del tumore in un topo. Sa cosa mi ha risposto?»

Cosa le ha risposto?

«Che non avevo capito nulla, che loro la direttiva la volevano migliorare. Faccio questo lavoro da 25 anni, da 25 anni mi occupo di sperimentazione animale, perché purtroppo ancora non se ne può fare a meno. Mi sono messa lì, ho impiegato 40 minuti del mio tempo per spiegargli tutto, sugli xenotrapianti e sull’assurdità di vietare le ricerche per le sostanze d’abuso mentre i nostri figli e i figli dei nostri vicini sono esposti alla produzione di droghe nuove ogni settimana. E lui cosa mi risponde? Che non ho capito».

Perché si mette in dubbio la parola degli scienziati con tale leggerezza?

«L’Italia ha sempre avuto uno zoccolo di anti-scientificità. C’è uno scetticismo di base, che forse arriva dalla forte cultura cattolica o da come impostiamo il percorso universitario, non so. Come i musulmani d’altronde, abbiamo una componente culturale da cui è difficile prendere le distanze. Arriviamo a dare addosso a persone come Veronesi, con tutto quello che ha fatto per la ricerca sui tumori. Dobbiamo però distinguere le discussioni oneste da quelle strumentali, e scorrette, di chi cerca di fare presa sulle persone sfortunate che, ad esempio, si trovano ad avere un bambino autistico. Le vaccinazioni non c’entrano nulla ed è stato ampiamente dimostrato, eppure c’è chi ha continuato a insistere su un presunto legame tra le due cose».

Un rimpianto?

«In Parlamento? La mia proposta di legge sui ricercatori indipendenti. L’avevano firmata oltre 60 parlamentari e pur essendo vice presidente della commissione cultura non sono mai riuscita a farla calendarizzare, a dimostrazione di come io sia stata equilibrata e imparziale. È un tema importante, su cui poi sono stati fatti dei passi avanti. La comunità scientifica si muove e cresce anche grazie ai battitori liberi che magari vincono dei premi da milioni di euro all’estero e non possono riportarli in Italia perché il sistema non è molto recettivo. Li abbiamo fatti studiare, li abbiamo formati, si sono fatti le ossa all’estero. Mi sembra stupido farceli scappare».

Gli Stati Uniti l’hanno accolta a braccia aperte, professionalmente. Deve essere un momento storico particolare per viverci. Per lei e per un’adolescente come sua figlia.

«Mi vengono in mente due momenti. L’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti: Mia aveva 12 anni e mezzo e stava seguendo con me, mio marito e alcuni amici europei i risultati. Si è messa le mani nei capelli ripetendo “Oh my god”. Poi, quando c’è stata la sparatoria nel liceo di Parkland, qui in Florida (era il 14 febbraio scorso e sono morte 17 persone, ndr), ha avuto una crisi di pianto e mi ha detto che non si sentiva sicura a scuola».

Nelle intercettazioni che sono state rese pubbliche ci sono sue frasi ed espressioni molto forti e colorite. Pensa di aver pagato, in quel caso e durante il resto della sua carriera, anche un atteggiamento e un linguaggio considerati normali per un uomo e che a una donna, forse, non si perdonano?

«Senza dubbio. Ci sono tante cose che non mi sono state perdonate in quanto donna, non sono la prima e non sarò l’ultima: sono una scienziata, non le mando a dire, ho avuto successo, non sono un topo da laboratorio. Sono piacente, insomma. Però mi sono anche resa conto di aver usato un linguaggio troppo colorito, in alcuni casi, e di essermi espressa personalizzando eccessivamente alcuni concetti. “I miei virus”, “i miei ragazzi”, dicevo. Attraversare e sopravvivere a quello che mi è capitato mi ha molto cambiata, ma soprattutto mi ha aperto delle aree di consapevolezza che prima non avevo. C’è sempre da imparare. Anche se non penso che sia comprensibile ai più che cosa significhi essere pubblicamente svergognato per qualcosa che non hai fatto, e avere come unica risposta: “Si sa: la giustizia in Italia è così”. Non ci si riprende facilmente da una cosa del genere».

Adesso si definirebbe felice?

«Felice è una parola grossa. Diciamo che sono orgogliosa di me stessa. Come faccio a dire di essere felice? Ho lasciato la mia vita in Italia, il mio laboratorio. Una madre di 81 anni, suo marito Eligio che ne ha 90 e a cui sono molto legata. Gli amici di una vita. Un Paese che non ho mai voluto abbandonare per fare carriera altrove. Io adesso devo ritrovare serenità ed equilibrio, ma sono orgogliosa di come ho tenuto dritta la barra del timone in questa tempesta. E ora ho una nuova missione.

Mi dica.

«Voglio battermi per una giustizia che sia al contempo più scientifica e più umana».

Tina Modotti

   

 

Nata a Udine il 17 agosto 1896 e deceduta a Città del Messico il 5 gennaio 1942.

Dopo l’improvvisa scomparsa, il riconoscimento della personalità umana, artistica e politica di Tina Modotti fu quasi immediato e per alcuni anni la sua vita e la sua opera restarono vive in buona parte dell’America latina. Poi cadde l’oblio, lungo di almeno trent’anni. Inquietanti cause di questo silenzio/rifiuto si possono trovare nel mondo reazionario, nel provincialismo, nel dilagante moralismo di questo secolo, contrari alla valorizzazione di una donna libera e inserita nel grande filone della cultura laica.
  
il 17 agosto 1896
L’opera di Tina, che si trova in buona parte negli Stati Uniti, venne tenuta nascosta nei cassetti dei Dipartimenti di fotografia per la nefasta influenza del maccartismo che rese impossibile, per molti anni e non solo in America, lo studio e la presentazione di un’artista che aveva creato immagini di qualità e militato nel movimento comunista internazionale.

Anche la Sinistra storica non è esente da disattenzioni nei riguardi di questa friulana d’eccezione.

Oggi sappiamo che non esiste un artista di qualità e un militante di valore, come Tina Modotti, che sia stato trascurato per così lungo tempo dagli storici della fotografia e dalla storiografia politica. Tutto ciò è avvenuto nonostante le novità e il fascino che caratterizzano la sua avventura umana:la sua complessa esistenza appare, con il solo raccontarla, un romanzo. 

Assunta Adelaide Luigia Modotti, detta Tina, nasce nel popolare Borgo Pracchiuso a Udine, da famiglia operaia aderente al socialismo della fine Ottocento. Il padre Giuseppe lavora come meccanico e carpentiere, mentre la madre Assunta Mondini fa la cucitrice.
 
Diventa emigrante all’età di soli due anni, quando la famiglia si trasferisce nella vicina Austria per lavoro. Nel 1905 rientrano a Udine e Tina frequenta con ottimo profitto le prime classi della scuola elementare. A dodici anni, per contribuire al sostentamento della numerosa famiglia (sono in sei fratelli), lavora come operaia in una filanda. Apprende elementi di fotografia frequentando lo studio dello zio Pietro Modotti. 

Il padre decide di partire per gli Stati Uniti, presto raggiunto da quasi tutta la famiglia. Tina arriva a San Francisco nel 1913, dove lavora in una fabbrica tessile e fa la sarta, frequenta le mostre, segue le manifestazioni teatrali e recita nelle filodrammatiche della Little Italy. 

Durante una visita all’Esposizione Internazionale Panama-Pacific conosce il poeta e pittore Roubaix del’Abrie Richey, dagli amici chiamato Robo, con cui si unisce nel 1917 e si trasferisce a Los Angeles. Entrambi amano l’arte e la poesia, dipingono tessuti con la tecnica del batik; la loro casa diventa un luogo d’incontro per artisti e intellettuali liberal.

Tina nel 1920 si trova a Hollywood: interpreta The Tiger’s Coat, per la regia di Roy Clement e, in seguito, alcune parti secondarie in altri due film, Riding with Death e I can explain. Si tratta di una esperienza deludente, che decide di abbandonare per la natura troppo commerciale di quanto il cinema propone. Per la sua bellezza ed espressività viene ripresa in diverse occasioni dai fotografi Jane Reece, Johan Hagemayer e, soprattutto da Edward Weston con cui ben presto nascerà un legame sentimentale. 

Il 9 febbraio 1922 Robo muore di vaiolo durante un viaggio in Messico. Tina arriva in tempo per i funerali e scopre, in questa triste occasione, un paese che a lungo l’affascinerà. Rientra a San Francisco per l’improvvisa morte del padre Giuseppe. Alla fine dell’anno scrive un omaggio biografico in ricordo del compagno, che verrà pubblicato nella raccolta di versi e prose The Book of Robo.
 
A fine luglio 1923 Tina Modotti e Edward Weston (con il figlio Chandler) arrivano in Messico, si stabiliscono per due mesi nel sobborgo di Tacubaja e, quindi, nella capitale. Uniti da un forte amore, vivono entro il clima politico e culturale post-rivoluzionario, a contatto con i grandi pittori muralisti David Alfaro Siqueiros, Diego Rivera e Clemente Orozco, che appartengono al Sindacato artisti e sono i fondatori del giornale El Machete, portavoce della nuova cultura e, in seguito, organo ufficiale del Partito Comunista Messicano. 

A contatto con la capacità e l’esperienza di Weston, Tina accelera l’apprendimento della fotografia e in breve tempo conquista autonomia espressiva; alla fine del 1924 un’esposizione delle loro opere viene inaugurata nel Palacio de Minerìa alla presenza del Capo dello Stato. 

Fra il 1925 e il 1926, in tempi brevi e diversi, tornano a San Francisco, dove Tina incontra la madre ammalata, conosce la fotografa Dorothea Lange, acquista una camera Graflex. Rientrati in Messico intraprendono un viaggio di tre mesi nelle regioni centrali a raccogliere immagini per il libro di Anita Brenner Idols Behind Altars. Il loro legame affettivo si deteriora e Weston torna definitivamente in California; i contatti continueranno per alcuni anni in forma epistolare.

Tina vive con la fotografia ed esegue molti ritratti, si unisce al pittore e militante Xavier Guerrero (che ben presto andrà a Mosca alla scuola Lenin), aderisce al Partito Comunista, lavora per il movimento sandinista nel Comitato “Manos fuera de Nicaragua” e partecipa alle manifestazioni in favore di Sacco e Vanzetti durante le quali conosce Vittorio Vidali, rivoluzionario italiano ed esponente del Komintern.
 

Tina trasforma il suo modo di fotografare, in pochi anni percorre un’esperienza artistica folgorante: dopo le prime attenzioni per la natura (rose, calli, canne di bambù, cactus, …) sposta l’obiettivo verso forme più dinamiche, quindi utilizza il mezzo fotografico come strumento di indagine e denuncia sociale, e le sue opere, comunque realizzate con equilibrio estetico, assumono di frequente valenza ideologica: esaltazione dei simboli del lavoro, del popolo e del suo riscatto (mani di operai, manifestazioni politiche e sindacali, falce e martello,…). Sue fotografie vengono pubblicate nelle riviste Forma, New Masses, Horizonte. In questo periodo conosce lo scrittore John Dos Passos e l’attrice Dolores Del Rio, ed entra in amicizia con la pittrice Frida Kahlo. 

Nel settembre del 1928 diventa la compagna di Julio Antonio Mella, giovane rivoluzionario cubano, con cui Tina vive un amore profondo e al cui fianco intensifica il lavoro di fotografa impegnata e di militante politica.
 
Ma il loro legame dura pochi mesi, perché la sera del 10 gennaio 1929 Mella viene ucciso dai sicari del dittatore di Cuba Gerardo Machado proprio mentre sta rincasando con Tina, che rimane indignata e scossa da questo dramma e deve inoltre subire una campagna scandalistica con cui le forze reazionarie tentano di coprire mandanti ed esecutori del delitto politico. Partecipa alle manifestazioni in ricordo di Mella e, in segno di protesta, rifiuta l’incarico di fotografa ufficiale del Museo nazionale messicano. Si dedica alla militanza e al lavoro fotografico, realizzando un significativo reportage nella regione di Tehuantepec. All’Università Autonoma di Città del Messico il 3 dicembre si inaugura una rassegna delle sue opere, che si trasforma in atto rivoluzionario per il contenuto e la qualità delle fotografie e per l’infuocata presentazione tenuta dal pittore Siqueiros. La rivista Mexican Folkways pubblica il manifesto “Sobre la fotografia” firmato da Tina Modotti.
  

Tina Modotti accanto alle sue opere, Università di Città del Messico 1929

Nel frattempo il clima politico é molto cambiato, le organizzazioni comuniste vengono messe fuori legge: il 5 febbraio 1930 Tina viene ingiustamente accusata di aver partecipato a un attentato contro il nuovo capo dello Stato, Pasqual Ortiz Rubio, arrestata ed espulsa dal Messico. Si imbarca sul piroscafo olandese Edam, compie il viaggio fino a Rotterdam assieme a Vittorio Vidali e raggiunge Berlino, dove conosce Bohumìr Smeral, fondatore del Partito comunista di Cecoslovacchia, lo scrittore Egon Erwin Kisch e la fotografa Lotte Jacobi nel cui studio espone le opere che aveva portato con se dal Messico. tenta di riprendere l’attività fotografica, viene a contatto con le grandi novità dell’informazione giornalistica, specialmente con la stampa popolare di Willy Münzerberg: quotidiani e periodici come il prestigioso “Arbeiter – Illustrierte – Zeitung” che pubblica fotografie di Tina in diverse occasioni. In ottobre decide di partire per Mosca, dove la attende Vidali. 

Nella capitale sovietica allestisce la sua ultima esposizione, lavora come traduttrice e lettrice della stampa estera, scrive opuscoli politici, ottiene la cittadinanza e diventa membro del partito; abbandona la fotografia per dedicarsi alla militanza nel Soccorso Rosso Internazionale. Fino al 1935 vive fra Mosca, Varsavia, Vienna, Madrid e Parigi, per attività di soccorso ai perseguitati politici.
 
Nel luglio del 1936, quando scoppia le guerra civile spagnola, assume il nome di Maria e si trova a Madrid assieme a Vittorio Vidali, suo compagno da anni, che diventa Carlos J. Contreras, Comandate del Quinto Reggimento. 

Durante tre anni di guerra, lavora negli ospedali e nei collegamenti, stringendo amicizia con altre combattenti come Maria Luisa Laffita, Flor Cernuda, Fanny Edelman, Maria Luisa Carnelli; si dedica ad attività di politica e cultura: scrive sull’organo del Soccorso Rosso Ayuda, nel 1937 a Valencia fa parte dell’organizzazione del Congresso internazionale degli intellettuali contro il fascismo e, assieme a Carlos, promuove la pubblicazione di Viento del Pueblo, poesia en la guerra con le opere del poeta Miguel Hernandez. Ha occasione di conoscere Robert Capa e Gerda Taro, Hemingway, Antonio Machado, Dolores Ibarruri, Rafael Alberti, Malraux, Norman Bethune e tanti altri della Brigate internazionali. Nel 1938 è tra gli organizzatori del Congreso Nacional de la Solidariedad che si tiene a Madrid.

Durante la ritirata, con la Spagna nel cuore, aiuta i profughi che si avviano alla frontiera e si trova in pericolo sotto i bombardamenti. Arriva a Parigi con Vidali. Nonostante sia ricercata dalla polizia fascista, chiede alla sua organizzazione il permesso di trasferirsi in Italia per svolgere attività clandestina, ma le viene negato per la pericolosità della situazione politica. 

Maria e Carlos, come tanti altri esuli, rientrano in Messico, dove il nuovo presidente Lazaro Cardenas annulla la precedente espulsione. Conducono un’esistenza difficile e Tina vive facendo traduzioni, si dedica al soccorso dei reduci, lavora nell'”Alleanza internazionale Giuseppe Garibaldi” e frequenta pochi amici, fra cui Anna Seghers e Constancia de La Mora. 

Nella notte del 5 gennaio 1942, dopo una cena con amici in casa dell’architetto Hannes Mayer, Tina Modotti muore, colpita da infarto, dentro un taxi che la sta riportando a casa. Come già era accaduto dopo l’assassinio di Julio Antonio Mella, la stampa reazionaria e scandalistica cerca di trasformare la morte di Tina in un delitto politico e attribuisce responsabilità a Vittorio Vidali.
  

La tomba di Tina nel Pantheon de Dolores a Città del Messico, con il profilo disegnato dallo scultore Leopoldo Mendez e i primi versi della poesia di Pablo Neruda
Pablo Neruda, indignato per queste polemiche, scrive una forte poesia che viene pubblicata da tutti i giornali e contribuisce a tacitare lo “sciacallo” che 
…sul gioiello del tuo corpo addormentato 

ancora protende la penna e l’anima insanguinata 

come se tu potessi, sorella, risollevarti 

e sorridere sopra il fango. 
I primi versi sono scolpiti sulla tomba di Tina che si trova al Pantheon de Dolores di Città del Messico. Lungo i decenni dopo la sua scomparsa, in altre occasioni sono stati messi in discussione avvenimenti della vita della Modotti. Soprattutto le circostanze della morte hanno sollecitato interpretazioni diverse, tentativi di scoop giornalistici, ambigue ricostruzioni televisive,… Ciò nonostante la biografia di Tina è rimasta sostanzialmente invariata, perché quelle prese di posizione non sono mai state sostenute da rigorose ricerche, da prove o da obiettive e attendibili testimonianze.

Dal Web

Resilienza femminile: nuova trappola maschilista?

Molti scienziati sono convinti che la salvezza del pianeta dipenda dalla capacità femminile di reagire stoicamente alle difficoltá della vita ed anche Helen Clark, capo del Programma delle Nazioni  Unite per lo sviluppo, dichiara che:”La nascita della consapevolezza delle donne e la loro leadership contribuiscono a costruire comunità resilirenti”

“Dopo una curva sbagliata una donna trova facilmente la strada giusta, gli uomini, invece, tendono ad adattarsi…” Così si esprime in sintesi l’anonimo autore di un libro che parla dell’universo femminile. 

Mariantonia Avati, invece, sostiene: ” …credo che la capacitá di autoripararsi  dopo aver subito un danno non possa essere né maschile né femminile. Tutti abbiamo la possibilitá di curarci facendo leva sulle nostre riserve istintive. Basta non opporci e la vita regala la potenza della propria forza”

Saggezza di Donna che sfugge ad una possibile  trappola maschilista: lo stereotipo della Donna che ne sopporta di tutti i colori rialzandosi sempre come un ” Provolino sempre in piedi”

Lo strano caso di Maria

Credo che in pochi non conoscano la grande pedagogista, medico, Maria Montessori, unica donna ad avere avuto la propria immagina su una banconota. 

Il suo metodo é ancora oggi apprezzato in tutto il mondo eppure anche Lei fu vittima di un mondo maschilista.

Condizionata dai pregiudizi, da ragazza madre (il “suo” uomo l’abbandona preferendo a lei una donna più nelle righe) lascia il suo piccolo a una balia e poi a una famiglia in totale contrasto con i suoi principi educativi e con la sua aderenza al movimento femminista.

Solo da vecchia ammetterà il suo essere madre.

Mi dispiace per te Maria!

Un Papa così!

_*Puoi avere difetti, essere ansioso e perfino essere arrabbiato, ma non dimenticare che la tua vita è la più grande impresa del mondo. Solo tu puoi impedirne il fallimento. Molti ti apprezzano, ti ammirano e ti amano. Ricorda che essere felici non è avere un cielo senza tempesta, una strada senza incidenti, un lavoro senza fatica, relazioni senza delusioni. Essere felici significa trovare la forza nel perdono, la speranza nelle battaglie, la sicurezza nella fase della paura, l’amore nella discordia. Non è solo godersi il sorriso, ma anche riflettere sulla tristezza. Non è solo celebrare i successi, ma imparare dai fallimenti. Non è solo sentirsi felici con gli applausi, ma essere felici nell’anonimato. Essere felici non è una fatalità del destino, ma un risultato per coloro che possono viaggiare dentro se stessi. Essere felici è smettere di sentirsi una vittima e diventare autore del proprio destino. È attraversare i deserti, ma essere in grado di trovare un’oasi nel profondo dell’anima. È ringraziare Dio ogni mattina per il miracolo della vita. Essere felici é non avere paura dei propri sentimenti ed essere in grado di parlare di te. Sta nel coraggio di sentire un “no” e ritrovare fiducia nei confronti delle critiche, anche quando sono ingiustificate. È baciare i tuoi figli, coccolare i tuoi genitori, vivere momenti poetici con gli amici, anche quando ci feriscono. Essere felici è lasciare vivere la creatura che vive in ognuno di noi, libera, gioiosa e semplice. È avere la maturità per poter dire: “Ho fatto degli errori”. È avere il coraggio di dire “Mi dispiace”. È avere la sensibilità di dire “Ho bisogno di te”. È avere la capacità di dire “Ti amo”. Possa la tua vita diventare un giardino di opportunità per la felicità … che in primavera possa essere un amante della gioia ed in inverno un amante della saggezza. E quando commetti un errore, ricomincia da capo. Perché solo allora sarai innamorato della vita. Scoprirai che essere felice non è avere una vita perfetta. Ma usa le lacrime per irrigare la tolleranza. Usa le tue sconfitte per addestrare la pazienza. Usa i tuoi errori con la serenità dello scultore. Usa il dolore per intonare il piacere. Usa gli ostacoli per aprire le finestre dell’intelligenza. Non mollare mai … Soprattutto non mollare mai le persone che ti amano. Non rinunciare mai alla felicità, perché la vita è uno spettacolo incredibile.*_

(Papa Francesco).

Stop Violence!

Dalle statistiche ufficiali ISTAT risulta che in Italia la violenza sulle donne non diminuisce, aumentano le condanne ma il fenomeno non si riduce.

La punizione severa non basta.

Il cambiamento da invocare é culturale e l’azione da perseguire si dirama su più direzioni: i processi di socializzazione anti maschilisti , la diffusione di atteggiamenti di rispetto dell’altro, la radicazione di atmosfere di democrazia autentica. 

Azioni psicologiche e sociali sinergiche verso la Cultura della Pace!

Un pò di storia

Storicamente sono le donne quelle descritte per prime come oggetto di violenza e una menzione scritta di un tale tipo di violenza nel mondo occidentale si trova nel codice di Hammurabi (2285-2242 a.C.). Il rigo 129 dice che se la vittima dell’aggressione è una donna sposata, vittima e aggressore devono essere puniti allo stesso modo come adulteri con l’annegamento. Il marito può tuttavia perdonare la moglie. Il rigo 130 aggiunge che se la vittima è una giovane non sposata va giustiziato solo l’aggressore.
Nella Bibbia (Deuteronomio 22:23-29)[3] la violenza sessuale viene punita e nel versetto (29) è descritto per la prima volta il matrimonio riparatore inteso come forma di risarcimento e di tutela per la donna che, avendo perduto l’onore, è destinata al rifiuto da parte di tutti. La donna viene anche tutelata dall’eventualità di un ripudio successivo. Il costume del matrimonio riparatore sopra citato sopravvisse nella cultura occidentale sino a tempi molto recenti. In Italia era in uso fino al 1981.
Nell’Atene di Pericle il rapporto consenziente con la moglie di un amico era considerato più grave della violenza poiché non ci si limitava a violare la moglie con la forza ma si otteneva il suo tradimento, considerato ben più infamante. Lisia nella celebre orazione per l’uccisione di Eratostene descrive come subdolo il comportamento della moglie traditrice di Eufileto, sottolinea la perversione del suo amante e scagiona così il marito dall’accusa di omicidio, realizzando il concetto di delitto d’onore.
In numerosi miti greci e romani si parla di rapimenti seguiti da violenza sessuale. In alcuni casi si tratta di matrimonio per rapimento, un costume praticato ancora oggi da alcune culture tradizionali. Ci sono stati tramandati il rapimento di Persefone da parte di Ade, di Dafne e Leucotoe da parte di Apollo, di Cassandra da parte di Aiace Oileo, di Auge da parte di Eracle, di Andromaca da parte di Ettore, di Polissena da parte di Achille, di Climene da parte di Acamante e il grande numero di dee e donne mortali prese con la forza o con l’inganno da Zeus: Antiope, Asteria, Clitennestra, Danae, Egina, Elara, Elettra, Europa, Io, Taigete. Il mondo latino ricorda il ratto delle Sabine, la violenza del dio Marte su Rea Silvia e quella di Tarquinio Sestio su Lucrezia.
Gran parte dei miti greci sembrano concentrarsi sulla discendenza nata dallo stupro (ad esempio alcune città vantavano un’ascendenza divina dovuta alla violenza di un dio su una ninfa che viveva nel luogo) e solo di rado centrano l’attenzione sulla violenza subita dalla donna. Il mito romano è più attento ed ecco i Sabini che combattono i Romani per riprendersi le loro donne e durante la battaglia intervengono le stesse donne a pregare le parti di non versare il sangue dei genitori e dei figli.
Rea Silvia, essendo una vestale e quindi vincolata al voto di castità, venne seppellita viva per ordine dello zio perché aveva violato il voto.

Tito Livio nella sua opera Ab urbe condita cita la storia di Lucrezia come esempio di virtù romana: violentata da Tarquinio Sestio, Lucrezia racconta il fatto al marito e al padre e, non volendo vivere nel disonore, si trafigge il cuore davanti a loro, mentre li esorta a dimostrare la loro qualità di uomini nel vendicarla.

Chirurgia: oltre il soffitto di cristallo

Il Primo Rapporto della Società Italiana di Chirurgia parla chiaro: il futuro sarà sempre più al femminile.

Oggi sotto i 50 anni la maggioranza dei medici è donna e in chirurgia i numeri sono in ascesa complice la tecnologia che ci ha fatto strada ed anche una piccola ritirata maschile da una professione sempre più a rischio sul piano legale.

La parità in sala operatoria è a un passo anche in campi come l’urologia ma … il risvolto della medaglia c’è.

Là dove si decide siamo in poche ed esiste un gap salariale come pure la difficoltà di conciliare la professione con la famiglia.

È stato accertato, comunque, che sono minori le complicazioni tra pazienti operate da donne e che in sala operatoria il clima grazie a noi è diventato molto più rispettoso e democratico.

Il lavoro di una moglie e madre quanto vale?

Una recente sentenza della Cassazione ha stabilito  che l’assegno divorzi le deve tener conto anche di quanto un partner si é speso per la famiglia consentendo all’altro di far carriera. Nella stragrande maggioranza dei casi tale atteggiamento sostiene la donna che spessissimo incarnala  fattispecie.

Secondo gli esperti ad essere coinvolte sono le mogli nate tra gli anni ’50 e ’60 perchè in quel periodo tante vite femminili si scandivano esclusivamente nel contesto familiare.

” Se tutte le donne che si occupano dei familiari costituissero una nazione, la loro sarebbe la quarta economia più importante al mondo”  ha scritto nel 2015 Melinda Gates, mi auguro che i giudici la pensino allo stesso modo.

La dichiarazione d’amore di Barbara

«Uomo mio, la gente non sa cosa vuol dire vivere con una donna che ha sempre bisogno di te. E non solo perché è innamorata, ma perché non può compiere la maggior parte delle azioni da sola. La gente non sa cosa vuol dire vivere con una donna così, che di mestiere fa la scrittrice e, quindi, è mossa da venti contrari e impetuosi che la portano a essere un giorno felice come una bambina e un altro triste come un’orfana. Non lo sanno – e a te poco importa perché l’hai scelta e la ami. Ma a me importa, eccome. Perché spesso si pensa a chi ha una disabilità ma non a chi gli vive accanto. E se ci pensa lo trasforma in un santo, o in un infermiere, o in uno strano essere ossessionato da qualche turba mentale. Ma io so, io ti vedo e ti vivo ogni giorno. Io vedo i tuoi occhi che cambiano espressione quando sto male, o sono felice, o sono malinconica. Vedo le tue mani prendersi cura di me, in ogni piccolo gesto, in ogni piccola e grande esigenza. Io non posso camminare per fato, tu non ti allontani per scelta. Ma non è un sacrificio, mi dici, è la mia vita con te. Mi hai sempre detto che il tuo innamorarti di me è stata una non scelta. E forse tutti gli amori lo sono, delle non scelte. Ci ritroviamo innamorati, e basta. Come un’infreddatura o una vincita al lotto. O un fiore che raccogliamo senza pensarci. O quando guardiamo il mare e ci sentiamo bene. Accade, nient’altro. Poi si diventa due, si perde l’unicità che ci ha reso indipendenti e forti fino a poco prima e abbiamo l’altro affiancato a noi, separato ma indispensabile. La gente non sa la responsabilità e la dedizione dell’essere indispensabili, perché viviamo in un mondo in cui si ripete sempre la frase “Tutti necessari ma nessuno indispensabile”. Sembra una frase vera e invece è solo cinica ed esprime il terrore del bisogno di un altro per sentirsi completi, qualunque cosa essere completi significhi e comporti. Ognuno lo è a modo suo. Io lo sono con te, anche quando deraglio, o lo fai tu. Perché anche questo accade stando insieme, amandosi. Ma io i tuoi occhi su di me, sulle mie fragilità li sento sempre. Come sulle mie invincibili battaglie. Tu ci sei. E io ci sono, non perché non potrei fuggire – chi lo dice che non potrei farlo? Sono mille le vie di fuga e non richiedono gambe buone per essere percorse. Io ci sono perché ci sei tu. Siamo comici? Teneri? Ridicoli? E a noi che importa? Sono nostre le ore, il cielo, il mare, i segreti, le parole, i silenzi. Nostri, uomo mio. Teniamoci stretti».
Barbara Garlaschelli

La mia Riace

La mia Riace

La mia Riace si chiama Prioritimen e mi porta alla mente un gruppo di 50 giovani arrivati con i barconi della disperazione.

Ero Dirigente dell’Istituto Superiore di Tropea nel settembre del 2014 quando mi chiesero di accoglierli. Non esitai un istante ad afferrare al volo l’opportunità. Non c’erano sedie né banchi a sufficienza, mancavano i professori, le”carte” erano carenti ma la volgia di fare del bene accomunò tutta la nostra Scuola che intraprese un’avventura unica e irripetibile, scrivendo una meravigliosa pagina della nostra Scuola che amavamo definire Sconfinata.

Li chiamammo ” Gli Alunni Venuti da Lontano” e la voglia di confortarli e promuoverli contagiò anche le famiglie in una gara di solidarietá travolgente. Protagonista della vicenda l’Indirizzo Alberghiero dell’Istituto che in quei mesi di impegno eccezionale calamitò tutte le attenzioni anche quella delle Associazioni di categoria, in prima fila gli Chef della Regione che fecero dono delle loro divise più belle.

La mia Riace la porto sempre nel cuore con gli innumerevoli esempi di affetto e di gratitudine che tutti noi operatori scolastici coinvolti ricevemmo da quei ragazzi dagli occhi immensi e profondi. É la loro lettera di Natale il ricordo più bello:” …anche se molti dicono che siamo un fardello pesante tu ci hai dato la mano, avevamo tristezza e ci hai regalato gioia, eravamo poveri e ci hai fatti ricchi perché ora non siamo soli.” Quando si entra in un Alberghiero il primo incontro é con i profumi, i nostri erano unici, intriganti e piacevolmente trasgressivi: un misto di cipolla, aglio, peperoncino, zenzero, sesamo e curcuma. Immensa l’eredità trasmessaci tra cui la figliolanza ideale di Chi, sentendosi amato, ancor oggi mi chiama Madre.

In questo nostro complicato tempo in cui logiche e calcoli sembrano soverchiare emozioni e sentimenti la mia Riace rimane un faro che mi indica la via che rasserena e dona senso all’esistenza: quella intessuta di rispetto, sensibilità e corrispondenza verso l’Uomo qualunque sia il colore del suo volto.

Di Beatrice Lento

Riace è un comune italiano di 2.343 abitanti della città metropolitana di Reggio Calabria, in Calabria.

Il comune è assurto agli onori della cronaca per il ritrovamento, nel 1972, di due statue bronzee di epoca greca, oggi noti come i Bronzi di Riace.

Recentemente, dal 2004 ad oggi, è stato al centro di politiche di accoglienza degli immigrati. Sono circa 150 gli immigrati accolti dalla popolazione locale, che supportati da politiche sociali sono stati inseriti nel mondo del lavoro, contribuendo allo sviluppo dell’economia del borgo. Nel 2016 sono più di 800 gli immigrati accolti dalla comunità locale.

Oggi il modello di accoglienza è in crisi per il mancato arrivo di fondi già stanziati dal Ministero dell’Interno.

Il Quotidiano del Sud promuove “Una staffetta per Riace” piccolo spazio che accoglie riflessioni sulla tematica dell’accoglienza, decido di partecipare anch’io con questo contributo che ricorda una formidabile pagina di solidarietà scritta dall’Istituto Superiore di Tropea, da me guidato, nell’anno scolastico 2014/15.