Archivio mensileAprile 2020

Donna Popa

La donna, l’altra metà del cielo…

Non trovo miglior testo della canzone di Vasco Rossi, per dire della donna che è realmente sopra-creaturata.  Nella storia delle levatrici lo vedo addirittura esplicitato sul piano lessicale e le parole, fateci caso, ci restituiscono a verità molto più profonde. La levata del Sole è il momento in cui il nostro astro appare allorizzonte e costituisce il momento terminale dellalba; che dire, poi, «di gobba a ponente luna crescente, gobba a levante luna calante», che è una traduzione libera dell’espressione latina «crescensdecrescit, decrescens crescit» («crescente descrescedecrescente cresce»)? Anche in questo caso abbiamo un’altra levata, quella del satellite, cui spesso si è posato lo sguardo del Recanatese. Insomma, nel lessico dei corpi celesti sembra esserci un prolungamento del fare femmineo: lei che riscalda, lei che fa rilucere gli angoli angusti della vita quotidiana. Il sole, la luna. Semper lux, lucis femina est, dico io: posso coniare questo motto personale con il mio paterno copyright!? Suo è anche il senso della protezione: qui trovo calzante la locuzione spartana della «levata di scudi». Come non rammemorare, sia pure en passant, il coraggio laconico di Gorgo mentre spinge suo marito Leonida nella battaglia delle Termopoli? Difendere con le unghie e con i denti è tuttora una prerogativa del focolare domestico: flesso al genere femminile a tutela dei propri più cari. Al-levare è sollevare dai pericoli, lo sanno bene le nostre mamme, eccome! Senza dilungarmi di più, voglio evidenziare ancora come il gr. «polis» ed il lat. «urbs» siano sostantivi col fiocco rosa e che, per estensione, rendano finanche il significato di «cittadini di una città», a sottolineare la matrice femminea come motore mobile del Tutto. E mi taccio, avendo fatto intendere quanto penso in merito: dobbiamo esserne tutte e tutti consapevoli. Ma torniamo alla figura dell’ostetrica, circoscrivendo l’attenzione a qualcuna della nostra tradizione bruzia. Intanto, nei suoi scritti,Platone, parlando di Socrate, fa spesso riferimento alla madre levatrice. Era chiamata in questo modo, perché era in grado di «levare» il neonato dal corpo della donna incinta.  Torna sempre quel verbo stellare, sidereo, fateci caso! Forse per questa ragione, nel suo ruolo di preparazione al parto, si è insinuata un po’ di astrologia. In Sicilia, ad esempio, la mammana esortava il nascituro a venir fuori recitando delle formule magiche: – “Nesci nesci cosa fitènti, /ti lu cumanna Diu nniputenti ./Veni fora e nun tardari, /chi a  matri ha libirari”. Non escludo che dalle nostre parti si potesse fare la medesima cosa per quella stretta comunanza di tradizioni che legano le terre più a sud della nostra penisola: il Regno delle due Sicilie, per l’appunto! Sui pronostici del sesso del nascituro le espressioni erano alquanto colorite, a volte ritmate a suon di filastrocca: “panza pizzuta nunporta cappeddu”, per una femminuccia, eh sì! In una società androcratica di prevaricazione di ruolo vigeva, comunque, la frase “auguri e figghi masculi”, indipendentemente dal fatto che un maschio, cioè due braccia forti, avrebbe potuto aiutare la famiglia come reddito e manovalanza. Una Fenarete calabrese è Amelia Colavita (1897-1985), alias Donna Popa che, in oltre mezzo secolo di carriera, ha fatto nascere circa 11mila bambini, l’ultimo dei quali nel 1980 all’età di ottantatré anni.  Una figura di punta, potremmo dire, per il territorio sambiasino, benché si sia spostata in tutto l’hinterland lametino, lasciando traccia di sé e del suo scrupoloso operato dalle coste alle campagne. Col cavallo di San Francesco, quando poteva permetterselo, in bici o a piedi, senza fare differenza alcuna, ha percorso i sentieri più dissestati della nostra Regione, che nemmeno Google maps, oggi, avrebbe potuto individuare, se non altro per quelle frazioni più periferiche, dove le conseguenze post-belliche erano sì visibili tra i ciottoli di tante rovine. Una brigantessa buona per la generazione meridiana del nostro Stivale: a proposito, portava con sé sempre una grande borsa di pelle nera con gli attrezzi del mestiere ed in mezzo a forcipe e a tant’altro custodiva segretamente una piccola rivoltella, per sicurezza, non per altro, benché non ci sia stata mai occasione di arrivare a duelli, nelle non poche selve oscure da lei percorse, prima di bussare al campanello delle proprie partorienti. Tutte le volte che penso a lei, si fa forte l’ipostasi sambiasina di unamaieutica socratica improntata “a donne coraggio” d’eccezione: il meglio della nostra gioventù, sic dicitur, è venuto fuori in nome di una tenera genitrice, il suo!“Così è la notte, una folla di madri illuminate, che si chiamano stelle”, avrebbe chiosato il nostro Erri De Luca: come dargli torto, e soprattutto per le nostre grandi matrone della Calabria, che è terra d’ogni bene?

Francesco Polopoli

 

Ersilia Bronzini Majno cofondatrice dell’Unione Femminile

Ersilia Bronzini Majno (1859-1933) descrive le origini e le prospettive del femminismo a lei contemporaneo

Il feminismo in Italia

L’educazione primitiva intellettuale e morale del vostro poopolo non si potrà ottenere giammai pienamente e felicemente finché non facciate concorrere la donna all’opera vostra. Voi mi dite che il regno della donna deve essere la famiglia. Tanto meglio, io rispondo, poichè la famiglia è il principio della repubblica, le virtù domestiche sono il fondamento delle sociali, l’amor di famiglia il primo raggio dell’amor di patria, il buon ordine della casa il primo elemento del buon ordine dello Stato. Indipendentemente da ciò, potete voi ignorare la possente ifluenza che le donne possono esercitare nel seno di una repubblica?
Romagnosi, Scienza delle Costituzioni

Vasta e complessa è la trattazione di questo tema che potrebbe dare interessante materia ad un volume. Vasta per lo sviluppo che ha preso in Italia ove le femministe hanno rapidamente sostituito le affermazioni teoriche una azione pratica di lavoro sociale fondando istituti, società, opere di assistenza svariatissime – dalle leghe di lavoro alle società di patronato, dalle istituzioni per i bambini lattanti alle casse di maternità, dagli asili alle scuole professionali – svolgendo nei più disparati campi una attività sagace e perseverante.

Complesso, perché in Italia l’acuita questione religiosa e l’intolleranza, l’intransigenza ch’essa genera hanno dato indirizzo vario all’azione feminista, rendendo impossibile una unica concorde operosità anche per il trionfo di quei postulati chiari, definiti che dovrebbero raccogliere la cooperazione comune.

Così, sovente, invece di azione compatta, organizzata, contro tutti i pregiudizi e le ingiustizie che nella nostra società colpiscono la donna e conseguentemente il fanciullo, abbiamo movimenti parziali, scaramucce, senza quella cosciente ostinata continuità, quel largo consenso, quel generoso impulso che fanno sparire l’individuo e le sue passioni nell’ardore dell’opera per un ideale comune. Abbiamo in Italia, come resto ovunque, un feminismo di diverse gradazioni e tendenze. Un feminismo borghese incerto e timido, dalle parvenze intellettuali e aristocratiche, un feminismo cattolico con solo carattere di infallibilità intransigente che prende voce dalla curia e un feminismo sereno e razionale che non si perde in vane recriminazioni, lascia la réclame all’industria, trova assurda la lotta di sesso, vuole il riconoscimento dei diritti della donna, come utile e necessaria reintegrazione del diritto all’attività sociale dell’uomo. Un feminismo che ha indirizzate le proprie energie ad un lavoro pratico del quale ebbe modo di misurare le difficoltà e conoscere le esigenze dei nuovi doveri, di acquistare l’esperienza per compierli e per dar vita ad iniziative utili, vero campo sperimentale per lo studio dei problemi che s’impongono alla società nostra.

Queste diverse tendenze del feminismo in Italia pur non potendo essere che eccezionalmente armonizzanti fra loro ovvie ragioni, compiono nel momento attuale un’utile funzione. Esse servono ad illuminare ed interessare le donne d’ogni classe e di ogni opinione, a mantener vive le energie, a raggruppare i diversi elementi nei diversi campi, contribuendo alla formazione di quella coscienza politica e sociale che la donna deve avere per esplicare le sue attività con sicuri criteri, per adoperare con chiara coscienza e fermezza l’arma insistentemente chiesta del voto.

Il feminismo svoltosi integralmente con esplicazioni pratiche d’attività sociale e continua propaganda e agitazione per le rivendicazioni di diritto, non ha fatto che seguire la via tracciata dalle feministe che fin dai primordi della vita nazionale irradiarono tanto fervore d’ideale e d’azione. Ed è interessante constatare che queste prime pioniere troppo dimenticate, iniziarono la loro campagna feminista affermando i diritti della donna lavoratrice, dell’infanzia, dell’istruzione del popolo, non trascurando le rivendicazioni giuridiche propriamente dette, invocando dapprima con vivacità di polemica singolare, il diritto di voto.

Una donna d’alto intelletto, d’eccezionale energia, di intuizione grandissima, feminista d’azione, precorsi i tempi coll’opera sua. Patriota ardente come le donne che poi si raggrupparono intorno a lei per dar vita alle sue iniziative, Laura Solera Mantegazza fu l’iniziatrice gloriosa del feminismo che si afferma con opere di attività sociale, non discutendo della nostra capacità d’azione ma provandola. Essa pensa subito a come migliorare la condizione della donna lavoratrice, che questa si doveva chiamare a raccolta, istruire dei nuovi doveri e dei nuovi diritti, unire in associazione perché conoscesse la forza della previdenza e della solidarietà. Ma prima ancora era necessario pensare ai figli suoi. Il doloroso problema dell’infanzia che cresce senza amore, mancanza di assistenza da parte della famiglia disgregata dal lavoro, preparando i minorenni traviati e delinquenti, si affacciava già allora penoso, impressionante. E sorgono i ricoveri dei bambini lattanti, germi delle future sale d’allattamento che la legge imporrà agli industriali, gli asili infantili, le scuole per gli analfabeti. E sorge fra un entusiasmo commovente la prima Società Generale di mutuo soccorso e istruzione delle Operaie, che dà vita alla prima forma d’assicurazione per la malattia, per l’invalidità, per la maternità, alle prime pensioni per la vecchiaia, per le vedove, alla prima cooperativa di lavoro e consumo, alla prima assistenza per disoccupazione. Che propugna l’allattamento materno e raccoglie le statistiche, tutti i dati necessari intorno a queste iniziative, che insegna alle operaie essere il mutuo soccorso il primo passo della previdenza e della solidarietà, che bisogna farne altri per giungere ad ottenere alla lavoratrice equa retribuzione e condizioni umane di lavoro.

E mentre Anna Maria Mozzoni,  la pionieri in Italia dei diritti giuridici della donna, svolge in altro campo la sua azione e proclama il nostro diritto al voto, ad accedere a tutti i gradi dell’istruzione, a tutti gli impieghi, Laura Mantegazza fonda la prima scuola professionale e prepara le prime telegrafiste, le prime contabili, corrispondenti, macchiniste, decoratrici, etc. Un giornale, “La Donna”, diretto da Alaide Beccari, soave figura di sacrificio, di fede e d’amore, propugna le nuove rivendicazioni, e un uomo di temepramento energico, ardente, Salvatore Morelli, persuaso della giustizia della nostra causa la sostiene in Parlamento, e la legge che ci dà diritto di testimoniare negli atti pubblici prende nome da lui. Anna Maria Mozzoni nel 1864, in occasione della revisione del Codice Civile, scrive il volume “La Donna e i suoi rapporti sociali”, del quale sarebbe interessante trascrivere, se lo spazio lo consentisse, il periodo che riassume le riforme invocate perché ci dà un concetto della finalità del movimento feminista in quei primi tempi di vita nazionale, che sono ancora quelle d’oggi.

Altro curioso documento è l’ordine del giorno proposto da Anna maria Mozzoni a nome della Lega promotrice degli interessi femminili (fondata da lei nel 1880) al Comizio dei Comizi, indetto dalla Lega democratica nazionale tenutosi a Roma l’11-12 febbraio 1881

Quell’ordine del giorno suscitò una vera tempesta, ma venne strenuamente sostenuto dalla battagliera feminista e votato. Esso concludeva così: “il Comizio dei Comizi riconosce, afferma e proclama così nell’uomo come nella donna il diritto alla integrità del voto”.

La prima petizione feminista fu presentata al Parlamento italiano dalla Lega promotrice degli interessi femminili. E’ firmata Anna Maria Mozzoni, Paolina Schiff, Giuseppina Pozzi, Noerina Bruzzesi, Virginia Negri, Costantino Lazzari. Essa chiede, ampliandole, le riforme legislative propugnate da Anna Maria Mozzoni fin dal 1864, più la Lega raccomandava alla Camera le proposte di legge presentate alla Camera stessa per la ricerca della paternità e il divorzio. 

Eravamo nel dicembre 1882 e oggi nell’anno di grazia 1908 (si può dire 1914!) vi è ancora una Commissione che studia il progetto di legge sulla ricerca della paternità; quanto alla riforma dell’istituto matrimoniale, sebbene promessa in un discorso reale, è ancora una chimera degna di coscienze pervertite.

E vi sono purtroppo gruppi di donne che combattono questa riforma, che non si credono competenti di formulare un’opinione intorno all’obbligo di precedenza del matrimonio civile al religioso, che toglierebbe tanti inganni e tante sventure, che ritengono la ricerca della paternità tema grave da meditare ancora, che ammettono solo il diritto di voto amministrativo e vogliono mantenere la loro azione in un limite moderato, ragionevole, ritenendo di sottrarre così il feminismo dalle nubi e dalle fantasie della retorica, dalle lotte delle sètte dei partiti, mantenendolo in un ambiente di pace e di unione universale!

Queste feministe ragionevoli, timorose della lotta, dimenticano che tutte le conquiste della civiltà sono dovute alle aspre lotte combattute dalle minoranze per il trionfo dei principi che le maggioranze non riconoscono se non quando vi sono forzate.

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Il feminismo che si inziava così vivace, combattente e perspicace sia nel campo teorico che in quello pratico, ebbe come un periodo di sosta quando si svolse ardita e battagliera l’azione del partito socialista che otteneva la legislazione sul lavoro, proclamava i diritti della donna e sospingeva proletarieto e borghesia verso nuove forme di rapporti sociali e apriva nuovi orizzonti a tutte le rivendicazioni di diritto e di libertà.

Ma fu una lotta che preparava nuove forze e nuovi metodi di azione e preparava la costituzione organizzata di vari gruppi.

A Roma la Federazione romana delle opere di attività femminile, presieduta dalla Contessa Lavinia Taverns, diventata poi Consiglio Nazionale delle donne italiane, sotto la presidenza della contessa Gabriella Spalletti. Ebbe vita da questo gruppo la Biblioteca circolante e la Cooperativa delle industrie femminili con succursali nelle principali città d’Italia, che fa rivivere coll’opera di dame colte ed attive quelle industrie artistiche dimenticate delle varie regioni. Iniziativa preceduta dall’Aemilia Ars di Bologna, dovuta alla geniale intuizione della contessa Gavazza. Pure a Roma la Società Per la donna, della quale è anima Eva De Vincentis, che promosse studi sociali e di diritto feminista e fondò il dormitorio per minorenni di così grande utilità.

A Milano la risorta Lega per la tutela degli interessi femminili che sostiene specialmente le rivendicazioni giuridiche e studia la questione feminista in genere.

L’Unione femminile nazionale che dal 1900 svolge senza interruzione il suo largo e comprensivo programma.

Sue iniziative principali sono: l’Ufficio d’indicazioni e assistenza, la cui utilità incontestata, anche per le prove che fornisce circa la necessità di coordinamenti e riforme delle opere d’assistenza pubblica, emerge dal fatto che Roma, venezia, Firenze, Torino, Padova e altre molte città d’Italia hanno pure costituiti tali uffici; la prima società e scuola festiva di disegno professionale per le piscinine (piccole lavoratrici) con ricreatorio e bibliotca per l’infanzia; l’Ufficio di collocamento per le donne di servizio in unione alla Società Umanitaria e un dormitorio per le stesse con corsi di cucina; l’Asilo Mariuccia, casa di ricovero per le fanciulle bisognose per qualsiasi ragione d’assistenza e di redenzione per donne che vogliono ritornare alla vita onesta; Comitato Pro Infanzia, Comitato contro la Tratta delle Bianche, che hanno presentato al Parlamento una petizione copera da circa 10.000 firme, con proposte per una miglior difesa della donna e del fanciullo, proposte che saranno sostenute alla Camera da alcune fra le più note personalità parlamentari. Le scuole nell’Agro Romano, opera mirabile della sezione romana dell’U.F.N., presieduta da Anna Celli, l’opera degli Uffici indicazione e assistenza, svolta a Torino da un’altra sottosezione, presieduta da Anna Treves, dimostra come sia concorde e si estenda l’opera delle femministe che non s’arrestano alle affermazioni teoriche di diritto che è meglio conquistare coll’azione.

Esiste pure a Milano la Federazione femminile presieduta da Adele Coari, che rappresenta l’azione femminile con indirizzo cattolico e ha dato vita a parecchie iniziative: uffici di collocamento, convegni per le bambine, per le domestiche, etc..

A Torino esiste una Lega democratica nazionale femminile che vorrebbe coordinare le forze femminili operanti in tutta Italia, animata dalla fede religiosa.

Esistono poi Federazioni di opere femminili regionali, collegate a quella di Roma, e a Firenze venne recentemente fondato un gruppo di signore il Lyceum Club, che pare avrà imitatori a Roma e a Milano.

L’agitazione per il diritto di voto iniziata da questi diversi gruppi, da alcuni completa, da altri limitata al voto amministrativo, è ora diremo così, unificata dalla costituzione del Comitato nazionale per il diritto di voto, presieduto da quella donna d’acuto intelletto e di gran cuore, che è la contessa Giacinta Martini Marescotti.

Questo Comitato ha estesa ed intensificata l’azione creando Comitati regionali e presentando al Parlamento una petizione che provocò, il 24 febbraio 1907, una discussione vivacissima alla Camera e la nomina di una Commissione per studiare l’argomento.

Tutto questo movimento femminista ha ora, oltre i giornali quotidiani che ci aprono cortesemente le loro colonne, una stampa propria.

A Roma, la rivista “Vita Femminile Italiana”, diretta da Sofia Bisi Albini e “Pensiero Nuovo”, diretta da G. Serra e Anita Pagliari; a Milano “l’Unione Femminile”, diretta da Nina Rignano, e a Pavia “l’Alleanza”, diretta da Carmela Baricelli. A Bari “La voce della donna”, diretta dal Prof. Giagnano, che si sforza di risvegliare la donna del mezzogiorno, le cui energie sono atrofizzate da pregiudizi e costumi veramente medioevali.

A grandi tratti è così delineata la vita del femminismo in Italia e chiedo venia se il breve tempo e il breve spazio concesso a questo argomento non permetta di parlare dell’operosità intellettuale, scientifica e sociale di tante donne benemerite, che portano con convinzioni diverse, ma sempre umilmente, il loro contributo alla causa femminile. Virginia Nathan, Maria Pasolini, Dora Melegari, Sibilla Aleramo, Maria Montessori, G. Le Maire, Anna Celli e moltissime altre a Roma. A Firenze con Ida e Bice Cammeo, le marchese Tolomei e Alfieri, Nina Sierra, Laura Orvieto, e a Milano con Rebecca Calderini, Alessandrina Ravizza, Aurelia Zoz, Nina Rignano, Maria Camperio, Linda Malnati, Carlotta Clerici. Una schiera ormai così numerosa, che sfugge alla possibilità di una denominazione individuale, lavora per provare indiscutibilmente la maturità della donna ad esercitare i doveri inerenti ai diritti ch’essa reclama.

Quali furono le conquiste di questo tenace lavoro? L’accesso a tutti i gradi d’istruzione è libero alla donna, come pure a tutti gli impieghi e professioni. (Solo la donna avvocato attende ancora giustizia).

Quest’anno dal Politecnico di Torino usciva laureata a pieni voti la prima donna italiana ingegnere civile, la signora Emma Strada.

Una donna, una sola finora è riuscita a riprendere la gloriosa tradizione da secoli interrotta delle donne insegnanti nelle cattedre universitarie. Rina Monti, alto intelletto, temperamento energetico, venne chiamata questo anno a coprire la cattedra di zoologia e anatomia comparata alla Università di Sassari. Maria Montessori insegna antropologia alla Scuola di Magistero annessa all’Università di Roma, e la dottoressa Emma Driussi venne per la prima volta in Italia chiamata a far parte dei Regi ispettorati per gli scavi e monumenti. Una conquista importantissima fu la donna ispettrice di fabbrica aggiunta questo anno colla nomina di Santa Volonteri, una ardita e colta lavoratrice.

Nel campo giuridico le conquiste del femminismo italiano sono:

La legge così detta Morelli (anno 1977) che dà alla donna il diritto di testimoniare negli atti pubblici; la legge del 1890 che ammette le donne a far parte dei Consigli delle Congregazioni di Carità e di qualsiasi altro Istituto di beneficenza, salvo per la donna maritata l’autorizzazione del marito, la legge del 1895 che riconosce la donna elettrice ed eleggibile nei collegi dei probiviri; la legge del 1895 sull’istruzione che chiama a far parte delle Commissioni municipali di vigilanza, nelle scuole elementari una o più donne scelte dai Consigli comunali preferibilmente fra le madri di famiglia.

Le donne possono pure essere nominate nelle Commissioni governative delle carceri, e a Milano, questo anno, Carlotta Negri e Ersilia Majno ebbero tale mandato.

Il Comune di Milano, fondando gli Uffici mandamentali di indicazioni, chiamava pure parecchie donne a far parte delle diverse Commissioni.

Alla nomina di Commissioni incaricate di studiare i problemi della ricerca della paternità e del diritto di voto ha pure certamente contribuito la perserverante campagna femminista, che quest’anno si è solennemente affermata nei Congressi femminili di Roma e di Milano. Il Congresso di Roma, che si inaugurava con intervento regale nella maestosa cornice del Palazzo di Giustizia l’aprile del 1908, ebbe l’appunto di aver voluto trattare troppa materia. La vastità e l’importanza degli argomenti portati in discussione se furono una conferma delle innate capacità oratoria e polemica della donna, furono anche una rivelazione del suo spirito d’osservazione, del suo ardente desiderio di rendersi ragione dei complessi problemi che agitano l’epoca nostra. Se questo Congresso rilevò un numero imponente di donne colte e studiose dei vari fenomeni sociali e portò all’opera di rivendicazione femminile un serio contributo di studi e osservazioni, il Congresso di Milano precedentemente indetto nel 1906 e rimandato per ragioni di opportunità al maggio 1908 portò nella trattazione dei vari temi un contributo prezioso d’esperienza acquistato nel quotidiano lavoro, nel contatto costante colle difficoltà, le miserie e le ingiustizie che colpiscono e rendono difficile la vita alla classe sociale più numerosa e laboriosa.

Il Congresso di Roma non entrò nel cuore della questione più scottante, non in quella dei diritti del lavoro e della dissolubilità del vincolo matrimoniale, della precedenza del lavoro civile al religioso, disposizione che ovvierebbe a tanti inganni e seventure, nemmeno la questione così grave del diritto del fanciullo fu particolarmente e ampiamente trattata e la questione del diritto di voto fu lasciata fuori confesso e discussa in una giornata emozionante per iniziativa del Comitato nazionale per il suffragio femminile.

La questione della aconfessionalità della scuola, così ardente ora in Italia, venne agitata poderosamente da Linda Malnati della quale, per sorpresa, si disse poi, venne votato l’ordine del giorno che la reclamava. Gemma Muggiani nella chiusura del Congresso leggeva una commiato che coraggiosamente, malgrado le proteste, ribadiva il significato della votazione. Il Congresso di Milano confermando durante la trattazione dei vari temi le proposte formulate dall’U.F.N. nella petizione al Parlamento, lumeggia arditamente il problema della donna operaia, delle lavoratrici della casa. Argentina Altobelli concentra in un bell’ordine del giorno, votato dal Congresso, entusiasticamente, le aspirazioni di queste falangi di donne che potentemente contribuiscono al benessere e alla ricchezza nazionale, si confermò il loro diritto di avere una rappresentanza nell’Ufficio del lavoro, come pure quello della donna in genere di partecipare ai lavoro di tutte le Commissioni governative o comunali chiamate a studiare le questioni d’istruzione, d’assistenza, di diritto, etc., oggi ancora solo composte di uomini; si chiede il riconoscimento legislativo del divorzio e l’obbligo di precedenza del matrimonio civile al religioso. Ma sempre soprattutto, come ebbe a dire Teresita Friedman. in un suo profondo e magistrale articolo sul Congresso, ciò ci cui il Congresso si occupò quasi ad esuberanza fu la protezione dell’infanzia e della maternità…

Si capiva di essere fra gente che come suo primo ufficio sentiva la cura delle nuove generazioni sieno esse di figli propri o altrui.

Ai due Congressi fu una ressa di donne d’ogni ceto, età e convinzione che portavano sincere, audaci, convinte il frutto dei loro studi, della loro esperienza di lavoro, di lotta o di dolore.

E vi fu stupore, consenso, entusiasmo, vi fu derisione, denigrazione, oltraggio. Uomini che certo non avevano mai arrossito, frequentando gli ambienti dove “jeunesse se passe”, scrissero di avere arrossito sentendo trattare in modo troppo libero, da donne, argomenti che certo essi conoscono a fondo. Che la donna pura, onesta abbia cessato di ignorare il vizio che travolge tante creature umane, che abbia affrontato coraggiosamente il problema della vita sessuale, della prostituzione, della degenerazione della [propria] specie, perché sentì che finalmente essa, chiamata a perpetuarla, deve sapere, per impedire ch’essa si degradi invece di elevarsi, questo è sintomo della corrotta anima delle donne femministe, che osano colle loro mani toccare le piaghe e scoprire il putridume che la società nostra nasconde così bene e così bene diffonde colla sua doppia morale.

Nessun aggettivo ci fu risparmiato, si scrisse quello che non era vero, si parò di malafede e di disonestà e peggio, producendo una preziosa raccolta di sfoghi maschili dettati dal dispetto e dal timore del progresso imponente della causa femminile.

Ma come scrisse un uomo di buon senso, il femminismo non è il prodotto di menti esaltate, di gente isterica, esso è voluto da una inesorabile necessità storica ed esso viene a suo tempo come ognuna delle grandi rivoluzioni etico-sociali.

Ed è veramente così. Tutto il pensiero, le aspirazioni, le ricerche, le lotte dei secoli passati si sono ripercossi e vivono in questo nostro meraviglioso secolo; divennero le scoperta che ravvicinano i popoli, centuplicano la produzione industriale, risparmiano all’uomo brutali fatiche, portano benessere e gioia al focolare domestico. Gli eroi oscuri e dolorosi hanno preparato questo risveglio, questa luce che penetra ovunque ardente e purificante, fuga le tenebre del periodo preumano e rischiara la via all’uomo nuovo, che libero di superstizioni, di coercizioni, di dogmi, di oppressioni, di classi, di disuguaglianze inizia il secolo della umanità vera.

“E la capacità di questo sogno”, disse Ellen Key chiudendo il Congresso di Milano, con ispirate parole che resteranno sempre nel cuore di quanti ebbero la ventura di udirle, “è la capacità di questo sogno che ci dà la nobiltà umana, la ragione più profonda perché occorre dare alla donna tutti i suoi diritti legali e sociali. Questa ragione umana è che la madre, colla creatura nuova che dà alla umanità, è il vero pontifex maximus, la prima costruttrice di questa via che ci condurrà dalla vita presente a questo nostro avvenire sognato”.

Ersilia Majno Bronzini

Plautilla Bricci, l’architettrice

di Laura Ricci

Nata nel 1616 e morta intorno al 1700, Plautilla è figlia di Giovanni Bricci, disegnatore e pittore di non eccelsa qualità ma buon conoscitore degli ambienti artistici, brillante commediografo e arguto pamphlettista molto amato dal popolo e da una certa aristocrazia, uomo di grande curiosità culturale e di saperi piuttosto universali che radunava in una vasta biblioteca, cosa non comune per una persona di ceto popolare. Di carattere originale e libero, Bricci educa la figlia alla pittura e, quel che più importa, a perseguire le personali ambizioni, e la introduce in ambiente artistico. Siamo nella Roma seicentesca di Bernini, Pietro da Cortona, Giovanni Romanelli, Salvator Rosa, Borromini, che comprendeva anche una vasta corte di artisti minori, tra cui in un primo momento sembra situarsi Plautilla.

La grande svolta, per lei, avviene grazie all’incontro con l’abate Elpidio Benedetti. Entrambi nati in un ambiente più modesto di quello che aspirano a frequentare, entrambi ambiziosi e sia pure in modo diverso alla ricerca di un’ascesa, Elpidio e Plautilla si completano e si sostengono, tra presenze e assenze, per una vita intera: io potevo dare qualcosa a lui – pensa Plautilla quando se lo trova di fronte, come in una premonizione, tra i calcinacci della rimozione dello sfortunato campanile del Bernini in San Pietro – lui poteva dare qualcosa a me. Fu, la loro, una strana e finora mai narrata storia d’amore: quella di un sentimento complesso e insolito che, seppure per qualche tempo trovò coronamento anche nel sesso, si esplica soprattutto nell’intima reciproca conoscenza di virtù e miserie – più di miserie che di virtù nel caso di Elpidio – nel gioco complice dell’ironia e dell’intelligenza, nell’amicizia profonda che diventa ardita progettualità condivisa. Un sentimento che Mazzucco esplora con grandi capacità psicologiche e narrative.

Lui rinunciò a sé e a un amore dichiarato e aperto per servire senza riserve il cardinale Giulio Mazzarino, di cui diventò agente in Italia, lei per servire l’arte, l’architettura e soprattutto la sua autonomia: Elpidio non poteva essere, dice a sé stessa quando già matura accetta l’incarico di pittrice di casa Benedetti, sia il suo amante che il suo datore di lavoro. Ma entrambi fiorirono e si espansero, con grande e bizzarra libertà, nella realizzazione della magnifica villa sul Gianicolo nei pressi di Porta San Pancrazio, che l’abate poté permettersi quando, morto Mazzarino, divenne addirittura agente diretto del Re di Francia Luigi XIV. Villa Benedetta la chiamarono – la loro ideale figlia – pur se da subito fu denominata “il Vascello” per la forma di veliero: prua verso il Vaticano, affaccio sulla più spettacolare veduta di Roma. Originale e fantasticamente ornata, delicata e bizzarra come Elpidio considerava la mente dei virtuosi e della stessa Plautilla.

Così bizzarra, l’architettrice, da non eseguire mai, nonostante avesse acquisito fama e stabilità, un suo autoritratto da gentildonna. Si ritrasse invece, ormai settantenne, con i capelli bianchi e i panni umili della levatrice di San Giovanni nello stendardo processionale dipinto nel 1775 per l’omonima confraternita, ancora oggi nella chiesa di San Giovanni a Poggio Mirteto.

Plautilla volle essere unica, qualche pittrice esisteva già e non le bastò, non si contentò di affidare il suo nome a un’arte pittorica pregevole ma che non poteva competere con i grandi maestri che operavano a Roma. Più stabile e duratura e ricca di possibilità la progettazione e la pietra, si disse, e dunque studiò e sperimentò con pazienza per costruire opere murarie e diventare architettrice, la prima della storia le risultava. Creò il Vascello, volle che Elpidio le facesse affidare la cappella da lei realizzata in San Luigi dei Francesi (la terza a sinistra), progettò case dignitose per persone di ceto popolare in Trastevere, in un terreno di Benedetti a Ripa Grande. Ma proprio Elpidio, che le aveva offerto la possibilità di esercitare il suo genio delicato e bizzarro, fu il primo a oscurare il suo nome, in una guida alla visita della villa che scrisse con lo pseudonimo di Matteo Mayer, facendola diventare assistente del fratello Basilio Bricci e non viceversa come nella realtà era stato. “Il mondo non è pronto per accettare che un donna costruisca la casa per un uomo – le aveva detto – Una cappella sì. È l’anima […]. La casa è il corpo. […] È una cosa troppo intima per condividerla”. Lei aveva compreso, ma non aveva perdonato, perché sempre il suo lavoro e la sua autonomia contarono più di ogni illusione d’amore.

 

Bice Cammeo

Bice Cammeo nacque a Firenze l’11 ottobre 1875. Completati gli studi si trasferì a Milano dove, nel 1900, conobbe  Ersilia Majno ed entrò a far parte dell’Unione femminile nazionale. Nel sodalizio, impegnato nella promozione di una nuova fisionomia della realtà femminile del tempo, fu attiva tanto in ruoli di segreteria quanto in mansioni direttive.

Dal 1901 fu caporedattrice del mensile «Unione femminile», organo ufficiale dell’associazione, sul quale, dal 1902 al 1904, tenne la rubrica Alle fanciulle, pubblicandovi bozzetti e brevi racconti educativi. Negli stessi anni partecipò ai lavori per la nascita del Comitato milanese contro la tratta delle bianche, sorto per contrastare la piaga della prostituzione, e si occupò dell’associazione «La Fraterna», nata in difesa dei diritti delle cosiddette «piscinine», bambine e adolescenti impiegate nei lavori tessili e di sartoria. Bice fece inoltre parte del gruppo promotore dell’Asilo «Mariuccia» voluto dalla Majno, inaugurato il 14 dicembre del 1902 e destinato ad accogliere bambine abbandonate o indigenti, senza porre limiti di nazionalità, provenienza o confessione religiosa.

Nel 1904 tornò definitivamente a Firenze, dove proseguì la sua attività filantropica, fondando il primo Ufficio di indicazione e di sostegno. Due anni più tardi inaugurò l’Opera dei bambini vagabondi e Il rifugio, centro di assistenza temporanea per fanciulli abbandonati che diresse poi per trent’anni. Il suo instancabile impegno a favore dell’infanzia disagiata e delle categorie sociali più deboli, che si espresse anche nell’organizzazione di una Cassa dei piccoli prestiti contro l’usura e nella lunga militanza in seno alla Federazione toscana delle opere di attività femminile e nel Consiglio nazionale delle donne italiane, subì un brusco arresto a causa delle leggi razziali del 1938.

Vittima delle persecuzioni contro gli ebrei durante la seconda guerra mondiale, perse gran parte dei suoi famigliari e, dopo il conflitto, si ritirò definitivamente a vita privata. La C. morì a Firenze il 16 gennaio1961.

Silvia Assirelli

Trotula De Ruggiero

Fu la più famosa delle Mulieres Salernitanae, le Dame della Scuola Medica di Salerno, dove la scienziata studiò e insegnò. Trotula proveniva dalla nobile famiglia dei De Ruggiero, famosa per la donazione di parte dei suoi beni per la costruzione del Duomo di Salerno. Proprio in questa città visse nell’XI secolo e, come membro della nobiltà, ebbe la possibilità di frequentare le scuole superiori e di specializzarsi in medicina. Sposò il medico Giovanni Plateario da cui ebbe due figli, Giovanni Junior e Matteo, che continuarono l’attività dei genitori e sono ricordati come Magistri Platearii. Tradizionalmente è identificata con la coltissima matrona della Storia ecclesiastica di Oderico Vitale: fu infatti l’unica in tutta Salerno ad essere in grado di interloquire nel 1059 con Rodolfo Malacorona, che aveva studiato medicina in Francia. Inoltre la sua fama fu tale che si racconta che al suo funerale nel 1097 avrebbe partecipato un corteo funebre di oltre 3 chilometri. Trotula viene già elogiata nel Dict de l’Herberie del trovatore parigino Routbeuf, attivo fra il 1215 e il 1280, e menzionata anche da Chaucer nei Racconti di Canterbury, nella storia della donna di Bath. Ma è nel XIII secolo che avviene la sua grande consacrazione: lo testimoniano centinaia di manoscritti distribuiti in tutta Europa.
L’essere donna e medico insieme le garantì una stima e una fiducia enormi nella cura di certe patologie, tanto che fino a tutto il XV secolo Trotula rimase un’autorità indiscussa per tutto quello che concerneva i problemi e i disturbi relativi al parto, al concepimento, alla sterilità.

Opere

Delle opere tramandate nel corpus salernitano, a Trotula sono attribuiti due trattati: il De Passionibus mulierum (o Trotula maior), un trattato di ginecologia e ostetricia, e il De Ornatu Mulierum (o Trotula minor), dedicato alla cosmesi. Le opere, interpolate dalla tradizione, talvolta risultano di difficile interpretazione: non va infatti dimenticato che i trattati furono composti in latino, lingua ufficiale della scrittura nell’XI secolo, perciò non tutti i nomi, soprattutto quelli tecnici, sono facilmente traducibili.

De passionibus mulierum o Trotula maior

È il lavoro più famoso di Trotula, trascritto per quattro secoli e tradotto in numerose lingue, edito a stampa nel 1544 da George Krant. Il trattato è  composto da 64 capitoli, di cui mancano i primi dodici, nei quali vengono offerti precetti, consigli e norme che attraversano tutta la vita della donna. Il sottotitolo spiega esattamente di cosa si tratta: «Libro unico di Trotula sulla cura delle malattie delle donne prima, durante e dopo il parto mai prima edito in cui vengono minutamente illustrate le infermità e le sofferenze che capitano al sesso femminile, la cura dei bambini e dei ragazzi al momento del parto, la scelta della nutrice oltre alle restanti cose che vi si connettono, le prescrizioni riguardanti entrambi i sessi, le esperienze infinite di varie malattie con alcuni preparati che servono ad abbellire il corpo». Nel trattato viene offerto un quadro completo della natura femminile e la donna è pienamente valorizzata nella sua identità di genere.

  • Natura della donna: Secondo Trotula, la natura della donna, rispetto a quella maschile, è fredda e umida, cosa che, se da un lato consente la complementarietà dei due sessi, dall’altro favorisce determinate malattie che colpiscono solo le donne. Compito della medichessa è dunque quello di diagnosticare le ragioni dell’interruzione della regolarità o della scarsità del mestruo ed individuare con la farmacopea i rimedi opportuni. Questi ultimi sono diretti a ripristinare il giusto equilibrio umorale attraverso erbe e salassi, bagni caldi e infusioni, regime alimentare sano e stile vita di vita rigoroso.
  • Studi ginecologici: Attenta è l’osservazione di Trotula riguardo alle patologie ginecologiche: esse vengono individuate e analizzate sia sulla base delle ipotesi dell’epoca, sia sulla base della conformazione fisica della donna e della sua alimentazione.
    Sulle cause della sterilità, Trotula afferma che esse possono risiedere sia nell’uomo che nella donna, fatto senza precedenti, e inoltre, essendo l’utero legato al cervello, è inevitabile che essi soffrano insieme compartecipando al dolore. La diagnosi differenziale sulle origini della sterilità va condotta sull’esame dell’urina posta al deterioramento con la crusca.
    Trotula propone anche adeguati consigli per il concepimento di un maschio o di una femmina o anche per un naturale rimedio anticoncezionale grazie a una pietra detta gagate.
  • Studi ostetrici: Particolare attenzione meritano le nozioni di ostetricia offerte da Trotula: esse riguardano aspetti come la posizione del feto nell’utero, l’individuazione di segni di gravidanza, il regime delle donne gravide e della partoriente. Il momento del parto però è quello che assume un valore fondamentale: oltre a riporre fiducia nella benevolenza di Dio, è necessario, secondo Trotula, creare un’atmosfera serena, lenta e rispettosa del pudore della donna, per cui coloro che assistono al parto devono evitare di guardare la partoriente in volto. Una volta nato, il bambino merita cure e attenzioni dirette a proteggerlo da stimoli sensoriali eccessivi e mantenuto in ambienti caldi pieni di “cantilene e parole facili“. Alla puerpera vengono prescritti bagni, dieta di cibi caldi, tranquillità e riposo. La nutrice deve avere un colorito luminoso misto di bianco e di rosso ed essere giovane e nutrita con cibi salutari. Trotula non trascura le possibili conseguenze di un parto difficile o mal condotto, né tutte le possibili evenienze della puerpera, dando prova nella sua attenzione di un’ampia e moderna conoscenza della materia.
  • Studi pediatrici: Gli studi di tipo pediatrico sono contenuti nell’ultima parte del testo, ritenuta un’opera a se stante e riguardano una serie di suggerimenti atti a ricostruire il benessere fisico e psichico della donna e del suo bambino.
    In questo trattato è contenuta la descrizione di alcuni metodi ed accorgimenti per preservare la salute del neonato e del bambino: si tratta di procedure comunemente eseguite all’epoca, supportate dall’esperienza.

De ornatu mulierum o Trotula minor

Questo lavoro di Trotula è dedicato alla cura estetica con ricette cosmetiche che riguardano la pelle, il sorriso, le labbra, le mani, l’alito, i capelli.
Il lavoro riporta 96 piante e derivati, 20 preparati di origine animale e derivati, 17 minerali e 6 preparati misti, per un totale di 63 ricette, in grado di ottenere altrettanti rimedi a scopo cosmetico e/o medicinale.
Tutti gli argomenti trattati non rappresentano per Trotula un aspetto frivolo della cura della donna perché la bellezza è il segno di un corpo sano e della sua armonia con l’universo: le erbe medicamentose, le pomate naturali, i bagni, i massaggi sono tutti metodi curativi utili a qualunque donna per vivere in maniera serena il rapporto con il proprio corpo e di conseguenza quello con la propria psiche.

La fama

Nel XIII secolo le idee e i trattamenti di Trotula erano conosciuti in tutta l’Europa e facevano già parte della tradizione popolare. I suoi scritti vennero utilizzati fino al XVI secolo come testi classici presso le Scuole di medicina più rinomate. Il Trotula Maior, in particolare, venne trascritto più volte nel corso del tempo subendo numerose modifiche; inoltre, come altri testi scritti da una donna, venne impropriamente attribuito ad autori di sesso maschile: a un anonimo, al marito o a un fantomatico medico di nome Trottus. Addirittura nel XIX secolo alcuni storici, tra cui il tedesco Karl Sudhoff, negarono la possibilità che una donna avesse potuto scrivere un’opera così importante e cancellarono la presenza di Trotula dalla storia della medicina. La sua esistenza fu però recuperata, con gli studi di fine Ottocento, dagli storici italiani per i quali l’autorità di Trotula e l’autenticità delle Mulieres Salernitanae sono sempre state incontestabili.

Da Donne nella scienza

Wislawa Szymborska

Wislawa Szymborska cresce in una famiglia con tradizioni patriottiche e insurrezionali, frequenta la scuola elementare delle migliori famiglie di Cracovia. Intorno ai dieci anni comincia ad andare al cinema e racconta la sua prima esperienza sentimentale in una poesia.
Nel 1935 viene iscritta al liceo delle Orsoline; cominciano allora i primi dubbi.
«Per un periodo sono stata molto credente. Adesso si sente dire che la perdita della fede ha aperto la strada al comunismo. Nel mio caso le due cose non hanno avuto niente in comune. La mia crisi religiosa non nasce dal sapere che il parroco va a letto con la perpetua. I miei dubbi sono di natura razionale. Non sono assolutamente d’accordo con l’opinione di Dostoevskij che se Dio non esistesse tutto sarebbe ammesso. E’ un pensiero ripugnante. Esiste un’etica laica, che è nata attraverso lunghi secoli e grandi sofferenze e che naturalmente deve molto al decalogo. La fede non dovrebbe essere concepita in modo dogmatico. Nessuno può dirsi completamente non credente».
Nel 1945 comincia a scrivere per l’inserto del quotidiano «Walka» e a frequentare i circoli letterari di Cracovia ed è in questo ambiente che inizia a comporre poesie con continuità. Debutta su un quotidiano cracoviense con la poesia Szukam slowa (Cerco la parola).
Nel 1948 abbandona la casa dell’infanzia, sposa Adam Wlodek, scrittore e fervente comunista, e si trasferisce con lui in una soffitta presso l’ostello dei letterati, un luogo dove passavano i più importanti scrittori del periodo. La sera con altri ospiti dell’ostello si improvvisano agoni poetici, giochi di parole che talvolta venivano pubblicati: i limeryck.
Nel 1951 si iscrive al partito comunista. Szymborska esordisce ufficialmente come poetessa nel 1952, con il suo primo volume di versi Dlatego zyjemy” (Per questo viviamo). È un debutto sotto il segno del realismo socialista e grazie a questo libro viene ammessa all’Unione degli scrittori.
La cautela oggi la contraddistingue, soprattutto per aver creduto al comunismo, per averne scritto, ed in un secondo tempo essersene allontanata, al punto che oggi tiene a mantenere il distacco da ogni schieramento, sia culturale che politico.
Nel 1954 divorzia dal marito con il quale rimarrà comunque in buoni rapporti fino alla sua morte. Sulla rivista «Vita letteraria», nella quale dal 1953 dirige il settore della poesia, debuttano quelli che diventeranno i migliori poeti polacchi della generazione del disgelo (Herbert, Bialoszewski, Harasymonwicz, Poswiatoska). Nella rivista appaiono suoi articoli sul primo maggio, sul nuovo anno, e una celebre recensione sulla mostra delle arti plastiche nella quale proponeva l’idea di far circolare negli appartamenti privati le opere d’arte, per incoraggiarne una fruizione individuale e condivisa anche presso la gente comune. Nel 1954 riceve il premio Città di Cracovia. Inizia un periodo di viaggi all’estero.
«Mi sono resa conto di quanto la mia vita sia priva di elementi drammatici. Come se avessi vissuto la vita di una farfalla, come se la vita mi avesse semplicemente accarezzato la testa. Questo è il mio ritratto. Ma sono veramente io? Effettivamente nella vita sono stata fortunata, anche se non sono mancati morti e numerose disillusioni. Ma dei fatti personali non voglio parlare. Allo stesso modo non amo che lo facciano altri. Dopo la mia morte sarà tutta un’altra cosa». Nel 1957 grazie ad una borsa di studio del Ministero della Cultura, Szymborska va a Parigi e si reca nella redazione della rivista letteraria dell’emigrazione polacca «Kultura». Aveva appena pubblicato la sua terza raccolta di poesie Wolanie do Yeti(Appello allo Yeti) che aprivano una nuova stagione della letteratura polacca all’insegna del disgelo e che a tutt’oggi viene da lei considerata il suo vero debutto letterario.
Nel 1960 la rivista «Vita Letteraria» inaugura una nuova rubrica Posta Letteraria nella quale Szymborska commenta i manoscritti di aspiranti scrittori e risponde ai quesiti più bizzarri. È un ruolo poco confacente alla sua natura discreta, ma di fatto deve scegliere quale poesie pubblicare e quali no. Negli anni Settanta abbandona questo compito dichiarando che dopo molti anni le capitava di sognarsi poeti che si presentavano con valigie piene di sonetti.
Dai primi anni Sessanta inizia un’intensa attività di traduttrice dal francese. Nel frattempo insegna, pubblica alcuni libri tradotti dal ceco e dallo slovacco, abbandona l’ostello di via Krupnicza e si trasferisce in un piccolo appartamento, da lei definito “il cassetto”: è così piccolo che i mobili vengono fatti su misura. Ma per la prima volta dispone di un appartamento tutto suo con bagno privato e riscaldamento centralizzato.
In questi anni le sue poesie mostrano sempre maggior freddezza nei confronti della realtà politica del suo Paese, e un’ottica diversa: «Ho sempre guardato a tutta la sfera terrestre con la sensazione che ancora in altre parti del mondo si svolgono fatti terribili. Ma dopo una crisi profonda negli anni ’50 ho capito che la politica non è il mio elemento. Ho conosciuto gente molto intelligente per la quale tutta la vita intellettuale consisteva nel mediare su quello che aveva detto Gomulka ieri e oggi Gierek. Un’intera vita chiusa in un orizzonte così terribilmente ristretto. Così mi sono sforzata a scrivere versi che potessero superare questo orizzonte. Non mancano in essi le esperienze polacche. Se ad esempio fossi una poetessa olandese, la maggior parte dei miei versi non sarebbero stati scritti. Ma alcuni sarebbero stati scritti ugualmente, indipendentemente dal luogo dove sarei vissuta. Questa è una cosa importante secondo me». Nel 1966, come segno di solidarietà in occasione dell’espulsione del filosofo Leszek Kolakowski, restituisce la tessera al partito comunista. È un passo decisivo che mette a rischio il suo posto di lavoro. Le viene affidata una piccola rubrica di recensioni dal titolo Letture facoltative. Szymborska commenta così quel periodo: «È andata a finire bene. Ora non dovevo passare ore e ore in ufficio, non dovevo leggere chili di testi quasi tutti scadenti. Ora potevo scrivere quello che volevo».
In questo decennio la poetessa partecipa a molti incontri con i giovani nelle scuole, spesso in paesini di provincia. Non ama però le letture pubbliche o gli incontri con l’autore, è sempre alla ricerca della semplicità e della spontaneità: ha difficoltà a rispondere alle domande sulla sua poesia, non ama le dichiarazioni poetiche, né leggere i suoi versi prima della pubblicazione; non ha mai scritto saggi di critica letteraria né giudizi sui poeti, nemmeno amici, contemporanei.
«Ho sempre amato tanto la prosa. Sembra strano lo so, ma è così. Ho sempre letto più prosa e quando ho iniziato a voler scrivere, quando pensavo che avrei scritto, all’età di dodici, tredici anni, era per me inconcepibile la scrittura poetica. Dio ci scampi dalle poesie! – dicevo, scriverò enormi romanzi, in più volumi, grassi, voluminosi, intere biblioteche di romanzi!»
Negli anni Ottanta non si iscrive a Solidarnosc: «perché non ho sentimenti collettivi. Non mi vedo in alcun raggruppamento. Forse a causa della lezione che avevo ricevuto, non potevo più appartenere ad alcun gruppo. Posso solo simpatizzare. L’appartenenza per uno scrittore è solo un problema. Lo scrittore deve avere delle sue convinzioni e vivere in modo coerente».
Quando nel 1983 viene sciolta l’Unione dei letterati polacchi, gli scrittori continuano ad incontrarsi in clandestinità in circoli organizzati dalla Szymborska e dal filosofo Filipowicz, divenuto suo compagno. Nel 1988 viene ammessa nell’organizzazione internazionale degli scrittori PEN-Club prendendo parte all’incontro mondiale svoltosi a Varsavia. Nel 1991 viene assegnato alla poetessa il premio Goethe grazie soprattutto all’opera divulgativa del suo amico e traduttore tedesco Karl Dedecius. Alcune sue poesie vengono inserite nei manuali scolastici tedeschi. Riceverà anche la laurea honoris causadell’Università di Poznan e il premio Herder. Occasionalmente interviene nel dibattito pubblico, firmando una petizione nel 1992 in difesa dei servizi pubblici e contro il progetto di legge che prevedeva la penalizzazione dell’aborto, provocando grande disapprovazione nell’opinione pubblica cattolica; firma una lettera contro la soppressione da parte del Ministero della Cultura del gruppo letterario Adam Mickiewicz; firma un appello per la Cecenia; firma un’altra petizione per bloccare il tasso dell’IVA a zero: «Quando lo scopo è degno, puro, umanitario, con piacere. Peggio se si intuisce che l’obiettivo è propagandistico-politico. Allora lo evito».
I riconoscimenti alla poetessa nel corso degli anni si moltiplicano fino al Nobel nel 1996.
Dopo il Nobel viaggia ancora meno, si reca con Milosz a Francoforte per la Fiera internazionale del libro. Per molti anni pubblica con l’editore e poeta Kriniczi, per la casa editrice W.a5, sarà lui a raccogliere il grande successo del Nobel.
Le sue poesie erano già tradotte a partire dagli anni Cinquanta, e prima del Nobel era pubblicata in 36 lingue. In Italia era presente dal 1961. Alcune sue poesie vengono musicate in Svezia, in Polonia, in Italia.
Nelle motivazioni della scelta degli accademici svedesi si afferma che Szymborska «è autrice di una poesia che, con una precisione ironica, permette al contesto storico e biologico di manifestarsi in frammenti di verità umana. Si rivolge al lettore combinando in modo sorprendente lo spirito, la ricchezza inventiva e l’empatia, ciò che fa pensare talvolta al secolo dei Lumi, talvolta al Barocco».
Dopo un lungo silenzio, nel 2002 esce un volume di nuove poesie, Momento, a questo segue nel 2003 un insolito volumetto di Limeryk, Moskalisk, Lepiej Odwodki, Altruitk, una serie di composizioni in rima e sfottò sulle consuetudini polacche, generi alimentari, alcolici, argomenti sui quali fin da giovane la poetessa si diverte a scrivere. Il volume è il concentrato del kitsch, con grandi spazi illustrativi consistenti in collage creati dalla poetessa. L’ultima pubblicazione di poesie è del 2006 con il titolo Due punti.
«Il poeta odierno è scettico e diffidente anche – e soprattutto – nei confronti di se stesso. Malvolentieri dichiara in pubblico di essere poeta – quasi se ne vergognasse un po’. Ma nella nostra epoca chiassosa è molto più facile ammettere i propri difetti, se si presentano bene, e molto difficile le proprie qualità, perché sono più nascoste, e noi stessi non ne siamo convinti fino in fondo…»

Dall’Enciclopedia Delle Donne

Lee Krasner

Grande pittrice, pioniera dell’espressionismo astratto, donna coraggiosa, artista visionaria. Lee Krasner è stata tutto questo, eppure viene regolarmente relegata al ruolo limitante di moglie di Jackson Pollock. Una retrospettiva al Barbican, la prima in Europa da oltre mezzo secolo, punta ora a far uscire la Krasner dall’ingombrante ombra del marito e darle il ruolo da protagonista che si merita.
“Lee Krasner: Living Colour” riunisce 100 opere, gran parte delle quali da collezioni private e mai viste prima in Europa, ripercorrendo in ordine cronologico l’iter dell’artista.

Nata a Brooklyn in una famiglia di ebrei ortodossi esuli dall’Ucraina, a 14 anni aveva deciso che sarebbe stata un’artista. Cambiato nome da Lena al più androgino Lee, era riuscita a entrare nelle migliori accademie di New York. Le prime opere, autoritratti e disegni mostrano la sua mano felice e la sua capacità di sperimentare.
Il suo insegnante di disegno come “complimento” le aveva detto che le sue opere erano “talmente belle che non si direbbe che sono state fatte da una donna”. Quando Krasner e Pollock si erano conosciuti e innamorati a New York nel 1941 lei era già un’artista affermata, ammirata da Piet Mondrian per il “ritmo” delle sue composizioni.

Dopo il matrimonio Pollock diventò sempre più famoso e tormentato, entrando nella spirale autodistruttiva che lo avrebbe portato a una morte prematura. Mentre il marito creava i suoi celebri quadri nel grande studio, lei dipingeva piccole, intense tele in camera o in salotto. Quando nel 1951 una sua mostra era stata un insuccesso e non aveva venduto nessun quadro, aveva strappato i disegni e tagliato le tele e poi le aveva ricomposte creando collage dinamici. Per tutta la vita è tornata a esaminare e a volte distruggere le opere del passato per poi incorporarle in nuovi quadri, dando loro nuova vita e significato.

Lee Krasner al Barbican di Londra

Nel 1956 la Krasner era partita da sola per un viaggio in Francia. A Parigi aveva ricevuto la telefonata con la notizia che Pollock, ubriaco al volante, era morto schiantando l’auto contro un albero. Diventata vedova, stremata dal dolore e dal rimpianto, restava un’artista. A chi le chiese come avesse fatto a tornare nello studio a dipingere così presto, rispose che dipingere per lei era vivere: “Sono viva, quindi dipingo”.

Soffrendo di insonnia, all’inizio ha lavorato nello studio che era del marito solo di notte, dipingendo opere in bianco, nero, ocra e grigio. Privata della luce naturale e del paesaggio, ha guardato dentro invece che fuori, concentrandosi sulle sue sensazioni e creando “da un posto molto buio”. 
Superati gli anni del dolore più intenso il senso di libertà, forse liberazione, della Krasner è visibile nella seconda parte della mostra, gli anni dopo Pollock: quadri spesso giganteschi, pieni di vitalità e movimento, saturi di colore, dinamici e con un ritmo quasi musicale. Lei l’ha definita la sua palingenesi: “Sono emersa di nuovo verso la vita e il colore. Il colore è la vita”. Le tele sembrano cantare uno straordinario inno alla vita. Il termine espressionismo astratto avrebbe potuto essere inventato per lei.
Nell’ultima sala della mostra c’è un video di interviste con la Krasner ormai anziana, che sintetizza così la sua vita: “Ero una donna, ebrea, vedova, una pittrice maledettamente brava, se non vi dispiace, e un po’ troppo indipendente”. La mostra del Barbican è una trionfale riscoperta di una grande artista.

Jane Birkin

La donna simbolo della bellezza Libera da regole e convenzioni.

La sua Je t’aime …moi non plus é la canzone più erotica di sempre.

Je t’aime, je t’aime
Oh oui, je t’aime
Moi non plus
Oh, mon amour
Comme la vague irrésolue
Je vais, je vais et je viens
Entre tes reins
Je vais et je viens
Entre tes reins
Et je me retiens
Je t’aime, je t’aime
Oh oui, je t’aime
Moi non plus
Oh, mon amour
Tu es la vague, moi l’île nue
Tu vas, tu vas et tu viens
Entre mes reins
Tu vas et tu viens
Entre mes reins
Et je te rejoins
Je t’aime, je t’aime
Oh oui, je t’aime
Moi non plus
Oh, mon amour
Comme une vague irrésolue
Je vais, je vais et je viens
Entre tes reins
Je vais et je viens
Entre tes reins
Je me retiens
Tu vas, tu vas et tu viens
Entre mes reins
Tu vas et tu viens
Entre mes reins
Et je te rejoins
Je t’aime, je t’aime
Oh oui, je t’aime
Moi non plus
Oh, mon amour
L’amour physique est sans issue
Je vais, je vais et je viens
Entre tes reins
Je vais et je viens
Je me retiens
Non, maintenant
Viens

Albert: il peggior marito che una donna potesse avere

“Quello che è capitato a Mileva Maric è successo a tantissime donne in quegli anni, erano le regole”, dicono dal Politecnico di Zurigo. “E Albert Einstein è stato il peggior marito che una donna, perdippiù con ambizioni da scienziata, potesse avere”, aggiungono.

A questa conclusione li faccio arrivare dopo una lunghissima telefonata, che è avvenuta il giorno seguente la loro risposta per email alla mia domanda di attribuzione postuma di una laurea a Mileva Maric (domanda avvenuta quattro mesi prima). Ma faccio un passo indietro, e riepilogo tutto, per maggior chiarezza.
 

Primavera 2019: a Schio (in provincia di Vicenza) racconto la vita di Mileva Maric nell’aula magna di una scuola; alla fine del monologo, una ragazza di quarta liceo (Arianna) alza la mano: mi chiede pubblicamente di fare un tentativo, di portare la domanda di attribuzione di una laurea postuma a Mileva Maric al Politecnico di Zurigo, e aggiunge: “Perché non è giusto che le cose siano andate così, e comunque ora possiamo rimediare. Noi non ne possiamo più di sentire storie di donne che finiscono male”.

Io avevo detto loro che il mese successivo sarei andata a Zurigo a fare lo spettacolo, e così loro hanno pensato che sarebbe stata la giusta occasione per aprire un conto sospeso con il passato, e fare giustizia, visto che i tempi oggi sono cambiati. Avevano ragione, le richieste dei ragazzi vanno prese sempre molto seriamente. E così ho fatto.
 
Estate 2019: il quotidiano Tages Anzeiger viene a sapere della storia e mi fa un’intervista. Il 13 luglio 2019 l’intervista esce sul quotidiano Tages Anzeiger, a tutta pagina, in lingua tedesca, il titolo è la mia proposta di attribuzione di una laurea postuma a Mileva Maric. Il giorno stesso pubblico per il sito di Repubblica tutta la storia, e riporto per intero la risposta interlocutoria che il Politecnico di Zurigo nel frattempo mi ha dato, in cui scrivono che la mia proposta è in fase di dibattito, e presto me ne daranno un’altra definitiva.
 
Questo articolo in pochissimo tempo fa letteralmente il giro di tutto il mondo, le condivisioni sono migliaia, e iniziano ad arrivare appoggi e sostegno dai media internazionali. Con la conferma che Mileva Maric rappresenta realmente, per tutti, il simbolo maximo dell’ingiustizia vissuta dalle donne del XX secolo e indietro. Alle donne di quei tempi non era permesso frequentare la maggior parte delle facoltà scientifiche, e se glielo permettevano potevano seguire le lezioni solo come uditrici, non potevano fare esami. Alcune di queste, non potevano entrare dalla porta principale, ma potevano accedere alla facoltà da quella secondaria. Le donne di quegli anni non potevano firmare articoli, solo siglarli semmai. E via così.

In particolare, per sapere chi è nel dettaglio Mileva Maric rimando ad un articolo scritto per l’allegato delle Scienze di Repubblica.
 
Ma torniamo alla nostra storia, seguitemi che si fa interessante. Dopo quattro mesi dalla domanda (e due e mezzo dalla prima risposta interlocutoria), arriva la loro risposta defintiva per email (30 ottobre 2019). Una risposta molto strana, in cui sembrano quasi dirmi che vorrebbero dare la laurea a Mileva ma non possono, e così decido di chiamarli.
 
La risposta che mi scrivono la riassumo qui: “Abbiamo discusso la sua proposta di conferire a Mileva Maric una laurea postuma ad honorem. Ma Mileva Maric purtroppo non ha superato l’esame al suo secondo ed ultimo tentativo, e quindi secondo le regole in vigore all’epoca, doveva lasciare la scuola. In seguito, non ha lavorato nel suo campo di studi. Crediamo che il successo intellettuale di Mileva Maric debba essere apprezzato nel contesto scientifico e sociale del suo tempo, dalla comunità scientifica e dagli storici scientifici. Noi attualmente abbiamo una sola procedura per attribuire dottorati postumi: la procedura prevede che tutta la commissione scientifica sia d’accordo, non uno escluso, che passi al vaglio di un’altra commissione giudicante esterna, e che poi la persona venga alla cerimonia annuale per ritirare il diploma: capisce quindi che non è possibile farlo”. Firmato la Rettrice del Politecnico di Zurigo, che parlava anche a nome del Presidente. 
 
Dunque. All’Eth (Politecnico di Zurigo) nel 1896 Mileva di iscrive, perché era una delle poche facoltà che ammettevano le donne, e davano il titolo di laurea. Ma non dava il titolo di dottorato (tant’è che Einstein dopo la laurea lo ha conseguito da un’altra parte, il dottorato). Dopo il primo anno, Mileva decide di andare all’Università di Heidelberg, in Germania, dove le donne non potevano neanche iscriversi regolarmente come studenti, ma solo come uditrici, va lì perché Heidelberg rappresentava il non-plus ultra per la fisica. 

Segue per un semestre i corsi, chiede di essere ammessa agli esami, come gli altri studenti, ma le dicono che Heidelberg non dà lauree alle donne, e le consigliano di ritornarsene a Zurigo. 

Torna a Zurigo, riprende i corsi lasciati indietro, si mette in pari, e recupera le lezioni perse, fa gli esami, ma all’ultimo anno viene bocciata. Si iscrive lo stesso come ripetente per l’ultimo anno (con inizio 1901), perché vuole conseguire la laurea, ma rimane incinta (aprile 1901). Siccome la regola è che si possono fare solo due tentativi di esame finale, poi si diventa ex-matricolation, Mileva è costretta così a finire gli studi. 
 
La questione è fumosa, esattamente come in tutte le situazioni in cui una donna è incinta, figuriamoci riferita a quegli anni. La risposta via email che hanno dato loro conferma solo i fatti che ho descritto sopra. E i fatti che riportano sono il motivo per cui ho fatto la domanda di attribuzione di una laurea postuma a Mileva Maric.
 
Intanto, l’università di Heidelberg pubblica sul loro sito ufficiale una bella ricostruzione della vicenda e c’è anche la carta di studi di Mileva, che conferma tutto quello che ho scritto sopra. 
 
Chiamo il giorno seguente la Rettrice, con lo spirito da cronista, per avere chiarezza sui punti oscuri dell’email che mi hanno mandato. 
 
La Rettrice in persona non risponde perché troppo impegnata, mentre parlo a lungo con il suo staff: erano tutti informati su chi fossi e sulla proposta, tant’è che dopo lunghi rimpalli sono riuscita a parlare con una delle persone del suo staff che ha partecipato alle discussioni di attribuzione della laurea postuma, e ha risposto alle mie domande. 

Dicono che hanno preso seriamente in considerazione l’idea di attribuire la laurea postuma a Mileva, per questo ci hanno messo diverso tempo per riunirsi, hanno selezionato esperti di fisica e i più grandi conoscitori di Einstein, e sono arrivati alla conclusione che non essendoci articoli o paper che dimostrano che Mileva aveva i requisiti per laurearsi non possono darle la laurea postuma (e grazie! alle donne non facevano firmare articoli, a quei tempi).

E anche dopo il secondo tentativo di passare l’esame (quando era incinta, con relazione illegittima) sottolineano che poi non hanno più trovato traccia delle sue conoscenze di fisica (e certo, ha avuto una figlia da una relazione illegittima, e la figlia ha avuto nei primi mesi la tubercolosi, ed è morta neanche ad un anno di vita, poi si è spostata con Einstein, e poi ha avuto altri due figli).

Il secondo motivo è che non esiste una trafila che possa darle una laurea, “certo potremmo inventarla, ma non è usuale: le regole ora sono che dopo aver avuto il sì unanime di tutti quelli della commissione, nessuno escluso, la persona premiata deve presentarsi alla festa di fine anno e in questo caso la cosa è irrealizzabile, no?”. 

In conclusione mi dicono: “Proviamo sympathy (compassione) per Mileva, ma ha avuto il peggior marito che una donna possa avere. Einstein ha ostacolato il percorso di Mileva nella scienza”. E hanno aggiunto a più riprese il concetto del “capitava spesso in quegli anni alle donne; quello che è successo a Mileva è successo a tante donne” (e certo! è il motivo per cui ho fatto la domanda!).

Insomma, il colpevole è Einstein, secondo loro. Secondo me, il gesto simbolico (da creare apposta per lei) avrebbe chiuso la questione, e dato speranza alle nuove generazioni, alle ragazze che oggi vorrebbero studiare fisica. La musica, il cinema, le arti ci stanno dicendo altro. Mentre la scienza europea è ancora ferma ad oltre un secolo fa. Eppure, ci voleva davvero poco.

Di Gabriella Greison

Hedy Lamarr

La diva viennese Hedy Lamarr non fu un’attrice qualsiasi: oltre a diversi film, sei mariti e numerosi amanti, brevettò un’invenzione a scopo militare, oggi utilizzata per la telefonia mobile

Hedy Lamarr (1914-2000) a 35 anni. L’attrice, nota per aver interpretato il primo nudo integrale del cinema, brevettò anche una geniale invenzione.  | 
Fu un’anima perdente. Senza identità né amore. Indossava la maschera di una dea. Un volto che maledisse e che, a suo dire, le portò “tragedia e mal di cuore”, e che calamitò “sei sfortunati compagni di matrimonio”. Eppure Hedwig Kiesler, la viennese di origine ebraica che il premio Pulitzer George Weller definì nel 1931 “la più bella ragazza del mondo”, fu un’intelligente manager di se stessa e un’innovativa provocatrice del grande schermo, che ben poco si fece mancare e molto restituì a un velenoso destino.

Ribattezzata Hedy Lamarr dal guru hollywoodiano Louis B. Mayer (non senza un gusto sottilmente macabro, visto che il richiamo era alla diva del muto Barbara La Marr, morta trentenne di eroina) la vita dell’attrice austriaca fu un amaro corto­circuito emotivo, un tortuoso labirinto snodatosi per oltre 80 anni tra finzione e realtà, senza che vi fosse mai un confine tra l’una e l’altra. Quando un giornalista, nel 1946, le chiese con un pizzico di malizia per quale ragione non ci fossero le sue impronte davanti al Teatro Cinese di Los Angeles, su quell’Hollywood Boulevard che reca le orme delle celebrità dello spettacolo, lei rispose laconica: «Vengo calpestata abbastanza anche senza stare sul marciapiede»

BAMBINA PRODIGIO. Hedwig era nata a Vienna il 9 novembre 1914. I genitori, entrambi ebrei, provenivano dall’alta borghesia e con la figlia mantennero una condotta tipicamente ottocentesca: scarse attenzioni e un’educazione affidata, come consuetudine, a uno stuolo di governanti.

Nonostante i momenti di tenerezza rievocati nella travagliata autobiografia, i rapporti con la famiglia non furono mai facili: fino all’ultimo dei suoi giorni Hedwig avrebbe evitato di ammettere le proprie radici religiose. «In molte interviste parlò dei genitori come di persone poco affettuose» nota la storica irlandese Ruth Barton nel suo libro Hedy Lamarr, la vita e le invenzioni della donna più bella della storia del cinema (Castelvecchi).

Era una bambina brillante, la futura star. Imparò a disegnare (passione che non avrebbe mai abbandonato) e a cavarsela con le lingue. Attratta dal teatro, trascorreva i pomeriggi a recitare fiabe per un pubblico immaginario. A 12 anni eluse la sorveglianza e partecipò a un concorso di bellezza: incantò la giuria e se ne tornò a casa con il premio più ambito (scatenando l’ira di mamma Gertrud). L’anno dopo vide per la prima volta un film sul grande schermo: Metropolis, di Fritz Lang. In questo periodo cominciò a circondarsi di ragazzi e, a mano a mano, ad appassionarsi al sesso (non respingendo digressioni lesbiche).

Nel 1929, in piena crisi economica, si iscrisse a un corso di recitazione e una mattina, marinando la scuola, s’intrufolò negli studi della Sascha Film, dove convinse gli sceneggiatori a farsi dare una particina.

TESTARDA. I genitori di Hedwig acconsentirono con riluttanza, certi comunque che quell’esperienza non avrebbe avuto seguito. Si sbagliavano: la ragazzina, che all’epoca aveva solo 15 anni, emancipata e testarda, cominciò la sua carriera. Dopo un paio di anni recitava nei panni di una segretaria nel film La signora dei fiori e, nonostante il ruolo periferico, i suoi occhi verdi “graziosi come un dipinto”, non sfuggirono al critico del periodico tedesco Lichtbild-Bühne. Ma fu soprattutto l’incontro a Vienna con Max Reinhardt, uno dei più celebri drammaturghi dell’epoca, a farla uscire dall’anonimato.

L’attrice nel 1938. | 

L’uomo stava lavorando a una commedia di Édouard Bourdet (Il sesso debole) ed era a caccia di talenti, così Hedwig ottenne una parte piccola ma bella. Con Reinhardt affinò le sue tecniche di recitazione e l’uomo «le insegnò le canzoni americane che il suo personaggio avrebbe dovuto interpretare» racconta il giornalista Edoardo Segantini, che ha di recente pubblicato il libro Hedy Lamarr, la donna gatto(Rubbettino).

La commedia Il sesso debolevenne rappresentata per un mese, riscuotendo un «enorme successo». Hedwig (ma già allora lei preferiva il diminutivo Hedy) si rese conto che per sfondare si sarebbe dovuta trasferire a Berlino, il centro di gravità della comunità artistica dell’epoca. Fece i bagagli e partì.

Nella metropoli tedesca ebbe modo di frequentare personaggi di spicco e di farsi conoscere grazie anche alla partecipazione ad altri due film. Finalmente il mondo cominciò ad accorgersi di lei: il quotidiano New York Times parlò di “un’affascinante nuova attrice austriaca”. Tornata a Vienna, nel 1932 accadde l’episodio che segnò la sua carriera rendendola molto nota: fu scritturata per Estasi, di Gustav Machaty. Il film fece scandalo: la giovane Hedy interpretò il primo nudo integrale della Storia (mentre correva in un bosco e nuotava in un laghetto) e recitò la prima estasi erotica davanti a una macchina da presa.

Nella pellicola si vede ben poco: la scena del lago dura pochi istanti e il finto orgasmo solo il tempo di una smorfia di fastidio causata da una puntura di spillo: “Ricordo una puntura particolarmente dolorosa” raccontò Hedy, e fu allora che “la telecamera fece un primo piano della mia faccia distorta in un’autentica agonia”

TRAUMA IN FAMIGLIA. Estasi, su cui si scagliò la censura, fu un evento per i media e un vero trauma per i genitori di Hedwig: germogliarono indiscrezioni e leggende, compresa quella secondo cui il sesso tra gli attori non fosse stato propriamente una recita.

Non ancora ventenne, ormai famosa, nel 1933 Hedy sposò il mercante d’armi Fritz Mandl, ma si ritrovò prigioniera in una gabbia dorata: “Mandl” annoterà “non mi aveva sposata, mi aveva semplicemente aggiunto alla sua collezione”.

Travestita da cameriera, e con le tasche piene di gioielli, l’attrice scappò e nel 1937 ottenne il divorzio (come successe con i successivi cinque mariti). Raggiunta Londra, venne avvicinata da uno degli agenti di Louis Mayer, di passaggio in Europa: il capo della Mgm, la casa cinematografica del leone ruggente, la voleva conoscere. I due s’incontrarono, ma non fu un idillio: Mayer, che aveva il fiuto di un cane da tartufo, la rimproverò per quel “sedere nudo” visto in Estasi. Tuttavia, dopo una lunga trattativa, la ragazza austriaca strappò un contratto di 7 anni a 500 dollari la settimana. Non male come inizio. In cambio avrebbe dovuto imparare l’inglese e cambiare nome: da quel momento sarebbe stata Hedy Lamarr.

L’AMERICA MI ASPETTA. Trasferitasi a Los Angeles, Hedy iniziò a prendere confidenza con gli studios e a frequentare le maggiori star dell’epoca. Finché, nel 1938, l’attore Charles Boyer e il produttore Walter Wanger (che a 43 anni stava per lanciare il mitico Ombre rosse, il film capolavoro di John Ford) la scelsero per recitare in Un’americana nella casbah. Mayer “prestò” Hedy a Wanger e la pellicola sfondò. Lamarr, pratica e tenace negli affari, fu proiettata fra le stelle. Giunse a dire: “Se un uomo mi manda dei fiori, guardo sempre se tra i boccioli c’è un bracciale di diamanti. Se non c’è, non vedo l’utilità dei fiori”.

Partita dal nulla, aveva imparato a dirigere e a giocare d’anticipo. Ma, schiava della propria immagine, il piedistallo non le resse sotto i piedi. Senza patria né famiglia, Hedy era in cerca di un filo di certezza al quale aggrapparsi: le sue relazioni sentimentali non duravano che pochi mesi, la guerra la preoccupava e, nonostante i soldi non le mancassero (era una delle attrici più pagate d’America), non poteva dirsi felice. Il successivo film fu un totale fiasco. Finì in analisi e non ne uscì più. Adottò un bimbo (che poi, per una banale lite, cacciò di casa) e ne ebbe due dal matrimonio con l’attore inglese John Loder.

ATTRICE E SCIENZIATA. Mentre continuava a girare una pellicola dopo l’altra, negli anni del conflitto Hedy s’impegnò a raccogliere fondi per sostenere gli Usa: in una sola sera, dispensando baci, racimolò 7 milioni di dollari. Nel 1940 era entrata in contatto con il musicista di origini prussiane George Antheil, che si occupava di strumenti musicali comandati automaticamente. Durante una cena, scrive Segantini, Hedy confidò a George “di sapere molte cose a proposito di munizioni, questioni militari e armi segrete”: era il prologo di uno dei passaggi più ambigui della sua vita.

Non c’è modo di sapere, prosegue il giornalista, se Hedy avesse trafugato progetti e documenti all’ex marito Fritz Mandl, ma l’esponente socialista Hans Janitschek se ne disse convinto e ipotizzò addirittura che la sua fuga da Vienna fosse stata favorita dai servizi inglesi. Lamarr raccontò ad Antheil di una propria idea e insieme cominciarono a lavorarci: si trattava di un sistema, chiamato Secret communication system, per guidare via radio i siluri, evitando che venissero individuati. Hedy sapeva bene che quello era uno dei grandi problemi della guerra navale, circostanza piuttosto insolita per un’attrice di 26 anni senza alcuna formazione scientifica.

Eppure i due non impiegarono che pochi mesi per giungere a una soluzione: «Servendosi dei rotoli di carta perforati dei pianoforti meccanici, Lamarr e Antheil misero a punto un’apparecchiatura in grado di modificare di continuo le frequenze radio (frequency hopping) rendendole di fatto non intercettabili» spiega Segantini. L’invenzione fu brevettata nel 1942 con l’aiuto del fisico Samuel Stuart McKeown, del California institute of technology, ma la Marina Usa la giudicò non utilizzabile in pratica. Per l’attrice, che abbandonò il progetto, fu un pugno dolente: non immaginava che alcuni decenni più tardi, su quel concetto, si sarebbe basata la tecnologia delle moderne telecomunicazioni (vedi approfondimento qui sotto. «Hedy e George» precisa la ricercatrice Usa An Pham «non ne avrebbero mai ricavato un centesimo».

SUL VIALE DEL TRAMONTO.
Invenzione Geniale

Nota in tutto il mondo come attrice, Hedy Lamarr fu anche una geniale inventrice. Nel 1942, insieme con il musicista George ­Antheil, brevettò il Secret communication system, un metodo antintercettazione dei siluri radiocomandati. Funzionava così: con un sistema simile ai rotoli di carta perforata usati allora per le pianole meccaniche, si cambiava di continuo la freqenza dei comandi radio per impedire che i nemici intercettassero i segnali.

Incompresa. All’epoca, la Marina Usa lo ritenne un sistema troppo ingombrante; ufficialmente non fu mai usato. Non è escluso che sulla decisione abbiano influito le frequentazioni dell’attrice con Mussolini e Hitler negli anni in cui era sposata con Mandl, anche se in realtà Lamarr era antinazista. Solo a partire dagli Anni ’50, in piena guerra fredda, il sistema fu usato all’insaputa dei suoi inventori per il monitoraggio radio dei sommergibili Urss.

Nei cellulari. Oggi il Secret communication system è ricordato per un’altra caratteristica: «Fu una prima, rudimentale, forma di spread spectrum, il principio alla base della telefonia mobile contemporanea» spiega lo studioso Edoardo Segantini. Durante una telefonata al cellulare, infatti, la frequenza varia di continuo, per consentire l’utilizzo della stessa gamma di frequenze a più utenti ed evitare nel contempo che la conversazione sia ascoltata da altri.

Premiati. Il brevetto è ormai scaduto da tempo, ma nel 1997 all’attrice e al musicista che lo avevano registrato fu conferito il premio Pioneer award assegnato agli inventori che hanno rivoluzionato il mondo dell’elettronica e della comunicazione. Hedy, che aveva 83 anni e viveva sola, dalla sua casa in Florida reagì con una battuta: “Era ora”.

SUL VIALE DEL TRAMONTO. Nel frattempo, sul set, le prestazioni dell’austriaca si rivelavano poco convincenti. «Lavorare con lei era difficile: era una donna ribelle e combattiva» dice Pham e, salvo eccezioni, i suoi film non intasavano i botteghini. Nel ruolo di protagonista in Sansone e Dalila (1949) di Cecil B. DeMille (per lo stratosferico cachet di centomila dollari), ritrovò uno sprazzo di celebrità: secondo la critica fu un polpettone inguardabile (“È l’unico film in cui le tette del protagonista maschile sono più grandi di quelle dell’attrice” disse Groucho Marx) ma alla gente piacque

Fu un’onda corta: Hedy era alla deriva, non era e non sarebbe mai stata la grande attrice che sognava di essere. Triste e stanca, nota Pham «si sottopose a interventi di chirurgia estetica che le avrebbero deturpato il viso». Qualche tempo dopo interpretò Giovanna d’Arco e il Los Angeles Times sentenziò: “Non riesce a esprimere calore neppure quando viene arsa viva”. Dopo aver mostrato alcuni segni di instabilità mentale, negli Anni ’50 abbandonò le scene.

Si appassionò al mondo della finanza, ma per due volte venne sorpresa a rubare in un supermercato. Quando poi nel 1966 uscì la sua autobiografia, L’estasi e io (in Italia edito da Sugar), curata da una coppia di scrittori, l’attrice sostenne che molti episodi citati nel libro erano stati inventati, alcuni esasperati (in particolare quelli legati al sesso) e altri ancora ignorati del tutto. Ma nonostante la causa da lei intentata contro l’editore, il volume fu pubblicato e il danno d’immagine fu enorme. Soltanto la vecchiaia le restituì un po’ di serenità, anche se accompagnata dalla nostalgia per Vienna. 

L’ULTIMO VIAGGIO. Il 18 gennaio 2000, Hedy si mise qualche goccia di profumo e andò a dormire. «Era come se presagisse l’inizio di un nuovo viaggio» dice Segantini. Il giorno dopo fu stroncata da un infarto. Lasciò più di tre milioni di dollari. Il suo agente Robert Lantz disse: “L’unico grande amore di Hedy Lamarr fu Hedy Lamarr”. 

Michele Scozzai

(Tratto da Focus)