Archivio mensilegennaio 2019

La Favorita: una lotta di potere al femminile

Nei primi anni del XVIII secolol’Inghilterra è in guerra contro la Francia, ma la vita a corte della Regina Anna, ultimo monarca Stuart, è frenetica e imprevedibile. In un mondo dissoluto di danze a corte gloriosamente moderne, intrighi e gelosie, si svolge una lotta di potere al femminile tra Sarah Churchill (Rachel Weisz) e Abigail Masham (Emma Stone), due giovani donne che cercano di conquistare la sovrana, malata e in sovrappeso. Lady Sarah aiuta la Regina a governare, consigliando di raddoppiare le tasse fondiarie per finanziare la guerra, in cui il marito sta collezionando numerose vittorie. Intelligente e determinata, ha potere decisionale ed è confidente e amante della sovrana, almeno fino a quando arriva Abigail, la cugina povera e invidiosa che prova a prendere il suo posto. La competizione tra le due è il cuore pulsante del film che diventa un’avventura tragicomica, in parte thriller psicologico, in parte thriller storico-politico, ma soprattutto un’ode malinconica all’amore sventato e alla perdita insondabile.

La Favorita non è un tradizionale dramma in costume, ma è un gioco deliziosamente contemporaneo tra l’assurdo, il sogno, l’incubo e una irresistibile malizia. I personaggi sono tutti fragili, ambigui e corruttibili, rendendo sfocato il confine tra giusto e sbagliato, tra bene e male. Lanthimos sfrutta l’arma del grandangolo e rende il film molto fisico: i personaggi cadono nel fango, vengono macchiati di sangue, vomitano e fanno sesso saffico e altre manifestazioni veracemente umane. La guerra si alterna a conflitti domestici con equilibrio strepitoso, grazie anche alla sceneggiatura di Deborah Davis e Tony McNamara. La fotografia di Robbie Ryan offre una visione pazzesca della vita all’interno del palazzo reale, come una realtà ermeticamente chiusa e scollegata dal tempo

Le interpretazioni del tridente rosa sono impeccabili, carismatiche e perfettamente in linea con la narrazione. Olivia Colman nei panni della Regina Anna, depressa, tormentata da pensieri suicidi e sofferente per la gotta che prende gradualmente possesso del suo corpo, dimostra tutto il tuo talento. La sua sovrana è volubile, instabile e fa i capricci come una bambina cresciuta con molte responsabilità. Rachel Weisz come Lady Sarah si prende cura di quest’ultima, studiando una precisa strategia per tirare acqua al suo mulino, grazie al suo fascino e al suo pragmatismo. Infine Emma Stone si dimostra all’altezza di un personaggio come Abigail che vive una completa evoluzione nel corso del film. Dapprima la conosciamo come una giovane donna timida e timorosa di un ambiente nuovo per lei, ma poi la ammiriamo mentre gioca le sue carte, fisiche e psicologiche, per occupare un posto nel mondo e ottenere il suo riscatto personale. Queste tre interpretazioni di indubbio impatto emotivo guidano La Favorita in un walzer coinvolgente di intrigo, lussuria e ironia.

Dal Web

Francesca Woodman

Una vita breve ma intensa, quella della fotografa americana Francesca Woodman. Quando si parla di lei, emerge da subito un dettaglio ritenuto imprescindibile per la comprensione della sua opera: la sua morte, avvenuta da suicida nel 1981, all’età di 22 anni.

Valutare l’opera di Woodman a partire da questo dettaglio biografico ne limiterebbe la comprensione. Le fotografie di Woodman sono rigorosamente incatenate alla necessità di fare piena esperienza del suo corpo e della sua stessa vita. L’evidenza più eclatante sta nella grande energia vitale della fotografa americana, il suo intenso dialogo con l’obiettivo si mostra in ognuna delle 800 – e più – immagini fotografiche scattate tra i 13 e i 22 anni.
Francesca Woodman fotografava spesso sé stessa: si autorappresentava  – «per una questione di praticità. Io sono sempre disponibile» – dichiarò poi. Ma anche per conoscersi, indagando la sua fisicità e il rapporto con il contesto, lasciandosi travolgere da un flusso di coscienza dove soggetto e oggetto stabiliscono una relazione fluida e indefinita. Luce, corpo e ambiente si contaminano a vicenda, descrivendo scenari surreali e mistici, esplorando nuove dimensioni spazio-temporali.

Woodman era nata nel 1958 a Denver, cresciuta tra gli impulsi visionari della pittura del padre George e la carica energica delle ceramiche colorate della madre Betty. Da bambina le capitava spesso di trascorrere le vacanze estive a Firenze, dove imparò a suonare il pianoforte e dove sarebbe tornata più tardi, a cavallo tra 1975 e 1979. Durante questo periodo aveva frequentato la Rhode Island School of Design (RISD), uno dei più importanti college di belle arti degli Stati Uniti.

Gli autoscatti del 1976 ritraggono il giovane corpo della Woodman, interamente nudo ma nascosto e confuso tra le ombre di un terreno desertico o tra le radici nodose di un albero cresciuto al ridosso di un fiume. L’intento della fotografa americana sembra essere animato dalla volontà di annullare la propria fisicità corporea, legittimando, invece, le più diverse forme espressive della sua anima. Liberata soltanto attraverso la mimesi con l’ambiente: siano il fango e la polvere di una natura genuina o la carta da parati di una borghesissima camera domestica.

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Francesca Woodman, From Fish series, Venise, Italie, 1978 © George and Betty Woodman fonte: i-d vice.com

L’Italia era sempre stata un punto di partenza stimolante per la fotografa americana, fu proprio durante quegli anni che entrò in contatto con l’atmosfera della Transavanguardia italiana. La nuova dimensione artistica poneva sul tavolo l’accettazione della crisi storica degli anni ’70, che aveva investito economia, cultura e morale, imponendo, di fatto, la necessità di un ridimensionamento nei confronti degli impulsi ottimistici propri delle precedenti Avanguardie storiche.

Nel 1978, in pieno clima di fermenti artistici e culturali, Woodman allestì la sua prima mostra fotografica a Roma, nella libreria-galleria Maldoror di Giuseppe Casetti, dove la fotografa americana ebbe modo di attingere al vasto archivio di volumi d’arte, antiche stampe e fotografie surrealiste allora inedite.
La capitale italiana fece da contorno anche alla serie Calendar Fish: un diario fotografico con i giorni dal 1 al 7 marzo simboleggiati da un numero progressivo di anguille.

Risale al 1981 la serie fotografica Some Disordered Interior Geometries (Alcune disordinate geometrie interiori). Una raccolta di visioni razionali che suggeriscono una chiave di lettura logica, quasi matematica, sul mondo. Le fotografie della serie furono organizzate in una struttura che ricorda un classico manuale scolastico di geometria.
L’intento della raccolta è quello di spiegare attraverso immagini concrete, alcuni concetti ideali.

La fotografia di Woodman è stata definita “demoniaca” e “queer”, il suo lavoro è stato spesso avvicinato al surrealismo – movimento che lei stessa dichiarò di aver osservato e amato – eppure esiste, nascosta dietro ogni singola immagine, una visione universale della condizione umana di quegli anni.
Francesca Woodman fotografava quasi sempre se stessa, ma le sue continue sperimentazioni la portarono al raggiungimento di un linguaggio generale. I lunghi tempi di esposizione permettevano di cancellare ogni traccia del suo volto, che è spesso in movimento, nascosto, girato. Sconosciuto.
Ognuno può rispecchiarsi in quelle immagini, penetrando in una visione leggera ed eterea, dove il corpo umano ha la consistenza della sua anima. Come quella di un angelo che si libera da terra sfidando le leggi gravitazionali ( come emerge dalla serie Angel, Roma, 1977).

 M’interessa come l’individuo si relaziona allo spazio… Ho iniziato a fare le foto

fantasma, le persone che svaniscono[…]

La ricerca di Woodman trovò la sua collocazione dentro i meccanismi dell’universo, che sanno essere tanto rigorosi quanto spasmodici. Una visione così irrazionale e lucida non poteva essere espressa che attraverso la fotografia. I riverberi della luce cadenzano la visione: nascondendone alcuni dettagli e concedendone altri. L’assenza insegue la presenza, assecondando una logica dove soltanto attraverso il vuoto possono essere spiegati i pieni. Gli orpelli e sovrastrutture del reale cadono, per favorire il ristabilimento di un equilibrio archetipo.

Io vorrei che le mie fotografie potessero ricondensare l’esperienza in piccole immagini complete, nelle quali tutto il mistero della paura o comunque ciò che rimane latente agli occhi dell’osservatore uscisse, come se derivasse dalla sua propria esperienza.
– F. Woodman

Giulia Buscemi

L’ho conosciuta, l’ho conosciuta

Ho avuto il privilegio di conoscerla Elisa Springer. Ero dirigente del Circolo Didattico” A. Pagano” di Nicotera quando il mio grande Collega Pino Neri La invitò nel suo Liceo dandomi il compito di porgerle il saluto della Scuola vibonese.

La vedo ancora inviarmi baci con le mani mentre io assolvevo il prestigioso incarico ricordando il suo splendido libro” Il silenzio dei vivi” che conoscevo quasi tutto a memoria.

Di Lei mi colpì in particolare la volontà di perdonare per ricominciare a vivere senza odio, rancore o spirito di vendetta. Grande Elisa, dallo sguardo profondo in cui perdersi.

“Quando mio figlio a scuola ha letto il Diario di Anna Frank, mi sono resa conto che lei e sua sorella erano nella mia stessa baracca a Bergen Belsen: abbiamo spesso parlato insieme, cercava ansiosamente almeno un mozzicone di matita per poter scrivere qualcosa su quello che ci stava succedendo; l’editore però volle togliere questo riferimento, perché non potevo fornire nessuna prova di aver conosciuto Anna Frank, e questo poteva inficiare la credibilità dell’intero libro. Ma poi mio figlio ha condotto un’accurata ricerca, ritrovando i documenti che provano la contemporaneità della nostra presenza nello stesso campo, anzi si è appurato che fummo trasferite da Auschwitz a Bergen Belsen sullo stesso convoglio». Elisa Springer

Una storia al femminile

Quella della liuteria cremonese è una storia che parla un linguaggio femminile. Sono le donne che a tutti i livelli dell’amministrazione e della società, attraverso la loro capacità di far rete pur restando concorrenti sul mercato, hanno appoggiato la nascita del Distretto culturale della liuteria raccogliendo attorno a un tavolo gli addetti del settore e amalgamando anime differenti tra loro. Da un lato ci sono le artigiane come Sibylle Fehr Borchard, Karina Abbuehl, Benedicte Friedmann, Barbara Piccinotti, Fiorella Anelli e il loro “saper fare” tramandato di generazione e in generazione fin dai padri della liuteria moderna come Stradivari e Amati, dall’altro lato le ricercatrici di due corsi universitari nelle discipline del restauro degli strumenti musicali e nell’ingegneria dell’acustica targati Università di Pavia e Politecnico di Milano.

Dal Web

Anna Frank

Anneliese Marie Frank, chiamata da tutti Anna, nacque a Francoforte sul Meno (Germania) il 12 giugno 1929. Il padre Otto Frank, proveniva da una famiglia molto agiata ed ebbe un’educazione di prim’ordine. Purtroppo gran parte del patrimonio familiare andò perduto, a causa dell’inflazione, durante la prima guerra mondiale, in cui combatté valorosamente. In seguito alle leggi razziali emanate da Hitler, nel 1933 la famiglia Frank si trasferì ad Amsterdam. Qui, il padre di Anna trovò lavoro come dirigente in un’importante azienda grazie al cognato. Anna è una ragazza vivace, arguta ed estroversa.

La situazione comincia a precipitare già a partire dal maggio del 1940. I nazisti invadono l’Olanda e, per gli ebrei, iniziarono tempi assai amari. Fra le tante vessazioni, sono costretti a cucire sugli abiti la stella giudaica, oltre ad essere privati di tutti i mezzi e beni propri. Anna e la sorella vengono iscritte al Liceo ebraico e, nonostante le restrizioni, continuano a condurre una vita sociale intensa, grazie soprattutto allo sforzo dei genitori, impegnati a non far pesare questo stato di cose. Tuttavia Otto, molto previdente, stava cercando un posto sicuro dove rifugiarsi, poiché numerose famiglie ebree, con il pretesto di essere spedite nei campi di lavoro in Germania, sparivano nel nulla e, sempre più insistenti, correvano voci sulla creazione, da parte dei nazisti, delle “camere a gas”.

Nel mese di luglio del 1942 una lettera gettò i Frank nel panico: era una convocazione per Margot, con l’ordine di presentarsi per un lavoro ad “est”. Non c’era più tempo da perdere: l’intera famiglia si trasferisce nel “rifugio” trovato da Otto, un appartamento proprio sopra gli uffici della ditta, nella Prinsengracht 263, il cui ingresso era nascosto da uno scaffale girevole, contenente alcuni schedari. A loro si aggiunsero altri rifugiati. Dal 5 luglio 1942 le due famiglie vissero recluse nell’alloggio segreto, senza mai vedere la piena luce del giorno per via dell’oscuramento alle finestre, l’unico pezzetto di cielo poteva essere intravisto dal lucernaio della soffitta, dove tenevano ammucchiati i viveri “a lunga scadenza”, come fagioli secchi e patate.

Il diario di Anna è una cronaca preziosissima di quei tragici due anni: una descrizione minuziosa delle vicissitudini di due famiglie costrette a convivere in pochi metri quadrati di spazio, i caratteri degli abitanti, le piccole manie di ognuno, gli scontri, le liti, gli scherzi, i malumori, le risate e, sopra di tutto, il costante terrore di essere scoperti: “…mi sono terribilmente spaventata, ebbi un solo pensiero, che stessero venendo, chi lo sai bene…” (1 ottobre 1942). Del resto le notizie che arrivavano dall’esterno erano spaventose: intere famiglie ebree, fra cui molti amici dei Frank e dei Van Daan, erano state arrestate e deportate nei campi di concentramento, da cui, correva voce, e le notizie ascoltate di nascosto alla BBC ne davano conferma.

Ma come trascorrevano le giornate di questi poveri reclusi? Sempre grazie al diario abbiamo una descrizione minuziosa di come si svolgeva un giornata-tipo. La mattina era uno dei momenti più difficili: dalle 8.30 alle 12.30, bisognava stare fermi e zitti per non far trapelare il minimo rumore al personale estraneo dell’ufficio sottostante, non camminare, bisbigliare solo per stretta necessità, non usare la toilette, ecc. Durante queste ore, con l’aiuto del padre di Anna, uomo colto e preparato, i ragazzi studiavano per non rimanere indietro nelle materie scolastiche. Anna detestava la matematica, la geometria, e l’algebra, mentre adorava la storia e le materie letterarie. Inoltre, seguiva un corso di stenografia per corrispondenza. Aveva poi i suoi interessi personali: la mitologia greca e romana, la storia dell’arte, studiava meticolosamente tutti gli alberi genealogici delle famiglie reali europee e nutriva una passione per il cinema, fino al punto di tappezzare le pareti della sua cameretta di foto delle star. 

Intanto nel mondo esterno le notizie erano sempre più tragiche, la polizia nazista, con l’aiuto dei collaborazionisti olandesi, compivano ogni sorta di razzie e di retate: un uomo tornava a casa dal lavoro o una donna dalla spesa e trovavano la casa deserta, ed i familiari scomparsi, i bambini tornavano a casa da scuola e non trovavano più i genitori, la casa sbarrata e rimanevano soli al mondo senza nemmeno sapere il perché, i beni delle persone scomparse, ebrei o loro parenti, erano confiscati dalle autorità tedesche. Anche coloro che aiutavano queste persone disperate, spesso alla forsennata ricerca di un luogo sicuro, ossia un nascondiglio (proprio come avevano fatto i Frank per tempo), correvano gravissimi pericoli, poiché la Gestapo aveva iniziato a praticare la tortura in maniera indiscriminata. L’Olanda versava in uno stato di povertà, procurarsi il necessario per vivere era diventato un’impresa per tutti: ci si arrangiava con la Borsanera. Inoltre i rifugiati, essendo “civilmente scomparsi” non avevano nemmeno diritto ai tagliandi annonari per ricevere i viveri razionati. Si arrangiavano dunque attraverso le conoscenze prebelliche e la distribuzione clandestina. Anna racconta che la dieta dei reclusi era basata su ortaggi (anche marci), fagioli ammuffiti, cavoli, rarissimi pezzetti di carne, e, soprattutto, patate. Pelare le patate occupava gran parte dei pomeriggi dei rifugiati. 

Al primo agosto risale l’ultima pagina del diario di Anna, poi più nulla. Venerdì 4 agosto 1944, durante una tranquilla mattina, che sembrava come tutte le altre, la polizia tedesca, guidata da Silberbauer, un collaborazionista olandese, fa irruzione nell’ufficio e nell’alloggio segreto, grazie ad una soffiata: tutti i rifugiati ed i loro soccorritori vengono arrestati. Si salvarono solo Elli Vossen, perché creduta estranea, Miep Gies grazie alle sue origini viennesi, il marito Henk che, in quel momento, era altrove. Fu proprio Miep Gies che si occupò di salvare il salvabile: nel disordine dell’irruzione nell’alloggio segreto tutto era gettato per terra, fu lì che trovò il diario di Anna, lo prese e lo conservò.

L’8 agosto i Frank ed i Van Daan furono trasferiti nel campo di Westerbork, nella regione della Drente (Olanda). Questo, era un campo di smistamento da cui, il 3 settembre 1944, partì l’ultimo convoglio di deportati per il campo di sterminio di Auschwitz (oggi Oswiecim, Polonia). Erano in tutto 1019 persone. Solo 200 chilometri li separavano, in linea d’area, dalle truppe alleate, che avevano occupato Bruxelles. Arrivarono ad Auschwitz il 6 ottobre e, nello stesso giorno, furono mandati nella camera a gas 550 dei nuovi sopraggiunti, fra cui tutti i bambini al di sotto dei quindici anni. Margot ed Anna furono colpite dalla scabbia e ricoverate in un reparto apposito, Edith Frank le seguì per non lasciarle sole. Rimase con loro fino al 28 ottobre, quando le due sorelle furono trasferite a Bergen Belsen (Hannover, Germania).

Edith rimase ad Auschwitz, ove, morì di denutrizione e di dolore il 6 gennaio 1945. Bergen Belsen, non era un campo di sterminio, ma di scambio, non esistevano camere a gas, per cui rimaneva ancora una speranza di salvezza sia per le due sorelle, sia per la signora Van Daan, trasferita insieme a loro. Nel mese di febbraio le Frank furono colpite dal tifo: una delle donne sopravvissute si ricorda di aver visto, in pieno inverno, che Anna, nelle allucinazioni provocate dalla febbre, aveva gettato via tutti i vestiti e si teneva stretta addosso solo una coperta delirando di alcune bestioline che le camminavano addosso, poi mormorava in maniera desolata: “…non ho più la mamma né il papà, non ho più niente…“. Malate, denutrite, le due ragazze si spegnevano ogni giorno di più. Margot morì per prima, quando fu trovata era ormai rigida, Anna resistette altri due giorni. Tre settimane più tardi le truppe Alleate inglesi liberarono il campo di prigionia.

L’unico sopravvissuto fu Otto che, appena liberato, tornò in Olanda, direttamente a casa dei fedeli Miep ed Henk. Sapeva già della morte della moglie, ma solo molto tempo dopo venne a sapere la sorte delle due figlie: aveva perso tutta la sua famiglia. 

Il diario di Anna fu pubblicato, con il permesso di Otto Frank, nel 1947, con il nome di “Het Achterhuis”, cioè il Retrocasa. Ancora oggi è possibile visitare l’alloggio segreto in Prinsengracht 263, che la Fondazione Anna Frank mantiene intatto, come allora.

Dal Web

Con nostro grande dolore…

Con nostro grande dolore e con grande indignazione abbiamo appreso che l’atteggiamento di molta gente di fronte a noialtri ebrei è molto cambiato. Abbiamo udito che l’antisemitismo è penetrato in ambienti dove prima non ci si pensava nemmeno. La causa di questo antisemitismo è comprensibile, talvolta è perfino umana, ma non è giusta. È triste, è molto triste che per l’ennesima volta si confermi il vecchio principio: “Se un cristiano compie una cattiva azione la responsabilità è soltanto sua; se un ebreo compie una cattiva azione, la colpa ricade su tutti gli ebrei”»

Anna Frank, dal suo “Diario”

Stili

La mamma le diceva: Arili, i bambini devono dormire. Hanno bisogno di sognare per crescere forti e tranquilli. lo non voglio sognare, se chiudo gli occhi vedo i tedeschi coi grandi stivali che vogliono farmi del I male. E poi ci sono gli urli e questi rumori terribili

Mimma Paulesu Quercioli, da “L’erba non cresceva ad Auschwitz”

Ci spogliavano della femminilità

Nel Lager ho sentito con molta forza il pudore violato, il disprezzo dei nazisti maschi verso donne umiliate. Non credo assolutamente che gli uomini provassero la stessa cosa.

Qualunque delinquente comune aveva diritto di vita e di morte su noi donne ebree, generatrici di un popolo odioso.

E tuttavia noi di questo, allora, non eravamo consapevoli.

Sapevamo la sopraffazione, la vergogna, la brutale umiliazione che ci spogliava della nostra umanità, e con essa anche della nostra femminilità.

Liliana Segre, deportata nel Lager femminile di Auschwitz-Birkenau all’età di tredici anni

100 donne contro vli stereotipi

Finiamola col dire “Non ci sono donne”, è una calunnia!

Donne competenti e valide ce ne sono e come ma non sono riconosciute. In Italia gli uomini sono molto più visibili sui media: 79% contro 21%.

Una mostra fotografica a Milano raccoglie i dati del progetto # 100 esperte per dare visibilità alle nostre ricercatrici eccellenti.

I ritratti sono di Gerard Bruneau.

Le donne vittime speciali

Vittime della persecuzione e dello sterminio nazisti furono sia gli uomini che le donne di etnia ebraica. Tuttavia, le donne – sia ebree che non-ebree – furono spesso soggette ad una persecuzione eccezionalmente brutale da parte del regime. L’ideologia nazista prese di mira anche le donne Rom (Zingare), quelle di nazionalità polacca e quelle che avevano difetti fisici o mentali e che vivevano negli istituti.

Interi campi, così come speciali aree all’interno di altri campi di concentramento, furono destinati specificatamente alle donne. Nel maggio del 1939, i Nazisti aprirono il più grande campo di concentramento esclusivamente femminile, quello di Ravensbrück, dove più di 100.000 donne vi furono incarcerate tra la sua apertura e il momento in cui le truppe sovietiche lo liberarono, nel 1945. Un campo femminile fu costituito anche ad Auschwitz-Birkenau nel 1942 (conosciuto anche come Auschwitz II), per incarcerare principalmente le donne; tra le prime ad esservi rinchiuse furono proprio prigioniere provenienti da Ravensbrück. Analogamente, una zona femminile venne creata a Bergen-Belsen nel 1944, dove le SS trasferirono migliaia di prigioniere ebree provenienti da Ravensbrück e Auschwitz. 

Né le donne né i bambini, ebrei come non-ebrei, vennero risparmiati dalle uccisioni di massa condotte dai Nazisti e dai loro collaboratori. L’ideologia nazista sosteneva la necessità di eliminare tutti gli Ebrei, senza differenza di età o di genere. Le SS tedesche, insieme alle autorità di polizia, si occuparono di mettere in pratica quella politica, chiamata in codice “Soluzione Finale”, fucilando in massa uomini e donne in centinaia di località dell’Unione Sovietica occupata. Durante le deportazioni, le donne in stato di gravidanza e le madri di bambini piccoli venivano generalmente catalogate come “inabili al lavoro” e venivano perciò trasferite nei campi di sterminio, dove gli addetti alla selezione le inserivano quasi sempre nei gruppi di prigionieri destinati a morire subito alle camere a gas.

Le donne ebree ortodosse accompagnate dai bambini erano particolarmente vulnerabili, siccome vestivano abiti tradizionali che le rendevano facilmente individuabili, anche durante le crudeli violenze dei pogrom. Inoltre, il gran numero di bambini che generalmente caratterizzava quelle famiglie ortodosse, rese le loro donne uno degli obiettivi principali dell’ideologia nazista.

Donne non appartenenti alla popolazione ebraica erano però altrettanto vulnerabili: i Nazisti condussero infatti operazioni di assassinio di massa di donne Rom anche nel campo di concentramento di Auschwitz; uccisero donne disabili nel corso delle operazioni denominate T-4 ed “Eutanasia”; infine, tra il 1943 e il 1944, in molti villaggi dell’Unione Sovietica, massacrarono donne e uomini considerati appartenenti a unità partigiane. 

Nei ghetti, così come nei campi di concentramento, i Nazisti selezionavano le donne per inviarle a lavori forzati che spesso ne causavano la morte. Inoltre, i medici e ricercatori nazisti spesso usarono donne ebree e Rom per esperimenti sulla sterilizzazione e per altre pratiche disumane di ricerca, contrarie a qualunque etica. Sia nei campi che nei ghetti, le donne erano particolarmente vulnerabili e soggette spesso sia a pestaggi che a stupri. Le donne ebree in gravidanza cercavano di nascondere il loro stato per non essere costrette ad abortire. Anche le donne deportate dalla Polonia e dall’Unione Sovietica per essere impiegate nei lavori forzati per il Reich, venivano spesso picchiate e violentate, o forzate a prestazioni sessuali in cambio di cibo o altri generi di conforto. La gravidanza fu l’ovvia conseguenza per molte donne polacche, sovietiche e yugoslave inviate ai lavori forzati e costrette a relazioni sessuali con i Tedeschi. Se i cosiddetti “esperti della razza” determinavano che il bambino non potesse essere “germanizzato”, le donne venivano generalmente obbligate ad abortire, o mandate a partorire in ospedali improvvisati, dove le condizioni avrebbero garantito la morte dei nascituri. Altre volte, invece, venivano semplicemente rispedite nelle regioni d’origine, senza cibo né assistenza medica.

Molte donne incarcerate nei campi di concentramento crearono gruppi di mutua assistenza che permettevano loro di sopravvivere grazie allo scambio di informazioni, di cibo e di vestiario. Spesso le donne appartenenti a questi gruppi provenivano dalla stessa città o dalla stessa provincia, avevano lo stesso livello di istruzione o condividevano legami familiari. Infine, altre donne furono in grado di salvarsi perché le SS le trasferirono nei reparti destinati al rammendo degli abiti, nelle cucine, nelle lavanderie o nei servizi di pulizia.

Le donne ebbero anche un ruolo importante in numerose operazioni della Resistenza, specialmente quelle appartenenti ai movimenti giovanili socialisti, comunisti e sionisti. In Polonia, le donne vennero impiegate come corrieri per portare informazioni nei ghetti; molte altre scapparono nei boschi della Polonia orientale e dell’Unione Sovietica, dove si unirono alle unità partigiane. Un ruolo importante assunsero anche molte appartenenti alla Resistenza francese (e ebraico-francese): Sophie Scholl, studentessa all’Università di Monaco di Baviera e membro dell’unità della Resistenza chiamata “Rosa Bianca”, venne arrestata e fucilata nel 1943 per aver distribuito volantini contro il Nazismo.

Alcune donne, come Haika Grosman, di Bialistok, furono leader o membri di organizzazioni della Resistenza nei campi di concentramento. Ad Auschwitz, cinque donne assegnate al reparto di Vistola per la lavorazione del metallo – Ella Gartner, Regina Safir, Estera Wajsblum, Roza Robota e, forse, Fejga Segal – fornirono la polvere da sparo con la quale membri di un’Unità Speciale Ebraica fecero saltare in aria una camera a gas, uccidendo molte guardie delle SS, nel corso della rivolta dell’ottobre 1944. 

Numerose donne furono anche attive nelle operazioni che vennero organizzate nell’Europa occupata per mettere in salvo gli Ebrei. Tra di loro ci furono la paracadutista ebrea Hannah Szenes e l’attivista sionista Gisi Fleischmann. Hannah Szenes fu paracadutata in Ungheria nel 1944, mentre Gisi Fleischmann, leader del Gruppo d’Azione (Pracovna Skupina) facente capo al Consiglio Ebraico di Bratislava, tentò di fermare le deportazioni degli Ebrei dalla Slovacchia. 

Milioni di donne furono perseguitate e uccise durante l’Olocausto. Tuttavia, alla fine non fu tanto la loro appartenenza al genere femminile a farne dei bersagli, quanto il loro credo politico o religioso, oppure il posto da loro occupato nella gerarchia razzista teorizzata dal Nazismo.