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DOMINAE

«Donna non si nasce, lo si diventa»: Simone de Beauvoir al centro del secondo incontro di DOMINAE

La rassegna DOMINAE, promossa da sos KORAI ODV per i diritti delle donne prosegue giovedì 12 alle ore 18.00 con il secondo appuntamento dedicato a Simone de Beauvoir, figura chiave del pensiero femminista e della filosofia del Novecento.

Dopo l’incontro in programma a Tropea per l’11 Marzo con la ZAMPOGNA, portata in scena dalla musicista e docente Lucia Quattrocchi, la rassegna proseguirà sempre nella suggestiva Cappella dei Nobili, prezioso scrigno barocco affidato alla Congrega Nobile dei Bianchi di San Nicola.

Ad aprire i lavori saranno Beatrice Lento, presidente di sos KORAI, e Giuseppe Maria Romano, Priore della Congrega.

La serata sarà guidata dalla socia Alessandra Giuliana Granata, mentre il filosofo e storico Angelo Stumpo, anch’egli socio, offrirà un ritratto della De Beauvoir.

Autrice del rivoluzionario Il secondo sesso (1949), De Beauvoir ha scardinato secoli di stereotipi analizzando le radici culturali della subordinazione femminile. La sua frase più celebre «Donna non si nasce, lo si diventa» continua a essere un manifesto di libertà e consapevolezza, ricordando che il genere non è destino biologico, ma costruzione sociale.

Il suo pensiero, fondato su libertà, responsabilità e autodeterminazione, ha cambiato il modo di guardare alla condizione femminile e resta oggi di straordinaria attualità.

Con questo nuovo appuntamento, DOMINAE conferma la sua missione: riportare al centro donne che, con il loro coraggio e la loro visione, hanno aperto strade nuove nella storia e nella coscienza civile.

Tropea 10 Marzo 2026
La Presidente di sos KORAI
ODV per i diritti delle donne
Dott.ssa Beatrice Lento

DOMINAE rassegna di Donne Valorose

«Donna non si nasce, lo si diventa»: Simone de Beauvoir al centro del secondo incontro di DOMINAE

La rassegna DOMINAE, promossa da sos KORAI ODV per i diritti delle donne prosegue giovedì 12 alle ore 18.00 con il secondo appuntamento dedicato a Simone de Beauvoir, figura chiave del pensiero femminista e della filosofia del Novecento.

Dopo l’incontro in programma a Tropea per l’11 Marzo con la ZAMPOGNA, portata in scena dalla musicista e docente Lucia Quattrocchi, la rassegna proseguirà sempre nella suggestiva Cappella dei Nobili, prezioso scrigno barocco affidato alla Congrega Nobile dei Bianchi di San Nicola.

Ad aprire i lavori saranno Beatrice Lento, presidente di sos KORAI, e Giuseppe Maria Romano, Priore della Congrega.

La serata sarà guidata dalla socia Alessandra Giuliana Granata, mentre il filosofo e storico Angelo Stumpo, anch’egli socio, offrirà un ritratto della De Beauvoir.

Autrice del rivoluzionario Il secondo sesso (1949), De Beauvoir ha scardinato secoli di stereotipi analizzando le radici culturali della subordinazione femminile. La sua frase più celebre «Donna non si nasce, lo si diventa» continua a essere un manifesto di libertà e consapevolezza, ricordando che il genere non è destino biologico, ma costruzione sociale.

Il suo pensiero, fondato su libertà, responsabilità e autodeterminazione, ha cambiato il modo di guardare alla condizione femminile e resta oggi di straordinaria attualità.

Con questo nuovo appuntamento, DOMINAE conferma la sua missione: riportare al centro donne che, con il loro coraggio e la loro visione, hanno aperto strade nuove nella storia e nella coscienza civile.

Tropea 10 Marzo 2026
La Presidente di sos KORAI
ODV per i diritti delle donne
Dott.ssa Beatrice Lento

In scena MARGHERITA: 8 Marzo nel segno della responsabilità

  1. La Giornata Internazionale della Donna come impegno responsabile: in scena “Margherita” il settimo Quaderno dell’8 Marzo di sos KORAI

    Domenica 8 marzo, alle ore 18.00, nella Sala Print Academy della Romano Arti Grafiche di Tropea, si terrà la Celebrazione tropeana della Giornata Internazionale della Donna  promossa, come ormai tradizione, dall’Organizzazione di Volontariato per i diritti delle donne sos KORAI.

    Al centro dell’iniziativa la presentazione del settimo Quaderno dell’8 Marzo, dal nome Margherita, che sarà donato ai partecipanti. Un progetto culturale che trasforma la ricorrenza in un impegno concreto, dando voce a storie vere di donne e offrendo uno spazio di riflessione sul presente e sul futuro delle pari opportunità.

    L’evento sarà arricchito da un salotto di confronto che vedrà la partecipazione del Presidente del Gruppo Caffo Pippo Caffo, della madrina del Quaderno Delfina Barbieri, della Presidente di sos KORAI Beatrice Lento, del Dirigente dell’Istituto Comprensivo Francesco Fiumara, della Presidente della Pro Loco Mariantonietta Pugliese, del Presidente del Club per l’UNESCO e della Congrega Nobile dei Bianchi di San Nicola Giuseppe Maria Romano, della Presidente della Consulta delle Associazioni Maria Domenica Ruffa e dell’Editore del Quaderno Mario Romano.

    La manifestazione, condotta dalla socia Pia Rispoli, sarà attraversata da momenti artistici: le “Dediche ad alta voce” interpretate dalle socie Giusy Pellico e Fiorella Landro, gli stralci dei racconti delle donne narrate, proposti dall’attrice Noemi Di Costa e la rappresentazione “A pieno titolo”, sul diritto delle donne ad essere libere, portata in scena da alcune allieve di LaboArt, con la regia di Francesco Carchidi, su testo di Mauro Silvestri.

     

    Il Quaderno 2026 raccoglie quindici storie di donne calabresi e una voce fuori regione: sedici testimonianze di coraggio, intraprendenza e resilienza in un contesto ancora segnato dalle disuguaglianze di genere.

    In sette anni sono diventate 150 le donne che hanno affidato ad sos KORAI un frammento della loro vita trasformando il Quaderno in un archivio vivo di umanità e di futuro.

    L’edizione 2026 pone al centro l’aspirazione a una piena qualità della vita, alla salute come diritto universale e non negoziabile che non ha genere ma che, troppo spesso, pesa di più sulle spalle delle donne.

     

    Il Quaderno è dedicato a Margherita Iellamo che dà il nome all’opera. Margherita ha trasformato il proprio dolore in impegno pubblico, diventando voce regionale nella sensibilizzazione sull’endometriosi. La sua testimonianza, in apertura di manifestazione, lancerà un messaggio chiaro: il dolore femminile non può essere normalizzato né banalizzato. Donna e dolore non sono un binomio inscindibile. La libertà passa anche dalla salute e non può essere subordinata a retaggi culturali ancora segnati dal patriarcato.

    Accanto a lei, le sedici protagoniste raccontano la capacità di rialzarsi, di trasformare le difficoltà in consapevolezza e le ferite in opportunità per sé e per gli altri, offrendo alla comunità una forza silenziosa e costruttiva. Tra queste voci anche Cesira, vegliarda umbra di 102 anni, il suo messaggio rimanda a valori universalmente riconosciuti come propri del femminile: cura, dialogo, accoglienza, empatia che travalicano territori e generazioni e fanno della donna un argine naturale contro violenza e guerra.

     

    A rendere  più incisiva la pubblicazione le illustrazioni realizzate dai bambini e dai ragazzi dei corsi artistici guidati da Pasqualina Del Mastro, anche lei socia di sos KORAI, all’interno delle associazioni “Le Stelle del Faro” e “Il Giardino di Persefone”: figure femminili ricche di colore che rompono stereotipi e pregiudizi e restituiscono complessità e libertà. Significativo anche il contributo degli alunni delle quinte classi della Primaria di Tropea, autori di una delle storie: un segno concreto e luminoso del valore di guida della Scuola.

    Fondamentale il sostegno del Gruppo Caffo, partner del progetto Quaderno dell’8 Marzo sin dalla prima ora, che ha creduto nel suo valore culturale e sociale sostenendone la produzione, realizzata con estrema cura dalla Romano Arti Grafiche, casa editrice dell’opera. A loro va il ringraziamento di sos KORAI che si estende anche alla madrina del Quaderno Delfina Barbieri, conforto costante dell’associazione, ai giovani illustratori e alla loro maestra, alla direttrice artistica del Quaderno Anna Maria Miceli che, con sensibilità, ne ha modellato l’estetica e alle istituzioni tropeane che hanno offerto il loro patrocinio in segno di condivisione di ideali e di impegno: l’Istituto Comprensivo, la Pro Loco, la Consulta delle Associazioni, il Club per l’UNESCO, La Congrega Nobile dei Bianchi di San Nicola e LaboArt.

    Il Quaderno Margherita di sos KORAI ODV per i diritti delle donne si conferma, così, strumento culturale e sociale, luogo di memoria, di attualità  e di futuro che invita a ripensare l’8 Marzo come spazio di comunità, di consapevolezza, di azione e speranza.

    La valorizzazione della differenza donna come ricchezza per la società e il miglioramento della qualità della vita restano obiettivi centrali di sos KORAI che rimane al fianco del Genere Femminile e della comunità intera per la tutela delle libertà, dei diritti e delle pari opportunità. Perché le storie, quando sono vere, non si limitano a essere raccontate ma continuano a camminare e a cambiare lo sguardo di chi le incontra

    Tropea 20 Febbraio 2026

    La Presidente di sos KORAI ODV per i diritti delle donne

    Dott.ssa Beatrice Lento

La locandina del nostro 8 Marzo

Ecco la locandina della nostra Giornata Internazionale delle Donne!

In arrivo il Quaderno dell’8 Marzo

L’8 Marzo, alle ore 18, nella Sala Print Academy, della Romano Arti Grafiche, celebreremo insieme la Giornata Internazionale Della Donna con il settimo Quaderno dell’8 Marzo di sos KORAI, Organizzazione Di Volontariato per i diritti delle donne.
Il Quaderno si chiama MARGHERITA.
Vieni anche tu!

Kulsum Shadab Wahabuis

La rinascita delle mie sorelle sfigurate.
In India tante donne subiscono violenze con l’acido. Pretendenti respinti, innamorati gelosi sono gli autori di questo crimine che, dicono le statistiche, ha provocato 1.000 vittime. «Con Hothur Foundation e un gruppo di sopravvissute Kulsum, stilista e filantropa, ha portato avanti una campagna di sensibilizzazione per ottenere la proibizione della vendita di acidi. Inoltre raduna periodicamente le vittime da tutta l’India e offre loro aiuti per affrontare operazioni di chirurgia riabilitativa. Ogni sopravvissuta ha bisogno di decine di operazioni per correggere le deformità provocate dall’acido, le cicatrici ci impiegano mesi ad assorbirsi. La Fondazione, nata dal suo impegno, ha anche creato una banca della pelle. Ma non era abbastanza  per Kulsum che ha dato vita ad  Ara Lumiere, un’impresa sociale e brand di alta moda, che oggi impiega 138 sopravvissute ad attacchi con l’acido: creano copricapi, abiti e accessori coloratissimi. «Il mio interesse personale per l’alta moda è diventata una piattaforma per l’emancipazione e le cure delle sopravvissute. Siamo partiti per offrire cure e autonomia economica alle donne, siamo andati ben oltre le mie aspettative».
Kulsum e alcune delle sopravvissute hanno portato Ara Lumiere sulle passerelle di Milano Fashion Week, nel settembre 2023. Tra loro c’era anche Gaythri; era una 18enne piena di sogni e di progetti quando un aspirante marito rifiutato le ha gettato addosso una tanica di acido e l’ha accoltellata. Gaythri ha subìto 36 interventi, ne dovrà fare altri 11, ma grazie a Hothur Foundation è riuscita a terminare gli studi e ora lavora ad Ara Lumiere. Dopo la tappa milanese, Hothur Foundation ha ricevuto una donazione di 100 mila euro dall’italiana Otb Foundation. «80 sono destinati alle donne che hanno subìto violenza – dice la vicepresidente Arianna Alessi – i restanti 20mila saranno invece indirizzati alle famiglie, in particolare ai figli. È emerso infatti che l’85% delle persone sfregiate con l’acido è di sesso femminile e il restante 15% sono i figli di queste donne».
Ara Lumiere si basa sullo slow fashion in modo da non mettere le donne, comunque rese fragili dal trauma, sotto pressione. Questa lentezza è la sua motivazione rendono ogni abito preziosissimo!

La Donna che fermó il suo tempo: Margaret Bourke-White

Nasce a New York il 14 giugno del 1904, e cresce in una famiglia borghese. Si iscrive alla Columbia University attratta dalle scienze naturali, ma presto, grazie al corso tenuto da Clarence White (omonimo ma non parente e tra le figure più importanti del fotosecessionismo) orienta la sua attenzione verso la fotografia.

Già da ragazza manifesta l’essenza del suo carattere e della sua vita: l’ambizione, l’indipendenza e inevitabilmente l’irrequietezza. Non le basterà mai essere la migliore, la più apprezzata e versatile tra le fotografe della sua generazione, vorrà essere sempre la prima. Cambia diverse università fino a laurearsi nel 1927. Nel frattempo si sposa, nel 1925, con Everett Chapman, dal quale divorzia due anni dopo.

Nel 1928 decide di trasferirsi in Ohio e lì apre uno studio fotografico, specializzandosi nella fotografia d’architettura, di design e industriale. A Cleveland ha numerosi clienti, tra cui le acciaierie Otis, che le danno fiducia, ma anche notorietà. Le sue fotografie degli altiforni, le astrazioni geometriche che le permettono le architetture industriali, ne fanno una delle fotografe più apprezzate anche nell’ambito della ricerca artistica. Si può considerare Bourke-White la prima fotografa industriale famosa e tra i primi fotografi a dare rilievo artistico alla fotografia industriale. Per scattare sale sui cornicioni dei grattacieli più alti, sorvola città, si spinge nelle zone più pericolose degli stabilimenti. La sua ostinazione e ambizione infatti non la fermano davanti alle alte temperature delle fusioni, alla ricerca di nuove soluzioni tecniche fotografiche, né la allontanano da lunghe ore di lavoro in ambienti malsani. Le sue immagini presto iniziano non solo ad arricchire di documenti fotografici gli archivi industriali e il suo portafogli, ma anche i servizi delle riviste illustrate e le pagine pubblicitarie.

Così nel 1929 ha inizio la sua collaborazione con la rivista «Fortune» e la sua nuova ambizione è di essere la “migliore” tra le fotogiornaliste. Nel 1930 è la prima fra i fotografi occidentali a recarsi in URSS, realizzando reportage sull’industria sovietica. Nel 1935 è chiamata da Henry Luce a far parte della redazione fotografica del nuovo rotocalco «Life» e sua è la prima copertina della rivista: una fotografia dell’imponente diga di Fort Peck nel Montana, a simboleggiare il New Deal roosveltiano. Il suo obiettivo in questi anni è infatti sempre più vicino all’emergenza sociale degli Stati Uniti; sua ad esempio è la celebre fotografia della fila di persone di colore, in attesa della distribuzione di un pasto, sovrastati dalla pubblicità di una automobile con a bordo la tipica famiglia americana wasp e la frase “World’s highest standard of living”.

Nel 1937, insieme allo scrittore di successo Erskine Caldwell, che nel 1939 diventerà il suo secondo marito (il matrimonio durerà fino al 1942), pubblica il volume illustrato You have seen their faces sulle tragiche condizioni di vita nelle campagne americane devastate dalla siccità, dalla carestia, dalla miseria. Il libro viene contestato da più parti perché presenta una realtà molto più edulcorata della realtà tragica che altri fotografi avevano mostrato, ma ebbe ugualmente successo così come i seguenti due libri che pubblicò con Caldwell: North of the Da nube (1939) e Say, is this the USA (1941).

Negli stessi anni, sempre per «Life» è inviata in Europa: in Germania, Austria e Cecoslovacchia per documentare l’avanzata del nazismo e la guerra incombente.

Nel 1941 è per la seconda volta, con Caldwell, a Mosca. I suoi movimenti sono strettamente sorvegliati e fotografa soprattutto la vita cittadina. Non di meno riesce ad inviare uno scoop alla redazione: in Unione Sovietica non vige l’ateismo. Un servizio di dodici pagine che servì a «Life» per presentare l’URSS non più come il pericolo rosso, ma come possibile alleato antinazista.

Le fotografie di Bourke-White mostrano una chiesa ortodossa e una protestante nel centro di Mosca. Riesce anche a ritrarre Stalin sorridente e bonario. Ancora: Margaret il 19 luglio 1941 è l’unico fotografo straniero in città. Il primo attacco aereo dei tedeschi sulla capitale, il bombardamento notturno, i tracciati dei bengala. Tutto questo vede e fotografa Margaret dal tetto dell’ambasciata americana, posizionando cinque apparecchi con lunghi tempi di posa, commentando che sarebbe potuta essere “una delle notti eccezionali della sua vita”. Ancora una volta prima, le sue foto furono presentate da «Life» con grande sensazionalismo.

Rientrata negli USA Margaret impone la sua volontà di diventare reporter di guerra sulla prima linea del fronte. Mai nessuna donna era stata accreditata dall’esercito americano sui teatri di guerra, ma la determinazione della fotografa insieme alla forza di persuasione che poteva avere una rivista come «Life», la più diffusa sul territorio statunitense, hanno la meglio. Margaret Bourke-White è accreditata al pool fotografico dell’esercito, viene disegnata appositamente per lei un’uniforme che ha sulle mostrine la sigla WC (sic!) cioè: war corrispondent e viene mandata in prima linea. Anche lì i problemi logistici non mancano, essendo l’unica donna tra soldati, marinai, aviatori. Letto, tenda, bagno: in prima linea non si può certo indulgere nei particolari ritenuti più adatti per una signora e ben presto il suo soprannome tra le truppe sarà “Il materasso del generale”, mentre lo staff di «Life» con più ammirazione la definisce “Maggie l’indistruttibile”.

Sicuramente Margaret Bourke-White in guerra ha dato il meglio di sé sia come donna sia come fotografa. Il suo obiettivo si ferma sui campi di battaglia, sui momenti di riposo, gli ospedali da campo, i bombardamenti. Fotografa il nord Africa, la lenta risalita dell’Italia diventata un fronte secondario dopo lo sbarco in Normandia; e soprattutto con la sua pellicola ferma i tragici momenti dell’arrivo degli americani guidati dal generale Patton a Buchenwald. Le immagini dei volti increduli oltre il filo spinato, dei forni crematori, delle baracche dei lager non sono semplicemente fotografia, ma documenti storici di enorme valore. Lei stessa davanti allo strazio della realtà dichiara di aver scattato senza guardare, che l’obiettivo le serve come barriera tra sè stessa e l’agghiacciante verità dell’orrore che ha di fronte.

Al ritorno dalla guerra non mancano i libri con le sue fotografie: They called it Purple heart Valley, sulla campagna d’Italia e Dear Fatherland, Rest Quietly.

Margaret non consente alla sua fama ormai mondiale di indurla a riposare e continua a fotografare il mondo. Anche per questo non le si assegnano servizi fotografici già previsti, ma ne vengono pensati appositamente per lei.

Nel 1947 è in Pakistan e in India, nuovo centro di tensioni nel momento della nascita dei due Stati: intervista e fotografa Ghandi solo poche ore prima che venga ucciso. Nel 1950 è in Sud Africa: descrive l’apartheid e scende due miglia sottoterra per ritrarre il lavoro dei minatori d’oro; è in Corea subito dopo la firma dell’armistizio, a documentare la guerriglia e la popolazione civile ancora una volta in guerra. È sempre prima, sempre la migliore, ogni suo libro un successo. Ma il morbo di Parkinson inizia il suo corso. Nel 1957 firma il suo ultimo servizio per «Life».

Nel 1963 scrive l’autobiografia Portrait of myself. Gli ultimi anni vive ritirata nella sua casa in Connecticut, con i pochi soldi messi da parte spesi per le cure mediche. Morirà sola, ma non dimenticata, nel 1971, a sessantasette anni.
Da L’Enciclopedia delle Donne

Violenza contro le donne: il paradosso dei Paesi Nordici

Violenza sulle donne: il paradosso dei Paesi nordici 
Islanda, Finlandia, Norvegia e Svezia sono ai primi posti nel Global Gender Gap Report 2021, l’indice del World Economic Forum che valuta la parità di genere basandosi su partecipazione economica, istruzione, salute, politica. Anche per il Gender equality index dell’Eige – Istituto europeo per l’uguaglianza di genere – Svezia, Danimarca e Finlandia (la Norvegia non fa parte dell’Unione Europea) sono tra i Paesi più virtuosi. L’Islanda nel 1980 è stato il primo paese al mondo ad avere una donna come presidente della Repubblica liberamente eletta, Vigdis Finnbogadóttir. Ma nonostante siano un modello per parità di genere, diritti civili, welfare, partecipazione delle donne alla vita politica e sociale, questi paesi mostrano tassi di violenza domestica elevati, con stereotipi e pregiudizi ben radicati in tutti i contesti. Si tratta del cosiddetto “paradosso nordico”.

I paesi del Nord, considerati al primo posto per uguaglianza di genere, hanno livelli di stupro e violenza contro le donne spaventosi. Le sopravvissute alla violenza sessuale vengono tradite dai sistemi giudiziari”, spiega Tina Marinari, responsabile campagne Amnesty International Italia. Secondo un rapporto di Amnesty International del 2018 su Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia, le donne e le ragazze che hanno subito violenza vengono infatti spesso abbandonate dal sistema di giustizia.

In Norvegia solo una donna su dieci denuncia lo stupro subìto e la maggior parte delle segnalazioni (dal 75% all’80%) non portano alla condanna. In Danimarca nel 2017 sono stati segnalati 890 stupri, ma uno studio dell’Università della Danimarca meridionale ha stimato in 24mila il numero effettivo di stupri. In Finlandia, la stima è di 50mila casi di violenza sessuale, ma nel 2017 ci sono state 209 condanne per stupro. L’Islanda è stata invece denunciata davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo: il caso è partito dalla storia di una donna che ha segnalato le violenze del suo ex compagno alle forze dell’ordine, portando come prove foto dei lividi, testimonianze, referti medici, ecc. La polizia ha scelto però di non procedere, lasciando che il caso cadesse in prescrizione.

Con la nostra ricerca sul campo, intervistando le vittime (45 donne) e coinvolgendo le associazioni, abbiamo scoperto che le sopravvissute allo stupro si trovano a dover combattere stereotipi e falsi miti dentro e fuori le aule giudiziarie”, racconta Tina Marinari, citando alcuni esempi. “A una donna vittima di violenza sessuale hanno chiesto cosa avesse fatto di sbagliato per incitare quella violenza, le hanno chiesto se aveva bevuto, se aveva reagito per evitare lo stupro. In un altro caso un procuratore generale si è chiesto come è possibile rovinare la vita di uno studente, imputato per violenza sessuale, per una sciocchezza compiuta una sera perché ubriaco. Un’altra sopravvissuta ha raccontato di aver parlato della violenza con la madre, ricevendo come risposta: eppure ti ho educato bene”.

Se abbiamo in casa, nei tribunali, nelle caserme questi stereotipi vuole dire che le istituzioni non hanno fatto il loro lavoro, visto che tutti questi paesi hanno sottoscritto la Convenzione di Istanbul, secondo la quale i professionisti alle prese con la violenza di genere devono essere formati”, sottolinea la responsabile di Amnesty Italia. Come mai esiste questo divario tra avanguardia nella parità di genere e arretratezza nel contrasto alla violenza? “Il punto di partenza è l’inadeguatezza delle leggi – precisa Marinari – Svezia e Danimarca hanno modificato la legge sullo stupro nel 2018 e 2020, ma quando abbiamo iniziato a realizzare la ricerca tutti e quattro i paesi avevano leggi basate sull’uso della forza e della ricerca, senza riferimenti al consenso. Svezia e Danimarca hanno introdotto il concetto del consenso nella legislazione sulla violenza sessuale, ma è inevitabile che se per anni si è vissuto con l’idea che è stupro solo nel caso in cui una donna urla, reagisce, piange, sradicare quel tipo di cultura è difficile. Inoltre in tutti e quattro i paesi abbiamo registrato ritardi enormi nell’avviare le indagini e una certa resistenza da parte del corpo di polizia. Tante sopravvissute hanno denunciato la scarsa professionalità delle indagini, viziate da pregiudizi. In Danimarca, ad esempio, le vittime possono essere difese gratuitamente e rendere la testimonianza attraverso video o da remoto per non incontrare l’autore della violenza. Tutti questi diritti garantiti sulla carta non sempre vengono garantiti effettivamente”.

Altro elemento critico – continua la coordinatrice delle campagne Amnesty Italia – è la lunghezza dei processi. Per una vittima di abusi passare 2 o 4 anni prima di arrivare alla condanna definitiva vuol rivivere ogni volta la violenza”. Questi Paesi dunque, “virtuosi su parità, lavoro e partecipazione politica, nella sfera privata e sessuale sono all’età della pietra. Ciò significa che non è stato fatto un lavoro di formazione sulla sfera sessuale e personale”, conclude Marinari, precisando che “in realtà, in tema di contrasto alla violenza di genere, non esiste un modello virtuoso da prendere in considerazione”.

Dopo la ricerca del 2018, Amnesty ha portato avanti un’indagine in Italia, evidenziando le stesse problematiche presenti nei paesi nordici: un forte pregiudizio nelle aule dei tribunali e un ritardo nei processi, fattori che inducono indure le donne a non denunciare. “Ancora oggi nel dibattito non riusciamo a introdurre il concetto del consenso: il sesso senza consenso è stupro, lo dice l’articolo 36 della Convenzione di Istanbul”, spiega Tina Marinari. Anche in Italia non c’è il riferimento al consenso, l’articolo 609 del codice penale fa riferimento a una definizione di stupro basata esclusivamente sull’uso della violenza, della forza, della minaccia di uso della forza o della coercizione (“Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione da sei a dodici anni”).

Amnesty ha lanciato la campagna #iolochiedoper chiedere la modifica della legge. Oggi su 31 firmatari della Convenzione di Istanbul sono solo 13 i Paesi che applicano la regola del consenso nei casi di stupro: Slovenia, Belgio, Croazia, Cipro Danimarca, Germania, Grecia, Irlanda, Islanda Lussemburgo, Malta, Regno Unito (ha firmato ma non ratificato la Convenzione), Svezia. La Spagna aveva annunciato la modifica della legge, ma ancora non è stata realizzata.

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Questo brano è tratto dall’ebook #hodetto no. Quando la donna è vittima due volte, scaricabile gratuitamente dal sito del Sole 24 Ore.

L’ebook è stato realizzato nell’ambito del progetto Never again, che ha come obiettivo quello di contrastare e combattere la vittimizzazione secondaria delle donne colpite dalla violenza.

Foto ricordo dell’incontro con gli studenti

Il 10 Novembre con gli studenti del quarto anno del Liceo Scientifico di Tropea per celebrare insieme la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne

La fotografia arma contro la violenza sulla donna

Usare la fotografia come arma contro la violenza sulle donne!
Letizia Battaglia (Palermo, 1935 – 2022) è stata una delle prime fotoreporter italiane e figura centrale nella lotta per i diritti delle donne. La sua carriera, iniziata al quotidiano L’Ora nel 1969, non si è limitata alla documentazione delle stragi di mafia, Letizia ha usato la fotografia come strumento politico e sociale, raccontando la condizione femminile e denunciando la violenza di genere.
Letizia considerava ogni scatto un atto di amore e di giustizia, capace di smuovere coscienze e di dare dignità alle vittime.
Molte sue immagini mostrano donne e bambine in contesti di marginalità, ma sempre con uno sguardo fiero, che diventa simbolo di resilienza.
Letizia ha partecipato attivamente alla vita politica e culturale di Palermo, promuovendo svariate iniziative. Le sue foto, che ritraggono nudi femminili con rispetto e delicatezza, erano pensate come un gesto politico: un modo per restituire alle donne la propria immagine, libera da stereotipi.
Dichiarava: “Fotografo nudi di donna, per come noi ci vediamo: con rispetto, prudenza e protezione”.
Il suo messaggio rimane attuale: la fotografia può essere un gesto politico e di emancipazione, capace di denunciare ingiustizie e di costruire memoria collettiva. La sua voce ha incoraggiato le donne a “cambiare il mondo”, come lei stessa affermava negli ultimi anni della sua vita.
Oggi, mostre e retrospettive dedicate alla sua opera continuano a ricordare che il suo impegno non era solo artistico, ma profondamente umano e civile. Letizia ha insegnato che raccontare la verità, anche la più dolorosa, è un atto di coraggio che può aprire la strada alla giustizia e alla libertà.
Tra gli oltre 200 scatti oggi raccolti emergono fotografie che hanno segnato la memoria collettiva:

• Le bambine di Palermo: ritratti intensi che raccontano l’infanzia segnata da povertà e marginalità, ma anche da dignità e forza.
• Scene di mafia: funerali, arresti, volti di boss e vittime, che hanno reso visibile la violenza sistemica in Sicilia.
• La vita nei manicomi: immagini degli anni ’70 che documentano la condizione delle donne ricoverate, anticipando il dibattito sulla legge Basaglia.
• Palermo quotidiana: scorci di strade, mercati e famiglie, che restituiscono la complessità di una città ferita ma vitale.
Questi scatti non sono solo documentazione: sono atti politici, capaci di trasformare il dolore in memoria e impegno.
Il lavoro di Letizia ha avuto un impatto profondo sulle nuove generazioni.
Molte fotografe contemporanee hanno adottato il suo stile senza filtri, con approccio diretto e crudo che rifiuta l’estetizzazione della violenza e punta alla verità.
Letizia ha evidenziato sempre una grande responsabilità civile e ha dimostrato che l’arte visiva può essere un gesto d’amore e di giustizia, un insegnamento raccolto da artiste impegnate su temi sociali e femministi.
La digitalizzazione del suo lavoro ha reso accessibile un immenso repertorio che continua a ispirare progetti fotografici e artistici in Italia e all’estero.
Scuole e istituzioni hanno intitolato spazi a suo nome, riconoscendo il valore pedagogico della sua opera.
Oggi, mostre internazionali e siti-archivio dedicati a Letizia Battaglia permettono di esplorare la sua opera come cronaca visiva della storia italiana e come manifesto di emancipazione femminile. La sua influenza si vede nelle fotografe che raccontano migrazioni, conflitti, discriminazioni e violenze di genere, raccogliendo il testimone della sua missione: usare la fotografia per cambiare il mondo!