Archivio annuale 26th Ottobre 2018

E ancora Pupella

Pupella Maggio al secolo Giustina Maggio nasce a Napoli il 24 aprile 1910 in una famiglia di artisti: il padre Domenico, detto Mimì, è un attore teatrale e la madre, Antonietta Gravante, è anche lei attrice e cantante e proviene da una dinastia di ricchi circensi.
Pupella è attorniata da una famiglia molto numerosa: ben quindici fratelli; purtroppo però non tutti sopravvivono, come accade spesso ad inizio Novecento. Il suo destino di attrice è deciso sin dalla sua nascita: Pupella vede la luce nel camerino del Teatro Orfeo, oggi non più esistente. Riguardo, invece, il suo soprannome, rimastole attaccato addosso per tutta la vita, si racconta che derivi dal titolo della prima rappresentazione a cui l’attrice partecipa ad appena un anno di vita, quando calca le tavole del palcoscenico nella commedia “Una pupa movibile” di Eduardo Scarpetta. Pupella viene portata a spalla dal padre in una scatola e, per evitare che possa scivolare, viene legata proprio come se fosse una bambola. Nasce così il nomignolo Pupatella, poi trasformato in Pupella.

La sua carriera artistica comincia proprio nella compagnia teatrale itinerante del padre insieme ai suoi sei fratelli attori: Icario, Rosalia, Dante, Beniamino, Enzo e Margherita. Pupella, che abbandona la scuola dopo aver frequentato la seconda elementare, recita, balla e canta in coppia con il fratello più piccolo Beniamimo. La svolta nella sua vita e nella sua carriera avviene quando ha già quaranta anni: la compagnia itinerante paterna si scioglie. Stanca della vita errante dell’attore si impiega prima come modista a Roma, e poi addirittura come operaia in un’acciaieria di Terni, dove si occupa anche dell’organizzazione gli spettacoli del dopolavoro.
Ma la passione per il teatro ha la meglio, e dopo un periodo in cui lavora nella rivista della sorella Rosalia insieme a Totò, Nino Taranto e Ugo D’Alessio, incontra Eduardo De Filippo. Siamo nel 1954 e Pupella Maggio comincia a recitare nella compagnia Scarpettiana con cui Eduardo mette in scena i testi del padre Eduardo Scarpetta.
La consacrazione di Pupella come attrice avviene dopo la morte di Titina De Filippo, quando Eduardo le dà la possibilità di interpretare i grandi personaggi femminili del suo teatro, da Filumena Marturano a donna Rosa Priore in “Sabato, domenica e lunedì”, ruolo che Eduardo scrive per lei e che le vale il premio Maschera D’Oro, fino alla famosissima Concetta di Natale in “casa Cupiello”.
Il sodalizio Pupella-Eduardo si rompe nel 1960, a seguito anche di incomprensioni caratteriali dovute alla severità del maestro, ma si ricuce quasi subito. L’attrice continua a lavorare con Eduardo De Filippo, intervallando il loro sodalizio con altre esperienze artistiche.
Recita così ne “L’Arialda” di Giovanni Testori per la regia di Luchino Visconti. Da questo momento in poi l’attrice intervalla il teatro con il cinema. Recita, infatti, ne “La Ciociara” di Vittorio De Sica, “Le quattro giornate di Napoli” di Nanni Loy, “Sperduti nel buio” di Camillo Mastrocinque, “La Bibbia” di John Huston nel ruolo della moglie di Noè, “Il medico della mutua” di Luigi Zampa al fianco di Alberto Sordi, “Armarcord” di Federico Fellini nel ruolo della madre del protagonista, “Nuovo cinema Paradiso” di Giuseppe Tornatore, “Sabato Domenica e Lunedì” di Lina Wertmuller, “Fate come noi” di Francesco Apolloni.
A teatro recita diretta da Giuseppe Patroni Griffi in “Napoli notte e giorni” e in “In memoria di una signora amica” al fianco del regista napoletano Francesco Rosi. Dal 1979 inizia anche il suo sodalizio teatrale con Tonino Calenda per il quale recita ne “La madre” di Bertolt Brecht tratto dal romanzo di Massimo Gor’kij, “Aspettando Godot” di Samuel Beckett nel ruolo di Lucky e a fianco di Mario Scaccia e in “Questa sera…Amleto”.
Nel 1983 Pupella Maggio riesce anche a riunire i suoi due unici fratelli superstiti, Rosalia e Beniamino, con i quali recita in “Na sera …e Maggio” per la regia di Tonino Calenda. La rappresentazione ottiene il Premio della Critica teatrale come migliore spettacolo dell’anno. Purtroppo però il fratello Beniamino viene colto da ictus nei camerini del teatro Biondo di Palermo e muore.
Pupella sposa nel 1962 l’attore Luigi Dell’Isola dal quale divorzia nel 1976. Dal matrimonio nasce una sola figlia, Maria, con la quale condivide a lungo la permanenza nella città di Todi che diventa quasi la sua seconda città. Ed è con un editore della cittadina umbra che Pupella pubblica nel 1997 il libro di memorie “Poca luce in tanto spazio”, che contiene, oltre a tanti ricordi personali, anche le sue poesie.

Pupella muore a quasi 90 anni l’8 dicembre del 1999 a Roma

Pupella Maggio

A due anni mi portarono in scena dentro uno scatolone legata proprio come una bambola perché non scivolassi fuori. E così il mio destino fu segnato. Da “Pupatella” attraverso la poupée francese, divenni per tutti “Pupella” nel teatro e nella vita.

‘Namo donne che oggi só matta

Non ho voglia di puntellare, oggi.Ho esaurito la pietas

per fragilità immemori.
Non ho voglia di chiosare, oggi.

Ha bevuto, il plumbago,

e sa ricompensare.
Non ho voglia di pescare, oggi,

refusi propri e altrui

sul pelo dello stomaco.
Non ho voglia di ballare, oggi,

la quadriglia dei cannibali

all’idiota.
Punto i piedi, faccio la verticale,

salgo sullo sgabello

e canto.

Anna Maria Curci

3 settembre 2013

Madame Chevrot

Professione : ex stiratrice

È da molto

che non vedo Madame Chevrot,

la donna che di solito

incontravo nella strada principale.

Mi sorrideva

e il suo sorriso mi costringeva a fermarmi,

anche se avevo fretta,

per parlare del tempo,

della sua bellezza di un tempo

e degli uomini che l’hanno amata.

Madame Chevrot è piccola,

un naso grosso come una melanzana

e pochi denti

rotti e neri,

Lei giura con fierezza, che sono veri.

Elegante, per quanto l’età lo permetta.

Truccata, tanto che le cascano le palpebre …

Al nostro ultimo incontro

mi ha raccontato

di aver conosciuto un uomo

nella sala da ballo

dove stava imparando la salsa.

Lui avrebbe tanto voluto vivere con lei …

Ma lei?

Lei esitava,

divisa tra rinunciare alla sua libertà

e rinunciare al suo russare,

perché, mi diceva,

è tutto quello che lui può offrirle

la notte.

Maram al Masri

Piccole Donne: auguri!

Compie 150 anni il romanzo che dopo tanti anni é ancora una lettura attuale.

La più moderna ed emancipata é Jo, la protagonista che sceglie e decide autonomamente il suo futuro rifiutando di seguire le regole di una sicietà che alle donne chiedeva solo obbedienza.

Particolare curioso: in una stravagante critica in occasione della ricorrenza il personaggio di  Jo é stato interpretato in chiave transgender.

Marta Baiocchi

La biologa Marta Baiocchi ha scritto un libro che trasforma completamente la nostra idea di maternitá.

” Si” risponde” giá oggi madre può significare cinque cose diverse: quella tradizionale, quella adottiva, la donna che mette a disposizione l’ovulo e quella che porta avanti la gravidanza, infine  la madre che alleva il bambino”

” Le donne decideranno quando avere un bambino senza rinunciare alla carriera, da questo punto di vista é interessante la possibilità di congelare gli ovuli a 20 anni, quando la fecondità é maggiore”

” Si stanno sperimentando placente artificiali, magari rivestite di cellule endometriali umane, che permettono a un bambino nato prematuro di completare il suo sviluppo”

” Le nuove opportunità scientifiche favoriranno le donne, i cui corpi saranno sempre più sollevati dalla parte della maternitá legata a fatica, dolore e rischi di salute, con lunghi mesi a casa dal lavoro per gravidanze a rischio che penalizzano la professione” 

Si tu fusse

si tu fusse pioggia, vurria tu mi pioviss tutt’indosssi tu fusse sass, vurria tu me pigghiass in frunt

si tu fusse sputazz, nell’occhio mio, io te prenderia

si tu fusse bastuni, milla et poi milla bastunate sullo mio groppone

si tu fusse n’onda nomala, t’aspettaria sulla piaggia

firmo, fino a esse travolgiut

si tu fusse terremota, inghiuttit dalle terre io vurria esse

si tu fusse nu plutuni t’esecuziuni, firmo, sine benda

allo muro, sorridento, aspettaria di proiett esse trafitt

si tu fusse nu lione, le mie carni inte fauce tua

si tu fusse nu cancre malignissim, tutte le mie cellule sane

te daria d’ammalare

si tu fussa lu boia armat de scure, lo mio coll porgeria teco

e alla lama toia sine spaventa
tutte coteste coeuse

et altre milla ancora

faria pettè

bella bellilla dagl’occhi morbidi
Guido Catalano

Diritto di voto a Suore e Ragazze

Religiosa delle Figlie di Maria ausiliatrice, suor Alessandra Smerilli ha 43 anni ed è originaria di Vasto (Chieti). Insegna Economia politica ed elementi di statistica alla Pontificia Facoltà di Scienze dell’educazione “Auxilium” di Roma. Nel 2014 ha conseguito il dottorato in Economia presso la School of Economics della East Anglia University (Norwich, Regno Unito), mentre nel giugno 2006 il dottorato di ricerca in Economia politica presso la Facoltà di Economia della “Sapienza” di Roma. È socia fondatrice e docente della Scuola di Economia Civile e membro del comitato etico di Etica SGR. Ha scritto a quattro mani con Luigino Bruni L’altra metà dell’economia (Città Nuova, Roma 2015) ed è in corso di pubblicazione il volume Carismi, economia, profezia: la gestione delle opere e delle risorse, con l’editrice Rogate.
-Lei è l’unica donna presente nel Comitato delle Settimane sociali e l’ultima edizione (Cagliari, 26-29 ottobre 2017) ha visto un’esigua presenza femminile. Quali attese e spazi di responsabilità intravede per le donne nella Chiesa italiana, oggi? 
Sono profondamente convinta che la Chiesa è meno Chiesa e l’umano è meno umano se le donne non partecipano ai processi decisionali, se non esercitano responsabilità. Non si tratta di occupare spazi o di gestire poteri: questo è molto poco femminile. Ci sono attenzioni, sensibilità, modi di vedere la realtà, attenzione ai processi, che faticano a emergere in contesti prettamente maschili. 
Purtroppo le strutture ecclesiastiche italiane sono molto maschili, e questo genera quello che in economia viene chiamato un processo di selezione avversa: le donne si sentono poco attratte da alcuni ambienti. Ad esempio mi accorgo che le donne più in gamba che conosco, dopo aver provato a dare il proprio contributo all’interno di strutture ecclesiastiche, preferiscono spendere la propria professionalità altrove, dove c’è meno da lottare per essere riconosciute alla pari degli uomini. Nello stesso tempo gli uomini, non sentendosi sollecitati a pensare e ad agire diversamente, senza forse neanche rendersene conto, continuano a perpetuare schemi, modi di fare e di organizzarsi che lasceranno sempre le donne sull’uscio. Credo ci sia bisogno di affrontare serenamente e apertamente la questione, per intraprendere processi che ci rendano tutti più consapevoli dell’urgenza di un cambiamento. Non ritengo che la strada sia quella dell’apertura al sacerdozio per le donne, bensì, come sostiene papa Francesco, di una de-clericalizzazione delle strutture ecclesiastiche. 
-Come è possibile oggi conciliare vita personale e lavorativa? Che cosa consiglierebbe a giovani donne che si affacciano al mondo del lavoro, desiderose di realizzarsi dal punto di vista professionale, senza sacrificare il tempo per sé e per gli altri? 
Il tema dell’armonizzazione della vita lavorativa con quella familiare è oggetto di un fraintendimento: erroneamente, e soprattutto in Italia, nel passato si è considerato quello della conciliazione un problema al femminile, come se solo la donna debba prendersi cura della famiglia. Una cultura aziendale non discriminante dovrebbe invece rendere normale il fatto che sia gli uomini sia le donne possano avere aiuti nel conciliare i tempi di lavoro e quelli della vita familiare.
Fatta questa precisazione, in Italia oggi è molto difficile realizzarsi dal punto di vista professionale senza sacrificare relazioni, affetti e famiglia. E lo è soprattutto per le donne, per le quali la maternità è ancora troppo penalizzante per le prospettive di carriera. Troppe, sono ancora costrette a scegliere tra famiglia e lavoro, ma questa scelta funziona fino a quando i figli sono piccoli e richiedono accudimento a tempo pieno, poi porta a insoddisfazione di vita e penalizza l’espressione delle proprie potenzialità e dei propri talenti. 
Alle giovani donne suggerirei di condividere da subito con il compagno di vita le proprie aspettative lavorative e familiari, o almeno di non scendere a patti sulla suddivisone del lavoro in casa e fuori: «Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio» recita un proverbio africano. Un bambino che nasce è un bene per tutti, e quindi tutti devono occuparsene. Direi che dovremmo passare dall’idea che per poter lavorare le donne debbano sacrificare qualcosa, a un nuovo modo di concepire la società e la realizzazione nella vita. Oggi vediamo come pienamente realizzata una persona che lavora 15 ore al giorno, che non ha tempo per altro, che per svolgere bene il proprio lavoro deve delegare ad altri i suoi impegni e doveri, come il prendersi cura della casa, degli altri, della famiglia. Dovremmo invece tutti comprendere che una persona è meno persona se non si occupa della cura della famiglia e delle relazioni. Un bravo professionista non è una persona eccellente se non sa neanche stirarsi una camicia, se non ha tempo da passare con un anziano o un bambino. E le attività di cura sono beni d’esperienza, ovvero si percepiscono come tali solo quando le si vive. Le donne, che per storia e per sensibilità sono state sempre maestre nell’arte della cura, oggi hanno il compito di insegnarla anche agli uomini: è un compito educativo imprescindibile se vogliamo che qualcosa cambi nella nostra società.

Dal Web

I fiori del male: donne in manicomio nel regime fascista

Alla Casa della Memoria e della Storia di Roma fino al 18 novembre la mostra I fiori del male. Donne in manicomio nel regime fascista. La mostra, a cura di Annacarla Valeriano e Costantino Di Sante, è nata dalla volontà di restituire voce e umanità alle donne vissute durante il Ventennio che furono estromesse e marginalizzate dalla società dell’epoca.
I volti di figlie, madri, mogli, spose, amanti finite in manicomio sono affiancati da diari, lettere, relazioni mediche che raccontano la femminilità a partire dalla descrizione di corpi inceppati e restituiscono l’insieme di pregiudizi che hanno alimentato storicamente la devianza femminile.
Durante il regime fascista si ampliarono i contorni che circoscrivevano i concetti di emarginazione e di devianza e i manicomi finirono con l’accentuare la loro dimensione di controllo e di repressione; tra le maglie delle istituzioni totali rimasero imbrigliate anche quelle donne che non seppero esprimere personalità adeguate agli stereotipi culturali del regime o non assolsero completamente ai nuovi doveri imposti dalla “Rivoluzione Fascista”.
Alle immagini, esposte nella mostra, sono state affiancate le parole: quelle dei medici, che ne rappresentarono anomalie ed esuberanze, ma anche le parole lasciate dalle stesse protagoniste dell’esperienza di internamento nelle lettere che scrissero a casa e che, censurate, sono rimaste nelle cartelle cliniche. Il manicomio, in questo senso, è stato un osservatorio privilegiato dal quale partire per analizzare i modelli culturali – di matrice positivista – che hanno storicamente contribuito a costruire la devianza femminile e che durante il Ventennio furono ideologicamente piegati alle esigenze del regime. Il lavoro di ricerca e di valorizzazione condotto su questi materiali ha permesso di recuperare una parte fondamentale della nostra memoria e di restituirla alla collettività.

Dal Web

Il coraggio delle Donne

“So di rischiare la vita ma so anche che il mio Paese ha bisogno di me”

A dichiararlo una delle tante donne impegnate in questi giorni in Afghanistan nelle elezioni legislative. 

I talebani sono particolarmente feroci nei confronti delle donne che si sono candidate ma anche verso quelle che si stanno impegnando nelle campagne elettorali ma loro non si lasciano intimorire. 

Qualcosa si muove anche a quelle latitudini e le Donne faranno la differenza, ne sono certa.