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Leonardo figlio di Caterina di Meo Lippi

Un prestigioso storico dell’arte britannico, Martin Kemp, specializzato in studi su Leonardo da Vinci, ha finalmente svelato uno dei misteri legati all’esistenza di Leonardo da Vinci. Nel libro “Mona Lisa: The People and the Painting”, scritto con Giuseppe Pallanti, Kemp rivela la vera identità della madre di Leonardo, figura che aveva fatto sbizzarrire gli studiosi con le più disparate congetture. Tra le più fantasiose, quella secondo cui la madre dell’artista sarebbe stata una schiava africana. Nulla di tutto questo, secondo Kemp, che, analizzando una gran mole di dati, tra cui quelli relativi alle tasse e ai possedimenti in Toscana negli anni nel periodo in cui Leonardoera nato, si dice certo che la madre del genio fosse una giovane orfana di appena quindici anni, Caterina di Meo Lippi, sedotta da un avvocato fiorentino di venticinque anni, Ser Piero da Vinci. La famiglia dell’avvocato provvide subito a combinare le sue nozze con un miglior partito, ma offrì una dote anche a Caterina, che potè così sposare un contadino, Antonio di Piero Buti. Il piccolo Leonardo crebbe invece con il nonno paterno Antonio da Vinci, che, nel resoconto delle tasse dell’anno 1457 segna i familiari a suo carico, tra cui Leonardo, figlio illegittimo del figlio Piero e di Caterina.

Secondo Kemp, data la povertà di Caterina, non esisterebbe nessuna casa in cui Leonardo nacque. Caterina mise al mondo il bambino destinato a diventare un artista a dir poco geniale nei campi, all’aperto. Cadrebbe così l’attribuzione di “casa natale di Leonardo” che fino a oggi designava un’abitazione ad Anchiano, vicino Vinci, visitata ogni anno da numerosi turisti, ansiosi di vedere il luogo dove nacque l’artista. 

Dal Web

Una grande Titanessa

Ci sono immagini manzoniane o icone fotografiche di una pregnanza comunicativa tale da far tracimare sentimenti espressionisti.
Una è questa, ad esempio, in un misto di durezza e tenerezza: è del grande Pepi Merisio: la trovo emblematica. La donna che sopporta carichi immensi con la dignità e la fierezza di una regina. Mi incanta il colletto bianco col pizzo… più prezioso di una collana di diamanti, dice Beatrice Lento, cara amica, istituzionalmente impegnata.

Anch’io mi lascio prendere da questo stesso sguardo muliebre, tutto composto, a vedere, mentre occupa la panoramica sovrastante: la saccoccia sulla testa sembra, poi, andare oltre le vette della montagna, stagliando una figura, che s’affigge nella volta celeste tra gli sbuffi delle nuvole. Una roccia emersa dalla terra: una grande Titanessa.

Non nascondo che alla descrizione mi si avvicina pure la lirica dell’anima, che vergata a mano da Alda Merini, sembra fare proprio per questo personaggio femminile:
Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso
sei un granello di colpa
anche agli occhi di Dio
malgrado le tue sante guerre
per l’emancipazione.
Spaccarono la tua bellezza
e rimane uno scheletro d’amore
che però grida ancora vendetta
e soltanto tu riesci
ancora a piangere,
poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,
poi ti volti e non sai ancora dire
e taci meravigliata
e allora diventi grande come la terra
e innalzi il tuo canto d’amore.

Personalmente, sopra tutte le righe, penso alle incombenze familiari di ogni donna, centuplicate a tante altre cose (che, oggi, chiameremo lavoro straordinario, mentre, allora, era solo ordinario su ordinario, punto e basta!). Alla bellezza dignitosa di tutte queste donne, come questa che lavora umilmente ai campi, dovremmo ripetere infinitamente grazie, per aver preparato il terreno a tante meritorie conquiste su temi di parità e di ruoli sociali. 

Certo, oggi la situazione si fa paradossale in una fase di transizione alquanto paradossale. Fuori il padre, fuori la madre, dentro i nonni, o figure sostitutive raccolte qua e là nella vasta gamma della scenografia pubblica e privata del nostro territorio, senza parlare di tanti nostri giovanissimi, delegati ormai alle scuole, come surrogato dell’ambiente domestico. Un equilibrio va trovato – è opinione condivisa da tutti – senza gravare, però, sulla pelle dei soliti ruoli, codificati, per lungo tempo, da una genetica di tradizioni, che è offensiva di tutto l’impianto evoluzionista postdarwiniano. Giacché i geni sono pari e non dispari, ne conviene che geniali sono gli stessi compiti, anche per le stesse cose! Quindi, rimbocchiamoci le maniche!
Francesco Polopoli

Maya Angelou

Nata il 4 aprile 1928 a St. Louis, in Missouri, la scrittrice e attivista per i diritti civili Maya Angelou divenne famosa grazie al suo libro di memorie del 1969, “Il canto del silenzio”, che fece la storia della letteratura in quanto divenne il primo best-seller di una scrittrice afro-americana. Fu una poetessa e attrice pluripremiata; tra i vari riconoscimenti ricordiamo che fu finalista del Premio Pulitzer per la poesia con la sua prima raccolta di versi “Just Give Me a Cool Drink of Water ‘fore I Diiie”; fu nominata due volte membro di comitati e commissioni della Presidenza degli Stati Uniti; le venne inoltre conferita la Medaglia nazionale delle arti dal Congresso nel 2000 e la Medaglia presidenziale e della libertà da Barack Obama in persona nel 2011. Morì a 86 anni.

Dal web

Mi sembra di non aver fatto nulla!

Il Sindaco di Tropea Giovanni  Macrì  incontra la Consulta delle Associazioni
 A circa sei mesi dall’avvio dell’Amministrazione Macrì, il Sindaco si è offerto al mondo delle Associazioni per un incontro dibattito sul lavoro svolto e su quello da avviare. L’ Antico Sedile di Portercole ha accolto l’evento, organizzato dalla Consulta delle Associazioni, presieduta dall’ avv. Ottavio Scrugli, ed ha registrato la presenza delle realtà associative del territorio ed anche di cittadini di Tropea, e non, attratti dall’opportunità di ascoltare e confrontarsi.
 Dopo una breve introduzione del Presidente Scrugli, Giovanni Macrì é intervenuto evidenziando le due scelte di campo che hanno caratterizzato i primi mesi del suo operato: restituire a Tropea un’immagine decorosa e risvegliare il senso di appartenenza. A tal fine é stata promossa la più ampia partecipazione dei cittadini con una risposta positiva di tantissimi, a prescindere dal colore politico, perché sensibili al bene comune. La collaborazione si é espressa a tanti livelli, da quello manuale, che ha visto crescere la squadra dei volontari in maniera esponenziale, a quello creativo con a capo il grande concittadino, architetto Giffone che continua a dare il suo contributo nel settore che gli é consono
 Il Sindaco non ha voluto presentare la lista degli interventi realizzati, tanti e tutti minuziosamente registrati, ne ha, però, citato alcuni emblematici a partire dal recupero dell’Antico Sedile dal degrado in cui versava, gesto di forte valenza trattandosi della storica sede del governo cittadino, e dal riassetto del lungomare, operazione anch’essa di forte immagine. In quest’ultimo caso ha messo in evidenza come si sia dovuta operare una scelta non facile: dare il via ad un’operazione sicuramente ancora non risolutiva oppure sopportare per almeno  un’ altra stagione turistica lo spettacolo indecoroso delle macerie accumulate sull’arenile, si é scelta la prima soluzione perché quello sfacelo non poteva essere ulteriormente tollerato.
 Macrì ha anche indicato l’azione sul depuratore Argani e lo smaltimento di duemila metri cubi di fanghi, accumulati da anni, che è valso l’apprezzamento della Procura Della Repubblica.
 La disastrosa situazione della macchina amministrativa e la carenza di personale, nonché lo sforzo di ridare motivazione a tanti lavoratori non sono stati sottaciuti ed in fase conclusiva il Sindaco ha messo in luce l’impegno personale e quello dei suoi collaboratori, la Sua presenza costante in Comune, salvo impegni in Regione, e la dedizione assoluta alla causa. 
Con piacere ha anche voluto rimarcare la grande affluenza, che si é registrata e si continua a verificare, di visitatori, incuriositi dalle notizie positive che circolano sulla Città, desiderosi di verificare personalmente il fenomeno Tropea.
Infine il Primo Cittadino  ha ricordato, con evidente soddisfazione, il successo del Tropea Cipolla Party che non é stato un evento assimilabile ad una sagra ma piuttosto una manifestazione culturale ricca, variegata e di spessore, con un’eco mediatica strepitosa: tutte le Agenzie informative, locali e nazionali, hanno dato ampio spazio e la ricaduta é stata di una positività enorme.
Terminata la comunicazione del Sindaco ha avuto inizio il giro di domande da parte di tutti i presenti. 
Numerosissimi e vari gli aspetti affrontati, dall’accesso al centro storico da parte dei residenti, all’occupazIone del suolo pubblico da parte delle attività commerciali, al traffico lungo le principali vie cittadine di collegamento, alla ZTL, alla raccolta differenziata, con particolare attenzione al divieto del sacco nero e  alla nuova era di Tropea libera dalla plastica, alla possibilità di realizzare isole ecologiche, alla riqualificazione di aree trascurate, al turismo imprenditoriale, ai bagni pubblici, ai cestini per gli escrementi dei cani. 
Nell’interloquire con i presenti il Sindaco ha risposto a tutte le domande appalesando gli interventi già decisi, quelli in cantiere e quelli che richiedono più tempo e risorse ed ha anche avuto modo di chiarire molti aspetti delicati. In particolare ha rimarcato come la problematica della differenziata sia cogente e per il rischio di disfunzioni nella raccolta dei rifiuti, per intoppi connessi alle discariche, e per l’esigenza di ridurre sensibilmente l’indifferenziata se si vuole entrare in un circuito virtuoso che porti Tropea a conquistare riconoscimenti significativi quale, ad esempio, quello della Bandiera Blù. 
Ma il dire del Primo Cittadino é andato ben  oltre il contingente evidenziando 
l’esigenza di un cambiamento interiore che induca al rispetto ambientale che non può più tollerare dilazioni, é doverosa un’ inversione di rotta, anche se comporta nell’immediato un aumento di costi, come nel caso dei piatti e bicchieri biodegradabili anziché di plastica, se si vuole il bene del Pianeta e dell’Umanità. 
In tema di interventi di riqualificazione si é fatto cenno ai prossimi in cantiere rivolti all’arricchimento di Piazza Vittorio Veneto, a tal proposito ha preso la parola l’architetto Luigi  Giffone che si é anche soffermato su un’idea che impreziosirà 
l’affaccio da mozzafiato in fondo al Corso, il Sindaco ha anche accennato ad un progetto dell’Associazione Cosi Mali di abbellimento di una parte delle arcate a mare attraverso pannelli artistici.
 Tanti, veramente tanti e calorosi, gli apprezzamenti e gli elogi che gli intervenuti hanno inteso rivolgere al Sindaco Macrì e all’Amministrazione a Sua guida. Certamente molte cose rimangono da fare ma l’impegno giá ampiamente profuso ha lasciato dei segni.
 “Mi sembra di non aver fatto nulla e quando la gente che torna a Tropea dopo molto coglie il cambiamento e sente il bisogno di venire in Comune a congratularsi avverto una grande soddisfazione, la stessa che oggi provo ricevendo i vostri elogi”
 La positività delle emozioni e dei riscontri registrati nello svolgimento della Consulta é stata notevole, segno dell’ importanza del dialogo e della condivisione con il mondo delle Associazioni e con tutti i Cittadini per fare veramente Comunità. 
Il Sindaco Macrì ha ringraziato ed ha confermato ripetutamente nel corso
 dell’ incontro che per l’ Amministrazione a Sua guida gli impegni assunti  nel Programma Elettorale saranno sempre la meta imprescindibile a cui tendere.
La Presidente di sos KORAI Onlus 

Beatrice Lento

Amalia Bruni: la Calabria che non si arrende

La nostra Socia D’ Onore Amalia Bruni ancora una volta viene riconosciuta come espressione altissima della Calabria migliore. Auguri grande Amalia!

Grande Scienziata di fama mondiale dirige il Centro Regionale di Neurogenetica di Lamezia Terme, centro di eccellenza nella cura delle demenze degenerative.

Ha scoperto la Nicastrina, la glicoproteina implicata nel meccanismo patogenetico dell’ Alzheimer.

Michela: vivere con una malattia invisibile

[Vivere con una malattia cronica ed invisibile]

‘’Ma non sembri malato’’, è una frase che molte persone che vivono con una malattia invisibile si sentiranno dire… Ed è un grosso problema che queste malattie non siano visibili perché ciò comporta delle enormi difficoltà quando si tratta di spiegare gli effetti che hanno nella vita delle persone, soprattutto se si parla con chi non sta vivendo una situazione del genere.

Purtroppo, viviamo in una società in cui moltissime malattie croniche continuano ad essere invisibili.

Solo chi vive con una malattia cronica può capire veramente cosa significhi averla e cosa comporti…si tratta di fare un viaggio lento e solitario dove la prima tappa è la ricerca di una diagnosi definitiva per “tutto quello che mi sta accadendo”. Non è assolutamente facile perchè possono passare anni prima che una persona riesca a trovare un nome per quello che ha. Dopo tutto questo, quando finalmente si ha la diagnosi, secondo me arriva la parte più complessa: trovare una qualità di vita con il dolore come compagno di viaggio.

È questa una delle sfide che le persone che convivono con queste malattie devono affrontare quando parlano in particolare con amici e familiari, che potrebbero non riuscire a comprendere facilmente una malattia di cui non vedono gli effetti. Anche perché magari rimani chiusa in casa imbottita di antidolorifici per un paio di giorni e poi all’ improvviso ti vedono uscire e sfoggiare il tuo sorriso più bello.. E cosí pensano che stavi facendo la vittima.. E invece no!! Ogni giorno ci sono sfide nuove e diverse ed esiste una ragione dietro ogni azione.

Bisogna cambiare mentalità: non c’è bisogno di una ferita evidente perché il dolore sia autentico. E a questo mi collego a ciò che dice il mio specialista di endometriosi ai convegni:

” L’ endometriosi è come un tumore. Si tratta di una patologia benigna ma viene trattata come un cancro. Bisogna vedere questa malattia con occhi diversi. Chi vi dice che si guarisce vi prende in giro. La paziente deve uscire dalla sala operatoria senza endometriosi: deve mantenere le funzioni viscerali, riproduttiva e delle pelvi”.

Non è stato facile accettare tutto ciò ma….. Si diventa forti quando si impara ad accettare il dolore e se non è visibile agli occhi non significa che non esiste!

L’ importanza di avere una diagnosi precoce, di essere comprese e non considerate delle pazze immaginarie in cerca di antidolorifici x sballarsi, o quelle che non sono in grado di sopportare “il classico mal di pancia a causa del ciclo”…. E cosa fondamentale non finire nelle mani sbagliate e vedersi poi la propria vita rovinata…

Ho iniziato a star male a 13 anni con i primi dolori durante il ciclo mestruale, ho dovuto convincermi che era tutto normale e che non ero in grado di sopportare nulla perchè così dicevano i medici… Vivevo chiusa in casa piegata piangendo: anni di dolori senza essere compresa e creduta (mi sembrava di essere pazza, di esagerare. Mi sentivo dire ad esempio:“ E’ tutto nella tua testa, non hai niente” oppure “ Non sai sopportare il dolore, non fare la bambina. Sii donna” “di cosa ti lamenti?dovrai partorire un giorno”) , assenze a scuola e saltare l’ ora di ginnastica indipendentemente dalla presenza del ciclo perché stavo male sempre ed essere considerata dagli insegnanti pigra, nullafacente, una studentessa con una bell’ immaginazione x saltare compiti interrogazioni ed altre attività, innumerevoli corse in ospedale ed essere dimesse con una diagnosi errata, sentirsi diverse dalle amiche, rinunciare alla vita di una normale adolescente, difficoltà o impossibilità di urinare e/o evacuare, imbottirsi di antidolorifici…

La mia diagnosi arrivò a gennaio 2012 (avevo 26 anni):

“Endometriosi profonda 4 stadio del setto retto vaginale”. Finalmente, anche se dopo 13 anni di ritardo, il mio dolore aveva un nome. Da allora ho avuto 3 interventi (4 x la ricanalizzazione dell’ intestino), sono passati 6 anni e i miei dolori sono cambiati, l’ endometriosi non centra più e i miei sintomi sono neurologici (a causa dei danni permanenti ai nervi -da qui la neuropatia bilaterale del pudendo, vulvodinia e sacroileite-, vescica ed intestino neurologici con conseguenze di autocateterismo da più’ di 4 anni, selg e moviprep più ausilio x svuotare l’ intestino una volta la settimana…a 28 anni ho perso la funzionalità di questi organi, non ho più la sensibilità e gli stimoli a causa di un medico che mi ha operato nel 2014, intervento durato 8 ore).. Mi tolse entrambe le tube, sutura della vagina, messo stents bilaterali, shaving intestinale (lasciandomi però 2 noduli infiltrati nell’ intestino ed endometriosi diffusa in altre parti). Sono uscita dalla sala operatoria con la bocca blu…ho rischiato….l’ anestesista uscí 5/6 volte durante l’ operazione x rassicurare mia

mamma…e venne ogni giorno a controllare in stanza come stavo almeno 5 volte al giorno…e x 9 giorni, nonostante fossi attaccata ad un palloncino con morfina e altri antidolorifici, io urlavo e piangevo dai dolori..il medico che mi aveva operato mi diceva di smetterla,che era tutto nella mia testa,che avendomi operato lui ero guarita dall’ endometriosi. Mi disse di ritenermi fortunata perchè mi aveva lasciato la casetta ovvero l’ utero che a causa dell’ adenomiosi molto grave sarebbe stato da toglierlo ma non era il momento dato la mia giovane etá. Ed ebbe anche il coraggio di smentire tutto…ovvero che non era vero che mi aveva detto di aver visto endometriosi ai nervi e non toccata perché non era in grado,e di non credere a chi dice che può operare quel punto perché non esiste come intervento…. Sicuramente disse ciò per paura che scoprissi tutto quanto!!

A giugno 2015 ho subito il 3 intervento, chi mi ha operato doveva stare molto attento dato ciò che mi aveva causato il medico precedente un anno prima. Fu un intervento tosto di 7 ore: neurolisi, resezione intestinale con stomia, ovaia dx, vescica, rene dx, ureteri, vagina, legamenti utero sacrali, douglas, pelvi congelata. Ma grazie a lui sono pulita da allora dall’ endometriosi! Tornare a casa con stomia è stato un trauma: tre mesi d’ inferno nei quali ho fatto fatica ad accettarla, per un mese e mezzo circa mi rifiutavo di pulire lo stoma e di cambiarmi il sacchetto da sola, lo faceva mia mamma. Ad agosto ho iniziato ad accettarla e a far tutto autonomamente. Non è facile adeguarsi a un ritmo di vita diverso, già l’endometriosi ti invalida tanto, e la stomia era un problema in più: star attenta che il sacchetto non si stacchi, svuotarlo spesso, cambiarlo, non sapere come vestirsi, far attenzione a ciò che si mangia ecc. In borsa avevo sempre il kit per le emergenze: sacchetto e maglia di ricambio, salviette, guanti.. A settembre ho avuto l’ intervento di ricanalizzazione. Speravo fosse finita là ma la stenosi si era già riformata e così per sei mesi ogni settimana andavo in ospedale per le dilatazioni endoscopiche e dilatatori manuali.

A gennaio 2016 ho inserito mirena (la spirale medicata al progesterone) x posticipare l’ isterectomia dato che in pazienti giovani non la fanno e in ogni caso, secondo il mio specialista, dato la mia situazione, non risolverei nulla. Sempre nello stesso mese ho ottenuto 75% d’ invalidità, soprattutto x gli ultimi due interventi molto complessi, ma in particolare x i danni e conseguenze permanenti del secondo intervento. Me l’ hanno data con revisione a gennaio 2019 perché ovviamente essendo giovane x i medici della commissione inps posso guarire da tutto ciò….assurdo!!

Ad aprile oltre a mirena hanno aggiunto Azalia come pillola…quindi doppia terapia ormonale…una bomba di ormoni!!

Il 6 novembre ho effettuato una visita reumatologica e ho avuti la diagnosi di fibromialgia, ennesimo regalo dell’ endometriosi.

Il 29 novembre ho subito il mio 5 intervento: il mio specialista di endometriosi, essendo anche neuropelveologo, con la tecnica LION appresa a Zurigo dal suo maestro, mi ha impiantato il neuromodulatore sacrale provvisorio sperando di recuperare almeno una parziale funzionalità vescicale e rettale, anche se mi hanno dato bassissime possibilitá di riuscita…x intestino non c’è più nulla da fare, se va bene x vescica ridurrò solamente il numero di cateteri a 2 (da 4 anni e mezzo ne faccio almeno 5 al giorno).

L’ intervento è durato più del previsto perché anche se sono pulita dall’ endometriosi da giugno 2015, purtroppo, il mio addome è stra pieno di aderenze x tutti gli interventi che ho fatto in passato..tante ne ha tolte ma tante altre le ha dovute lasciare altrimenti avrei rischiato tanto soprattutto x l’ intestino.

La sera prima dell’ operazione mi aveva detto che ci poteva essere la possibilità che non riuscisse ad impiantare gli elettrodi sui nervi pelvici dato la mia situazione molto complessa e delicata e che rischiavo le stomia per la seconda volta… Ma ci è riuscito a metter me lo e mi ha evitato il sacchetto altrimenti sarebbe stato ancora di più un casino!✌ ? Ho il neuromodulatore sacrale impiantato ed ora si spera dia le funzionalità di cui ho bisogno altrimenti tornerò in sala operatoria e sposterà gli elettrodi x vedere se cambia qualcosa. Prima di togliere tutto vuole fare un paio di tentativi x vedere se posso aver i benefici sperati e se fosse cosi si procederà con l’ impianto del neuromodulatore sacrale definitivo…in caso contrario, come dicevo, si toglie e basta. Indipendentemente vada, lui rimarrà sempre il mio salvatore e non finirò mai di ringraziarlo!!! È stato l’unico quasi 4 anni fa a volermi prendere come sua paziente nonostante tutto quello che mi ha causato il suo predecessore, mi ha aiutato molto x quanto riguarda l’ endometriosi, e ora sta cercando con tutto il resto a farmi avere una miglior qualità di vita xk secondo lui la merito visto tutto quello che ho passato e sto ancora affrontando… X lui io sono una sopravvissuta!

Cmq grazie all’evoluzione della tecnologia, della scienza e ricerca, oggi il neuromodulatore sacrale in molti casi può migliorare la qualità di vita. Si tratta di un trattamento che ha lo scopo di cercare di ripristinare la funzionalità del pavimento pelvico mediante la stimolazione nervosa. E’

un’opzione che in genere si consiglia ai pazienti che non rispondono in maniera soddisfacente ai trattamenti terapeutici o che non possono assumere farmaci nel lungo periodo a causa di scarsa tollerabilità o di effetti collaterali importanti, e come scritto sopra a chi soffre di disfunzioni del pavimento pelvico (ritenzione urinaria, stipsi cronica, incontinenza urinaria e/o intestinale, cistite interstiziale ecc)

Ho imparato a convivere con il dolore cronico da quando ero adolescente , fa parte di me e l’ ho accettato !!

Il passo più importante è l’ accettazione della malattia e capire che noi non siamo Lei!!

Leggete bene queste parole e non giudicate piú chi vive con una malattia cronica ed invisibile: “Non cerchiamo attenzioni, né siamo ipocondriaci. Stiamo semplicemente cercando di vivere nel modo in cui il nostro corpo ce lo permette’’.

Michela

Lea Pericoli, la prima grande campionessa italiana

Nessuno più di lei contribuì a diffondere il tennis femminile in Italia

Bellissimi i suoi capi con pizzi e merletti, ma ne ha indossati anche di piume di cigno e in visone.

” In Italia” diceva” era diffusa la convinzione che lo sport trasformasse le atlete in muscolose viravo senza grazia. Decidendo di vestirmi così ho fatto una scelta dalla parte delle donne.”

Vin da piccole a noi femmine

«Fin da piccole, a noi femmine viene detto che non dobbiamo lamentarci dei dolori del ciclo. Io, però, da ragazzina ho provato quelli lancinanti che mi hanno strappato la spensieratezza, la libertà di fare sport e di uscire con gli amici. La diagnosi di endometriosi è arrivata solo quando avevo 30 anni: dopo un primo intervento molto complesso, sono rimasta incinta. Si dice che questa malattia metta a rischio la fertilità. Io sono stata fortunata: dopo un’altra operazione, ho avuto un secondo figlio, fortemente voluto. Via via, ho imparato a non temere il corpo, ho vissuto le mie 2 maternità come un miracolo che mi ha fatto sentire desiderosa di restituire agli altri la goioa ricevuta.

Per questo ho fondato Aendo, un’associazione che supporta le donne con endometriosi e fa corsi nelle scuole per far conoscere la malattia. Parlare in pubblico del problema serve anche affinché si investa di più nella ricerca. Da libera professionista, io posso permettermi di non lavorare quando sto a letto per i dolori atroci. Molte impiegate, invece, vengono licenziate per le troppe assenze. Le ragazze poi, non sanno che una certa terapia ormonale va bene per alcune fasi della vita, poi risulta inefficace. Ecco perché è importante fare rete con altre donne malate, informarsi sulle nuove cure e affidarsi a ginecologi specialisti. Per non sentirsi sole, condannate a una sofferenza ineluttabile».

Dal Web

Dipinto di Assunta Mollo

La donna etrusca: esempio di emancipazione

Quando pensiamo allo stato della donna nelle civiltà antiche, nel nostro immaginario si profila la figura di una donna subalterna rispetto all’uomo, e il cui compito è soprattutto quello di curare le attività domestiche, o comunque di attendere a occupazioni tipicamente femminili. Non era così, invece, per la donna etrusca: nessun altra donna come quella etrusca godette di un grado tanto altodi emancipazione, libertà e autonomia. “Le donne etrusche”, ha scritto l’insigne studioso Jean-Paul Thuillier, “sapevano essere custodi del focolare”, ma allo stesso tempo erano in grado di “tenere a bada la folla di servi e domestici. Semplicemente, a differenza di Penelope e Andromaca, esse non si accontentavano di attendere pazientemente a casa il ritorno degli sposi, ma prendevano legittimamente parte a tutti i piaceri della vita”. L’alto livello di benessere economico della società etrusca fece sì che, già in età arcaica (dal sesto secolo avanti Cristo), il ruolo della donna avesse iniziato a subire delle modifiche: se prima le donne erano essenzialmente madri dedite alla cura della famiglia, a partire da quest’epoca cominciarono a “uscire” dalle mura domestiche per partecipare in maniera sempre più attiva alla vita pubblica. Ciò vale soprattutto per l’area dell’Etruriapropriamente detta (Toscana, alto Lazio e Umbria), mentre nelle altre zone d’Italia occupate dagli etruschi questo processo di emancipazione assunse contorni decisamente più lenti: per tal ragione occorre evidenziare che è improprio parlare di donna etrusca tout-court.

Un primo aspetto importante delle donne etruscheconsiste nel fatto che, come attestano numerose iscrizioni, erano dotate di nome proprio: al contrario, a Roma le donne venivano identificate esclusivamente con il nome della gens, ovvero della famiglia, alla quale appartenevano (Tullia, Iulia, Cornelia, e così via: nel caso in cui ci fossero due donne nella stessa famiglia, venivano indicate coi numerali, come prima, secunda, tertia, oppure con gli aggettivi maior e minor se erano due). Solo a partire dalla tarda età repubblicana le donne romane avrebbero iniziato a far uso del cognomen(una sorta di soprannome). Sono sopravvissute molte attestazioni di nomi propri femminili delle donne etrusche: Velelia, Anthaia, Thania, Larthia, Tita, Nuzinai, Ramutha, Velthura, Thesathei. E sono proprio le iscrizioni rinvenute sugli oggetti a dirci molto sullo status della donna etrusca. Sappiamo dunque che le donne possedevano oggetti, sappiamo che erano in grado di leggere (su alcuni strumenti di uso quotidiano compaiono infatti indicazioni esplicative, magari per illustrare una scena decorativa, oppure dediche), e probabilmente in certi casi potevano anche essere titolari di attività commerciali. Un paio esempi: al Museo Gregoriano Etrusco, nei Musei Vaticani, è conservata un’olletta in bucchero (ovvero un piccolo recipiente che serviva per contenere alimenti) dove si legge la scritta “mi ramuthas kansinaia”, ovvero “io sono di Ramutha Kansinai”, dove il proprietario del vaso, una donna, è identificata con nome e cognome. E al Louvre si trova invece una pisside, databile al 630 avanti Cristo circa, sulla quale è apposta l’iscrizione “Kusnailise”, che potrebbe essere tradotta con “nella bottega di Kusnai”, dove Kusnai (un nome da donna) è presumibilmente la proprietaria dell’attività commerciale. 

corredi funerari delle donne etrusche includono diversi oggetti che ci raccontano molto delle loro attività: sono stati ritrovati strumenti per la tessitura e la filatura (hobby che venivano praticati anche dalle donne dell’alta società, supportate dalle loro ancelle), e poi specchi, gioielli, ornamenti di vario tipo e unguentari, segno che le donne etrusche dovevano passare molto tempo a farsi belle, e ancora morsi di cavallo che potrebbero suggerire il fatto che, nell’antica Etruria, le donne si muovessero e viaggiassero in autonomia, senza un padre o un marito che le accompagnasse. Le statue e i ritratti testimoniano inoltre una grandissima varietà di pettinature che le donne etrusche amavano provare, anche se ce ne sono alcune ricorrenti: in antico (nel sesto secolo avanti Cristo) andava di moda l’acconciatura con lunghe trecce che pendevano sul seno (potevano essere due, ma anche di più), oppure con i capelli lunghi portati all’indietro in modo che ricadessero dietro le spalle. In epoche più recenti si diffuse invece la moda dei capelli corti, oppure raccolti: venivano tenuti fermi con una reticella, come nel caso della sopraccitata Velia, oppure erano pettinati “a melone”, ovvero raccolti in ciocche spesse e tirati all’indietro. Donne belle, donne raffinate, spose di principi ma anche di ricchi possidenti, di magistrati, di politici, di commercianti, che non conducevano una vita chiusa tra le pareti di casa, ma trascorrevano molto tempo in società, partecipavano a eventi mondani, uscivano spesso per assistere a gare sportive e spettacoli. In altre parole, come ha scritto lo studioso Jean-Marc Irollo, le signore etrusche “non permettevano ai loro uomini di esercitare il monopolio sul lusso e sulla gioia di vivere”.

La dimensione della donna etrusca era infatti molto meno “domestica” rispetto a quella della donna greca o della donna romana: al contrario di queste ultime, la donna etrusca prendeva abitualmente parte alla vita pubblica, come attestano le fonti letterarie latine e come possiamo agevolmente evincere anche dalle opere d’arte. Negli affreschi della tomba delle Bighe (si veda l’articolo sugli etruschi e lo sport) vediamo, in una delle tribune dalle quali gli spettatori assistono alle gare sportive, oltre a diverse donne d’ogni età, anche una coppia, con la donna che abbraccia l’uomo. Questo gesto, con la donna a prendere l’iniziativa, è stato interpretato dal succitato Thuillier come segno del fatto che tra uomini e donne vigesse una certa parità (anche perché, notava sempre lo studioso francese, nelle rappresentazioni in cui compare un pubblico, le donne hanno spesso posti nelle prime file): si tratta, per usare le parole del noto etruscologo, di un “gesto molto moderno”.

Se dunque la donna etrusca prendeva spesso parte a spettacoli, giochi o comunque a eventi pubblici, altrettanto di frequente partecipava ai banchetti. Si trattava di un’abitudine che, in Grecia e a Roma, destava scandalo, poiché fuori dall’Etruria, nella società greca e in quella romana, le uniche donneammesse ai banchetti erano quelle che esercitavano il meretricio: una donna di buona famiglia non poteva prender parte ai banchetti, dal momento che era ritenuto disdicevole. Di conseguenza, la costante presenza delle donne presso i banchetti etruschi alimentò le maldicenze degli scrittori greci e romani. Tra i passi più celebri sulle donne etrusche figura quello dello storico greco Teopompo, vissuto nella metà del quarto secolo avanti Cristo e autore di un giudizio molto severo sulle donne etrusche, anche se ormai bollato come menzognero da tutta la critica. Teopompo scriveva, in quello che è il più lungo brano antico sulle donne etrusche a noi noto, che “era costume presso gli etruschi che le donne fossero in comune: esse curano molto il loro corpo, facendo esercizi sportivi da sole o con gli uomini; non ritengono vergognoso comparire in pubblico nude; stanno a tavola non vicino al marito, ma vicino al primo venuto dei presenti e brindano alla salute di chi vogliono. Sono forti bevitrici e molto belle da vedere”. E ancora, sull’educazione dei figli: “i Tirreni allevano tutti i bambini ignorando chi sia il padre di ciascuno di essi; questi ragazzi vivono nello stesso modo di chi li mantiene, passando parte del tempo ubriacandosi e nel commercio con tutte le donne indistintamente”. Teopompo godeva della fama di maldicente anche in antico e, a parte l’affermazione sul fatto che le donne etrusche fossero “molto belle da vedere” (evidentissimo da sculture e affreschi), diverse delle sue asserzioni appaiono del tutto infondate: il passaggio sul fatto che condividessero la tavola non col marito, ma col primo che capitava, è smentito da Aristotele che assicura che “gli Etruschi mangiano insieme con le mogli giacendo sotto lo stesso manto”. Che le donne etrusche partecipassero ai banchetti insieme ai mariti è un fatto noto anche dalle testimonianze artistiche etrusche. Nella scena di banchetto della tomba degli Scudi a Tarquinia vediamo una coppia, marito e moglie, che stanno mangiando assieme sulla klíne, il tipico letto da banchetto, ma questo uso appare evidente anche dai sarcofagi che non di rado raffigurano coppie sdraiate come se stessero partecipando a una cena. In tal senso, l’opera più famosa è sicuramente il sarcofago degli sposi di Cerveteri, attualmente conservato presso il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma: i due sposi sono sdraiati su di una klíne e guardano davanti a loro, abbracciandosi teneramente. A un grado ben più elevato di realismo giunge poi la cosiddetta Urna degli Sposi conservata al Museo Guarnacci di Volterra: in questo caso, è possibile che le fattezze dei due protagonisti, una coppia d’età piuttosto avanzata, corrispondano a quelle reali e palesino l’intenzione dei due coniugi di mantenere vivo il loro ricordo anche dopo la scomparsa (i ritratti, infatti, venivano posti direttamente sopra al coperchio dei sarcofagi o delle urne).

Anche nell’arte gli etruschi avevano un approccio diverso nei confronti delle madri rispetto a quello dell’arte greca. I greci evitavano di raffigurare madri nell’atto di allattare i propri figli: “tale gesto”, spiega infatti l’etruscologa Larissa Bonfante, “faceva parte del mondo delle Furie, delle Eumenidi, del mondo del sangue, della natura quasi animale dell’uomo”, ragione per la quale i greci si rifiutavano di ammetterlo all’interno del loro repertorio figurativo riferito al “mondo normale”. Uno dei principali capolavori d’arte etruscaconservati presso il Museo Archeologico Nazionaledi Firenze è proprio una madre che allatta un bambino: si tratta della Mater Matuta, la dea italica del mattino e dell’aurora, e di conseguenza protettrice della fecondità, della maternità e della nascita. È stata ritrovata in una necropoli nei pressi di Chianciano Terme, e aveva la funzione di grande urna cineraria (la testa infatti è mobile): l’opera colpisce l’osservatore per la sua monumentalità che comunque non intacca il grado di realismo che lo scultore è riuscito a conferire alla Mater Matuta (si osservi la naturalezza del movimento delle mani che reggono il bambino, ma anche le pieghe dei panneggi). Nel territorio italiano anticamente era molto radicato il culto della dea madre, al contrario di quanto avveniva in Grecia, dove peraltro era anche molto meno diffusa la pratica di allattare i figli (le donne greche di elevata estrazione sociale affidavano il compito alle balie). Questo spiega anche perché ci sono giunte alcune raffigurazioni di madri con i figli nella scultura etrusca: ne sono interessanti esempi la cosiddetta kourotrophos(“colei che nutre il bambino”) proveniente da Veio, una statuetta votiva oggi conservata nei depositi della Soprintendenza per l’area metropolitana di Roma, la provincia di Viterbo e l’Etruria meridionale, oppure un bronzetto custodito al Louvre con una madre che tiene per mano il proprio figlio, o ancora la grande statua, anch’essa proveniente da Veio, di Latona, madre di Apollo, colta nell’atto di cullare il piccolo dio. Le statue votive potevano anche rappresentare neonati, e avevano lo scopo di ottenere, dalle divinità, protezione per i piccoli: ne sono interessanti esempi quelli conservati al Museo Nazionale Etrusco di Arezzo.

Per quanto fosse importante il ruolo della donna etrusca nel contesto familiare, è stata tuttavia smentita dagli studiosi l’ipotesi che la società etrusca avesse un impianto matriarcale. Secondo gli studi più recenti, le donne in Etruria non svolgevano un ruolo dominante all’interno della famiglia: il fatto che nelle iscrizioni prevalgano i nomi dei padri (anche se talvolta poteva comparire quello della madre) ha portato pressoché tutta la comunità scientifica a rifiutare l’ipotesi che spettasse alla donna la posizione principale. È però vero, come si diceva in apertura, che le donne etrusche godevano di una libertà che non era conosciuta in altre società antiche. Una libertà che, tuttavia, avrebbe conosciuto dei pesanti ridimensionamenti nel momento in cui gli etruschi entrarono in contatto con i romani. E che si perse quando la civiltà etrusca fu “inglobata” in quella romana.

Da FINESTRE SULL’ARTE

Teresa Mattei

“Chicchi” è un nome che suggerisce giochi infantili, coccole materne, un fumetto per bambine: evoca tutto fuorché la guerra. Invece questo è stato il nome di battaglia di Teresa Mattei, “capitana di compagnia” nella Resistenza eletta all’Assemblea Costituente, che le cronache tramandano come la “cocchetta” di Terracini, la “signorina tanto perbene” che sembrava una democristiana, la “ragazzina di Montecitorio” che fece contento Togliatti perché la prima segretaria d’aula era una comunista. Quando si è saputo della sua scomparsa, il 12 marzo 2013, la stampa ha rievocato quasi solo la sua invenzione della mimosa come simbolo per la festa delle donne…In realtà fu una donna determinata, sempre in conflitto con le istituzioni, forse anche con se stessa, e si spese per dare senso a politiche che valorizzassero la soggettività della vita quotidiana anche nelle istituzioni.
Chicchi era stata una “dura”: educata all’antifascismo, già al Liceo si fece conoscere per aver protestato contro l’insegnante che aveva elogiato le leggi razziali. Ancora adolescente, andò a Nizza per portare a casa Rosselli un contributo degli amici fiorentini. A Mantova, dove si era recata per incontrare don Mazzolari, venne arrestata: in cella, a contatto con le prostitute, scoprì la piaga sociale che Lina Merlin avrebbe affrontato nel nuovo Parlamento.
“Ardita come un uomo”, divenne insieme comunista e partigiana. Ardita come una donna, dopo la morte del fratello (suicida in carcere per non tradire sotto tortura), a Perugia fu imprigionata dai nazisti e subì le violenze che i guerrieri impongono alle donne. Quando Firenze fu liberata raccontò di essere stata lei a indicare ai gappisti la figura del filosofo – e suo professore – Giovanni Gentile: la violenza del fascismo aveva insegnato la crudeltà della logica amico/nemico ad una donna conosciuta non solo per il rigore dei principi, ma per la dolcezza degli affetti.
Da “costituente” imparò che anche per i compagni le donne “stanno al loro posto”. Non fu una femminista ante litteram: per la sua generazione la lotta di liberazione (“nessuna Resistenza sarebbe potuta essere senza le donne”) era stato il trampolino per una parità rimasta incompiuta. Le donne non erano ancora cittadine, perché non potevano “acquisire una parte di quella sovranità che spettava a tutti”: anche se “in guerra avevano guidato treni, fatto le postine, finita la guerra erano state rimandate a casa”. Divenne scomoda al suo stesso partito per essersi rifiutata di adeguare la propria vita di donna agli ordini di un Pci moralista e bigotto: nell’inverno del 1947 era rimasta incinta dalla relazione con un uomo sposato e Togliatti aveva deciso che l’impudente doveva abortire (e non fu la sola donna a cui impose quella scelta). Teresa reagì: «le ragazze madri in Parlamento non sono rappresentate, dunque le rappresento io». La situazione fu poi regolarizzata all’estero con un espediente, ma Teresa non perdonò.
La “maledetta anarchica” (come la chiamava Togliatti) ubbidì, ma non accettò passivamente l’imposizione del voto a favore dell’inserimento dei Patti Lateranensi nella Costituzione (art. 7); per questo rifiutò di candidarsi alle elezioni del 18 aprile 1948. Per Teresa era diventato impossibile mantenere la fiducia nel comunismo sovietico soltanto perché i compagni italiani erano fedeli alla democrazia. Che Stalin fosse un dittatore lo pensavano in molti; ma «sono stata io una delle prima dall’interno del Pci a denunciarne le degenerazioni». Così venne poi anche l’espulsione dal Pci e la più giovane delle “madri della Costituzione” scomparve dall’ufficialità della scena politica italiana. La sua vita è stata sempre quella, libera, dalla coscienza, che l’ha accompagnata, dalla politica istituzionale all’attenzione per i problemi dell’infanzia, nel convincimento che già ai piccoli si debba insegnare come «cercare insieme le vie giuste e capire gli altri».
Restata vedova si risposò ed ebbe altri figli. Visse con discrezione la sua vita privata, naturalmente ma con riserbo, anche quando affrontò gravi lutti familiari.
Attenta all’impatto dei linguaggi audiovisivi sulle giovani generazioni, si impegnò in progetti che mettevano insieme cinema e scuola, attività visuali (anche con Bruno Munari) e una idea ampia di comunicazione culturale, dando vita al progetto “Radio Bambina”.
Continuò l’impegno politico come “indipendente” per le donne, a difesa della Costituzione (propose di integrare l’art. 3 con la “pari dignità di tutti, bimbi compresi”). La sua attenzione ai bambini – e a quelli che restano bambini nello spirito – per quella tensione utopistica che i suoi compagni non riuscivano a sentire come componente determinante del futuro. “Fare politica”, infatti, significa anche affidarla alla generazione che cresce, portatrice delle potenzialità umane che non abbiamo quasi mai il coraggio di far sviluppare

Giancarla Codrignani