Donna Popa

Donna Popa

La donna, l’altra metà del cielo…

Non trovo miglior testo della canzone di Vasco Rossi, per dire della donna che è realmente sopra-creaturata.  Nella storia delle levatrici lo vedo addirittura esplicitato sul piano lessicale e le parole, fateci caso, ci restituiscono a verità molto più profonde. La levata del Sole è il momento in cui il nostro astro appare allorizzonte e costituisce il momento terminale dellalba; che dire, poi, «di gobba a ponente luna crescente, gobba a levante luna calante», che è una traduzione libera dell’espressione latina «crescensdecrescit, decrescens crescit» («crescente descrescedecrescente cresce»)? Anche in questo caso abbiamo un’altra levata, quella del satellite, cui spesso si è posato lo sguardo del Recanatese. Insomma, nel lessico dei corpi celesti sembra esserci un prolungamento del fare femmineo: lei che riscalda, lei che fa rilucere gli angoli angusti della vita quotidiana. Il sole, la luna. Semper lux, lucis femina est, dico io: posso coniare questo motto personale con il mio paterno copyright!? Suo è anche il senso della protezione: qui trovo calzante la locuzione spartana della «levata di scudi». Come non rammemorare, sia pure en passant, il coraggio laconico di Gorgo mentre spinge suo marito Leonida nella battaglia delle Termopoli? Difendere con le unghie e con i denti è tuttora una prerogativa del focolare domestico: flesso al genere femminile a tutela dei propri più cari. Al-levare è sollevare dai pericoli, lo sanno bene le nostre mamme, eccome! Senza dilungarmi di più, voglio evidenziare ancora come il gr. «polis» ed il lat. «urbs» siano sostantivi col fiocco rosa e che, per estensione, rendano finanche il significato di «cittadini di una città», a sottolineare la matrice femminea come motore mobile del Tutto. E mi taccio, avendo fatto intendere quanto penso in merito: dobbiamo esserne tutte e tutti consapevoli. Ma torniamo alla figura dell’ostetrica, circoscrivendo l’attenzione a qualcuna della nostra tradizione bruzia. Intanto, nei suoi scritti,Platone, parlando di Socrate, fa spesso riferimento alla madre levatrice. Era chiamata in questo modo, perché era in grado di «levare» il neonato dal corpo della donna incinta.  Torna sempre quel verbo stellare, sidereo, fateci caso! Forse per questa ragione, nel suo ruolo di preparazione al parto, si è insinuata un po’ di astrologia. In Sicilia, ad esempio, la mammana esortava il nascituro a venir fuori recitando delle formule magiche: – “Nesci nesci cosa fitènti, /ti lu cumanna Diu nniputenti ./Veni fora e nun tardari, /chi a  matri ha libirari”. Non escludo che dalle nostre parti si potesse fare la medesima cosa per quella stretta comunanza di tradizioni che legano le terre più a sud della nostra penisola: il Regno delle due Sicilie, per l’appunto! Sui pronostici del sesso del nascituro le espressioni erano alquanto colorite, a volte ritmate a suon di filastrocca: “panza pizzuta nunporta cappeddu”, per una femminuccia, eh sì! In una società androcratica di prevaricazione di ruolo vigeva, comunque, la frase “auguri e figghi masculi”, indipendentemente dal fatto che un maschio, cioè due braccia forti, avrebbe potuto aiutare la famiglia come reddito e manovalanza. Una Fenarete calabrese è Amelia Colavita (1897-1985), alias Donna Popa che, in oltre mezzo secolo di carriera, ha fatto nascere circa 11mila bambini, l’ultimo dei quali nel 1980 all’età di ottantatré anni.  Una figura di punta, potremmo dire, per il territorio sambiasino, benché si sia spostata in tutto l’hinterland lametino, lasciando traccia di sé e del suo scrupoloso operato dalle coste alle campagne. Col cavallo di San Francesco, quando poteva permetterselo, in bici o a piedi, senza fare differenza alcuna, ha percorso i sentieri più dissestati della nostra Regione, che nemmeno Google maps, oggi, avrebbe potuto individuare, se non altro per quelle frazioni più periferiche, dove le conseguenze post-belliche erano sì visibili tra i ciottoli di tante rovine. Una brigantessa buona per la generazione meridiana del nostro Stivale: a proposito, portava con sé sempre una grande borsa di pelle nera con gli attrezzi del mestiere ed in mezzo a forcipe e a tant’altro custodiva segretamente una piccola rivoltella, per sicurezza, non per altro, benché non ci sia stata mai occasione di arrivare a duelli, nelle non poche selve oscure da lei percorse, prima di bussare al campanello delle proprie partorienti. Tutte le volte che penso a lei, si fa forte l’ipostasi sambiasina di unamaieutica socratica improntata “a donne coraggio” d’eccezione: il meglio della nostra gioventù, sic dicitur, è venuto fuori in nome di una tenera genitrice, il suo!“Così è la notte, una folla di madri illuminate, che si chiamano stelle”, avrebbe chiosato il nostro Erri De Luca: come dargli torto, e soprattutto per le nostre grandi matrone della Calabria, che è terra d’ogni bene?

Francesco Polopoli

 

Beatrice Lento
Beatrice Lento

Laureata in Psicologia Clinica, Tropeana per nascita e vissuti, Milaniana convinta, ha diretto con passione, fino all'Agosto 2017, l’Istituto Superiore di Tropea. I suoi interessi prevalenti riguardano: psicodinamica, dimensione donna, giornalismo, intercultura, pari opportunità, disagio giovanile, cultura della legalità, bisogni educativi speciali.

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