La storia della Sanità calabrese in un “ Fior di Donna” di Francesco Polopoli

La storia della Sanità calabrese in un “ Fior di Donna” di Francesco Polopoli

«Essere un’infermiera significa nascondere le tue lacrime e iniziare a disegnare sorrisi sui volti delle persone» (Dana Basem): non trovo testo più consonante di questo per tratteggiare il profilo di una donna straordinaria del nostro lametino. Una rosa nel suo nome, con un prolungamento di colore floreale persino nel suo cognome: sto parlando di Rosa Rossetti (Nicastro 1923-Lamezia Terme 1978), il cui fulgore professionale si rammemora misurato con le spine sociali di una realtà meridiana non facilissima, poco dopo il primo sessennio della nostra nascente Repubblica. «Prima infermiera professionale, figura di donna arguta, preparata, umana e gene-Rosa, che seppe organizzare e indirizzare il lavoro dell’intero corpo paramedico trasmettendo il senso del dovere e della solidarietà verso i pazienti e i medici di famiglia»: amiamoripeterci con il prof. Vincenzo Zangari, ex Capo Sezione INAM, che la dice lunga, in ossequio alla verità, su un personaggio sui generis del nostro pianoro terineo. La massima nomen, omen («un nome ed un destino») pare spesso concentrata in una coincidentia oppositorum, che vale per la vita sponsale di tutti i giorni, sì, nel bene e nel male, finché morte non ce ne separi. Del resto, ogni nostra esperienza, ancorché da coniugati, è una storia nuziale: come non sottolinearlo vita natural durante!? Che dire, poi, di quel «russus, a, um» («rosso») che, a livello vezzeggiativo, dà l’idea tutta di un carattere sanguigno, speso per solidarietà nell’attenzione del prossimo, cui è etico approssimarsi? Insomma, la sua onomastica l’ha consegnata al mondo per DNA anagrafico: per la serie, quando firmiamo a mano quanto per noi è scritto da tempo.Non mi fa specie, ad eco di un impegno eccezionale quanto il suo, ritrovarla idealmente nel prato conclusivo de Il nome della rosa del Grande Eco: «stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus» («la rosa primigenia esiste solo nel nome, possediamo soltanto nudi nomi»). Il fil rouge è il medesimo: l’idea, che ne consegue, difatti, è l’ipostasi di resistenza, anche quando l’esistenza viene meno. Cos’altro aggiungere se non che le memorie non spogliano, ma si moltiplicano per con-divisione: ed è su questo sentiero che mi permetto di gettare un seme piccino per ripercorrere la sua struggente biografia. Ci provo entrando in medias res durante il clima mussoliniano dell’epoca. Un periodo non semplice nel guazzabuglio vangoghiano di una politica che si sarebbe successivamente sfasciata; gli anni dellafascistizzazione, dei Figli della Lupa, dell’Opera Nazionale Balilla, dei Fasci giovanili e della Gioventù italiana del Littorio: come dimenticarseli!?  Eppur si è mossa, sul motto di Galilei, per il meglio, in prima linea, da donna, per sperimentazione: in questo frontline fu propedeutico il diploma di infermiera professionale, conseguito presso il Convitto femminile Principessa Maria Cristina di Savoia a Cosenza. Questa struttura divenne, detto fatto, luogo di accoglienza e pronto soccorso improvvisato per molti militari feriti del secondo conflitto novecentesco.Fra i ricordi familiari dei suoi a spiccare è uno in particolare: il volto di un giovane friulano arruolato in quella guerra senza senso, Fulvio, un soldato qualunque. Lo scoppio di una mina lo avrebbe colpito a tal punto da riempirgli il viso e il corpo di schegge. Proprio a lei venne affidato in cura. Avendo bisogno di medicazioni continue -proseguono gli eredi del suo appassionato memoriale – gli si dedicò con particolare premura, estraendogli ogni giorno le centinaia di schegge che tormentavano il suo corpo. Fu questa la prima ed impegnativa prestazione dainfermiera diplomata. L’incontro con il dott. Peppino Petronio, attento e lucido interprete delle istanze del tempo in campo sanitario, fu nel prosieguo assai determinante: in discussione c’era la salute pubblica, impoverita da una carenza strutturale che urlava di disperazione. In quel frangente venne a concretizzarsi un primissimo ambulatorio a servizio dell’intera comunità, dei lavoratori e delle fasce più deboli della popolazione: a dire il vero, tutto in divenire, tra piccoli locali in uno dei palazzi che facevano da cornice a Piazza d’Armi. Lei presente, come sempre! Lì si eseguivano addirittura in condizioni d’urgenza piccoli interventi salvavita, anche senza anestesia: per salvaguardare l’incolumità tutto ciò si profilava come emergenzaobbligata senza se e senza ma. Tuttavia siamo ad un passo da un’importante svolta evolutiva: la neonata Cassa mutua o INAM (Istituto Nazionale Assicurazione Malattie) è di quegli anni, raccontano i cronisti. La sezione fu inaugurata il 9 luglio 1949: la Rossetti insieme a Petronio organizzava e coordinava gli ambulatori e tutta la gestione del nuovo ente, che si arricchiva man mano di nuovo personale medico, paramedico ed amministrativo. Un particolare a memento: ai nastri d’apertura era l’unica dipendente donna della nuova istituzione sanitaria del territorio, battezzata, nel gergo lametino, a’cassamuta, tuttora dialettalizzata nel nostro vernacolo. C’è da aggiungere che l’organico contava la prestazione di più mani: il dott. Cuiuli, il dott. La Scala, il dott. Scalise, il capo-sezione Di Fresco con funzioni amministrative. Nel 1953 fu affiancata da una collega che sarebbe diventata una grande amica, l’ostetrica Lina Sgromo: più tardi l’avrebbe affiancata Lina Jolanda Reillo, sotto la supervisione del laborioso Giovanni Saladino, che ricopriva mansioni di generico. Se pensiamo che non venivano riconosciuti alle madri lavoratrici gli stessi diritti che si sarebbero affermati qualche decennio dopo, possiamo inferire che fare la madre con professione, per giunta da Capo sala, all’acme della sua carriera, non sia stato del tutto maneggevole. Eppure riusciva ad armonizzare tutto: sul piano dell’esserci, c’era e per tutte le cose. Cosa rara, ecco perché Rosa fu cara! Insieme a tutto il suo staff: una per tutti, nella logica di squadra! Per costoro il panico non faceva parte del bagaglio formativo, assolutamente no! Per lei, ad onor del vero, valeva la considerazione privilegiata di persona paziente: di corsa in corsia è tuttora una dote singolare, ragion per cui è giusto ricordarla insieme ai suoi colleghi da qui a poco dalla Giornata internazionale della sua categoria, che ricorre giustapposta nel giorno apostolico di maggio, il dodici, quasi a farsi, questo dì, data eucaristica di ogni Cristo passionato incontrato per strada. Ai piedi della Croce le mani di una donna fanno la differenza nella sofferenza: «in forma dunque di candida rosa / mi si mostrava la milizia santa / che nel suo sangue Cristo fece sposa» (Par XXXI, vv. 1-3). Come chiosare il suo ritratto umano? La buona e santa sanità: satis est, accompagnato da un pensiero bruzio di bellezza per una delle tante perle che hanno costellato il nostro Mediterraneo cittadino: nel nome di una madre, ancora una volta!

 

Francesco Polopoli

Beatrice Lento
Beatrice Lento

Laureata in Psicologia Clinica, Tropeana per nascita e vissuti, Milaniana convinta, ha diretto con passione, fino all'Agosto 2017, l’Istituto Superiore di Tropea. I suoi interessi prevalenti riguardano: psicodinamica, dimensione donna, giornalismo, intercultura, pari opportunità, disagio giovanile, cultura della legalità, bisogni educativi speciali.

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