Addio Baronessa
Teresa Cordopatri è deceduta dopo un’esistenza passata a combattere la ‘ndrangheta. Nel 1991 era sopravvissuta a un agguato perché la pistola del killer si inceppò ma il fratello non fu altrettanto fortunato e venne ucciso. I clan volevano i loro uliveti ma lei non ha mai abbassato la testa. Da quel tragico giorno subì 11 attentati e divenne un simbolo di resistenza e riscatto riconosciuto anche all’estero
Aveva un’espressione seria, Teresa Cordopatri, anche quando rideva. Nei suoi occhi vi si poteva leggere un dolore profondo che il tempo non era riuscito a cancellare. Se n’è andata senza clamore la “baronne courage”, come l’aveva definita il quotidiano francese “Le Figaro”, dopo anni di battaglie dentro e fuori le aule di giustizia. Quel dolore profondo era esploso il 10 luglio 1991, quando suo fratello Antonio era morto tra le sue braccia, ferito a morte dalla ‘ndrangheta. Il “padroni” di Castellace, i Mammoliti, volevano le loro terre, ma Antonio si era sempre rifiutato di vendere, nonostante le richieste sempre più pressanti. Un primo agguato fallisce, il secondo no. La donna si salva solo perché la pistola del killer si inceppa.
Da qual momento, Teresa Cordopatri visse chiedendo giustizia per suo fratello e difendendo quei 12 ettari di uliveti che avevano sconvolto per sempre la sua esistenza. Una battaglia lunga 27 anni e costellata di ben undici attentati. Una lotta che la Cordopatri ha condotto con tutta la sua famiglia nei terribili anni ’90 nella piana di Gioia Tauro. Una vita, quindi, spesa nella difesa della legalità e contro la sopraffazione mafiosa. «Una donna che ha lasciato un’impronta profonda nella lotta alla criminalità e allo strapotere mafioso nel territorio reggino», così la definisce Libera Calabria nel comunicato di cordoglio. E una donna forte, Teresa Cordopatri, lo è stata davvero. Forte e tenace nel chiedere giustizia per suo fratello e nell’opporsi ai tentativi di estorsione da parte dei Mammoliti.
Negli ultimi anni Teresa era tornata a Castellace ed insieme alla cugina Angelica Rago Gallizzi, compagna di lotte e di impegno, aveva tentato di rilanciarne la produttività anche grazie alla creazione della cooperativa sociale Aida. Un progetto che non andò come aveva previsto. Delusioni e dolore, però, non riuscirono mai ad avere il sopravvento sul suo desiderio di riscatto e di emancipazione dalla ‘ndrangheta. Restano come paradigma della sua esistenza queste sue parole: «Non avrei voluto ristabilire la verità sulla proprietà dei terreni, la libertà di operarvi senza cedere alle angherie dei mafiosi al prezzo della vita di mio fratello, ma la Fede che profondamente mi anima, mi guida al perdono ed al desiderio di infondere speranza lì dove è stato sparso del sangue innocente».
Francesco
Addio Baronessa!
Teresa Cordopatri è deceduta dopo un’esistenza passata a combattere la ‘ndrangheta. Nel 1991 era sopravvissuta a un agguato perché la pistola del killer si inceppò ma il fratello non fu altrettanto fortunato e venne ucciso. I clan volevano i loro uliveti ma lei non ha mai abbassato la testa. Da quel tragico giorno subì 11 attentati e divenne un simbolo di resistenza e riscatto riconosciuto anche all’estero
Aveva un’espressione seria, Teresa Cordopatri, anche quando rideva. Nei suoi occhi vi si poteva leggere un dolore profondo che il tempo non era riuscito a cancellare. Se n’è andata senza clamore la “baronne courage”, come l’aveva definita il quotidiano francese “Le Figaro”, dopo anni di battaglie dentro e fuori le aule di giustizia. Quel dolore profondo era esploso il 10 luglio 1991, quando suo fratello Antonio era morto tra le sue braccia, ferito a morte dalla ‘ndrangheta. Il “padroni” di Castellace, i Mammoliti, volevano le loro terre, ma Antonio si era sempre rifiutato di vendere, nonostante le richieste sempre più pressanti. Un primo agguato fallisce, il secondo no. La donna si salva solo perché la pistola del killer si inceppa.
Da qual momento, Teresa Cordopatri visse chiedendo giustizia per suo fratello e difendendo quei 12 ettari di uliveti che avevano sconvolto per sempre la sua esistenza. Una battaglia lunga 27 anni e costellata di ben undici attentati. Una lotta che la Cordopatri ha condotto con tutta la sua famiglia nei terribili anni ’90 nella piana di Gioia Tauro. Una vita, quindi, spesa nella difesa della legalità e contro la sopraffazione mafiosa. «Una donna che ha lasciato un’impronta profonda nella lotta alla criminalità e allo strapotere mafioso nel territorio reggino», così la definisce Libera Calabria nel comunicato di cordoglio. E una donna forte, Teresa Cordopatri, lo è stata davvero. Forte e tenace nel chiedere giustizia per suo fratello e nell’opporsi ai tentativi di estorsione da parte dei Mammoliti.
Negli ultimi anni Teresa era tornata a Castellace ed insieme alla cugina Angelica Rago Gallizzi, compagna di lotte e di impegno, aveva tentato di rilanciarne la produttività anche grazie alla creazione della cooperativa sociale Aida. Un progetto che non andò come aveva previsto. Delusioni e dolore, però, non riuscirono mai ad avere il sopravvento sul suo desiderio di riscatto e di emancipazione dalla ‘ndrangheta. Restano come paradigma della sua esistenza queste sue parole: «Non avrei voluto ristabilire la verità sulla proprietà dei terreni, la libertà di operarvi senza cedere alle angherie dei mafiosi al prezzo della vita di mio fratello, ma la Fede che profondamente mi anima, mi guida al perdono ed al desiderio di infondere speranza lì dove è stato sparso del sangue innocente».
Francesco Altomonte
La Madonna di Romania
È la nostra Patrona, l’Amica, Sposa, Compagna, Figlia, Complice, Ausiliatrice, Madre di ogni Tropeano.
La chiamiamo ” A Nighirea” per il Suo colorito bruno e l’amiamo tanto.
Oggi è la Sua Festa!
Rosa la pescatrice
…Cinque ne ho cresciuti a mare, cinque figli, con la pancia così andavo a pescare…e c’era la mia commare, commare di San Giovanni, faceva:”Commare, tu qualche giorno lo fai nella barca”
Storia di Rosa, pescatrice di Stromboli, raccontata da Macrina Marilena Maffei.
Venezia sessista?
” Il problema esiste ” dice Cristina Comencini “Soprattutto nel nostro Cinema dove le donne scarseggiano mentre in Francia conquistano sempre più spazio grazie a una politica di sostegno e valorizzazione. Anche nel nostro settore i posti di comando sono in mano agli uomini e, finché le cose non cambieranno, ai festival saremmo sempre in poche”
Effettivamente c’é una sola regista in concorso e da Hollywood arrivaall’Italia l’accusa di maschilismo tossico
“Ma l’Italia non é la patria del maschilismo” precisa Cristina ” Nel 2013 c’é stata da noi la grande mobilitazione femminista organizzata dal movimento Senonoraquando che ha fatto parlare il mondo intero e inaugurato la riscossa delle donne. Possiamo andarne molto fiere”
Cantigola
Scritto, diretto e interpretato da Rossana Colace, Cantigola é la storia di un’adolescente calabrese dalla voce bella che fin dalla festa della Prima Comunione occupa la scena della vita col suo canto… un canto di gola, da qui il nomignolo che l’avrebbe connotata per sempre: ” canti i gula”.
Ama fantasticare e sognare Cantigola ma la dolcezza della sua giovane età si scontra con la subcultura criminale della ‘ndrangheta che vorrebbe legare al suo carro anche la sua famiglia.
La scena si riempie dell’energia esplosiva dell’Artista e travolge il pubblico che affolla i gradoni del Teatro del Porto nonostante il rischio pioggia.
É esplosiva Rossana e il Pathos che crea sulla scena diventa un’altalena inquietante e sconvolgente in un sali e scendi emotivo indescrivibile.
Cambierá qualcosa nella nostra Terra di Calabria?
Sì che cambierá, sul palcoscenico di Cantigola e nella realtà, se saremo in tanti a volerlo e se in tanti, ognuno nel suo campo, ci impegneremo in direzione dei valori della Civiltà così come ha fatto la Colace col suo monologo mozzafiato.
Brava Rossana, hai lasciato un segno di speranza!
Tropea 7 settembre 2018
Cantigola: strepitoso monologo di Rossana Colace
Tra poco, al teatro del Porto di Tropea, nella Rassegna di Teatro D’ aMare, realizzata dall’Associazione LaboArt, diretta da Maria Grazia Teramo, si esibirá l’attrice tropeana Rossana Colace, figlia della nostra Socia Teresa Bozzolo.
Non dico nulla perché il mondo dell’arte é scaramantico, un semplice saluto a Figlia e Madre.
Non é una curva per donne
Niente donne nelle prime file della Curva Nord dell’Olimpico di Roma!
Questo, in sintesi, il contenuto di un volantino maschilista comparso nelle prime nove file della Curva Nord Laziale, in una miriade di copie, durante l’incontro di calcio Lazio-Napoli, al debutto del Campionato.
Immeduata la risposta femminile:” Prendiamo le distanze da quei laziali che non danno il giusto valore alla Nord con comportamenti inadeguati, come prendiamo le distanze da quei laziali che non si ricordano di essere stati messi al mondo da donne”
Kofi Annan: l’uomo che voleva emancipare la Donna
Era convinto che per risolvere i tantissimi problemi mondiali occorreva liberare le donne dall’ignoranza, dalle malattie e dalla dipendenza.
Sotto la sua guida l’ONU promosse tante campagne contro le mutilazioni genitali e intraprese percorsi propedeutici al miglioramento delle condizioni del Genere Femminile in ogni parte della Terra.
Addio grande Uomo!
Valeria Collina: in nome di chi?
Oggi ho conosciuto Valeria Collina, una Donna straordinaria che s’impegna per la cultura della pace e l’intercultura nonostante il macigno della tragedia del figlio…un figlio é sempre un pezzo della propria anima, del proprio cuore, del ventre, del seno, delle braccia, delle labbra …di ogni brandello di sé. Forza Valeria, ce la faremo!
Ecco un articolo di Fabio Tonacci che narra questa sua atroce storia.
Valeria Kadija
Collina ha 68 anni. Ha scritto un libro coraggioso, che è insieme il racconto della sua vita e uno sforzo di autocoscienza per esplorare fin dove affondavano le radici di quell’odio segretamente coltivato dal figlio. Da giovane Valeria è una femminista convinta, faceva teatro. Una trentina di anni fa conosce Mohamed Zaghba, marocchino e musulmano. Si innamora, si converte all’Islam (“per anni ho volontariamente indossato il niqab “) e si trasferisce a Fez. Hanno due figli: Kaouthar e Youssef, il terzo uomo del commando stragista che tra il London Bridge e il Borough Market ha ucciso otto persone.
Quando è iniziata la radicalizzazione?
“Nel 2015 mi accorsi che Youssef aveva la bandiera dell’Isis su Facebook e dei video di propaganda nei quali sembrava che nel Califfato tutto funzionasse bene. Credo che sia stato un suo amico del liceo a procurarglieli”.
In Rete si trovavano anche i filmati delle decapitazioni.
“Sosteneva che fossero stati obbligati a compierle, per difendersi da aggressioni esterne. Considerava lo Stato Islamico l’unico luogo dove si potesse praticare l’Islam puro, e infatti mi ha proposto di andare in Siria”
Come ha reagito?
“Ho provato a spiegargli che l’Isis era solo una costruzione politica e che le violenze non erano ammesse dalla nostra religione”.
Non è un po’ poco, di fronte a segnali così preoccupanti?
“Per molto tempo ho rifiutato di addossarmi una colpa per ciò che aveva fatto Youssef: l’Islam ci insegna che ognuno è responsabile delle proprie azioni. Poi però ho capito di aver fatto un errore: non ho insegnato ai miei figli ad avere uno spirito critico. Questa è la mia colpa di madre”.
Suo marito Mohamed non diceva niente?
“Non si è mai posto il problema. E Youssef si confidava solo con me”.
Ha mai pensato di segnalare suo figlio alle autorità marocchine?
“In Marocco non funziona come in Europa: una segnalazione significa rovinare una persona”.
Nel 2016 ha lasciato suo marito ed è tornata a vivere nel Bolognese. Nello stesso periodo suo figlio ha provato ad andare in Turchia…
“Non ero preoccupata, perché Youssef non era mai stato un tipo aggressivo nonostante la nostra fosse una famiglia in cui purtroppo c’era violenza da parte di Mohamed “.
All’aeroporto Marconi disse di voler fare il terrorista, poi si corresse e usò la parola turista.
“Sperava inconsciamente di essere bloccato. Aveva bisogno di uno psicologo, ma non accettava di vederne uno”
Poteva essere fermato prima del 3 giugno 2017?
“Non lo so. Di sicuro le autorità inglesi lo hanno sottovalutato: lui stesso mi raccontava che negli aeroporti passava i controlli senza essere fermato, nonostante la segnalazione della polizia italiana”.
Come ha reagito la comunità musulmana italiana dopo l’attentato?
“Con paura. Quando ci sono fenomeni di radicalizzazione, la comunità
dovrebbe trovare la forza di affrontarli insieme collaborando con le autorità. Ma non c’è fiducia nelle istituzioni, anche per le tante espulsioni decise dal governo italiano. Mi sono ritrovata sola e isolata: sono la madre di un terrorista, ma non sono una terrorista”.