Archivio annuale 28th Agosto 2018

Lo strano caso di Maria

Credo che in pochi non conoscano la grande pedagogista, medico, Maria Montessori, unica donna ad avere avuto la propria immagina su una banconota. 

Il suo metodo é ancora oggi apprezzato in tutto il mondo eppure anche Lei fu vittima di un mondo maschilista.

Condizionata dai pregiudizi, da ragazza madre (il “suo” uomo l’abbandona preferendo a lei una donna più nelle righe) lascia il suo piccolo a una balia e poi a una famiglia in totale contrasto con i suoi principi educativi e con la sua aderenza al movimento femminista.

Solo da vecchia ammetterà il suo essere madre.

Mi dispiace per te Maria!

Un Papa così!

_*Puoi avere difetti, essere ansioso e perfino essere arrabbiato, ma non dimenticare che la tua vita è la più grande impresa del mondo. Solo tu puoi impedirne il fallimento. Molti ti apprezzano, ti ammirano e ti amano. Ricorda che essere felici non è avere un cielo senza tempesta, una strada senza incidenti, un lavoro senza fatica, relazioni senza delusioni. Essere felici significa trovare la forza nel perdono, la speranza nelle battaglie, la sicurezza nella fase della paura, l’amore nella discordia. Non è solo godersi il sorriso, ma anche riflettere sulla tristezza. Non è solo celebrare i successi, ma imparare dai fallimenti. Non è solo sentirsi felici con gli applausi, ma essere felici nell’anonimato. Essere felici non è una fatalità del destino, ma un risultato per coloro che possono viaggiare dentro se stessi. Essere felici è smettere di sentirsi una vittima e diventare autore del proprio destino. È attraversare i deserti, ma essere in grado di trovare un’oasi nel profondo dell’anima. È ringraziare Dio ogni mattina per il miracolo della vita. Essere felici é non avere paura dei propri sentimenti ed essere in grado di parlare di te. Sta nel coraggio di sentire un “no” e ritrovare fiducia nei confronti delle critiche, anche quando sono ingiustificate. È baciare i tuoi figli, coccolare i tuoi genitori, vivere momenti poetici con gli amici, anche quando ci feriscono. Essere felici è lasciare vivere la creatura che vive in ognuno di noi, libera, gioiosa e semplice. È avere la maturità per poter dire: “Ho fatto degli errori”. È avere il coraggio di dire “Mi dispiace”. È avere la sensibilità di dire “Ho bisogno di te”. È avere la capacità di dire “Ti amo”. Possa la tua vita diventare un giardino di opportunità per la felicità … che in primavera possa essere un amante della gioia ed in inverno un amante della saggezza. E quando commetti un errore, ricomincia da capo. Perché solo allora sarai innamorato della vita. Scoprirai che essere felice non è avere una vita perfetta. Ma usa le lacrime per irrigare la tolleranza. Usa le tue sconfitte per addestrare la pazienza. Usa i tuoi errori con la serenità dello scultore. Usa il dolore per intonare il piacere. Usa gli ostacoli per aprire le finestre dell’intelligenza. Non mollare mai … Soprattutto non mollare mai le persone che ti amano. Non rinunciare mai alla felicità, perché la vita è uno spettacolo incredibile.*_

(Papa Francesco).

Stop Violence!

Dalle statistiche ufficiali ISTAT risulta che in Italia la violenza sulle donne non diminuisce, aumentano le condanne ma il fenomeno non si riduce.

La punizione severa non basta.

Il cambiamento da invocare é culturale e l’azione da perseguire si dirama su più direzioni: i processi di socializzazione anti maschilisti , la diffusione di atteggiamenti di rispetto dell’altro, la radicazione di atmosfere di democrazia autentica. 

Azioni psicologiche e sociali sinergiche verso la Cultura della Pace!

Un pò di storia

Storicamente sono le donne quelle descritte per prime come oggetto di violenza e una menzione scritta di un tale tipo di violenza nel mondo occidentale si trova nel codice di Hammurabi (2285-2242 a.C.). Il rigo 129 dice che se la vittima dell’aggressione è una donna sposata, vittima e aggressore devono essere puniti allo stesso modo come adulteri con l’annegamento. Il marito può tuttavia perdonare la moglie. Il rigo 130 aggiunge che se la vittima è una giovane non sposata va giustiziato solo l’aggressore.
Nella Bibbia (Deuteronomio 22:23-29)[3] la violenza sessuale viene punita e nel versetto (29) è descritto per la prima volta il matrimonio riparatore inteso come forma di risarcimento e di tutela per la donna che, avendo perduto l’onore, è destinata al rifiuto da parte di tutti. La donna viene anche tutelata dall’eventualità di un ripudio successivo. Il costume del matrimonio riparatore sopra citato sopravvisse nella cultura occidentale sino a tempi molto recenti. In Italia era in uso fino al 1981.
Nell’Atene di Pericle il rapporto consenziente con la moglie di un amico era considerato più grave della violenza poiché non ci si limitava a violare la moglie con la forza ma si otteneva il suo tradimento, considerato ben più infamante. Lisia nella celebre orazione per l’uccisione di Eratostene descrive come subdolo il comportamento della moglie traditrice di Eufileto, sottolinea la perversione del suo amante e scagiona così il marito dall’accusa di omicidio, realizzando il concetto di delitto d’onore.
In numerosi miti greci e romani si parla di rapimenti seguiti da violenza sessuale. In alcuni casi si tratta di matrimonio per rapimento, un costume praticato ancora oggi da alcune culture tradizionali. Ci sono stati tramandati il rapimento di Persefone da parte di Ade, di Dafne e Leucotoe da parte di Apollo, di Cassandra da parte di Aiace Oileo, di Auge da parte di Eracle, di Andromaca da parte di Ettore, di Polissena da parte di Achille, di Climene da parte di Acamante e il grande numero di dee e donne mortali prese con la forza o con l’inganno da Zeus: Antiope, Asteria, Clitennestra, Danae, Egina, Elara, Elettra, Europa, Io, Taigete. Il mondo latino ricorda il ratto delle Sabine, la violenza del dio Marte su Rea Silvia e quella di Tarquinio Sestio su Lucrezia.
Gran parte dei miti greci sembrano concentrarsi sulla discendenza nata dallo stupro (ad esempio alcune città vantavano un’ascendenza divina dovuta alla violenza di un dio su una ninfa che viveva nel luogo) e solo di rado centrano l’attenzione sulla violenza subita dalla donna. Il mito romano è più attento ed ecco i Sabini che combattono i Romani per riprendersi le loro donne e durante la battaglia intervengono le stesse donne a pregare le parti di non versare il sangue dei genitori e dei figli.
Rea Silvia, essendo una vestale e quindi vincolata al voto di castità, venne seppellita viva per ordine dello zio perché aveva violato il voto.

Tito Livio nella sua opera Ab urbe condita cita la storia di Lucrezia come esempio di virtù romana: violentata da Tarquinio Sestio, Lucrezia racconta il fatto al marito e al padre e, non volendo vivere nel disonore, si trafigge il cuore davanti a loro, mentre li esorta a dimostrare la loro qualità di uomini nel vendicarla.

Chirurgia: oltre il soffitto di cristallo

Il Primo Rapporto della Società Italiana di Chirurgia parla chiaro: il futuro sarà sempre più al femminile.

Oggi sotto i 50 anni la maggioranza dei medici è donna e in chirurgia i numeri sono in ascesa complice la tecnologia che ci ha fatto strada ed anche una piccola ritirata maschile da una professione sempre più a rischio sul piano legale.

La parità in sala operatoria è a un passo anche in campi come l’urologia ma … il risvolto della medaglia c’è.

Là dove si decide siamo in poche ed esiste un gap salariale come pure la difficoltà di conciliare la professione con la famiglia.

È stato accertato, comunque, che sono minori le complicazioni tra pazienti operate da donne e che in sala operatoria il clima grazie a noi è diventato molto più rispettoso e democratico.

Il lavoro di una moglie e madre quanto vale?

Una recente sentenza della Cassazione ha stabilito  che l’assegno divorzi le deve tener conto anche di quanto un partner si é speso per la famiglia consentendo all’altro di far carriera. Nella stragrande maggioranza dei casi tale atteggiamento sostiene la donna che spessissimo incarnala  fattispecie.

Secondo gli esperti ad essere coinvolte sono le mogli nate tra gli anni ’50 e ’60 perchè in quel periodo tante vite femminili si scandivano esclusivamente nel contesto familiare.

” Se tutte le donne che si occupano dei familiari costituissero una nazione, la loro sarebbe la quarta economia più importante al mondo”  ha scritto nel 2015 Melinda Gates, mi auguro che i giudici la pensino allo stesso modo.

La dichiarazione d’amore di Barbara

«Uomo mio, la gente non sa cosa vuol dire vivere con una donna che ha sempre bisogno di te. E non solo perché è innamorata, ma perché non può compiere la maggior parte delle azioni da sola. La gente non sa cosa vuol dire vivere con una donna così, che di mestiere fa la scrittrice e, quindi, è mossa da venti contrari e impetuosi che la portano a essere un giorno felice come una bambina e un altro triste come un’orfana. Non lo sanno – e a te poco importa perché l’hai scelta e la ami. Ma a me importa, eccome. Perché spesso si pensa a chi ha una disabilità ma non a chi gli vive accanto. E se ci pensa lo trasforma in un santo, o in un infermiere, o in uno strano essere ossessionato da qualche turba mentale. Ma io so, io ti vedo e ti vivo ogni giorno. Io vedo i tuoi occhi che cambiano espressione quando sto male, o sono felice, o sono malinconica. Vedo le tue mani prendersi cura di me, in ogni piccolo gesto, in ogni piccola e grande esigenza. Io non posso camminare per fato, tu non ti allontani per scelta. Ma non è un sacrificio, mi dici, è la mia vita con te. Mi hai sempre detto che il tuo innamorarti di me è stata una non scelta. E forse tutti gli amori lo sono, delle non scelte. Ci ritroviamo innamorati, e basta. Come un’infreddatura o una vincita al lotto. O un fiore che raccogliamo senza pensarci. O quando guardiamo il mare e ci sentiamo bene. Accade, nient’altro. Poi si diventa due, si perde l’unicità che ci ha reso indipendenti e forti fino a poco prima e abbiamo l’altro affiancato a noi, separato ma indispensabile. La gente non sa la responsabilità e la dedizione dell’essere indispensabili, perché viviamo in un mondo in cui si ripete sempre la frase “Tutti necessari ma nessuno indispensabile”. Sembra una frase vera e invece è solo cinica ed esprime il terrore del bisogno di un altro per sentirsi completi, qualunque cosa essere completi significhi e comporti. Ognuno lo è a modo suo. Io lo sono con te, anche quando deraglio, o lo fai tu. Perché anche questo accade stando insieme, amandosi. Ma io i tuoi occhi su di me, sulle mie fragilità li sento sempre. Come sulle mie invincibili battaglie. Tu ci sei. E io ci sono, non perché non potrei fuggire – chi lo dice che non potrei farlo? Sono mille le vie di fuga e non richiedono gambe buone per essere percorse. Io ci sono perché ci sei tu. Siamo comici? Teneri? Ridicoli? E a noi che importa? Sono nostre le ore, il cielo, il mare, i segreti, le parole, i silenzi. Nostri, uomo mio. Teniamoci stretti».
Barbara Garlaschelli

La mia Riace

La mia Riace

La mia Riace si chiama Prioritimen e mi porta alla mente un gruppo di 50 giovani arrivati con i barconi della disperazione.

Ero Dirigente dell’Istituto Superiore di Tropea nel settembre del 2014 quando mi chiesero di accoglierli. Non esitai un istante ad afferrare al volo l’opportunità. Non c’erano sedie né banchi a sufficienza, mancavano i professori, le”carte” erano carenti ma la volgia di fare del bene accomunò tutta la nostra Scuola che intraprese un’avventura unica e irripetibile, scrivendo una meravigliosa pagina della nostra Scuola che amavamo definire Sconfinata.

Li chiamammo ” Gli Alunni Venuti da Lontano” e la voglia di confortarli e promuoverli contagiò anche le famiglie in una gara di solidarietá travolgente. Protagonista della vicenda l’Indirizzo Alberghiero dell’Istituto che in quei mesi di impegno eccezionale calamitò tutte le attenzioni anche quella delle Associazioni di categoria, in prima fila gli Chef della Regione che fecero dono delle loro divise più belle.

La mia Riace la porto sempre nel cuore con gli innumerevoli esempi di affetto e di gratitudine che tutti noi operatori scolastici coinvolti ricevemmo da quei ragazzi dagli occhi immensi e profondi. É la loro lettera di Natale il ricordo più bello:” …anche se molti dicono che siamo un fardello pesante tu ci hai dato la mano, avevamo tristezza e ci hai regalato gioia, eravamo poveri e ci hai fatti ricchi perché ora non siamo soli.” Quando si entra in un Alberghiero il primo incontro é con i profumi, i nostri erano unici, intriganti e piacevolmente trasgressivi: un misto di cipolla, aglio, peperoncino, zenzero, sesamo e curcuma. Immensa l’eredità trasmessaci tra cui la figliolanza ideale di Chi, sentendosi amato, ancor oggi mi chiama Madre.

In questo nostro complicato tempo in cui logiche e calcoli sembrano soverchiare emozioni e sentimenti la mia Riace rimane un faro che mi indica la via che rasserena e dona senso all’esistenza: quella intessuta di rispetto, sensibilità e corrispondenza verso l’Uomo qualunque sia il colore del suo volto.

Di Beatrice Lento

Riace è un comune italiano di 2.343 abitanti della città metropolitana di Reggio Calabria, in Calabria.

Il comune è assurto agli onori della cronaca per il ritrovamento, nel 1972, di due statue bronzee di epoca greca, oggi noti come i Bronzi di Riace.

Recentemente, dal 2004 ad oggi, è stato al centro di politiche di accoglienza degli immigrati. Sono circa 150 gli immigrati accolti dalla popolazione locale, che supportati da politiche sociali sono stati inseriti nel mondo del lavoro, contribuendo allo sviluppo dell’economia del borgo. Nel 2016 sono più di 800 gli immigrati accolti dalla comunità locale.

Oggi il modello di accoglienza è in crisi per il mancato arrivo di fondi già stanziati dal Ministero dell’Interno.

Il Quotidiano del Sud promuove “Una staffetta per Riace” piccolo spazio che accoglie riflessioni sulla tematica dell’accoglienza, decido di partecipare anch’io con questo contributo che ricorda una formidabile pagina di solidarietà scritta dall’Istituto Superiore di Tropea, da me guidato, nell’anno scolastico 2014/15.

Le DONNE di TROPEA

Tropea libera !

Le donne tropeane furono parte attiva nella liberazione della città, sia sul piano emotivo, incoraggiando l’intraprendenza e l’orgoglio dei propri uomini, sia concretamente nel ricercare il denaro necessario al riscatto.

Dame e popolane non esitarono a privarsi dei gioielli per concorrere alla causa.

Quando la libertá fu riconquistata a Tropea fu festa grande e alle donne fu concesso ….di bere!

Quanta strada in salita per noi donne!

Kiki: la modella più trasgressiva di Montparnasse

Musa di Man Ray, amica di Jean Cocteau, lolita di «Papà Hemingway». Lei è Alice Prin, classe 1901, nota ai più come Kiki de Montparnasse. E la sua autobiografia, “Memorie di una modella”, a lungo censurata negli Stati Uniti, è il racconto di una vita a dir poco rocambolesca, fatta di incontri straordinari (“Usciamo con dei tipi che si chiamano dadaisti e altri che si fanno chiamare surrealisti, ma io non riesco a vedere questa gran differenza tra loro!”), notti in cella, ricoveri, eccessi…Era un’oca giuliva di talento: musa di Man Ray, amica di Jean Cocteau, lolita di «Papà Hemingway», lo scrittore, non ancora famoso, che nel 1929 firmò la prefazione dei suoi (di lei) Souvenirs, un’autobiografia censurata negli Stati Uniti per molti anni e ora edita da Castelvecchi con il titolo Memorie di una modella. Lei era Alice Prin, nota ai più come Kiki de Montparnasse e «provvista di un didietro a prova di tutto»: fu modella, amante e sodale dei più famosi pittori d’avanguardia, fu cantante e pittrice modesta, fu scroccona di lusso. Sapeva spillare soldi a chiunque, specie di sesso maschile, dallo spasimante Ernst (Hemingway), «maiale e pitocco», al famigerato editore Roth, un «pirata» che lesinava denaro persino a Joyce e Pound.
Kiki, classe 1901, era figlia di una ragazza madre, che parcheggiò lei e i suoi cinque fratelli dalla nonna in campagna: a scuola ci andò poco e male; iniziò a sgobbare a 12 anni, prima in una maglieria, poi presso la bottega di un panettiere, infine in una legatoria… Ma la voglia di lavorare spirò sul nascere: a 14 anni avvenne «il primo incontro con l’arte»; si mise a posare per uno scultore e scappò di casa perché la madre era contraria a quella professione poco rispettabile.La sua fu una vita a dir poco rocambolesca, tra un ricovero in ospedale per problemi cardiaci, qualche notte in cella per una rissa al bar e una fuga adolescenziale in America: dopo i primi, ridicoli tentativi di sbarazzarsi della verginità, Kiki capì come mettere a frutto le proprie acerbe grazie, imbottendosi il reggiseno di stracci, ritoccandosi le ciglia «con i fiammiferi usati», mostrando il seno per dieci soldi, flirtando a destra e a manca pur di raggranellare mance o di mettere insieme il pranzo con la cena.Le sue memorie naif e ironiche offrono anche un ritratto delle Parigi anni Venti e Trenta, e la bontà dello scritto sta proprio nella sua frivolezza e superficialità – perché come diceva il poeta Brodskij, «le superfici sono spesso più eloquenti del loro contenuto». Ecco allora una tragicomica sfilata di artisti e intellettuali di «Montparnasse, un posto rotondo come un circo. Ci si entra non si sa come, ma uscirne non è facile!»: Modigliani era un tipo irritante e «faceva tremare da capo a piedi»; Kisling la «chiamava bagascia e puttana sifilitica»; Fujita era un «brav’uomo, semplice e simpatico»; Man Ray, con cui Kiki ebbe una relazione di sei anni, aveva un’«aria misteriosa».«Usciamo con dei tipi che si chiamano dadaisti e altri che si fanno chiamare surrealisti, ma io non riesco a vedere questa gran differenza tra loro! C’è Tristan Tzara, Breton, Philippe Soupault, Aragon, Max Ernst, Paul Éluard… Le notti le passiamo a parlare, il che non mi dispiace affatto, anche se non riesco a capire di che cosa si stia parlando». L’unica preoccupazione della modella era la fame, di cibo, uomini o cocaina che fosse: «Sono sempre così allegra che il fatto che sia povera non conta proprio nulla… Quello che più conta è che non so nemmeno cosa significhi essere ammalata». Morale: per ottenere la fama ci vuole la fame e per diventare celebrità occorre la salute. Ciononostante, Kiki riuscì a rovinarsela, la salute, abusando di alcol, patatine fritte e droghe: a 33 anni era arrivata a pesare 80 chili e morirà a neanche 52. Lei abbozzava: «I primi cent’anni della vita sono sempre i più duri!».Nella seconda parte delle Memorie, l’autrice, ormai cinquantenne, racconta le sue ultime avventure e follie, come l’amicizia con uno «stoccafisso», un pesce moribondo e puzzolente, che salva la donna dal suicidio e da lei viene trattato come guru e confidente. È di quegli anni anche il secondo viaggio a New York, alla ricerca del grande amore, un certo Antoine conosciuto in gioventù. A Manhattan ritrova pure «Papà Hemingway» («Si dà troppe arie per essere un vero artista», chiosa l’editore Roth), passa le serate a inseguire le prostitute per strada e si lamenta continuamente che al Greenwich Village «i giorni della vera bohème sono finiti. Ora è tutta una messinscena per turisti» (erano gli anni Cinquanta!).

Franca, anticonformista e a suo modo visionaria, Kiki, scrive Hemingway, «è un monumento: dominò l’epoca di Montparnasse più di quanto la Regina Vittoria non abbia dominato l’epoca vittoriana… Eccovi un libro scritto da una donna che non fu mai una signora. Per circa dieci anni Kiki fu lì lì per essere una regina, ma questo naturalmente è molto diverso dall’essere una signora».

Ma alla fine che importa essere o meno signori? «È stato meglio essere buoni, Kiki».

Di Camilla Tagliabue

Why Have There Been No Great Women Artists?

Maria Grazia Chiuri, direttrice artistica delle linee femminili di Dior, ha fatto sfilare le sue modelle con magliette a righe su cui campeggiava questa frase  in inglese ” Perché non ci sono state grandi artiste?”.

È questo il titolo del saggio della storica dell’arte Linda Nochlin, un riferimento importante della letteratura femminista.

Perché?