Archivio annuale 5th Settembre 2018

Valeria Collina: in nome di chi?

Oggi ho conosciuto Valeria Collina, una Donna straordinaria che s’impegna per la cultura della pace e l’intercultura nonostante il macigno della tragedia del figlio…un figlio é sempre un pezzo della propria anima, del proprio cuore, del ventre, del seno, delle braccia, delle labbra …di ogni brandello di sé. Forza Valeria, ce la faremo!

Ecco un articolo di Fabio Tonacci che narra questa sua atroce storia.

Valeria Kadija
Collina ha 68 anni. Ha scritto un libro coraggioso, che è insieme il racconto della sua vita e uno sforzo di autocoscienza per esplorare fin dove affondavano le radici di quell’odio segretamente coltivato dal figlio. Da giovane Valeria è una femminista convinta, faceva teatro. Una trentina di anni fa conosce Mohamed Zaghba, marocchino e musulmano. Si innamora, si converte all’Islam (“per anni ho volontariamente indossato il niqab “) e si trasferisce a Fez. Hanno due figli: Kaouthar e Youssef, il terzo uomo del commando stragista che tra il London Bridge e il Borough Market ha ucciso otto persone.
Quando è iniziata la radicalizzazione?

“Nel 2015 mi accorsi che Youssef aveva la bandiera dell’Isis su Facebook e dei video di propaganda nei quali sembrava che nel Califfato tutto funzionasse bene. Credo che sia stato un suo amico del liceo a procurarglieli”.
In Rete si trovavano anche i filmati delle decapitazioni.

“Sosteneva che fossero stati obbligati a compierle, per difendersi da aggressioni esterne. Considerava lo Stato Islamico l’unico luogo dove si potesse praticare l’Islam puro, e infatti mi ha proposto di andare in Siria”
Come ha reagito?

“Ho provato a spiegargli che l’Isis era solo una costruzione politica e che le violenze non erano ammesse dalla nostra religione”.
Non è un po’ poco, di fronte a segnali così preoccupanti?

“Per molto tempo ho rifiutato di addossarmi una colpa per ciò che aveva fatto Youssef: l’Islam ci insegna che ognuno è responsabile delle proprie azioni. Poi però ho capito di aver fatto un errore: non ho insegnato ai miei figli ad avere uno spirito critico. Questa è la mia colpa di madre”.
Suo marito Mohamed non diceva niente?

“Non si è mai posto il problema. E Youssef si confidava solo con me”.
Ha mai pensato di segnalare suo figlio alle autorità marocchine?

“In Marocco non funziona come in Europa: una segnalazione significa rovinare una persona”.
Nel 2016 ha lasciato suo marito ed è tornata a vivere nel Bolognese. Nello stesso periodo suo figlio ha provato ad andare in Turchia…

“Non ero preoccupata, perché Youssef non era mai stato un tipo aggressivo nonostante la nostra fosse una famiglia in cui purtroppo c’era violenza da parte di Mohamed “.
All’aeroporto Marconi disse di voler fare il terrorista, poi si corresse e usò la parola turista.

“Sperava inconsciamente di essere bloccato. Aveva bisogno di uno psicologo, ma non accettava di vederne uno”
Poteva essere fermato prima del 3 giugno 2017?

“Non lo so. Di sicuro le autorità inglesi lo hanno sottovalutato: lui stesso mi raccontava che negli aeroporti passava i controlli senza essere fermato, nonostante la segnalazione della polizia italiana”.
Come ha reagito la comunità musulmana italiana dopo l’attentato?

“Con paura. Quando ci sono fenomeni di radicalizzazione, la comunità
dovrebbe trovare la forza di affrontarli insieme collaborando con le autorità. Ma non c’è fiducia nelle istituzioni, anche per le tante espulsioni decise dal governo italiano. Mi sono ritrovata sola e isolata: sono la madre di un terrorista, ma non sono una terrorista”.

#WereIsMyName

É questo il nome della campagna di sensibilizzazione che reclama per le Donne Afghane un diritto che sembrerebbe paradossale dover rivendicare: quello di essere chiamate per nome.

 Il nome dona identità ed é per questo che in quella terra così complicata e tormentata, dove  la misoginia é imperante, alle creature del mio Genere non spetta il nome neppure sui certificati o sopra la finestra dell’ultima dimora terrena. 

Si parla di noi usando le espressioni ” la madre di…la moglie di…la sorella di…la figlia di…” o nomignoli mortificanti come ” la mia capra”

Ma le Afghane non ci stanno più ed il movimento “Dov’é il mio nome” potrebbe finalmente riuscire a travolgere una subcultura maschilista crudele e assurda eppure…

Eppure a me capita, a volte, di sentire usare anche da noi la diabolica circonlocuzione “la…di…” sicuramente senza quelle tremende implicazioni ma come abitudine linguistica, retaggio, forse inconsapevole, di atteggiamenti maschilisti non troppo lontani.

Lalla Romano

Soltanto con te, straniero,posso parlare nella mia lingua

poiché anche tu vieni di lontano

e il nome della terra l’abbiamo scordato
Non è necessario, come credono i più,

dire parole meravigliose:

anche le più semplici e usuali

sono parole d’amore

nel dialetto nativo
Graziella Romano, in arte Lalla Romano, nata a Demonte (Cuneo) l’11 novembre 1906 e morta a Milano il 26 giugno 2001, è stata una scrittrice, poetessa, giornalista e aforista italiana. Nata da un’antica famiglia piemontese di origini ebraiche, sin dalla più tenera età si appassiona di pittura, alla quale si dedica intensamente già da piccola. Pronipote del grande matematico Giuseppe Peano, Lalla Romano è figlia di Giuseppina Peano, nata a sua volta da Michele Peano, fratello maggiore del famoso studioso.
La sua famiglia materna è molto numerosa: nonno Michele e nonna Giuseppina Pellegrino, hanno infatti ben sette figli: Michele, Alessio, Carmelo, Giuseppina, Carola, Caterina e Maria. Lo zio Alessio, in particolare, è ricordato per aver sposato Frieda von Kleudgen, figlia del pittore Friedrich von Kleudgen.
Gli studi e le amicizie

Dopo aver conseguito la maturità classica presso il liceo Silvio Pellico di Cuneo, Lalla Romano si iscrive all’Università di Torino, dove ha avuto la fortuna di essere allieva di Lionello Venturi (da lei scherzosamente chiamato “Cardo selvatico”), Annibale Pastore e Ferdinando Neri.

Fra i suoi amici e compagni spiccano invece personalità del calibro di Mario Soldati, Franco Antonicelli, Carlo Dinisotti, Arnaldo Momigliano e Cesare Pavese. In particolare, è da quest’ultimo che la giovane Romano rimane profondamente colpita, definendolo nel suo diario come “un giovane occhialuto, pallido, magro”. Sentimentalmente, invece, si lega al sanremese Giovanni Ermiglia, al quale nel corso della sua carriera come poetessa dedicherà non poche rime, che successivamente verranno raccolte all’interno di “Poesie per Giovanni”.
Le prime esperienze letterarie di Lalla Romano

Nel corso degli studi universitari, su suggerimento del suo maestro Lionello Venturi, si iscrive alla scuola di pittura di Felice Casorati e, contemporaneamente, frequenta lo studio del pittore Giovanni Guarlotti, dove inizia ad occuparsi di critica d’arte.
Durante questo periodo compie numerosi viaggi a Parigi, dove rimane colpita dai fermenti culturali del quartiere latino.
La Laurea e i primi lavori

Nel 1928 Lalla Romano si laurea con il massimo dei voti in lettere, discutendo una tesi sui poeti del “dolce stilnovo”. Subito dopo aver conseguito il titolo, come primo lavoro per un breve periodo svolge quello di addetta alla biblioteca di Cuneo, ma in seguito si trasferisce a Torino insieme al marito, Innocenzo Monti, e al figlio.
Nel capoluogo piemontese insegna storia dell’arte nelle scuole medie e continua a coltivare la sua passione per la poesia e per la pittura. Nel corso di questi anni alcune delle sue opere vengono esposte in delle mostre collettive.
La seconda guerra mondiale

Durante il secondo conflitto mondiale, si trasferisce nuovamente a Cuneo, presso la casa della madre. Si lega politicamente a Livio Bianco e al movimento “Giustizia e Libertà”, prendendo parte attivamente alla Resistenza e impegnandosi nei “Gruppi di difesa della donna”.
E’ in questo periodo che il poeta Eugenio Montale, con un giudizio positivo sui suoi versi, la esorta a pubblicare alcune sue poesie. Così nel 1941 avviene il suo esordio come poetessa con la pubblicazione della sua prima raccolta, edita da Frassinelli dopo che questa era stata rifiutata da Einaudi.
Il carattere di Lalla Romano

In seguito a questo rifiuto, la Romano tira fuori il lato più determinato del suo carattere inviando una copia appena stampata della sua raccolta all’editore Giulio Einaudi, scrivendo in calce al libro la frase: “A chi non ha voluto stampare questo libro”. E proprio questo lato del suo carattere diventa l’impronta di tutto il suo percorso letterario a seguire.
In questo stesso periodo, Cesare Pavese le commissiona la traduzione dei “Tre racconti” di Gustave Flaubert (1943).
Il dopoguerra

Alla fine della seconda guerra mondiale, Lalla Romano raggiunge a Milano il marito, che nel frattempo è diventato un alto funzionario della Banca Commerciale, dove riprende ad insegnare ed inizia a scrivere alcuni testi di narrativa.
Nel 1951 pubblica “Le metamorfosi”, dei brevi testi in prosa dedicati al mondo dei sogni, mentre tra il 1953 e il 1957 pubblica i suoi primi romanzi.
I primi romanzi

“Maria”, il suo primo romanzo, che parla del complicatissimo rapporto tra una serva e la sua padrona, ottiene un notevole successo di critica. Gianfranco Contini lo accoglie come un piccolo capolavoro. Pavese, amico della Romano, lo critica invece duramente, definendosi stufo di leggere “storie di donne di servizio”.
La sua seconda opera, intitolata “Tetto murato”, ha per protagonista Ada, una donna dalla forte moralità. A questo stesso periodo risalgono invece una raccolta di poesie, “L’autunno”, e un libro dedicato ai viaggi, intitolato “Diario di Grecia”.
L’opera che però rivela la scrittrice al grande pubblico è il celebre romanzo “Le parole tra noi leggere”, che nel 1969 ottiene il Premio Strega.
Il titolo di quest’opera è ricavato da un verso di Montale (dalla poesia “Due nel crepuscolo”), e al suo interno Lalla Romano descrive ed analizza il rapporto con suo figlio, un ragazzo molto difficile e ribelle, asociale e anticonformista. Il libro riscuote un notevole successo, sia di pubblico che di critica, molto probabilmente perché tratta i temi propri della rivolta giovanile, molto sentiti in quel preciso periodo storico.
A questa stessa epoca risalgono altri romanzi quale “L’ospite” (1973), e un’intensa attività giornalistica in diversi quotidiani come “Il Giorno”, “Il Corriere della Sera” e “Il Giornale Nuovo”, nonché una breve esperienza in politica.
Gli ultimi anni

Nonostante una progressiva malattia agli occhi che un po’ alla volta la rende cieca, negli ultimi anni della sua vita continua a scrivere assistita dalle amorevoli cure del compagno Antonio Ria.
Lalla Romano muore all’età di 93 anni a Milano il 26 giugno del 2001, lasciando incompiuta la sua opera “Diario ultimo”, che sarà pubblicata postuma da Antonio Ria nel 2006, in occasione del centenario della nascita della poetessa.

Dal web 

Irma: la Chiara di Tropea

Si é conclusa la fase diocesana dell’inchiesta di Canonizzazione della Serva di Dio Irma Scrugli, a Lei mi sento profondamente legata avendola conosciuta intensamente.

Di questo privilegio rendo grazie ad una sua consorella, Rosa Orfanò, grande amica della mia Mamma che spessissimo mi portava con sé nella grande Casa di Via Abate Sergio.

Ho ancora negli occhi le stanze profumate di Carità: le Signorine indaffarate attorno ai letti e alle poltrone delle anziane e Lei che le coccolava carezzandole, imboccandole, pettinandole, cullandole amorevolmente con affetto di figlia, di sorella, di madre.

Grande Donna Libera Irma che, seguendo il suo esclusivo progetto , lascia gli agi e i privilegi della casa natale, per seguire un altro innamorato di Cristo incarnato negli Ultimi, Padre Mottola, incurante delle critiche e delle maldicenze.

Grande Irma che ti leggeva nel cuore e sorridendoti ti faceva sentire la persona più fortunata del mondo, sono felice di averla profondamente conosciuta questa creatura sempre autentica e straordinariamente determinata al punto da trascinare centinaia di giovani donne lungo un cammino difficile e trasgressivo illuminato dalla Grazia divina.

Spero di vederti Santa: splendida sintesi di spiritualità contemplativa e pragmatica, la Chiara di Tropea !

Perra

PERRA significa cagna o puttana in spagnolo e l’artista guatemalteca Regina José Galindo chiama così la sua sconvolgente performance: con un coltello si auto incide la fatale parola per protestare e mostrare le violenze perpetrate contro le donne del suo Paese evidenziando come la sorte non sia diversa per il nostro Genere in tutte le altre parti del mondo…amara veritá.

” …bisogna capire che tutto é concatenato e l’errore dell’umanitá é sentirsi diversi …quello che succede ad una donna in Germania succede anche a me. siamo un solo corpo.”

Teresa, Vestale degli Sbariati 

Ci accoglie con un intrigante profumo di ginestra, origano e menta il sito delle Grotte degli Sbariati. É un fresco pomeriggio di luglio di trent’anni fa quello che conservo nell’anima, sono a Zungri assieme a mio marito e a tre cari amici, attratti dalla magia di quel luogo esclusivo che solo uno di noi conosce. Il fascino dell’insediamenro rupestre é sconvolgente e, come sempre accade quando incontri la Bellezza, il cuore batte all’impazzata e la mente si perde nella fantasia del sogno..”Anatemaaa anatemati mmanassuu, anatematii mmanassuu de mena ti dichiamu. Pudema stefannonune ma secu ti dichiamu”, il canto incomprensibile mi affascina ed io lo seguo lasciando il gruppo. Agile come una capretta s’inerpica sui sentieri erti, tra le case scavate abilmente nella rupe, una donna dalle movenze eleganti di una danzatrice che accompagna il ballo con la melodia della voce.

 La saluto, mi presento e le chiedo il nome e il senso di quella canzone enigmatica. Teresa si chiama, possiede alcuni terreni e grotte e canta la rabbia di un innamorato che non può abbracciare la sua bella per gli ostacoli frapposti dalle differenze di status delle famiglie. No, non conosce l’origine di quella struggente melodia che ha l’incanto di radici antiche. 

Teresa scompare all’improvviso ed io rimango ammaliata da quell’apparizione inquietante.

Dopo tre decenni un’attrazione irresistibile mi riporta a Zungri tra le case degli Sbariati, questa volta con i miei nipotini, come se anche a loro dovessi trasmettere l’incanto di quel contesto esclusivo d’impareggiabile seduzione. Il paesaggio é mutato e la cura di chi ama la propria terra traspare nella trasformazione che valorizza l’intrinseca malia di quell’insediamento dalle origini ancor oggi oscure. 

Le tracce della fede cristiana sono palesi e le croci e il pesce raffigurato sulla grande cupola di una grotta inducono a pensare a qualcosa di più di un rustico agglomerato di stalle e di dispense per i prodotti della terra.

 Mentre fantastico, agevolata dal grigiore della notte, illuminata da suggestive luci incastonate nelle pietre, il mio sguardo è rapito da una figura nera che con disinvoltura si arrampica lungo i sentieri nonostante l’età avanzata. 

É Lei, la riconosco é la donna che trent’anni prima mi aveva attratto con la sua ermetica canzone. 

“Teresa, Teresa!”, é Lei.

 La signora dai capelli di neve raccolti nel nero del fazzolettone si volta e mi sorride, si ricorda di me. 

Ci sediamo sul gradino di una delle case di pietra e parliamo ancora come se nei tre decenni trascorsi un magico filo ci avesse tenuto assieme. Teresa stringe tra le mani il rosario e come un fiume in piena risponde alle mie domande che amano scoprire la complessità dell’animo femminile.

 É l’ultima di una famiglia di nove, solo lei donna assieme all’unica sorella e all’amatissima madre. Il padre è mancato quando aveva sei mesi e alcuni fratelli sono emigrati in Argentina. 

Agli Sbariati é legata perché ha ereditato dalla madre terreni che ne fanno parte, altri li ha comprati ed uno lo ha in fitto. Si definisce l’ultima superstite di quella cultura rupestre e adora quelle rocce che le parlano della mamma, tutti i giorni lei andava alla fonte tra le grotte e lavava la biancheria per poi riportarla asciutta e profumata di acqua sorgiva. 

Approfitto della sua benevolenza per approfondire la mia ricerca sulla donna e Teresa si concede compiaciuta del mio persistente interesse. Gli uomini che ha conosciuto non erano cattivi, proprio per niente, ma erano maschi e i maschi, si sa, comandano e controllano le femmine che ai suoi tempi non potevano andare da sole neanche al lavoro.

 Era dura la vita delle ragazze: figli da crescere, cucina per sfamare tante bocche, case da curare e duro lavoro nei campi, anche di notte quando i padroni chiamavano. Lei é stata fortunata perché il marito, che pure non aveva scelto ma le era stato proposto tramite “ambasciaturi”, era buono, le voleva bene e amava condividere con lei scelte e decisioni. 

É rigorosa e severa col nostro Genere Teresa e affida alla donna il compito di tutela della famiglia a costo di qualsiasi rinuncia e sacrificio, anche il tradimento va sopportato dalla moglie per salvaguardare la serenità dei figli e l’unità familiare

.” Oi i stujavucchi diventaru sarvietti e i sarvietti stujavucchi” mi dice l’Ultima degli Sbariati riferendosi allo sconvolgimento dei costumi che riguarda soprattutto la donna che non é più, con suo rammarico, Angelo del Focolare ed eroina che s’immola per il bene dei figli.

 Cerco di proporle una concezione più emancipata e dignitosa dell’essere femminile ma Teresa é irremovibile: la Donna è la roccia su cui si costruisce la famiglia e non c’é spazio per nient’altro. 

Quella Creatura straordinaria é analfabeta, le circostanze della vita l’hanno privata dell’istruzione e la sua saggezza antica, erede di una civiltà contadina che forse in quei luoghi esclusivi si intreccia con culture venute da lontano, non ha avuto il dono dello strumento necessario a scrollarsi il giogo della visione subalterna della donna. 

Eppure in Lei qualcosa parla di libertà.

 É la sua fierezza antica che coniuga la dolcezza e la docilità con una determinazione e forza interiori davvero straordinari. 

Le grotte sono la sua energia vitale, lì ritrova la madre, la giovinezza e il profumo amaro del sacrificio fatto anche di pesanti sacchi colmi d’olive portati in testa. 

É nata a Marzo la Signora, come me sotto il segno fantasioso dei Pesci, é pure Lei una Sbariata, l’ultima forse, una creatura in cammino capace di guardare al sole anche nel grigiore fitto delle nuvole.

 Di questo gioiello raro di architettura rupestre di Calabria é diventata la Vestale, inflessibile, precisa e coerente.

 Lei, che lo ricorda abitato solo dagli animali, non dimentica la fatica del vivere: il lavoro a giornata e quello nelle proprie terre, non scorda le donne rispettose dei propri uomini e teme che la libertà di cui tutti oggi godono si trasformi in anarchia capace di distruggere la Famiglia e con essa la Civiltà…anche quella mitica e attraente che affonda le radici nelle Grotte della sua Zungri. 

Addio Teresa, Vestale degli Sbariati, nonostante le apparenze, sei stata e rimani una Donna Libera.
Di Beatrice Lento

Tropea 2 settembre 2018
P. S. Non conosco di persona Teresa, me ne sono innamorata grazie alle meravigliose foto di Salvatore Mazzeo e al racconto della splendida Coordinatrice del Museo e Insediamento Rupestre di Zungri Maria Caterina Pietropaolo che ringrazio assieme a Francesco Braccio per l’antico canto ” Anatema”

Luigi Luca Cavalli Sforza: razza umana concetto infondato!

Purtroppo non ha ricevuto il Nobel ma la sua lotta scientifica al razzismo lo avrebbe ampiamente meritato, ecco un articolo  che parla di Lui in occasione della sua morte avvenuta oggi…grazie grande Luca!

Ha dimostrato che il concetto di razza umana è biologicamente infondato e abbattuto la barriera tra cultura scientifica e umanistica, facendo dialogare discipline diverse per arrivare a costruire un atlante genetico della storia del mondo. Luigi Luca Cavalli Sforza, genetista e scienziato, è morto a 96 anni a Belluno, dove viveva. Con i suoi studi ha messo le basi per la nascita di una nuova disciplina, la genetica delle popolazioni. Era nato a Genova nel 1922. La sua carriera scientifica, cominciata in Gran Bretagna, è proseguita fra l’Italia e la California, in particolare nelle Università di Parma, Pavia e Stanford dove insegnava. A Stanford negli ultimi anni è stato insignito del titolo di professore emerito. Dopo aver studiato a Torino nella scuola di Giuseppe Levi, come prima di lui avevano fatto Rita levi Montalcini, Salvador Luria e Renato Dulbecco (tutti e tre premiati con il Nobel per la Medicina), Cavalli Sforza ha cominciato la sua carriera nell’Università di Pavia con il pioniere della genetica italiana, Adriano Buzzati Traverso, fratello dello scrittore Dino. Allora i geni erano un’entità da definire, comprendere e misurare: anche grazie al fascino di queste ricerche Cavalli Sforza ha seguito Buzzati Traverso in Germania e poi nell’Istituto di Idrobiologia di Pallanza, in Piemonte, studiando soprattutto la genetica del moscerino della frutta e dei batteri. In seguito il suo interesse scientifico si sarebbe invece concentrato soprattutto sull’uomo. Di Buzzati aveva sposato la nipote, Alba Maria Ramazzotti.L’amore per l’Italia

I colleghi ricordano Luigi Luca Cavalli Sforza come un ricercatore animato da grande curiosità, che lo aveva portato a studiare tanto la biologia quanto la statistica, discipline diverse che riuscì a conciliare nelle ricerche sulla genetica delle popolazioni, dai primi studi condotti in Italia fino ai viaggi in Africa. Dal 1970 ha lavorato nell’Università di Stanford per oltre 20 anni ed è tornato in patria nel 1994, fermamente intenzionato, diceva, a lottare contro «l’inerzia e la lentezza della ricerca italiana». Proprio in Italia intendeva portare avanti le ricerche sull’origine delle popolazioni, che definiva «importanti per comprendere i meccanismi dell’evoluzione e l’adattamento culturale», e sui movimenti migratori. Presto avrebbe osservato, però, che la ricerca era ferma ai livelli di 30 anni prima, con «poco denaro e mal distribuito».

L’atlante genetico del mondo

In ogni caso Cavalli Sforza ha continuato a lavorare, arrivando ad affermare che il concetto di razza è solo culturale e non è dimostrato da alcuna base genetica. Inoltre ha saputo far dialogare discipline diverse – genetica, matematica, archeologia e linguistica – per costruire un atlante genetico del mondo, un albero genealogico dell’evoluzione umana basato su dati biologici, ma anche archeologici e linguistici. Cavalli Sforza era socio dell’Accademia nazionale dei Lincei e membro della Royal Society. Tra le numerose onoreficenze che ha ricevuto nel corso della sua vita, la Medaglia d’oro del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e il Premio Balzan. Tra le sue pubblicazioni: Geni, popoli e lingue (l’opera più importante); L’evoluzione della cultura; Il caso e la necessità: ragioni e limiti della diversità genetica; Razzismo e noismo: le declinazioni del noi e l’esclusione dell’altro. Insieme al figlio Francesco ha scritto il libro Chi siamo. La storia della diversità umana. Cavalli Sforza si è impegnato anche nella divulgazione scientifica, attraverso pubblicazioni, incontri, organizzazione di festival e mostre.

Dai batteri all’uomo

«È stato uno studioso di grandissima importanza a livello mondiale, ha attraversato tutti i campi della genetica, iniziando dai batteri per arrivare all’uomo» è il ricordo di Guido Barbujani, professore di genetica all’Università di Ferrara che in diverse occasioni ha collaborato con Cavalli Sforza. Anche Barbujani studia la genetica delle popolazioni. «L’intuizione più importante di Cavalli Sforza è l’aver capito, negli anni ‘70, che nel nostro Dna è racchiuso un messaggio che arriva dalle generazioni precedenti e che ci aiuta a capire aspetti della storia e della preistoria che altrimenti ci sarebbero rimasti ignoti. Un uomo di grande lucidità intellettuale, ma anche un grande imprenditore scientifico: ha dato vita a iniziative a livello mondiale, trasformando le sue intuizioni in progetti di ricerca vastissimi come lo Human Genome Diversity Project (Hgdp), strumento attraverso cui si è passati dalla lettura di un singolo genoma alla comprensione delle differenze tra genomi, differenze che ci rendono individui unici e irripetibili».

La storia degli antenati

In che cosa consiste la genetica delle popolazioni? «Fino agli anni ‘70 era una disciplina il cui scopo consisteva nel limitare il più possibile il rischio di malattie genetiche recessive, che si ha quando due genitori sono portatori sani e un quarto dei figli sviluppa la patologia. Dunque un ambito molto limitato – sottolinea Barbujani -. Cavalli Sforza è stato il primo a capire con chiarezza che nelle nostre cellule c’è molto di più, la traccia di una storia trasmessa dai genitori, dagli antenati, fino ad arrivare ai primi sapiens. Una vera e propria genetica dell’evoluzione. Questa intuizione ha messo in moto tante collaborazioni interdisciplinari – con linguisti, archeologi, antropologi, biologi molecolari – e sono stati avviati progetti di ampio profilo culturale».

Confronto tra genomi

Come si è arrivati a superare il paradigma della razza? «Gli studi di Cavalli Sforza e di altri hanno permesso di definire che il concetto di razza non è biologicamente valido – risponde il professor Barbujani -. Si è visto con chiarezza che non ci permette di capire le differenze tra individui, mentre abbandonandolo e lavorando sul confronto tra genomi si aprono grandi strade per la comprensione del nostro passato e della specificità dei singoli esseri umani». Lei è stato allievo di Cavalli Sforza? «Non direttamente – conclude lo scienziato -. Tutti noi genetisti abbiamo lavorato sulle sue idee, ma quando ero nel pieno sviluppo della mia carriera io facevo parte del gruppo di Robert Sokal negli Stati Uniti, uno studioso austriaco che era in concorrenza diretta con Cavalli Sforza. Questo ci ha impedito di lavorare fianco a fianco nello stesso laboratorio, ma nonostante ciò abbiamo collaborato in numerose ricerche. Nutro molto affetto nei suoi confronti, così come lui ne provava nei miei. Voglio ricordarlo come uno dei grandi intellettuali italiani del Ventesimo secolo, un uomo che è riuscito a scavalcare le barriere storiche tra scienze esatte e scienze umane, un merito che, sono certo, gli verrà riconosciuto nei prossimi decenni».

Di Laura Cuppini

Ilaria Capua: scienziati non lasciamo spazio alle false notizie

Ilaria Capua, virologa di fama mondiale, facendo tesoro della sua amara vicenda personale, lancia un appello che fa il giro del mondo e invita a fare in modo che non si venga travolti dalle false notizie per non compromettere la salute dell’umanità.

 Ecco La sua dolorosa vicenda narrata da Martina Pennisi

«Ha funzionato tutto alla perfezione. Sono fiera e trionfante. Non ho sbagliato niente, neanche una misura. Sono riuscita a mettere tutto nell’esatto posto in cui l’avevo immaginato». Ilaria Capua, classe 1966, pluripremiata virologa italiana di fama mondiale ed ex parlamentare, non sta parlando di una delle sue scoperte scientifiche ma di un «trasloco multiplo a croce uncinata». Lo chiama così, scherzosamente, con quell’ironia un po’ amara che le rimane appiccicata addosso, nello sguardo e nelle espressioni del volto, nelle risate ruvide, qualunque sia l’argomento di cui sta parlando. È «il» trasloco: quello di due anni fa, dall’Italia agli Stati Uniti nel pieno della bufera giudiziario-mediatica per l’accusa (da cui è stata prosciolta) di trafficare illegalmente virus (e di molto altro). Lei, che — nel 2006 — dopo aver isolato con i suoi collaboratori il virus africano H5N1 dell’influenza aviaria ha sfidato l’Organizzazione mondiale della sanità mettendo a disposizione di chiunque la scoperta in un database aperto, GenBank, e scatenando il dibattito sulla trasparenza e la condivisione dei dati. «È la cosa più importante che ho fatto nella mia vita da scienziata», asserisce. «Rischiavo l’ergastolo», tiene invece a sottolineare ricordando le accuse rese pubbliche nell’aprile del 2014 da un’inchiesta giornalistica. Fissa l’obiettivo del computer e si prende un’eloquente pausa. Si sta raccontando dagli Stati Uniti, dove vive e dirige l’Health Centre of Excellence for Research and Training dell’Università della Florida dal 2016, l’anno in cui si è sentita costretta a lasciare il suo Paese e l’impegno a Montecitorio. Giocherella distrattamente con la macchinetta del caffè. La indica.«È la prima cosa che ho comprato appena sono arrivata. Il resto era nelle mie due case, quella di Roma e quella di Padova, che ho venduto. Ho impacchettato la mia vita in 400 colli. E ho dovuto organizzare anche gli spostamenti di alcuni mobili da casa di mio padre. È morto nel 2013, mi dispiaceva vederli finire in un mercatino dell’usato e volevo portare dei pezzi di “casa” in America».È mancato prima delle accuse e del processo, dunque. 

«Allora (fa una pausa, ndr), lui è stato una presenza molto importante nella mia vita, come spesso lo sono i padri nella vita delle figlie femmine. Importante e non sempre misurata. Anche quando se n’è andato ha lasciato segni profondi. Io mi ero trasferita a Roma da pochi mesi anche con l’idea di riallacciare i rapporti con la mia famiglia d’origine. La sua morte ha mandato tutti fuori asse. Se n’è andato dopo un breve periodo in ospedale, a 78 anni, per una serie di complicazioni che si sono sommate a un’insufficienza renale grave. Non ce lo aspettavamo, lui per primo che ha lasciato le cose come se fosse dovuto rientrare dopo qualche giorno. Cinque cani che lo aspettavano a casa, un armamentario completo da cacciatore con fucili e una montagna di cartucce da gestire. Insomma, complicato».

Come avrebbe vissuto la vicenda giudiziaria che l’ha coinvolta?

«Avrebbe sofferto moltissimo. Però, visto che era un avvocato navigato avrebbe potuto sostenermi. Sa cosa mi diceva sempre? Quando gli raccontavo le difficoltà e gli ostacoli che ho incontrato, le strade deviate e le persone che volevano rendermi la vita difficile diceva: “Ilaria, uno di questi giorni devi mettere tutto insieme e scrivere al presidente della Repubblica”. Rimase particolarmente colpito quando mi impedirono di trasferire il mio laboratorio nella Torre della ricerca della Città della Speranza, a Padova. Ed era nulla rispetto a quello che mi aspettava».

Era il 2012, si parlò di un suo trasferimento all’estero anche allora. Poi, nel gennaio del 2013 le arrivò un Sms.

«Di Mario Monti, l’allora presidente del Consiglio. Mi chiese di candidarmi alle elezioni politiche che si sarebbero svolte due mesi dopo (Capua racconta l’episodio anche in Io, trafficante di virus, Rizzoli, 2017, ndr)».

Accettò. Sono passati cinque anni e la scienza rimane un tema non facile da affrontare nel nostro Paese, dentro e fuori dalle aule del Parlamento.

«Quando mi stavo battendo alla Camera perché la direttiva europea sulla sperimentazione animale venisse recepita come era stata emessa da Bruxelles ho cercato di spiegare a un deputato, molto attivo in commissione Sanità, che vietare gli xenotrapianti non voleva dire — come pensavano alcuni in aula — impedire di mettere il cervello di una mucca nella scatola cranica di un criceto ma opporsi, ad esempio, alla cura dei tumori con gli anticorpi monoclonali che si creano ponendo un pezzetto del tessuto del tumore in un topo. Sa cosa mi ha risposto?»

Cosa le ha risposto?

«Che non avevo capito nulla, che loro la direttiva la volevano migliorare. Faccio questo lavoro da 25 anni, da 25 anni mi occupo di sperimentazione animale, perché purtroppo ancora non se ne può fare a meno. Mi sono messa lì, ho impiegato 40 minuti del mio tempo per spiegargli tutto, sugli xenotrapianti e sull’assurdità di vietare le ricerche per le sostanze d’abuso mentre i nostri figli e i figli dei nostri vicini sono esposti alla produzione di droghe nuove ogni settimana. E lui cosa mi risponde? Che non ho capito».

Perché si mette in dubbio la parola degli scienziati con tale leggerezza?

«L’Italia ha sempre avuto uno zoccolo di anti-scientificità. C’è uno scetticismo di base, che forse arriva dalla forte cultura cattolica o da come impostiamo il percorso universitario, non so. Come i musulmani d’altronde, abbiamo una componente culturale da cui è difficile prendere le distanze. Arriviamo a dare addosso a persone come Veronesi, con tutto quello che ha fatto per la ricerca sui tumori. Dobbiamo però distinguere le discussioni oneste da quelle strumentali, e scorrette, di chi cerca di fare presa sulle persone sfortunate che, ad esempio, si trovano ad avere un bambino autistico. Le vaccinazioni non c’entrano nulla ed è stato ampiamente dimostrato, eppure c’è chi ha continuato a insistere su un presunto legame tra le due cose».

Un rimpianto?

«In Parlamento? La mia proposta di legge sui ricercatori indipendenti. L’avevano firmata oltre 60 parlamentari e pur essendo vice presidente della commissione cultura non sono mai riuscita a farla calendarizzare, a dimostrazione di come io sia stata equilibrata e imparziale. È un tema importante, su cui poi sono stati fatti dei passi avanti. La comunità scientifica si muove e cresce anche grazie ai battitori liberi che magari vincono dei premi da milioni di euro all’estero e non possono riportarli in Italia perché il sistema non è molto recettivo. Li abbiamo fatti studiare, li abbiamo formati, si sono fatti le ossa all’estero. Mi sembra stupido farceli scappare».

Gli Stati Uniti l’hanno accolta a braccia aperte, professionalmente. Deve essere un momento storico particolare per viverci. Per lei e per un’adolescente come sua figlia.

«Mi vengono in mente due momenti. L’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti: Mia aveva 12 anni e mezzo e stava seguendo con me, mio marito e alcuni amici europei i risultati. Si è messa le mani nei capelli ripetendo “Oh my god”. Poi, quando c’è stata la sparatoria nel liceo di Parkland, qui in Florida (era il 14 febbraio scorso e sono morte 17 persone, ndr), ha avuto una crisi di pianto e mi ha detto che non si sentiva sicura a scuola».

Nelle intercettazioni che sono state rese pubbliche ci sono sue frasi ed espressioni molto forti e colorite. Pensa di aver pagato, in quel caso e durante il resto della sua carriera, anche un atteggiamento e un linguaggio considerati normali per un uomo e che a una donna, forse, non si perdonano?

«Senza dubbio. Ci sono tante cose che non mi sono state perdonate in quanto donna, non sono la prima e non sarò l’ultima: sono una scienziata, non le mando a dire, ho avuto successo, non sono un topo da laboratorio. Sono piacente, insomma. Però mi sono anche resa conto di aver usato un linguaggio troppo colorito, in alcuni casi, e di essermi espressa personalizzando eccessivamente alcuni concetti. “I miei virus”, “i miei ragazzi”, dicevo. Attraversare e sopravvivere a quello che mi è capitato mi ha molto cambiata, ma soprattutto mi ha aperto delle aree di consapevolezza che prima non avevo. C’è sempre da imparare. Anche se non penso che sia comprensibile ai più che cosa significhi essere pubblicamente svergognato per qualcosa che non hai fatto, e avere come unica risposta: “Si sa: la giustizia in Italia è così”. Non ci si riprende facilmente da una cosa del genere».

Adesso si definirebbe felice?

«Felice è una parola grossa. Diciamo che sono orgogliosa di me stessa. Come faccio a dire di essere felice? Ho lasciato la mia vita in Italia, il mio laboratorio. Una madre di 81 anni, suo marito Eligio che ne ha 90 e a cui sono molto legata. Gli amici di una vita. Un Paese che non ho mai voluto abbandonare per fare carriera altrove. Io adesso devo ritrovare serenità ed equilibrio, ma sono orgogliosa di come ho tenuto dritta la barra del timone in questa tempesta. E ora ho una nuova missione.

Mi dica.

«Voglio battermi per una giustizia che sia al contempo più scientifica e più umana».

Tina Modotti

   

 

Nata a Udine il 17 agosto 1896 e deceduta a Città del Messico il 5 gennaio 1942.

Dopo l’improvvisa scomparsa, il riconoscimento della personalità umana, artistica e politica di Tina Modotti fu quasi immediato e per alcuni anni la sua vita e la sua opera restarono vive in buona parte dell’America latina. Poi cadde l’oblio, lungo di almeno trent’anni. Inquietanti cause di questo silenzio/rifiuto si possono trovare nel mondo reazionario, nel provincialismo, nel dilagante moralismo di questo secolo, contrari alla valorizzazione di una donna libera e inserita nel grande filone della cultura laica.
  
il 17 agosto 1896
L’opera di Tina, che si trova in buona parte negli Stati Uniti, venne tenuta nascosta nei cassetti dei Dipartimenti di fotografia per la nefasta influenza del maccartismo che rese impossibile, per molti anni e non solo in America, lo studio e la presentazione di un’artista che aveva creato immagini di qualità e militato nel movimento comunista internazionale.

Anche la Sinistra storica non è esente da disattenzioni nei riguardi di questa friulana d’eccezione.

Oggi sappiamo che non esiste un artista di qualità e un militante di valore, come Tina Modotti, che sia stato trascurato per così lungo tempo dagli storici della fotografia e dalla storiografia politica. Tutto ciò è avvenuto nonostante le novità e il fascino che caratterizzano la sua avventura umana:la sua complessa esistenza appare, con il solo raccontarla, un romanzo. 

Assunta Adelaide Luigia Modotti, detta Tina, nasce nel popolare Borgo Pracchiuso a Udine, da famiglia operaia aderente al socialismo della fine Ottocento. Il padre Giuseppe lavora come meccanico e carpentiere, mentre la madre Assunta Mondini fa la cucitrice.
 
Diventa emigrante all’età di soli due anni, quando la famiglia si trasferisce nella vicina Austria per lavoro. Nel 1905 rientrano a Udine e Tina frequenta con ottimo profitto le prime classi della scuola elementare. A dodici anni, per contribuire al sostentamento della numerosa famiglia (sono in sei fratelli), lavora come operaia in una filanda. Apprende elementi di fotografia frequentando lo studio dello zio Pietro Modotti. 

Il padre decide di partire per gli Stati Uniti, presto raggiunto da quasi tutta la famiglia. Tina arriva a San Francisco nel 1913, dove lavora in una fabbrica tessile e fa la sarta, frequenta le mostre, segue le manifestazioni teatrali e recita nelle filodrammatiche della Little Italy. 

Durante una visita all’Esposizione Internazionale Panama-Pacific conosce il poeta e pittore Roubaix del’Abrie Richey, dagli amici chiamato Robo, con cui si unisce nel 1917 e si trasferisce a Los Angeles. Entrambi amano l’arte e la poesia, dipingono tessuti con la tecnica del batik; la loro casa diventa un luogo d’incontro per artisti e intellettuali liberal.

Tina nel 1920 si trova a Hollywood: interpreta The Tiger’s Coat, per la regia di Roy Clement e, in seguito, alcune parti secondarie in altri due film, Riding with Death e I can explain. Si tratta di una esperienza deludente, che decide di abbandonare per la natura troppo commerciale di quanto il cinema propone. Per la sua bellezza ed espressività viene ripresa in diverse occasioni dai fotografi Jane Reece, Johan Hagemayer e, soprattutto da Edward Weston con cui ben presto nascerà un legame sentimentale. 

Il 9 febbraio 1922 Robo muore di vaiolo durante un viaggio in Messico. Tina arriva in tempo per i funerali e scopre, in questa triste occasione, un paese che a lungo l’affascinerà. Rientra a San Francisco per l’improvvisa morte del padre Giuseppe. Alla fine dell’anno scrive un omaggio biografico in ricordo del compagno, che verrà pubblicato nella raccolta di versi e prose The Book of Robo.
 
A fine luglio 1923 Tina Modotti e Edward Weston (con il figlio Chandler) arrivano in Messico, si stabiliscono per due mesi nel sobborgo di Tacubaja e, quindi, nella capitale. Uniti da un forte amore, vivono entro il clima politico e culturale post-rivoluzionario, a contatto con i grandi pittori muralisti David Alfaro Siqueiros, Diego Rivera e Clemente Orozco, che appartengono al Sindacato artisti e sono i fondatori del giornale El Machete, portavoce della nuova cultura e, in seguito, organo ufficiale del Partito Comunista Messicano. 

A contatto con la capacità e l’esperienza di Weston, Tina accelera l’apprendimento della fotografia e in breve tempo conquista autonomia espressiva; alla fine del 1924 un’esposizione delle loro opere viene inaugurata nel Palacio de Minerìa alla presenza del Capo dello Stato. 

Fra il 1925 e il 1926, in tempi brevi e diversi, tornano a San Francisco, dove Tina incontra la madre ammalata, conosce la fotografa Dorothea Lange, acquista una camera Graflex. Rientrati in Messico intraprendono un viaggio di tre mesi nelle regioni centrali a raccogliere immagini per il libro di Anita Brenner Idols Behind Altars. Il loro legame affettivo si deteriora e Weston torna definitivamente in California; i contatti continueranno per alcuni anni in forma epistolare.

Tina vive con la fotografia ed esegue molti ritratti, si unisce al pittore e militante Xavier Guerrero (che ben presto andrà a Mosca alla scuola Lenin), aderisce al Partito Comunista, lavora per il movimento sandinista nel Comitato “Manos fuera de Nicaragua” e partecipa alle manifestazioni in favore di Sacco e Vanzetti durante le quali conosce Vittorio Vidali, rivoluzionario italiano ed esponente del Komintern.
 

Tina trasforma il suo modo di fotografare, in pochi anni percorre un’esperienza artistica folgorante: dopo le prime attenzioni per la natura (rose, calli, canne di bambù, cactus, …) sposta l’obiettivo verso forme più dinamiche, quindi utilizza il mezzo fotografico come strumento di indagine e denuncia sociale, e le sue opere, comunque realizzate con equilibrio estetico, assumono di frequente valenza ideologica: esaltazione dei simboli del lavoro, del popolo e del suo riscatto (mani di operai, manifestazioni politiche e sindacali, falce e martello,…). Sue fotografie vengono pubblicate nelle riviste Forma, New Masses, Horizonte. In questo periodo conosce lo scrittore John Dos Passos e l’attrice Dolores Del Rio, ed entra in amicizia con la pittrice Frida Kahlo. 

Nel settembre del 1928 diventa la compagna di Julio Antonio Mella, giovane rivoluzionario cubano, con cui Tina vive un amore profondo e al cui fianco intensifica il lavoro di fotografa impegnata e di militante politica.
 
Ma il loro legame dura pochi mesi, perché la sera del 10 gennaio 1929 Mella viene ucciso dai sicari del dittatore di Cuba Gerardo Machado proprio mentre sta rincasando con Tina, che rimane indignata e scossa da questo dramma e deve inoltre subire una campagna scandalistica con cui le forze reazionarie tentano di coprire mandanti ed esecutori del delitto politico. Partecipa alle manifestazioni in ricordo di Mella e, in segno di protesta, rifiuta l’incarico di fotografa ufficiale del Museo nazionale messicano. Si dedica alla militanza e al lavoro fotografico, realizzando un significativo reportage nella regione di Tehuantepec. All’Università Autonoma di Città del Messico il 3 dicembre si inaugura una rassegna delle sue opere, che si trasforma in atto rivoluzionario per il contenuto e la qualità delle fotografie e per l’infuocata presentazione tenuta dal pittore Siqueiros. La rivista Mexican Folkways pubblica il manifesto “Sobre la fotografia” firmato da Tina Modotti.
  

Tina Modotti accanto alle sue opere, Università di Città del Messico 1929

Nel frattempo il clima politico é molto cambiato, le organizzazioni comuniste vengono messe fuori legge: il 5 febbraio 1930 Tina viene ingiustamente accusata di aver partecipato a un attentato contro il nuovo capo dello Stato, Pasqual Ortiz Rubio, arrestata ed espulsa dal Messico. Si imbarca sul piroscafo olandese Edam, compie il viaggio fino a Rotterdam assieme a Vittorio Vidali e raggiunge Berlino, dove conosce Bohumìr Smeral, fondatore del Partito comunista di Cecoslovacchia, lo scrittore Egon Erwin Kisch e la fotografa Lotte Jacobi nel cui studio espone le opere che aveva portato con se dal Messico. tenta di riprendere l’attività fotografica, viene a contatto con le grandi novità dell’informazione giornalistica, specialmente con la stampa popolare di Willy Münzerberg: quotidiani e periodici come il prestigioso “Arbeiter – Illustrierte – Zeitung” che pubblica fotografie di Tina in diverse occasioni. In ottobre decide di partire per Mosca, dove la attende Vidali. 

Nella capitale sovietica allestisce la sua ultima esposizione, lavora come traduttrice e lettrice della stampa estera, scrive opuscoli politici, ottiene la cittadinanza e diventa membro del partito; abbandona la fotografia per dedicarsi alla militanza nel Soccorso Rosso Internazionale. Fino al 1935 vive fra Mosca, Varsavia, Vienna, Madrid e Parigi, per attività di soccorso ai perseguitati politici.
 
Nel luglio del 1936, quando scoppia le guerra civile spagnola, assume il nome di Maria e si trova a Madrid assieme a Vittorio Vidali, suo compagno da anni, che diventa Carlos J. Contreras, Comandate del Quinto Reggimento. 

Durante tre anni di guerra, lavora negli ospedali e nei collegamenti, stringendo amicizia con altre combattenti come Maria Luisa Laffita, Flor Cernuda, Fanny Edelman, Maria Luisa Carnelli; si dedica ad attività di politica e cultura: scrive sull’organo del Soccorso Rosso Ayuda, nel 1937 a Valencia fa parte dell’organizzazione del Congresso internazionale degli intellettuali contro il fascismo e, assieme a Carlos, promuove la pubblicazione di Viento del Pueblo, poesia en la guerra con le opere del poeta Miguel Hernandez. Ha occasione di conoscere Robert Capa e Gerda Taro, Hemingway, Antonio Machado, Dolores Ibarruri, Rafael Alberti, Malraux, Norman Bethune e tanti altri della Brigate internazionali. Nel 1938 è tra gli organizzatori del Congreso Nacional de la Solidariedad che si tiene a Madrid.

Durante la ritirata, con la Spagna nel cuore, aiuta i profughi che si avviano alla frontiera e si trova in pericolo sotto i bombardamenti. Arriva a Parigi con Vidali. Nonostante sia ricercata dalla polizia fascista, chiede alla sua organizzazione il permesso di trasferirsi in Italia per svolgere attività clandestina, ma le viene negato per la pericolosità della situazione politica. 

Maria e Carlos, come tanti altri esuli, rientrano in Messico, dove il nuovo presidente Lazaro Cardenas annulla la precedente espulsione. Conducono un’esistenza difficile e Tina vive facendo traduzioni, si dedica al soccorso dei reduci, lavora nell'”Alleanza internazionale Giuseppe Garibaldi” e frequenta pochi amici, fra cui Anna Seghers e Constancia de La Mora. 

Nella notte del 5 gennaio 1942, dopo una cena con amici in casa dell’architetto Hannes Mayer, Tina Modotti muore, colpita da infarto, dentro un taxi che la sta riportando a casa. Come già era accaduto dopo l’assassinio di Julio Antonio Mella, la stampa reazionaria e scandalistica cerca di trasformare la morte di Tina in un delitto politico e attribuisce responsabilità a Vittorio Vidali.
  

La tomba di Tina nel Pantheon de Dolores a Città del Messico, con il profilo disegnato dallo scultore Leopoldo Mendez e i primi versi della poesia di Pablo Neruda
Pablo Neruda, indignato per queste polemiche, scrive una forte poesia che viene pubblicata da tutti i giornali e contribuisce a tacitare lo “sciacallo” che 
…sul gioiello del tuo corpo addormentato 

ancora protende la penna e l’anima insanguinata 

come se tu potessi, sorella, risollevarti 

e sorridere sopra il fango. 
I primi versi sono scolpiti sulla tomba di Tina che si trova al Pantheon de Dolores di Città del Messico. Lungo i decenni dopo la sua scomparsa, in altre occasioni sono stati messi in discussione avvenimenti della vita della Modotti. Soprattutto le circostanze della morte hanno sollecitato interpretazioni diverse, tentativi di scoop giornalistici, ambigue ricostruzioni televisive,… Ciò nonostante la biografia di Tina è rimasta sostanzialmente invariata, perché quelle prese di posizione non sono mai state sostenute da rigorose ricerche, da prove o da obiettive e attendibili testimonianze.

Dal Web

Resilienza femminile: nuova trappola maschilista?

Molti scienziati sono convinti che la salvezza del pianeta dipenda dalla capacità femminile di reagire stoicamente alle difficoltá della vita ed anche Helen Clark, capo del Programma delle Nazioni  Unite per lo sviluppo, dichiara che:”La nascita della consapevolezza delle donne e la loro leadership contribuiscono a costruire comunità resilirenti”

“Dopo una curva sbagliata una donna trova facilmente la strada giusta, gli uomini, invece, tendono ad adattarsi…” Così si esprime in sintesi l’anonimo autore di un libro che parla dell’universo femminile. 

Mariantonia Avati, invece, sostiene: ” …credo che la capacitá di autoripararsi  dopo aver subito un danno non possa essere né maschile né femminile. Tutti abbiamo la possibilitá di curarci facendo leva sulle nostre riserve istintive. Basta non opporci e la vita regala la potenza della propria forza”

Saggezza di Donna che sfugge ad una possibile  trappola maschilista: lo stereotipo della Donna che ne sopporta di tutti i colori rialzandosi sempre come un ” Provolino sempre in piedi”