Arcangela Tarabotti
Elena Cassandra Tarabotti, nasce a Venezia nel 1604; anche se la data di nascita è incerta si sa che fu battezzata il 24 febbraio nella Parrocchia di San Pietro[1]
. La sua famiglia apparteneva probabilmente alla categoria dei commercianti, il padre Stefano era esperto nelle cose di mare[2], e la madre si chiamava Maria Cadena. Vivevano nel rione di Castello, una zona popolare nota per le attività legate al mare dove si trovavano infilatrici di perle, marinai, costruttori di remi[3]…. Primogenita di almeno quattro sorelle e con due fratelli, sarà l’unica della sua famiglia ad essere destinata, contro la sua volontà, a diventare monaca nel monastero benedettino di Sant’Anna, nel rione Castello.Elena Cassandra infatti aveva ereditato proprio da suo padre un difetto fisico che la rendeva zoppa[4] e che per l’epoca non la rendeva maritabile, per questo fu destinata probabilmente ad entrare in monastero.
La Chiesa di Sant’Anna in Castello a Venezia dove suor Arcangela Tarabotti entrò nel 1617
Elena Cassandra entrerà in monastero nel 1617[5]. Tre anni dopo, nel 1620 prese i voti con la cerimonia della vestizione diventando suor Arcangela, nome con il quale firmerà anche la maggior parte delle sue opere, nelle quali denuncerà la drammatica realtà delle monache forzate, ma anche la più generale condizione della donna nella sua epoca e società. Essa verrà poi consacrata però solo nel 1629[6]. Arcangela non uscirà più dal monastero, dove vivrà per più di trent’anni e dove morirà per una bronchite il 28 febbraio nel 1652.
Arcangela Tarabotti scrisse diversi libri per denunciare la sua condizione di monaca forzata riuscendo a dare una chiara lettura della propria condizione che interessava però in realtà numerose veneziane. Riesce dalla propria esperienza a fare un quadro preciso delle motivazioni sociali, economiche e politiche che riguardavano la condizione delle donne veneziane nella sua epoca.
Le sue opere possono essere suddivise tematicamente e viste come una trilogia sulla condizione delle monache con le opere: La Semplicità Ingannata o La Tirannia paterna, L’Inferno monacale e il Paradiso monacale; un dittico proto femminista con gli scritti: L’Antisatira di Arcangela Tarabotti in risposta al Lusso donnesco e con Che le donne siano della specie degli uomini, e un nucleo invece a se stante che sono le Lettere familiari e di complimento.
Prima opera che firmò con lo stratagemma dell’anagramma di Galerana Baratotti, reso necessario per l’intensità dei temi trattati e per le sue argomentazioni. Infatti partendo dalla sua situazione di monaca forzata descrive la durezza dell’esistenza, non solo da un punto di vista personale, ma di quello di tante altre donne che come lei erano state costrette alla monacazione[9]. In questa opera Arcangela Tarabotti denuncia la sua condizione, che non è una situazione isolata ma è un costume adottato, abusato dalla società veneziana, dai padri che ingannano le figlie per farle entrare in monastero, dallo Stato, la Repubblica di Venezia, che permette questa pratica per preservare la classe nobiliare e dalle autorità ecclesiastiche, che vengono accusate anch’esse di essere troppo superficiali nell’indagare la reale vocazione delle monache, se non a volte complici nell’inganno.
L’opera presenta una struttura che si ritroverà anche negli altri suoi scritti, con una nota dedicatoria e la suddivisione in tre libri e verrà pubblicata solo dopo la sua morte nel 1654 con il titolo de “La semplicità ingannata”.
La semplicità ingannata
Edizione postuma, venne pubblicata con un titolo diverso anche per sottolineare l’aspetto che più nella sua esperienza, e in quella della maggior parte delle sue consorelle, era stato causa di tanto dolore, cioè appunto l’inganno da parte del genitore nell’età in cui più ci si fida di lui. Suor Arcangela usa la metafora di un uccellino che, libero, mentre canta viene intrappolato da una rete e rinchiuso[10]. La nota dedicatoria viene anch’essa cambiata: infatti ne La Ttrannia paterna era indirizzata alla Repubblica veneziana, qui invece Arcangela Tarabotti si rivolge direttamente a Dio, il quale è l’unico a conoscere la verità in una società di ingannatori.
Nella Lettera al lettore l’autrice spiega che non parla per astio, ma per denunciare l’inganno orribile che condanna degli esseri viventi a restare chiusi tra delle mura per sempre, per la salute del Cristianesimo e per il sollievo delle anime.
Anche l’ultima parte viene modificata, aggiungendo un capitolo in cui suor Arcangela prende le difese delle donne contro i ripetuti attacchi misogini dell’epoca, che nel Seicento si richiamano alla più vasta Querelle des femmes. Nello specifico risponde alle numerose critiche al genere femminile, rileggendo il mito di Eva e confutando l’evidenza per la quale, se Eva aveva peccato, era perché, a differenza delle donne della sua epoca, era libera di pensare e decidere.
L’inferno monacale
In quest’opera si ritrovano un po’ i temi che aveva già affrontato nella Semplicità ingannata ma si sofferma maggiormente nella descrizione della difficoltà della vita che non si è scelta. La convivenza con le altre monache del monastero, gli episodi che descrivono l’abbrutimento dell’animo di chi è costretto ad una vita che non voleva. L’opera si apre con ben due note dedicatorie, una alla Repubblica di Venezia, e che era quella originaria della Tirannia paterna, e una invece rivolta proprio a quei padri che avevano costretto le proprie figlie ad una vita piena di disagi e sofferenze.
Il Paradiso monacale
Seppur forse ultima opera del trittico pensato, diventa la prima opera pubblicata da Arcangela Tarabotti nel 1643. Viene dedicata al Cardinale di Venezia, Federico Baldissera Bartolomeo Cornaro e consiste in un soliloquio con Dio a cui confessa i suoi peccati, che tuttavia si fermano al solo fatto di non portare gli abiti monacali[14]. Nella Lettera al lettore pone in evidenza invece il motivo del libro, che era quello di sottolineare quanto per una monaca vocata i monasteri fossero luoghi di pace, sottolineando in questo modo in realtà quanto non lo fossero per chi, come lei, non aveva scelto liberamente una vita religiosa.
Le opere perdute
Si pensa che il Paradiso monacale, L’inferno monacale dovessero far parte di una trilogia sulla falsa riga della Divina commedia di Dante, poiché era prevista anche l’opera Il Purgatorio delle mal maritate , opera tuttavia persa. Sono rimasti anche i titoli di altri scritti mai trovati: Le contemplazioni dell’anima amante, La via lasciata del Cielo e La luce monacale.
L’Antisatira
Fu la seconda opera pubblicata da suor Arcangela nel 1644 e fu scritta in risposta all’opera di Buoninsegni e alla sua Satira Mennipea contro il lusso donnesco, nella quale ridicolizzava le donne per le loro acconciature, per il loro modo di vestirsi, per la loro vanità, associando al lusso un senso di peccato e dannazione.
L’opera fu dedicata a Vittoria Medici della Rovere, moglie di Ferdinando II de’ Medici.
Lettere familiari e di complimento
Furono pubblicate nel 1650 e dedicate a Francesco Loredan, membro dell’Accademia degli Incogniti. Dalla sua corrispondenza si riscontrano testimonianze che riportano episodi sia della sua vita monastica ma anche personale e culturale e dei motivi per i quali scrisse le sue opere. L’epistolario rende pienamente testimonianza degli scambi intellettuali che Arcangela ebbe con i maggiori scrittori e pensatori della sua epoca in Italia ma anche all’estero.
Che le donne siano della specie degli uomini – Difesa della donna
Fu la sua ultima opera, e fu scritta in risposta ad un trattato del 1647 che sosteneva che le donne non avessero un’anima: “Che le donne non siano della specie degli uomini. Discorso piacevole tradotto da Horatio Plata Romano”. Arcangela Tarabotti per difendere le donne da questa accusa usa a sua volta passi delle Sacre Scritture per smontare le affermazioni del trattato.
Da Wikipedia
Mariane e le sue lettere d’amore
Quando pensiamo all’amore proibito ad una suora ci torna in mente l’opera del grande Manzoni, non erano rare queste passioni estreme considerata la forzatura familiare che costringeva al convento tante donne per nulla convinte di tale importante scelta di vita. Ancora una volta la misoginia imperante colpiva nel segno condannando al tormento povere creature violentate nella libertá.Voglio ricordare tra queste Mariane e le sue appassionate lettere amorose.
Apparse a Parigi nel 1669, Le lettere portoghesi costituirono subito un caso letterario. I lettori di La Rochefoucauld e di Racine – il pubblico più esigente della storia in fatto di passione – si infiammarono alle lettere struggenti e disperate di Mariane, la monaca portoghese, abbandonata dal suo amante. Forse mai fino ad allora la prosa francese aveva trovato per l’amore accenti così estremi. «Quale altro personaggio francese del Seicento – si chiede Giovanni Macchia – espresse in questo modo quasi sacrilego la forza dell’amore?». Era davvero una monaca portoghese l’autrice di quelle lettere? L’autore dopo oltre due secoli è stato identificato in Guilleragues, cortigiano con eccellenti amicizie letterarie, autore però di versi galanti e mondani, che impallidiscono al confronto con la prosa delle Lettere. Resta dunque ancora avvolta nel mistero l’origine di questo capolavoro della letteratura francese, anche perché su questa origine si proietta, facendole ombra, l’immagine commovente della monaca portoghese in cui lettori illustri come Stendhal o Rilke hanno trovato condensato il modello più compiuto dell’amour-passion.
Tina Modotti
1924 – Ritratto di Tina Modotti eseguito da Edward Weston
Fotografa, ma anche attrice protagonista di alcuni film muti dei primi anni Venti del secolo scorso, Tina Modotti rientra perfettamente in quella ristretta cerchia di Artisti (sì, con la maiuscola) dell’obiettivo.
La sua fotografia, infatti, è a pieno titolo una delle più importanti testimonianze dell’inizio del secolo scorso.
Ogni volta che si usano le parole “arte” o “artista” in relazione ai miei lavori fotografici, avverto una sensazione sgradevole dovuta senza dubbio al cattivo impiego che si fa di tali termini. Mi considero una fotografa, e niente altro.
Ennesima citazione che prova l’attendibilità un luogo comune che mi piace riportare prima di iniziare a parlare della vita di Tina Modotti: è proprio vero che il vero genio spesso non sa di esserlo.
Tacciati di essere convenzionali e sensazionalisti, tuttavia i luoghi comuni spesso ci azzeccano. E in questo caso, più che in ogni altro.
Tina Modotti: tra Udine e la California
Nata a Udine il 17 agosto 1896, Tina Modotti trascorre i suoi primi mesi di vita nel quartiere di Borgo Pracchiuso dove vive la sua famiglia operaia aderente al Socialismo.
Sua madre era una casalinga che sporadicamente si dedicava al cucito, il padre era un meccanico e carpentiere. La casa in cui viveva la famiglia di Giuseppe Modotti era molto più che spartana, praticamente fatiscente. E in effetti, quando Tina ha solo due anni, tutta la famiglia si trasferisce in Austria per cercare condizioni economiche più favorevoli.
In Austria nascono altri quattro fratelli nel periodo che intercorre fino al 1905, quando la famiglia Modotti fa ritorno a Udine: Tina frequenta con ottimi risultati le scuole elementari nel capoluogo friulano.
Nel 1908 inizia a lavorare in una fabbrica tessile della città, ma è in questo periodo che Tina Modotti ha il suo primo approccio con la fotografia, grazie allo zio paterno, proprietario di uno studio fotografico. E mentre apprende i primi rudimenti su quella che sarà la sua professione da adulta, il padre emigra in America in cerca di un lavoro.
Su esempio preso dal padre, nel 1913 Tina Modotti lascia l’Italia per raggiungere San Francisco dove trova impiego in un’azienda del settore tessile
Il suo primo approccio con l’arte non è subito fotografico, infatti in questo periodo si avvicina al teatro amatoriale recitando in alcune opere di Pirandello e D’Annunzio, gli autori più noti della scena italiana di primo Novecento.
La svolta professionale di Tina Modotti arriva però nel 1918, in seguito al matrimonio con il pittore Roubaix de l’Abrie Richey, anche noto con il soprannome “Robo”. La coppia lascia San Francisco per giungere a Los Angeles. Per Tina è l’occasione giusta per avvicinarsi a una carriera nel cinema.
Tina Modotti a Hollywood
Il primo film a cui partecipa ha per titolo The Tiger’s Coat, in italiano Pelle di tigre. La pellicola, che la vede protagonista accanto a Lawson Butt, è un discreto successo e soprattutto lancia il nome dell’attrice italiana nello stardom hollywodiano.
Percepita come un talento sensuale ed esotico e forte di una recitazione meno convenzionale rispetto alle classiche attrici del periodo, Tina Modotti sembra distinguersi per queste caratteristiche nel cinema del periodo.
Al primo film seguono altri due titoli che non hanno la stessa risonanza di Tiger’s Coat, Riding with Death e I Can Explain. Per Tina Modotti il cinema si trasforma in una vera e propria delusione, anche se rappresenta un’occasione per farsi conoscere negli Stati Uniti. E infatti per la sua bellezza viene immortalata da fotografi come Joahn Hagemayer, Jane Reece e da Edward Weston, con il quale intreccerà una relazione sentimentale.
Nel 1922 muore il marito, durante un viaggio in Messico. Tina Modotti si reca nel paese per i funerali di “Robo” e scopre una nazione che negli anni successivi sarà al centro della sua vita.
Tina Modotti tra San Francisco e il Messico
Nell’estate del 1923 Tina Modotti torna in Messico con il nuovo compagno Edward Weston, con il quale si stabilisce nella capitale. La coppia vive attivamente il clima politico post-rivoluzionario ed entra in contatto con il partito comunista messicano e con diversi artisti del periodo, primi tra tutti i muralisti David Alfaro Siquieros, Clemente Orozco e Diego Rivera.
L’impegno politico coincide con l’avvicinamento all’arte e, grazie alla relazione con Weston, Tina Modotti si avvicina alla fotografia sviluppando prestissimo una propria cifra stilistica.
Il 1924 è un anno fondamentale nella biografia di Tina Modotti: la sua prima esposizione fotogafica, insieme a Edward Weston, è inaugurata nel Palacio de Minerìa, in presenza del capo dello stato. Subito dopo la coppia fa ritorno a San Francisco: giusto il tempo per conoscere la fotografa Dorothea Lange e acquistare una camera Graflex.
Ritornata in Messico, Tina intraprende un viaggio con il suo compagno nelle regioni centrali del paese. È un esperienza di vita e d’arte fondamentale per la sua carriera: tre mesi che porteranno alle immagini per il libro Idols Behind Altars dell’antropologa Anita Brenner.
Da questo punto della sua vita, Tina Modotti è a tutti gli effetti una fotografa professionista con un nome prestigioso, e riesce a vivere con la sua arte. Entra a far parte del partito comunista e ha una relazione con il pittore militante Xavier Guerrero. Tra gli altri suoi impegni, spicca l’impegno per il movimento sandinista nel comitato “Manos fuera de Nicaragua” e si prodiga per la liberazione di Sacco e Vanzetti.
La passione politica
È in questa fase, la seconda metà degli anni Venti, che la fotografia di Tina Modotti cambia radicalmente: il suo obiettivo si sposta dalla natura verso la denuncia sociale. La sua fotografia si fa strumento di indagine. Il lavoro è esaltato in tutte le sue forme, così come le manifestazioni politiche, il ruolo dei sindacati, l’iconografia del comunismo.
Le riviste più importanti del paese si contendono i suoi scatti, mentre la frequentazione della scena intellettuale messicana la porta a conoscere la pittrice Frida Kahlo (con la quale probabilmente ebbe una relazione sentimentale) e lo scrittore John Dos Passos.
Frida e Tina
Dall’estate del 1928 Tina Modotti stringe una relazione con il giovane rivoluzionario cubano Julio Antonio Mella. La sua fotografia è ancora più vicina alla militanza politica, ma la relazione con Mella dura poco perché Julio Antonio è ucciso nel gennaio dal 1929 da alcuni sicari di Gerardo Machado, dittatore di Cuba.
1929 – Uno dei più celebri scatti di Tina Modotti, “Le mani del burattinaio”. Senso estetico simbolista e denuncia politica si fondono in una immagine simbolo della sua fotografia.
Con una sua mostra definita “la prima mostra fotografica rivoluzionaria in Messico”, la carriera di fotografa di Tina Modotti è al suo apice nel dicembre del 1929.
Qualche mese dopo, infatti, è costretta a lasciare la nazione perché accusata ingiustamente di aver partecipato a un attentato contro Pasqual Ortiz Rubio, il nuovo capo di stato. Arrestata ed espulsa dal Messico, Tina fa ritorno in Europa.
Gli ultimi anni di Tina
In Europa Tina Modotti mette da parte la macchina fotografica e si dedica completamente alla politica.
Prima in Russia, dove si unì alla polizia segreta sovietica, poi in Spagna per la Guerra Civile, accanto al politico italiano Antonio Vidali, il suo nuovo compagno fin dagli ultimi giorni in Messico.
In Spagna fino al 1939, rientra in Messico con Vidali sotto falso nome, per morire in circostanze sospette il 5 gennaio del 1942, ufficialmente vittima di un infarto.
Secondo il muralista Diego Rivera, invece, sarebbe stato il suo stesso compagno a ucciderla, in quanto troppo pericolosa per l’attività rivoluzionaria di Vidali.
Ad aumentare il mistero legato alla morte di Tina Modotti, alcuni storici hanno anche parlato di un suo coinvolgimento – insieme ad Antonio Vidali – nell’assassinio del politico russo Lev Trotsky, avvenuto proprio a Città del Messico.
Tina Modotti: lo stile e la tecnica
Come per un’altra grande fotografa italiana, Letizia Battaglia, lo stile della Modotti, specie quello della maturità artistica, è legato a doppio filo all’esperienza personale della società in cui viveva. Alla sua attività politica e rivoluzionaria.
1929 – Donna di Tehuantepec, Messico
Contadini in sciopero, Messico
Come già detto, nell’esperienza di Tina Modotti, il dato biografico e l’aspetto artistico sono praticamente la stessa cosa.
Ma nella sua breve ma intensa attività di fotografa ha lasciato un segno indelebile, mostrando di avere un’innata passione per quella che negli anni sarebbe diventata la “street photography”.
Uno stile fotografico, il suo, non attento ai soli aspetti estetici, ma in primis ai contenuti sociali.
La fotografia, proprio perché può essere prodotta solo nel presente e perché si basa su ciò che esiste oggettivamente davanti alla macchina fotografica, rappresenta il medium più soddisfacente per registrare con obiettività la vita in tutti i suoi aspetti ed è da questo che deriva il suo valore di documento. Se a questo si aggiungono sensibilità e intelligenza e, soprattutto, un’idea chiara sul ruolo che dovrebbe avere nel campo dello sviluppo storico, credo che il risultato sia qualcosa che merita un posto nella produzione sociale, a cui tutti noi dovremmo contribuire.
Luisa Casati Stampa: la donna che spezzò il cuore a D’Annunzio
Molti anni dopo Gabriele d’Annunzio si ricordava ancora di quel mattino lontano, alla vigilia della partenza della marchesa Luisa Casati Stampa per Saint-Moritz. «Facevo colazione da solo con lei. Credo che l’amassi già, senza dubbio la desideravo come sempre». Le aveva portato un singolare dono, una lunga spazzola da bagno inglese. «Era un modo per toccarla da lontano, con delle dita magiche». Quando il marito entrò e guardò incuriosito l’oggetto, lo scrittore arrossì.
Non era passato troppo tempo da quando, nel 1903, l’aveva notata, a una battura di caccia. C’era qualcosa di strano in «quell’amazzone sottile» di ventidue anni che spingeva ostinatamente il cavallo verso i salti più rischiosi. Una sera se l’era trovata vicina a tavola, avvolta in un abito grigio con perle nere. «Io ero seduto, gli occhi all’altezza della sua coscia… ero turbato fin nel profondo», ma aveva ideato una serie di stratagemmi per sfiorarla.
D’Annunzio aveva una ventina d’anni più di quella ragazza alta e molto avvenente. Era calvo e tarchiato, ma era vestito con un’eleganza sofisticata e soprattutto aureolato dalla gloria delle sue innumerevoli conquiste. Per una volta corteggiò lentamente la sua preda.
Luisa Amman era nata a Milano nel 1881 da una ricca famiglia di industriali tessili. Sposare il marchese Camillo Casati Stampa di Soncino era stato per lei essenziale e irrilevante come per un attore salire sul palcoscenico su cui potrà recitare.La relazione presto universalmente nota con D’Annunzio le diede la spinta necessaria per iniziare a essere se stessa. «Voglio essere un’opera d’arte vivente» aveva dichiarato. E ci riuscì. Il suo corpo diventò una statua. Il suo viso un quadro. La sua conversazione una recitazione. Non ebbe abiti, ma costumi.
Luisa si concesse a D’Annunzio, ma non ne fu mai succube, piuttosto una collega nell’arte di affascinare la propria epoca. Fu la sola di cui lo scrittore parlava con un riguardo pieno di meraviglia: era «l’unica donna che mi ha sbalordito». Come sempre coniò per lei dei soprannomi; fu Monna Lisa, Domina, poi per sempre Coré, la dea degli inferi. Lui per lei rimase Ariel, lo spiritello insolente della Tempesta di Shakespeare. Diventare un’opera d’arte per lei non era stato facile, ma con tenacia la marchesa adattò al suo obiettivo il corpo ossuto, un viso asimmetrico, i folti capelli indomabili. Soltanto i larghi occhi verdi erano quasi all’altezza del compito, ma non abbastanza. Lei li aureolò di bistro e li dilatò con gocce di belladonna. Si imbiancò il viso, tinse i capelli di un rosso sulfureo e sottolineò la bellezza delle mani con giganteschi anelli.
Quell’irresistibile Medusa non faceva visite o passeggiate, ma apparizioni. Alternava periodi di castità a periodi di dissipazione. La sua relazione con D’Annunzio non si interruppe mai, ma si diradò negli anni e convisse con altri capricciosi incontri. Lo scrittore assisteva soddisfatto all’ascesa della «piccola amica dorata», pienamente riuscita nell’intento di abbagliare i contemporanei. Tutti, da Boldini a Van Dongen, da Bakst a Man Ray, da Cocteau e Beaton, si inchinavano a quell’opera d’arte capace di usare un boa come sciarpa o di stare nuda in giardino, replicando ai detrattori: «La verità è nuda!».
Nel 1910 D’Annunzio modellò su di lei un personaggio del romanzo Forse che sì forse che no. Isabella Inghirami era «avvolta in una di quelle lunghissime sciarpe di garze orientali… tinte di strani sogni» di Fortuny. «Le sue vesti vivevano con la sua carne come le ceneri vivono con la bragia». Ogni suo minimo gesto restava inimitabile, dal «togliersi la lunga calza di seta stando accosciata sul letto», al «togliersi dal cappello gli spilli sollevando le braccia in arco e lasciando scorrere la manica sino al poco oro crespo dell’ascella».
Con la «distruttrice della mediocrità» Gabriele condivideva il gusto della «mattonella di Persia», come chiamava la cocaina che illuminava i loro incontri. Il seduttore non si separava mai dalla scatolina d’oro «dove brilla la polvere» che esaltava la sua sensualità regalandogli un’effimera gioventù. Nel 1913 la marchesa e l’autore vissero un’estate intensa, siglata dal commento scritto da D’Annunzio dietro una fotografia dell’amata scattata da de Meyer: «La carne non è se non uno spirito promesso alla Morte». Il 9 agosto scrisse: «A Parigi la Sua vita era sparsa da per tutto. Bastava l’odore della pioggia per creare in me il Suo viso di bambina dispotica… Bastava un motivo di danza per gettare contro di me il Suo corpo pieghevole o per abbassare tutti i miei pensieri sotto il Suo piede arcuato.
Ma bastava un nulla per allontanare quei due grandi egocentrici. Allora la marchesa tempestava da Parigi l’amante in ritiro ad Arcachon. «Coré piange. Non si deve mai tormentare Coré. Le parole sono lontane. Venga se l’ama». E lui replicava: «Come Coré è lontana! Per due o tre giorni m’è parso di sentirla vicina; poi è ridiventata distante… Ora, per giungere fino al suo cuore, bisogna traversare molti cerchi di vanità umana».
Nel confronto infinito tra gli amanti, nel 1917, il Vate pensava di farle visita quando aveva saputo che la marchesa era in albergo da tre giorni, ma solo allora lo aveva invitato nella sua stanza. «La tentazione di vederla nella notte. Poi la rinunzia, malgrado l’assedio dei ricordi». Ad attrarlo non c’era solo il fascino indubitabile della donna. La Casati infatti si dedicava a pratiche di magia nera e a sedute spiritiche che da sempre incuriosivano D’Annunzio. Una notte animata da un temporale gli amanti si dedicarono, sulla via Appia, al rito stregonesco dell’involtura, in cui viene battezzata la figura di cera di un nemico, prima di trafiggerla. Tuttavia quella cerimonia intima era un’eccezione. Le messe nere che la marchesa organizzava erano soprattutto spettacoli e i lacchè neri solo comparse nell’incessante spettacolo della sua vita.
Scortata dagli animali, dal tranquillo ghepardo al pitone, dal pappagallo nero al levriero verniciato di blu in pendant col cappello della padrona, Luisa Casati interpretò magistralmente la femme fatale, ma non rovinò nessuno. A parte quello mai concluso con il Vate, i suoi amori rimasero al margine della sua eccezionale esistenza.
«Ella possedeva un dono e una sapienza onnipotente sul cuore maschile: sapeva essere o parere inverosimile», essere accessibile o lontana, come quando resistette a lungo al bombardamento di inviti al Vittoriale. Si fece precedere da un dono insolito, una gigantesca tartaruga che dopo una morte per indigestione sarebbe stata trasformata in scultura e ancora oggi trionfa in bella mostra. «È arrivata la tartaruga superando nella velocità Coré che forse arriverà l’anno prossimo» replicò lui imbronciato. Nell’attesa si abbandonava al flusso della memoria, aiutato dalla muta presenza della statua di cera della marchesa dotata di un sontuoso guardaroba di Poiret. Nel 1924 finalmente lei cedette alle richieste dell’anziano amante e soggiornò per un mese al Vittoriale. «Coré torna verso di me, dopo tanto».
Gli ultimi vent’anni della vita della Casati si svolsero sotto il segno della rovina fisica e finanziaria. Morì povera nel 1957, dopo avere coscienziosamente sperperato il denaro che tanto disprezzava. Cecil Beaton colse, con un trabocchetto, le ultime patetiche immagini della primadonna ormai vecchia e segnata, sotto la spessa veletta e la pelliccia di leopardo tarlata. «O Coré» aveva scritto D’Annunzio «inafferrabile come un’ombra dell’Ade».
Di Giuseppe Scaraffia
Non é vero che le STEM non sono per le ragazze!
Ce lo dice Selena Sironi!
Le STEM sono le discipline scientifiche verso cui, ancor oggi, sopravvive il pregiuduzio di genere che le considera adatte solo ai maschi
Selena, Ingegnere Chimico, si occupa di controllo degli odori ed é arrivata a loro per caso, anni fa, quando c’era l’emergenza rifiuti nel Comune di Milano.
” Non ascoltate chi dice che le STEM non sono da ragazze, non é vero. Ho avuto due figli , uno durante il dottorato e l’altro da precaria durante il post doc. Oggi non posso pensare alla mia vita né senza il lavoro né senza la mia famiglia”
Ho sempre amato la matematica!
A dirlo é Camilla Colombo , professore associato in Meccanica del Volo Soaziale.
Si occupa di Meccanuca Orbitale cioé studia e disegna le orbite dei satelliti artificiali. Si interessa anche al problema dei satelliti a ” fina vita”
” Lavoro in un ambiente maschile” dichiara Camilla” ma non credo nelle quote risa, non voglio essere protetta”
Libera Ahed Tamimi
Ahed Tamimi, la ragazza di 17 anni diventata il simbolo della resistenza palestinese contro l’occupazione israeliana, è stata rilasciata oggi, 29 luglio 2018, secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa palestinese Maan.
L’attivista palestinese ha scontato 8 mesi di detenzione dopo che un tribunale militare l’aveva condannata per aver schiaffeggiato nel dicembre del 2017 due militari israeliani nel villaggio di Nebi Saleh, in Cisgiordania.
Uso le tecnologie per salvare vite
Si chiama Paola Saccomandi ed é professore associato in Misure eStrumentazione industriale.
É rientrata in Italia da pochi mesi per guidare il progetto europeo Laser Optical, finanziato dall’ European Research Council con l’obiettivo di sviluppare una piattaforma terapeutica per il trattamento laser del tumore al pancreas.
” Ho scelto fin da bambina di fare la scienziata forse per l’esempio dimia madre che era biologa”
La scienza é creativitá
A dirlo é Margherita Maiuei, laurea in ingegneria fisica, una delle vincitrici italiane del Premio L’Oreal-UNESCO Pwr le Dinbe e la scienza 2018.
Margherita si occupa di Spettroscopia laser ultra veloce per riprodurre la fotosintesi a vantaggio del settore fotovoltaico.
” La fisica é maschilista? Io non mi sono mai sentita discriminata”
Brava soprattutto per aver sconfitto i pregiudizi e gli stereotipi che considerano le discipline scientifiche fredde,maschili …non é così!
“Lui” è il valore aggiunto!
Cristina Scocchi é una delle manager più giovani e importanti del nostro Paese ed é una mamma.” Lui” ci dice riferendosi al figlio” é il valore aggiunto della mia vita, non della carriera…La questione non é chiedere alle mamme un impegno minore in azienda ma adottare strumenti che favoriscano la conciliazione fra famiglia e carriera…per tutti, uomini e donne, perché l’impegno della cura non riguarda solo la donna ma entrambi i genitori!”