Archivio annuale 27th Luglio 2018

Dagli albori dell’umanità: DONNA!

Dagli albori dell’umanitá l’essere femminile é stato venerato e invocato come divinitá …

Penso all’adorazione della Grande Madre e all’archetipo femmineo dello psicologo Neumann con la formula: donna=corpo=vaso=mondo.

Penso anche all’amore speciale che lega ogni umano alla propria mamma come pure all’abitudine di tutti di invocarla nei momenti speciali, belli o brutti che siano.

Tutto ciò premesso mi chiedo come si spieghi l’involuzione che porta ancor oggi all’emarginazione della donna,con esiti disastrosi in termini di civiltà, in alcuni contesti.

Effettivamente il contributo dei talenti femminili é impareggiabile per cui auguro all’umanitá intera di saperli adeguatamente valorizzare …lo spreco di risorse vitali sarebbe altrimenti imperdonabile.

Le 11 Streghe

In oltre 70 anni di storia, il Premio Strega ha avuto solo 11 donne vincitrici, l’ultima delle quali Helena Janeczek che con La ragazza con la Leica, ha trionfato nell’edizione 2018. Erano quindici anni che una donna non vinceva il premio fondato da Maria Bellonci e Guido Alberti, dopo Melania Mazzucco vincitrice nel lontano 2003. Da allora, per ben quattordici edizioni, solo vincitori uomini, nonostante diverse scrittrici arrivate nella rosa dei cinque finalisti. Sembra che il riconoscimento letterario più ambito d’Italia sia prerogativa esclusivamente maschile (cosa peraltro riscontrabile anche in altri titoli, dal Nobel al Pulitzer) tant’è che escludendo periodi precisi (pensiamo agli anni Sessanta, ad esempio, decennio che ha visto il trionfo di tre scrittrici italiane: Natalia Ginzburg, Anna Maria Ortese e Lalla Romano) di donne vincitrici il Premio Strega ne ha avute ben poche, con un ‘record’ particolare tra il 2003 ed oggi. La LXXII edizione, invece, è stata vinta dalla scrittrice tedesca, ma italiana d’adozione, Helena Janeczek, che col suo romanzo dedicato a Gerda Taro ha raccolto il favore della giuria ma anche del pubblico e della critica. Ma quali sono, del Premio Strega, le donne vincitrici? Eccole, dalla prima edizione, nel 1947, ad oggi.
ELSA MORANTE (1953)
Elsa Morante è stata la prima, tra le scrittrici italiane, ad aggiudicarsi il premio istituito da Maria Bellonci e Guido Alberti: fu nel 1957 col romanzo dal titolo L’isola di Arturo, la storia di un ragazzino, Arturo Gerace, cresciuto da solo (la madre è morta dandolo alla luce mentre il padre è continuamente in giro per il mondo) sull’isola di Procida. Quando il giovane conoscerà l’amore, e il padre sposerà un’altra donna, le sue certezze (e il suo mondo, racchiuso nell’amata isola) crolleranno inesorabilmente.

NATALIA GINZBURG (1963)
Come Elsa Morante, anche Natalia Ginzburg è stata una delle prime scrittrici italiane ad aggiudicarsi il Premio Strega. Il romanzo, che le valse il riconoscimento nel 1963, è il celeberrimo Lessico famigliare, un libro autobiografico in cui descrive la vita quotidiana della sua famiglia d’origine, i Levi, focalizzando l’attenzione sulla comunicazione linguistica. Il romanzo, in cui la scrittrice di origine ebrea racconta, con affettuosa ironia, le vicende della sua famiglia da metà anni Venti fino agli anni Cinquanta, svela eventi legati al Fascismo e alla Seconda Guerra Mondiale evocando, tra l’altro, l’uccisione (per attività antifasciste) del marito Leone Ginzburg e il suicidio di Cesare Pavese, con cui, alla fine della guerra, la Ginzburg iniziò a lavorare.

ANNA MARIA ORTESE (1967)
Oltre ad essere una delle scrittrici italiane più famose del Novecento, Anna Maria Ortese è anche tra le donne vincitrici del prestigioso Premio Strega. Col romanzo Poveri ma semplici, infatti, l’autrice partenopea (famosa, tra l’altro, per la raccolta di novelle Il mare bagna Napoli, con cui vinse il Premio speciale per la narrativa al Premio Viareggio 1953) si aggiudicò l’edizione del 1967 del premio istituito dai Bellonci-Alberti con un libro che la stessa Maria Bellonci descrisse così: ‘esile, forse semplice ma non povero; un piccolo poema di una purezza inquietante come sul punto di frantumarsi, una memoria del tempo perduto e ritrovato nelle sillabe sguarnite’.
LALLA ROMANO (1969)
Lalla Romano, invece, vinse il Premio Strega 1969 con un romanzo, Le parole tra noi leggere, ambientato all’epoca delle rivolte giovanili di fine anni Sessanta e incentrato sul rapporto, conflittuale, tra una madre e il figlio adolescente. Oltre che dalla critica il libro fu molto apprezzato anche da Eugenio Montale: il titolo del romanzo, infatti, riprende alla lettera i versi di Due nel crepuscolo, famoso componimento del poeta genovese.

FAUSTA CIALENTE (1976)
Nata a Cagliari nel 1898, Fausta Cialente è stata una delle figure più importanti del femminismo moderno italiano. Scrittrice, traduttrice e giornalista, visse parte della sua giovinezza a Trieste, città d’origine della madre, dove si formò culturalmente coltivando la passione per la scrittura. Le quattro ragazze Wieselberger, infatti, con cui la Cialente vinse il Premio Strega 1976, rievoca, sotto forma di autobiografia, le atmosfere triestine della sua giovinezza.

MARIA BELLONCI (1986)

Maria Bellonci e Guido Alberti con Primo Levi / Ansa

Tra le donne vincitrici del Premio Strega figura anche Maria Bellonci, scrittrice e traduttrice italiana nonché ideatrice, insieme all’amico Guido Alberti, del famoso riconoscimento. Il titolo le fu assegnato nel 1986 per il romanzo, per molti il suo capolavoro, dal titolo Rinascimento privato, una biografia immaginaria di Isabella d’Este scritta, però, sotto forma di romanzo autobiografico. Sullo sfondo, i momenti cruciali del Rinascimento italiano.

MARIATERESA DI LASCIA (1995)
Mariateresa Di Lascia morì a soli quarant’anni, poco prima di aggiudicarsi il Premio Strega 1995: il romanzo, pubblicato da Feltrinelli, è Passaggio in ombra, la storia di una donna di mezza età, Chiara D’Auria, che sentendosi vicina alla morte comincia a rievocare i fatti della sua vita.

DACIA MARAINI (1999)
Considerata una delle scrittrici contemporanee più illustri della narrativa italiana, Dacia Maraini è una delle poche donne vincitrici del Premio Strega. L’opera, con cui nel 1999 si aggiudicò il titolo, è uno dei suoi libri più belli, Buio, una raccolta di 12 racconti ispirati a fatti realmente accaduti: una serie di delitti che il commissario Adele Sòfia deve risolvere, ricorrendo al suo intuito ed alla sua profonda umanità.

MARGARET MAZZANTINI (2002)
Il Premio Strega annovera, tra le donne vincitrici, anche Margaret Mazzantini, scrittrice e drammaturga italiana, nata a Dublino nel 1961. I suoi romanzi, molti dei quali diventati anche film, hanno ricevuto diversi riconoscimento tra cui, con Non ti muovere, anche il Premio Strega 2002. Il libro, il cui filo conduttore è la paura della morte, è la storia di un uomo, Timoteo, che si racconta alla figlia in coma dopo un terribile incidente: la giovane, in gravissime condizioni, viene trasportata nell’ospedale dove il padre lavora come medico…

MELANIA GAIA MAZZUCCO (2003)
Melania Mazzucco si è aggiudicata il titolo nel 2003 con un romanzo, Vita, che ha avuto molto successo sia in Italia che all’estero. La storia, a tratti fantastica e picaresca, ripercorre l’emigrazione (reale) del nonno paterno che, con alcuni amici, parte per New York. Il romanzo, oltre al Premio Strega, ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra i quali il Premio internazionale Arcebispo Juan de San Clemente di Santiago de Compostela, come miglior romanzo straniero.

HELENA JANECZEK (2018)
A quindici anni dalla vittoria della Mazzucco, nel 2018 il Premio Strega è tornato ad una donna: si tratta di Helena Janeczek, nata 54 anni fa a Monaco di Baviera, ma residente in Italia dal 1983. Il suo romanzo, La ragazza con la Leica, è ambientato nella Spagna degli anni Trenta e racconta, attraverso i ricordi di chi l’ha conosciuta, la straordinaria seppur brevissima vita della fotografa Gerda Taro. ‘Ho scelto di raccontare la vita di Gerda perché è il simbolo di una donna libera e indipendente, ha spiegato la scrittrice, una donna che ha creduto nelle sue convinzioni’ morendo, da eroina, durante la Guerra Civile spagnola.

Da Caterina Padula

Gerda Taro c’est pas moi: grande Helena Janeczek!

Parola di Helena Janeczek, autrice dello splendido ” La ragazza con la Leica” con cui ha vinto il Premuo Strega 2018…prima donna dopo 15 anni di vittorie al maschile.

” Sono sempre stata piena di timori. Quando mi innamoravo mi perdevo dietro l’uomo di cui ero infatuata…non assomigliavo a Gerda…I miei genitori erano ebreo-polacchi…Chi sopravvive all’indicibile …non ama raccontare. Però i loro silenzi non ti tutelano dal dolore, non fanno quello che le persone che tacciono vorrebbero …

Sogno un mondo dive non faccia più notizia che una donna vinca lo Strega, dove le donne possano partecipare al gioco con le stesse regole dei colleghi maschi…

… fa specie che nell’editoria non  si riesca a rompere il tetto di cristallo. É un settore dove le donne sono il pilastro della filiera, dalle bibliotecarie alle editor e poi le traduttrici, le redattrici, le addette stampa. Eppure , per questioni di pregiudizio, nelle posizioni di potere ci sono sempre gli uomini…idea che le donne scrivano di temi sentimentali e gli uomini sappiano fare costruzioni significative. L’aggettivo grande é quasi sempre associato ai maschi, mentre le scrittrici sono brave…” 

Grande Helena Janeczek! Grande!

Francesca

Vedo con la coda dell’occhio una persona dietro di me, penso sia il mio amico Guido, sapevo che sarebbe andato anche lui a dare una mano e penso, mi vorrà fare uno scherzo. 
Stavolta non mi farà saltare facendomi il suo solito solletico all’improvviso, così mi preparo: irrigidisco i muscoli del corpo e sono pronta a voltarmi quando all’improvviso sento una stretta da dietro con le braccia, delle mani iniziano convulsamente a palpeggiarmi i seni scendendo giù sulle parti intime. Non era Guido. 
Mi giro di scatto, inizio a gridare e scalciare alla rinfusa, mi trovo davanti un individuo di mezza età, mingherlino che si ritrae, abbassa lo sguardo, alza le mani al cielo. Scioccata dall’accaduto, mi fermo un millesimo di secondo per cercare di realizzare cosa stava succedendo e lui rigetta le sue mani sul mio petto. 
Cerco di nuovo di allontanarlo scalciando, quello si volta e se ne va camminando velocemente in direzione di una piazza affollata. Grido di nuovo, chiedo a voce alta aiuto a una coppia che mi accorgo era lì davanti un altro portone. Mi colpiscono con uno sguardo di diffidenza e continuano a conversare tra loro. 
Nel frattempo il mio aggressore sta per entrare nella piazza affollata e ha preso a camminare normalmente.
Piena di rabbia e in preda alle lacrime, lo inseguo sperando di farlo bloccare dai passanti. Io non potevo, sentivo le mani bloccate, avevo disgusto a toccarlo. Grido di nuovo aiuto, urlo alla gente che passa a quelli seduti al bar, di fermarlo, dicendo che quell’individuo mi ha appena aggredita. 
Nessuno si muove. Ancora soltanto sguardi di diffidenza, quasi infastiditi dalle grida. Mi sembra di essere piombata in un incubo surreale: non è possibile mi dico, non ci credo, quello sta camminando tranquillo per la strada e a me dopo la schifosa aggressione, non solo nessuno presta soccorso, mi ritrovo addosso gli occhi infastiditi di gente che mi guarda come fossi una pazza.
Mi trovo davanti una folla di lobotomizzati; degli automi. È tutto così allucinante, mi gira la testa, tremo, una rabbia mai provata prima prende il sopravvento sullo spavento e il dolore per l’aggressione. 
Questa rabbia mi dà la forza di inseguirlo per 500 lunghissimi metri, i 500 metri più lunghi e strazianti della mia vita. 
Finalmente due ragazzini sul motorino accorrono in soccorso e lo bloccano: avranno 14 anni. 
Riesco a chiamare il 112 e gli amici che mi aspettavano a casa. Arrivano tutti, i miei amici, la polizia, e i passanti-automa che si fermano a sbirciare come gli anziani sui cantieri mentre racconto l’accaduto ai poliziotti, si avvicina una ragazza dicendo sconvolta che quell’individuo l’aveva molestata pesantemente strizzandole forte il seno mentre usciva dal bar di fronte, appena 10 minuti prima. 
Andiamo entrambe in centrale, sporgiamo regolare denuncia. Siamo entrambe sconvolte: mi racconta di aver chiesto anche lei soccorso e che nell’indifferenza generale, nessuno l’ha aiutata, stava rientrando a casa quando ha visto la volante e quell’individuo. Una volta in centrale chiamo la mia famiglia, faccio un giro di telefonate e veniamo a sapere che un’altra donna ha presentato denuncia ai carabinieri per molestie sessuali contro lo stesso individuo solo un giorno prima. Contestualmente veniamo a sapere che il pubblico ministero è una donna. Questo mi rincuora, penso ingenuamente che una donna possa essere più sensibile verso questo tipo di reati. 
Purtroppo scoprirò più tardi che la pm non vorrà convalidare il fermo perché — mi spiegano — «non c’è flagranza di reato». Mi sforzo di capire cosa si intenda allora per «flagranza» ma faccio davvero tanta tanta difficoltà.
E ancora mi chiedo perché una pubblico ministero non possa evitare che un individuo con evidenti problemi psichici, soggetto a conclamati raptus criminali, dopo tre denuncie di molestie a distanza di 24 ore, se ne vada in giro libero di aggredire altre donne e ragazzine del quartiere. E soprattutto spiegatemi perché la società in cui viviamo si è rivelata come un grande silenzioso deserto dall’indifferenza imperante. Nei secoli le piante hanno modificato la propria morfologia per sopravvivere a climi a loro ostili. I cactus hanno trasformato le proprie foglie in spine, ecco io ora vorrei continuare a credere in quei principi di solidarietà e giustizia a cui la mia famiglia mi ha educato, quello che dovrebbe essere la linfa vitale della nostra società. Solo ora spiegatemi voi come continuare, perché io mi rifiuto di subire e trasformare le foglie in spine.

Francesca

La Signora della Corte: Ruth

Ruth Bader Ginsburg é più di un giudice, é un’icona pop nel vero senso del termine. Il suo volto intenso compare su magliette, tazze, caricature, piatti ed il suo nomignolo fa pensare a un rapper, The notorius RBG.

Fa parte della Corte Suprema degli Stati Uniti da quando nel ’93 la nominò Clinton.

Quando le chiedono quale sarebbe il numero giusto di donne nella Corte (9 giudici di cui 2 donne ) risponde senza esitazione:” Nove!”
Ruth Joan Bader Ginsburg (Brooklyn, 15 marzo 1933) è una magistrata statunitense, giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti.
La Ginsburg fu nominata dal Presidente Clinton il 10 agosto 1993; è quindi la seconda donna a ricoprire questo ruolo (dopo Sandra Day O’Connor).
Per gran parte della sua carriera, la Ginsburg si è occupata dei diritti delle donne, promuovendo l’uguaglianza di genere.[1] Nel 2009 è stata inserita da Forbes fra le 100 donne più potenti.

Giovanna Elisabetta Fratantonio: non ci sono ragazzi cattivi!

Omaggio a Giovanna Elisabetta Fratantonio.

É lei la prima donna in Italia ad aver diretto un carcere…1973 San Vittore!

L’ho saputo grazie ad un mio post su Silvana Sergi, che é ora alla guida di Regina Coeli, e alla prontezza della segnalazione in merito di mia cugina Gasperina Lento che, custodendo abilmente la memoria di famiglia, mi ha anche evidenziato la parentela che unisce entrambe alla grande Giovanna, figlia di una prima cugina dei nostri papá.

Nata a Sambiase, dove tutti la chiamano Annelisa, Giovanna ha diretto anche il carcere minorile Cesare Beccaria prodigandosi senza limiti per la rieducazione dei giovani, forzati ospiti, é stata nel mirino delle BR ed ha rifiutato la scorta.

Delinquenti si diventa, affermava la Nostra, a causa dei cattivi modelli che il nostro tempo impone. Oggi chi parla di probitá e onestá é tacciato di vuota retorica… e allora in che dobbiamo credere?

Vestiti, sesso, sballo,soldi, motori… sono gli eroi assurdi della nostra societá che generano mostri perché…

NON CI SONO RAGAZZI CATTIVI!!!!

Brava Giovanna, sono felice di averti conosciuto e orgogliosa di sapere che ci unisce anche il sangue, grazie Gasperina Lento!

Brave: Susanna, Carolina, Victoria!

Il loro sogno è quello di combattere gli stupri e il traffico di esseri umani, grazie alla loro invenzione: tre adolescenti americane, Susana Cappello, Carolina Baigorri e Victoria Roca, hanno messo insieme il loro ingegno per creare una cannuccia “intelligente” in grado di indicare se il drink che si sta bevendo sia stato o meno contaminato con sostanze stupefacenti. È noto, infatti, come molti molestatori siano soliti contaminare i cocktail per drogare le proprie vittime.
L’invenzione delle tre si chiama Smart Straw: si tratta di una cannuccia che cambia colore se messa a contatto con uno psicotropo: “Se nella bevanda è stata sciolta ketamina o la cosiddetta droga dello stupro, subito il dispositivo diventerà di colore blu”, hanno raccontato le giovani al Daily Mail.

Il progetto di Cappello, Baigorri e Roca è nato inizialmente come compito scolastico, finché la passione e la voglia di fare davvero la differenza non hanno portato l’invenzione su un altro livello. La speciale cannuccia è riuscita a vincere anche il primo posto nella Business Plan Challenge del Miami Herald, la gara pensata per imprenditori che vogliano proporre nuove idee a potenziali investitori. Gran parte del successo del prodotto si deve all’estrema necessità di trovare una soluzione al gran numero di stupri sotto effetto di droghe che avvengono soprattutto nei campus universitari. Stando ad un sondaggio condotto dal team alla Northwestern University, l’85% degli intervistati sarebbe pronto ad usare la cannuccia, giudicandola molto utile.
Il desiderio più grande delle tre giovani è quello di vedere la loro invenzione in bar, club, ristoranti, università. “Persone di entrambi i sessi e di qualsiasi età sono potenziali vittime – hanno spiegato -. Speriamo di fare la differenza nel mondo con il nostro prodotto”.
Di Ilaria Betti

Josephine

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JOSÉPHINE BAKER E GEORGES SIMENON

Quando l’aveva incontrata, il 7 ottobre 1925, al Théâtre des Champs-Elysées, Joséphine Baker non era ancora, come diceva Colette, «la più bella pantera e la più affascinante delle donne», ma solo una ballerina che si faceva notare per il suo dinamismo tra le tante colleghe di colore della Revue nègre.
Georges Simenon al contrario era un poligrafo che si stava affermando nella Parigi notturna degli anni folli. Si firmava ancora Sim e frequentava artisti come Picasso e Vlaminck, viveur come André de Fouquières. Aveva 23 anni e scriveva 80 pagine al giorno. Non si rileggeva mai.

Josephine Baker.
Travolto dal fascino e dalla vitalità di quella ventenne che danzava nuda con un gonnellino di banane, aveva scritto un peana alle sue natiche: «È un sedere agognato da poter essere venerato. L’hanno visto nudo… talmente teso, talmente staccato dal torso con un immenso gesto di sfida, da formare un essere a parte, che vive di vita propria, molto ma molto lontano dal viso della Baker su cui, comicamente, gli occhi si toccavano per lo stupore». Non c’erano dubbi: quella ballerina era «una sintesi di voluttà animale, giovane e vivace come il jazz, trepidante, ridente, brutale e candida, soprattutto gioiosa di una gioia infantile, sana ed esuberante, non viziosa, ma forse avida. Perché il sedere della Baker turba i continenti? Perché gli uomini si commuovono in massa e perché anche la gelosia delle donne viene disarmata? Ma perché è un sedere che ride!».
Presto le più emancipate si riconobbero in quella ragazza che entrava trionfalmente in scena sulle spalle di un nero gigantesco, nuda tranne per una piuma di fenicottero rosa tra le cosce. Non si sentiva volare una mosca mentre il portatore le faceva fare la ruota. Quando Joséphine toccava terra, la sala scoppiava in un boato.

Josephine Baker.
La sua energia era incontenibile come la sua volontà di godersi i piaceri della vita. Quando, reduce dallo spettacolo, Joséphine arrivava al suo club, Chez Joséphine Baker, si scatenava in folli danze. Presto il locale era diventato uno dei posti prediletti dagli snob e dai conoscitori di jazz. La cucina era affidata a Freddie, una cuoca nera che preparava i piatti preferiti della ballerina, tra cui gli spaghetti al peperoncino. Negli intervalli Joséphine allattava con il biberon la capretta Toutoute, membro di riguardo del suo zoo personale.
Non doveva essere stato difficile a un seduttore come Simenon conquistare Joséphine, che accumulava disinvoltamente schiere di amanti tra i due sessi. Le donne che l’avevano conosciuto non avevano dubbi: il fascino di Simenon era quasi palpabile. Insieme a lui si sentivano protette e i problemi sembravano svanire.

Josephine Baker
In una foto di quei giorni Georges Simenon in smoking, seduto vicino a una radiosa Joséphine Baker, aveva un’aria sorniona. I rispettivi accompagnatori sembravano non accorgersi di niente. Il sedicente conte Pepito Abatino, uno gigolò siciliano, sorrideva felice del successo del club che aveva creato, senza badare alla tumultuosa sessualità di Joséphine. La bella, androgina Tigy Simenon, in tubino nero e capelli corti, fissava l’obiettivo con aria fatale, ma nascondeva un’insormontabile frigidità. Eppure molti anni dopo lo scrittore si lamentava ancora della gelosia della moglie pittrice che l’aveva obbligato a nascondere la sua relazione con la Venere Nera.

Georges Simenon
Georges non aveva dubbi sui ruoli dei coniugi nel matrimonio. «La donna deve essere solo un riflesso del marito e sacrificare la propria personalità alla sua». Simenon era geloso di Tigy, ma non sopportava la sua gelosia. Seduceva regolarmente le modelle della consorte, ma evitava con cura le relazioni. «Ci sono donne con cui non si può fare all’amore senza poi esserne inseguiti». Ricorreva quindi a raffinati bordelli o alle avvenenti entraineuses del Café de la Paix.
Aveva una strana idea della discrezione: una volta, avendo sorpreso la moglie di un amico ballare nuda in una casa d’appuntamenti, se l’era fatta mandare in camera, per non «farle venire dei complessi». Il sesso per lui era come il tatto per un cieco: l’unica maniera di raggiungere un mondo che gli sfuggiva. «L’unica comunicazione possibile con le donne è quella sessuale». Anche perché, si diceva, forse non c’era nulla da capire, forse le donne erano solo riflessi del desiderio maschile. «Provavo una vera e propria sofferenza all’idea di sapere che esistevano milioni di donne che non avrei conosciuto».

Georges Simenon
L’unica eccezione alla regola di Simenon fu la lunga relazione con Joséphine Baker. «Ci innamorammo follemente, fu un vero colpo di fulmine». Nella sua vita intima, Baker si comportava con la stessa libertà che la faceva ballare nuda. L’insaziabilità di Simenon dava la misura del suo vuoto affettivo. «Ho sempre vissuto l’amore solo come un incidente, una malattia, quasi una malattia vergognosa» aveva confidato ad André Gide. Ma quella «bambina selvaggia» aveva infranto la sua corazza.
Presto i nottambuli si erano abituati allo strano quartetto – i Simenon, la Baker e Abatino – che ogni sera si ritrovava. Georges, che detestava il siciliano, tentava di camuffare la situazione dicendo di fare il segretario della star. In effetti il romanziere cercava di mettere ordine nella frenetica vita «dell’Uccello delle isole». Rispondeva alle lettere, rivedeva i conti e mandava alla madre dell’artista un assegno mensile. «… Sim è un giovane giornalista, molto gentile e adorabile. Per tutto quello che fa per me la gente pensa che sia il mio segretario…» commentava languidamente la seduttrice.

Josephine Baker
Progettava addirittura una rivista popolare, Joséphine Baker’s Magazine. L’impresa non lo spaventava, dopo avere scritto interamente con 12 pseudonimi diversi il patinato Frou-frou. Gli amici di Joséphine consideravano Georges “un monello” senza interesse che la distraeva dai magnati che la corteggiavano. Ma lei si comportava con la stessa libertà che la faceva ballare nuda o stravolgere la bella faccia simulando lo strabismo. Simenon non aveva mai incontrato una persona altrettanto libera e avida di vita.
Intanto, giorno dopo giorno, la Baker diventava sempre più celebre. I parrucchieri spingevano le clienti a “bakerfissarsi” i capelli con la brillantina come lei. Appena si era laccata d’oro le unghie, una sofisticata poetessa, Anna de Noailles, l’aveva battezzata «la pantera dagli artigli d’oro». I sedili della sua auto, una lussuosa Delage, erano in pelle di serpente. Chiquita, il suo leopardo, aveva una serie di collari coordinati con gli abiti della padrona. I rotocalchi elencavano i nomi dei suoi animali: Ethel, lo scimpanzè, Albert il maiale, Kiki il rettile e via dicendo.
Nel 1927, il loro amore era quasi completo, come il Joséphine Baker’s Magazine, che aveva già pronta la copertina per il primo numero, quando era svanito nel nulla. La fama di Simenon era cresciuta, ma con una velocità inferiore a quella della sua amante. Quando aveva deciso di scrivere le sue memorie, Joséphine si era rivolta a un altro. Invece insieme a lui aveva formulato il folle progetto di un finto rapimento. Per fortuna si erano fermati in tempo. «Che bella réclame! Joséphine e io abbiamo rischiato di caderci… l’inevitabile pubblicità ci ha fatto paura. Un falso scandalo che diventava un vero scandalo!».
Poco dopo Simenon decise di allontanarsi. «Essere il marito o l’amante di una donna famosa e non essere nessuno non sarebbe la peggiore tortura per l’orgoglio di un uomo?». Riuscì a rompere solo con uno sforzo di volontà rifugiandosi con la paziente Tigy all’isola d’Aix, di fronte a La Rochelle, per cercare di dimenticarla. Agli intimi confidava: «Ero diventato l’amico di Joséphine Baker, che avrei sposato se non mi fossi rifiutato, sconosciuto com’ero, di diventare monsieur Baker».
Ma la rinuncia aveva proiettato la silhouette dell’amata nei nuovi romanzi dell’inconsolabile romanziere. Nel Colpo di luna, è facile riconoscerla nel ritratto di un’indigena nuda. «La ragazza aveva un seno abbondante e sodo. I fianchi, come quelli di un maschio adolescente, erano meno larghi del busto, ma il ventre aveva ancora la tipica rotondità dell’infanzia».
Joséphine continuava la sua ascesa e, all’apice del successo, pensava di sposarsi con il sedicente conte Pepito Abatino di Calatafimi che sopportava stoicamente i suoi tradimenti. Quando l’aveva saputo Simenon le aveva scritto furibondo: «Il tuo Pepito è un impostore. È conte come io sono presidente degli Stati Uniti. Si chiama Giuseppe Abatino e lavorava come gigolò prima di mettere le mani su di te. È uno scroccone, un truffatore, un parassita. Non è mai stato capace di pagarsi una birra con il proprio denaro. Non ha mai lavorato. È piuttosto del genere che fa lavorare le donne, sai cosa voglio dire». Intimidita, ma non domata la Baker si sposò segretamente.
Si rincontrarono solo trent’anni dopo a New York, «sempre innamoratissimi» sostiene Simenon. Lei si comportò come se il tempo non fosse passato. Sgranò gli occhi e chiese: «Georges! Perché mi hai abbandonato?». 

Da Io Donna

Allattamento: tabù?

Ancor oggi l’allattamento al seno é questione. Strano…considerata la naturalezza del gesto e strano che lo sia sempre più col passare del tempo.

Di tanto in tanto la cronaca riporta episodi sul tema: madri che allattano allontanate, richiamate, criticate, condannate…

C’é chi ritiene che occorrerebbe creare luoghi riservati un pò ovunque, chi invece crede che bisogna avere il diritto ad allattare senza appartarsi, chi ancora valuta che realizzare aree apposite non serva per non scandalizzare gli altri ma per aiutare madre e bambino.

Tante donne, e pure io, sono convinte che allattare sia l’azione più semplice, naturale, pura e tenera che esista per cui non bisogna rinchiudersi per farlo.

Ricordo che in un passato abbastanza recente, nella mia splendida città, Tropea, donne coi bimbi poppanti, d’estate,  scendevano al mare di buon ora e dopo aver fatto un salutare bagno nelle fresche acque marine, con disinvoltura estrema offrivano la mammella ai loro piccini dopo essersi coperte l’addome con un telo di spugna per non bagnarli, lo facevano alla luce del primo sole e nessuno, proprio nessuno trovava l’evento riprovevole.

Scheggino: la festa delle donne

Scheggino: la festa delle donne 

Correva l’anno 1522, l’Italia era attraversata in lungo e in largo da eserciti e compagnie di ventura che devastavano ogni borgo incontrato, lasciando una lunga scia di fuoco e sangue dietro di loro (il sacco di Roma del 1527 è un chiaro esempio di quale fosse la situazione) . C’era diffidenza, c’era odio, c’era intolleranza e i roghi per streghe, miscredenti (o scienziati) erano accesi di continuo. Era un periodo turbolento, dove i cambi di bandiera erano all’ordine del giorno e il paese confinante poteva assalirti senza darti il tempo di reagire.

Il duca di Spoleto governava un ampio territorio che ricadeva sulle Marche, l’Umbria e l’attuale provincia di Rieti.

La Valle del Nera, era un suo possedimento, ed era un’importante snodo viario per il commercio e il controllo del territorio, consentiva il passaggio dal Tirreno all’Adriatico, attraversando importanti centri religiosi come Norcia e Cascia. Una lunga via d’acqua stretta tra i monti dell’appennino che bagnava una terra fertile e ricca per abbazie e castelli che ne sfruttavano le proprietà.

Tuttavia, il pesante giogo spoletino spinse Picozzo Brancaleoni e Petrone da Vallo a ribellarsi e chiamare a se gli abitanti dei castelli di Rocchetta, di Ponte, di San Felice e Vallo, formando una banda armata con cui insorgere al giovane governatore di Spoleto Alfonso da Cardona, il quale recatosi per risolvere la questione pacificamente, fu tratto in una imboscata e trucidato.

Molti borghi e rocche della Valle si unirono alla rivolta, ma non Scheggino, paesino fortificato all’imbocco della valle e fedele al ducato dai tempi dei Longobardi.

Approfittando dell’assenza degli uomini, impegnati nei lavori di campagna per l’imminente mietitura, Picozzo Brancaleoni e Petrone da Vallo mossero le loro truppe per assediare Scheggino e aprirsi un varco verso Spoleto.

Il 23 luglio ci fu il grande assalto, centinaia di armati si versarono sotto le porte del borgo, tempestandole di colpi di roncole e asce. Gli assediati reagirono nella veste di bambini, aiutati dagli anziani, lanciando sassi e pentole mentre le donne preparavano olio bollente in calderoni posizionati sui assedianti. La battaglia durò per ore ma le mura resistettero e il tracollo dei briganti avvenne quando le donne scesero in piazza con bastoni e legni scacciando le truppe. Nessuna tattica, strategia o armatura ma solo la spinta della forza di salvare il luogo in cui erano nate e vissute. La disfatta fu si grande che Picozzo Brancaleoni e Petrone da Vallo ripiegarono sui loro passi immediatamente, non tentando più di prendere il paese coperti dalla vergogna.

E ancora oggi, a distanza di 500 anni, Scheggino festeggia le donne eroine di un piccolo borgo dell’Umbria.

Giuseppe Benevento