Tutte donne a gestire meglio la pandemia
Sette Paesi sono stati riconosciuti per aver gestito meglio la pandemia. Germania, Taiwan, Nuova Zelanda, Islanda, Finlandia, Norvegia e Danimarca, i loro leader sono Donne!
Clarissa Pinkola Estés
Nasce il 27 gennaio da Cepción Ixtiz ed Emilio Maria Reyes, messicani di origine spagnola e indiana, in una cittadina rurale di 600 anime. Al momento della sua nascita i genitori, operai, lavoravano presso il confine tra Michigan e Indiana.
Da loro impara a parlare spagnolo, ma per ragioni che non ha mai spiegato, viene data in adozione all’età di quattro anni e affidata a Maruska Hornyak e Joszef Pinkola, immigrati ungheresi che, come i genitori biologici, non sapevano né leggere né scrivere.
Clarissa è circondata da persone provenienti da molte tradizioni diverse, in prevalenza americani cattolici di prima generazione e immigrati, da poco arrivati dall’Europa, depositari di molta conoscenza, passata attraverso le storie che avevano imparato. Clarissa è la prima della sua famiglia a finire le scuole elementari e già dalla prima infanzia viene formalmente consacrata a Lei, la Madre Benedetta «la più selvaggia tra le selvagge, la più forte tra le forti», attraverso La Sociedad de Guadalupe.
Nella sua casa, in cui la televisione compare quando Clarissa aveva 12 o 13 anni, le tradizioni orali dei cantastorie europei sono parte della vita quotidiana, insieme alle urla, pugni e alterchi tra adulti in una famiglia segnata da alcolismo e violenza.
Negli anni Sessanta, ancora giovanissima, emigra a occidente, verso le Montagne Rocciose. Qui vive tra gentili stranieri ebrei, italiani, irlandesi e molti altri che diventano amici e affini. Spinta dalle ricerche etnografiche continua la migrazione verso sud, attraversando la Panamericana, e ha la fortuna di conoscere alcune delle rare e antiche comunità di origine latinoamericana e di trascorrere del tempo anche con i nativi americani. Ha la possibilità di raccogliere storie «…ai tavoli delle cucine, sotto pergolati d’uva, nei pollai e nelle stalle, mentre impastavo tortillas, inseguivo animali selvaggi, ricamavo il milionesimo punto croce… Ovunque andassi, bambini, matrone, donne rugose, gli artisti dell’anima, spuntavano dai boschi, dalla giungla, dalle praterie per deliziarmi con gracchiamenti e versi…».
Si forma come analista junghiana presso lo Union Institute di Cincinnati (OH), dove consegue un dottorato in etnopsicologia clinica, lo studio di modelli sociali e psicologici in gruppi culturali e tribali.
Nel 1984 consegue un post dottorato presso The Inter-Regional Society of Jungian Analysts di Zurigo, Svizzera.
In quanto specialista in eventi traumatici lavora in molte carceri e istituti per la cura di bambini e madri feriti e traumatizzati, integrando l’uso delle storie e delle favole nella terapia. Perché «…i racconti sono, in uno dei sensi più antichi, un’arte curativa».
Presta servizio durante il terremoto in Armenia del 1988, sviluppando un protocollo di recupero post-trauma, e successivamente ai tragici eventi della Columbine High School in Colorado. Continua a seguire le famiglie dei sopravvissuti dopo l’11/9.
Già Marie-Louise von Franz, allieva e collaboratrice di C.G. Jung, esplorò l’espressione degli archetipi della fiaba. Clarissa va oltre, unendo l’arte alla conoscenza e alle tradizioni, la propria esperienza di vita alla passione latina e ai valori cattolici, raccogliendo una notevole mole di materiale attinto dal mondo delle fiabe e dei racconti popolari. Su tale base ha costruito una interpretazione psicoanalitica, enucleando una serie di archetipi di tipologie femminili utili per descrivere la psiche. È autrice di numerosi libri sulla vita dell’anima e del 1992 è quello che diventerà il suo libro più famoso, Donne che corrono coi lupi, tradotto in più di 40 lingue e best seller per oltre 145 settimane.
In questo saggio raccoglie due decenni di esperienza, storie e riflessioni per indicare alle donne la via del viaggio interiore, attraverso il ricongiungimento con la Donna Selvaggia perché «le questioni dell’anima femminile non possono essere trattate modellando la donna in una forma femminile più accettabile per una cultura inconsapevole, né l’anima può essere piegata in una forma intellettualmente più accettabile per coloro che pretendono di essere gli unici portatori della consapevolezza… Piuttosto l’obiettivo deve essere riparazione e soccorso nei confronti della forma psichica naturale e mirabile delle donne. …Le tracce che noi tutte seguiamo sono quelle del sé innato e selvaggio».
Cresce nel dopoguerra, in un’epoca in cui la donna veniva trattata come una bambina e come una proprietà, in cui non era tollerato un corpo felice o alcuna espressione artistica femminile. L’archetipo della Donna Selvaggia diventa un lavoro di ricerca quasi archeologica durato decenni, «nato con lo studio dei lupi, che con le donne sane hanno in comune talune caratteristiche psichiche: sensibilità acuta, spirito giocoso e grande devozione».
Della sua vita privata si sa poco, a parte quello che lei stessa scrive. Se tanto si spende per gli altri su di sé è molto riservata.
Non si sa se sia stata sposata e non ha mai citato nei suoi scritti amanti o compagni.
È noto che ha tre figli e che in giovanissima età perse il suo primogenito «costretta a darlo in adozione… come altre madri che come me si erano arrese… perché povere, ignoranti, non supportate nella loro gravidanza…»
Non ha mai avuto esperienza di aborto, ma questa perdita l’ha segnata profondamente e continua a prendersi cura delle persone ferite dal post-aborto «nel tentativo di medicare chi è vittima di tale trauma».
Molti anni fa, durante un volo, conobbe Gwendolyn Brooks, poetessa contemporanea che già ammirava; da sempre citava la sua poesia, La Madre (1945).
«Parlammo per due ore….e fu chiaro che per un cuore saggio la perdita di una vita è comunque la perdita di una vita».
Da sempre attivista nel sociale, è stata ammessa nel 2006 alla Colorado Women’s Hall of Fame ed è membro del consiglio del Maya Angelou Research Centre of Minority Health alla Wake Forest University School of Medicine.
Si occupa di giustizia sociale anche attraverso il ruolo di giornalista e caporedattore di «The Moderated Voice», un blog che tratta di politica e informazione; tiene una rubrica sul «National Catholic Reporter».
È fondatrice e direttrice della Guadalupe Foundation, una organizzazione per i diritti umani che tra le altre cose si impegna a diffondere via radio e stampa brevi storie per educare ed istruire su tematiche di igiene e salute le popolazioni africane.
Insegna in tutto il mondo performance e narrazione, per insegnanti, assistenti e terapisti che vogliono imparare a comunicare usando strumenti antichi nelle società e istituzioni moderne.
Nelle università insegna mitologia, psicologia archetipica delle donne e degli uomini, teatro e scrittura
Dall’Enciclopedia delle donne
Leonora della Genga Fabriano, 1360, poetessa italiana.
figlia dei Conti della Genga, si distingue per l’interesse nella poesia e per la sua bellezza.
Dalle sue opere si desume una personalità forte, anticonvenzionale, che da femminista antelitteram, in una società dominata dagli uomini, rivendica per le donne un ruolo di rilevanza al pari degli uomini.
Nel sonetto dal titolo emblematico “Tacete, o maschj, a dir, che la Natura” sostiene con forza che le donne “sanno maneggiar le spade e sostener gli imperi”.
È in collegamento con un’altra poetessa dell’epoca: Ortensia di Guglielmo da Fabriano, che aveva una corrispondenza con Francesco Petrarca. Leonora scriverà un elogio in occasione della morte di Ortensia.
Muore in giovane età.
Arianna Pozzi: imprenditrice a 17 anni
17 anni, imprenditrice, ha ideato la piattaforma di moda Gaia My Friend che aiuta a realizzare l’abbigliamento adeguato all’umore.
É una studentessa del Liceo Scientifico appassionata di moda l’idea é nata pensando a quanto può essere difficile per un’adolescente scegliere come vestirsi.
Fiori di parole
FIORI di PAROLE contro la violenza sulle donne
Un 25 Novembre diverso quest’anno per l’impossibilità di manifestare contro la violenza sulle donne scendendo per le strade o discutendo in convegni, incontri, eventi pubblici vari, ma la voglia di impegnarci, per contribuire ad eliminare l’aberrante fenomeno, non va in quarantena perché la difficoltà attuale, che costringe tra le mura domestiche, isola e aumenta l’instabilità economica, amplifica terribilmente le spregevoli brutalità ai danni di mogli, compagne, figlie, sorelle dimostrandone la sconvolgente cogenza.
Durante la quarantena, tra marzo e aprile scorsi, le richieste d’aiuto al 1522, un servizio promosso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Pari Opportunità, e alle Forze dell’Ordine sono aumentate del 74% e, secondo il D.i.Re, solo il 3.5% delle vittime é riuscito a chiamare, considerata la presenza costante del soggetto aggressore.
Noi di sos KORAI, associazione di volontariato nata a Tropea e giunta al suo terzo anno di impegno nel contrasto al fenomeno attraverso interventi sui processi educativi, celebreremo l’importante Giornata Internazionale con allestimenti floreali nei tre grandi vasi comunali che dividono Largo Duomo dall’omonimo affaccio. Porremo a dimora ciclamini bianchi ed edere e tra il verde e il bianco inseriremo versi rossi di donne. Sarà questo un modo alternativo, ma sentito, di stare accanto a tutte le vittime femminili di maltrattamento e di puntare il dito contro una ferita sociale che merita l’attenzione delle istituzioni e della comunità tropeana. Il luogo é stato scelto perché proprio lì si trova, dallo scorso novembre, la Panchina Rossa, simbolo del posto occupato da una donna portata via dall’aggressività maschile.
Le fioriere, arricchite dalle parole, proseguono il percorso di sensibilizzazione e lanciano anche loro un messaggio di civiltà. Ricordiamo che sono 11 milioni le donne che subiscono violenza fisica, sessuale e psicologica, che 5 maschi su 10 non si fanno problemi ad alzare le mani sulla compagna e che 2 donne su 5 pensano che i ceffoni facciano parte dell’amore. Rammentiamo anche che la violenza di genere non si scatena per un raptus e che l’uomo che l’esprime non é un mostro, l’atteggiamento é la conseguenza di un habitus di sete di possesso e di dominio, frutto di una cultura sessista, gerarchica e patriarcale difficile da smantellare.
Ecco perché il ruolo dell’educazione é strategico, e tutte noi agenzie educative: dalle istituzioni alla famiglia, dalla scuola, alla chiesa e alle associazioni abbiamo la responsabilità di fare la nostra parte insegnando ai giovani e ai meno giovani a vivere bene, nel pieno rispetto di sé e degli altri.
Un grazie sentito all’Amministrazione Comunale di Tropea e al Sindaco Giovanni Macrì che hanno accolto e condiviso con piacere il nostro Progetto “ FIORI di PAROLE contro la violenza sulla Donna” consentendoci le installazioni a Largo Duomo, uno dei siti magici di Tropea.
Che l’appello al rispetto e all’amore proposto coi versi e coi fiori sia efficace nel contrasto alla violenza sulle donne e di buon augurio per tutti.
Tropea 23 Novembre 2020
La Presidente di sos KORAI Onlus Dott.ssa Beatrice Lento
Un augurio per Natale
Carissimi, il Natale ormai prossimo, questo in particolare, ci invita a ritirarci nell’intimo del nostro essere per una piccola pausa di riflessione .
Nonostante tutto continuiamo ad affannarci, é questo il segno dell’uomo del nostro tempo e credo che noi non riusciremo a invertire la rotta ma, pur nella fretta che ci è ormai compagna, sforziamoci di cogliere il valore del Natale che bussa ai nostri cuori.
Un evento così potente da segnare il mondo intero e tutta la storia non può essere trascurato ma deve scandire le vite coi valori che addita.
Il male non scomparirà mai ma noi scegliamo l’altro volto dell’esistere, quello contrassegnato dalla bontà, per lo meno come aspirazione a cui tendere, solo così potremo sperare di raggiungere l’armonia interiore che appaga.
Per noi che intendiamo servire gli altri con umiltà e impegno il Natale diventa alimento da cui trarre la forza per rinvigorire la buona volontà e allora non lasciamoci sopraffare dall’inquietudine ma guardiamo oltre accettando il presente coi suoi limiti e pensando a quando riconquisteremo una dimensione di normalità.
Abbracciamoci col cuore e scacciamo via ogni tristezza, il figlio di Maria nascerà ancora per tutti noi. Affidiamoci a Lui e alla sua mamma, una donna che ha avuto il coraggio di accogliere nel suo grembo l’umanità intera con la sua sconvolgente complessità. Ritorneremo a operare come prima per la donna e per l’uomo contro ogni forma di prevaricazione e di pregiudizio e godremo insieme dei piccoli doni che riusciremo a offrire alla Comunità. Coraggio, carissimi, la meta è vicina e il Bambinello ci darà la forza di attenderla col cuore lieto.
Buon Natale con affetto e gratitudine per la condivisione di ideali che ci unisce.
Tropea 23 dicembre 2020
La Presidente di sos KORAI
Beatrice Lento
Emily Dickinson
E’ una curiosa creatura il passato
Ed a guardarlo in viso
Si può approdare all’estasi
O alla disperazione.
Se qualcuno l’incontra disarmato,
Presto, gli grido, fuggi!
Quelle sue munizioni arrugginite
Possono ancora uccidere!
Francesca Scanagatta
Francesca Scanagatta nasce nel 1776 in una nobile famiglia milanese di origini valtelline.
A quattordici anni il padre la spedisce al monastero milanese di Santa Sofia per tenerla lontana dalle suggestioni rivoluzionarie che le inculcava la sua governante francese.
La scelta del monastero non è casuale. La famiglia, fedele e ligia alla Casa d’Austria, lo sceglie poichè è un istituto molto stimato dall’imperatore Giuseppe II.
La scelta paterna però non serve a molto, poiché nel pio luogo la nobile allieva, pur rispettosa e diligente, pare sdegnasse di applicarsi all’esercizio dell’ago, del fuso, dell’arcolaio, al quale la costringevano le suore, per dedicarsi piuttosto alla lettura di romanzi e di poemi epici che preferiva a quella dei versetti della Bibbia.
Sembra anche che, in più di una occasione, le suore scandalizzate avessero sorpreso, nella sua cella, la nobile educanda impegnata in una partita di scherma con la tenda della finestra a colpi di righello.
I momenti felici della ragazza si realizzavano solo quando, libera dall’educandato, rientrava nella casa paterna e poteva confrontarsi, in abiti maschili, con i fratelli.
Al raggiungimento dei sedici anni, suo padre decise di rinchiuderla nel convento delle Salesiane di Vienna e organizzò il viaggio di trasferimento nella capitale unendolo a quello del figlio Giacomo, da lui stesso destinato a intraprendere la carriera militare nell’accademia di Wiener
Neustadt.
Giacomo però si ammalò durante il viaggio e dovette rimanere in convalescenza a Venezia per parecchi mesi col padre.
Francesca allora venne affidata a una coppia di coniugi, i Giuliani, anche loro in viaggio verso Vienna.
Francesca, che conosceva l’antipatia del fratello per la carriera militare, maturò rapidamente l’idea di sostituirsi a lui e, in abiti maschili e con i capelli tagliati, si presentò ai Giuliani il giorno della partenza dando loro ad intendere le mutate condizioni: la sorella era l’ammalata e lei era
proprio l’aspirante alla scuola militare.
Arrivati a Vienna sotto mentite spoglie (si farà chiamare Franz), si presentò alla visita medica. Fortuna vuole che il chirurgo adetto fosse un vecchio amico del padre. Pur avendola scoperta non la tradì ma impose al padre di spedire presto un’altro dei suoi figli per sostituirla. Il più piccolo dei fratelli Scanagatta, Guido, però non aveva ancora l’età per la leva e si decise quindi di aspettare. Nel frattempo Franscesca\Franz frequentò i corsi militari dell’accademia con ottimi risultati.
Ne uscì tre anni dopo con l’ambita patente al grado di fahnrich (alfiere) di fanteria, il 16 gennaio 1797
Sempre in quell’anno si unì al reggimento del fronte, il Warasdiner St. Georger Nr. 4, nelle battaglie che contrastarono l’avanzata di Napoleone. Successivamente portò servizio al Reggimento di Fanteria Nr. 56 “Wencel Graf Colloredo”, al reggimento del fronte Deutsch-Banater Nr. 12 in battaglie che ebbero come teatro svariati luogli fino a Genova.
Nonostante una profonda ferita, procurata durante un combattimento perduto dagli austriaci, riuscì a non rivelare mai la sua femminilità.
Francesca Scanagatta riuscì a tenere nascosta la sua identità per sei lunghi anni fino a quando il primo marzo 1800, a 25 anni, venne promossa con il grado di luogotenente e, pochi mesi dopo, prese la decisione di congedarsi per motivi di salute. Solo allora rese nota a tutti la sua identità tra lo sconcerto generale.
Poté così rientrare a Milano, riabbracciare genitori e fratelli, e, suo malgrado tornare alle consuetudini della vita civile.
Nel 1804 si sposò con “un collega”, Celestino Spini, tenente della Guardia presidenziale cisalpina, che alla Restaurazione entrò nell’esercito austriaco.
Dal matrimonio nacquero quattro figli, due maschi e due femmine.
Nel 1852, a 76 anni, in occasione dell’anniversario dell’Accademia Militare nella quale aveva preso i gradi di tenente, inviò un biglietto d’auguri firmandosi “Franz Scanagatta, tenente e vedova del Maggiore Spini.”
Le ragazze con le stellette
Solo nel 1999 le ragazze sono state ammesse all’arruolamento volontario nell’esercito italiano, la prima a varcare la soglia di un’accademia militare é stata Giulia Cornacchione, nel 2000, a 20 anni.
Oggi le militari sono 16 mila occupano posizioni in ogni settore e partecipano alle missioni all’estero.
Nel 2013 Laura De Benedetti é diventata Generale dei Carabinieri ma proveniva dalla Polizia, non più corpo militare dopo la riforma degli Anni 80.
Non esistono dati sul sessismo nelle forze dell’ordine, emergono solo singoli casi per volontà di alcune donne che vengono emarginate.