Letizia e la foto dell’uccisione di Piersanti Mattarella
“Fui la prima ad arrivare in via della Libertà dove avevano ucciso Piersanti Mattarella. Io e il mio compagno, il fotografo Franco Zecchin avevamo fatto una passeggiata e vedemmo un’automobile quasi appoggiata a un cancello. Sergio Mattarella teneva abbracciato il corpo del fratello, lo stava tirando fuori…Avevamo le macchine fotografiche in mano, pensavo si trattasse di un piccolo incidente, ma quella volta ci siamo fermati e ho scattato. Non ho riconosciuto subito il presidente della Regione Piersanti Mattarella…E’ una foto drammatica come ogni tanto capita di scattare per caso, per un intuito. Dentro c’è tutto: la moglie , la figlia, il fratello fuori dall’auto, e Sergio chinato su Piersanti…rivederlo oggi sulle prime pagine mi fa impressione. Dopo tanti anni, è come se le cose tornassero, forse per mettersi a posto. Speriamo”.
Letizia Battaglia
Rosa Balistreri: la voce del popolo
Rosa nasce in una famiglia poverissima; la madre lavora in casa mentre le uniche entrate di denaro provengono dai piccoli lavori di falegnameria del padre. A sedici anni viene data in sposa a Gioacchino Torregrossa, un uomo che, molti anni dopo, in un concerto, Rosa avrebbe definito “latru, jucaturi e ‘mbriacuni”.
Il matrimonio, da cui nasce l’unica figlia oggi vivente, Angela Torregrossa, finisce in tragedia il giorno in cui Rosa, avendo scoperto che il marito aveva perso al gioco il corredo della figlia, lo aggredisce con una lima e, credendo di averlo ucciso, va a costituirsi dai carabinieri: sconterà sei mesi di galera.
Per mantenere la figlia e aiutare la sua famiglia di origine Rosa fa molti lavori: dapprima in una vetreria, poi come raccoglitrice e venditrice di lumache, capperi, fichi d’india, sarde e infine a servizio in una famiglia nobile di Palermo, dove mette la figlia in collegio. In questo periodo impara a leggere e scrivere.
Si innamora del figlio del padrone e rimane incinta; Rosa si vede costretta a fuggire e poi a scontare altri sei mesi di carcere, perché accusata di furto. Uscita dal carcere trova lavoro come sagrestana e custode della chiesa degli Agonizzanti a Palermo; vive in un sottoscala insieme a suo fratello Vincenzo, invalido, che impara a fare il calzolaio. Non avendo ceduto alle molestie del prete viene mandata via e lei, rubati i soldi delle cassette dell’elemosina, parte col fratello Vincenzo per Firenze: lui lavorerà in una bottega di calzolaio e lei a servizio in case signorili.
Richiamata a Firenze anche la madre e una delle due sorelle, Rosa apre con loro un banchetto di frutta e verdura al mercato di San Lorenzo. La sorella Maria li avrebbe raggiunti in seguito, scappando coi figli alle prepotenze del marito. Ma, poco dopo la fuga, l’ex marito la uccide. In seguito alla tragedia il padre di Rosa si toglie la vita impiccandosi.
Nei primi anni Sessanta Rosa incontra il pittore fiorentino Manfredi Lombardi, e con lui vivrà per dodici anni. Durante questo periodo allarga la cerchia delle sue amicizie e viene a contatto con il mondo degli intellettuali del suo tempo. Nel 1966 partecipa allo spettacolo di canzoni popolari portato sulle scene da Dario Fo, dal titolo Ci ragiono e canto. Ha quarant’anni, il volto segnato da una vita tanto intensa e faticosa, gli occhi limpidi e sicuri di chi porta fino in fondo le proprie battaglie; la sua voce ha un timbro arcaico e diretto: la sua presenza drammatica rimane ben impressa negli spettatori, come le canzoni popolari siciliane che interpreta, nelle quali si racconta non solo la miseria ma anche l’orgoglio e lo sdegno del popolo.
Ho imparato a leggere a trentadue anni. Dall’età di sedici anni vivo da sola. Ho fatto molti mestieri faticosi per dare da mangiare a mia figlia. Conosco il mondo e le sue ingiustizie meglio di qualunque laureato. E sono certa che prima o poi anche i poveri, gli indifesi, gli onesti avranno un po’ di pace terrena.
Così si presenta Rosa a un giornalista che l’intervista nel 1973 in seguito alla mancata partecipazione al Festival di Sanremo, dove la sua canzone dal titolo Terra che non senti era stata esclusa all’ultimo minuto. Questo episodio suscita molto fragore, al punto che Rosa viene considerata da molti la vera vincitrice del Festival di quell’anno:
Li ho messi tutti nel sacco. Le mie storie di miseria provocheranno guai a molti pezzi grossi il giorno in cui l’opinione pubblica sarà più sensibile ad argomenti come la fame, la disoccupazione, le donne madri, l’emigrazione, il razzismo dei ceti borghesi… Finora ho cantato nelle piazze, nei teatri, nelle università, ma sempre per poche migliaia di persone. Adesso ho deciso di gridare le mie proteste, le mie accuse, il dolore della mia terra, dei poveri che la abitano, di quelli che l’abbandonano, dei compagni operai, dei braccianti, dei disoccupati, delle donne siciliane che vivono come bestie. Era questo il mio scopo quando ho accettato di cantare a Sanremo. Anche se nessuno mi ha visto in televisione, tutti gli italiani che leggono i giornali sanno chi sono, cosa sono stata, tutti conoscono le mie idee, alcuni compreranno i miei dischi, altri verranno ai miei concerti e sono sicura che rifletteranno su ciò che canto.1
Dopo la partecipazione a Ci ragiono e canto, inizia a incidere dischi. Nel 1971 si trasferisce a Palermo, dove frequenta persone come il pittore Guttuso e il poeta Ignazio Buttitta, che scrive per lei numerose liriche andatesi ad aggiungere al suo già vastissimo repertorio, e che diceva di lei:
Ogni volta che cercheremo le parole, i suoni sepolti nel profondo della nostra memoria, quando vorremo rileggere una pagina vera della nostra memoria, sarà la voce di Rosa che ritornerà a imporsi con la sua ferma disperazione, la sua tragica dolcezza.
Dopo la sua morte, avvenuta a Palermo nel 1990, la memoria di Rosa Balistreri si è appannata, ma negli ultimi anni i suoi eredi (in particolare il nipote Luca Torregrossa) lavorano per recuperarne il valore e la fama. Inoltre l’editore Francesco Giunta sta raccogliendo in CD la sua vastissima produzione, sparsa in molte registrazioni di concerti e in dischi delle più svariate case discografiche. Grazie al suo interessamento, nel 2008 Palermo e Firenze hanno dedicato a Rosa Balistreri un concerto con quattro importanti cantanti della canzone popolare italiana (Lucilla Galeazzi, Clara Murtas, Fausta Vetere e Anita Vitale), accompagnate dall’ensemble I pirati a Palermo.
In un’intervista a «Noi Donne» la cantante Lucilla Galeazzi ha detto a proposito del modo di cantare di Rosa:
Fare politica attraverso la canzone popolare non è solo qualcosa di esplicito e legato ai fatti del momento, ed è nel “come” non solo nel “cosa”. Lei portava avanti la voce del popolo, cantava le canzoni che appartengono a tutti, che sono “comuni” fin dalla loro radice e alle quali non è possibile apporre alcun tipo di copyright. […] A me Rosa piace come canta e cosa canta, cose che non vanno mai distinte, anche la ninna nanna è contestataria: la ninna nanna non la canta certo la donna borghese che può permettersi la balia, ma la mamma proletaria che l’indomani deve svegliarsi alle quattro di mattina per andare a lavorare, e si sente disperata perché il bambino non vuole dormire. Ecco allora che Rosa aveva la capacità di trasmettere la disperazione, di renderti compartecipe del lamento di questa donna: e anche questo è fare politica.
Rosa Balistreri
Mi votu e mi rivotu suspirannu,
Passu li notti ‘nteri senza sonnu,
E li biddizzi tòi vaiu cuntimplannu,
Li passu di la notti nzinu a gghiornu,
Pi tia non pozzu ora cchiu arripusari,
Paci non havi chiù st’afflittu cori.
Lu sai quannu ca iu t’aju a lassari
Quannu la vita mia finisci e mori.
Rosa Balistreri
Il colore dei tuoi occhi non cambierà i miei
Apprezzo le tue parole, ma non ho bisogno della tua approvazione.
Apprezzo il tuo consiglio, ma non ho bisogno che tu accetti le mie scelte.
Apprezzo la tua compagnia, ma non ho bisogno che sia tu ad approvare il mio rimanere o andare.
Apprezzo il tuo punto di vista, ma non ho bisogno che tu mi dica come vivere la mia vita.
Apprezzo la tua visione, ma non ho bisogno di giustificarmi se la mia è diversa.
Il colore dei tuoi occhi non cambierà il colore dei miei, né cambierà la visione del mio orizzonte.
Grazie perchè hai scelto di camminare con me, qui e ora, ma sempre seguirò il richiamo del mio cuore e i dettami della mia coscienza, si crea quello che si pensa, si viene giudicati esattamente come si giudica, che questo soddisfi le tue aspettative o meno.
Ho scelto di camminare con te, qui e ora, con braccia aperte, lealmente e profondamente, a condizione che i miei passi continuino a cantare la libertà.
Ada Luz Marquez
La ballata delle donne
Quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia.
Quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,
quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso la pace:
pensarci il maschio, pensare non piace.
Quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è culla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,
e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire.
Perché la donna non è cielo, è terra
carne di terra che non vuole guerra:
è questa terra, che io fui seminato,
vita ho vissuto che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente.
Femmina penso, se penso l’umano
la mia compagna, ti prendo per mano.
La ballata delle donne
Edoardo Sanguineti
Donne e manicomio
Venivano rinchiuse nei manicomi perché erano troppo emancipate, eccentriche, amanti del sesso o semplicemente perché avevano “osato” denunciare le percosse subite da mariti e parenti all’interno delle mura domestiche: è la storia delle tante donne che a partire dalla seconda metà del 1800 vennero rinchiuse nei manicomi e sottoposte ad atroci trattamenti che pian piano le portarono alla morte.
Affette da patologie psichiatriche che il più delle volte erano frutto di vere e proprie invenzioni, umiliate sia fisicamente che moralmente: i volti, le voci e le storie di queste donne, una volta varcata la soglia del cancello che le avrebbe condotte verso l’internamento permanente, sono andate pian piano perse.
Nessuno si è più ricordato di loro per molto tempo né ha pensato di riesumare quegli archivi zeppi di cartelle cliniche che il più delle volte nascondevano dietro diagnosi come: “pazzia degenerativa”, “pazzia morale” o “madri snaturate” motivazioni ben più inquietanti.
Spesso, infatti, erano i mariti che, volendosi rifare una nuova vita, in un periodo in cui il divorzio era socialmente, moralmente e giuridicamente inaccettabile, sfruttavano le debolezze di quelle donne che gli erano state accanto per decenni bollandole, senza giri di parole, come pazze e non adatte alla vita sociale.
La psichiatria, poi, non essendo, all’epoca, una scienza medica ben conosciuta fece la sua parte. E il risultato di quanto fatto a centinaia di donne lo si può constatare, in modo netto, analizzando le cartelle cliniche contenute negli archivi dell’Ospedale Sant’Antonio Abate di Teramo, un vero e proprio scrigno degli errori al cui interno sono custodite le storie di tutte quelle donne condannate a morte solo perché non rispettavano il canone femminile all’epoca socialmente accettato.
E’ il caso di Adelaide D. la cui patologia psichiatrica si sarebbe sviluppata subito dopo il morso di un gatto o di Antonia, la prima donna ad essere internata nel manicomio di Sant’Antonio Abate perché affetta da “idiozia”.
La giovane varcò il cancello della struttura psichiatrica nel 1881, quando aveva solo 26 anni, e ne uscì morta 14 anni dopo, senza avere più avuto la possibilità di rivedere i suoi cari.
La morte verrà attribuita a un’infezione acuta della pella ma è cosa ben nota che nei manicomi dell’epoca più che dispensare cure, il personale medico era dedito a vere e proprie pratiche di tortura.
Lobotomia, doccia fredda ed elettroshock sono solo alcune delle crudeli pratiche a cui i pazienti venivano sottoposti.
Anche le gabbie di legno all’interno delle quali erano rinchiusi quanti non potevano permettersi di pagare un’”adeguata” retta , erano strutture che di frequente, nei manicomi, venivano adibite a stanza.
In molte di queste, infatti, vennero ritrovati dei giacigli di paglia sui quali le pazienti erano costrette a dormire per anni, per non parlare del bagno improvvisato, vera e propria latrina presente sempre all’interno della gabbia e che veniva pulito molto di rado.
Anche durante i regimi totalitari che hanno caratterizzato la storia del ‘900, le dissidenti politiche, le donne lesbiche, le testimoni di Geova e coloro che dimostravano di non rispettare quanto imposto dai rispettivi governi venivano rinchiuse in strutture d’igiene mentale dalle quali, nella maggior parte dei casi, non riusciranno più ad uscire.
Molto spesso, ad essere internate erano anche tutte quelle donne che, non avendo potuto concepire, venivano prima bollate come “malate” dai rispettivi mariti e successivamente accusate di non essere state in grado di assolvere all’unico, importane compito che spettava loro: generare prole.
Con diagnosi borderline, sempre al confine tra il socialmente accettabile e il patologico, queste donne venivano dapprima umiliate e poi segregate all’interno di ospedali psichiatrici fatiscenti dai quali imploravano, invano, di avere una seconda chance.
Dal Web
Omaggio a Tina Costa
All’epoca si ragionava in termini di «noi», mentre oggi, e da diversi decenni ormai, sembra ci si sia rassegnati a pensare solo come un «io», ciascuno per proprio conto, chiuso nella sua dimensione individuale, come se insieme non si potesse più fare niente. Eppure, se in quegli anni avessimo ragionato così, non avremmo potuto fare nulla, non avremmo potuto cambiare in alcun modo il corso delle cose. «Io», da sola, non potevo fare niente, ma «noi», insieme, abbiamo fatto tanto e non credo sia superfluo ricordarlo a settant’anni dal 25 aprile. Personalmente credo di aver fatto anche tanti errori durante la mia vita, ma rifarei tutto quello che ho fatto, passo dopo passo. Forse, anzi, senza forse, compresi gli errori.
Tina Costa
Cento in Antartide
Sì, proprio 100 donne!
Provengono da 33 Paesi e sono esperte in 25 discipline. La spedizione, guidata dalla biologa Maria Gual Soler, è all’interno di un progetto di sensibilizzazione sui cambiamenti climatici.
Il valore dell’essere femminile
Carissimi Socie e Soci di sos KORAI, ora che il Natale è vicino vengo a Voi con i miei auguri di bene. Il nostro cammino associativo raggiunge il suo terzo Natale con la consapevolezza di aver tenuto fede all’impegno preso. Abbiamo realizzato attività significative e tante altre porteremo a termine per avanzare sempre più verso la meta prescelta. Un traguardo di civiltà imperniato sul rispetto della Persona. Abbiamo in mente la tutela della donna perché ancor oggi la subcultura maschilista è forte ed è il genere femminile quello più a rischio di offese, mortificazioni e violenze. La donna è persona così come l’uomo che pure va protetto laddove e allorquando la sua dignità è minacciata. Sono felice che il nostro sodalizio includa anche uomini proprio per questo, proprio perché il nostro impegno va nella direzione della salvaguardia dei diritti umani che sono prerogativa di entrambi i generi. Il Natale del Signore porta con sè un grande messaggio d’amore per l’Umanità e di particolare stima per la Donna, scelta come madre dell’Eterno. Questo privilegio riscatta la mentalità misogina dei tempi di Gesù e induce a riflettere sul grande valore dell’essere femminile. La strada verso la Parità di Genere è ancora in salita e questo rende significativa e cogente l’opera di sos KORAI. Ora che il Bambino nasce sforziamoci di accantonare le incombenze sempre più pressanti che tendono ad assorbirci totalmente allontanandoci dalla riflessione e dal colloquio con noi stessi. La società di oggi è sempre più problematica e per essere vivibile è indispensabile dare un senso al nostro progetto esistenziale. Diamolo allora questo significato, che nobilita il nostro stare nel mondo, operando per il fine di pregnante valenza sociale che ci contraddistingue, solo così ci valorizzeremo come umanità. Il Bambinello ci addita l’importanza della Famiglia e della Comunità e noi onoriamola la sua indicazione e ci sentiremo felici. Che il Santo Natale dia gioia al nostro cuore e fiducia in un nuovo anno sereno e fruttuoso. Auguri carissime e carissimi Amici, che il Vostro cuore sia appagato da tutti i doni desiderati!
Con affetto e stima.
Tropea 18 dicembre 2019
La Presidente di sos KORAI
Beatrice Lento
Simone
«Ho seriamente pensato alla morte, a causa delle mie mediocri facoltà naturali. Le doti straordinarie di mio fratello […] mi obbligavano a rendermene conto. Non invidiavo i suoi successi esteriori, ma il non poter sperare di entrare in quel regno trascendente dove entrano solamente gli uomini di autentico valore, e dove abita la verità. Preferivo morire piuttosto che vivere senza di essa. Dopo mesi di tenebre interiori, ebbi d’improvviso e per sempre la certezza che qualsiasi essere umano, anche se le sue facoltà naturali sono pressoché nulle, penetra in questo regno della verità riservato al genio, purché desideri la verità e faccia un continuo sforzo d’attenzione per raggiungerla.”
Simone Weil