Archivio degli autori

Mamma bambina: Mulenga

Ho 14 anni e prima di avere una bambina mi piaceva giocare a calcio.

Non sapevo che potevo restare incinta, a scuola non ti insegnano queste cose.

L’ho detto a lui ma mi ha risposto che non c’entrava e non gli interessava.

Così mio padre mi ha portato a casa di lui :” Questa bambina é incinta me la potrete riportare solo dopo aver pagato 5mila kwacha”

Ero spaventata dal parto, quando l infermiera mi ha spiegato pensavo che sarei morta.

Ora che è nata ho paura per il suo futuro: chi comprerá cose come il sapone e i vestiti?

Beatrice Lento

Filumena

Erano ‘e tre dopo mezanotte.

P’ ‘a strada cammenavo io sola. D’ ‘a casa mia già me n’ero iuta ‘a sei mise.

(Alludendo alla sua prima sensazione di maternità) Era ‘a primma vota! E che ffaccio? A chi ‘o ddico? Sentevo ncapo a me ‘e voce d’ ‘e ccumpagne meie: «A che aspetti! Ti togli il pensiero! Io cunosco a uno molto bravo..».

Senza vulé, cammenanno cammenanno, me truvaie dint’ o vico mio, nnanz’ all’altarino d’ ‘a Madonna d’ ‘e rrose. L’affruntaie accussì (Punta i pugni sui fianchi e solleva lo sguardo verso  una immaginaria effige, come per parlare alla Vergine da donna a donna): «C’aggi’ ‘a fa’? Tu saie tutto… Saie pure pecchè me trovo int’ ‘o peccato. C’aggi’ ‘a fa’? » Ma essa zitto, nun rispunneva.

(Eccitata) «E accussì ffaie, è ove’? Cchiù nun parle e cchiù  ‘a gente te crede?… Sto parlanno cu’ te! (Con arroganza vibrante) Rispunne!».

(Rifacendo macchinalmente il tono di voce di qualcuno a lei sconosciuto che, in quel momento, parlò da ignota provenienza) «’E figlie so’ ffiglie!». Me gelaie. Rummanette accussì, ferma.

(S’irrigidisce fissando l’effige immaginaria) Forse si m’avutavo avarria visto o capito ‘a do’ veneva ‘a voce: ‘a dint’ a na casa c’ ‘o balcone apierto, d’ ‘o vico appriesso, ‘a copp’ a na fenesta… Ma penzaie: «E pecchè proprio a chistu mumento? Che ne sape ‘a ggente d’ ‘e fatte mieie? E’ stata Essa, allora… È stata ‘a Madonna! S’è vista affrontata a tu per tu, e ha vuluto parlà… Ma, allora, ‘a Madonna pe’ parlà se serve ‘e nuie… E quanno m’hanno ditto: “Ti togli il pensiero!”, è stata pur’essa ca m’ ‘ha ditto, pe’ me mettere ‘a prova!… E nun saccio si fuie io o ‘a Madonna d’ ‘e rrose ca facette c’ ‘a capa accussì! (Fa un cenno col capo come dire: “Si, hai compreso”) ‘E figlie so’ ffiglie!» E giuraie.

Beatrice Lento

Suor Plautilla

Rinchiusa in un convento, senza maestri e senza modelli, Plautilla Nelli, nel ‘500 dipinge, prima donna a farlo, un’Ultima cena, vero capolavoro del genio creativo.

A 14 anni l’avevano vestita di bianco è fatta sdraiare per terra a braccia larghe.

Via il suo vero nome: Polissena Nelli, per diventare sposa di Gesù.

Ma nel grigio del convento si riappropria immediatamente del colore e fa della cura dei particolari la sua invincibile forza.

In calce alla firma dell’Ultima cena Plautilla scrisse:” Orate pro pictora” quasi a chiedere un pensiero per lei e per le tante artiste rimaste nell’ombra, grandissime e umili come Lei.

Beatrice Lento

La strega

Era una festa d ‘estatee dodici anni lei compì,

e fu la prima volta che

negli occhi un uomo la guardò…

Curava l’orto di suo padre

e a guardarla lui si fermò:

era uno strano uomo che

quel che sapeva le insegnò.

E l’oro ora lei nella sabbia sa trovare,

in lucido argento la cenere mutare…

un corvo nero sarà, fuoco folletto se

solo lo vorrà

e quando lei canterà farà la luna trasalire.

un corvo nero sarà, fuoco folletto se

solo lo vorrà

Quello che c’è da sapere di questo mondo ora sa:

quel che è stato già,

tutto quello che sarà.

Era una festa d’estate

il giorno che passò di là

e fu la prima volta che

negli occhi un uomo la guardò…

Era una festa d’estate,

felice lei lo seguì,

lasciò la casa di suo padre

e per amore se ne andò.

E all’alba ora lei a piedi nudi sa ballare,

e strane erbe lei in fondo ai pozzi sa trovare…

un corvo nero sarà, fuoco folletto se

solo lo vorrà

e quando lei canterà farà la luna trasalire.

un corvo nero sarà, fuoco folletto se

solo lo vorrà

Quello che c’è da sapere di questo mondo

ora sa:

quel che è stato già,

tutto quello che sarà.

 

Writer(s): ANGELO BRANDUARDI

Beatrice Lento

La moda contro i pregiudizi

Halima Aden wears Melinda Looi,(b. 1973, Malaysia) for Melinda Looi (est. 2012, Malaysia). Photography by Sebastian KimEversiva, rivoluzionaria, all’avanguardia, o specchio del suo tempo, la moda offre spesso – ed è un paradosso perfettamente insito nella sua condizione effimera – chiavi di lettura inaspettate dei fenomeni culturali e sociali: in questo senso la mostra che inaugura al de Young Museum di San Francisco dedicata alla moda musulmana, più che come una sfida va letta come una inedita ricognizione.

Contemporary Muslim Fashions– al plurale, perché l’Islam è una fede multiculturale e l’abbigliamento “prescritto” dai principi religiosi, s’adatta anche ai costumi e alle tradizioni locali – indaga il mondo della moda nei paesi musulmani – dai paesi arabi, all’estremo oriente – andando a scardinare, prima di tutto, quella generica idea di “costrizione” che abbraccia, agli occhi occidentali, la pratica del vestire “pudico”.
LA MODA CONTRO I PREGIUDIZI
“C’è chi crede che non ci sia alcuna moda tra le donne musulmane, ma è vero il contrario, con comunità di moda moderne, vivaci e straordinarie, in particolare in molti Paesi a maggioranza musulmana”spiega Max Hollein, Direttore e CEO dei Musei delle Belle Arti di San Francisco: per molti, anzi, un abbigliamento tradizionale, eppure perfettamente attuale nei tagli, nei dettagli e nei tessuti, assume la valenza di uno sdoganamento dei pregiudizi anti-musulmani, mostrando un’immagine positiva – lontana dall’idea di mortificazione che accompagna, soprattutto, il vestiario femminile.

Curata da Jill D’Alessandro e Laura Camerlengo con la consulenza dell’esperta in cultural studies Reina Lewis, la mostra del de Young affonda le sue radici negli anni Cinquanta del secolo scorso, quando i clienti musulmani d’élite frequentavano le maison parigine e gli stilisti adattavano i modelli alle necessità dei nuovi compratori; racconta – con un’ampia sezione fotografica – le contestazioni femminili all’imposizione del velo, in Iran nel 1979 attraverso gli scatti di Hengameh Golestan; accosta oggetti – come il primo hijab sportivo creato da Nike – e opere d’arte come il poster Greater Than Fear di Shepard Fairey, dove una donna indossa provocatoriamente un velo stelle e strisce.
UNA NICCHIA DA SCOPRIRE
Lo spaccato che emerge è quello di una nicchia inaspettatamente vivace, che se da un lato – per il potere d’acquisto della sua fascia più elitaria – ha invogliato gli stilisti occidentali a ideare collezioni ad hoc (ad esempio quella recentemente presentata da Dolce&Gabbana), dall’altro ha stimolato la formazione e il successo di una nuova generazione di stilisti attivi a livello locale o di base all’estero. In mostra sono presenti: Faiza Bouguessa, Chadore Fyunkaa rappresentare l’area del Medio Oriente,Itang Yunasz, Dian Pelangi, Bernard Chandran per l’area del sud est asiatico; Céline Semaan Vernon di Slow Factory e Saiqa Majeed di Saiqa London sono invece un esempio di fashion designer che operano negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Infine dopo l’alta moda, un’incursione nel fast fashion, come quello proposto da Sarah Elenany e Barjis Chohan.

Maria Cristina Bastante

Beatrice Lento

La moda contro i pregiudizi

Halima Aden wears Melinda Looi,(b. 1973, Malaysia) for Melinda Looi (est. 2012, Malaysia).

Photography by Sebastian Kim

Eversiva, rivoluzionaria, all’avanguardia, o specchio del suo tempo, la moda offre spesso – ed è un paradosso perfettamente insito nella sua condizione effimera – chiavi di lettura inaspettate dei fenomeni culturali e sociali: in questo senso la mostra che inaugura al de Young Museum di San Francisco dedicata alla moda musulmana, più che come una sfida va letta come una inedita ricognizione.

Contemporary Muslim Fashions– al plurale, perché l’Islam è una fede multiculturale e l’abbigliamento “prescritto” dai principi religiosi, s’adatta anche ai costumi e alle tradizioni locali – indaga il mondo della moda nei paesi musulmani – dai paesi arabi, all’estremo oriente – andando a scardinare, prima di tutto, quella generica idea di “costrizione” che abbraccia, agli occhi occidentali, la pratica del vestire “pudico”.
LA MODA CONTRO I PREGIUDIZI
“C’è chi crede che non ci sia alcuna moda tra le donne musulmane, ma è vero il contrario, con comunità di moda moderne, vivaci e straordinarie, in particolare in molti Paesi a maggioranza musulmana”spiega Max Hollein, Direttore e CEO dei Musei delle Belle Arti di San Francisco: per molti, anzi, un abbigliamento tradizionale, eppure perfettamente attuale nei tagli, nei dettagli e nei tessuti, assume la valenza di uno sdoganamento dei pregiudizi anti-musulmani, mostrando un’immagine positiva – lontana dall’idea di mortificazione che accompagna, soprattutto, il vestiario femminile.

Curata da Jill D’Alessandro e Laura Camerlengo con la consulenza dell’esperta in cultural studies Reina Lewis, la mostra del de Young affonda le sue radici negli anni Cinquanta del secolo scorso, quando i clienti musulmani d’élite frequentavano le maison parigine e gli stilisti adattavano i modelli alle necessità dei nuovi compratori; racconta – con un’ampia sezione fotografica – le contestazioni femminili all’imposizione del velo, in Iran nel 1979 attraverso gli scatti di Hengameh Golestan; accosta oggetti – come il primo hijab sportivo creato da Nike – e opere d’arte come il poster Greater Than Fear di Shepard Fairey, dove una donna indossa provocatoriamente un velo stelle e strisce.
UNA NICCHIA DA SCOPRIRE
Lo spaccato che emerge è quello di una nicchia inaspettatamente vivace, che se da un lato – per il potere d’acquisto della sua fascia più elitaria – ha invogliato gli stilisti occidentali a ideare collezioni ad hoc (ad esempio quella recentemente presentata da Dolce&Gabbana), dall’altro ha stimolato la formazione e il successo di una nuova generazione di stilisti attivi a livello locale o di base all’estero. In mostra sono presenti: Faiza Bouguessa, Chadore Fyunkaa rappresentare l’area del Medio Oriente,Itang Yunasz, Dian Pelangi, Bernard Chandran per l’area del sud est asiatico; Céline Semaan Vernon di Slow Factory e Saiqa Majeed di Saiqa London sono invece un esempio di fashion designer che operano negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Infine dopo l’alta moda, un’incursione nel fast fashion, come quello proposto da Sarah Elenany e Barjis Chohan.

Maria Cristina Bastante

Beatrice Lento

Nobel a Nadia Murad

 La battaglia di Nadia Murad, personale e di divulgazione al mondo di quello che ha significato in termini di violenze il regime dell’Isis, vede oggi il riconoscimento del Nobel per la pace. La Murad, che ha scritto un’autobiografia, ‘L’Ultima ragazza’ (pubblicata da Mondadori quest’anno) con la prefazione del suo avvocato Amal Alamuddin Clooney, è un simbolo delle sofferenze al limite del genocidio subite della sua comunità, gli yazidi, considerati dal Califfato adoratori del diavolo.
   A vent’anni aveva il sogno di truccare e pettinare le spose, e di aprire, magari dopo gli studi, un proprio salone di bellezza. Invece nel 2014 i miliziani dell’Isis sono arrivati a Kocho, il villaggio dove abitava nell’Iraq settentrionale, hanno ucciso gli uomini, fatto scomparire le donne anziane e rapito lei con altre ragazze e bambini. Divenuta schiava sessuale e provando sulla sua pelle l’ignobile orrore dello stupro come arma di guerra, Nadia è poi miracolosamente riuscita a scappare. Nell’autobiografia ha narrato il suo calvario, senza omettere nulla di ciò che ha subito affinché il mondo sapesse. Mentre era prigioniera, la ragazza é stata continuamente umiliata, brutalizzata, stuprata anche in gruppo: un inferno che sembrava senza fine e che ha minato la sua mente e il suo corpo, ma non ha distrutto la sua dignità, né il suo istinto di sopravvivenza, anche se più di una volta ha invocato la morte come unica fonte di liberazione.
“A un certo punto non resta altro che gli stupri. Diventano la tua normalità. Non sai chi sarà il prossimo ad aprire la porta per abusare di te, sai solo che succederà e che domani potrebbe essere peggio”, scrive Nadia, e il sangue si gela leggendo il suo racconto. Le sue parole, descrivono minuziosamente tutto il suo mondo in trasformazione: quello precedente alla cattura, fatto di povertà, di giornate piene di lavoro, di vita familiare ma anche di sogni e di affetti sinceri, e quello crudele del Califfato, buio e privo di ogni umanità. Fino ad arrivare alla liberazione, dovuta a un caso fortuito: quando il suo carceriere per disattenzione non ha chiuso a chiave la porta della casa di Mosul in cui era prigioniera, Nadia ha colto l’occasione ed è fuggita, trovando in sé un insperato coraggio. Nemmeno la paura della ritorsione l’ha fermata. Un coraggio, il suo, che l’ha portata a chiedere aiuto bussando a una porta a caso mentre Mosul era piena di terroristi: Nadia quegli uomini senza onore né anima li ha di fatto sfidati e li ha vinti, ed è riuscita a salvarsi ricongiungendosi con quello che resta della sua famiglia. Diventata ambasciatrice di buona volontà delle Nazioni Unite (ha vinto anche tra gli altri il premio Sakharov 2016 e Donna dell’anno 2016) la giovane persegue con tenacia il duplice obiettivo di divulgare il più possibile lo sterminio di migliaia di yazidi e di veder processati i suoi aguzzini come Abu Omar, il famigerato Barba Bianca. Una prima vittoria l’ha già ottenuta, con il Consiglio di Sicurezza dell’Onu che ha istituito un team investigativo per raccogliere le prove dei crimini dell’Isis. 

ANSA 

Beatrice Lento

Forza di un bacio

Quanto silenzio

che si accumula

nel breve spazio da una bocca a un’altra

fino a fondare il bacio. Quanti anni

per scoprire alla fine quanto lontano, si, quanto lontani

si ritrovano sempre due corpi che si amano.

Tutto quello che mai siamo riusciti a dirci

in quella città d’autunno,

mi parla

col tuo accento di cose per sempre perdute.

E da qualche luogo

forse del disamore, o dell’oblio

di quello che mi ha reso felice, forse, un tempo,

– le tue mani, la tua pelle – mi giunge adesso

un odore di zagare che mi avvolge e che bacia

dolcemente i miei occhi, le mie labbra, un momento,

mentre chiudo il balcone.

Inmaculada Mengibar

Beatrice Lento

Sarah Moon

” Fotografa di moda io sono e lo rimarrò, questo lo posso dire, ma oltre a questo io fotografo, senza un fine, tutto e niente, quello che mi pare e che non mi somiglia…

Sarah non é solo una fotografa di moda è piuttosto un’artista originale, raffinata ed elegante che scava nell’anima riesumando le eterne domande sull’esistenza

Beatrice Lento

Canto d’amore per le parole

     

 
Canto d’amore per le parole
 
Perché abbiamo paura delle parole
quando sono state mani dal palmo rosa
delicate quando ci accarezzano gentilmente le gote
e calici di vino rincuorante
sorseggiato, un’estate, da labbra assetate?
Perché abbiamo paura delle parole
quando tra di loro vi sono parole simili a campane invisibili,
la cui eco preannuncia nelle nostre vite agitate
la venuta di un’epoca di alba incantata,
intrisa d’amore e vita?
 
Allora perché abbiamo paura delle parole
Ci siamo assuefatti al silenzio.
Ci siamo paralizzati, temendo che il segreto possa dividere
le nostre labbra.
[…]

 
Perché abbiamo paura delle parole?
Se una volta le loro spine ci hanno ferito,
hanno anche avvolto le loro braccia attorno al nostro collo
e diffuso il loro dolce profumo sui nostri desideri.
Se le loro lettere ci hanno trafitto
e il loro viso si è voltato stizzito
ci hanno anche lasciato un liuto in mano
e domani ci inonderanno di vita.
Su, versaci due calici di parole!
 
Domani ci costruiremo un nido di sogni di parole
in alto, con l’edera che discende dalle sue lettere.
Nutriremo i suoi germogli con la poesia
e innaffieremo i suoi fiori con le parole.
Costruiremo un terrazzo con la timida rosa
con colonne fatte di parole,
e una stanza fresca inondata di ombra,
protetta da parole.
 
Abbiamo dedicato la nostra vita come una preghiera
Chi pregheremo… se non le parole

Nazik al- Malaika
 

Beatrice Lento