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Carolyn Everson: é il momento magico delle Donne

Lo dice  Lei, Carolyn,  vicepresidente di Global Marketing Solutions di Facebook, una delle più strette collaboratrici di Zuckeberg.

” Ogni azienda, ogni singolo direttore, ogni governo ha finalmente compreso che le donne sono sotto-rappresentate e che si può fare di meglio…

Oggi il numero di donne a FB é il 35% del totale dei dipendenti  contro il 33 dello scorso anno. In particolare le donne ingegnere ora sono il 19% e anche in questo caso il numero sta crescendo…

Per noi le aree più problematiche sono scienze, tecnologia, ingegneria e matematica. All’Universitá meno del 20 per cento delle donne seguono lauree scientifiche dobbiamo avvicinare a queste materie le bambine.

Nel 2020 assisteremo alla crescita della realtà aumentata e della realtá virtuale il cui impiego sará sempre più social. Questo cambiamento aiuterà le donne che grazie a internet possono comunicare, creare community social, iniziare attivitá imprenditoriali in mercati e situazioni dove non avrebbero mai avuto queste opportunitá. Sono ottimista!”

Beatrice Lento

Maria Voto: l’innamorata del Telaio!

Maria vi accoglierà con il sorriso e le ore correranno via veloci mentre ascolterete la sua storia e scoprirete il suo entusiasmo e la sua passione per il suo lavoro e per quello che lei definisce il suo “amante”, il telaio.
Una passione maturata nel tempo, quasi per caso, anche se Maria ci dice che nulla succede per caso nella vita. A 38 anni infatti si è imbattuta in un bando per un corso di tessitura e ha deciso di partecipare. Delle numerose persone che hanno seguito questo corso solo lei ha avuto la costanza e la determinazione per portare avanti quest’attività, che alla fine della visita scopriamo richiedere grande dedizione, forza e pazienza.

Alcune delle creazioni di Maria Voto

La lavorazione al telaio era un’attività molto sviluppata nel Gargano ed in particolare a Vico, dove, a metà del secolo scorso, si contavano oltre 800 telai. Oggi Maria è l’unica tessitrice della cittadina pugliese, e ha recuperato materiali e tecniche antiche, lavorando fianco a fianco con le vecchie filatrici, che le hanno trasmesso la loro conoscenza, i loro preziosi disegni e il loro amore per questa arte antica.

Il telaio moderno

Entrando nel laboratorio troviamo Maria intenta a lavorare una tovaglia su un telaio moderno, piccolo e compatto. Ci accoglie e ci presenta i due pezzi forte del suo tesoro: i due telai in legno dell’800 recuperati insieme a pettini, navette e altri strumenti indispensabili al suo lavoro.

Maria Voto al telaio

Si siede al suo posto, davanti al telaio che preferisce e con il quale ha instaurato un rapporto quasi simbiotico, di amore e odio: il suo piede inizia a muoversi su e giù sui pedali con una naturalezza tale da non riuscire a capire, almeno all’inizio, l’energia e la forza fisica che un lavoro simile richiede.

Dettaglio del telaio antico

Ci spiega che per ha creato lei stessa degli strumenti per facilitare il lavoro, soprattutto nella prima fase di creazione dei gomitoli e dell’ordito. Per creare un ordito di 160 metri si avvale di una struttura di 2 metri per 4, 5 metri di lunghezza; aggiunge che per montarne uno di 60 metri (che calcolando un metro al giorno di lavorazione di tessuto, sarà sufficiente per due/tre mesi) è necessario l’aiuto di tre persone.

I pettini dell’antico telaio

Numeri che ci lasciano senza parole! A volte non si pensa a quanto lavoro ci sia dietro un tessuto, una piccola borsa o una tovaglia. A volte non si è in grado di valutare un lavoro simile, di capire che dietro ad un prezzo a due cifre ci sono ore, giorni di impegno, dedizione, arte vera e propria. Maria ci dice che non è facile trasmettere tutto ciò, ma la passione la aiuta molto in questo. Così come i riconoscimenti che le arrivano durante le numerose fiere, specialmente all’estero.

I lavori di Maria Voto

Mentre parliamo continua a lavorare. Sul telaio dell’800 sta realizzando un asciugamano che richiederà circa 5 giorni di lavoro, di cui la maggior parte delle ore saranno dedicate alla realizzazione del disegno. Ci mostra come il tessuto cambia in base all’ora del giorno in cui è realizzato; nelle prime ore del giorno, quando ha più energia ed è più riposata il risultato è molto più fitto! Ci spiega che per lei quella del telaio è una vera e propria disciplina, uno stile di vita, che ti cambia, fisicamente e non solo. E’ una lezione importante quella che si impara grazie ai lavori manuali; ti svuotano la mente e ti aiutano a convivere con le inevitabili imperfezioni.

Work in progress

Mentre Maria racconta la sua storia i nostri occhi corrono sulle realizzazioni già terminate, poste sulle mensole, sui tavoli, lungo le scale: cuscini ricamati, fazzoletti, tovaglie, borse, asciugami, il tutto lavorato e poi cucito a mano. Colori e tessuti unici, che racchiudono in sé tutta l’arte di Maria e il suo amore per i tessuti di una volta, dalla canapa al lino.

I materiali: la canapa

Il pomeriggio è volato via veloce e salutiamo Maria Voto con gli occhi pieni di meraviglia e il cuore leggero per tutto l’entusiasmo che è stata capace di trasmetterci. Ci lascia ricordandoci che non è mai troppo tardi per trovare ciò che davvero ci rende felici, anche a costo di andare controcorrente e di sembrare “strane”… e forse ha davvero ragione! 

Di ERIKA FRANCOLA

Beatrice Lento

#Metoo anche par le scienziate 

Sono ricercatrici in gamba, impegnate e brillanti, talenti d’eccellenza ma poi nei laboratori subiscono molestie e proposte fastidiose dai colleghi e capi maschi

Anche loro hanno detto basta e vogliono denunciare pubblicamente.

Negli States sono tanti i prof.  e gli scienziati sott’ accusa mentre in Italia il problema é ancora celato, c’é ancora reticenza ma qualcosa anche da noi incomincia a muoversi e una nuova consapevolezza spezza il muro della paura e della vergogna.

Il 20 e il 21 settembre scorsi si é tenuta all’Universitá di Pisa una due giorni in collaborazione con EPWS European Platform of Women Scientists, lanciata con l’hashtag  #WETooInScience  e tanta carne sul fuoco è stata posta.

In America le scienziate giá chiedono una linea forte mentre  in Italia siamo ancora all’inizio ma ce la faremo

Beatrice Lento

Roma: Leone d’oro 2018 a Cuarón

Bravo Alfonso Cuaròn col suo racconto di due madri abbandonate che si uniscono per far crescere i loro quattro figli.

Perché ha emozionato tutti?

” Perché parla di problemi universali : famiglia, fatica di vivere, conflitti sociali é…soprattutto esalta le Donne. Dagli anni 70 le dinne hanno conquistato ruoli importanti, rappresentano la colonna vertebrale della nostra societá” 

Sì perché Roma è sì il racconto di quel 1971 particolarmente impresso nella memoria familiare del regista, l’anno in cui il padre se ne andò di casa lasciando la madre e i figli, ma è anche l’anno che si ricorda nella storia messicana per il massacro del Corpus Christi, ovvero la violenta repressione, con molti morti, di una protesta studentesca da parte di un corpo d’élite dell’esercito messicano.

 

“Il film parla della cicatrice personale che è stata quell’epoca per la mia famiglia ma anche la cicatrice sociale nella coscienza del mio paese”, dice Cuaròn. Quasi tutti gli avvenimenti del film sono veramente accaduti al regista bambino, come quando ha rischiato di affogare in mare ed è stato salvato dalla tata o quando un incendio è esploso nella ‘hacienda’ dove era andato in vacanza. 

 

Il film è anche un omaggio alle donne con cui è cresciuto, la tata ma anche la nonna e la madre. “Se questo film è venuto bene è grazie a queste donne – dice riferendosi alle due formatrici di origine indigena prestate al cinema, ma anche all’attrice che interpreta sua madre, Marina de Tavira – sono state eroiche, hanno lavorato senza sceneggiatura spesso reagendo a cose che io dicevo di fare ai bambini, al resto del gruppo”.

Beatrice Lento

Irma é per sempre!

A 24 anni dalla sua fine terrena voglio ricordarla con un’emozione donatami dal racconto di una delle tante bambine accolte e cresciute nella Casa Della Carità della Marina di Tropea, oggi donne e madri amorevoli. 

Anna, una di quelle piccoline ormai cresciute, mi regala questo fremito del cuore in prossimità del 23 marzo, Fiera Dell’Annunziata, incontro rituale a Tropea con una miriade di bancarelle cariche di oggetti inutili ma divertenti, soprattutto per i bambini.

Alla vigilia della festa, la dolce Signorina, scendeva immancabilmente nelle stanze profumate di mare, ricche di creature gioiose grazie all’affetto dell’accoglienza, e a ognuna di loro dava un pò di denaro per gli acquisti dell’indomani :”Non voleva che ci sentissimo diverse dagli altri bambini” dice Anna con un sorriso che Le fa brillare gli occhi:  miracolo di Irma!

Beatrice Lento

Marina Abramovic: visitiamo “The Cleaner” a Firenze fino al 20 gennaio

The Cleaner, la vita di Marina Abramovic in mostra a Firenze.

Le tappe salienti della carriera dell’artista con una selezione dei suoi lavori più significativi nella splendida cornice di Palazzo Strozzi Tweet 20 SETTEMBRE 2018 Oltre 100 opere tra dipinti, video, installazioni e performance: “The Cleaner” è la prima grande retrospettiva italiana dedicata all’artista di origine serba Marina Abramovic, in mostra dal 21 settembre al 20 gennaio a Palazzo Strozzi a Firenze.

L’esposizione ripercorre le tappe salienti della sua carriera con una selezione dei suoi lavori più significativi e la riproposizione, effettuata da artisti selezionati per l’evento, delle performance che più l’hanno resa celebre in oltre cinquanta anni di carriera artistica. Le esibizioni, che impiegano attori e coreografi professionisti, verranno ripetute ogni giorno della durata della mostra.

Marina Abramovic esordisce giovanissima a Belgrado come pittrice. Dei suoi primi lavori sono esposte opere inedite come l’Autoritratto del 1965 e i dipinti delle serie Truck Accident (1963) e Clouds (1965-1970) in cui si ripetono ossessivamente violenti incidenti di camion e composizioni di nuvole. Il passo successivo, anche indissolubilmente legato all’incontro, professionale e amoroso, con l’artista tedesco Ulay, è lo studio sul corpo e le sue energie: nel percorso espositivo si trovano le rappresentazioni di celebri performance della coppia come Imponderabilia (1977), dove il pubblico è costretto a passare attraverso i corpi nudi dei due artisti per entrare in una stanza o azioni come Relation in Space (1976) e Light/Dark (1977) e in cui si sperimentano i complessi intrecci energetici tra i mondi femminile e maschile.

Negli anni ’80 Marina e Ulay intraprendono viaggi di ricerca e studiano le pratiche di meditazione in Australia, India e Thailandia. Ne nascono opere come Nightsea Crossing (1981-1987), in cui rimangono immobili l’uno di fronte all’altra per ore. Dalla fine della loro relazione sentimentale e professionale nel 1988 nasce la performance The Lovers: i due artisti si incontrano per dirsi addio a metà della Grande Muraglia cinese, dopo aver percorso a piedi 2500 chilometri ciascuno.

Negli anni Novanta il dramma della guerra in Bosnia ispira l’opera Balkan Baroque (1997), con cui Marina Abramovic vince il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia: in uno scantinato buio l’artista pulisce una ad una ossa di bovino raschiando via carne e cartilagine mentre intona canzoni della tradizione serba.

La mostra è stata presentata a Firenze dalla performer che, parlando del rapporto tra genere femminile e carriera artistica, ha detto che non è “difficile essere una donna artista: quello che importa è non aver paura di niente e di nessuno. Ma questo è il problema con le donne in generale. Ci sono sensi di colpa e timori che le ostacolano. Ma l’arte non può essere definita per generi: c’è solo arte buona e arte cattiva”.

Sull’impatto delle nuove tecnologie e dei social sulle avanguardie dell’arte ha osservato che “in sé non hanno nulla di male: il male sta nell’uso che ne viene fatto. Certo però – ha sorriso – che Instagram non è arte”. Infine una rivelazione: l’annuncio di una nuova performance nel 2020 alla Royal Academy”. – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/media/La-vita-di-Marina-Abramovic-in-mostra-a-Firenze-palazzo-strozzi-7929b14a-0c37-45cd-8ec5-ed704113acaf.html
Dal Web

Beatrice Lento

Silvia Marchesan

Professoressa di Chimica organica al dipartimento di Chimica farmaceutica dell’Università di Trieste, Silvia Marchesan è una dei due italiani selezionati da Nature tra gli 11 migliori scienziati emergenti al mondo che «stanno lasciando il segno nella scienza» (la classifica, intitolata significativamente Il mondo ai loro piedi» è stata redatta analizzando il database di tutte le riviste scientifiche che fanno capo alla testata ). Mamma di un bimbo di 4 anni, Oscar, laureata a Trieste nel 2004, Marchesan ha completato il dottorato in chimica a Edimburgo nel 2008, per poi continuare la ricerca all’estero a Londra, poi in Finlandia e Australia. È ritornata in Italia nel 2013, dove nel 2015 ha ottenuto fondi per il progetto SIR del MIUR che le hanno permesso di aprire un suo laboratorio all’Università di Trieste.Nel 2017 ha vinto la medaglia Vittorio Erspamer, nel 2018 è diventata professore associato in chimica organica e ha ottenuto l’abilitazione da professore ordinario. Le sue attività di ricerca si concentrano sulle superstrutture ottenute da piccoli componenti molecolari molto semplici in acqua per applicazioni che vanno dalla terapia per malattie neurodegenerative, a nuovi composti antimicrobici, a materiali intelligenti. La ricerca è multidisciplinare. Tra i prodotti più popolari ci sono gli idrogel nanostrutturati che sono dei semplici gel composti dal 99% di acqua e dall’1% di piccole molecole (peptidi) ordinate in nanostrutture, che conferiscono proprietà molto particolari.

Di Elena Tebano

Beatrice Lento

Amalia Bruni nella Giornata dell’Alzheimer

É una cascata di eventi che determina la malattia di Alzheimer. Li abbiamo individuati quasi tutti ma ancora non riusciamo a scrivere il lieto fine – ammette la neurologa – Un misterioso interruttore biologico  innesca la malattia. Ci sono voluti oltre 30 anni per risalire alle sue origini e 11 anni di studi affannosi di biologia molecolare per isolare il gene alterato».  Il “mostro”, l’AD3, (detto in seguito PS1) è stato catturato nel maggio del ’95: aveva la stessa mutazione nelle famiglie analizzate, dunque, un’ origine comune. Gli studi condotti dalla Bruni e dal suo team furono pubblicati su Nature.

La patologia, nella sua forma più diffusa,  riguarda 600mila persone e cresce con l’invecchiamento della popolazione. Lentamente e inesorabilmente, ti spogli delle tue facoltà, ti riduce a un vegetale. E se è tristissimo, quando questo accade più frequentemente, a 70-80 anni, è tragico quando, per un errore genetico, come nei miei pazienti, tutto ciò accade a 40 anni!

Abbiamo ricostruito un albero genealogico che, a partire dal 1600, racchiude oltre 34.000 soggetti sparsi nei secoli e per il mondo che fanno parte di una unica immensa famiglia. È in questa famiglia che si trasmette, senza risparmiare alcuna generazione, l’Alzheimer a esordio precoce, quello ereditario. Sono stati identificati almeno 147 malati e 21 trasmettitori obbligati che hanno presentato e presentano una stessa forma della malattia di Alzheimer e ovviamente una stessa causa. Il modo e la sequenzialità sono sempre uguali nel tempo e nello spazio. Chi è malato la trasmette alla metà dei figli. Non ha importanza essere nati a Boston e Parigi o a Lamezia. Non ha importanza essere vissuti prima o dopo la scoperta degli antibiotici. Uno studio che è  un patrimonio mondiale al quale hanno contribuito in modo decisivo i calabresi, sia gli scienziati  sia  le famiglie colpite  dalla malattia che spontaneamente si sono sottoposte alle indagini. E la ricerca continua: attualmente sono in corso di valutazione i dati riferiti a nuovi studi sulle forme genetiche, eseguite su soggetti a rischio dalla nascita.

Il dolore cronico a Nardodipace

Il metodo di studio della Bruni  è tornato utile anche per un’indagine sulla popolazione di Nardodipace (Vibo Valentia) condotta 5 anni fa. La neurologa ha affiancato l’endocrinologo Giovanni Cizza, del National Institutes of Health,  in una ricerca sulla fatica cronica, identificando le mutazioni del gene della proteina di trasporto del cortisolo associate ad un quadro clinico di dolore cronico. I risultati sono stati pubblicati  sul Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism. Una precedente indagine era stata condotta da un medico australiano su una famiglia originaria del posto, emigrata in Australia.

Rita Levi Montalcini a Lamezia

Perfino Rita Levi Montalcini, Premio Nobel per la medicina nel 1986, era accanto alla Bruni quando, prima della nascita del centro di neurogenetica, aprì a Lamezia Smid-Sud, Studio multicentrico italiano per la demenza organizzato dal neurologo toscano Luigi Amaducci.  Parteciparono i migliori scienziati. Avevamo finalmente un grande tavolo dove poter srotolare gli alberi genealogici. Un computer per poter calcolare direttamente i nostri dati, fino a quel momento inviati a Parigi per l’informatizzazione. Anche il sogno telematico dell’epoca, il fax, era ormai a portata di mano! Non avremmo più dovuto aspettare 15 giorni per una risposta, avremmo avuto colloquio in tempo reale con i collaboratori di svariate parti del mondo che stavano diventando numerosi». Un’esperienza durata pochi anni. La ricerca veniva messa in discussione, considerata un lusso superfluo, senza speranza. Ma era  quell’idea nuova  di coniugare la storia e la tecnologia americana, la rivisitazione scientifica dei caratteri dei calabresi,  di ricercare nella vita chiusa dei piccoli paesi,  nella prolificità, nell’ “aggregazione tribale” delle famiglie, che destava perplessità. Il progresso aveva inculcato  l’idea che per fare ricerca fossero necessari solo  attrezzature e macchinari». Da qui  è partito il  centro di Neurogenetica: un laboratorio in cui coinvolgere i calabresi, rendendoli  soggetti attivi, i promotori della ricerca.

La chiusura annunciata

La Regione Calabria, con la legge n.37 del 10.12.1996 ne ha sancito la costituzione. E  11 anni dopo, una legge regionale (n°9 dell’11.05.2007) ne determinava il finanziamento per 500mila euro annui. Ma di fatto, dal 2010 il commissariamento della Sanità regionale ha progressivamente definanziato la struttura. Il centro, conosciuto nel mondo per l’eccezionale  livello delle sue ricerche, quei soldi non li ha mai visti. Amalia Bruni amaramente ne ha annunciato la chiusura per mancanza di fondi.

Le prospettive in attesa che il centro di Neurogenetica diventi un Irccss

Ma in una recente riunione con  il delegato regionale alla Sanità Franco Pacenza  è stato stabilito che «per il 2018 saranno destinati al centro di Neurogenetica 200mila euro e assegnate alla struttura, con il coinvolgimento della Asp di Catanzaro, un neurologo e tre unità supplementari. L’obiettivo finale è trasformare  il centro regionale di Neurogenetica in una gemmazione degli Irccs, istituti di ricovero e cura a carattere scientifico». La Bruni per il momento sta a guardare. Ma non per molto. La comunità scientifica mondiale segue con apprensione l’evoluzione della situazione. E io non intendo buttare all’aria il lavoro di una vita. Un impegno eccezionale che ha coinvolto anche la mia vita personale, mio marito e i miei figli.  Qui corriamo il rischio di diventare un “visitificio”.  Invece serve fare ricerca.  Del resto, nonostante tutta la mia disillusione, ho ancora nella testa quell’idea romantica della mia gioventù: fare qualcosa per la mia terra, contribuire al cambiamento

Da Calabriacult

Beatrice Lento

La calabrese Rosella Postorino vince il Campiello

“Il mio corpo aveva assorbito il cibo del Führer, il cibo del Führer mi circolava nel sangue. Hitler era salvo. Io avevo di nuovo fame.” Fino a dove è lecito spingersi per sopravvivere? A cosa affidarsi, a chi, se il boccone che ti nutre potrebbe ucciderti, se colui che ha deciso di sacrificarti ti sta nello stesso tempo salvando?La prima volta che entra nella stanza in cui consumerà i prossimi pasti, Rosa Sauer è affamata. “Da anni avevamo fame e paura,” dice. Con lei ci sono altre nove donne di Gross-Partsch, un villaggio vicino alla Tana del Lupo, il quartier generale di Hitler nascosto nella foresta. È l’autunno del ’43, Rosa è appena arrivata da Berlino per sfuggire ai bombardamenti ed è ospite dei suoceri mentre Gregor, suo marito, combatte sul fronte russo. Quando le SS ordinano: “Mangiate”, davanti al piatto traboccante è la fame ad avere la meglio; subito dopo, però, prevale la paura: le assaggiatrici devono restare un’ora sotto osservazione, affinché le guardie si accertino che il cibo da servire al Führer non sia avvelenato.

Nell’ambiente chiuso della mensa forzata, fra le giovani donne s’intrecciano alleanze, amicizie e rivalità sotterranee. Per le altre Rosa è la straniera: le è difficile ottenere benevolenza, eppure si sorprende a cercarla. Specialmente con Elfriede, la ragazza che si mostra più ostile, la più carismatica. Poi, nella primavera del ’44, in caserma arriva il tenente Ziegler e instaura un clima di terrore. Mentre su tutti – come una sorta di divinità che non compare mai – incombe il Führer, fra Ziegler e Rosa si crea un legame inaudito.

Rosella Postorino non teme di addentrarsi nell’ambiguità delle pulsioni e delle relazioni umane, per chiedersi che cosa significhi essere, e rimanere, umani. Ispirandosi alla storia vera di Margot Wölk (assaggiatrice di Hitler nella caserma di Krausendorf), racconta la vicenda eccezionale di una donna in trappola, fragile di fronte alla violenza della Storia, forte dei desideri della giovinezza. Come lei, i lettori si trovano in bilico sul crinale della collusione con il Male, della colpa accidentale, protratta per l’istinto – spesso antieroico – di sopravvivere. Di sentirsi, nonostante tutto, ancora vivi.

Dal web 

Beatrice Lento

Marguerite Yourcenar

Marguerite Yourcenar, pseudonimo di Marguerite Cleenewerck de Crayencour (Bruxelles, 8 giugno 1903 – Mount Desert, 17 dicembre 1987), è stata una scrittrice francese. È stata la prima donna eletta alla Académie française. Nei suoi libri sono frequenti i temi esistenziali, in particolare quello della morte.
„Quando si saranno alleviate sempre più le schiavitù inutili, si saranno scongiurate le sventure non necessarie, resterà sempre, per tenere in esercizio le virtù eroiche dell’uomo, la lunga serie dei mali veri e propri: la morte, la vecchiaia, le malattie inguaribili, l’amore non corrisposto, l’amicizia respinta o tradita, la mediocrità d’una vita meno vasta dei nostri progetti e più opaca dei nostri sogni: tutte le sciagure provocate dalla natura divina delle cose“

Beatrice Lento