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Umbertina

Una storia al femminile che ora é possibile leggere anche in versione italiana.

L’autrice é Helen Barolini, nata vicino New York, di origini calabresi grazie alla nonna materna che era di Castagna di Cicala in provincia di Catanzaro.

Attraverso le vite di tre donne di una stessa famiglia, nel romanzo si ricostruisce la storia delle donne italoamericane dal 1860 al 1975 circa. Il romanzo si apre con le vicende di Umbertina, la donna che dà il titolo al romanzo: partita da Castagna, un borgo poverissimo della Calabria, emigrerà negli Stati Uniti dove, grazie alle sue doti, riuscirà a ottenere il benessere per sé e per i propri familiari. La nipote, Marguerite (19271973), tornerà in Italia, e morirà in un incidente stradale. Tina, figlia di Marguerite, nata nel 1950 concluderà il viaggio intrapreso dalla nonna calabrese cento anni prima e sposerà un ricco borghese americano.

Un bel romanzo che racconta l’emigrazione con gli occhi delle donne e senza alcuna retorica

Molto spesso é una donna

Virginia Woolf
«Mi azzardo a immaginare che quell’Anonimo, che ha scritto così tante poesie senza firmarle, molto spesso fosse una donna» 

Domestic Violence

L’abuso psicologico ed emotivo all’interno della coppia è stato riconosciuto come crimine in Irlanda. Entrato in vigore il 1° gennaio, il Domestic Violence Act 2018 e fornisce protezione alle vittime di “controllo coercitivo“, un tipo di abuso emotivo e psicologico che cerca di spogliare l’autostima e la capacità di agire della persona. Il ministro della Giustizia Charlie Flanagan ha spiegato che la nuova legge “riconosce che l’effetto del controllo non violento in una relazione intima può essere altrettanto dannoso per le vittime quanto l’abuso fisico, perché è un abuso di fiducia”. Ora, gli abusanti rischiano fino a 5 anni di prigione. “Questa nuova disposizione”, ha concluso il ministro, “invia un messaggio chiaro: la società non tollererà più la terribile violazione della fiducia commessa da un partner contro un altro”.

La nuova legge irlandese prevede anche altre misure per combattere la violenza di genere: dalla criminalizzazione dei matrimoni forzati all’abrogazione della legislazione che in precedenza consentiva alle coppie minorenni di sposarsi. Ha introdotto anche la possibilità per le vittime di abusi domestici di richiedere protezione dai famigliari violenti.

La ricerca realizzata nel 2014 dall’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali sulla violenza contro le donne mostra che quasi un terzo delle donne irlandesi (31%) ha segnalato un abuso psicologico da parte di un partner. Un altro 23% ha dichiarato di aver avuto un comportamento di controllo, il 24% ha affermato di essere stato abusivo e il 12% ha dichiarato di essere stato oggetto di molestie (inclusa la sorveglianza su Internet).

Marija Bockareva

Tra gli episodi dimenticati della Prima Guerra mondiale, la storia di Marija Bočkareva è una tra le più singolari. Di origine contadina, si arruola all´età di 25 anni nell´esercito russo, dopo aver chiesto e ottenuto l’autorizzazione ufficiale di Nicola II, e sin dallo scoppio del conflitto fornisce un apporto fondamentale alle fortune del suo reggimento. Guardata con diffidenza e molestata durante i primi mesi del suo servizio, riesce a conquistare sul campo la stima dei suoi commilitoni, battendosi con coraggio senza pari a fianco degli uomini, come gli uomini. Ma non è tutto. Nel 1917, Marija, ormai promossa sergente, riceve dal governo Kerenskij l´invito a formare un battaglione formato da sole donne. Il morale dell´esercito russo è basso, iniziano le prime diserzioni, e la formazione di un battaglione femminile avrebbe dovuto servire,almeno nelle intenzioni del governo provvisorio, da esempio all´esercito. E così, Marija, da tutti ormai conosciuta con il nome di battaglia di Jaska, lancia un appello a cui rispondono più di duemila volontarie. Il “Battaglione femminile della morte”, che porterà sul fronte 300 soldatesse, combatterà regolarmente, scontrandosi con i soldati tedeschi nel luglio del 1917. Le donne di questo singolare battaglione, non sono, però, le uniche a difendere la Patria in guerra e, dopo la rivoluzione del febbraio 1917, a Pietrogrado si moltiplicano le associazioni femminili a sostegno del conflitto. Il governo premia il loro ardore patriottico, varando una serie di misure, che pongono la Russia all´avanguardia in materia di diritti di genere: parità di salari, libero accesso a tutti i ruoli dell’amministrazione pubblica, diritto di voto e divorzio civile. Non è poco per un paese da sempre considerato tra i più arretrati d´Europa, tenendo conto soprattutto delle difficoltà e del tempo che dovette passare per ottenere gli stessi diritti in molti paesi dell´Europa occidentale. Non vi è dubbio, quindi, che per le donne russe la guerra rappresentò un’eccezionale occasione di emancipazione. E non è certamente un caso, nel 1918, la presenza a San Pietroburgo di Emmeline Pankhurst, una delle più accese femministe europee, che assiste alla sfilata del “Battaglione della morte” e descrive la comandante come “la donna più importante del XX secolo”.
Il caso di Marija Bočkareva è, però, solo il più noto. Il ruolo attivo delle donne russe nell’esercito negli anni dal 1914 al 1917 raggiunse un numero considerevole, che va dalle 700 alle 800 unità. Le loro storie sono state per decenni dimenticate e solo il centenario della prima guerra mondiale ne ha riportato a galla l’esistenza. Nominarle tutte in un breve articolo è impossibile, ma la documentazione a disposizione degli storici narra di donne di tutte le età ed estrazione sociale. Alcune di loro nascosero il loro sesso per il timore di non essere accettate, altre si arruolarono regolarmente. Tra queste: Olga Jehlweiser, di origine lituana, che aveva già partecipato come soldatessa alla guerra russo giapponese nel 1904-1905; Maria Selivanova, che a diciassette anni fuggì dal collegio femminile in cui studiava per arruolarsi con il nome di Stepan; la ventitreenne Ekaterina Linevska, che assunse il nome di Ivan Solovev; il colonnello Margarita Kokovceva, comandante del sesto reggimento degli Urali; la nobile georgiana Kati Dadeshkeliani, e moltissime altre. Il loro impegno non si esaurì nella partecipazione attiva alla guerra, molte di loro si schierarono a difesa del Palazzo d´inverno per impedire la presa del potere dei bolscevichi. Altre si arruolarono più tardi nelle armate bianche contro il nuovo governo sovietico.

Dare una spiegazione a questo fenomeno, di per sé eccezionale se si pensa a quanto avviene negli eserciti dell´Europa occidentale dove alle donne vengono al massimo riservati i ruoli di infermiere e centraliste (tra le pochissime storie di soldatesse conosciute vi è quella di Victorija Savs, arruolatasi tra le file dell´esercito austriaco, nascondendo il proprio sesso), è abbastanza complesso, ma l´origine, come hanno messo in evidenza le studiose americane Vera Dunham e Laura Engelstein, risiede probabilmente nella cultura contadina russa, che vede le donne impegnate da sempre accanto agli uomini nei lavori più duri. Una tradizione molto lontana da quella occidentale che considera la donna come un essere debole, da proteggere e teme la promiscuità, come elemento perturbatore dell´ordine sociale.
La storia delle soldatesse russe mette in crisi molti luoghi comuni e le teorie di quanti ritengono che il pacifismo, la non violenza costituiscano i tratti fondanti della differenza di genere femminile, mentre la guerra e la competizione siano caratteristiche prettamente maschili.
L´avventura di Marija Bočkareva, fu trascritta nel 1918, dal giornalista Don Levine, negli Stati Uniti, dove la donna si era recata per raccogliere i fondi necessari a organizzare le armate bianche contro i bolscevichi ed è disponibile in italiano con il titolo “Yashka. Una donna combattente nella prima guerra mondiale”(Il glifo, 2012), con un´introduzione di di Stéphane Audoin–Rouzeau e Nicolas Werth, quella delle altre soldatesse deve essere ancora scritta.

Paola Cioni

Non tornare …

A volte, ad una donna che confida le violenze subite dal marito o compagno si dice

” Torna a casa , pensa ai figli, fai la pace…”

Attenti consiglieri di conciliazione: ci sono donne che hanno seguito questa indicazione misericordiosa, sono tornate a casa e ne sono uscite vittime.

La nostra ultima prima cena

“La nostra ultima prima cena”

Una performance teatrale straordinaria!

Un monologo esilarante che ha affrontato il tema della violenza sulla donna e della subcultura maschilista in maniera esclusiva e avvincente.

Un’altalena di emozioni tra un susseguirsi di coinvolgenti e stravolgenti colpi di scena.

Il mio plauso alla bravissima presidente di LaboArt e Amica mia carissima Maria Grazia Teramo, al Suo braccio destro Francesco Carchidi, a tutti i componenti l’Associazione e, ovviamente, al super bravo attore, di cui non conosco il nome, che ho ammirato per l’intensità dell’interpretazione che è arrivata al cuore degli spettatori, ne sono certa.

Bellissima notte al Santa Chiara, freddissima ma caldissima d’emozioni.

Un muro di civiltà in Kerala

Milioni di donne indiane hanno formato una catena umana lunga 620 chilometri nello Stato del Kerala, “a sostegno dell’uguaglianza di genere”. La manifestazione è stata organizzata per sostenere la sentenza che ha cancellato il divieto di accesso alle donne in età mestruale al tempio indù Sabarimala.

Alla decisione del giudice si sono opposti i religiosi integralisti che hanno inscenato violente proteste. Secondo quanto riferisce l’agenzia Press Trust of India, al ‘muro’ di donne, appoggiato dal locale governo comunista, hanno partecipato anche dipendenti statali e studenti, cui le scuole e università hanno dato il permesso di assentarsi.

Sos KORAI e LaboArt presentano RosVita

Al via il Laboratorio Teatrale RosVita.

Iscriviti gratuitamente e vivrai un’esperienza esclusiva.

Anna Kamienska

Signore ridona alle cose il loro splendore perduto
rivesti il mare della sua magnificenza consueta
e torna a coprire i boschi di vari colori
togli la cenere dagli occhi
lava via l’amarezza delle lingue
fai cadere acqua pura che si mescoli alle lacrime
lascia che i nostri morti dormano nel verde
che la nostra pena ostinata non riesca a imbrigliare il tempo
e che il cuore dei vivi fiorisca d’amore.

Le Magare


Le
 magare di San Fili, lasciatemelo dire, sono diverse.

In che senso le magare di San Fili sono diverse?

Per rispondere a tale domanda bisognerà dire, ovviamente riferendoci alla terminologia classica (dialetto cosentino – sanfilese) chi è o cosa è una magara

Non biasimo gli ignoranti (perché di ignoranti, ossia di persone che non conoscono il significato del termine o del fatto, si tratta) che non sanno cosa si celi dietro la parola magara… dopotutto la parola magara è un termine legato al dialetto dei nostri anziani ed il dialetto dei nostri anziani, lo sappiamo benissimo, è una lingua tutt’altro che viva e vegeta.

Il dialetto sanfilese (cosentino?) proprio perché una lingua a rischio d’estinzione… non può più definirsi neanche dialetto. Il dialetto infatti è il linguaggio proprio di una determinata regione o città, contrapposto alla lingua nazionale, e quindi una lingua più viva, è il caso di dire, di quella ufficialmente riconosciuta.

La magara, se cerchiamo su internet o su un qualsiasi dizionario del (defunto) dialetto cosentino, viene segnalata come sinonimo di strega… e forse in altre zone ed in altri tempi di strega (nel significato dispregiativo del termine) veramente si trattava.

Ma le magare di San Fili, lasciatemelo dire per l’ennesima volta, sono diverse… e sicuramente non sono streghe nel vero senso della parola.

E allora chi o cosa sono le magare? … sempre navigando su internet mi sono imbattuto in un post che spiegava chi sono le mavare termine con cui si indicano in Sicilia (siamo, guarda caso, comunque nel Regno delle Due Sicilie) una sorte di streghe.

Strano a dirsi, in tale post ho letto esattamente cosa avrei voluto scrivere io nel cercare di spiegare chi sono o cosa sono le magare di San Fili almeno nell’immaginario che mi sono creato fin da quando ho emanato i miei primi vagiti.

«La “mavara” è, secondo la voce popolare, una conoscitrice di antichi segreti di magia, ella sa utilizzare le preziose virtù delle piante per guarire ma anche per avvelenare, sa preparare una fattura ma sa anche scioglierla, sa ridare l’amore perduto e farlo perdere a chi ce l’ha già, etc.

Molte giovani fanciulle ricorrono alle arti di questa maliarda e ciò che le chiedono è sempre la stessa cosa. suscitare l’interesse di un uomo in particolare per legarlo a sé, oppure far tornare un amante che se n’è andato… (non è il caso che io scriva come fa… è un po’ forte…)».
Tale post, ci dice l’autrice, è prelevato dal libro “Messinarcana” di Giandomenico Ruta.

Ed è proprio così, le magare di San Fili (mavare in Sicilia) sono sì le naturali depositarie della conoscenza di antichi misteri (ovvero di parte ciò che siamo abituati, per ignoranza in materia, a considerare delle arti magiche) ma non per questo possono essere considerate dei soggetti buoni solo da mandare al rogo in quanto servitori (servitrici) del male.

… e purtroppo di magare sul rogo, grazie alla Santa Inquisizione, ne sono finite tantissime.

Le magare (sarebbe bello sapere da cosa deriva questo termine) sono un po’ indovine, un po’ psicologhe, un po’ erboriste (arte tipica delle streghe durante il periodo che le ha viste vittime di una inconcepibile persecuzione), un po’ fattucchiere (che fanno la fattura o tolgono la stessa), un po’ zingare, un po’ druide, un po’ sacerdotesse della greca Ecate, un po’… sante e un po’ demonie.

Spesso, nel modo di esprimersi del popolo sanfilese (quello vero) non raramente abbiamo sentito qualificare qualche ragazza alquanto vispa (sveglia, eccessivamente intelligente e furba) con il termine “è na bella magareddra” in senso ovviamente più che positivo.

Nei secoli che ci siamo appena lasciati alle spalle (XIX e XX) contrapposto al femminile “magareddra” (donna appunto intelligente e furba) c’era il maschile “brigante, brigantieddru” (a qualificare il ragazzo intelligente e furbo).

Le magare di San Fili erano (qualcuno dice che lo sono tuttora) regolarmente interpellate per problemi di cuore e di salute: “ppe ru carmu” (tipico quello dei “cattivi”, ovvero dei vermi intestinali), per indovinare il futuro e “ppe ru for’affascinu” (in particolare per togliere il malocchio).
Di Pietro Per

… /pace ma… “si vis pacem para bellum”!