Plautilla Bricci, l’architettrice

Plautilla Bricci, l’architettrice

di Laura Ricci

Nata nel 1616 e morta intorno al 1700, Plautilla è figlia di Giovanni Bricci, disegnatore e pittore di non eccelsa qualità ma buon conoscitore degli ambienti artistici, brillante commediografo e arguto pamphlettista molto amato dal popolo e da una certa aristocrazia, uomo di grande curiosità culturale e di saperi piuttosto universali che radunava in una vasta biblioteca, cosa non comune per una persona di ceto popolare. Di carattere originale e libero, Bricci educa la figlia alla pittura e, quel che più importa, a perseguire le personali ambizioni, e la introduce in ambiente artistico. Siamo nella Roma seicentesca di Bernini, Pietro da Cortona, Giovanni Romanelli, Salvator Rosa, Borromini, che comprendeva anche una vasta corte di artisti minori, tra cui in un primo momento sembra situarsi Plautilla.

La grande svolta, per lei, avviene grazie all’incontro con l’abate Elpidio Benedetti. Entrambi nati in un ambiente più modesto di quello che aspirano a frequentare, entrambi ambiziosi e sia pure in modo diverso alla ricerca di un’ascesa, Elpidio e Plautilla si completano e si sostengono, tra presenze e assenze, per una vita intera: io potevo dare qualcosa a lui – pensa Plautilla quando se lo trova di fronte, come in una premonizione, tra i calcinacci della rimozione dello sfortunato campanile del Bernini in San Pietro – lui poteva dare qualcosa a me. Fu, la loro, una strana e finora mai narrata storia d’amore: quella di un sentimento complesso e insolito che, seppure per qualche tempo trovò coronamento anche nel sesso, si esplica soprattutto nell’intima reciproca conoscenza di virtù e miserie – più di miserie che di virtù nel caso di Elpidio – nel gioco complice dell’ironia e dell’intelligenza, nell’amicizia profonda che diventa ardita progettualità condivisa. Un sentimento che Mazzucco esplora con grandi capacità psicologiche e narrative.

Lui rinunciò a sé e a un amore dichiarato e aperto per servire senza riserve il cardinale Giulio Mazzarino, di cui diventò agente in Italia, lei per servire l’arte, l’architettura e soprattutto la sua autonomia: Elpidio non poteva essere, dice a sé stessa quando già matura accetta l’incarico di pittrice di casa Benedetti, sia il suo amante che il suo datore di lavoro. Ma entrambi fiorirono e si espansero, con grande e bizzarra libertà, nella realizzazione della magnifica villa sul Gianicolo nei pressi di Porta San Pancrazio, che l’abate poté permettersi quando, morto Mazzarino, divenne addirittura agente diretto del Re di Francia Luigi XIV. Villa Benedetta la chiamarono – la loro ideale figlia – pur se da subito fu denominata “il Vascello” per la forma di veliero: prua verso il Vaticano, affaccio sulla più spettacolare veduta di Roma. Originale e fantasticamente ornata, delicata e bizzarra come Elpidio considerava la mente dei virtuosi e della stessa Plautilla.

Così bizzarra, l’architettrice, da non eseguire mai, nonostante avesse acquisito fama e stabilità, un suo autoritratto da gentildonna. Si ritrasse invece, ormai settantenne, con i capelli bianchi e i panni umili della levatrice di San Giovanni nello stendardo processionale dipinto nel 1775 per l’omonima confraternita, ancora oggi nella chiesa di San Giovanni a Poggio Mirteto.

Plautilla volle essere unica, qualche pittrice esisteva già e non le bastò, non si contentò di affidare il suo nome a un’arte pittorica pregevole ma che non poteva competere con i grandi maestri che operavano a Roma. Più stabile e duratura e ricca di possibilità la progettazione e la pietra, si disse, e dunque studiò e sperimentò con pazienza per costruire opere murarie e diventare architettrice, la prima della storia le risultava. Creò il Vascello, volle che Elpidio le facesse affidare la cappella da lei realizzata in San Luigi dei Francesi (la terza a sinistra), progettò case dignitose per persone di ceto popolare in Trastevere, in un terreno di Benedetti a Ripa Grande. Ma proprio Elpidio, che le aveva offerto la possibilità di esercitare il suo genio delicato e bizzarro, fu il primo a oscurare il suo nome, in una guida alla visita della villa che scrisse con lo pseudonimo di Matteo Mayer, facendola diventare assistente del fratello Basilio Bricci e non viceversa come nella realtà era stato. “Il mondo non è pronto per accettare che un donna costruisca la casa per un uomo – le aveva detto – Una cappella sì. È l’anima […]. La casa è il corpo. […] È una cosa troppo intima per condividerla”. Lei aveva compreso, ma non aveva perdonato, perché sempre il suo lavoro e la sua autonomia contarono più di ogni illusione d’amore.

 

Beatrice Lento
Beatrice Lento

Laureata in Psicologia Clinica, Tropeana per nascita e vissuti, Milaniana convinta, ha diretto con passione, fino all'Agosto 2017, l’Istituto Superiore di Tropea. I suoi interessi prevalenti riguardano: psicodinamica, dimensione donna, giornalismo, intercultura, pari opportunità, disagio giovanile, cultura della legalità, bisogni educativi speciali.

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