SREBRENICA 31 dopo
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PERCHÉ IL DOLORE NON SIA L’ULTIMA PAROLA: SREBRENICA COSCIENZA DELL’UMANITÀ!
Ci sono serate che non si limitano a commemorare una tragedia ma interrogano le coscienze. È quanto è accaduto l’11 Luglio a Palazzo Santa Chiara, dove Tropea ha celebrato la Giornata Internazionale dedicata al Genocidio di Srebrenica, un momento di profonda partecipazione civile che ha trasformato la memoria in responsabilità e il ricordo in un impegno concreto per la pace.
Promossa da Alexandra ETS, sos KORAI ODV e dal Club per l’UNESCO di Tropea, con il patrocinio del Comune di Tropea, della Provincia di Vibo Valentia, della Pro Loco di Tropea e della Consulta delle Associazioni, l’iniziativa ha riunito cittadini, rappresentanti delle istituzioni e del mondo della cultura attorno a una domanda che riguarda ogni essere umano: come impedire che ciò che è accaduto possa avvenire ancora? Ad aprire e moderare l’incontro è stato l’Avv. Emanuele Giudice, Presidente di Alexandra ETS, che ha accompagnato il pubblico lungo un percorso di riflessione in cui i contributi di Joshua Evangelista, giornalista e responsabile della comunicazione di Gariwo, e di Beatrice Lento, psicologa e presidente di sos KORAI ODV, si sono fusi in un’unica voce, capace di intrecciare storia, psicologia, etica e diritti umani in una narrazione corale.
A oltre trent’anni dal genocidio di Srebrenica, non si è voluto soltanto ricordare il luglio del 1995, quando oltre ottomila uomini e ragazzi bosniaci musulmani furono assassinati, migliaia di civili deportati e innumerevoli donne sottoposte a stupri sistematici utilizzati come deliberata arma di guerra. Si è voluto comprendere come l’essere umano possa arrivare a negare l’umanità dell’altro perché il genocidio non nasce mai all’improvviso. Non inizia con i massacri ma molto prima. Comincia quando si divide il mondo in “noi” e “loro”. Quando la differenza diventa motivo di sospetto. Quando la discriminazione si trasforma in normalità. Quando il linguaggio priva l’altro della sua dignità e il vicino di casa diventa improvvisamente un nemico.
È in questo lento e impercettibile processo che prende forma ciò che Hannah Arendt definì la banalità del male. Una delle riflessioni più profonde emerse nel corso della serata. Il male non sempre assume il volto del mostro, molto più spesso indossa quello della normalità e cresce nell’obbedienza cieca, nell’incapacità di interrogarsi, nella rinuncia a riconoscere nell’altro una persona. Proprio per questo la memoria diventa uno strumento di prevenzione.
Ricordare Srebrenica significa imparare a riconoscere i primi segnali dell’odio perché ogni genocidio attraversa tappe riconoscibili: la classificazione delle persone, la discriminazione, la disumanizzazione, la propaganda, la persecuzione e nessuna società puó dirsi immune.
Tra le pagine più dolorose di quella tragedia, la riflessione si è soffermata sul corpo delle donne, trasformato dalla guerra in territorio politico. Lo stupro non fu un effetto collaterale del conflitto fu una strategia militare. Un’arma utilizzata per distruggere l’identità di un popolo e spezzarne il futuro. Il corpo femminile divenne il luogo sul quale esercitare il potere assoluto della violenza. Eppure, proprio da quei corpi feriti è nata una delle più straordinarie forme di resistenza che la storia contemporanea conosca. Non una resistenza armata ma una resistenza morale. Donne che hanno trovato la forza di testimoniare. Madri che hanno trasformato il lutto in impegno. Figli nati dalla violenza che hanno rifiutato di lasciare che fosse l’odio a definire la propria identità. Associazioni che continuano a opporsi al negazionismo e alla glorificazione dei criminali di guerra, chiedendo soltanto ciò che rende possibile ogni autentica riconciliazione: verità, giustizia e memoria. In queste storie il dolore smette di essere soltanto una ferita e diventa responsabilità e speranza.
Tra i segni più intensi della serata, il Fiore di Srebrenica ha parlato con la forza silenziosa dei simboli. Nato dalle mani delle donne sopravvissute al genocidio, quel piccolo fiore racchiude un’intera storia. Undici petali ricordano l’11 luglio 1995, il bianco custodisce il lutto per l’innocenza delle oltre ottomila vittime, il cuore verde racconta la speranza: quella che la verità continui a vivere, che la giustizia non venga soffocata dal negazionismo e che la memoria continui a generare pace. Il fiore invita a non restare prigionieri del passato.
Nel corso della serata è emerso con forza anche un altro messaggio fondamentale: la guerra non termina quando tacciono le armi. Continua nei corpi delle donne che l’hanno attraversata e nei figli nati dalla violenza e nelle coscienze. Ma proprio lì, dove la violenza tenta di imporre vergogna e paura c’è chi sceglie di interrompere la trasmissione dell’odio. Non cancellando il trauma ma trasformandolo in parola per un’autentica politica di pace che non dimentica ma decide che il male non avrà l’ultima parola.
La riflessione si è allargata ai territori della Bosnia ed Erzegovina, ricordando come per secoli popoli, culture e religioni diverse abbiano convissuto nello stesso spazio, dimostrando che la diversità non rappresenta una minaccia ma una ricchezza. Quando però la politica alimenta la paura, quando il linguaggio costruisce nemici e quando la propaganda sostituisce il dialogo, anche le società più ricche di pluralismo possono precipitare nell’abisso. È una lezione che riguarda tutti. Non soltanto i Balcani. Non soltanto l’Europa ma ogni comunità che desideri costruire il proprio futuro sulla dignità della persona e sul rispetto dei diritti umani.
Molto toccanti sono state anche le testimonianze di tre autorevoli personalità impegnate nella difesa dei diritti umani e della pace. Maud de Boer-Buquicchio, già Vice Segretaria Generale del Consiglio d’Europa, già Relatrice Speciale delle Nazioni Unite e oggi membro della Commissione Pontificia per la Tutela dei Minori, oltre che cittadina onoraria di Tropea, Leda García Pagán, Ministra per i Diritti Umani del Governo dell’Honduras e Francesco Femia, cofondatore del Council on Strategic Risks di Washington. I loro vissuti hanno confermato come la difesa dei diritti umani non conosca confini geografici e come la memoria di Srebrenica appartenga ormai alla coscienza dell’intera comunità internazionale.
A suggellare la serata è stata l’emozionante interpretazione del Maestro Emilio Aversano, pianista di fama mondiale, che con la Sonata op. 31 n. 2 “La Tempesta” di Ludwig van Beethoven ha affidato alla musica ciò che, talvolta, le parole non riescono più a esprimere. Le note hanno attraversato la sala come una preghiera laica, hanno custodito il dolore e lasciato spazio alla speranza.
La commemorazione si è conclusa con grande successo di pubblico nonostante l’afa di questo torrido luglio e il suo messaggio vuole continuare. Continua ogni volta che scegliamo di non essere indifferenti, ogni volta che rifiutiamo il linguaggio dell’odio, ogni volta che riconosciamo nell’altro un essere umano prima ancora della sua appartenenza, della sua religione, della sua cultura o della sua storia.
La memoria non è un esercizio rivolto al passato è una responsabilità del presente. Serve a riconoscere i primi segni dell’intolleranza quando ancora sembrano innocui. Serve a impedire che il pregiudizio diventi discriminazione. Serve soprattutto a educare. Per questo, nel corso della serata, è emersa con forza una convinzione condivisa: il futuro appartiene alle nuove generazioni. Sono i giovani il luogo in cui la memoria può diventare cultura, dialogo e pace. A loro spetta il compito di attraversare i muri che dividono, di disarmare i pregiudizi, di custodire la verità senza trasformarla in rancore. Perché ricordare non significa alimentare l’odio ma impedirgli di trovare ancora una casa. Tropea, ieri sera, ha scelto di fare proprio questo e i giovani e giovanissimi presenti all’incontro hanno lasciato nei cuori la gioia della speranza e la fiducia nell’oggi e nel domani.
In un tempo in cui guerre, conflitti e nuove forme di disumanizzazione continuano a ferire il mondo, la commemorazione di Srebrenica assume un significato cogente. E forse il messaggio più profondo lasciato dalla serata è racchiuso proprio nel piccolo Fiore di Srebrenica: undici petali bianchi, un cuore verde. Un simbolo nato dalle mani di donne che la guerra aveva tentato di annientare e che, invece, hanno scelto di continuare a vivere, a testimoniare e ad amare. Quel fiore non parla soltanto delle vittime. Parla di ciascuno di noi e ci ricorda che la speranza non nasce quando il dolore finisce, nasce quando qualcuno decide che quel dolore non avrà l’ultima parola.
Tropea 12 Luglio 2026
Dott.ssa Beatrice Lento
Presidente di sos KORAI ODV