Ricordando Mamma Chicca
Ricordando Mamma Chicca che la ripeteva sempre nel giorno dedicato all’Assunta.
Abbasciu alla Marina di Trupea
subba a na grutta
c’è na cresiola
cu La Vergini Santa Maria
a cu nci cerca grazi
nci ndi duna
e io Madonna mea
Vi ndi cercu una
l’anima netta
e u cori chi Vi ama.
La Lady Virago
Così la chiamavano per la sua aria maestosa e per il suo caratterino.
Bella,ricca ed eccentrica girava con immensi cappelli gremiti di fiori.
Teneva molto a esibire la sua indipendenza sessuale con conquiste tra i due sessi, travolgente l’amore per Modigliani con litigi clamorosi.
La sua tormentata vita finì nel suicidio col gas in compagnia del suo topolino bianco. La sua ultima compagna, una giovane pittrice di talento, detta Noce di Cocco, si suicidò il giorno dopo la sua morte.
Era una giornalista inglese e si chiamava Beatrice Hastings, Modì la ritrasse, donandola così ai posteri, in 14 capolavori.
Ecco la sua biografia!
Nata a Londra e cresciuta in Sudafrica, si trasferì a Parigi poco prima dello scoppio della Prima guerra mondiale, dove cominciò la propria attività letteraria come corrispondente del quotidiano britannico The New Age, per il quale scriveva critiche artistiche usando vari pseudonimi. Ben presto divenne una figura di primo piano nei circoli bohèmien della capitale francese, grazie soprattutto all’amicizia che la legava a Max Jacob.
Fu a quanto pare quest’ultimo (o forse fu Ossip Zadkine), che nel 1914 le presentò Modigliani, col quale Beatrice iniziò una controversa relazione destinata a durare due anni. In quel periodo, i due convissero in un appartamento di Montparnasse, ed ella posò per numerosi suoi dipinti e disegni. Il loro rapporto era caratterizzato da intensa passione, ma anche da scenate furibonde di gelosia, soprattutto nei locali pubblici. E fu proprio in seguito all’ennesimo litigio che la relazione fra i due s’interruppe nel 1916. I giudizi dei conoscenti a proposito dell’influsso che ella ebbe sull’artista sono discordanti: secondo alcuni lo incitò a bere e a drogarsi, secondo altri, invece, tentò di curarlo dai vizi.
Dopo la guerra Beatrice tornò in Inghilterra, dove continuò la sua attività giornalistica e acquistò una certa celebrità nei circoli letterari anche per via delle relazioni (era dichiaratamente bisessuale) col suo editore A. R. Orage e la scrittrice Katherine Mansfield. Il rapporto con Orage finì burrascosamente nel 1936; la scrittrice pubblicò poi un libello diffamatorio nei riguardi dell’editore e della rivista The New Age, che provocò un grande scandalo e polemiche a non finire.
Malata probabilmente di cancro, Beatrice Hastings si suicidò in casa sua nel 1943 col gas della cucina.
Le gelsominaie di Calabria
Ottomila gemme bianche, raccolte delicatamente per non sciuparle, e deposte con cautela nel sacco di lino o nella cesta di junco. Da mezzanotte a giorno fatto, i gelsomini erano timidi vampiri che si richiudevano nelle loro bare profumate per sfuggire a un sole, per loro, mortale.
Ottomila fiori ci volevano per fare un chilo, e le donne, le campionesse, ne contavano fino a quarantamila per notte, per riportarsi a casa quelle poche lire buone a riempire le pance dei propri figli. Chi non le ha odorate quelle albe dense di ritorni profumati, non lo sa quanto eroismo ci sia stato nelle madri calabresi.
Chi non li ha visti i trucchi, buoni a trasformare qualche cucchiaio di triste concentrato di pomodoro in sontuose e invitanti pastasciutte, non lo ha mai assaggiato il coraggio magico delle madri calabresi.
Chi non c’è mai stato nella pancia del popolo calabrese, non può saperlo che ci abbiamo provato a essere migliori. E nessuno lo sa che nelle lotte più belle ci sono sempre state le nostre donne in prima fila. E anche se si è perso, senza di loro la deriva sarebbe stata totale. Che, se ancora una speranza c’è, lo si deve alla forza morale delle nostre madri, che anche durante le tempeste più buie hanno fatto di tutto per indirizzarci alla luce. Ci portavano a letto con ninna nanne e favole, figlie dei meravigliosi cunti aspromontani, contavano quarantamila fiori, e al mattino tornavano a cuntarci favole con quel po’ d’orzo o di latte che con la loro fatica riempiva le tazze. Nascondevano il sudore sotto il profumo del gelsomino e dopo dodici ore di lavoro, sorridenti, si mettevano a pulire e cucinare. Ecco, state attenti a parlare di bambini calabresi, se non conoscete la storia delle loro madri. E non date colpe alle madri calabresi, a volte i figli vengono sbagliati, nonostante il profumo del gelsomino.
Gioacchino Ciriaco
La vita passa in fretta
A dirlo è Lei, Lina, oggi 14 agosto giorno del suo Natale, aggiungendo che é facile sprecarla, e che é una finestra aperta che bisogna usare bene.
Nata a Roma il 18 agosto del 1928 da un avvocato lucano di lontane origini svizzere e da madre romana, ha conservato a lungo un legame intimo con la terra d’origine (il paesino di Palazzo San Gervasio in provincia di Potenza) che avrebbe raccontato con affettuoso occhio satirico nel suo film d’esordio “I basilischi” del 1963. A 17 anni si iscrive alla scuola di teatro di Pietro Sharoff e poi fa la burattinaia per un’artista del genere come Maria Signorelli, ma il suo legame con lo spettacolo data dai banchi di scuola, dall’amicizia durata tutta la vita con Flora Carabella, poi moglie di Marcello Mastroianni. E’ lei a spingerla a frequentare Cinecittà e dintorni, è lei a farle conoscere Federico Fellini con cui lavora da aiuto-regista ne “La dolce vita”.
Intanto si fa le ossa in palcoscenico dove avrà maestri come Giorgio De Lullo ma anche Garinei&Giovannini. Sono le due anime che metterà in mostra lavorando per il grande e piccolo schermo: commedia e cinema d’impegno, satira e realismo popolare. Nel 1956 è già tra gli autori (riconosciuti) della prima “Canzonissima” per la Rai e sui set del cinema italiano è già una figura familiare, piccola, nervosa, determinata e pronta a tutti i mestieri pur di imparare in fretta. Ha amici fedeli, da Suso Cecchi d’Amico a Luchino Visconti, da Marcello Mastroianni a Enzo Garinei, da Franco Zeffirelli (con cui scriverà la sceneggiatura di “Fratello sole, sorella luna”) a Francesco Rosi.
Il ’63 è il suo anno d’oro: debutta come regista al cinema e le viene affidata la riduzione televisiva di uno dei libri per ragazzi più popolari: “Il giornalino di Gian Burrasca”: Lina ha l’intuizione geniale di affidare il ruolo principale a Rita Pavone (in abiti maschili) e nel ’64/65 gli otto episodi trasmessi dal primo canale della Rai battono ogni record. Da quel momento la Wertmuller diventa una “firma” apprezzata e ricercata. Sceglie il cinema e inanella continui successi, specie quando metterà insieme una “coppia d’oro” di interpreti come Giancarlo Giannini e Mariangela Melato con cui trionfa in “Mimì metallurgico ferito nell’onore” (1972) e due anni dopo in “Travolti…”.
Comincia qui la sua passione, quasi un marchio di fabbrica, per i titoli chilometrici. Con l’amico Giannini dividerà l’avventura all’Oscar (ben quattro candidature tra cui quella per la regia – ed è la prima nomination per una donna – e quella per il miglior attore) di “Pasqualino Settebellezze (1975). Con lo scenografo Enrico Job dividerà invece la vita in un sodalizio coniugale e professionale durato fino alla morte di Job nel 2008. Insieme hanno avuto una figlia, Maria Zulima Job. La carriera di Lina Wertmuller è talmente ricca di premi, trionfi, sorprese che è difficile sceglierne i momenti salienti: basti ricordare il trionfale ritorno alle vette del box office con “Io speriamo che me la cavo” del 1992 con Paolo Villaggio o la complicità con Sophia Loren sviluppatasi tra cinema e televisione in ben tre collaborazioni da “Sabato domenica e lunedì” (da De Filippo) nel 1990 a “Peperoni ripieni e pesci in faccia” (2004). Grazie a Sophia la Wertmuller ha riscoperto una sensibilità napoletana che le ha fruttato nel 2015 la cittadinanza onoraria. Sul tavolo di casa troneggiano i suoi infiniti premi fino al David di Donatello alla carriera del 2010.
Dieci anni fa diceva: “Stento a calarmi nei panni dell’ottantenne, ho sempre avuto uno strano rapporto con l’ età. Quello che conta è se sei rincoglionito oppure no, allora non cambia se hai 80 anni oppure 50”. E oggi di certo sottoscrive le stesse parole, con una segreta vena di malinconia in più.
Notizia ANSA
Alessia Zecchini: la donna più profonda del mondo
Ha conseguito il record del mondo di profondità e ha iniziato a scendere sott’acqua a 13 anni per prendere conchiglie.
A cosa pensi quando sei sotto?
Sono concentrata al 100% altrimenti rischio di commettere errori
Che significa per te un limite tu che hai messo in mano i tuoi e li hai spostati uno alla volta?
Non esiste un limite, si può sempre migliorare.
Come vivi il tuo essere essere esempio per altre persone?
Mi fa piacere esserlo per i più giovani perché dimostro che se si vogliono raggiungere certi obiettivi é possibile farcela.
Daresti un messaggio alle nuove generazioni che s’approcciano allo sport?
Devono avere tanti sogni e impegnarsi perché con l’impegno si raggiunge ogni cosa.
Cosa vedi nel tuo futuro?
Spero che nelle Olimpiadi 2024 possa entrare l’apnea.
Rielaborazione e sintesi di un’intervista condotta da Luca Mazzucchelli per Psicologia Contemporanea
Lisetta Carmi e la sua macchina per scrutare l’anima
“Spesso mi sono chiesta ‘da dove vengo’” Lisetta sembra chiedersi, “Ma come ho fatto a guardare il mondo e gli esseri umani in modo così naturale? Quando ho iniziato a fotografare non avevo alcuna preparazione. Come possono le mie foto, scattate in Puglia nel 1960 durante un viaggio con il musicologo Leo Levi, il cui obiettivo era registrare i canti della comunità ebraica di Sannicandro Garganico guidata da Donato Manduzio, avere già un significato e una forma? Vengo da una famiglia speciale, che fotografava in tempi lontani e che mi ha trasmesso in silenzio il desiderio di capire e di fissare con le immagini il mondo in cui viviamo. Quando vedevo le foto fatte da papà e mamma mi dicevo che non ne sarei stata capace. Ora, diverse vite più tardi, posso dire che ho lavorato nella fotografia solo per 19 anni, ma in questi anni ho fatto il lavoro di 50. Sempre sola, con la mia macchina fotografica, con interesse e passione per gli esseri umani, per situazioni estreme in questo mondo così ingiusto ma anche così affascinante. Un mondo che non ho sempre capito ma che ho fotografato per capire la vita”.
Quando guarda al passato, Lisetta Carmi afferma, a quasi 93 anni, di non aver vissuto solo una vita, ma ben cinque. Il disegno fatto dalla sua guida spirituale, Babaji Herakhan Baba, che la ritrae ha in effetti predetto la verità. Ciascuna delle sue facce, circondata da fiori di loto, rappresenta una vita diversa, a partire da quella della musicista, per poi proseguire con quella della fotografa, di guida spirituale, di musicista rinata, e di osservatrice silenziosa.
Oggi, Lisetta si siede sulla sedia nel suo studio e osserva dalla finestra: lì fuori c’è Cisternino, il paese pugliese che l’ha adottata e accolta da decenni ma che l’ha anche considerata un personaggio un po’ “diverso”. Circondata dalle sue foto, dai suoi libri e scritti, Lisetta ti fissa con uno sguardo penetrante colorato di verde che è allo stesso tempo freddo ed accogliente. La sua è un’occhiata che va oltre l’ovvio ed il superficiale per vedere di più, in ricerca della profondità dietro l’apparenza, sia nella vita vissuta che in quella catturata dalla sua fotografia. “Vedo quello che c’è, non metto quello che penso io sulle persone”, confessa.
Principalmente, Lisetta Carmi è conosciuta per la sua vita di fotografa, il cui lavoro è stato paragonato, fin dai primi scatti, a quello di Henri Cartier-Bresson. Una volta scoperta l’opera di Lisetta, le immagini de La Gitana, La Novia e La Morena, i travestiti che abitavano Via del Campo a Genova negli anni 60 e 70, o quelle dei portuali della sua città natia, o della fase espulsiva di un parto, dove si scorge la delicata testa di un neonato nel momento in cui abbandona il ventre della madre o del poeta americano Ezra Pound avvolto dal silenzio, saranno impossibili da dimenticare.
“Spesso mi sono chiesta ‘da dove vengo’” Lisetta sembra chiedersi, “Ma come ho fatto a guardare il mondo e gli esseri umani in modo così naturale? Quando ho iniziato a fotografare non avevo alcuna preparazione. Come possono le mie foto, scattate in Puglia nel 1960 durante un viaggio con il musicologo Leo Levi, il cui obiettivo era registrare i canti della comunità ebraica di Sannicandro Garganico guidata da Donato Manduzio, avere già un significato e una forma? Vengo da una famiglia speciale, che fotografava in tempi lontani e che mi ha trasmesso in silenzio il desiderio di capire e di fissare con le immagini il mondo in cui viviamo. Quando vedevo le foto fatte da papà e mamma mi dicevo che non ne sarei stata capace. Ora, diverse vite più tardi, posso dire che ho lavorato nella fotografia solo per 19 anni, ma in questi anni ho fatto il lavoro di 50. Sempre sola, con la mia macchina fotografica, con interesse e passione per gli esseri umani, per situazioni estreme in questo mondo così ingiusto ma anche così affascinante. Un mondo che non ho sempre capito ma che ho fotografato per capire la vita”.
Da piccola, Lisetta era una giovane pianista la cui famiglia venne perseguitata dal regime fascista. Nel 1938, a soli 14 anni, fu espulsa dalla scuola che frequentava a causa della sua appartenenza al popolo ebraico. Cercò di colmare il vuoto della sua nuova solitudine con il pianoforte, strumento che aveva iniziato a suonare all’età di dieci anni.
Solo qualche anno dopo, nel 1943, costretta a scappare in Svizzera, a piedi, Lisetta si trovò a valicare le Alpi; “Con una mano aiutavo mia madre, Maria Carmi Pugliese, e con l’altra tenevo i due volumi del clavicembalo ben temperato di Bach”. La sua passione per la musica si tradusse in una carriera da concertista promettente nonostante la sua naturale riluttanza ad esibirsi in pubblico. Un evento specifico, portò Lisetta, ormai giovane donna con un grande interesse per l’emarginazione e l’ingiustizia sociale, entrambe sperimentate sulla propria pelle, alla sua seconda vita.
“Ero a Genova, e volevo partecipare ad una marcia in supporto dei diritti del lavoro dei portuali, ma il mio insegnante di musica me lo proibì. Mi disse che era troppo pericoloso, che avrei potuto rompermi le mani. Gli risposi ‘se le mie mani sono più importanti del resto dell’umanità io da domani non suono più’”. Proprio in quel momento ebbe inizio il suo percorso di fotografa degli emarginati, dei meno fortunati e dei perseguitati. “Dicevo spesso a mio padre quanto mi dispiacesse non essere finita nei campi di concentramento, dove sarei morta o avrei potuto aiutare gli altri. Ho sempre avuto fin da piccola questo desiderio e non mi ha mai abbandonato”. Fu proprio suo padre a darle la prima macchina fotografica e Lisetta l’ha usata “per dare voce agli ultimi, quelli che non potevano parlare o che vivevano in situazioni orrende, schiacciati dai potenti di turno. I ricchi non mi interessavano”.
Lisetta finse di essere la cugina di uno dei lavoratori del porto e riuscì così ad infilarsi in quel mondo e a catturare le condizioni di lavoro degli uomini e le loro difficoltà su pellicola. Quel reportage, commissionatole dalla CGIL, è un documento unico, in grado di offrire una testimonianza visiva della forte identità sociale e culturale della Genova di quei tempi, ma è stato anche il primo passo lungo un percorso professionale che la fotografa ha dedicato all’impegno sociale.
Fino a quando, un giorno, nel 1965, un amico invitò Lisetta a festeggiare il Capodanno nel ghetto ebraico di Genova, in Via del Campo, area abitata da omosessuali e travestiti. Poco a poco riuscì a fare amicizia con alcuni membri della comunità ed iniziò a fotografarli. Ogni ritratto era un regalo. “In quegli anni, dal 1965 al 1971, le ho osservate, protette e ammirate, ho vissuto la loro sofferenza, la violenza e la degradazione della loro vita. Volevo solo conoscerle veramente, aiutarle e amarle”. Una collezione di tutti i suoi ritratti fu pubblicata nel 1972 con il titolo I Travestiti, grazie a Sergio Donnabella perché Lisetta non aveva intenzione di mettere in vendita il suo lavoro. “Non le avevo fotografate per il successo o per guadagnarci qualcosa. La pubblicazione affrontò diversi ostacoli, era considerata sconcia, ed infatti diverse librerie si rifiutarono di esporre il volume. Persino Cesare Musatti, psicanalista di fama, si rifiutò di presentarlo perché considerava i travestiti ‘delle persone da mettere in ospedale’”. Ci fu però anche chi supportò pubblicamente il libro, come gli scrittori Dacia Maraini, Barbara Alberti e Alberto Moravia.
L’esperienza nella comunità omosessuale non ebbe solo un impatto professionale sulla vita di Lisetta, ma anche uno profondamente personale. “Grazie a loro, ho imparato ad accettarmi. Quando ero bambina, osservavo i miei fratelli maggiori, Eugenio e Marcello, e volevo essere un maschio come loro. Sapevo che non mi sarei sposata e rifiutavo il ruolo che la società aveva assegnato alle donne. La mia esperienza con i travestiti mi ha fatto riflettere sul diritto che tutti abbiamo di determinare la nostra identità, sia essa quella di donna o quella di uomo, perché siamo tutti esseri umani”.
Lisetta ha catturato l’essenza della natura umana nei suoi ritratti del poeta americano Ezra Pound, fatti durante un brevissimo incontro, un faccia a faccia di esattamente quattro minuti, tenutosi nella sua casa a Sant’Ambrogio di Rapallo. Era l’11 febbraio del 1966. Gli scatti, 12 scelti su 20, sono considerati tra i suoi lavori fotografici più apprezzati e delle importanti testimonianze in bianco e nero che dipingono, “la solitudine, la disperazione, l’aggressività, lo sguardo perso nell’infinito, tutto ciò che è difficile dire a parole e la drammatica grandezza del poeta”.
Invitata da Gaetano Fusari, al tempo direttore del’ANSA di Genova, ad accompagnarlo ad intervistare Pound, Lisetta si armò della sua Leica 35 mm. Bussarono alla porta della piccola casa, e dopo alcuni istanti di silenzio, Pound uscì, ma sembrava perso. Stava lì, in piedi, in vestaglia e ciabatte, senza dire una parola, nonostante la loro presenza. Lisetta iniziò comunque a scattare, scatto dopo scatto, fino a quando il poeta decise di rientrare in casa. Silenzio.
Pound era vecchio e malato, ed era sopravvissuto a tredici anni di internamento nel manicomio criminale St. Elisabeths Hospital di Washington. “Quando ho sviluppato il rullino e ho selezionato le dodici fotografie finali, ho visto in esse esattamente quello che avevo provato mentre stavo scattando. Non abbiamo incontrato il poeta, ma l’ombra di un poeta”. Volendo condividere la sua esperienza con la famiglia di Pound, Lisetta gli spedì le immagini che sono col tempo diventate alcune delle più conosciute del poeta, usate spesso in libri dedicati al suo lavoro. Quel piccolo/grande reportage, rimane tuttora uno dei momenti più significativi della storia della fotografia italiana. Quelle fotografie le fecero vincere l’equivalente italiano del Niepce Prize e parole di elogio del grande Umberto Eco, che disse: “le immagini di Pound scattate da Lisetta dicono più di quanto si sia mai scritto su di lui, la sua complessità e natura straordinaria”. “Sono riuscita a raccontare non solo la sua fisionomia ma sopratutto il suo male di vivere”. Pound morì qualche anno dopo, nel 1972, e prima che la sua casa fosse messa in vendita, Lisetta chiese alla famiglia il permesso di tornare e fotografare a colori “quella casetta tra gli ulivi”.
Lisetta continuò a fare la fotografa e a viaggiare per il mondo – Afghanistan, America Latina, Israele, Palestina, ma anche Sicilia e Sardegna, sono solo alcuni dei paesi visitati da lei e dalla sua macchina fotografica – mentre si divideva tra Genova e Cisternino, paese dove aveva acquistato casa anni prima perchè sentiva che la Puglia fosse terra sacra e benedetta.
Nel 1976, ci fu un’ulteriore svolta e la transizione da una vita ad un’altra avvenne spontaneamente dopo un viaggio in India. Lì incontrò Babaji Herakhan Baba, il Mahavatar dell’Himalaya, che divenne la sua guida spirituale. “Mi ha chiamata a sé e mi ha mostrato la verità più profonda della vita. Quando l’ho visto per la prima volta mi sembrava di vivere ai tempi di Gesù, dove i discepoli ascoltavano il loro maestro. Sono andata a presentarmi e gli ho detto “Babaji, sono Lisetta,’ ‘Il tuo nome è Janki Rani’ mi ha risposto, e mi sono seduta accanto a lui. Ero in estasi, l’ho guardato, ma guardato veramente, e ho visto che era la manifestazione di Dio in forma umana, che era puro amore.”
Quella prima volta Lisetta, o meglio Janki, passò 25 giorni con il maestro divino. “In quei giorni assistetti all’annuncio della profezia di Mahakranti dove Babaji disse che il mondo, come lo conosciamo, stava per finire. Il 75% dell’umanità sarebbe stata distrutta e gran parte della terra sommersa dall’acqua. Gli umani sopravvissuti avrebbero dovuto affrontare l’acqua ed il fuoco e iniziare tutto da capo. I discepoli erano spaventati, ma io no. Ho scattato 36 fotogrammi dei loro volti spaventati. Io invece ascoltavo la profezia e sentivo la parola liberazione. È in questo modo che Dio ci avrebbe dato la possibilità di cancellare tutto il negativo e di ricominciare, con il trionfo dell’amore, della fratellanza e l’armonia”.
Dopo 25 giorni Lisetta dovette tornare in Italia per prendersi cura della mamma anziana, ma negli anni successivi visitò l’India più volte. Durante una di queste visite, Babaji le chiese di aprire un ashram a Cisternino, “un posto dove la gente potesse recarsi con i suoi problemi, dubbi e malesseri alla ricerca di supporto spirituale e di una direzione. Ho chiesto direttamente a Babaji cosa volesse veramente dall’ashram e mi ha risposto che doveva essere un posto di trasformazione per le persone che ci andavano per purificare il corpo e l’anima”.
La cura del corpo e dell’anima avevano ormai da un po’ preso il sopravvento sulla fotografia, e nonostante la mancanza di esperienza, Lisetta si lanciò in questa nuova missione senza pensarci due volte. Il Centro Bhole Baba fu inaugurato nel 1986 ed è identico all’ashram di Herakhan, India. “La vita nell’ashram era ed è per tutti la stessa, perché siamo tutti uguali. Non ci sono né i primi né gli ultimi. Il leone e la capra devono bere dalla stessa fonte”.
Nel 1992, mentre era presidente del centro, Lisetta creò La Voce di Cisternino, una pubblicazione semestrale che raccoglieva saggi, notizie e gli annunci di eventi tenutisi nell’ashram. Lei stessa scriveva la rubrica Notizie da Cisternino, dove si firmava Janki Rani. Nel 1998, tredici numeri più tardi, proprio nel suo editoriale, Lisetta annunciò il suo ritiro dalla guida dell’ashram ma che comunque sarebbe stata disponibile a parlare con chiunque ne avesse avuto bisogno. “Era giunto il momento di lavorare su me stessa. Mi sono spesso chiesta come fossi riuscita a vivere in un ambiente comunitario così impegnativo per tanto tempo ed ero alla ricerca di silenzio e solitudine”. Ma prima del silenzio, torna la musica.
Diverse circostanze portarono Lisetta a collaborare con un suo ex studente di musica, Paolo Ferrari. Medico e scienziato, ma anche psicoterapeuta e musicista, Ferrari è il creatore del metodo “Asistema in-assenza”. Lisetta non aveva più suonato il pianoforte da circa 35 anni ma fu invitata a frequentare i seminari di Ferrari a Milano dove avrebbe suonato alla fine di ogni sessione. “Il concetto è un po’ difficile da afferrare, ma i margini dell’assenza aprono vasti e inaspettati orizzonti di libertà. Entrare a conoscenza delle idee di Paolo e riavvicinarmi alla musica sono stati un vero miracolo. Fino a quel momento avevo imparato dalla vita tutto quello che dovevo imparare e stavo vivendo un ribaltamento dei ruoli. La maestra era diventata lo studente”. Dopo sei anni di viaggi a Milano, dove si tenevano i seminari, Lisetta capì che anche questa vita era giunta ad una fine. “Tutto stava iniziando a ripetersi ed era giunto il momento del distacco e del silenzio”. Lo stesso silenzio della disperazione di Ezra Pound, “di un’anima alla ricerca della verità così difficile da raggiungere? O il silenzio dei lavoratori del porto di Genova anonimi ed irriconoscibili immersi in un inferno dantesco”?
Avvolta nel silenzio e in compagnia della solitudine, Lisetta sta ora vivendo una vita nuova, la quinta. Questa è proprio quella che vuole. “Mi siedo sulla mia sedia” – sì proprio la stessa menzionata all’inizio di questo racconto – “e sto qua, guardo fuori o sto a occhi chiusi. Ricevo e scrivo moltissime lettere, leggo molto, mangio poco, bevo solo acqua calda e mi prendo cura della casa. Non ascolto musica, mi piace il silenzio. E quando mi chiedono ‘chi ti ha insegnato a fotografare’? Rispondo ‘la vita’. Perché ho solo osservato la vita, soprattutto quella degli ultimi”.
Dal Web
Oriana
“Il nostro è un mondo fabbricato dagli uomini per gli uomini, la loro dittatura è così antica che si estende perfino al linguaggio. Si dice uomo per dire uomo e donna, si dice bambino per dire bambino e bambina, si dice figlio per dire figlio e figlia, si dice omicidio per indicar l’assassinio di un uomo e di una donna.”
«Sono nata a Firenze il 29/6/1929 da genitori fiorentini: Tosca ed Edoardo Fallaci. Da parte di mia madre, tuttavia, esiste un “filone” spagnolo: la sua bisnonna era di Barcellona. Da parte di mio padre, un “filone” romagnolo: sua madre era di Cesena. Connubio pessimo, com’è ovvio, nei risultati temperamentali. Mi ritengo comunque una fiorentina pura. Fiorentino parlo, fiorentino penso, fiorentino sento. Fiorentina è la mia cultura e la mia educazione. All’estero, quando mi chiedono a quale Paese appartengo, rispondo: Firenze. Non: Italia. Perché non è la stessa cosa». Così Oriana Fallaci raccontò la sua famiglia in “La vita di Oriana narrata da Oriana stessa per i lettori dell’Europeo”: un testo destinato, appunto, ai lettori della rivista con cui collaborava. La sua era una famiglia di antifascisti militanti. Il padre era iscritto al Partito socialista italiano (PSI) da quando aveva 17 anni:
«Ho avuto la fortuna di essere stata educata da due genitori molto coraggiosi. Coraggiosi fisicamente e moralmente. Mio padre, si sa, era un eroe della Resistenza e mia madre non gli è stata da meno».
Nonostante le condizioni della famiglia non fossero agiate, i pochi risparmi venivano investiti nell’acquisto di libri. Oriana Fallaci ebbe per tutta la vita una grande passione per i libri («Quando sono in una stanza senza libri mi sembra d’essere in una stanza vuota»); negli anni acquistò anche molti libri antichi creando una collezione che prima della sua morte donò alla Pontificia Università Lateranense di Roma.
Dopo la caduta del regime fascista, nel luglio del 1943, suo padre entrò nella Resistenza e portò con sé la figlia che aveva 14 anni. Con la sua bicicletta e il nome di battaglia “Emilia”, Oriana Fallaci affiancò il padre in varie operazioni, fece da staffetta consegnando ai compagni partigiani armi, giornali clandestini e messaggi e accompagnando i prigionieri inglesi e americani fuggiti dai campi di concentramento italiani dopo l’8 settembre verso le linee degli Alleati. I grandi classici della letteratura pagati a rate dai genitori e la partecipazione alla Resistenza furono i due elementi fondamentali della sua formazione:
«La mia fanciullezza è piena di eroi perché ho avuto il privilegio di esser bambina in un periodo glorioso. Ho frequentato gli eroi come gli altri ragazzi collezionano i francobolli, ho giocato con loro come le altre bambine giocano con le bambole. Gli eroi, o coloro che mi sembravano tali, riempirono fino all’orlo undici mesi della mia vita: quelli che vanno dall’8 settembre 1943 all’11 agosto 1944, l’occupazione tedesca di Firenze. Credo di aver maturato a quel tempo la mia venerazione per il coraggio, la mia religione per il sacrificio, la mia paura per la paura» (“Se il sole muore”, 2010).
Nonostante la militanza nella Resistenza non perse nemmeno un anno di scuola, anzi: ne saltò uno, sostenne un esame per passare dalle magistrali al liceo classico e si diplomò con un anno di anticipo nel giugno del 1947. A settembre si iscrisse alla facoltà di Medicina e iniziò a lavorare per il quotidiano di Firenze Il Mattino dell’Italia centrale (il fratello del padre, Bruno Fallaci, era uno stimato giornalista e anche le due sorelle di Oriana, Neera e Paola, iniziarono a fare questo mestiere collaborando con Oggi e il Tempo). All’inizio Oriana Fallaci si occupò di cronaca nera. Poi lasciò l’università e iniziò a scrivere di cronaca giudiziaria e anche di argomenti di costume: è molto famoso un suo articolo del 7 dicembre del 1948 in cui descrisse le sfilate di Dior a Firenze.
Il suo obiettivo era diventare «scrittore» e il giornalismo per lei era inizialmente solo un modo per guadagnare dei soldi:
«Io più che il giornalista ho sempre pensato di fare lo scrittore. Quando ero bambina, a cinque o sei anni, non concepivo nemmeno per me un mestiere che non fosse il mestiere di scrittore. Io mi sono sempre sentita scrittore, ho sempre saputo d’essere uno scrittore, e quell’impulso è sempre stato avversato in me dal problema dei soldi, da un discorso che sentivo fare a casa: “Eh! Scrittore, scrittore! Lo sai quanti libri deve vendere uno scrittore per guadagnarsi da vivere? E lo sai quanto tempo ci vuole a uno scrittore per esser conosciuto e arrivare a vendere un libro?”» (Archivio privato Oriana Fallaci, Appunto dattiloscritto).
Nel 1951 un suo articolo fu pubblicato sul settimanale L’Europeo, uno dei più prestigiosi del tempo. Il pezzo si intitolava “Anche a Fiesole Dio ha avuto bisogno degli uomini” e raccontava la storia di un cattolico comunista di Fiesole a cui erano stati negati i sacramenti e i cui compagni vestiti da prete avevano inscenato un funerale religioso. Negli anni Cinquanta lavorò per Epoca (diretto dallo zio) e scrisse per L’Europeo altri articoli trasferendosi a Roma (dal settimanale verrà poi assunta nella redazione di Milano continuando le collaborazioni fino al 1977). Come le altre sue colleghe si occupò di temi considerati adatti a delle giornaliste: costume e spettacolo. Intervistò gli attori stranieri che lavorano a Cinecittà e i grandi attori e registi del cinema italiano: Fellini, Mastroianni, Totò, Anna Magnani. Nel frattempo partecipò a diversi viaggi organizzati per la stampa nel mondo. Nel 1954 andò per esempio a Teheran e intervistò Soraya, la moglie dello Scià, e poi negli Stati Uniti: da quel viaggio nacque il reportage “Hollywood vista dal buco della serratura” che divenne anche il suo primo libro (“I sette peccati di Hollywood”).
A questa pubblicazione ne seguirono altre: “Il sesso inutile” (1961), nato da un reportage sulla condizione della donna in Oriente e Medio Oriente; “Penelope alla guerra”, il suo primo romanzo pubblicato nel 1962; “Gli antipatici” del 1963. Ebbero tutti un grande successo in Italia e vennero tradotti in diverse lingue. Oriana Fallaci poté a quel punto permettersi di comprare una grande casa in Toscana per i suoi genitori e di comprare per sé una casa a Manhattan, New York, dove si trasferì nel 1963. Diventata ormai famosa e riconosciuta, in quegli anni che cercò di occuparsi di cose che non fossero divi e mondanità: chiese a L’Europeo di poter andare in California e in Texas nelle basi della NASA per vedere da vicino come si preparavano gli astronauti e scrisse sull’argomento diversi articoli e due libri, anche questi di grande successo: “Se il sole muore” e “Quel giorno sulla Luna”.
Il 1967 e il 1968 furono gli anni più importanti per la carriera di Oriana Fallaci. Chiese e ottenne di essere inviata in Vietnam e fu l’unica giornalista italiana presente al fronte. Tornò più volte fino alla fine del conflitto, nel 1975, raccontando la vita quotidiana a Saigon, i bombardamenti, gli interrogatori dei prigionieri, le rappresaglie e realizzando molte interviste esclusive e reportage comprati e tradotti da importanti giornali internazionali. La sua posizione fu critica sia nei confronti dei soldati americani e sudvietnamiti sia nei confronti dei vietcong. Dalla guerra in Vietnam nacque il libro “Niente e così sia” (1969). In Vietnam conobbe François Pelou, giornalista francese direttore dell’Agence France Presse di Saigon, che diventò per alcuni anni il suo compagno. Nel 1968 era a Città del Messico alla vigilia delle Olimpiadi e restò ferita gravemente da un colpo di pistola nella repressione di una manifestazione studentesca di protesta (la credettero morta, poi dall’obitorio la trasferirono in ospedale).
Tra gli anni Sessanta e Settanta Oriana Fallaci si affermò come grande giornalista politica: raccontò la rivolta di Detroit dopo l’uccisione di Martin Luther King, il conflitto arabo-palestinese, le guerriglie contro le dittature del Sudamerica, la morte di Bob Kennedy, i conflitti in Asia. Soprattutto riuscì a realizzare molte interviste a personaggi politici che nessuno era mai riuscito ad avvicinare: Ali Bhutto in Pakistan, Haile Selassie in Etiopia, Indira Gandhi in India, Golda Meir, prima donna premier di Israele, Reza Pahlavi, penultimo Scià di Persia, Yassir Arafat, storico leader palestinese, Henry Kissinger e molti e molte altre. Le interviste furono pubblicate su L’Europeo e anche sul Corriere della Sera, con cui aveva nel frattempo iniziato a collaborare.
La tecnica con cui Oriana Fallaci conduceva le interviste era per l’epoca molto innovativa e la resero nota e apprezzata in tutto il mondo. In molti l’hanno paragonata a quella di un vero e proprio interrogatorio; le domande venivano preparate e studiate a tavolino nei minimi dettagli, registrate, e poi scritte e riscritte più volte, smontate e poi rimontate. Erano lontane – e per questo criticate da alcuni – dal cosiddetto giornalismo oggettivo e sempre filtrate dalle proprie posizioni e ideologie («Per esser buona un’intervista deve infilarsi, affondarsi, nel cuore dell’intervistato», dirà nel 2004 in “Oriana Fallaci intervista sé stessa – L’Apocalisse”). Ventisei di queste interviste furono raccolte nel 1974 in “Intervista con la storia”, edito da Rizzoli, diventato a quel punto il suo editore di riferimento.
Negli anni Settanta Oriana Fallaci pubblicò altri due libri: “Lettera a un bambino mai nato” (1975), proprio mentre in Italia si discuteva di legge sull’aborto, e “Un uomo” (1979). Entrambi parlavano di lei, dei suoi due aborti spontanei e del suo rapporto con Alexandros Panagulis, conosciuto come Alekos, uno dei leader della Resistenza greca alla dittatura dei Colonnelli che fu per per tre anni il suo compagno. Alekos era stato incarcerato nel 1968 dopo un attentato fallito a Papadòpoulos. Dopo la liberazione Oriana Fallaci lo incontrò, lo intervistò e se ne innamorò. Nel maggio del 1976 Alekos morì ad Atene in un incidente automobilistico le cui cause non furono chiarite: si pensò a un complotto, sul quale la Fallaci indagò per molto tempo. I libri nati in quegli anni furono tradotti e pubblicati in tutto il mondo.
Il libro successivo di Oriana Fallaci arrivò undici anni dopo: “Insciallah”, nel 1990. Fallaci tornò a occuparsi di guerre – soprattutto quella civile del Libano a partire dagli attentati di Beirut – ma anche di fondamentalismo islamico e delle storie dei soldati che componevano il contingente militare italiano. Nel frattempo, dopo la morte di Panagulis e della madre, aveva lasciato L’Europeo e era tornata a scrivere piuttosto raramente per riviste o quotidiani, continuando comunque a realizzare soprattutto interviste (a Khomeini, il leader religioso che aveva instaurato in Iran la Repubblica islamica: l’intervista durante la quale polemicamente si tolse il velo che le copriva la testa; a Muammar Gheddafi, dittatore della Libia; a Lech Walęsa agli inizi di Solidarność).
Gli ultimi anni
Nel 1992 Oriana Fallaci scoprì di avere il cancro e ne parlò in un’intervista alla RAI:
«Io non capisco questo pudore, questa avversione per la parola cancro. Non è neanche una malattia infettiva, non è neanche una malattia contagiosa. Bisogna fare come si fa qui in America, bisogna dirla questa parola. Serenamente, apertamente, disinvoltamente. Io-ho-il-cancro. Dirlo come si direbbe io ho l’epatite, io ho la polmonite, io ho una gamba rotta. Io ho fatto così, io faccio così e a far così mi sembra di esorcizzarlo».
Il suo rapporto con la malattia fu comunque piuttosto complicato (spesso vi faceva riferimento chiamandolo l’”Alieno”) soprattutto perché temeva le avrebbe impedito di finire il suo ultimo progetto editoriale: un grande romanzo storico che raccontasse la storia della sua famiglia dal Settecento al Novecento. Fallaci ci lavorò per più di quindici anni, facendo dettagliate e approfondite ricerche storiche. Non lo finì e venne pubblicato dopo la sua morte, avvenuta il 15 settembre del 2006, con il titolo “Un cappello pieno di ciliege” (2008).
Il lavoro di scrittura del romanzo familiare fu interrotto nel 2001. Dopo l’attentato alle Torri Gemelle di New York Oriana Fallaci scrisse un lungo articolo pubblicato dal Corriere della Sera il 29 settembre, intitolato “La rabbia e l’orgoglio“, con cui accusò l’Occidente e l’Europa di non avere avuto abbastanza coraggio nei confronti dell’Islam. L’articolo era molto originale e politicamente molto violento, e generò intorno reazioni altrettanto violente e un grande dibattito: per il Corriere fu un successo editoriale notevolissimo. Per Fallaci fu un rientro nella discussione giornalistica e politica molto intenso, che implicò litigi e tensioni personali con molti e il ritorno sulla scena del suo leggendario pessimo carattere. Quel testo fu accolto da molti come uno sfogo razzista e poco lucido privo di capacità di analisi equilibrata, e da altri come la liberazione di pensieri semplici ma fondati e troppo trattenuti da retoriche di correttezza politica. Fu in ogni caso un prodotto giornalistico di straordinario impatto e successo, cosa che dovette riconoscere anche chi non ne condivise niente.
I successivi tre anni Fallaci li trascorse ad argomentare la sua posizione pubblicando una trilogia (“La rabbia e l’orgoglio”, “La forza della ragione”, “Oriana Fallaci intervista sé stessa – L’Apocalisse”), schierandosi contro l’eutanasia sul Foglio in seguito alla vicenda di Terri Schiavo e sul Corriere della Sera contro il referendum per estendere la ricerca sulle cellule staminali.
Conclusa questa fase in cui si occupò molto di attualità, riprese la scrittura del romanzo familiare: ma solo per un anno. Nell’estate del 2006, gravemente malata, volle tornare a Firenze dove morì il 15 settembre. Oriana Fallaci è sepolta nel cimitero degli Allori accanto ai suoi genitori; sulla sua lapide c’è scritto, per sua volontà: «Oriana Fallaci – Scrittore». L’ultima intervista la dette al New Yorker il 30 maggio del 2006 in un lungo articolo intitolato “The Agitator“: parlò della sua vita, attaccò di nuovo l’Islam, criticò sia Berlusconi che Prodi e concluse con una conferma alla sua lunga carriera: «Apro la mia boccaccia. E dico quello che mi pare».
Ripreso dal Web
Marlene Angelo Azzurro
Marie Magdalene Dietrich, femme fatale di Hollywood, icona di seduzione e trasgressione, donna libera ed indipendente, sin da piccola si presentava come Marlene e questo soprannome divenne sinonimo di glamour e mistero.
Di sicuro visse intensamente tutte le esperienze della vita e lottò per potersi affermare ed essere sempre migliore, pretese sempre tanto dagli altri come da se stessa, la sua volontà di esibirsi la portò a toccare le vette più alte del cinema ma la portò anche ad una vita di relazioni fugaci, solitudine, depressione e quel disorientamento d’identità, divisa tra l’amore e l’odio per la sua terra natale la Germania, amore e odio per gli uomini che non le seppero dare abbastanza e così le intense seppur brevi relazioni amorose con tantissime donne dello spettacolo, relazioni che alimentarono quell’identità ambigua per la bigotta Hollywood dell’epoca e che lei ostentò sempre senza remore, sia nella vita privata che nei film, mostrandosi in più occasioni, vestita da uomo e mostrando la sua stravaganza.
Marlene Dietrich (Berlino, 27 dicembre 1901 – Parigi, 6 maggio 1992) è la donna delle novità. L’angelo azzurro, il film che la consacrò alla fama, fu il primo film sonoro del cinema tedesco che lei trasformò in un cult con il suo fare seducente mentre canta la canzone Lola Lola. Il suo secondo film di successo, Marocco, mostra la Dietrich, ancora una volta alle prese con le sue abilità canore, che vestita da uomo con cilindro e smoking, bacia una donna del pubblico sulle labbra: il primo bacio lesbico della storia del cinema. Probabilmente la scena è stata girata con il solo scopo di alimentare le fantasie maschili, ma questo non significa che non abbia acceso le fantasie di tutti, creando appunto quell’immagine di «donna che perfino le donne possono adorare».
La sua immagine si è plasmata nel mondo del cinema grazie anche alla collaborazione del regista Josef Von Sternberg, amico fidato che la guidò nella sottile arte della recitazione e la consigliò su come modellare il suo fisico davanti alla cinepresa, consacrandola come una delle più grandi attrici melodrammatiche della scena. I film di Von Sternberg hanno fatto raggiungere alla diva Marlene Dietrich i punti più alti della sua carriera, trasportandola in paesaggi esotici, in cui la fatale attrice si mostrava essere intraprendente, forte, dominatrice.
Durante l’ascesa nazista, Goebbels e Hitler cercarono in tutti i modi di farla ritornare in patria, addirittura minacciandola, ma senza ottenere risultati. Marlene Dietrich si oppose fermamente al nazismo e decise di impegnarsi in prima persona raccogliendo tantissimi fondi, andando al fronte e in tournée in Europa al seguito delle truppe americane: sono gli anni di Lili Marleen, la struggente canzone che divenne il suo cavallo di battaglia. Per il suo grande impegno civile ottenne la Medal of Freedom nel 1947, la prima donna ad essere insignita di una tale onorificenza.
Nella seconda metà del ‘900 la sua carriera si avvia alla conclusione: Marlene si dedica molto alla musica e continua imperterrita ad esibirsi, quasi fosse una missione, portando avanti la sua immagine di sensualità e mistero, Ma la sua salute peggiora, la rottura del femore e diverse fratture nel corso del tempo si fecero sempre più sentire, paradossale per lei che aveva la gambe più sexy del mondo, tanto da essere la prima diva a farsele assicurare.
Nel ’79 avviene la sua ultima apparizione in Gigolò, poi piano piano la diva sparì dalla scena, costretta prima su una sedia a rotelle poi paralizzata a letto. Gli ultimi anni della sua vita li trascorse quasi in isolamento, fino a quel 6 maggio del 1992 quando morì nel sonno.
Probabilmente visse il dolore e la paralisi come una delle sue più grandi sconfitte, lei che alimentò così tanto il suo mito da renderlo una missione, ma la sua anima immortale resterà indelebile nella storia del cinema.
Sara Govoni
Sei donna? No medico!
L’Università di Medicina di Tokyo, che il 2 agosto era stata accusata dai giornali giapponesi di aver falsificato per anni i risultati dei suoi test di ammissione per limitare il numero delle studentesse ammesse al 30 per cento del totale, ha ammesso di averlo fatto e si è scusata. Nell’indagine interna per verificare le accuse si è peraltro scoperto che la pratica di falsificazione era iniziata nel 2006 o anche prima e non nel 2011 come si pensava. L’Università ha detto che i risultati dei test non avrebbero dovuto essere manipolati e che in futuro non lo saranno. Ha anche detto di aver preso in considerazione l’idea di ammettere retroattivamente le donne che avrebbero dovuto essere ammesse in passato, ma non ha spiegato come potrebbe farlo. L’indagine interna ha accertato che nell’ultimo test d’ingresso fatto dall’università a tutti i partecipanti era stato tolto il 20 per cento del punteggio ottenuto, dopodiché ai partecipanti maschi – esclusi quelli che non avevano già passato il test per almeno quattro volte – erano stati aggiunti almeno 20 punti.L’Università di Medicina di Tokyo è un’università privata ed è una delle migliori scuole di medicina del Giappone. La discriminazione contro le donne, praticata nella convinzione che le donne, una volta sposate o diventate madri, non siano più in grado di coprire i turni richiesti nel lavoro in ospedale, è stata scoperta grazie a un’indagine in corso su un caso di presunta corruzione: l’università avrebbe alzato il punteggio del figlio di un importante funzionario governativo, Futoshi Sano, in cambio di un finanziamento. Il figlio di Sano, che è stato arrestato il mese scorso, era al suo quarto tentativo al test d’ingresso.
La Signora della scienza
«Sono di quelli che pensano che la scienza abbia in sé una grande bellezza. Uno scienziato nel suo laboratorio non è soltanto un tecnico: è anche un fanciullo posto in faccia ai fenomeni naturali, che lo impressionano come in una fiaba»
La vita di Marie Curie – che nasceva Maria Sklodowska a Varsavia esattamente centocinquant’anni fa, il 7 novembre del 1867 – ruota attorno a una parola: prima. È stata la prima donna a insegnare alla Sorbona, la prestigiosa università di Parigi, la prima (e unica) donna tra i quattro vincitori di più di un premio Nobel e la prima (e di nuovo unica!) ad essersi aggiudicata il riconoscimento in due materie diverse, chimica e fisica.
Le foto d’archivio, gelosamente conservate dalla famiglia e giunte fino a noi, ci raccontano di una donna dall’aria severa, il portamento fiero e le provette sempre in mano: Marie Curie è stata una stacanovista della scienza e del sapere. Di più: è stata una scienziata e una studiosa appassionata che mai, nemmeno negli anni della fama planetaria, dopo la scoperta, insieme al marito Pierre Curie, del polonio e del radio, ha speculato sul suo lavoro. Non si è arricchita Marie Curie, ha invece pensato agli altri mettendo al servizio dell’umanità le sue scoperte e rimboccandosi le maniche per curare con la radioterapia feriti e malati durante la rovinosa Prima Guerra Mondiale.
Una santa? Per nulla. Maria Sklodowska ha fin da piccina i piedi ben saldi a terra: come spesso accade per gli individui dotati di intelletto superiore alla norma, è una sorta di ‘bambina prodigio’ che legge a 4 anni, divora libri e sogna in grande. Viene da una famiglia non particolarmente agiata, è l’ultima di cinque figli, inizia a studiare da autodidatta con il padre: memoria formidabile, capacità di concentrazione, voglia di sapere. Qualità, tuttavia, che non bastano a sfamarsi: per anni è costretta dalle contingenze familiari a lavorare come governante ed educatrice presso nobili famiglie. In una di queste, accade che il rampollo si innamora della giovane istitutrice dall’aria austera ma intelligente. Maria è interessata al ragazzo, i due vorrebbero fidanzarsi ma la famiglia di lui vieta le nozze e impone alla ragazza di rimanere a servizio per altri 3 anni: qualsiasi giovane donna ne sarebbe uscita con le ossa a pezzi, non Maria. Appena l’amata sorella Bonia, la persona cui sarà più legata per tutta la vita, si trasferisce a Parigi, Maria la segue. È una ragazza indipendente e intraprendente: nel novembre del 1891 entra alla Sorbona, dopo aver ‘francesizzato’ il suo nome in Marie. Vuole laurearsi in una materia scientifica: ha 24 anni e le studentesse si contano sulle dita di una mano. Quindici anni dopo, nel 1906, la futura Marie Curie sarebbe di nuovo entrata alla Sorbona, ma con la qualifica di docente: la prima nella storia.
È tra i laboratori dell’università che conosce Pierre Curie ed è facile intuire come sia andata tra due persone, al fondo, così simili. Da colleghi ad amici, fino al matrimonio che è stato un volàno all’attività scientifica di coppia dove, va detto, Madame Curie, ha sempre tenuto ai suoi spazi. Le loro scoperte sono tra le più importanti della chimica e della fisica del Novecento: scoprono un nuovo elemento radioattivo che battezzano polonio dal Paese d’origine di Marie, e poi il radio, che “illumina” i laboratori quando viene isolato e scosso (solo molti anni dopo si è scoperto quanto fosse nociva quella luminescenza…).
È l’instancabile Marie da annotare sul suo quadernino nero il peso specifico dell’elemento e la scoperta vale ai coniugi il Nobel per la chimica. I primi del Novecento sono anni di studi ed esperimenti febbrili, nonostante la nascita delle figlie (Irene seguirà le orme dei genitori) e di una grande tragedia: nel 1906 Pierre viene travolto da una carrozza in una via di Parigi. Marie Curie continua indefessa il suo lavoro: assume la cattedra del marito, continua la ricerca sul radio, durante la guerra da radiologa lavora al fronte, grazie all’invenzione di un apparecchio radiografico portatile su un’automobile, si adopera per istruire medici e infermieri sulla terapia che ancora oggi è alla base della cura dei tumori. La medicina nucleare, ovvero la branca della medicina che utilizza sostanze radioattive (radiofarmaci) in diagnostica e in terapia, deve tutto al lavoro di Marie Curie.
Marie muore nel 1934, a 67 anni, a causa di una grave forma di anemia aplastica causata dalle radiazioni cui ha esposto il suo fisico per il progredire della scienza.
A noi restano i suoi appunti, le foto di una vista spesa tra fiale e provette e l’esempio di una donna volitiva e indipendente, dotata di cervello acuto e tanta abnegazione per lo studio, che non ha mai smesso di credere nelle sue potenzialità anche nei momenti più difficili.
Francesca Amé