Archivio annuale2019

Una Panchina Rossa

Una Panchina Rossa a Tropea per dare spazio alla Donna
Il 25 Novembre, Giornata Internazionale contro la Violenza sulla Donna, sarà celebrato a Tropea con l’inaugurazione di una panchina rossa in Largo Duomo. Promotore dell’iniziativa il Comune, col Sindaco Giovanni Macrì, coadiuvato
 dall’Istituto Superiore di Tropea, diretto da Nicolantonio Cutuli, e dall’ Associazione di Volontariato sos KORAI Onlus, impegnata nel contrasto alla subcultura maschilista e alla violenza sulla Donna, presieduta da Beatrice Lento.
 Purtroppo la problematica attorno a cui muove l’evento continua ad essere di drammatica attualitá tant’é che ogni tre giorni in Italia una donna viene uccisa.  La stragrande maggioranza dei delitti avviene nell’ambito familiare, per mano di un partner o di un ex, alle uccisioni occorre aggiungere, inoltre, il gran numero delle violenze sessuali, dei maltrattamenti in famiglia e dei casi di stalking denunciati.
 L’unico dato incoraggiante é che nel 2018 questi reati  sono diminuiti mentre sono aumentate  le donne che si rivolgono ai centri antiviolenza, esiste, comunque, un sommerso di proporzioni non irrilevanti.
Le motivazioni in gioco sono tante ma nella stragrande maggioranza c’é un nesso con la difficoltà di molti uomini ad accettare l’emancipazione femminile e con la tendenza a confondere la passione e l’amore col possesso. Nella subcultura maschilista persiste l’dea del maschio padrone, sia esso padre, marito, compagno, fratello.
 Purtroppo, non si tratta di un atteggiamento del passato, ancor oggi alcuni giovani, sia maschi che femmine, non riescono a superare questa logica distorta per cui i ragazzi tendono a controllare le fidanzatine e alcune giovani donne ritengono che la gelosia sia espressione dell’intensità amorosa per cui l’accettano arrivando a considerare lecite alcune forme di violenza.
L’ impegno del 25 si articolerá in due fasi, la prima, con inizio alle 11,00, avrà luogo al Santa Chiara e vedrà anche la presenza di molti studenti del Superiore tropeano, alcuni dei quali interverranno nella realizzazione. Il momento culminante sarà la testimonianza di una socia di sos KORAI, l’ avv.ssa Luigia Barone, Giudice Onoraria del Tribunale dei Minori di Catanzaro. 
Poco prima delle 12,00 ci si dirigerá in corteo a Largo Duomo dove sarà inaugurata la Panchina Rossa e ci sará un Happening degli Studenti. 
La Panchina, voluta dal Comune di Tropea, é stata ideata e realizzata dal Comune stesso, dagli Studenti e da sos KORAI, sulle sue doghe campeggerà una significativa affermazione della grande poetessa Emily Dickinson.
La Panchina Rossa é un progetto di sensibilizzazione e di informazione lanciato dagli Stati Generali delle Donne e rivolto ai Comuni, alle associazioni, alle scuole e alle imprese di tutt’Italia, sono ormai decine e decine i Comuni, le Associazioni e gli Organismi educativi che hanno risposto. 
Diversamente da un evento la Panchina Rossa resterà ogni giorno nella Città di Tropea e la sua presenza sarà un monito contro la violenza sulla donna. 

Ciao Caterina

Era una ragazza solare, dolce e buona.

Caterina era una nostra studentessa del Liceo Classico e voleva diventare medico.

La vita le aveva riservato il peso di una malattia ma a portarla via é stata la fatalità di un incidente.

Se n’è andata assieme alla sua mamma che con Lei condivideva ogni sospiro.

Era solare e voleva vivere ma era consapevole della fragilità della vita.

“Soffrirò… Morirò…

Ma intanto

sole, vento, vino, trallallà.”

Ciao farfalla ricciolina

variopinta e leggera

nel vento fresco

vola sulla tua collina

Una PANCHINA ROSSA

Anche a Tropea avremo una panchina rossa per dare spazio alla donna vittima di violenza.

E tu: non sentirti sola, non far finta di niente, non pensare che é l’ultima volta, non credere che ti vuol bene, non illuderti di cambiarlo, non dire che sei scivolata.

Il 25 Novembre vieni anche tu, ti aspettiamo alle 11 al Santa Chiara e alle 12 in Largo Duomo.

Troverai tanti studenti, ci saranno molte donne, incontrerai l’Amministrazione Comunale col suo Sindaco, inaugurerai anche tu la panchina rossa…la panchina rossa é anche tua.

Non sei sola e allora… coraggio, non giustificare, denuncia!

Per la prima volta una Donna

Dopo 131 anni, il Financial Times sarà diretto da una donna

La prescelta è Roula Khalaf e segna il passaggio di un’era per il giornale del Regno Unito 

Cade un altro bastione tutto maschile in Gran Bretagna. Il Financial Times, storica testata politico-finanziaria londinese e voce di riferimento della City, avrà dall’inizio del 2020 il suo primo direttore donna in 131 anni di vita: la prescelta è Roula Khalaf,chiamata non solo a rompere un monopolio di direttori uomini (e anglosassoni), ma anche a subentrare ad un vero e proprio monumento del giornale più europeo e internazionale del Regno, il veterano Lionel Barber, dimessosi dopo un lungo mandato di 14 anni.

La designazione di Khalaf, annunciata oggi, segna il passaggio di un’era, con l’arrivo al vertice editoriale del prestigioso FT di una donna che è britannica solo come secondo passaporto. Libanese, nata e cresciuta a Beirut negli anni della guerra civile, la direttrice in pectore rappresenta peraltro un ricambio all’insegna della continuità. Una risorsa interna, approdata nella redazione del giornale color rosa della City 24 anni fa, dopo gli studi universitari negli Usa (a Syracuse e poi alla Columbia).

Nominata vicedirettore fin dal 2016, era stata in precedenza corrispondente dal Medio Oriente, poi coordinatore della copertura dei servizi sulle rivolte della cosiddetta Primavera Araba e quindi responsabile della rete internazionale del quotidiano, ossia di oltre cento giornalisti inviati in giro per il mondo. Sotto la sua guida, infine, è stata lanciata negli ultimi tempi la novità assoluta di Trade Secrets, un irriverente contenuto verticale dedicato a inchieste e approfondimenti sulla realtà e le ombre del commercio globale.

Khalaf si è detta “onorata” dell’incarico, non senza rendere omaggio a Barber, la cui leadership ha plasmato una stagione di rinnovamento del Financial Times, incrociando la sfida dei cambiamenti con la difesa della tradizione di autorevolezza riconosciuta al giornale da tanti lettori e dall’establishment di mezzo mondo. Una stagione durante la quale il direttore uscente ha pilotato fra l’altro in prima persona nel 2015 il clamoroso passaggio di proprietà della testata – operazione dal valore di ben 840 milioni di sterline – dal Pearson Media Group, holding editoriale inglese purosangue, al colosso giapponese Nikkei. Un’iniezione di aria nuova e d’interessi più ampi, oltre che di capitali, rivelatasi evidentemente la premessa per arrivare anche ad abbattere il tabù di genere sulla direzione.

“Sono felicissimo che Roula Khalaf abbia accettato questo ruolo – ha commentato da Tokyo il presidente di Nikkei, Tsuneo Kita – e sono pienamente fiducioso che continuerà a portare avanti la missione del FT: assicurare un giornalismo di qualità senza paura e senza favori e perseguire una rinnovata agenda editoriale di copertura del business, della finanza, dell’economia, della politica estera”. “Roula – ha proseguito Kita – ha dato prova in 24 anni di carriera, inclusi quelli da vicedirettore, della sua integrità, determinazione e saggezza di giudizio. Non vediamo l’ora di lavorare a stretto contatto con lei per rafforzare la nostra alleanza di media internazionali”.

Keystone-Ats | 12 nov 2019 18:29

La terra santa

Ho conosciuto Gerico,
ho avuto anch’io la mia Palestina,
le mura del manicomio
erano le mura di Gerico
e una pozza di acqua infettata
ci ha battezzati tutti.
Lì dentro eravamo ebrei
e i Farisei erano in alto
e c’era anche il Messia
confuso dentro la folla:
un pazzo che urlava al Cielo
tutto il suo amore in Dio. 
Noi tutti, branco di asceti
eravamo come gli uccelli
e ogni tanto una rete
oscura ci imprigionava
ma andavamo verso la messe,
la messe di nostro Signore
e Cristo il Salvatore. 
Fummo lavati e sepolti,
odoravamo di incenso.
E dopo, quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno. 
Ma un giorno da dentro l’avello
anch’io mi sono ridestata
e anch’io come Gesù
ho avuto la mia resurrezione,
ma non sono salita ai cieli
sono discesa all’inferno
da dove riguardo stupita
le mura di Gerico antica. 
Le dune del canto si sono chiuse,
o dannata magia dell’universo,
che tutto può sopra una molle sfera.
Non venire tu quindi al mio passato,
non aprirai dei delta vorticosi,
delle piaghe latenti, degli accessi
alle scale che mobili si dànno
sopra la balaustra del declino;
resta, potresti anche essere Orfeo
che mi viene a ritogliere dal nulla,
resta o mio ardito e sommo cavaliere,
io patisco la luce, nelle ombre
sono regina ma fuori nel mondo
potrei essere morta e tu lo sai
lo smarrimento che mi prende pieno
quando io vedo un albero sicuro.

Alda Merini

Le ragazze del muro di Berlino

La foto risale all’agosto del 1961. Rosemarie Badaczewski e Kriemhild Meyer, all’epoca entrambe quindicenni, vennero immortalate mentre si tenevano per mano, separate da un muretto di cemento alto poche decine di centrimetri.

Di lì a qualche settimana, quel muro – che per 28 anni ha mantenuto separate la Germania federale dalla DDR, la Repubblica democratica tedesca – avrebbe raggiunto quasi 4 metri di altezza e oltre 150 km di lunghezza, divenendo il simbolo della Cortina di ferro.

Per il resto del mondo, invece, Rosemarie e Kriemhild sarebbero diventate “le ragazze del muro“: quella mattina di agosto, le due amiche, che da un giorno all’altro si ritrovarono rispettivamente a est e a ovest del muro di Berlino, si erano incontrate casualmente e – grazie a uno slancio di umanità della guardia di frontiera che avrebbe dovuto bloccarle – corsero a salutarsi per un’ultima volta.

Dal web

Lo stupro: il monologo di Franca Rame

Lo stupro

Il brano che ora reciterò è stato ricavato da una testimonianza apparsa sul “Quotidiano Donna”, testimonianza che vi riporto testualmente.

C’è una radio che suona… ma solo dopo un po’ la sento. Solo dopo un po’ mi rendo conto che c’è qualcuno che canta. Sì, è una radio. Musica leggera: cielo stelle cuore amore… amore…

Ho un ginocchio, uno solo, piantato nella schiena… come se chi mi sta dietro tenesse l’altro appoggiato per terra… con le mani tiene le mie, forte, girandomele all’incontrario. La sinistra in particolare.

Non so perché, mi ritrovo a pensare che forse è mancino. Non sto capendo niente di quello che mi sta capitando.

Ho lo sgomento addosso di chi sta per perdere il cervello, la voce… la parola. Prendo coscienza delle cose, con incredibile lentezza… Dio che confusione! Come sono salita su questo camioncino? Ho alzato le gambe io, una dopo l’altra dietro la loro spinta o mi hanno caricata loro, sollevandomi di peso?

Non lo so.

È il cuore, che mi sbatte così forte contro le costole, ad impedirmi di ragionare… è il male alla mano sinistra, che sta diventando davvero insopportabile. Perché me la storcono tanto? Io non tento nessun movimento. Sono come congelata.

Ora, quello che mi sta dietro non tiene più il suo ginocchio contro la mia schiena… s’è seduto comodo… e mi tiene tra le sue gambe… fortemente… dal di dietro… come si faceva anni fa, quando si toglievano le tonsille ai bambini.

L’immagine che mi viene in mente è quella. Perché mi stringono tanto? Io non mi muovo, non urlo, sono senza voce. Non capisco cosa mi stia capitando. La radio canta, neanche tanto forte. Perché la musica? Perché l’abbassano? Forse è perché non grido.

Oltre a quello che mi tiene, ce ne sono altri tre. Li guardo: non c’è molta luce… né gran spazio… forse è per questo che mi tengono semidistesa. Li sento calmi. Sicurissimi. Che fanno? Si stanno accendendo una sigaretta.

Fumano? Adesso? Perché mi tengono così e fumano?

Sta per succedere qualche cosa, lo sento… Respiro a fondo… due, tre volte. Non, non mi snebbio… Ho solo paura…

Ora uno mi si avvicina, un altro si accuccia alla mia destra, l’altro a sinistra. Vedo il rosso delle sigarette. Stanno aspirando profondamente.

Sono vicinissimi.

Sì, sta per succedere qualche cosa… lo sento.

Quello che mi tiene da dietro, tende tutti i muscoli… li sento intorno al mio corpo. Non ha aumentato la stretta, ha solo teso i muscoli, come ad essere pronto a tenermi più ferma. Il primo che si era mosso, mi si mette tra le gambe… in ginocchio… divaricandomele. È un movimento preciso, che pare concordato con quello che mi tiene da dietro, perché subito i suoi piedi si mettono sopra ai miei a bloccarmi.

Io ho su i pantaloni. Perché mi aprono le gambe con su i pantaloni? Mi sento peggio che se fossi nuda!

Da questa sensazione mi distrae un qualche cosa che subito non individuo… un calore, prima tenue e poi più forte, fino a diventare insopportabile, sul seno sinistro.

Una punta di bruciore. Le sigarette… sopra al golf fino ad arrivare alla pelle.

Mi scopro a pensare cosa dovrebbe fare una persona in queste condizioni. Io non riesco a fare niente, né a parlare né a piangere… Mi sento come proiettata fuori, affacciata a una finestra, costretta a guardare qualche cosa di orribile.

Quello accucciato alla mia destra accende le sigarette, fa due tiri e poi le passa a quello che mi sta tra le gambe. Si consumano presto.

Il puzzo della lana bruciata deve disturbare i quattro: con una lametta mi tagliano il golf, davanti, per il lungo… mi tagliano anche il reggiseno… mi tagliano anche la pelle in superficie. Nella perizia medica misureranno ventun centimetri. Quello che mi sta tra le gambe, in ginocchio, mi prende i seni a piene mani, le sento gelide sopra le bruciature…

Ora… mi aprono la cerniera dei pantaloni e tutti si dànno da fare per spogliarmi: una scarpa sola, una gamba sola.

Quello che mi tiene da dietro si sta eccitando, sento che si struscia contro la mia schiena.

Ora quello che mi sta tra le gambe mi entra dentro. Mi viene da vomitare.

Devo stare calma, calma.

“Muoviti, puttana. Fammi godere”. Io mi concentro sulle parole delle canzoni; il cuore mi si sta spaccando, non voglio uscire dalla confusione che ho. Non voglio capire. Non capisco nessuna parola… non conosco nessuna lingua. Altra sigaretta.

“Muoviti puttana fammi godere”.

Sono di pietra.

Ora è il turno del secondo… i suoi colpi sono ancora più decisi. Sento un gran male.

“Muoviti puttana fammi godere”.

La lametta che è servita per tagliarmi il golf mi passa più volte sulla faccia. Non sento se mi taglia o no.

“Muoviti, puttana. Fammi godere”.

Il sangue mi cola dalle guance alle orecchie.

È il turno del terzo. È orribile sentirti godere dentro, delle bestie schifose.

“Sto morendo, – riesco a dire, – sono ammalata di cuore”.

Ci credono, non ci credono, si litigano.

“Facciamola scendere. No… sì…” Vola un ceffone tra di loro. Mi schiacciano una sigaretta sul collo, qui, tanto da spegnerla. Ecco, lì, credo di essere finalmente svenuta.

Poi sento che mi muovono. Quello che mi teneva da dietro mi riveste con movimenti precisi. Mi riveste lui, io servo a poco. Si lamenta come un bambino perché è l’unico che non abbia fatto l’amore… pardon… l’unico, che non si sia aperto i pantaloni, ma sento la sua fretta, la sua paura. Non sa come metterla col golf tagliato, mi infila i due lembi nei pantaloni. Il camioncino si ferma per il tempo di farmi scendere… e se ne va.

Tengo con la mano destra la giacca chiusa sui seni scoperti. È quasi scuro. Dove sono? Al parco. Mi sento male… nel senso che mi sento svenire… non solo per il dolore fisico in tutto il corpo, ma per lo schifo… per l’umiliazione… per le mille sputate che ho ricevuto nel cervello… per lo sperma che mi sento uscire. Appoggio la testa a un albero… mi fanno male anche i capelli… me li tiravano per tenermi ferma la testa. Mi passo la mano sulla faccia… è sporca di sangue. Alzo il collo della giacca.

Cammino… cammino non so per quanto tempo. Senza accorgermi, mi trovo davanti alla Questura.

Appoggiata al muro del palazzo di fronte, la sto a guardare per un bel pezzo. Penso a quello che dovrei affrontare se entrassi ora… Sento le loro domande. Vedo le loro facce… i loro mezzi sorrisi… Penso e ci ripenso… Poi mi decido…

Torno a casa… torno a casa… Li denuncerò domani

 

Amor

Amor, ch’a nullo amato amar perdona….. 
lui vendeva stoffe al mercato e aveva gli occhi di gatto, 
ma io ero sposata con Mhamed , quarant’anni più di me, 
Mhamed l’ho incontrato la prima volta il giorno del nostro matrimonio, ho pensato, almeno non ha i baffi. Mia cugina è stata più sfortunata il suo vecchio aveva pure la barba. 
Mia madre l’hanno sposata a tredici anni ha fatto tredici figli. 
Mia madre mi ha detto segui il tuo destino come una spiga al vento, e vedrai che la vita passa presto come in un soffio, ma lui aveva gli occhi di gatto e all’improvviso il vento si è fermato mentre il mio cuore si è svegliato e ha cominciato a battere forte. 
Ci siamo innamorati dell’amore. Ogni giovedi al mercato di Tabriz su un letto di damaschi e sete preziose.
Tutte mi chiedono com’è morire sotto una pioggia di pietre…? 
Il contrario esatto dell’amore, il cuore si ferma e diventa tutto buio. 
Ma… quello che mi ha fatto male veramente è stato l’applauso finale di tutti gli uomini del paese, forse volevano pure il bis, ma io ero già sepolta….. 
c’erano pure mio padre e mio fratello ad applaudire…. 
Tutte mi chiedono com’è morire sotto una pioggia di pietre…? 
……conviene, i parenti risparmiano per la tomba…..

Anche sotto tutte le pietre del deserto di Garmsar nessuno potrà mai togliermi il mio amore dagli occhi di gatto…

Da Ferite a morte di Serena Dandini

Suor Plautilla

Dopo lungo e meticoloso restauro, seguito e sostenuto da Advancing Women artist, il sodalizio che recupera opere di donne, L’ultima Cena di Plautilla Nelli ritorna nella sua sfolgorante bellezza.

Plautilla era una suora, pittrice autodidatta, che dipingeva nel chiuso del suo Convento.

Nebras

Che cosa hanno visto gli occhi di Nebras

Etiope, 18 anni, in fuga dalla fame. Venduta, stuprata e torturata per un anno in Libia. Prima dai trafficanti, poi dai soldati pagati dall’Italia.

Si chiama Nebras, ha 18 anni, ed è bella; esile, i movimenti eleganti.

Il padre possedeva delle terre, in Etiopia. La siccità e il contrasto con un gruppo rivale gliele strappano. Per un po’, Nebras lavora come domestica in alcune case vicine, ma «i pochi soldi andavano dalla mano alla bocca», quasi non ne vale la pena.

Un giorno la sua migliore amica, Chiatu, dice: «Andiamo in Europa a salvare noi e le nostre famiglie». Hanno sedici anni e nessun soldo. Ma sono insieme, e partono. Trovare i trafficanti è stato facile, tutti sanno come fare, il Viaggio è nel tuo dna se sei nato nel Corno d’Africa, è una possibilità tra le altre. Si accordano per una cifra, avrebbero pagato i trafficanti una volta giunte a Sabrata o a Tripoli. Non sapevano che stavano offrendosi come schiave. Come facevate a non saperlo?, chiedo. Scuote la testa. Nessuno parla del Viaggio. «Si parte per aiutare la famiglia. Come si potrebbe dire, una volta arrivati, che si è vivi per miracolo? Sarebbe far soffrire la famiglia, l’opposto del motivo per cui si parte».

Le caricano su una jeep, sono in cinquanta, il bagaglio rimane a terra. Viaggiano per giorni verso il Sudan e il deserto. Prima del confine si fermano. I trafficanti chiedono i soldi. Non li hanno. Nessun problema: vengono vendute. Duemila dollari l’una.

I nuovi trafficanti sono armati e indicano una direzione, in mezzo al nulla del deserto. Il gruppo comincia a camminare. Il confine si trova a dodici ore a piedi, non si può attraversare in auto, è pericoloso. Poi di nuovo su una jeep, arrivano vicino a Khartum. La prima prigione. Le rinchiudono in una stanza con altre trenta persone. I trafficanti stanno in una camera più piccola, lì di fianco. Ne sentono i rumori. Loro stanno per terra, hanno fame, e sete.

I trafficanti entrano quattro, cinque volte al giorno e chiedono soldi. Alcuni tra gli schiavi li hanno. Nebras e Chiatu no. Prendono un telefono e ordinano di chiamare a casa. Nebras ha un cugino in Arabia Saudita. Ricorda il numero a memoria.

Lui si nega. Da mangiare hanno un piatto al giorno in dieci. Da bere una bottiglia da mezzo litro d’acqua, in quindici: ognuno ha quella che sta in un tappino. A chi chiede di più viene pisciato in faccia. Riempiono bottigliette di urina e li costringono a ingoiare. Là dentro ci stanno tre mesi. Una notte i trafficanti prendono Nebras e la portano nella piccola stanza. Non sa esattamente quanti sono, non lo ricorda. La tengono chiusa tre giorni. La violentano. Nelle pause, lei batte i pugni contro le pareti, nessuno la sente. Piange. «È colpa mia», mi dice. «Ero troppo debole, non mangiavo. Fossi stata più forte, gli altri mi avrebbero sentita». Quando esce si accascia tra le braccia di Chiatu, l’amica, che piange due giorni stretta a lei. Dopo è la volta dell’amica. Quando torna, dopo tre giorni, sanguina in molti punti. Ora è Nebras a stringerla. Ma Chiatu non parla più.

Poi, una notte, di nuovo, arrivano. Le vendono ai libici. Cinquemila dollari l’una. In quei tre mesi il valore è aumentato. I trafficanti libici le caricano su un camion con altre 150 persone. Impiegano una settimana ad attraversare il Sahara. Da bere, acqua mista a olio di motore. Alcuni durante il viaggio muoiono di fame e stanchezza, vecchi e bambini. Le madri piangono.

Arrivati a Kufra rinchiudono tutti i sopravvissuti in una prigione sotterranea. Si entra da un buco di mezzo metro. Dentro non si sta in piedi. Acqua filtra dal soffitto. Non c’è bagno. Si defeca e si urina seduti, dentro le gonne e i pantaloni. Non c’è aria, si muore di puzza e di asfissia. I libici entrano e chiedono denaro. Quando aprono l’apertura è insieme sollievo e terrore. Di nuovo Nebras telefona al cugino. Niente. Da mangiare ricevono cibo avariato, i vermi sono vivi. Loro mangiano.

«Quando hai fame mangi tutto». Stanno accasciate a terra nei loro escrementi per altre quattro settimane, senza luce. Poi Chiatu smette di muoversi. Muore tra le braccia di Nebras. Nebras, di notte e di giorno la vede ancora al suo fianco, oggi che mi parla la sua amica è lì con noi. Dopo tre mesi, Nebras inizia a provare strani movimenti nell’addome. Ha il terrore di essere incinta. I trafficanti ogni giorno entrano, e torturano. Sciolgono plastica sugli arti. Arroventano tubi di metallo e li premono sulle schiene.

Un giorno prendono sette uomini e li trascinano fuori. Ne ammazzano cinque, scattano foto. Ributtano dentro gli altri due, che raccontino. Ai rimanenti mostrano le foto. Se devono violentare, violentano sottoterra, davanti a tutti. Così che si veda. E i soldi si procurino prima. Neanche pagare subito è buono. Se paghi subito ti mantengono lì. Sei animale da mungere. Poi, la vendono ancora. Ottomila dollari. Il debito cresce, l’ultimo trafficante accumulerà quello che non hanno preso gli altri.

Nebras viene trasportata a Bani Walid. Più vicina al mare, più vicina alla meta, non lontana da Misurata. Il viaggio dura giorni, sono in cinquanta. Chi guida è ubriaco, guida veloce dentro il deserto. La jeep si ribalta. Molti muoiono, tanti bambini. Nebras vede crani all’aria. Seppelliscono i morti dentro la sabbia.

Aspettano tre giorni che arrivino ad aggiustare la jeep. Lei si rifiuta, ma viene caricata sulla macchina bagnata del sangue dei sepolti. Di notte fa freddo, lei trema. I trafficanti se ne accorgono, la bagnano con acqua ghiacciata. Poi picchiano con bastoni sotto le piante dei piedi. A Bani Walid li chiudono di nuovo sotto terra. Nebras è incinta, ora lo sa. Le fanno chiamare per la terza volta il cugino. Lui accetta di pagare. Dopo due mesi la portano a Sabrata, sul mare. La fine è vicina, si dice.

In verità ciò che spera è di morire presto. Il bimbo che porta in grembo è il terrore calato nelle sue viscere. Aspetterà che maturi abbastanza da uscire da lei. Incinta di cinque mesi, viene venduta alla polizia libica. Crede di essere finalmente in mani amiche, ma i poliziotti sono peggio dei trafficanti. La rinchiudono in una stanza e la violentano. Anche se lei dice loro di essere incinta, mostra il ventre. Poi un poliziotto domanda «è un libico che ti ha fatto questo?», e indica la pancia.

Nebras fa sì con la testa e chiede «perché non avete avuto pietà?». Così il poliziotto impara che lei parla l’arabo. La usa come mediatrice con gli etiopi. Nebras sta male. Alcuni prigionieri organizzano un piano per scappare, sente che ne parlano continuamente. Dopo tre settimane scappano. La portano con loro perché è incinta. A Sabrata l’accompagnano all’ospedale.

Partorisce al settimo mese, il neonato sta male. Il giorno in cui le fanno vedere il bambino, Nebras decide di uccidersi. Si taglia le vene dei polsi, ma le infermiere la salvano. Nebras, sdraiata in una stanza di ospedale, si chiede «è reale ciò che mi è successo? Volevo solo andare via dall’Etiopia». Le infermiere le dicono che forse può tornare a casa. Ma tutto vuole, Nebras, tranne quello: se suo padre sa del bambino l’ammazza per disonore. Nebras non può parlarne con nessuno. Il personale Unhcr la trova in ospedale e la trasporta in Niger assieme al figlio. Lei gli dà il nome di Bilal.

Nella Casa de passage, quando la incontro, le sue compagne credono che il figlio sia di un uomo che Nebras ama. Un uomo che l’aspetta in Europa. Questo fa credere a tutte, Nebras. Nebras non ha mai più parlato con la sua famiglia.

Che Bilal è figlio del trafficante libico lo sappiamo io e la psicologa. Adesso lo sai anche tu che hai letto la sua storia.

Nebras, torturata per più di un anno in Libia per essere fuggita dalla fame nel suo paese.

GIUSEPPE CATOZZELLA

Su L’Espresso del 28.10.2018