Archivio annuale2019

Alice Pasquini

Si chiama Alice Pasquini e dipinge le donne sui muri, le dipinge così come sono e con la sua arte da strada é finita sulla Treccani, l’ enciclopedia più blasonata

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“ Molte Street Artist usano pseudonimi io non ho rinunciato al mio nome(…) sui manifesti o sui grandi schermi la donna é proposta solo in due modi: come madre o come oggetto del desiderio maschile. Io, invece, con i miei graffiti ho portato sui muri le donne normali, né stereotipi né donna-oggetto. E le ho dipinge in luoghi marginali, spesso degradati, periferici, con l’intento di portare la bellezza laddove non c’era”

Annette Kellerman

Nel 1905 nuotò da Putney a Blackwall per 27 chilometri.

Indossava un costume intero disegnato da lei stessa che suscitò tantissime critiche.

Fu arrestata negli USA per le sue battaglie femministe.

Il ponte delle donne

É il Waterloo Bridge.

I lavori di ricostruzione iniziarono nel 1934, ma con lo scoppio della seconda guerra mondiale, dei 500 operai che lavoravano al ponte ne rimasero, nel giro di due anni, solo 50. La Peter Lind & Company, società appaltatrice, si risolse alla fine ad assumere delle donne, che secondo la Women’s Engineering Society potevano essere all’incirca 350.

La Peter Lind & Company andò in liquidazione negli anni ’80, e tutti i dati riguardanti il personale sono persi ormai da molto tempo. La figlia di Peter Lind ricorda di aver visto delle donne lavorare al ponte, quando il padre la portava con sé nel cantiere. Tuttavia, anche questa testimonianza non era una prova definitiva. Christine Wall la trovò frugando negli archivi on-line del Bradford Museum of Film and Television: una serie di fotografie scattate nel 1944 da un fotografo del quotidiano The Daily Herald.

Finalmente, il ruolo delle donne nella costruzione del famoso ponte poteva essere riconosciuto, il loro contributo ricordato e menzionato nella Lista del patrimonio nazionale per l’Inghilterra, dove l’iconico Waterloo Bridge è stato recentemente incluso, dando alla fatica dimenticata di tante donne (finalmente) il giusto merito.

Dal Web

Mary Shelley: la ragazza che scrisse Frankenstein

Esistono donne messe in ombra dai genitori, dal marito, dall’epoca in cui vivono, a volte persino dalla loro stessa opera: tutte queste sorti insieme sono toccate a Mary Shelley, La ragazza che scrisse Frankenstein.

La madre Mary Wollstonecraft, filosofa femminista, muore poco dopo averla messa al mondo, e così sta al padre, William Godwin, crescerla e educarla in una casa frequentata dai maggiori intellettuali del tempo e segnata da quel lutto mai del tutto rimarginato – è sulla tomba della madre che Mary impara a leggere, seguendo le lettere con il dito.

Nel 1814, a diciassette anni, scappa con il futuro marito, il poeta Percy Bysshe Shelley; i due attraversano l’Europa in compagnia della sorellastra di Mary, Claire. Nel 1816 i tre, insieme al romanziere John Polidori e al poeta Lord Byron, sono protagonisti di un singolare gioco: per ingannare la noia dei giorni piovosi sul lago di Ginevra, Byron propone a ciascuno di scrivere un racconto di paura.

Inaspettatamente, è la fantasia di una Mary diciannovenne a primeggiare, creando uno dei mostri più celebri e terrificanti di sempre, in cui riversa molto di sé: la fatica del parto e lo spettro delle morti infantili riverberano nel tema della creazione di una nuova vita, così come la malattia che da piccola l’aveva costretta a tenere un braccio in fasce, gonfio e sfigurato, ispira la dolente mostruosità della creatura. Sembra l’inizio di una sfolgorante carriera, ma la morte improvvisa di Percy relegherà Mary nel ruolo ancillare e più tradizionalmente femminile di custode dell’eredità letteraria del marito.

A duecento anni dalla pubblicazione di Frankenstein, Fiona Sampson scrive la biografia definitiva di Mary Shelley: una vita che è il manifesto di tutte le possibili strade che una donna può percorrere, e il resoconto di tutti gli ostacoli che la società e il destino possono mettere sui suoi passi.

Dal Web

Lucetta Scaraffia scrive a Papa Francesco

Caro papa Francesco,

con grande dispiacere Le comunichiamo che sospendiamo la nostra collaborazione a “donne chiesa mondo”, il mensile dell’Osservatore Romano da noi fondato, del quale Benedetto XVI ha permesso la nascita proprio sette anni fa e che Lei ha sempre incoraggiato e sostenuto. Gettiamo la spugna perché ci sentiamo circondate da un clima di sfiducia e di delegittimazione progressiva, da uno sguardo in cui non avvertiamo stima e credito per continuare la nostra collaborazione. Con la chiusura di “donne chiesa mondo” si conclude, o meglio si spezza, un’esperienza nuova ed eccezionale per la Chiesa: per la prima volta un gruppo di donne, che si sono organizzate autonomamente e che hanno votato al loro interno le cariche e l’ingresso di nuove redattrici, ha potuto lavorare nel cuore del Vaticano e della comunicazione della Santa Sede, con intelligenza e cuore liberi, grazie al consenso e all’appoggio di due papi.

La nostra iniziativa, come saprà, ha avuto e ha un successo non comune, con un’edizione cartacea in spagnolo pubblicata in spagnolo da “Vida Nueva”, una più recente in francese con “La Vie” e un’edizione in inglese diffusa in rete. In questi sette anni il nostro obiettivo di dare voce alle donne che, come Chiesa, lavorano nella Chiesa e per la Chiesa, aprendosi a un dialogo con le donne di altre religioni, si è realizzato e ha coinvolto migliaia di laiche e di consacrate, confrontandosi di continuo con il pensiero e con la visione di laici, di consacrati, di presbiteri, di vescovi. I temi affrontati sono stati tanti: dalle scoperte scientifiche alla presenza politica; dalla rilettura arricchita dalle acquisizioni della storia più recente di sante dottori della Chiesa, come Teresa d’Avila e di Ildegarda di Bingen, al diritto canonico; dalle speciali qualità femminili emerse nell’annuncio del Vangelo e nelle azioni di pacificazione nel mondo alle richieste delle consacrate nella Chiesa di oggi.

In ogni numero è stato dato spazio alla meditazione dei testi evangelici, a cura delle sorelle della comunità monastica di Bose, e all’esegesi biblica da parte di studiose anche non cattoliche. Da questo secondo filone sono nati tre libri sulle donne dell’Antico Testamento, su quelle dei vangeli e su quelle di san Paolo, curati da Nuria Calduch Benages e pubblicati anche in spagnolo. La nostra redazione, che si è riunita annualmente per un ritiro spirituale di tre giorni presso il monastero di Bose, ha lavorato come laboratorio intellettuale e interiore, attenta ad ascoltare e ad accogliere quanto le lettrici segnalavano come luogo fecondo e come realtà di ricerca, convinte come Lei che la realtà è superiore alle ideologie, per aprire nuove strade di dialogo. E siamo state pronte a percorrere cammini anche inesplorati.

Particolarmente ricco e interessante è stato l’approfondimento del rapporto con le donne musulmane, che è stato accompagnato dalla riscoperta di una fitta presenza femminile nell’antica tradizione islamica, oggi quasi ignorata. Ci siamo sentite spesso come minatori che scoprivano filoni metalliferi preziosi e li portavano alla luce e alla conoscenza di tutti: una vera ricchezza umana e universale, e in questo senso “cattolica”.

Certo, fra le molte lettere che abbiamo ricevuto dalle lettrici, fra cui numerose consacrate, sono emersi anche casi e vissuti dolorosi che ci hanno riempite di indignazione e di sofferenza. Come ben sa, non siamo state noi a parlare per prime, come forse avremmo dovuto, delle gravi denunce dello sfruttamento al quale numerose donne consacrate sono state e sono sottoposte (sia nel servizio subordinato sia nell’abuso sessuale) ma lo abbiamo raccontato dopo che i fatti erano emersi, anche grazie a molti media. Non abbiamo più potuto tacere: sarebbe stata ferita in modo grave la fiducia che tante donne avevano riposto in noi.

Ora ci sembra che un’iniziativa vitale sia ridotta al silenzio e che si ritorni all’antiquato e arido costume della scelta dall’alto, sotto il diretto controllo maschile, di donne ritenute affidabili. Si scarta in questo modo un lavoro positivo e un inizio di rapporto franco e sincero, un’occasione di parresia, per tornare all’autoreferenzialità clericale. Proprio quando questa strada viene denunciata da Lei come infeconda. Santo Padre, a Lei e al Suo predecessore dobbiamo la gratitudine per questi sette anni di lavoro appassionato che – ne siamo sicure – ha contribuito, se pure in piccola parte, a dare coscienza, pensiero e anima femminili alla Chiesa nel mondo: perché davvero, come si legge nella Sua esortazione apostolica Evangelii gaudium (104) le donne “pongono alla Chiesa domande profonde che la sfidano e che non si possono facilmente eludere”.

Lucetta Scaraffia Marzo 2019

La legge Golfo-Mosca

La legge Golfo-Mosca, per contrastare la discriminazione nei confronti delle donne nei consigli di amministrazione, è entrata in vigore nel 2011 e scadrà nel 2022, ha introdotto obblighi precisi per le società quotate. Ecco cosa prevede e quali risultati sono stati raggiunti finora.

POSTI RISERVATI PER IL GENERE MENO RAPPRESENTATO

La legge Golfo-Mosca ha stabilito che il 20% dei posti disponibili negli organi di amministrazione e controllo delle società quotate (consigli di amministrazione e collegi sindacali) venisse riservato al genere meno rappresentato, ovvero quello femminile, senza fissare requisiti o incompatibilità particolari. Questo fino al 2015. Da quell’anno in avanti la quota da riservare è salita a un terzo dei posti disponibili. 

ALLA CONSOB IL POTERE DI PUNIRE CHI NON RISPETTA LE QUOTE

Se la composizione degli organi di amministrazione e controllo non rispetta le quote rosa, la legge dà alla Consob il potere di diffidare la società interessata, dandole la possibilità di adeguarsi entro quattro mesi. Se ciò non avviene la Consob può intimare un nuovo termine di tre mesi. Dopodiché, in caso di inadempienza, scatta la decadenza dei componenti eletti nei board. Sempre la Consob, inoltre, può multare la società che viola la legge, con sanzioni che variano tra 100 mila e un milione di euro. Per le partecipate pubbliche non quotate in Borsa, la vigilanza è affidata alle Pari opportunità, le cui deleghe sono state conferite dal governo M5s-Lega alsottosegretario alla presidenza del Consiglio Vincenzo Spadafora.

GLI EFFETTI POSITIVI CHE LA LEGGE HA AVUTO FINORA

La legge, tuttavia, ha anche una data di scadenza, e i suoi effetti, in assenza di una proroga, si esaurirebbero nel 2022. Ma quali risultati sono stati ottenuti finora? Nel 2008 la percentuale di donne che facevano parte dei consigli di amministrazione era pari al 5,9%. Come ha spiegato Openpolis, dopo l’entrata in vigore della Golfo-Mosca le aziendequotate in Borsa che al primo rinnovo delle cariche sociali si sono dovute adeguare hanno portato questa cifra al 27,8%, sopra la quota obbligatoria iniziale del 20%. Al secondo rinnovo la cifra è salita ancora, fino a toccare il 36,9%, anche in questo caso sopra il tetto obbligatorio del 33,3%. Dai dati aggiornati al 2017 emerge inoltre che le donne nei cda sono mediamente più giovani e più istruite rispetto ai colleghi uomini. Hanno 50,9 anni rispetto ai 58,9 degli uomini e l’88,5% di loro ha una laurea, rispetto all’84,5% degli uomini.

Signora Deputatessa Merlin

Signora Deputatessa Merlin

B., 27 Gennaio 1951

Io ò saputo dalle mie compagne della legge che fà per noi prostitute. Io non me ne intendo; sono una povera donna che faceva la serva e sono delle campagne di C. e vorrei tornarci a fare la serva o la contadina non questo mestiere che mi fà schifo. Ero a M. e M. mi faceva terrore e io uscivo poco, avevo paura dei trammi e delle macchine, ma un giorno uscivo e incontrai uno che mi si mise dietro a camminare dietro.

I miei padroni tutte le sere facevano cene, ballavano e poi si baciavano e anche con le mani non stavano fermi bene e io pensai che fare all’amore non era peccato e mi ci misi con un giovanotto che non parlava come noi di C. Ma un giorno mi portò nella sua camera perché disse «ò male allo stomaco». Ma altroché male lui, mi prese e mi cosò anche mentre io piangevo e dissi «ò paura ò paura». Poi non mi à sposato e mi à fatto fare ii figliolo. Io sono prostituta perché i padroni non mi rivolevano e loro erano come me e peggio e si facevano sempre cornuti fra elli.

ò paura di venire via per la fame e per chiedere perdono alla famiglia che sono onesti fratelli e sorelle. Però a C. sarei felice, ci sono nata, c’è l’aria sana, gli olivi e la vendemmia e anche i contadini mi volevano bene.

M’aiuti Signora Deputatrice io voglio salvare mio figlio.

Amy Johnson

Amy Johnson, di cui oggi ricorre l’anniversario della misteriosa morte, negli anni Trenta era una delle persone più famose del mondo, ma la sua morte, avvenuta nel 1941, fu oscurata dalle vicende belliche. Amy era una ragazza-pilota, inglese, che era diventata celebre per avere per prima condotto un aereo in solitaria dall’Inghilterra all’Australia nel corso di un viaggio avventuroso, costellato da numerosi imprevisti. Era diventata un’eroina, nella sua patria e in tutto il Commonwealth, e allo scoppio della guerra non esitò ad arruolarsi nell’Air Transport Auxiliary, l’organizzazione che supportava lo sforzo bellico del Regno Unito con trasporti di materiali. Era nata nello Yorkshire nel 1903 da una famiglia benestante. Laureatasi in Economia, trovò lavoro presso uno studio legale di Londra nel 1928. Frattanto si era sempre più interessata al volo e tramite il London Aeroplane Club riuscìa conseguire privatamente il brevetto di volo e quello di ingegnere di terra. Era il 1929. Licenziatasi dal lavoro, riuscì a comprare grazie al padre e a un mecenate, il suo primo aereo usato, un de Havilland DH60 Moth, col quale effettuò il suo primo volo transoceanico in solitaria verso l’Australia. Il ministero dell’Aviazione e imprenditori privati le fornirono il supporto necessario per l’impresa. Così, il 5 maggio 1930 l’ardimentosa giovane (aveva 27 anni) partì da Londra in direzione del Medio oriente, dove tra tempeste di sabbia, atterraggi di fortuna, perdite di rotta, riuscì ad arrivare a Baghdad, accolta e supportata dalla Royal Air Force ivi di stanza, e poi a Bandar Abbas e Karachi, in Pakistan. Dopo Yangoon, Bangkok, Singapore e numerosi incidenti di vario genere, la Johnson arrivò a Giava, dove riparò le ali dell’areo con dei cerotti e infine a Timor, ultima tappa prima del “salto” in Australia. Le avversità e il coraggio della giovane inglese avevano attirato l’attenzione della stampa britannica e lo stesso Daily Mail pubblicò un’esclusiva sull’avventura. Italo Balbodoveva ancora effettuare la grande Crociera del Decennale, che sarebbe avvenuta nel 1933, per cui l’argomento attirava l’interesse dei media internazionali, anche perché il protagonista era una giovane donna. Il 24 maggio pomeriggio Amy Johnson, distrutta, atterrò a Darwin, accolta con grandissimo entusiasmo. Congratulazioni arrivarono dallo stesso Giorgio V e da Charles Lindbergh, oltre che da numerose personalità internazionali. Quando tornò a Londra, nello stesso aeroporto da cui era partita, la Johnson fu accolta da oltre un milione di persone.

Avvolta nel mistero la morte di Amy Johnson

Nel 1932 si sposò con il pilota scozzese Jim Mollison e negli anni Trenta effettuò molte altre trasvolate, sia in solitaria sia con il marito. Ricevette molti premi e riconoscimenti ma anche delusioni: nel 1938 divorziò e si ritirò a vita privata. Fino allo scoppio della guerra, come si è detto. Oltre a merci per il fronte, la Johnson portava anche aerei nuovi dalle fabbriche alla loro destinazione. E il 5 gennaio 1941 l’incidente fatale: su un aereo addestratore Airspeed Oxford la Johnson volava da Blacpool a Kidlington, ma verosimlmente si perse, anche perché il tempo era freddo e nebbioso. Dopo quattro ore dalla sua partenza, mentre il volo sarebbe dovuto durare poco più di un’ora, il suo velivolo venne visto sull’estuario del Tamigi, lontanissimo da dove avrebbe dovuto essere. Amy fu vista buttarsi con il paracadute vicino a un’imbarcazione, la Hms Haslemere; i marinai le gettarono delle cime, ma Amy non riuscì ad afferrarle; lo stesso comandante della nave si gettò eroicamente per recuperarla ma non la raggiunse. Ripescato dall’equipaggio, morì poco dopo per ipotermia. Come detto, il corpo di Amy Johnson non fu mai più ritrovato. Le ipotesi sono che o fu inghiottito dalle acque gelide o che addirittura fu dilaniato dalle eliche della nave che intanto era tornata indietro per recuperarla. Nel 1999 un ex pilota Raf sostenne di aver abbattuto l’aereo scambiandolo per un nemico, mentre altri hanno ipotizzato che la Johnson portasse qualcuno a bordo e che fosse implicata in un’operazione sotto copertura. Qualcun altro, infine, pensa che sia stata tutta una messainscena della stessa Johnson, come si disse già per l’americana Amelia Earhart. Ma non si saprà mai, rimane uno dei grandi misteri dell’aviazione del secolo scorso, alla cui risoluzione certo la guerra non ha contribuito. Oggi ad Amy Johnson sono intiolate vie e parchi in Inghilterra e Australia, un aereo di linea porta il suo nome, ha a lei dedicata una statua di fronte al luogo dove morì, e il regista inglese Herbert Wilcox girò un film sulla loro storia, They flew alone. Il suo aereo è esposto al Museo delle Scienze di Londra.

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Così fan tutte

 

Da Elena di Troia a Novella 2000, dalle poesie di Catullo alla commedia sexy degli anni ’70: un viaggio tra arte, letteratura e cultura pop per raccontare oltre duemila anni di infedeltà al femminile. 

L’idea è venuta a Gleeden, il più importante sito per gli incontri extraconiugali d’Europa con oltre 5 milioni e mezzo di iscritti, che, in occasione del suo decimo anniversario, ha realizzato la mostra Così fan tutte. L’infedeltà femminile dall’antichità a oggi, curata da Vittorio Sgarbicon la consulenza della storica dell’arte ed ex conservatrice del Musée d’Orsay Beatrice Avanzi.

La mostra, che sarà inaugurata martedì 24 settembre a Milano proprio con una lectio magistralis di Vittorio Sgarbi, vuole raccontare come l’infedeltà coniugale, in particolare quella femminile, faccia parte del tessuto storico della società occidentale sin dall’alba dei tempi e come ne abbia plasmato storia, costumi e cultura. Attraverso installazioni, video e fotografie la mostra condurrà i visitatori in un vero e proprio viaggio interattivo dentro un tema controverso ma che da sempre ha ispirato poeti, scrittori e artisti di ogni epoca. 

«L’infedeltà femminile è uno dei grandi motori dell’arte e della letteratura, spiega Vittorio Sgarbi, l’Iliade, il più grande poema dell’antichità inizia con una storia di corna; la Bibbia stessa, da Adamo ed Eva in avanti è una sequenza di infedeltà tra uomini e donne e tra gli uomini e Dio. Le pagine che tutti ricordiamo della Divina Commedia sono quelle in cui Dante incontra Paolo e Francesca. L’erotismo è alla base di alcuni dei quadri più famosi della storia dell’arte… Insomma, l’infedeltà muove il mondo, l’infedeltà è da sempre l’elemento costitutivo degli uomini e delle donne, in egual misura».

La mostra realizzata da Gleeden, si sviluppa attraverso un percorso cronologico che non trascura le figure delle grandi regine e nobildonne infedeli della storia (da Lucrezia Borgia a Maria Antonietta a Caterina II di Russia), le opere nate nel secolo dei libertini e le eroine romantiche di Flaubert e Tolstoj. 

Ampio spazio è dedicato alla cultura pop, con un omaggio a Sergio Martino, regista di alcune delle più famose commedie sexy all’italiana (due titoli su tutti: Giovannona coscialunga disonorata con onore e La moglie in vacanza, l’amante in città, entrambi con Edvige Fenech) e un’area dedicata all’infedeltà attraverso la lente dei settimanali gossip curata da Roberto Alessi, direttore di Novella 2000 e autorità indiscussa nel campo delle corna VIP.

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Il volto vero della Calabria

Non é semplice descrivere la serata vissuta a Tropea il 13 Settembre in una delle terrazze sul mare più belle del mondo: la Piazza magica che si affaccia sullo Scoglio dell’Isola e sulle montagne di fuoco delle Eolie. 
Per ammirare l’esclusivo scenario nessun fondale ha chiuso l’imponente cornice di luce che ha illuminato l’evento Tarallucci & Vino, tappa finale di un Tour specialissimo voluto da Libera Vibo, che prima di Tropea ha toccato tante altre località della provincia.
Per l’incontro tropeano  é scesa in campo l’Associazione di Volontariato sos KORAI Onlus che ha ricevuto da Libera il privilegio della sua organizzazione, partendo dalle provocazioni offerte dal libro di Don Marcello Cozzi  “Ho incontrato Caino”, ed ha ottenuto il Patrocinio e il contributo economico del Comune.
 Tema forte e scottante quello affrontato che muove i suoi passi a partire dall’esperienza che il Sacerdote, giá Vicepresidente Nazionale di Libera e oggi Coordinatore del Sevizio Nazionale Antiracket e Antiusura e di accompagnamento ai testimoni di giustizia, ha vissuto incontrando pentiti eccellenti di mafia.
Tema delicato e inquietante che non ha frenato anzi ha alimentato la partecipazione: centinaia di persone si sono strette, in un cerchio magico, attorno al Religioso che si é aperto alla folla senza esitazioni, riuscendo ad arrivare al cuore di ognuno.
“ Ho avuto l’onore di essere io a dialogare con Don Cozzi” dice Beatrice Lento, Presidente dell’Associazione curatrice dell’evento a Tropea” e questo mi ha caricato di una grande responsabilità, ho capito che si sarebbe giocata una partita importante per la crescita della Comunità ed é per questo che personalmente e come Associazione ce l’abbIano messa tutta, la scommessa é stata vinta e lo dimostrano il successo di pubblico, al di lá di ogni più rosea aspettativa, e la voglia di apprezzamento manifestata da tantissimi.
 I partecipanti sono rimasti ‘inchiodati’ alle sedie e, nella stragrande maggioranza alla piazza, per oltre tre ore, affascinati dalle emozioni sia del dialogo in scena  che dello splendido Concerto ‘Seconda stella a destra’,  realizzato grazie alla vicinanza del Medico Veterinario e Musicista tropeano Carmine Barrese che ha coinvolto alcuni suoi amici artisti e ne ha assunto la direzione  artistica.”
Nella conversazione la Lento, da professionista della Scuola, ha calcato la mano sull’educativo facendo emergere il ruolo importante svolto nel contrasto alle mafie dalle varie Agenzie Formative, da ex dirigente dell’Istituto Superiore di Tropea si é valsa dell’intensa collaborazione con Libera Vibo, guidata allora da Mons. Fiorillo, partecipante all’evento, che ha anche favorito la venuta di Don Luigi Ciotti nella scuola tropeana e da Presidente di una realtà associativa incentrata sulla donna non ha mancato di evidenziarne il ruolo essenziale nell’inversione di rotta che il suo potere e il suo amore nei confronti dei figli può realizzare anche all’interno del fenomeno mafioso.
Effettivamente, come sottolineato anche dal Referente di Libera Vibo, Giuseppe Borrello, nel suo intervento introduttivo, le donne di ‘ndrangheta oggi, in molti casi, stanno diventando una minaccia dall’interno, soprattutto per il desiderio di salvare i figli. La Lento menziona Angela, l’unica donna tra i “Caino” di Don Cozzi che, sia pure intrappolata nella logica delle faide, dichiara:” Io non voglio che i miei figli crescano come loro, io voglio salvarli”, ricorda anche Peppino Impastato, chiaro esempio di come l’orizzonte di nessuna vita sia irrimediabilmente segnato dalla nascita in un contesto sbagliato e cita, nel suo conversare, anche il grande e profetico Vescovo di Molfetta Don Tonino Bello con la sua famosa frase:” …l’ assassino non é un mostro, é un nostro”
Ad inizio di serata  Borrello ha anche ricordato come, al momento, il nostro territorio  registri numerosi atti intimidatori ai danni delle attività economiche ed ha esaltato il no forte e chiaro di imprenditori come Carmine Zappia, presente in Piazza, che ha denunciato senza esitazione, perché non sono sufficienti le indagini occorre l’impegno di tutti, tema ripreso dal Vicesindaco Roberto Scalfari che ha voluto aggiungere al saluto dell’Amministrazione Comunale un messaggio forte, rivolto a  tutti, di impegno individuale costante se si vuole costruire insieme una Comunità veramente civile e libera.
Tarallucci e Vino ha preso il via, come programmato, alle 21 in punto, con due splendidi brani seguiti, dopo i saluti di Libera Vibo e del Comune di Tropea, da un terzo, le esecuzioni hanno introdotto sulla scena tutti i protagonisti del Concerto: i musicisti, Carmine Barrese al Piano e Diego Barbalace al Violino, e le incantevoli Soprano Gemma Fazzari e Caterina Francese con alcune sue allieve del Cantiere Internazionale Musicale di Mileto da lei diretto.
E proprio da una delle tre canzoni  ha preso il via l’ intervento di Don Marcello Cozzi che ad inizio di conversazione con Beatrice Lento ha sottolineato la significatività di un’affermazione contenuta nel brano della Mannoia eseguito poco prima da Gemma Fazzari:” Quante volte condanniamo questa vita illudendoci di averla già capita”. Il Sacerdote ha voluto condividere con il pubblico la sua ricca e sofferta esperienza nelle carceri evidenziando soprattutto la complessità dell’uomo che può macchiarsi di colpe terribili ma può anche cambiare trasformandosi in una persona completamente diversa dalla precedente. Ad un’osservazione  della Lento sugli effetti del isolamento previsto dal 41 bis, Don Marcello ricorda Gaspare Spatuzza che dice:” Per la prima volta mi sono guardato dentro, quelle quattro mura erano diventate come degli specchi nei quali iniziavo a vedermi e a vedere il male compiuto in quegli anni.”
  Effettivamente il carcere duro con l’ introspezione forzata che produce fa cogliere a molti criminali il grande inganno che li ha travolti. Don Cozzi insiste molto sul tormento che logora i pentiti come Spatuzza che si porta dentro per sempre l’espressione con cui don Pino Puglisi lo ha guardato un attimo prima di essere ucciso allo stesso modo di Giuseppe, il killer di don Peppe Diana, che un giorno disse a Don Marcello che mai avrebbe dimenticato gli occhi del parroco di Casal Di Principe mentre lo ammazzava.
 Il Sacerdote ha evidenziato anche come non sia possibile dividere il mondo 
in “per sempre buoni” e “ per sempre cattivi”, che il ritorno di Caino é possibile e che ogni  vita sostenuta durante quella lenta e difficile risalita é un bene confiscato alle mafie, il bene più prezioso.
 Tantissime altre riflessioni sono emerse nelle risposte alle numerose domande dei partecipanti all’evento che per tutto il tempo hanno mantenuto alta l’attenzione. Anche il messaggio rivolto ad Abele ha emozionato il pubblico che si é simbolicamente stretto ai familiari delle vittime innocenti delle mafie. Beatrice Lento ha ricordato in particolare la testimonianza resa più volte, nell’Istituto Superiore di Tropea da lei guidato per 14 anni, da Matteo Luzza che ha raccontato  agli studenti la storia di suo fratello Pino ucciso perché colpevole dell’amore per una ragazza che le famiglie malavitose volevano usare come un oggetto per stringere alleanze tra i clan. 
Le suggestioni della serata sono proseguite col concerto che ha proposto testi molto coinvolgenti, perfettamente  in tema con  l’argomento  affrontato e con le finalità di Libera e di sos KORAI: giustizia, diritti, dignità della persona, dimensione donna. Alcuni brani più festosi come “ Il cielo é sempre più blu” sono stati accompagnati dal battito delle mani mentre altri più tormentati e laceranti come
” Le lacrime di Marzo” e “ Il peso del coraggio” hanno inumidito gli occhi ma la gioia di aver vissuto insieme una serata bella, nel segno della condivisione di impegno per un mondo migliore, ha lasciato in tutti una sensazione di serenitá, quella che accompagna sempre la coscienza pulita.
“Ero certa del successo dell’evento” dichiara la Lento “ma non mi aspettavo che la partecipazione fosse così imponente, me ne sono chiesta il perché e sono sicura che l’elemento determinante sia proprio la sua corrispondenza al desiderio diffuso di Legalità e di serena Convivenza Democratica che oggi connota il nostro territorio, effettivamente in Piazza Cannone a Tropea con Tarallucci  e Vino c’era il volto vero, fresco e pulito, della Calabria.”
La Presidente di sos KORAI Onlus 
Dott.ssa Beatrice Lento