Archivio annuale 10th Maggio 2021

Maria Marotta, primo arbitro donna in serie B

Per la prima volta un arbitro donna dirigerà anche una partita di serie B. Si tratta della cilentana Maria Marotta a cui è stata affidata Reggina-Frosinone, gara dell’ultima giornata in programma oggi alle ore 14. Ha 37 anni ed è cilentana Marotta, classe 1984, originaria di San Giovanni a Piro e appartenente alla sezione di Sapri, è internazionale dal 2016 ed è considerata tra le giovani più promettenti. Tanto che la scorsa stagione era stata ammessa alla Can di C insieme ad un’altra collega in costante ascesa, la toscana Marta Maria Sole Caputi. Aveva già diretto il Cosenza in Coppa Italia Una squadra di B Marotta l’aveva già diretta visto che, lo scorso 28 ottobre, le era stata affidata la gara di 3° turno di Coppa Italia tra il Cosenza e il Monopoli, vinta 2-1 dai calabresi. Quest’anno ha arbitrato 13 partite in C: 7 nel girone A e 6 nel girone B. Ha dovuto estrarre 59 cartellini gialli (4,5 a partita) e un solo rosso. Con Marotta l’Italia infrange, quindi, un altro tabù. Il prossimo traguardo, ormai imminente, è quello di affidare finalmente a una donna anche una partita di serie A.

Dal web

Omaggio ad Antonietta Renda

Primo Maggio: omaggio ad Antonietta Renda che si batté per la Graduatoria Unica

“Allora per gli insegnanti elementari c’erano due graduatorie, una maschile ed una femminile. Per cui capitava che le donne, anche se avevano un punteggio elevato, potevano essere scavalcate dagli uomini ed andare a lavorare lontano, mentre gli uomini erano avvantaggiati…c’era questa discriminazione”
Nei primi anni sessanta Antonietta porta avanti la lotta assieme ad altre donne ma la più battagliera fu Lei anche perchè era la responsabile delle insegnanti dell’Udi.
Antonietta vinse riuscendo a far approvare i quattro articoli che davano la possibilitá a tutti gli insegnanti, uomini e donne, di entrare in ruolo senza discriminazioni.

Billie Holiday: la signora del blues

Una storia attualissima e politica, quella di Billie Holiday (raccontata da lei stessa nell’autobiografia del 1956La signora canta il blues, portata al cinema da Diana Ross), mentre gli Stati Uniti continuano a fare i conti col razzismo e razzismo, misoginia e violenze sulle donne imperversano in tutto il mondo

Una storia iniziata a Philadelphia, nel 1915. I genitori ancora adolescenti, la madre Sadie ripudiata dalla famiglia alla notizia della gravidanza, il padre che abbandona entrambe per inseguire una carriera da musicista. Eleanora, questo il vero nome di Billie, viene portata a Baltimora, da una zia, e salta così spesso la scuola che a nove anni finisce al tribunale dei minori. A dieci, rilasciata, va a lavorare in un ristorante con la madre, a undici subisce un tentativo di stupro da parte di un vicino, a dodici pulisce le case del quartiere e sbriga faccende in un bordello. La madre la lascia di nuovo, per trasferirsi ad Harlem; Eleanora la seguirà l’anno successivo. A New York, Sadie lavora come prostituta, Billie, neanche quattordicenne, viene costretta a vendersi per cinque dollari a cliente. Entrambe finiranno in carcere.

«Eravamo la famiglia reale»

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Bille Holiday in un momento di relax dietro le quinte nel 1939

Gli amici di gioventù ricordano una ragazzina che imprecava spesso e viveva velocemente. Billie inizia a cantare nei night club di Harlem. Non ha ancora diciott’anni quando viene notata dal produttore John Hammond. Pochi mesi dopo incide i primi singoli, con Benny Goodman, il re dello swing. Un amico la chiama “Lady Day”; Hammond la presenta a Count Basie, leader dell’omonima band. Billie ironizza: «Eravamo la famiglia reale». Rivaleggia con Ella Fitzgerald, col tempo diventeranno amiche. Billie vende, ma è malpagata, le condizioni di lavoro sono orribili. Quando se ne lamenta, viene bollata come capricciosa e licenziata

La segregazione razziale

«Essendo nera, durante le soste ai distributori di benzina non le era permesso utilizzare le toilette» ricorda il batterista Jo Jones. «Almeno noi uomini potevamo andare dietro un albero». Nel 1938, assunta da Artie Shaw, è una delle prime cantanti nere a esibirsi con un’orchestra di bianchi, la prima ad andare in tour nel Sud della segregazione con un’orchestra di bianchi. Sarà un inferno: le impediscono di salire sul palco, il pubblico la fischia, uno le grida “Pu***na negra”. «Nei locali che accettavano di servirla, ordinava sempre un hamburger in più, e lo riponeva nella borsetta. Perché non sapeva quando avrebbe potuto mangiare di nuovo. E quando i colleghi, la sera, rientravano in hotel, lei non aveva dove dormire». Non va meglio a New York City, dove, pur essendo ormai la star delle serate, è costretta a usare gli ascensori di servizio, entrare e andare via dalle cucine, non può sedersi al bar

La droga come rifugio

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Billie Holiday egli anni ’40, con le immancabili gardenie bianche tra i capelli. Sul comodino, una foto con Louis Armstrong

Saranno anche queste mortificazioni a spingerla, nel 1939, a incidere Strange Fruit, canzone di protesta contro il linciaggio dei neri. L’etichetta discografica di Holiday ritiene il testo troppo controverso. Lei la inciderà altrove e, anche se le radio inizialmente rifiuteranno di passarla, col tempo diventerà uno dei sui singoli più venduti. Il settimanale Life scrive di lei: «Ha uno stile più originale di qualsiasi altra cantante». Intanto la madre, sfruttandone il nome, apre un ristorante. Billie la finanzia, ma resterà senza una lira, e quando sarà lei ad aver bisogno, la madre non le darà un centesimo. Nel 1946 inizia a girare il film New Orleans, con Louis Armstrong. La produzione subisce enormi pressioni per ridurre i ruoli dei due artisti di colore, e alla fine molte scene di Billie vengono tagliate. È in questo periodo che la sua dipendenza dalle droghe si acuisce. Guadagna più di mille dollari a settimana, ma li spende quasi tutti in eroina. La rifornisce l’amante, nascondendo la droga nel collare del suo cane.

Sbagliato ridurla a vittima

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Billie Holiday (Filadelfia 1915-New York 1959) in un ritratto del 1952

Co-prodotto dagli eredi, il film non edulcora gli eccessi della Holiday. La stessa Kuehl detestava l’idea di ridurla a una vittima. Billie amava il sesso, la vodka, i soldi e la celebrità. Fosse stata un uomo, nessuno avrebbe avuto da ridire. Orgogliosa, determinata, gattamorta, rivoluzionaria e vulnerabile. Allo stesso tempo, il film accende un faro sul panorama di sfruttatori e molestatori che ne segnarono la vita. Mariti e amanti che la picchiavano anche in strada, agenti dell’Fbi che la perseguitavano perché era nera,ricca e osava ribellarsi.Una sera,a Philadelphia,agenti della narcotici le misero a soqquadro la stanza d’albergo, crivellandole di colpi l’automobile. Dai rapporti dell’Fbi emerge chiaramente come l’obiettivo fosse screditarla perché servisse da monito per la popolazione nera. «I suoi diamanti, i suoi abiti eleganti, le sue Cadillac generavano risentimento». Nel 1947, all’apice del successo, l’arrestano per possesso di droga. È condannata a un anno e spedita in carcere nel West Virginia. Per tutta la detenzione non vorrà più cantare un verso. Quel che è peggio, la condanna le impedisce, una volta tornata in libertà, di esibirsi nei locali che servono alcolici, obbligandola, per mantenersi,a tour e concerti infiniti che la debiliteranno. Nel 1949 viene arrestata di nuovo. La sua salute inizia a declinare, anche la voce ne risente. Intanto, sul lavoro, continuano a truffarla. Nel 1958 i suoi diritti d’autore ammontano ad appena 11 dollari. L’anno dopo le viene diagnosticata la cirrosi. Viene ricoverata, ma l’Fbi la fa arrestare un’altra volta. La ammanettano al letto d’ospedale, mettono un poliziotto a sorvegliarla. Morirà il 17 luglio, a 44 anni. In banca ha solo 70 centesimi. Una volta chiesero a Billie perché molti grandi del jazz morissero giovani. Lei rispose: «Perché viviamo cento giorni in uno»

Dal web Io Donna

Marianne North: una vita per la Botanica

Marianne North nacque da famiglia benestante nella contea di Hastings, nel 1830. A venticinque anni, dopo la morte della madre, la giovane inglese prese ad accompagare il padre nei suoi viaggi, e iniziò così a sfruttare le doti di pittrice che aveva coltivato, insieme al canto, negli anni della sua formazione.

La scomparsa del padre, a cui era intimamente legata, fu un lutto da cui non si sollevò per due anni, fino a che, superata ormai la quarantina, non decise di riprendere a viaggiare per il mondo, dipingendo la flora di Paesi lontani.

Iniziò con Canada, Stati Uniti e Giamaica, per poi trascorrere quasi un anno nelle foreste del Brasile (1872). Nel 1875 la troviamo a Tenerife, punto di partenza per un viaggio di due anni che la portò in California e poi dall’altra parte del Pacifico, in Giappone, nell’arcipelago indonesiano e infine a Ceylon.

Passò in India il 1878, e quando fece ritorno a Londra fece esporre alcune sue opere, ottenendo un notevole successo. Questo la incoraggiò a scivere a sir Joseph Hooker, allora Presidente della Royal Horticultural Society, per offrire ai giardini botanici di Kew non solo la sua collezione di disegni, ma anche i soldi per costruire un padiglione capace di ospitarla. Hooker accettò volentieri, ed i lavori furono affidati alla sovrintendenza dell’architetto James Ferguson.

Marianne non si fermò ad aspettare il completamento dei lavori: fu proprio il suggerimento di Charles Darwin a convincerla a partire per i lidi di Australia e Nuova Zelanda (1880).

Tornò in Inghilterra per l’inaugurazione del padiglione (1882), e subito pensò bene di recarsi in Sudafrica (1883), alle isole Seychelles (1884) e in Cile (1885) per realizzare altro materiale da includere nella collezione.

Marianne North si spense nel 1890, all’età di 60 anni. I suoi diari, pubblicati postumi nel 1892 e nel 1893, ebbero un grande successo; il titolo che l’editore diede agli scritti della North suonava più o meno così: “Ricordi di una vita felice”.

Oggi, la Marianne North Gallery dei Royal Botanic Gardens di Kew conta 832 quadri. Alcune specie, che da lei furono disegnate per la prima volta, come la Nepenthes northiana del Borneo, furono dedicate proprio alla pittrice inglese. Un segno di riconoscenza dai suoi amici botanici.

Maria Sibylla Merian

Se è vero che il destino delle persone si manifesta già in tenera età, la storia di Maria Sibylla Merian è in questo senso esemplare. È ancora bambina quando ruba un tulipano per disegnarlo con i suoi acquerelli. Siamo a Francoforte nella seconda metà del Seicento: in quegli anni la città tedesca è la capitale dell’editoria, importante centro commerciale – in particolare per il commercio della seta – e teatro di grandi entusiasmi e interessi scientifici a cui le donne sono, ovviamente, escluse. Maria Sibylla nasce in una famiglia di intellettuali: suo padre è un editore e incisore molto noto, che però morirà quando la futura pittrice e naturalista ha soli tre anni. Sua madre si risposa con un pittore di fiori – un genere allora molto diffuso – ed è da lui che impara i primi rudimenti di pittura. Giovanissima, comincia a dipingere piante, fiori e insetti, ma sono soprattutto i bachi da seta a interessarla di più. La cosa che più la affascina è la metamorfosi che porta i bruchi a trasformarsi in belle farfalle e così si mette a raccogliere gli insetti per osservarne il passaggio da crisalide a farfalla. Il matrimonio a 18 anni con un pittore e il trasferimento a Norimberga la portano a perfezionare sempre più il disegno e l’interesse per gli insetti, nonostante i pregiudizi dell’epoca che li voleva il risultato di una putrefazione, e per questo venivano ritenuti, secondo la superstizione popolare, bestie diaboliche. La chiesa cattolica consigliava degli esorcismi contro la piaga delle cosiddette “bestie di Satana”, altri credevano che le farfalle fossero streghe che all’occorrenza si trasformavano.

Maria Sibylla sfida i pregiudizi del tempo e raccoglie instancabilmente i suoi bruchi. Li porta in laboratorio, li osserva scrupolosamente, scopre che quegli strani insetti nascevano dalle uova deposte dalle farfalle, e le farfalle dalle crisalidi. In questi anni di studio intenso, a 28 anni pubblica il suo primo libro, che non è dedicato alle farfalle, bensì ai fiori. Qui sono raccolte incisioni particolarmente accurate tratte dai suoi acquerelli, con lo scopo di fornire un campionario di immagini per le signore che ricamavano. Suo marito guadagna poco come pittore e Maria Sibylla è costretta a mantenere tutta la famiglia arrotondando con l’insegnamento e una piccola attività commerciale di colori e attrezzi per dipingere. Ma non si lascia spaventare dalle ristrettezze economiche, continua a lavorare duramente e a studiare il latino per acquistare autorevolezza nel settore scientifico. Finalmente, dopo molti sforzi, riesce a pubblicare il suo libro sui bruchi: si chiama La meravigliosa metamorfosi dei bruchi e il loro singolare nutrirsi di fiori, un testo innovativo dove illustra gli stadi di sviluppo di 176 specie di farfalle e dei fiori di cui esse si nutrono. È un libretto molto piccolo (per ridurre i costi) e accanto a ciascuna tavola sono riportate le sue osservazioni sulla vita di ogni insetto, con la descrizione del processo di trasformazione.

È un lavoro importante per lo sviluppo dell’entomologia, perché frutto dell’osservazione dal vero, più dettagliato di altre opere sull’argomento, anche se scritto in tedesco e per questo meno attendibile fra gli uomini di scienza. Era infatti il latino l’unica lingua accettata dalla comunità scientifica. Maria Sibylla a un certo punto, poco soddisfatta della sua vita, si separa dal marito, si trasferisce in Olanda, va a vivere in una comune, parte per il lontano Suriname, allora colonia olandese. Un viaggio rischioso e costoso intrapreso all’età di 52 anni (che all’epoca erano tanti) in nome della sua più grande passione: le farfalle. Al tempo i viaggi scientifici erano estremamente rari (figurarsi per le donne) e, con un piccolo prestito, parte con sua figlia per questa inconsueta spedizione scientifica. Arrivata nel piccolo stato sudamericano, saranno gli indigeni ad aiutarla di più nelle sue ricerche: sono loro ad accompagnarla nelle esplorazioni di foreste, a mostrarle gli esemplari di piante, di fiori e di frutti, specie di insetti e altri animali.

Con l’aiuto soprattutto di schiave nere e indigene, madre e figlia raccolgono, classificano, si spostano faticosamente nella foresta tropicale. Si interessa anche alle proprietà medicinali delle piante, in particolare studia i semi di una pianta particolare, e denuncia nei suoi scritti la terribile condizione delle donne del posto “I semi sono usati dalle donne che hanno le doglie per accelerare il travaglio. Le indiane, che sono maltrattate dagli olandesi presso i quali sono a servizio, li usano per abortire affinché i figli non nascano schiavi come loro. Le schiave nere della Guinea e dell’Angola vanno trattate con una certa benevolenza altrimenti in condizione di schiavitù non fanno bambini. E infatti non ne hanno e arrivano a suicidarsi per il trattamento al quale sono abitualmente sottoposte. Infatti credono di rinascere libere nel loro paese in condizione di libertà”. In seguito alla spedizione, pubblica il libro Metamorfosi degli insetti del Suriname, che viene definita “l’opera più bella mai dipinta in America”. I suoi disegni di piante, serpenti, ragni, iguane e coleotteri tropicali sono ancora oggi considerati dei capolavori e vengono ricercati dai collezionisti di tutto il mondo. La vita di Maria Sibylla però non fu facile e la fama raggiunta non le impedì di vivere e di morire in grandi ristrettezze economiche. La sua storia è la storia avventurosa di una donna che ha affrontato un difficile percorso di indipendenza economica e culturale attraverso diversi cambiamenti, o meglio, metamorfosi. Come i suoi bruchi, Maria Sibylla ha dovuto trasformare la sua vita: da tranquilla moglie e madre con la passione per la natura a impavida esploratrice single ed entomologa di fama internazionale.

Dal web Elle

Beatrix Potter

Helen Beatrix Potter è stata un’illustratrice, scrittrice e naturalista britannica, ricordata soprattutto per i suoi libri illustrati per bambini. Le sue opere celebrano la vita e la natura nella campagna inglese attraverso il racconto delle avventure di animali antropomorfizzati come il celebre Peter Coniglio.

Pochi ricordano, però, che è stata anche una scienziata.

Quando aveva 31 anni, nel 1897, completó una ricerca sui funghi che venne apprezzata al punto da essere presentata alla Linnean Society, prestigiosa istituzione scientifica tutt’ora esistente.

Peccato che a farlo non fu lei ma uno zio.

Beatrix non ne aveva diritto in quanto donna.

Le donne potevano divertirsi realizzando erbari, coltivando piante …ma non dovevano montarsi la testa: la scienza non era cosa loro!

Alcune date dei diritti delle donne

1946 Elettrici ed elette dal 10 marzo.

1950 Non si possono licenziare le donne da inizio gravidanza al primo compleanno del bambino né si possono impiegare in lavori faticosi. L’astensione dal lavoro da due mesi prima a tre mesi dopo il parto.

1956 Per eguali mansioni uguale salario per uomini e donne.

1958 Con la legge Merlin lo sfruttamento della prostituzione viene perseguito dallo Stato che cessa di accettarlo e regolamentarlo in luoghi definiti.

1959 Viene istituita la Polizia Femminile, per combattere i reati contro le donne e i minori, che nel 1981 confluirà nella Polizia di Stato.

Cosima Buccoliero

Il primo incarico a Cagliari e tra poco la vicedirezione della casa circondariale di Opera, la più grande d’Italia, mantenendo anche la guida dell’Istituto penale di Milano, Cesare Beccaria.

L’elenco delle sue conquiste è lungo: l’asilo aziendale per i figli degli agenti e delle detenute ma anche per i bambini della zona, il ristorante InGalera, le attività miste ( liberi e reclusi ) nei laboratori di falegnameria, sartoria, giardinaggio.

La prima cosa che fa con chi entra in carcere è accertarsi che possa ricevere indumenti di ricambio e telefonare alla famiglia.

Agli ergastolani propone un percorso a tappe: l’iscrizione all’università, la laurea, il permesso premio…

Ai violenti contro le donne percorsi per stimolare riflessioni sulla giustizia riparativa e interventi psicologici di gruppo.

Ai suoi figli dice che il mondo non è diviso tra buoni e cattivi e che la realtà non è o bianca o nera ma esiste il grigio, il bianco può diventare nero e il nero bianco.

AliCè

Alice Pasquini (Roma 1980) in arte Alicè è un’artista contemporanea le cui opere sono esposte sulle superfici urbane, nelle gallerie e nei musei di centinaia di città in tutto il mondo.

Street artist, illustratrice e scenografa italiana, ha conseguito il diploma in pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, completando il percorso di studi in Spagna con un Master of Arts in critica d’arte all’Università Complutense (2004) e un corso di animazione presso l’Ars Animation School di Madrid.

Artista poliedrica, ha sperimentato diverse tecniche, generi e medium espressivi. È tra le poche esponenti femminili affermate a livello internazionale tra i protagonisti del movimento street art.

In strada i suoi lavori spaziano dai piccoli interventi su arredi urbani, ai murales di grandi dimensioni.

La sua ricerca varia dalla narrazione della vitalità femminile, lontana dallo stereotipo donna-oggetto, alle installazioni con l’uso di materiali inconsueti. I suoi lavori sono visibili in varie città dove è stata chiamata a realizzare opere pubbliche di committenza statale, tra cui: Sydney, Mosca, Singapore, Amsterdam, Londra, Berlino, Oslo, New York, Buenos Aires, Yogyakarta, Barcellona, Copenhagen, Marrakech, Saigon, Roma e Napoli.

È stata recensita da quotidiani come il International New York Times, Wall Street Journal, La Vanguardia, Euromaxx, Panorama, Internazionale, Repubblica e Il Messaggero e ospitata dalla Rai, Sky Arte e Arte tv per numerose interviste e servizi dedicati. Nel 2017 ha partecipato al Tedx Talks.

Nel 2013 ha realizzato un ciclo per i Musei Capitolini di Roma e ha collaborato con l’Istituto Italiano di Cultura di Singapore, con l’Istituto di Cultura di Montevideo, con l’Istituto di Cultura di São Paulo, e il museo italiano dell’emigrazione di Melbourne.

Fra i suoi progetti spicca Under Layers il primo esperimento di street art in 3D realizzato a Ostia (Rm) nel 2015 collaborando con il Comune di Roma.
Dal 2015 Alice è coinvolta nella riscoperta e valorizzazione del centro antico di Civitacampomarano e come direttrice artistica del CVTà Street Fest dal 2016.

Ha esposto al Saatchi Gallery, all’Ambasciata Americana di Roma, al MACRO – Museo di Arte Contemporanea di Roma, Mutuo Centro de Arte Barcellona, all’Espace Pierre Cardin. E’ inserita nell’Enciclopedia Treccani online Treccani Enciclopedia Italiana.

Dal web

Seiko Hashimoto

Yoshirõ Mori, presidente del Comitato per le Olimpiadi e Paraolimpiadi di Tokyo 2021, è stato rimosso dal suo incarico per aver usato frasi sessiste.

Ha preso il suo posto Seiko Hashimoto, ex atleta, che per questo incarico si è dimessa da ministra dello sport.

Un buon segnale considerato che il Giappone viene considerato arretrato sul ruolo della donna.

L’avvicendamento è una presa di posizione molto decisa che indica un cambiamento di prospettiva a vantaggio della donna e dello sport.