Monica e le altre
Sui marciapiedi del mondo,sotto il suo sole soffocante
o sotto i neon di una camera,
Monica, Nawal, Maya, Aïcha, Laura, Sandra e Yoko
nel freddo
e le sue ruvide carezze,
vestite della veste leggera della loro pelle,
hanno trasformato i loro corpi
in boutiques
nelle quali
fanno mercato.
Venditrici di piacere
per chi ne ha bisogno,
toccano
quelli che nessuno vuole toccare
ed offrono un istante di tenerezza
(forse)
a quelli che non ne hanno mai diritto.
Soldi …
soldi …
soldi …
in cambio
di venti o trenta minuti
nei quali
Monica, Nawal, Maya, Aicha, Laura, Sandra e Yoko
aprono le loro boutiques
e chiudono gli occhi
Maram al-Masri
Se mi paghi ti mando una foto
Un’inchiesta ha svelato che centinaia di minorenni italiane inviano loro foto sui social in cambio di denaro e di buoni acquisto.
” Fu una mia compagna di classe a convincermi a farlo. Ci scattammo le foto per un signore che l’aveva contattata su Facebook e che la ricompensava facendole ricariche sul telefonino”
” Mi piace farlo mi fa sentire bella e potente, non é prostituzione, io non vendo il mio corpo ma solo la sua immagine”
Vistimu a Pacchjana
Beatrice Lento ecco una bella poesia di Francesco Davoli VISTIMU ‘A PACCHJANA
Ppi si véstari ‘a pacchjàna,
prima cosa si ‘nsuttàna;
carma, carma, senza affànnu
pùa si ‘mbùalica ‘ntr’ o pannu;
illu è nìuru o culuràtu,
assicùndu di lu statu:
è russu priputènti
s’ u marìtu l’ha vivènti,
è culùri ‘i vinu ammaccàtu
s’ u marìtu ‘unn ha truvàtu
ed è nìuru villùtu
s’ u marìtu cci ha murùtu.
Pùa si minti lla gunnèlla,
nìura, vìardi, brù ‘i franèlla,
si cci fha ‘n arrucciulàta,
‘a gunnèlla è già ‘mpadàta.
‘N àutru tùaccu pùa di fhinu
si lu dà ccu llu mbustìnu,
ma cchjù bella vo’ parìri
e ssi minti llu spallìari.
‘U mantisìnu ricamàtu
mìanzu pannu cci ha ‘mbarràtu;
prima ‘i jìri a llu purtùni
pìgghja llu fhazzulittùni;
quando nesci ppi lla strata
è cchjù bella di ‘na fhata!
‘A salùtanu d’ ‘i casi
‘a pacchjàna ‘i Sambiàsi.
Poesia inviatami da mia cugina Gasperina Lento
Lucetta Scaraffia, la féministe du Vatican
Ex atea, ex marxista, ex sessantottina Lucetta é l’editorialista di punta dell’Osservatore Romano e dirige il mensile Donne Chiesa Mondo, dicono che Papa Francesco dia molto peso alle sue opinioni …la pagano solo per gli articoli che scrive.
É molto critica Lucetta e denuncia senza esitazioni la mancanza di attenzione verso le donne al di lá delle mura leonine con le suore ridotte a colf per i preti e l’esigenza persino di difendere le case generalizie dai vescovi.
Non é favorevole al sacerdozio femminile ritenendo che l’uguagluanza si riveli nella differenza e a chi le chiede se si senta una Giovanna D’Arco ribadisce di preferire Caterina da Siena, a Roma prega sulla sua tomba, in Santa Maria della Minerva, chiedendole aiuto.
Al sinodo sulla famiglia l’hanno confinata nell’ultimo banco, accanto a lei alcuni coniugi invitati dal Vaticano, poveri, con 12 figli, presentati come esempi di felicità ma in effetti non proprio così…buoni e finti, ammaestrati… famiglie col marito comandante.
Accetta le unioni civili Lucetta ma non i matrimoni, le maternitá surrogate e le adozioni.
Pensa che la pillola rovini la salute e che oggi le ragazze usino volentieri i metodi naturali pur non sapendo che obbediscono all’enciclica “Humanae vitae” di Paolo Sesto.
Teme l’eutanasia e pensa che la legge 194 vada rivista.
Sull’Osservatore Romano ha criticato i trapianti di organo a cuore battente ma alla domanda :” E se l’organo servisse a un suo caro?” ammette:” Non so rispondere”
Addio Baronessa
Teresa Cordopatri è deceduta dopo un’esistenza passata a combattere la ‘ndrangheta. Nel 1991 era sopravvissuta a un agguato perché la pistola del killer si inceppò ma il fratello non fu altrettanto fortunato e venne ucciso. I clan volevano i loro uliveti ma lei non ha mai abbassato la testa. Da quel tragico giorno subì 11 attentati e divenne un simbolo di resistenza e riscatto riconosciuto anche all’estero
Aveva un’espressione seria, Teresa Cordopatri, anche quando rideva. Nei suoi occhi vi si poteva leggere un dolore profondo che il tempo non era riuscito a cancellare. Se n’è andata senza clamore la “baronne courage”, come l’aveva definita il quotidiano francese “Le Figaro”, dopo anni di battaglie dentro e fuori le aule di giustizia. Quel dolore profondo era esploso il 10 luglio 1991, quando suo fratello Antonio era morto tra le sue braccia, ferito a morte dalla ‘ndrangheta. Il “padroni” di Castellace, i Mammoliti, volevano le loro terre, ma Antonio si era sempre rifiutato di vendere, nonostante le richieste sempre più pressanti. Un primo agguato fallisce, il secondo no. La donna si salva solo perché la pistola del killer si inceppa.
Da qual momento, Teresa Cordopatri visse chiedendo giustizia per suo fratello e difendendo quei 12 ettari di uliveti che avevano sconvolto per sempre la sua esistenza. Una battaglia lunga 27 anni e costellata di ben undici attentati. Una lotta che la Cordopatri ha condotto con tutta la sua famiglia nei terribili anni ’90 nella piana di Gioia Tauro. Una vita, quindi, spesa nella difesa della legalità e contro la sopraffazione mafiosa. «Una donna che ha lasciato un’impronta profonda nella lotta alla criminalità e allo strapotere mafioso nel territorio reggino», così la definisce Libera Calabria nel comunicato di cordoglio. E una donna forte, Teresa Cordopatri, lo è stata davvero. Forte e tenace nel chiedere giustizia per suo fratello e nell’opporsi ai tentativi di estorsione da parte dei Mammoliti.
Negli ultimi anni Teresa era tornata a Castellace ed insieme alla cugina Angelica Rago Gallizzi, compagna di lotte e di impegno, aveva tentato di rilanciarne la produttività anche grazie alla creazione della cooperativa sociale Aida. Un progetto che non andò come aveva previsto. Delusioni e dolore, però, non riuscirono mai ad avere il sopravvento sul suo desiderio di riscatto e di emancipazione dalla ‘ndrangheta. Restano come paradigma della sua esistenza queste sue parole: «Non avrei voluto ristabilire la verità sulla proprietà dei terreni, la libertà di operarvi senza cedere alle angherie dei mafiosi al prezzo della vita di mio fratello, ma la Fede che profondamente mi anima, mi guida al perdono ed al desiderio di infondere speranza lì dove è stato sparso del sangue innocente».
Francesco
Addio Baronessa!
Teresa Cordopatri è deceduta dopo un’esistenza passata a combattere la ‘ndrangheta. Nel 1991 era sopravvissuta a un agguato perché la pistola del killer si inceppò ma il fratello non fu altrettanto fortunato e venne ucciso. I clan volevano i loro uliveti ma lei non ha mai abbassato la testa. Da quel tragico giorno subì 11 attentati e divenne un simbolo di resistenza e riscatto riconosciuto anche all’estero
Aveva un’espressione seria, Teresa Cordopatri, anche quando rideva. Nei suoi occhi vi si poteva leggere un dolore profondo che il tempo non era riuscito a cancellare. Se n’è andata senza clamore la “baronne courage”, come l’aveva definita il quotidiano francese “Le Figaro”, dopo anni di battaglie dentro e fuori le aule di giustizia. Quel dolore profondo era esploso il 10 luglio 1991, quando suo fratello Antonio era morto tra le sue braccia, ferito a morte dalla ‘ndrangheta. Il “padroni” di Castellace, i Mammoliti, volevano le loro terre, ma Antonio si era sempre rifiutato di vendere, nonostante le richieste sempre più pressanti. Un primo agguato fallisce, il secondo no. La donna si salva solo perché la pistola del killer si inceppa.
Da qual momento, Teresa Cordopatri visse chiedendo giustizia per suo fratello e difendendo quei 12 ettari di uliveti che avevano sconvolto per sempre la sua esistenza. Una battaglia lunga 27 anni e costellata di ben undici attentati. Una lotta che la Cordopatri ha condotto con tutta la sua famiglia nei terribili anni ’90 nella piana di Gioia Tauro. Una vita, quindi, spesa nella difesa della legalità e contro la sopraffazione mafiosa. «Una donna che ha lasciato un’impronta profonda nella lotta alla criminalità e allo strapotere mafioso nel territorio reggino», così la definisce Libera Calabria nel comunicato di cordoglio. E una donna forte, Teresa Cordopatri, lo è stata davvero. Forte e tenace nel chiedere giustizia per suo fratello e nell’opporsi ai tentativi di estorsione da parte dei Mammoliti.
Negli ultimi anni Teresa era tornata a Castellace ed insieme alla cugina Angelica Rago Gallizzi, compagna di lotte e di impegno, aveva tentato di rilanciarne la produttività anche grazie alla creazione della cooperativa sociale Aida. Un progetto che non andò come aveva previsto. Delusioni e dolore, però, non riuscirono mai ad avere il sopravvento sul suo desiderio di riscatto e di emancipazione dalla ‘ndrangheta. Restano come paradigma della sua esistenza queste sue parole: «Non avrei voluto ristabilire la verità sulla proprietà dei terreni, la libertà di operarvi senza cedere alle angherie dei mafiosi al prezzo della vita di mio fratello, ma la Fede che profondamente mi anima, mi guida al perdono ed al desiderio di infondere speranza lì dove è stato sparso del sangue innocente».
Francesco Altomonte
La Madonna di Romania
È la nostra Patrona, l’Amica, Sposa, Compagna, Figlia, Complice, Ausiliatrice, Madre di ogni Tropeano.
La chiamiamo ” A Nighirea” per il Suo colorito bruno e l’amiamo tanto.
Oggi è la Sua Festa!
Rosa la pescatrice
…Cinque ne ho cresciuti a mare, cinque figli, con la pancia così andavo a pescare…e c’era la mia commare, commare di San Giovanni, faceva:”Commare, tu qualche giorno lo fai nella barca”
Storia di Rosa, pescatrice di Stromboli, raccontata da Macrina Marilena Maffei.
Venezia sessista?
” Il problema esiste ” dice Cristina Comencini “Soprattutto nel nostro Cinema dove le donne scarseggiano mentre in Francia conquistano sempre più spazio grazie a una politica di sostegno e valorizzazione. Anche nel nostro settore i posti di comando sono in mano agli uomini e, finché le cose non cambieranno, ai festival saremmo sempre in poche”
Effettivamente c’é una sola regista in concorso e da Hollywood arrivaall’Italia l’accusa di maschilismo tossico
“Ma l’Italia non é la patria del maschilismo” precisa Cristina ” Nel 2013 c’é stata da noi la grande mobilitazione femminista organizzata dal movimento Senonoraquando che ha fatto parlare il mondo intero e inaugurato la riscossa delle donne. Possiamo andarne molto fiere”
Cantigola
Scritto, diretto e interpretato da Rossana Colace, Cantigola é la storia di un’adolescente calabrese dalla voce bella che fin dalla festa della Prima Comunione occupa la scena della vita col suo canto… un canto di gola, da qui il nomignolo che l’avrebbe connotata per sempre: ” canti i gula”.
Ama fantasticare e sognare Cantigola ma la dolcezza della sua giovane età si scontra con la subcultura criminale della ‘ndrangheta che vorrebbe legare al suo carro anche la sua famiglia.
La scena si riempie dell’energia esplosiva dell’Artista e travolge il pubblico che affolla i gradoni del Teatro del Porto nonostante il rischio pioggia.
É esplosiva Rossana e il Pathos che crea sulla scena diventa un’altalena inquietante e sconvolgente in un sali e scendi emotivo indescrivibile.
Cambierá qualcosa nella nostra Terra di Calabria?
Sì che cambierá, sul palcoscenico di Cantigola e nella realtà, se saremo in tanti a volerlo e se in tanti, ognuno nel suo campo, ci impegneremo in direzione dei valori della Civiltà così come ha fatto la Colace col suo monologo mozzafiato.
Brava Rossana, hai lasciato un segno di speranza!
Tropea 7 settembre 2018