Archivio degli autori

Cantigola: strepitoso monologo di Rossana Colace

Tra poco, al teatro del Porto di Tropea, nella Rassegna di Teatro D’ aMare, realizzata dall’Associazione LaboArt, diretta da Maria Grazia Teramo, si esibirá l’attrice tropeana Rossana Colace, figlia della nostra Socia Teresa Bozzolo.

Non dico nulla perché il mondo dell’arte é scaramantico, un semplice saluto a Figlia e Madre.

Beatrice Lento

Non é una curva per donne 

Niente donne nelle prime file della Curva Nord dell’Olimpico di Roma!

Questo, in sintesi, il contenuto di un volantino maschilista comparso nelle prime nove file della Curva Nord Laziale, in una miriade di copie, durante l’incontro di calcio Lazio-Napoli, al debutto del Campionato. 

Immeduata la risposta femminile:” Prendiamo le distanze da quei laziali che non danno il giusto valore alla Nord con comportamenti inadeguati, come prendiamo le distanze da quei laziali che non si ricordano di essere stati messi al mondo da donne”

Beatrice Lento

Kofi Annan: l’uomo che voleva emancipare la Donna

Era convinto che per risolvere i tantissimi problemi mondiali occorreva liberare le donne dall’ignoranza, dalle malattie e dalla dipendenza.

Sotto la sua guida l’ONU promosse tante campagne contro le mutilazioni genitali e intraprese percorsi propedeutici al miglioramento delle condizioni del Genere Femminile in ogni parte della Terra.

Addio grande Uomo!

Beatrice Lento

Valeria Collina: in nome di chi?

Oggi ho conosciuto Valeria Collina, una Donna straordinaria che s’impegna per la cultura della pace e l’intercultura nonostante il macigno della tragedia del figlio…un figlio é sempre un pezzo della propria anima, del proprio cuore, del ventre, del seno, delle braccia, delle labbra …di ogni brandello di sé. Forza Valeria, ce la faremo!

Ecco un articolo di Fabio Tonacci che narra questa sua atroce storia.

Valeria Kadija
Collina ha 68 anni. Ha scritto un libro coraggioso, che è insieme il racconto della sua vita e uno sforzo di autocoscienza per esplorare fin dove affondavano le radici di quell’odio segretamente coltivato dal figlio. Da giovane Valeria è una femminista convinta, faceva teatro. Una trentina di anni fa conosce Mohamed Zaghba, marocchino e musulmano. Si innamora, si converte all’Islam (“per anni ho volontariamente indossato il niqab “) e si trasferisce a Fez. Hanno due figli: Kaouthar e Youssef, il terzo uomo del commando stragista che tra il London Bridge e il Borough Market ha ucciso otto persone.
Quando è iniziata la radicalizzazione?

“Nel 2015 mi accorsi che Youssef aveva la bandiera dell’Isis su Facebook e dei video di propaganda nei quali sembrava che nel Califfato tutto funzionasse bene. Credo che sia stato un suo amico del liceo a procurarglieli”.
In Rete si trovavano anche i filmati delle decapitazioni.

“Sosteneva che fossero stati obbligati a compierle, per difendersi da aggressioni esterne. Considerava lo Stato Islamico l’unico luogo dove si potesse praticare l’Islam puro, e infatti mi ha proposto di andare in Siria”
Come ha reagito?

“Ho provato a spiegargli che l’Isis era solo una costruzione politica e che le violenze non erano ammesse dalla nostra religione”.
Non è un po’ poco, di fronte a segnali così preoccupanti?

“Per molto tempo ho rifiutato di addossarmi una colpa per ciò che aveva fatto Youssef: l’Islam ci insegna che ognuno è responsabile delle proprie azioni. Poi però ho capito di aver fatto un errore: non ho insegnato ai miei figli ad avere uno spirito critico. Questa è la mia colpa di madre”.
Suo marito Mohamed non diceva niente?

“Non si è mai posto il problema. E Youssef si confidava solo con me”.
Ha mai pensato di segnalare suo figlio alle autorità marocchine?

“In Marocco non funziona come in Europa: una segnalazione significa rovinare una persona”.
Nel 2016 ha lasciato suo marito ed è tornata a vivere nel Bolognese. Nello stesso periodo suo figlio ha provato ad andare in Turchia…

“Non ero preoccupata, perché Youssef non era mai stato un tipo aggressivo nonostante la nostra fosse una famiglia in cui purtroppo c’era violenza da parte di Mohamed “.
All’aeroporto Marconi disse di voler fare il terrorista, poi si corresse e usò la parola turista.

“Sperava inconsciamente di essere bloccato. Aveva bisogno di uno psicologo, ma non accettava di vederne uno”
Poteva essere fermato prima del 3 giugno 2017?

“Non lo so. Di sicuro le autorità inglesi lo hanno sottovalutato: lui stesso mi raccontava che negli aeroporti passava i controlli senza essere fermato, nonostante la segnalazione della polizia italiana”.
Come ha reagito la comunità musulmana italiana dopo l’attentato?

“Con paura. Quando ci sono fenomeni di radicalizzazione, la comunità
dovrebbe trovare la forza di affrontarli insieme collaborando con le autorità. Ma non c’è fiducia nelle istituzioni, anche per le tante espulsioni decise dal governo italiano. Mi sono ritrovata sola e isolata: sono la madre di un terrorista, ma non sono una terrorista”.

Beatrice Lento

#WereIsMyName

É questo il nome della campagna di sensibilizzazione che reclama per le Donne Afghane un diritto che sembrerebbe paradossale dover rivendicare: quello di essere chiamate per nome.

 Il nome dona identità ed é per questo che in quella terra così complicata e tormentata, dove  la misoginia é imperante, alle creature del mio Genere non spetta il nome neppure sui certificati o sopra la finestra dell’ultima dimora terrena. 

Si parla di noi usando le espressioni ” la madre di…la moglie di…la sorella di…la figlia di…” o nomignoli mortificanti come ” la mia capra”

Ma le Afghane non ci stanno più ed il movimento “Dov’é il mio nome” potrebbe finalmente riuscire a travolgere una subcultura maschilista crudele e assurda eppure…

Eppure a me capita, a volte, di sentire usare anche da noi la diabolica circonlocuzione “la…di…” sicuramente senza quelle tremende implicazioni ma come abitudine linguistica, retaggio, forse inconsapevole, di atteggiamenti maschilisti non troppo lontani.

Beatrice Lento

Lalla Romano

Soltanto con te, straniero,posso parlare nella mia lingua

poiché anche tu vieni di lontano

e il nome della terra l’abbiamo scordato
Non è necessario, come credono i più,

dire parole meravigliose:

anche le più semplici e usuali

sono parole d’amore

nel dialetto nativo
Graziella Romano, in arte Lalla Romano, nata a Demonte (Cuneo) l’11 novembre 1906 e morta a Milano il 26 giugno 2001, è stata una scrittrice, poetessa, giornalista e aforista italiana. Nata da un’antica famiglia piemontese di origini ebraiche, sin dalla più tenera età si appassiona di pittura, alla quale si dedica intensamente già da piccola. Pronipote del grande matematico Giuseppe Peano, Lalla Romano è figlia di Giuseppina Peano, nata a sua volta da Michele Peano, fratello maggiore del famoso studioso.
La sua famiglia materna è molto numerosa: nonno Michele e nonna Giuseppina Pellegrino, hanno infatti ben sette figli: Michele, Alessio, Carmelo, Giuseppina, Carola, Caterina e Maria. Lo zio Alessio, in particolare, è ricordato per aver sposato Frieda von Kleudgen, figlia del pittore Friedrich von Kleudgen.
Gli studi e le amicizie

Dopo aver conseguito la maturità classica presso il liceo Silvio Pellico di Cuneo, Lalla Romano si iscrive all’Università di Torino, dove ha avuto la fortuna di essere allieva di Lionello Venturi (da lei scherzosamente chiamato “Cardo selvatico”), Annibale Pastore e Ferdinando Neri.

Fra i suoi amici e compagni spiccano invece personalità del calibro di Mario Soldati, Franco Antonicelli, Carlo Dinisotti, Arnaldo Momigliano e Cesare Pavese. In particolare, è da quest’ultimo che la giovane Romano rimane profondamente colpita, definendolo nel suo diario come “un giovane occhialuto, pallido, magro”. Sentimentalmente, invece, si lega al sanremese Giovanni Ermiglia, al quale nel corso della sua carriera come poetessa dedicherà non poche rime, che successivamente verranno raccolte all’interno di “Poesie per Giovanni”.
Le prime esperienze letterarie di Lalla Romano

Nel corso degli studi universitari, su suggerimento del suo maestro Lionello Venturi, si iscrive alla scuola di pittura di Felice Casorati e, contemporaneamente, frequenta lo studio del pittore Giovanni Guarlotti, dove inizia ad occuparsi di critica d’arte.
Durante questo periodo compie numerosi viaggi a Parigi, dove rimane colpita dai fermenti culturali del quartiere latino.
La Laurea e i primi lavori

Nel 1928 Lalla Romano si laurea con il massimo dei voti in lettere, discutendo una tesi sui poeti del “dolce stilnovo”. Subito dopo aver conseguito il titolo, come primo lavoro per un breve periodo svolge quello di addetta alla biblioteca di Cuneo, ma in seguito si trasferisce a Torino insieme al marito, Innocenzo Monti, e al figlio.
Nel capoluogo piemontese insegna storia dell’arte nelle scuole medie e continua a coltivare la sua passione per la poesia e per la pittura. Nel corso di questi anni alcune delle sue opere vengono esposte in delle mostre collettive.
La seconda guerra mondiale

Durante il secondo conflitto mondiale, si trasferisce nuovamente a Cuneo, presso la casa della madre. Si lega politicamente a Livio Bianco e al movimento “Giustizia e Libertà”, prendendo parte attivamente alla Resistenza e impegnandosi nei “Gruppi di difesa della donna”.
E’ in questo periodo che il poeta Eugenio Montale, con un giudizio positivo sui suoi versi, la esorta a pubblicare alcune sue poesie. Così nel 1941 avviene il suo esordio come poetessa con la pubblicazione della sua prima raccolta, edita da Frassinelli dopo che questa era stata rifiutata da Einaudi.
Il carattere di Lalla Romano

In seguito a questo rifiuto, la Romano tira fuori il lato più determinato del suo carattere inviando una copia appena stampata della sua raccolta all’editore Giulio Einaudi, scrivendo in calce al libro la frase: “A chi non ha voluto stampare questo libro”. E proprio questo lato del suo carattere diventa l’impronta di tutto il suo percorso letterario a seguire.
In questo stesso periodo, Cesare Pavese le commissiona la traduzione dei “Tre racconti” di Gustave Flaubert (1943).
Il dopoguerra

Alla fine della seconda guerra mondiale, Lalla Romano raggiunge a Milano il marito, che nel frattempo è diventato un alto funzionario della Banca Commerciale, dove riprende ad insegnare ed inizia a scrivere alcuni testi di narrativa.
Nel 1951 pubblica “Le metamorfosi”, dei brevi testi in prosa dedicati al mondo dei sogni, mentre tra il 1953 e il 1957 pubblica i suoi primi romanzi.
I primi romanzi

“Maria”, il suo primo romanzo, che parla del complicatissimo rapporto tra una serva e la sua padrona, ottiene un notevole successo di critica. Gianfranco Contini lo accoglie come un piccolo capolavoro. Pavese, amico della Romano, lo critica invece duramente, definendosi stufo di leggere “storie di donne di servizio”.
La sua seconda opera, intitolata “Tetto murato”, ha per protagonista Ada, una donna dalla forte moralità. A questo stesso periodo risalgono invece una raccolta di poesie, “L’autunno”, e un libro dedicato ai viaggi, intitolato “Diario di Grecia”.
L’opera che però rivela la scrittrice al grande pubblico è il celebre romanzo “Le parole tra noi leggere”, che nel 1969 ottiene il Premio Strega.
Il titolo di quest’opera è ricavato da un verso di Montale (dalla poesia “Due nel crepuscolo”), e al suo interno Lalla Romano descrive ed analizza il rapporto con suo figlio, un ragazzo molto difficile e ribelle, asociale e anticonformista. Il libro riscuote un notevole successo, sia di pubblico che di critica, molto probabilmente perché tratta i temi propri della rivolta giovanile, molto sentiti in quel preciso periodo storico.
A questa stessa epoca risalgono altri romanzi quale “L’ospite” (1973), e un’intensa attività giornalistica in diversi quotidiani come “Il Giorno”, “Il Corriere della Sera” e “Il Giornale Nuovo”, nonché una breve esperienza in politica.
Gli ultimi anni

Nonostante una progressiva malattia agli occhi che un po’ alla volta la rende cieca, negli ultimi anni della sua vita continua a scrivere assistita dalle amorevoli cure del compagno Antonio Ria.
Lalla Romano muore all’età di 93 anni a Milano il 26 giugno del 2001, lasciando incompiuta la sua opera “Diario ultimo”, che sarà pubblicata postuma da Antonio Ria nel 2006, in occasione del centenario della nascita della poetessa.

Dal web 

Beatrice Lento

Irma: la Chiara di Tropea

Si é conclusa la fase diocesana dell’inchiesta di Canonizzazione della Serva di Dio Irma Scrugli, a Lei mi sento profondamente legata avendola conosciuta intensamente.

Di questo privilegio rendo grazie ad una sua consorella, Rosa Orfanò, grande amica della mia Mamma che spessissimo mi portava con sé nella grande Casa di Via Abate Sergio.

Ho ancora negli occhi le stanze profumate di Carità: le Signorine indaffarate attorno ai letti e alle poltrone delle anziane e Lei che le coccolava carezzandole, imboccandole, pettinandole, cullandole amorevolmente con affetto di figlia, di sorella, di madre.

Grande Donna Libera Irma che, seguendo il suo esclusivo progetto , lascia gli agi e i privilegi della casa natale, per seguire un altro innamorato di Cristo incarnato negli Ultimi, Padre Mottola, incurante delle critiche e delle maldicenze.

Grande Irma che ti leggeva nel cuore e sorridendoti ti faceva sentire la persona più fortunata del mondo, sono felice di averla profondamente conosciuta questa creatura sempre autentica e straordinariamente determinata al punto da trascinare centinaia di giovani donne lungo un cammino difficile e trasgressivo illuminato dalla Grazia divina.

Spero di vederti Santa: splendida sintesi di spiritualità contemplativa e pragmatica, la Chiara di Tropea !

Beatrice Lento

Perra

PERRA significa cagna o puttana in spagnolo e l’artista guatemalteca Regina José Galindo chiama così la sua sconvolgente performance: con un coltello si auto incide la fatale parola per protestare e mostrare le violenze perpetrate contro le donne del suo Paese evidenziando come la sorte non sia diversa per il nostro Genere in tutte le altre parti del mondo…amara veritá.

” …bisogna capire che tutto é concatenato e l’errore dell’umanitá é sentirsi diversi …quello che succede ad una donna in Germania succede anche a me. siamo un solo corpo.”

Beatrice Lento

Teresa, Vestale degli Sbariati 

Ci accoglie con un intrigante profumo di ginestra, origano e menta il sito delle Grotte degli Sbariati. É un fresco pomeriggio di luglio di trent’anni fa quello che conservo nell’anima, sono a Zungri assieme a mio marito e a tre cari amici, attratti dalla magia di quel luogo esclusivo che solo uno di noi conosce. Il fascino dell’insediamenro rupestre é sconvolgente e, come sempre accade quando incontri la Bellezza, il cuore batte all’impazzata e la mente si perde nella fantasia del sogno..”Anatemaaa anatemati mmanassuu, anatematii mmanassuu de mena ti dichiamu. Pudema stefannonune ma secu ti dichiamu”, il canto incomprensibile mi affascina ed io lo seguo lasciando il gruppo. Agile come una capretta s’inerpica sui sentieri erti, tra le case scavate abilmente nella rupe, una donna dalle movenze eleganti di una danzatrice che accompagna il ballo con la melodia della voce.

 La saluto, mi presento e le chiedo il nome e il senso di quella canzone enigmatica. Teresa si chiama, possiede alcuni terreni e grotte e canta la rabbia di un innamorato che non può abbracciare la sua bella per gli ostacoli frapposti dalle differenze di status delle famiglie. No, non conosce l’origine di quella struggente melodia che ha l’incanto di radici antiche. 

Teresa scompare all’improvviso ed io rimango ammaliata da quell’apparizione inquietante.

Dopo tre decenni un’attrazione irresistibile mi riporta a Zungri tra le case degli Sbariati, questa volta con i miei nipotini, come se anche a loro dovessi trasmettere l’incanto di quel contesto esclusivo d’impareggiabile seduzione. Il paesaggio é mutato e la cura di chi ama la propria terra traspare nella trasformazione che valorizza l’intrinseca malia di quell’insediamento dalle origini ancor oggi oscure. 

Le tracce della fede cristiana sono palesi e le croci e il pesce raffigurato sulla grande cupola di una grotta inducono a pensare a qualcosa di più di un rustico agglomerato di stalle e di dispense per i prodotti della terra.

 Mentre fantastico, agevolata dal grigiore della notte, illuminata da suggestive luci incastonate nelle pietre, il mio sguardo è rapito da una figura nera che con disinvoltura si arrampica lungo i sentieri nonostante l’età avanzata. 

É Lei, la riconosco é la donna che trent’anni prima mi aveva attratto con la sua ermetica canzone. 

“Teresa, Teresa!”, é Lei.

 La signora dai capelli di neve raccolti nel nero del fazzolettone si volta e mi sorride, si ricorda di me. 

Ci sediamo sul gradino di una delle case di pietra e parliamo ancora come se nei tre decenni trascorsi un magico filo ci avesse tenuto assieme. Teresa stringe tra le mani il rosario e come un fiume in piena risponde alle mie domande che amano scoprire la complessità dell’animo femminile.

 É l’ultima di una famiglia di nove, solo lei donna assieme all’unica sorella e all’amatissima madre. Il padre è mancato quando aveva sei mesi e alcuni fratelli sono emigrati in Argentina. 

Agli Sbariati é legata perché ha ereditato dalla madre terreni che ne fanno parte, altri li ha comprati ed uno lo ha in fitto. Si definisce l’ultima superstite di quella cultura rupestre e adora quelle rocce che le parlano della mamma, tutti i giorni lei andava alla fonte tra le grotte e lavava la biancheria per poi riportarla asciutta e profumata di acqua sorgiva. 

Approfitto della sua benevolenza per approfondire la mia ricerca sulla donna e Teresa si concede compiaciuta del mio persistente interesse. Gli uomini che ha conosciuto non erano cattivi, proprio per niente, ma erano maschi e i maschi, si sa, comandano e controllano le femmine che ai suoi tempi non potevano andare da sole neanche al lavoro.

 Era dura la vita delle ragazze: figli da crescere, cucina per sfamare tante bocche, case da curare e duro lavoro nei campi, anche di notte quando i padroni chiamavano. Lei é stata fortunata perché il marito, che pure non aveva scelto ma le era stato proposto tramite “ambasciaturi”, era buono, le voleva bene e amava condividere con lei scelte e decisioni. 

É rigorosa e severa col nostro Genere Teresa e affida alla donna il compito di tutela della famiglia a costo di qualsiasi rinuncia e sacrificio, anche il tradimento va sopportato dalla moglie per salvaguardare la serenità dei figli e l’unità familiare

.” Oi i stujavucchi diventaru sarvietti e i sarvietti stujavucchi” mi dice l’Ultima degli Sbariati riferendosi allo sconvolgimento dei costumi che riguarda soprattutto la donna che non é più, con suo rammarico, Angelo del Focolare ed eroina che s’immola per il bene dei figli.

 Cerco di proporle una concezione più emancipata e dignitosa dell’essere femminile ma Teresa é irremovibile: la Donna è la roccia su cui si costruisce la famiglia e non c’é spazio per nient’altro. 

Quella Creatura straordinaria é analfabeta, le circostanze della vita l’hanno privata dell’istruzione e la sua saggezza antica, erede di una civiltà contadina che forse in quei luoghi esclusivi si intreccia con culture venute da lontano, non ha avuto il dono dello strumento necessario a scrollarsi il giogo della visione subalterna della donna. 

Eppure in Lei qualcosa parla di libertà.

 É la sua fierezza antica che coniuga la dolcezza e la docilità con una determinazione e forza interiori davvero straordinari. 

Le grotte sono la sua energia vitale, lì ritrova la madre, la giovinezza e il profumo amaro del sacrificio fatto anche di pesanti sacchi colmi d’olive portati in testa. 

É nata a Marzo la Signora, come me sotto il segno fantasioso dei Pesci, é pure Lei una Sbariata, l’ultima forse, una creatura in cammino capace di guardare al sole anche nel grigiore fitto delle nuvole.

 Di questo gioiello raro di architettura rupestre di Calabria é diventata la Vestale, inflessibile, precisa e coerente.

 Lei, che lo ricorda abitato solo dagli animali, non dimentica la fatica del vivere: il lavoro a giornata e quello nelle proprie terre, non scorda le donne rispettose dei propri uomini e teme che la libertà di cui tutti oggi godono si trasformi in anarchia capace di distruggere la Famiglia e con essa la Civiltà…anche quella mitica e attraente che affonda le radici nelle Grotte della sua Zungri. 

Addio Teresa, Vestale degli Sbariati, nonostante le apparenze, sei stata e rimani una Donna Libera.
Di Beatrice Lento

Tropea 2 settembre 2018
P. S. Non conosco di persona Teresa, me ne sono innamorata grazie alle meravigliose foto di Salvatore Mazzeo e al racconto della splendida Coordinatrice del Museo e Insediamento Rupestre di Zungri Maria Caterina Pietropaolo che ringrazio assieme a Francesco Braccio per l’antico canto ” Anatema”

Beatrice Lento

Luigi Luca Cavalli Sforza: razza umana concetto infondato!

Purtroppo non ha ricevuto il Nobel ma la sua lotta scientifica al razzismo lo avrebbe ampiamente meritato, ecco un articolo  che parla di Lui in occasione della sua morte avvenuta oggi…grazie grande Luca!

Ha dimostrato che il concetto di razza umana è biologicamente infondato e abbattuto la barriera tra cultura scientifica e umanistica, facendo dialogare discipline diverse per arrivare a costruire un atlante genetico della storia del mondo. Luigi Luca Cavalli Sforza, genetista e scienziato, è morto a 96 anni a Belluno, dove viveva. Con i suoi studi ha messo le basi per la nascita di una nuova disciplina, la genetica delle popolazioni. Era nato a Genova nel 1922. La sua carriera scientifica, cominciata in Gran Bretagna, è proseguita fra l’Italia e la California, in particolare nelle Università di Parma, Pavia e Stanford dove insegnava. A Stanford negli ultimi anni è stato insignito del titolo di professore emerito. Dopo aver studiato a Torino nella scuola di Giuseppe Levi, come prima di lui avevano fatto Rita levi Montalcini, Salvador Luria e Renato Dulbecco (tutti e tre premiati con il Nobel per la Medicina), Cavalli Sforza ha cominciato la sua carriera nell’Università di Pavia con il pioniere della genetica italiana, Adriano Buzzati Traverso, fratello dello scrittore Dino. Allora i geni erano un’entità da definire, comprendere e misurare: anche grazie al fascino di queste ricerche Cavalli Sforza ha seguito Buzzati Traverso in Germania e poi nell’Istituto di Idrobiologia di Pallanza, in Piemonte, studiando soprattutto la genetica del moscerino della frutta e dei batteri. In seguito il suo interesse scientifico si sarebbe invece concentrato soprattutto sull’uomo. Di Buzzati aveva sposato la nipote, Alba Maria Ramazzotti.L’amore per l’Italia

I colleghi ricordano Luigi Luca Cavalli Sforza come un ricercatore animato da grande curiosità, che lo aveva portato a studiare tanto la biologia quanto la statistica, discipline diverse che riuscì a conciliare nelle ricerche sulla genetica delle popolazioni, dai primi studi condotti in Italia fino ai viaggi in Africa. Dal 1970 ha lavorato nell’Università di Stanford per oltre 20 anni ed è tornato in patria nel 1994, fermamente intenzionato, diceva, a lottare contro «l’inerzia e la lentezza della ricerca italiana». Proprio in Italia intendeva portare avanti le ricerche sull’origine delle popolazioni, che definiva «importanti per comprendere i meccanismi dell’evoluzione e l’adattamento culturale», e sui movimenti migratori. Presto avrebbe osservato, però, che la ricerca era ferma ai livelli di 30 anni prima, con «poco denaro e mal distribuito».

L’atlante genetico del mondo

In ogni caso Cavalli Sforza ha continuato a lavorare, arrivando ad affermare che il concetto di razza è solo culturale e non è dimostrato da alcuna base genetica. Inoltre ha saputo far dialogare discipline diverse – genetica, matematica, archeologia e linguistica – per costruire un atlante genetico del mondo, un albero genealogico dell’evoluzione umana basato su dati biologici, ma anche archeologici e linguistici. Cavalli Sforza era socio dell’Accademia nazionale dei Lincei e membro della Royal Society. Tra le numerose onoreficenze che ha ricevuto nel corso della sua vita, la Medaglia d’oro del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e il Premio Balzan. Tra le sue pubblicazioni: Geni, popoli e lingue (l’opera più importante); L’evoluzione della cultura; Il caso e la necessità: ragioni e limiti della diversità genetica; Razzismo e noismo: le declinazioni del noi e l’esclusione dell’altro. Insieme al figlio Francesco ha scritto il libro Chi siamo. La storia della diversità umana. Cavalli Sforza si è impegnato anche nella divulgazione scientifica, attraverso pubblicazioni, incontri, organizzazione di festival e mostre.

Dai batteri all’uomo

«È stato uno studioso di grandissima importanza a livello mondiale, ha attraversato tutti i campi della genetica, iniziando dai batteri per arrivare all’uomo» è il ricordo di Guido Barbujani, professore di genetica all’Università di Ferrara che in diverse occasioni ha collaborato con Cavalli Sforza. Anche Barbujani studia la genetica delle popolazioni. «L’intuizione più importante di Cavalli Sforza è l’aver capito, negli anni ‘70, che nel nostro Dna è racchiuso un messaggio che arriva dalle generazioni precedenti e che ci aiuta a capire aspetti della storia e della preistoria che altrimenti ci sarebbero rimasti ignoti. Un uomo di grande lucidità intellettuale, ma anche un grande imprenditore scientifico: ha dato vita a iniziative a livello mondiale, trasformando le sue intuizioni in progetti di ricerca vastissimi come lo Human Genome Diversity Project (Hgdp), strumento attraverso cui si è passati dalla lettura di un singolo genoma alla comprensione delle differenze tra genomi, differenze che ci rendono individui unici e irripetibili».

La storia degli antenati

In che cosa consiste la genetica delle popolazioni? «Fino agli anni ‘70 era una disciplina il cui scopo consisteva nel limitare il più possibile il rischio di malattie genetiche recessive, che si ha quando due genitori sono portatori sani e un quarto dei figli sviluppa la patologia. Dunque un ambito molto limitato – sottolinea Barbujani -. Cavalli Sforza è stato il primo a capire con chiarezza che nelle nostre cellule c’è molto di più, la traccia di una storia trasmessa dai genitori, dagli antenati, fino ad arrivare ai primi sapiens. Una vera e propria genetica dell’evoluzione. Questa intuizione ha messo in moto tante collaborazioni interdisciplinari – con linguisti, archeologi, antropologi, biologi molecolari – e sono stati avviati progetti di ampio profilo culturale».

Confronto tra genomi

Come si è arrivati a superare il paradigma della razza? «Gli studi di Cavalli Sforza e di altri hanno permesso di definire che il concetto di razza non è biologicamente valido – risponde il professor Barbujani -. Si è visto con chiarezza che non ci permette di capire le differenze tra individui, mentre abbandonandolo e lavorando sul confronto tra genomi si aprono grandi strade per la comprensione del nostro passato e della specificità dei singoli esseri umani». Lei è stato allievo di Cavalli Sforza? «Non direttamente – conclude lo scienziato -. Tutti noi genetisti abbiamo lavorato sulle sue idee, ma quando ero nel pieno sviluppo della mia carriera io facevo parte del gruppo di Robert Sokal negli Stati Uniti, uno studioso austriaco che era in concorrenza diretta con Cavalli Sforza. Questo ci ha impedito di lavorare fianco a fianco nello stesso laboratorio, ma nonostante ciò abbiamo collaborato in numerose ricerche. Nutro molto affetto nei suoi confronti, così come lui ne provava nei miei. Voglio ricordarlo come uno dei grandi intellettuali italiani del Ventesimo secolo, un uomo che è riuscito a scavalcare le barriere storiche tra scienze esatte e scienze umane, un merito che, sono certo, gli verrà riconosciuto nei prossimi decenni».

Di Laura Cuppini

Beatrice Lento