Beatrice Cenci
di Ersilia Santacroce1. In seguito alla morte della madre, alla giovane età di 7 anni, nel giugno del 1584, venne obbligata a ritirarsi presso il convento delle monache francescane di Santa Croce in Montecitorio, insieme alla sorella maggiore Antonina. Vi restò fino all’età di quindici anni, ricevendo un’educazione modesta nonostante le sue nobili origini.
Una volta tornata nella propria casa natale trovò ad attenderla un ambiente poco ospitale, nel quale imperversava una pesante crisi familiare: il padre, noto per i suoi modi violenti, non risparmiò infatti sofferenze nemmeno alla giovane Beatrice. La crisi dipendeva sia da ragioni di natura economica che dal carattere violento e manesco del padre. Infatti, si ha notizia che i tre figli più grandi, Giacomo, Cristoforo e Rocco, erano in rotta col padre perché egli negava loro il denaro necessario per mantenersi, e li costringeva a una vita di debiti e povertà. Un diverbio che portò i tre fratelli ad intentare e vincere una causa contro il proprio padre per ottenere gli alimenti. Lo scontro si acuì nel 1594, quando Francesco Cenci subì un processo per sodomia nei confronti del figlio di un rigattiere, conclusosi con la condanna al pagamento di centomila scudi e alla reclusione in carcere per omicidio. Con il pagamento della multa per ottenere l’estinzione del procedimento, il condannato riuscì a uscire dal carcere soltanto tre mesi dopo. Nel frattempo, i tre fratelli di Beatrice sfruttarono l’occasione per rivolgersi a papa Clemente VIII, chiedendo la separazione definitiva dei beni di famiglia e la possibilità di dare a tutti loro una sistemazione adeguata. A tal richiesta, Clemente VIII rispose assegnando loro le rendite di alcune terre paterne. Dopo tale affronto, il padre li accusò di tentato omicidio: dei tre, fu Giacomo a risponderne maggiormente, sebbene uscì pulito dall’indagine grazie a un testimone a suo favore. In seguito, il padre lo querelò di nuovo ma inutilmente per aver corrotto e comprato testimoni a suo sfavore nel processo per sodomia.
Lo stesso anno, Francesco Cenci convolò a seconde nozze con Lucrezia Petroni, dalla quale però non ebbe nessun figlio.
L’esilio alla Rocca di Petrella Salto
“Voglio che crepi qua su”2
Nell’aprile del 1595 Francesco Cenci rinchiuse la figlia Beatrice e la sua seconda moglie nella rocca di Petrella Salto, un piccolo paese tra Rieti e Avezzano, nel territorio del Regno di Napoli, dove rimase segregata in compagnia di alcuni servi, in un piccolo castello del Cicolano, chiamato la Rocca, di proprietà della famiglia Colonna. I motivi che spinsero Francesco Cenci a questa terribile decisione sono legati alla scoperta dell’intento della moglie Lucrezia di far sposare la giovane Beatrice. Infatti, costei, sperando di salvare la figliastra, introdusse in casa monsignor Guerra, un giovane avviato alla carriera ecclesiastica ed addetto alla Corte del papa, con il compito di trovarle un degno marito. La reclusione nella Rocca, evitò al padre di trovarsi nella condizione di dover dare il consenso a un matrimonio per il quale non poteva pagare un’adeguata dote. Inoltre, le preoccupazioni per il recente dissesto economico lo portarono a allontanare da sé anche i due figli più piccoli, Bernardo e Paolo, mettendoli “a dozzina” da un prete.
Nell’esilio forzato a Petrella Salto, l’infelice Beatrice subì gli stessi trattamenti di una carcerata e probabilmente subì violenza carnale, nonostante nel processo non ne viene fatta esplicita menzione. Esasperata dalla situazione, prese a spedire lettere d’aiuto ai suoi parenti a Roma. Nel dicembre del 1597 ne indirizzò una al fratello Giacomo, che poi purtroppo finì nelle mani del padre, nella quale lo implorava di trovarle marito o di trasferirla in un monastero.
Fu allora che la situazione peggiorò quando Francesco, malato di rogna e di gotta, per fuggire anche alle richieste pressanti dei creditori, tornò a Petrella Salto, con i figli minori Bernardo e Paolo.
L’omicidio
In quel periodo la Cenci, colma d’odio nei confronti del suo violento padre, iniziò a considerare il proposito di ucciderlo con l’aiuto della matrigna Lucrezia, del fratello Giacomo, del castellano Olimpio Calvetti, forse suo amante, e del maniscalco Marzio da Fioran detto il Catalano.
Inizialmente, la Cenci tentò di mettersi in contatto con i banditi della zona, che avrebbero dovuto assaltare Francesco Cenci durante uno dei suoi viaggi. Tuttavia, le trattative non andarono a buon fine e Beatrice dovette pianificare una soluzione alternativa. Dapprima pensò all’avvelenamento, ma il padre, consapevole di aver molti nemici, anche nelle mura domestiche, prese l’abitudine a far assaggiare preliminarmente ogni piatto a lui destinato dai suoi familiari. Giunse allora alla conclusione che l’unico modo per liberarsi del padre fosse di ammazzarlo nel sonno. Alle prime luci dell’alba del 9 settembre 1598, Francesco Cenci, drogato d’oppio, venne ucciso a martellate dai due sicari, Olimpio Calvetti e Marzio Catalano.
Per simulare una disgrazia, Beatrice Cenci propose ai suoi complici di sfondare il pavimento di un balcone di legno situato nella stanza della vittima e, da lì, far cadere il corpo nella macchia sottostante.
Il giorno seguente, Lucrezia e Beatrice, insieme agli altri due complici, fecero ritorno a Roma.
Il processo
Le indagini si rivelarono sin da subito più complicate del previsto.
Il territorio di Petrella Salva faceva parte di un feudo la cui giurisdizione era sotto il Regno di Napoli. Le prime indagini vennero perciò eseguite dal commissario Marzio Colonna, Biagio Querco, insieme a Carlo Tirone, Luogotenente del Tribunale di Campagna d’Abruzzo. Tuttavia, gli indiziati, che avevano prontamente deciso di tornare a Roma, facevano parte della nobiltà romana e, secondo le leggi dell’epoca, dovevano esser giudicati dai tribunali della giurisdizione papale. L’attribuzione della causa venne affidata al Tribunale del Vicario, nel quale allora era titolare il cardinale Girolamo Rusticucci. Ad aiutarlo, vi erano Pompeo Molella, procuratore fiscale, e Ulisse Moscato, luogotenente.
Dalla lacunosa documentazione sul caso, sembra che il crimine fosse stato denunciato nei giorni seguenti dalle donne del contado che sin da subito sospettarono di Beatrice e Lucrezia. Da quelle prime diffamazioni, all’inizio della inquisitio generalis, ovvero della fase investigativa del processo, è necessario attendere fino al 5 novembre 1598.
Bastarono pochi interrogatori per convincere il cardinale Rusticucci a dare inizio all’inquisitio specialis, ordinando la reclusione delle due donne nel loro palazzo a Sant’Eustachio, insieme a quella dei due fratelli, Giacomo e Bernardo, e di Marzio Catalano nel carcere di Tor di Nona. Nel frattempo, Olimpio Calvetti si era dato alla latitanza.
In seguito al ritrovamento da parte del commissario Biagio Querco delle lenzuola coperte del sangue di Francesco Cenci, nel dicembre del 1598 venne dato ordine di riesumare il corpo della vittima per esaminare le condizioni del cranio. Nel gennaio del 1599, il conte de Olivares, governatore del Regno di Napoli, dava l’ordine di arrestare i colpevoli. Ciò nonostante, nel conflitto giurisdizionale tra i due tribunali ebbe la meglio il tribunale romano, poiché riuscì a catturare a Poggio Fiano uno dei sospettati, Marzio Fiano, che si era nascosto nella casa della sorella.
Inizialmente, nel suo interrogatorio confermò la versione dell’incidente, ma rivelando che più volte Beatrice Cenci gli aveva proposto di: “andare assieme con lei, che si voleva fuggire con me, et che ne saressimo andati lontano, che lei aveva tre sacchetti di denari da spendere, una croce d’argento, due calici, dieci anelli d’oro, un bocale, un bocale d’argento et vestimenti et che avremmo avuto denari assai da spendere […]; et che lei non voleva star più in quella vita perché nessuno pensava volerla maritare, né il padre né li fratelli e che se non trovava rimedio se voleva ammazzare da se stessa”3. In seguito, ammise di esser stato contattato sia da Olimpio che da Beatrice per partecipare all’omicidio di Francesco Cenci.
Mentre la matassa degli eventi legati all’omicidio di Francesco Cenci si stava pian piano dipanando, venne ucciso Olimpio Calvetti, probabilmente per ordine del fratello Giacomo. Gli altri imputanti intanto tennero fede alla primitiva versione, fintanto che il magistrato non ebbe abbastanza prove per sottoporre alla tortura i membri della famiglia Cenci. All’atroce dolore della tortura inflitta, uno dopo l’altro, tutti i Cenci cedettero e ammisero la loro colpevolezza. Giacomo e Lucrezia tentarono di trovare un attenuante al misfatto, addossando tutta la colpa su Beatrice; al contrario, Beatrice, il 19 agosto 1599, durante il suo interrogatorio, rimase più lucida e ferma degli altri due, sostenendo che il colpevole era Olimpio, ormai morto.
Una volta raccolte tutte le confessioni degli imputati, ebbe inizio la fase difensiva del processo. I Cenci scelsero come loro difensori due dei più rinomati giuristi dell’epoca, Prospero Farinacci e Pianca Coronato de’ Coronati. Nelle loro arringhe la responsabilità dell’omicidio venne attribuita quasi completamente alla figura di Beatrice Cenci, che però non doveva essere punita perché mossa dall’odio per il padre che l’aveva ripetutamente violentata. Neppure gli altri meritavano la morte perché avevano semplicemente sostenuto i giusti propositi di vendetta di Beatrice.
La debole difesa dei Cenci e l’allora situazione politica romana non aiutarono gli imputati: il 5 settembre 1599, papa Clemente VIII decise di punire i colpevoli dell’omicidio di Francesco Cenci in maniera esemplare. Tutti i membri della famiglia Cenci vennero così privati del titolo nobiliare, i loro beni vennero confiscati e messi all’asta. L’11 settembre 1599 Lucrezia Petroni, Giacomo e Beatrice Cenci vennero decapitati. Bernardo, invece, ebbe salva la vita ma venne recluso nelle galere papali, dopo aver assistito all’esecuzione dei suoi.
Le spoglie di Beatrice Cenci vennero raccolte dalla Confraternita di San Giovanni Decollato, che le portò in processione fino alla chiesa di San Pietro in Montorio, dove venne seppellita. Sulla sua lapide non venne posta alcuna iscrizione, come era d’uso per i giustiziati. Da allora, secondo la leggenda, ogni 11 settembre il fantasma della sfortunata Beatrice compare sugli spalti della Rocca di Petrella Salto e su quelli di Castel Sant’Angelo. Nel 1798, durante l’occupazione francese, la sua lapide venne trafugata dai soldati dell’esercito di Napoleone per recuperare il piombo delle bare.
Dal Web
Isadora Duncan
Figlia di uno scozzese e di una irlandese, conobbe un’infanzia molto povera. Dopo aver studiato danza classica si liberò dei rigori accademici per seguire un insegnamento improntato ai principî di François Delsarte riguardanti l’armonia del corpo e del movimento. Si stabilì quindi a Londra con la famiglia e nel 1900 si recò a Parigi ove danzò in serate private su brani di musica classica.
A piedi nudi, vestita di una semplice tunichetta di tipo greco, si atteggiava in movenze che aveva studiato osservando i bassorilievi dell’arte ellenica. Con questo nuovo tipo di danza, detta “libera” o “naturale”, la D. intese proclamare una libertà di espressione dalle ferree regole accademiche e dagli artifici del balletto classico. La sua danza si diffuse presto in tutta Europa dove influenzò lo stesso balletto classico e l’evoluzione in atto dei balletti russi di S. P. Djagilev. La D. si servì di musiche non espressamente composte per la danza dando l’avvio al balletto sinfonico, portato poi avanti negli anni Trenta da L. Massine. D. si trovò tuttavia nell’impossibilità di insegnare una tecnica vera e propria a causa del suo carattere dispersivo e della discontinuità nell’ispirazione. Fu moglie prima di E. Gordon Craig, poi del poeta russo S. Esenin. Morì strangolata da una sciarpa impigliatasi tra le ruote della sua automobile in corsa. La D. scrisse molti libri, tra cui l’autobiografia My life.
Era l’imbrunire del 14 settembre del 1927 quando, sulla Promenade des Anglais a Nizza, Benoît Falchetto, un pilota automobilistico italo-francese, offrì il posto del passeggero sulla sua Bugatti alla celebre ballerina. Nel salire sulla potente vettura, prima che la lunga sciarpa che le avvolgeva il collo si impigliasse nelle ruote dell’auto strangolandola, Isadora prese commiato dai suoi amici pronunciando una frase fatale, destinata a restare tristemente famosa:
Adieu, mes amis. Je vais à la gloire!
Ovvero “Addio, amici miei, vado verso la gloria!”
Dal web
Francesca Di Giovanni prima donna Segretaria di Stato nella Santa Sede
Papa Francesco ha nominato Francesca Di Giovanni, da 27 anni in Segreteria di Stato, come sottosegretario della Sezione per i Rapporti con gli Stati. È la prima volta che una donna, per di più laica, occupa una posizione dirigenziale così elevata nella Santa Sede e in particolare nella Terza Loggia vaticana. Guidata dal Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, «primo ministro» del Papa, la Segreteria è divisa in tre sezioni, una delle quali è diretta dal Segretario per il rapporti con gli Stati, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, una sorta di ministro degli Esteri della Santa Sede del quale Francesca di Giovanni, già «officiale» della stessa sezione, diventa ora uno dei due «vice», l’altro sottosegretario è monsignor Mirosław Wachowski.
Dall’inizio del pontificato, Francesco parla della necessità di riconoscere più spazio alle donne, «bisogna riflettere su cosa significa il ruolo della donna nella Chiesa», aveva ripetuto a conclusione del Sinodo di ottobre, salvo aggiungere che non era solo una questione «funzionale», di incarichi. Lo stesso cardinale Parolin, tre anni fa, aveva del resto ricordato che «in teoria una donna potrebbe anche ricoprire l’ufficio di Segretario di Stato, che non è legato ai sacramenti e al sacerdozio». Lo stesso Papa spiegò che «anche una donna può essere a capo di un Dicastero». Nell’attesa, la nomina come sottosegretario in Segreteria di Stato è un passo avanti senza precedenti.
Francesca di Giovanni, nata a Palermo nel 1953 e laureata in Giurisprudenza, fa parte del Movimento dei Focolari e nel movimento ha iniziato lavorando nel settore giuridico-amministrativo del Centro internazionale dell’Opera di Maria. Officiale della Segreteria di Stato dal 15 settembre 1993, «ha svolto il suo servizio sempre nel settore multilaterale, soprattutto per quanto riguarda temi concernenti i migranti e i rifugiati, il diritto internazionale umanitario, le comunicazioni, il diritto internazionale privato, la condizione della donna, la proprietà intellettuale e il turismo», informa la Santa Sede. Intervistata dai media vaticani, ha detto tutta la sua sorpresa: «Sì, assolutamente! È da vari anni che si pensa alla necessità di un sottosegretario per il settore multilaterale: un settore delicato e impegnativo che necessita di un’attenzione particolare, perché ha modalità proprie, in parte diverse da quelle dell’ambito bilaterale. Ma che il Santo Padre affidasse a me questo ruolo, sinceramente non l’avrei mai pensato. Effettivamente, è la prima volta che una donna ha un compito dirigenziale in Segreteria di Stato. Il Santo Padre ha preso una decisione innovativa, certamente, che, al di là della mia persona, rappresenta un segno di attenzione nei confronti delle donne. Ma la responsabilità è legata al compito, più che al fatto di essere donna». Come sottosegretario, si occuperà del «settore multilaterale»: «In parole povere si può dire che tratta dei rapporti che riguardano le organizzazioni intergovernative a livello internazionale e comprende la rete dei trattati multilaterali, che sono importanti perché sanciscono la volontà politica degli Stati riguardo ai vari temi concernenti il bene comune internazionale: pensiamo allo sviluppo, all’ambiente, alla protezione delle vittime dei conflitti, alla condizione della donna e così via. Continuerò ad occuparmi di ciò che ho seguito fino ad ora all’interno della Sezione per i Rapporti con gli Stati, anche se adesso, in questo nuovo ruolo, avrò il compito di coordinare il lavoro di questo settore».
Già Guido Vecchi Corriere della sera
Non mi pento di niente
Dalla donna che sono,
mi succede, a volte,
di osservare, nelle altre, la donna che potevo essere;
donne garbate, laboriose, buone mogli,
esempio di virtù,
come mia madre
avrebbe voluto.
Non so perchè
tutta la vita
ho trascorso a
ribellarmi a loro.
Odio le loro minacce
sul mio corpo
la colpa che le loro vite
impeccabili,
per strano maleficio
mi ispirano;
mi ribello contro le loro buone azioni,
contro i pianti di nascosto
del marito,
del pudore della sua nudità
sotto la stirata e inamidata biancheria intima.
Queste donne,
tuttavia, mi guardano
dal fondo dei loro specchi;
alzano un dito accusatore
e, a volte, cedo al loro sguardo di biasimo
e vorrei guadagnarmi il consenso universale,
essere “la brava bambina”, essere la “donna decente”
la Gioconda irreprensibile,
prendere dieci in condotta
dal partito, dallo Stato,
dagli amici,
dalla famiglia, dai figli
e da tutti gli esseri
che popolano abbondantemente
questo mondo.
In questa contraddizione inevitabile tra quel che doveva essere
e quel che è,
ho combattuto numerose
battaglie mortali,
battaglie a morsi, loro contro di me
– loro contro di me che sono me stessa –
con la psiche
dolorante,
scarmigliata,
trasgredendo progetti ancestrali, lacero le donne che vivono in me
che, fin dall’infanzia, mi guardano torvo
perchè non riesco nello stampo perfetto dei loro sogni,
perchè oso essere quella folle, inattendibile, tenera e vulnerabile
che si innamora come una triste puttana
di cause giuste,
di uomini belli
e di parole giocose.
Perchè, adulta, ho osato vivere l’infanzia proibita
e ho fatto l’amore sulle scrivanie nelle ore d’ufficio,
ho rotto vincoli inviolabili
e ho osato godere
del corpo sano e sinuoso
di cui i geni di tutti i miei avi mi hanno dotata.
Non incolpo nessuno. Anzi li ringrazio dei doni.
Non mi pento di niente, come disse Edith Piaf:
ma nei pozzi scuri in cui sprofondo al mattino,
appena apro gli occhi,
sento le lacrime che premono,
nonostante la felicità che ho finalmente conquistato,
rompendo cappe e strati di roccia terziaria e quaternaria,
vedo le altre donne che sono in me,
sedute nel vestibolo
che mi guardano con occhi dolenti e mi sento in colpa per la mia felicità.
Assurde brave bambine mi circondano e danzano musiche infantili
contro di me;
contro questa donna fatta, piena,
la donna dal seno sodo
e i fianchi larghi,
che, per mia madre e contro di lei, mi piace essere.
– Gioconda Belli –
Gioconda Belli
Gioconda Belli è una poetessa, giornalista e scrittrice nicaraguense. Ha al suo attivo quattro libri di narrativa, nei quali vengono esplorati alcuni temi ricorrenti: le vicissitudini politiche del suo paese e la lotta sandinista l’emancipazione della donna. È anche autrice di diverse raccolte di poesie, caratterizzate da una poetica sensuale e femminile.
E Dio mi fece donna,
con capelli lunghi, occhi, naso e bocca di donna. Con curve e pieghe e dolci avvallamenti e mi ha scavato dentro, mi ha reso fabbrica di esseri umani. Ha intessuto delicatamente i miei nervi e bilanciato con cura il numero dei miei ormoni. Ha composto il mio sangue e lo ha iniettato in me perché irrigasse tutto il mio corpo; nacquero così le idee, i sogni, l’istinto Tutto quel che ha creato soavemente a colpi di mantice e di trapano d’amore, le mille e una cosa che mi fanno donna ogni giorno per cui mi alzo orgogliosa tutte le mattine e benedico il mio sesso.
Sibilla Aleramo
Sibilla Aleramo
Ledi Meingati
Ledi Meingati ha 61 anni, ma non li dimostra: è una bellissima donna Masai e ha deciso, nel 2011, di non tacere più l’ingiustizia di quello che le è successo quando aveva dodici anni. Anche lei è stata vittima di una mutilazione, per poco non è morta.
«Fu terribile, per tre mesi ho continuato a sanguinare» racconta. La cerimonia fu una faccenda fra donne: le anziane della famiglia andarono ad avvisarla che sarebbe diventata donna, furono loro a spogliarla, buttarle addosso acqua fredda e tenerla immobile mentre la mammana, la donna deputata al taglio, non ebbe finito.
Lei tentò di ribellarsi, ma era appena una bambina. E fu atroce e doloroso, anche dopo. «Ricordo che mi facevano bere il sangue delle mucche per riprendere le forze, io sentivo un dolore che non passava mai. Mi sono sposata, durante i rapporti il dolore era fortissimo. E così al parto, per ognuno dei miei cinque figli. Perciò ho deciso di alzare la voce e raccontare la mia storia: voglio che nessun’altra bambina debba soffrire ciò che ho patito io, così ho iniziato a parlare alle ragazze, alle donne nei villaggi per far capire quanto sia pericolosa questa pratica. E agli uomini, perché capiscano di dover accettare in spose donne non mutilate. Solo cambiando la cultura di tutti potremo salvare le donne».
Nel suo Paese, il Kenya, il governo ha dichiarato illegali le mutilazioni; tuttavia sono ancora tollerate (le ha subite il 21 per cento delle donne fra i 15 e i 49 anni) e le cose stanno cambiando con esasperante lentezza agli occhi di Ledi.
Che viaggia nel Paese con WeWorld Onlus parlando pure alle mammane, per raccontare loro che cosa può succedere alle bambine dopo le mutilazioni e per aiutarle a trovare un lavoro diverso. È una strada lunga, ma un futuro diverso è possibile. «Ho avuto due figlie. Nessuna è stata tagliata».
Da IO DONNA
Rosa Balistreri: la voce del popolo
Rosa nasce in una famiglia poverissima; la madre lavora in casa mentre le uniche entrate di denaro provengono dai piccoli lavori di falegnameria del padre. A sedici anni viene data in sposa a Gioacchino Torregrossa, un uomo che, molti anni dopo, in un concerto, Rosa avrebbe definito “latru, jucaturi e ‘mbriacuni”.
Il matrimonio, da cui nasce l’unica figlia oggi vivente, Angela Torregrossa, finisce in tragedia il giorno in cui Rosa, avendo scoperto che il marito aveva perso al gioco il corredo della figlia, lo aggredisce con una lima e, credendo di averlo ucciso, va a costituirsi dai carabinieri: sconterà sei mesi di galera.
Per mantenere la figlia e aiutare la sua famiglia di origine Rosa fa molti lavori: dapprima in una vetreria, poi come raccoglitrice e venditrice di lumache, capperi, fichi d’india, sarde e infine a servizio in una famiglia nobile di Palermo, dove mette la figlia in collegio. In questo periodo impara a leggere e scrivere.
Si innamora del figlio del padrone e rimane incinta; Rosa si vede costretta a fuggire e poi a scontare altri sei mesi di carcere, perché accusata di furto. Uscita dal carcere trova lavoro come sagrestana e custode della chiesa degli Agonizzanti a Palermo; vive in un sottoscala insieme a suo fratello Vincenzo, invalido, che impara a fare il calzolaio. Non avendo ceduto alle molestie del prete viene mandata via e lei, rubati i soldi delle cassette dell’elemosina, parte col fratello Vincenzo per Firenze: lui lavorerà in una bottega di calzolaio e lei a servizio in case signorili.
Richiamata a Firenze anche la madre e una delle due sorelle, Rosa apre con loro un banchetto di frutta e verdura al mercato di San Lorenzo. La sorella Maria li avrebbe raggiunti in seguito, scappando coi figli alle prepotenze del marito. Ma, poco dopo la fuga, l’ex marito la uccide. In seguito alla tragedia il padre di Rosa si toglie la vita impiccandosi.
Nei primi anni Sessanta Rosa incontra il pittore fiorentino Manfredi Lombardi, e con lui vivrà per dodici anni. Durante questo periodo allarga la cerchia delle sue amicizie e viene a contatto con il mondo degli intellettuali del suo tempo. Nel 1966 partecipa allo spettacolo di canzoni popolari portato sulle scene da Dario Fo, dal titolo Ci ragiono e canto. Ha quarant’anni, il volto segnato da una vita tanto intensa e faticosa, gli occhi limpidi e sicuri di chi porta fino in fondo le proprie battaglie; la sua voce ha un timbro arcaico e diretto: la sua presenza drammatica rimane ben impressa negli spettatori, come le canzoni popolari siciliane che interpreta, nelle quali si racconta non solo la miseria ma anche l’orgoglio e lo sdegno del popolo.
Ho imparato a leggere a trentadue anni. Dall’età di sedici anni vivo da sola. Ho fatto molti mestieri faticosi per dare da mangiare a mia figlia. Conosco il mondo e le sue ingiustizie meglio di qualunque laureato. E sono certa che prima o poi anche i poveri, gli indifesi, gli onesti avranno un po’ di pace terrena.
Così si presenta Rosa a un giornalista che l’intervista nel 1973 in seguito alla mancata partecipazione al Festival di Sanremo, dove la sua canzone dal titolo Terra che non senti era stata esclusa all’ultimo minuto. Questo episodio suscita molto fragore, al punto che Rosa viene considerata da molti la vera vincitrice del Festival di quell’anno:
Li ho messi tutti nel sacco. Le mie storie di miseria provocheranno guai a molti pezzi grossi il giorno in cui l’opinione pubblica sarà più sensibile ad argomenti come la fame, la disoccupazione, le donne madri, l’emigrazione, il razzismo dei ceti borghesi… Finora ho cantato nelle piazze, nei teatri, nelle università, ma sempre per poche migliaia di persone. Adesso ho deciso di gridare le mie proteste, le mie accuse, il dolore della mia terra, dei poveri che la abitano, di quelli che l’abbandonano, dei compagni operai, dei braccianti, dei disoccupati, delle donne siciliane che vivono come bestie. Era questo il mio scopo quando ho accettato di cantare a Sanremo. Anche se nessuno mi ha visto in televisione, tutti gli italiani che leggono i giornali sanno chi sono, cosa sono stata, tutti conoscono le mie idee, alcuni compreranno i miei dischi, altri verranno ai miei concerti e sono sicura che rifletteranno su ciò che canto.1
Dopo la partecipazione a Ci ragiono e canto, inizia a incidere dischi. Nel 1971 si trasferisce a Palermo, dove frequenta persone come il pittore Guttuso e il poeta Ignazio Buttitta, che scrive per lei numerose liriche andatesi ad aggiungere al suo già vastissimo repertorio, e che diceva di lei:
Ogni volta che cercheremo le parole, i suoni sepolti nel profondo della nostra memoria, quando vorremo rileggere una pagina vera della nostra memoria, sarà la voce di Rosa che ritornerà a imporsi con la sua ferma disperazione, la sua tragica dolcezza.
Dopo la sua morte, avvenuta a Palermo nel 1990, la memoria di Rosa Balistreri si è appannata, ma negli ultimi anni i suoi eredi (in particolare il nipote Luca Torregrossa) lavorano per recuperarne il valore e la fama. Inoltre l’editore Francesco Giunta sta raccogliendo in CD la sua vastissima produzione, sparsa in molte registrazioni di concerti e in dischi delle più svariate case discografiche. Grazie al suo interessamento, nel 2008 Palermo e Firenze hanno dedicato a Rosa Balistreri un concerto con quattro importanti cantanti della canzone popolare italiana (Lucilla Galeazzi, Clara Murtas, Fausta Vetere e Anita Vitale), accompagnate dall’ensemble I pirati a Palermo.
In un’intervista a «Noi Donne» la cantante Lucilla Galeazzi ha detto a proposito del modo di cantare di Rosa:
Fare politica attraverso la canzone popolare non è solo qualcosa di esplicito e legato ai fatti del momento, ed è nel “come” non solo nel “cosa”. Lei portava avanti la voce del popolo, cantava le canzoni che appartengono a tutti, che sono “comuni” fin dalla loro radice e alle quali non è possibile apporre alcun tipo di copyright. […] A me Rosa piace come canta e cosa canta, cose che non vanno mai distinte, anche la ninna nanna è contestataria: la ninna nanna non la canta certo la donna borghese che può permettersi la balia, ma la mamma proletaria che l’indomani deve svegliarsi alle quattro di mattina per andare a lavorare, e si sente disperata perché il bambino non vuole dormire. Ecco allora che Rosa aveva la capacità di trasmettere la disperazione, di renderti compartecipe del lamento di questa donna: e anche questo è fare politica.
Rosa Balistreri
Mi votu e mi rivotu suspirannu,
Passu li notti ‘nteri senza sonnu,
E li biddizzi tòi vaiu cuntimplannu,
Li passu di la notti nzinu a gghiornu,
Pi tia non pozzu ora cchiu arripusari,
Paci non havi chiù st’afflittu cori.
Lu sai quannu ca iu t’aju a lassari
Quannu la vita mia finisci e mori.
Rosa Balistreri
Il colore dei tuoi occhi non cambierà i miei
Apprezzo le tue parole, ma non ho bisogno della tua approvazione.
Apprezzo il tuo consiglio, ma non ho bisogno che tu accetti le mie scelte.
Apprezzo la tua compagnia, ma non ho bisogno che sia tu ad approvare il mio rimanere o andare.
Apprezzo il tuo punto di vista, ma non ho bisogno che tu mi dica come vivere la mia vita.
Apprezzo la tua visione, ma non ho bisogno di giustificarmi se la mia è diversa.
Il colore dei tuoi occhi non cambierà il colore dei miei, né cambierà la visione del mio orizzonte.
Grazie perchè hai scelto di camminare con me, qui e ora, ma sempre seguirò il richiamo del mio cuore e i dettami della mia coscienza, si crea quello che si pensa, si viene giudicati esattamente come si giudica, che questo soddisfi le tue aspettative o meno.
Ho scelto di camminare con te, qui e ora, con braccia aperte, lealmente e profondamente, a condizione che i miei passi continuino a cantare la libertà.
Ada Luz Marquez