Category Archive Pubblicazioni

Agnodice, la prima ginecologa

Di buona famiglia ateniese, si taglia i capelli e si traveste da uomo per studiare medicina con Erofilo, uno dei più rinomati medici dell’epoca, che insegnava ad Alessandria d’Egitto. Il travestimento è reso necessario dal divieto di studiare medicina imposto alle donne e agli schiavi. Conclusi gli studi, rientra ad Atene, dove diventa un’ostetrica molto ricercata.

Usa mettere le pazienti a loro agio sollevando le vesti per rivelare il proprio sesso. Gelosi del suo successo, i medici la chiamano davanti all’Areopago e la accusano di sedurre le pazienti (cosa vietata dal giuramento d’Ippocrate, ora come allora). In tribunale lei solleva di nuovo le vesti. Secondo la legge ateniese, per aver praticato la medicina sotto mentite spoglie, viene quindi condannata a morte.

Nell’udire la notizia, numerose mogli di ateniesi illustri circondano il tribunale e minacciano di uccidersi se la sentenza sarà eseguita. Ottengono non solo che Agnodice continui a esercitare, e finalmente in abito femminile, senza doversi più nascondere, ma che la legge venga cambiata e che le donne nate libere possano svolgere la professione medica, alla condizione che curino soltanto altre donne.

Così racconta Gaio Giulio Igino nelle Fabulae, dove afferma che quella era la prima volta che tale privilegio veniva esteso alle donne. Secondo altre fonti, invece, pare che le ginecologhe esercitassero già nel V secolo a.C. , mentre per altri storici Agnodice, cioè “casta e giusta”, sarebbe il soprannome di Fanostrata che una stele funeraria indica come ostetrica (maia) e medico (iatros).

Dall’Enciclopedia delle Donne

Lettere

Rivedo le tue lettere d’amore
illuminata adesso da un distacco,
senza quasi rancore.

L’illusione era forte a sostenerci,
ci reggevamo entrambi negli abbracci,
pregando che durassero gli intenti.
Ci promettemmo il sempre degli amanti,
certi nei nostri spiriti divini.

E hai potuto lasciarmi,
e hai potuto intuire un’altra luce
che seguitasse dopo le mie spalle.

Mi hai resuscitato dalle scarse origini
con richiami di musica divina,
mi hai resa divergenza di dolore,
spazio, per la tua vita di ricerca
per abitarmi il tempo di un errore.

E mi hai lasciato solo le tue lettere,
onde io le ribevessi nella tua assenza.

Vorrei un figlio da te,
che sia una spada lucente,
come un grido di alta grazia,
che sia pietra, che sia novello Adamo,
lievito del mio sangue
e che dissolva più dolcemente
questa nostra sete.

Ah se t’amo!
Lo grido ad ogni vento
gemmando fiori da ogni stanco ramo,
e fiorita son tutta
e di ogni velo vò scerpando il mio lutto
perché genesi sei della mia carne.

Ma il mio cuore trafitto dall’amore
ha desiderio di mondarsi vivo,
e perciò, dammi un figlio delicato!
Un bellissimo vergine viticcio
da allacciare al mio tronco.

E tu, possente padre,
tu olmo ricco di ogni forza antica,
mieterai dolci ombre alle mie luci.

 Alda Merini

Maria Lodovica Gullino

Interroga le piante per scoprire il futuro!

In Piemonte, questo tema sarà al centro di una serie di eventi nel prossimo mese di giugno. Dietro le quinte, ci sono l’università di Torino e Agroinnova, il centro di competenza per l’innovazione in campo agroambientale legato all’ateneo e diretto da Maria Lodovica Gullino, che è anche ordinaria di Patologia vegetale e prima donna presidente della Sipav (Società italiana di patologia vegetale).

Questa carica – sempre come prima donna al mondo – l’ha ricoperta dal 2008 al 2013 anche a livello internazionale. Insomma, è un medico delle piante: con il suo team di ricercatori si occupa di biosicurezza
e di come fronteggiare e arginare le patologie, con uno sguardo attento al futuro.

È una di quelle scienziate che incarnano l’eccellenza della ricerca italiana. Gullino è una donna elegante e raffinata, abita in un’antica casa torinese circondata dai ritratti dei suoi antenati, fra i quali spicca il poeta e giornalista Iginio Ugo Tarchetti.

Non è a lui, però, che la piccola Maria Lodovica pensava quando sognava cosa avrebbe fatto da grande. «Volevo diventare ricercatore biomedico per via di uno zio oncologo» racconta. «Ho studiato Biologia all’università, ma mi appassionava anche la botanica».

D’altronde, con due genitori agronomi, conta anche l’aria che si respira in casa. «Mio padre era frutticoltore nel Saluzzese, attento alla sostenibilità. Da bambina, mi accompagnava a prendere un gelato e al ritorno passavamo dai frutteti, di sera, per controllare con gli abbaglianti della macchina l’eventuale presenza della Cydia molesta (una farfalla che danneggia il pesco, ndr). Così poteva decidere come intervenire».

Senza rinunciare all’interesse per la patologia, Maria Lodovica si è orientata verso quella vegetale, percorrendo tutti i gradini della carriera universitaria, da borsista no a docente ordinario, in un contesto che rimane tuttora in prevalenza maschile.

«Le ragazze non mancano. Le incoraggio a non arrendersi mai, anche se il nostro sistema non sostiene le donne. All’estero le ricercatrici ricevono aiuti. A chi ha un bambino, in Svizzera viene data la babysitter, mentre da noi ti invitano a stare a casa. Quanto a me, ho avuto la fortuna di vivere dai 25 ai 40 anni, decisivi per chi fa ricerca, in un periodo felice. Si andava all’estero per imparare ma poi si tornava in Italia, perché non mancavano i fondi per il nostro lavoro. A 28 anni ero già ricercatrice, mentre oggi si definisce “giovane ricercatore” chi ha 40 anni».

Valutazione della resistenza a parassiti di nuove varietà di insalate (foto di Manuela Gomez / Archivio Agroinnova).

Quale impatto ha il cambiamento climatico sulla vegetazione in Italia?
La fascia geografica e climatica in cui ci troviamo ci prospetta un futuro simile al Marocco o alla Tunisia, Paesi bellissimi in cui andare in vacanza, ma caratterizzati da un’agricoltura che non è rigogliosa come la nostra. È in corso un aumento significativo delle temperature: in Piemonte, stiamo trovando parassiti e funghi del terreno e delle piante che fino a una decina d’anni fa erano in Sicilia. Aumenta anche l’anidride carbonica: a Grugliasco, dove ha sede Agroinnova, è già a 450 parti per milione (nel 1750, era a 280 parti per milione secondo l’Organizzazione meteorologica mondiale, ndr). Per cercare di capire cosa succederà, simuliamo scenari futuri. Per esempio, in uno studio fatto sulla vite utilizzando dati precisi sul clima in una zona specifica a partire dal 1950 e informazioni fornite dai tecnici vitivinicoli, abbiamo immaginato cosa accadrà fra 30, 50, 70 anni. Se la temperatura continuerà a salire, la peronospora, che è una malattia importante, attaccherà le piante già a partire dai mesi di aprile e maggio, perché troverà condizioni più favorevoli. Questo avrà un impatto sulla qualità e sulla quantità della produzione, e sui trattamenti da fare, che dovranno essere anticipati e aumentati.

Cambierà anche la geografia della vite, quindi?
La vite potrà essere coltivata più in alto, in montagna. E crescerà la gradazione del vino.

Quali altri strumenti usate nelle vostre simulazioni?
Abbiamo costruito dei fitotroni, delle vere “macchine del tempo” dove a una temperatura più alta e a una concentrazione di anidride carbonica di 850 parti per milione sperimentiamo colture orticole e floricole a ciclo breve. Lo scopo è capire quali parassiti potrebbero prevalere. I nostri studi hanno sempre un risvolto pratico. In questo caso, quello di orientare la scelta delle aziende sementiere per ottenere varietà più resistenti.

Più anidride carbonica fa male alle piante?
No, l’anidride carbonica fa anche da fertilizzante. È l’interazione con le alte temperature ad aumentare l’incidenza dei parassiti. E anche le micotossine prodotte dai funghi, che possono avere un effetto negativo sulla salute umana. Per esempio, le a atossine – se presenti nelle farine – sono pericolosissime e responsabili dei tumori al fegato nei paesi equatoriali.

Senza essere catastrofisti, se il rialzo delle temperature continuerà, che cosa rischiamo?
La nostra agricoltura rischia di essere profondamente colpita. Avremo una produzione inferiore perché ci saranno minore disponibilità idrica, più attacchi da parte dei parassiti e minore qualità a causa delle contaminazioni. L’industria sementiera dovrà identificare colture e varietà più adatte a questo clima mutato, capaci di resistere con poca acqua.

C’è poi il commercio globale, che non è certo una novità, e che fa viaggiare le malattie.
Il movimento di piante, semi e patogeni segue la velocità dei mezzi di trasporto, che oggi è quella degli aerei. Negli ultimi 15 anni, tutta la produzione di semi si è spostata in Africa o in Paesi con clima più favorevole – quindi con più cicli colturali – e costo più basso della manodopera. Se però qualcosa va storto, e i semi sono contaminati, per esempio, da patogeni endemici, il parassita finisce per arrivare ovunque. Qualche anno fa, è arrivata in Italia e nell’area mediterranea una peronospora del basilico, che era stata segnalata nel 1940 in Uganda e nel 2002 in Svizzera. Come è successo? Semplice: tutta la produzione di semi di basilico è stata spostata in Africa. La biosicurezza è una priorità. Non possiamo combattere il commercio globale, ma dobbiamo essere preparati, con metodi diagnostici e caci e condivisi. Con tecnici che vanno sul campo. Se arriva un parassita, dobbiamo essere in grado di contenerlo.

Perché non si è riusciti con il batterio della Xylella, il batterio che ha distrutto migliaia di ulivi in Puglia?
La Xylella fastidiosa, arrivata dal Costarica con una pianta di caffè ornamentale, non è stata intercettata subito, si è propagata e ci sono state polemiche sull’abbattimento degli ulivi. Esistono studi che ci dicono, caso per caso, a seconda dell’ospite e del parassita, le dimensioni della cintura di salvaguardia entro laquale eliminare le  piante colpite. Per contenere i focolai, bisogna però agire subito. Purtroppo noi in Italia abbiamo poca – fiducia nel mondo scientifico: se diciamo che serve abbattere un certo numero di piante per salvarne milioni, tutti protestano. In questo caso sfortunato, il batterio, già difficile da isolare, ha poi un vettore – un insetto – che lo aiuta a diffondersi, ed è in grado di vivere su ospiti diversi, come l’oleandro o il rosmarino, tipici del Mediterraneo. Ora si cercano varietà di ulivo resistenti, ma ci vorrà tempo.

Che cosa pensa degli Ogm?
Chi dibatte su questo tema fa riferimento ancora alla prima generazione di Ogm e al caso delle piante resistenti al glifosato, vendute dalla Monsanto, che produceva anche questo erbicida. Oggi siamo agli Ogm di terza generazione: piante modificate anche a fini terapeutici, per esempio per produrre vaccini, per avere un maggiore valore nutrizionale, oppure per resistere ai parassiti o alla siccità. Non dimentichiamo che un incrocio tradizionale porta a una miscelazione dei geni molto casuale. Le tecniche attuali di ingegneria genetica sono soft, non rappresentano una manipolazione ma correggono solo il genoma. Migliorando le caratteristiche della pianta anche di fronte ai cambiamenti climatici.

Quali sono i problemi degli alberi nelle nostre città?
L’asfissia radicale: lasciamo poco terreno alle radici. Quando non si sviluppano in modo adeguato, la pianta si ammala più facilmente e si generano carie non visibili dall’esterno. E così l’albero diventa instabile. Se una pianta è malata, va abbattuta, ma possiamo pretendere che venga sostituita. Quanto ai programmi di piantare nuovi alberi in città, sono favorevole ma ricordiamoci che le piante vanno anche curate. A volte è solo questione di bagnarle per non farle seccare.

Tutti al festival delle piante

La salute vegetale sarà il tema del Festival Plant Health 2020, dal 4 al 6 giugno 2020, in occasione dell’Anno Internazionale della Salute delle Piante. In prima la Agroinnova, con il patrocinio della Regione Piemonte e della Città di Torino.

Conferenze, spettacoli teatrali, mostre, presso il Rettorato dell’Università degli Studi di Torino, avvicineranno le persone a temi come biosicurezza, cambiamenti climatici, globalizzazione dei mercati, sicurezza alimentare.

Sarà dato spazio anche ai nuovi mestieri di cura del verde e alle eccellenze alimentari. Partecipazione gratuita, con prenotazione.

Di Maria Tatsos

“Qui una donna non può avere un cane”. Sahba Barakzai piange così il suo Aseman. Un cane husky ucciso la settimana scorsa appena fuori Herat, Afghanistan occidentale.

Venerdì la ragazza era in giro con la sua famiglia a portare a passeggio il cucciolo, un gesto che per noi può risultare banale e quotidiano. Ma non in Afghanistan, appunto.

Un gruppo di persone è spuntato dagli alberi ha sparato contro il cane. Sahba ha implorato loro di risparmiarlo, ma invece sono stati esplosi altri quattro colpi.

Una foto pubblicata dalla BBC ritrae la giovane con il suo Aseman senza vita tra le braccia. Il commando le ha intimato di lasciarlo dov’era. “Una donna non può avere un cane”, le hanno detto. Così alla donna non è restato che allontanarsi.

Dal Web

Elena Lucrezia Cornaro Piscopia

Alle ore 9 di sabato 25 giugno 1678, a Padova, trasferito all’ultimo momento in Cattedrale, nella cappella della Vergine, essendo la sede abituale risultata insufficiente per il pubblico convenuto, ebbe luogo l’esame per il conferimento del Dottorato in Filosofia a Elena Lucrezia Scolastica Cornaro Piscopia. Durante la discussione dei puncta assegnatile, consistenti in due tesi su Aristotele, le dotte e brillanti risposte di Elena impressionarono i suoi esaminatori che, a scrutinio segreto, decisero di proclamarla per acclamazione «magistra et doctrix in philosophia». Era la prima donna al mondo ad essere laureata e a potersi fregiare del titolo di Doctor.
Le furono consegnate le insegne del suo grado, uguali a quelle dei colleghi uomini: il libro, simbolo della dottrina; l’anello per rappresentare le nozze con la scienza; il manto di ermellino, a indicare la dignità dottorale, e la corona d’alloro, contrassegno del trionfo. Solo come estrema rarità qualche altra donna avrebbe poi ottenuto un analogo risultato: risulterebbero due sole laureate (una a Bologna e una Pavia) nell’arco dell’intero secolo successivo, nonostante le richiedenti fossero state più numerose. 
Come ricorda una targa posta nel palazzo dei Cornaro, presso Rialto – oggi Cà Loredan, sede del municipio –, Elena Lucrezia era nata a Venezia il 5 giugno 1646 da un’antica e nobile casata, da cui uscirono quattro dogi e nove cardinali, imparentata anche con Caterina Cornaro (1434-1510), regina di Cipro e poi signora di Asolo. 
All’origine della sua eccezionale laurea vi fu non solo l’acume della intelligenza e la profondità e ampiezza degli studi di Elena Lucrezia, ma, come sempre accade nei casi di donne colte o artiste dei secoli scorsi – come fu il caso di Maria Gaetana Agnesi e di molte altre –, il non meno decisivo riconoscimento e sostegno del padre, egli stesso uomo di buoni studi, noto come mecenate, in contatto con molti eruditi, erede di una biblioteca tra le meglio fornite, visitata da molti studiosi per le loro ricerche (tra i quali il celebre benedettino Giovanni Mabillon). Anche le donne di famiglia non furono irrilevanti. La madre di Elena, Zanetta Boni, non essendo nobile, convisse vent’anni col futuro marito e gli diede i primi cinque figli (Elena compresa) prima che si sposassero, mostrando non comune libertà nei confronti delle convenzioni. Venne riconosciuta pubblicamente e dal marito come  uxor optima, intelligente, fiera e capace di educare figlie virtuose e stimate. Anche la sorella più giovane di Elena, Caterina (nata nel 1655), si distinse per intelligenza e cultura e – è significativo – raccomandò nel testamento alla propria figlia di amare a sua volta le figlie non meno dei maschi. 
Giovanni Battista Cornaro, procuratore di San Marco, fu a sua volta incoraggiato dal parroco di San Luca, confessore e amico di famiglia, l’erudito don Giovanni Battista Fabris (dottore in teologia, studioso di filosofia, buon latinista e ottimo grecista), il quale aveva intuito il talento e l’inclinazione della bambina, ad avviarla dall’età di sette anni agli studi classici, diventando il suo primo insegnante di greco. Seguita da maestri di straordinario livello in ogni materia, Elena Lucrezia studiò matematica, astronomia, geografia; coltivò con passione la musica, nella quale ebbe come maestra l’organista Maddalena Cappelli, che fu per lei anche una fidata amica e compagna. Ebbe una vasta e profonda conoscenza delle lingue classiche e moderne, dal latino al greco antico e moderno, dallo spagnolo al francese all’ebraico, per il quale ebbe come insegnante il celebre dotto e santo rabbi Shemuel Aboaf, rabbino della comunità veneziana. Il suo interesse principale andò però alla filosofia e alla teologia, nelle quali ebbe come maestri due professori di chiara fama dell’ateneo patavino: rispettivamente Carlo Rinaldini e padre Felice Rotondi, conventuale, che di Elena avrebbe più tardi scritto di averla avuta più come maestra che come discepola in teologia.
La fama di Elena Lucrezia si era diffusa rapidamente; fece parte di varie accademie in tutta Europa, e ricevette la visita di eruditi e studiosi da ogni paese. Elena era socievole, apprezzava gli incontri, gli scambi, i dibattiti, ma fin dalla fanciullezza aveva mostrato un temperamento riflessivo e inclinazione per una vita austera e sobria. Rifiutando il matrimonio, anche quando venne chiesta in sposa da un principe tedesco, Elena Lucrezia sigillò la sua consacrazione agli studi e a una vita aliena dalla mondanità, dedita al sapere e alle opere di carità, divenendo oblata benedettina: fece voto di castità, aggiunse ai suoi nomi quello di Scolastica – la sorella di san Benedetto –continuando a vivere liberamente nella sua casa, in abiti normali, indossando sotto ad essi uno scapolare di lana nera, simbolo della veste benedettina. 
Esortata dal padre e dai suoi maestri, chiese al Collegio dell’università di Padova di essere ammessa all’esame per il conferimento del Dottorato in teologia. «Universa universis patavina libertas»: ispirandosi al proprio antico motto, il Collegio si era orientato in senso favorevole, già predisponendo i necessari adattamenti al cerimoniale, tra i quali la consegna del libro chiuso, invece che aperto, a indicare che l’insegnamento della teologia restava precluso alle donne. La condizione di donna fu però un ostacolo insormontabile. Il vescovo di Padova, cardinale Gregorio Barbarigo, che, in quanto tale, era anche Cancelliere dell’università, si oppose alla richiesta nella maniera più netta e non senza espressioni ironiche. Dopo molte insistenze, alla fine venne adottata la soluzione di un Dottorato non in teologia, ma in filosofia, e restrittivamente tale. Così fu: la candidata venne dichiarata: «magistra in philosophia tantum». Aggregata al Collegio dei filosofi e dei medici dell’università patavina, l’anno stesso Elena fu esaminatrice per una laurea in filosofia. Dopo un breve rientro a Venezia, Elena Lucrezia visse poi a Padova, fino alla sua prematura morte (in concetto di santità) avvenuta per tubercolosi il 26 luglio 1684, venendo tumulata nella locale abbazia benedettina di Santa Giustina. Dopo i fulgori della fama in vita, su Elena calò ben presto l’oblio, salvo la ripresa di interesse manifestatasi di recente in occasione del terzo centenario della laurea. Di lei non restano molte tracce. Una raccolta dei suoi scritti poetici e letterari fu pubblicata a Parma nel 1688. Una statua – voluta da Caterina Dolfin – la ricorda al Bo’, il Palazzo principale dell’università, a Padova; un suo ritratto si trova alla Pinacoteca Ambrosiana a Milano; una vetrata policroma la ritrae al Vasser College, la prima università femminile negli Stati Uniti, e, su iniziativa di Ruth Crawford, ivi laureatasi, un affresco è a lei dedicato all’università di Pittsburg. Ma Elena Lucrezia resta uno straordinario simbolo ed esempio di libertà e autorevolezza femminile che, pur non potendo sovvertire tutte le regole sociali allora esistenti, varcò per tutte la decisiva soglia del riconoscimento della capacità della donne di pensare e di docere, di insegnare ad altri, uomini o donne che siano, non solo in singole discipline, ma affrontando con la forza dell’intelligenza la questione filosofica della conoscenza stessa e della totalità del senso della realtà.

Di Maria Cristina Bartolomei

Lei… Lei…Lei

«Lei aveva la biancheria intima quella sera?»
«Si ricorda di aver cercato su internet il nome di un anticoncezionale quella mattina?»
«Lei trova sexy gli uomini che indossano i jeans?»
«Se le donne non vogliono essere sfruttare devono smetterla di vestirsi da poco di buono».

Queste sono solo alcune delle domande poste in un’aula di tribunale a due ragazze che in Italia, non molto tempo fa, hanno denunciato una violenza sessuale. Domande insinuanti, melliflue, che sottintendono una verità amara, crudele: noi donne non siamo mai innocenti. Non lo siamo perché abbiamo denunciato troppo tardi, perché abbiamo denunciato troppo presto, perché siamo tropo belle o troppo brutto perché eravamo troppo disinibite e ce la siamo voluta.


“Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie
Dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo.

Perché sei un essere speciale
Ed io, avrò cura di te.”


Sono cresciuta in un orfanotrofio, insieme a centinaia di bambine. La sera, una per volta, noi bambine raccontavamo una storia, le nostre storie. Erano una specie di favole tristi. Non favole di mamme che conciliano il sonno, ma favole di figlie sfortunate, che il sonno lo toglievano. 

Ci raccontavamo delle nostre madri: torturate, uccise, violentate. Ogni sera, prima di dormire, ci liberavamo tutte insieme di quelle parole di dolore.
Io amo le parole. Ho imparato, venendo da luoghi di guerra, a credere nelle parole e non ai fucili, per cercare di rendere il mondo un posto migliore. Anche e soprattutto per le donne. Ma poi ci sono i numeri.

E in Italia, in questo magnifico Paese che mi ha accolto, i numeri sono spietati: ogni 3 giorni viene uccisa una donna, 6 donne sono state uccise la scorsa settimana. E nell’85% dei casi, il carnefice non ha bisogno di bussare alla porta per un motivo molto semplice: ha le chiavi di casa. Ci sono le sue impronte sullo zerbino, l’ombra delle sue labbra sul bicchiere in cucina.


“Butterò questo mio enorme cuore tra le stelle un giorno
Giuro che lo farò
E oltre l’azzurro della tenda nell’azzurro io volerò
Quando la donna cannone
D’oro e d’argento diventerà
Senza passare dalla stazione
L’ultimo treno prenderà”.


Mia madre Zakia, che tutti chiamavano Nadia, ha preso il suo ultimo treno quando io avevo 5 anni. Si è suicidata, dandosi fuoco. Ma il dolore era una fiamma lenta che aveva cominciato a salire e ad annerirle i vestiti quando era solo un’adolescente. Il suo corpo era qualcosa di cui voleva liberarsi, era stato la sua tortura. 
Perché mia madre Nadia fu stuprata e brutalizzata due volte: a 13 anni da un uomo e poi dal sistema che l’ha costretta al silenzio, che non le ha consentito di denunciare. Le ferite sanguinano di più quando non si è creduti. L’uomo che l’ha violentata per anni, il cui ricordo incancellabile era con lei, mentre le fiamme mangiavano il suo corpo, aveva le chiavi di casa.


“Sally ha patito troppo
Sally ha già visto che cosa
Ti può crollare addosso
Sally è già stata punita
Per ogni sua distrazione o debolezza
Per ogni candida carezza
Data per non sentire l’amarezza”


Quante volte siamo state Sally? Mentre Franca Rame veniva violentata il 9 marzo del 1973, cercò salvezza nella musica. “Devo stare calma. Devo stare calma. Mi attacco ai rumori della città, alle parole delle canzoni, devo stare calma”, recitava nel suo potente monologo “Lo stupro”, in cui ripercorreva quel fatto drammatico. 

Le parole delle canzoni possono essere messaggi d’amore e di salvezza. Io sono diventata la donna che sono perché lo dovevo a mia madre, lo devo a mia figlia che è seduta in mezzo a voi. Lo dobbiamo tutte, tutti, a una madre, una figlia, una sorella, al nostro paese, anche agli uomini, all’idea stessa di civiltà e uguaglianza. All’idea più grande di tutte: quella di libertà.

Parlo agli uomini, adesso. Lasciateci libere di essere ciò che vogliamo essere: madri di dieci figli e madri di nessuno, casalinghe e carrieriste, madonne e puttane, lasciateci fare quello che vogliamo del nostro corpo e ribellatevi insieme a noi, quando qualcuno ci dice cosa dobbiamo farne. Siate nostri complici. E quando qualcuno ci chiede “Lei cosa ha fatto per meritare ciò che è accaduto?”

“C’è un tempo bellissimo, tutto sudato
Una stagione ribelle
L’istante in cui scocca l’unica freccia
Che arriva alla volta celeste
E trafigge le stelle
È un giorno che tutta la gente
Si tende la mano
È il medesimo istante per tutti
Che sarà benedetto, io credo”

Cecilia Alemani

Sarà Cecilia Alemani il Direttore del Settore Arti Visive della 59. edizione della Biennale di Venezia, che si terrà nel 2021. La nomina è stata confermata dal presidente della Biennale, Paolo Baratta, dopo la riunione del cda della mattina del 10 gennaio. Alemani, che aveva curato il Padiglione Italia alla Biennale del 2017 (portando a Venezia le opere di Roberto Cuoghi, Giorgio Andreotta Calò e Adelita Husny-Bey, e riscuotendo grande successo), è la prima donna italiana a ricevere il prestigioso incarico e succederà pertanto a Ralph Rugoff, curatore di May you live in interesting times nel 2019, e a Christine Macel, curatrice di Viva arte viva nel 2017.

Cecilia Alemani, nata a Milano nel 1977, una laurea in filosofia alla Statale nel 2001 e un master in studi curatoriali per l’arte contemporanea al Bard College di New York, ha una lunga esperienza nell’arte contemporanea: è responsabile e capo curatore di High Line Art a New York (dal 2011: è la prima under 40 ad aver diretto l’importante spazio statunitense), è stata curatrice di Frieze Projects (sempre a New York) e ha curato mostre alla Tate Modern di Londra, al MoMA/PS1 di New York, e presso altri importanti istituzioni, soprattutto negli Stati Uniti, dove risiede da quasi vent’anni. Alemani ha lavorato con artisti come John Baldessari, El Anatsui, Olafur Eliasson, Barbara Kruger, Paola Pivi e diversi altri. Nel 2018 ha curato, in collaborazione con la città di Buenos Aires e Art Basel Cities, la mostra Hopscotch (Il gioco del mondo), rassegna di arte pubblica che ha celebrato il ricco ecosistema culturale della città argentina. Dal 2009 al 2010 ha diretto lo spazio sperimentale X Initiative a New York, dove ha organizzato mostre di Keren Cytter, Hans Haacke, Derek Jarman, Tris Vonna-Michell e molte altre. 


“È un grandissimo onore poter assumere questo ruolo in una delle istituzioni italiane più prestigiose e riconosciute al mondo”, commenta a caldo Cecilia Alemani. “Come prima donna italiana a rivestire questa posizione, capisco e apprezzo la responsabilità e anche l’opportunità offertami e mi riprometto di dare voce ad artiste e artisti per realizzare progetti unici che riflettano le loro visioni e la nostra società”.

Soddisfazione da parte del ministro dei beni culturali, Dario Franceschini: “la scelta di Cecilia Alemani come curatrice della 59. Esposizione Internazionale d’Arte conferma la capacità di visione della presidenza di Paolo Baratta che, nell’affidare per la prima volta a una donna italiana l’intera progettazione artistica, prosegue nell’opera di innovazione e rilancio di una delle più importanti istituzioni culturali incrementandone il già notevole prestigio internazionale consolidato attraverso una conduzione attenta e illuminata. Cecilia Alemani ha curato il Padiglione Italia nel 2017 e sono sicuro che il suo nuovo progetto sarà ugualmente coraggioso e innovativo”.

Da Finestre sull’Arte

Aurelia Josz

«La Signorina è piccola, magra e pallida, vestita molto semplicemente» così scriveva il 1 marzo 1906 Alice Hallgarten Franchetti di Aurelia Josz, da lei particolarmente amata: si erano conosciute a Milano nel gennaio 1904, tutte e due appassionate promotrici della cultura e dell’emancipazione femminile.
Aurelia era figlia dell’ungherese Lodovico Josz e di Emilia Finzi. Compiuti gli studi di lettere lasciò Firenze per Milano dove dal 1906 al 1920 fu titolare della cattedra di storia e geografia nella Scuola Normale “Gaetana Agnesi” (su Gaetana Agnesi vedi voce). Ideò nuove metodologie didattiche per catturare l’attenzione delle allieve, utilizzando il teatro e realizzando con materiali cartacei, insieme a loro, un “museo” geografico e antropogeografico: sul suo innovativo metodo e la sua pratica educativa scrisse due manuali scolastici che riscossero un notevole successo.
Nel 1902 fondò la prima Scuola pratica femminile di agricoltura nell’orfanotrofio della Stella a Milano che verrà trasferita in una sede autonoma a Niguarda nel 1905 e che nel maggio 1909 Ada Negri presenterà con un memorabile discorso in occasione della «inaugurazione dei nuovi locali della scuola ingrandita e abbellita» come scrisse la stessa Josz che ne fu organizzatrice e direttrice a titolo gratuito fino al 1931, in parte sostenuta finanziariamente dalla “Società Umanitaria”, associazione milanese di ispirazione socialista fondata nel 1893. Particolare attenzione rivolse alle orfane interne al convitto ma la scuola ebbe anche allieve esterne, tra cui le figlie dei piccoli proprietari terrieri, spesso destinate a rimanere chiuse tra le mura di casa o a esercitare l’insegnamento, magari senza una vera vocazione. Convinta della necessità di una visione moderna dell’agricoltura, la Josz chiamò a insegnare i più importanti agronomi italiani e istituì molti corsi, tra cui bachicoltura e apicoltura, di particolare successo; nel 1921 fu la volta del primo Corso magistrale agrario per maestre rurali.
Nel 1905 compì un viaggio in Svizzera, Inghilterra, Francia e Belgio per verificare lo stato dell’educazione agraria femminile, su cui tenne al “III congresso dell’Educazione femminile” di Milano nel settembre 1906 una relazione in cui, tra l’altro, Aurelia apprezza particolarmente «le scuole pratiche agricole del Belgio» che si propone «di imitare nella prima scuola pratica agricola femminile italiana, la scuola milanese di Niguarda […] ove con un biennio di vita collegiale spesa tra lo studio e il lavoro pratico nel campo sperimentale, nel giardino, nel caseificio, nella bigatteria, nel pollaio, lavoro fortificatore dei muscoli e dei nervi, le fanciulle si preparano al disimpegno di tutti gli uffici di massaia».
Il valore del lavoro agricolo e di un ritorno alla terra era un tema d’attualità nella cultura assediata dalla rivoluzione industriale, ma anche un tema dell’ebraismo sionista: Aurelia aderì al Gruppo sionistico milanese di Bettino Levi, in qualche modo sincretizzando la sua fede sionista con quella nella cultura, nell’impegno e nel progresso, così come fecero tante altre ebree italiane dell’epoca, indipendentemente dalla loro osservanza religiosa, che ebbero caro anche un altro tema sostenuto dalla Josz: quello della pace.
Nella prima metà degli anni Trenta impiantò, in soli sei mesi, un’altra scuola agraria a Sant’Alessio in provincia di Roma. Il governo fascista, che le aveva dato l’incarico, inaugurò la scuola come fosse la prima del genere, escludendo la Josz e affidando il nuovo istituto ad un’altra direttrice più gradita; inoltre tolse i finanziamenti statali alla scuola di Niguarda e l’incarico di direttrice ad Aurelia che aveva rifiutato la tessera del partito fascista.Nel 1931 la Josz lasciò anche l’insegnamento di storia e geografia alla Scuola statale e si trasferì dalla sorella Valeria ad Alassio dove si dedicò a scrivere due saggi di critica letteraria, mentre sull’opera cui aveva dedicato la sua vita scrisse La donna e lo spirito rurale: storia di un’idea e di un’opera.
Rifiutatasi di espatriare dopo le leggi razziali del 1938, il 15 aprile 1944 venne arrestata ad Alassio (Imperia); condotta nelle carceri di Marassi (Genova) e da lì deportata prima al campo di concentramento di Fossoli, poi al campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, dove giunse, dopo un viaggio nei vagoni piombati, il 30 giugno 1944. Venne uccisa, durante le selezioni iniziali, il giorno dopo il suo arrivo.

Dall’Enciclopedia Delle Donne

Jole Santelli: prima Donna alla guida della Calabria

Di professione avvocato, dopo essersi laureata e specializzata in diritto e procedura penale presso l’Università di Roma La Sapienza, inizia la pratica forense con Tina Lagostena Bassi, quindi Vincenzo Siniscalchi,[1] infine entra nello studio di Cesare Previti. 

Nel 1994 si è iscritta a Forza Italia e dal giugno del 1996 ha collaborato con l’ufficio legislativo del gruppo di Forza Italia al Senato, per poi passare a quello della Camera nel 1998; dal 2000 coordina il dipartimento giustizia del partito azzurro e diventa assistente parlamentare di Marcello Pera.

Nel 2001 è stata eletta deputato con il sistema maggioritario nella circoscrizione Calabria, nel collegio di Paola, membro della commissione Giustizia.

È stata sottosegretario al ministero della Giustizia sia nel secondo che nel terzo governo guidato da Silvio Berlusconi (dal 2001 al 2006). Rieletta per un secondo mandato alle elezioni politiche del 2006, candidata nelle liste di Forza Italia per la circoscrizione Emilia-Romagna.

Viene riconfermata alla Camera dei deputati alle successive elezioni del 2008 nelle liste calabresi del Popolo della Libertà venendo eletta vice-capogruppo alla Camera dei Deputati del gruppo.

Nella corrente legislatura ricopre l’incarico di vicepresidente della I Commissione (Affari Costituzionali, della Presidenza del Consiglio e degli Interni) ed è membro di diversi organi parlamentari.

Alle elezioni politiche del 2013 Jole Santelli è capolista nella circoscrizione Calabria e viene eletta per la quarta volta alla Camera.

Il 2 maggio 2013 viene nominata Sottosegretario di Stato al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali sotto il Ministro Enrico Giovannini nel Governo Letta, carica che mantiene fino alle dimissioni rassegnate il successivo 6 dicembre, a seguito della sua adesione al nuovo progetto di Forza Italia[2][3] che si colloca all’opposizione del Governo.

È coordinatore regionale della Calabria di Forza Italia e dal 28 giugno 2016 vicesindaco e assessore alla cultura della città di Cosenza con Mario Occhiuto sindaco.

Nel 2018 è rieletta alla Camera nel proporzionale in Calabria.

Candidatura a presidente della CalabriaModifica

Il 9 dicembre 2019 si dimette da vicesindaco di Cosenza[4] e il 19 dicembre viene indicata da Forza Italia come candidata a presidente della regione Calabria per il centro-destra in vista delle elezioni del 26 gennaio 2020 venendo preferita al sindaco cosentino Mario Occhiuto;[5] viene appoggiata, oltre che da Forza Italia, da Lega, Fratelli d’Italia, UDC e dalle liste civiche Jole Santelli Presidente e Casa delle Libertà.

Dal Web

Katerina: primo presidente donna della Grecia

La Grecia ha per la prima volta nella sua storia un presidente donna. Il Parlamento ellenico ha eletto infatti come capo dello stato Katerina Sakellaropoulou, che fino a una settimana fa – prima della candidatura – era al vertice del Consiglio di stato. La giudice è stata nominata al primo passaggio in aula con 261 voti su 300 grazie all’appoggio bipartisan (piuttosto inusuale ad Atene) del centrodestra al governo di Nea Demokratia e della sinistra di Syriza. Sakellaropoulou inizierà ufficialmente il suo mandato il 13 marzo, prendendo il posto nella carica di Prokopis Pavlopoulos.

Dal web