Marie Trintignant
Nella notte tra il 26 e 27 luglio 2003, mentre si trovava a Vilnius, in Lituania, per le riprese di un film che la vedeva protagonista, Marie Trintignant venne percossa brutalmente al viso e alla testa nel corso di un violento litigio dal suo compagno Bertrand Cantat, voce e leader del gruppo rock francese Noir Désir, che era sotto l’effetto di alcool[8]. Cantat sottovalutò le conseguenze del suo gesto e l’attrice venne soccorsa solo l’indomani intorno alle 7,30[1]. La violenza dei colpi le causò un grave edema cerebrale che le provocò prima il coma e poi la morte, avvenuta il 1º agosto, dopo due interventi chirurgici alla testa.
Cantat fu condannato da un tribunale lituano a 8 anni e rilasciato in libertà condizionata nel 2007, dopo quattro anni di carcere[9]. Sette anni più tardi, la seconda moglie di Cantat morì impiccata[10][11], ma la Procura di Bordeaux stabilì il non luogo a procedere nel 2013.
La Signora della Politica
Era stata eletta a luglio del 1979 presidente della Camera, prima donna comunista ai vertici dello Stato. Nell’autunno di quello stesso anno, durante una visita ufficiale a Venezia, Nilde si era riservata un paio d’ore (come suo costume adorava ritagliarsi qualche momento di libertà anche nella più acuta stagione dei terrorismi) per una visita privata, non annunciata, in un museo. Non chiese alcun privilegio nell’accesso, si mischiò alla folla, commentò qualche particolare con un paio di collaboratori. Ad un tratto un gruppo di suorine si accorse della presenza di Nilde. “E’ lei, è lei!”, dissero festose correndo ad abbracciarla. Un compagno di quella che allora si chiamava la vigilanza (un “di più” rispetto alla scorta istituzionale) ebbe un moto di stupore, senza far nulla per nascondere un mix di meraviglia e di fastidio. Iotti restituì l’abbraccio e scambiò qualche parola con le suorine in un clima festoso ma rattenuto: si era comunque in un museo, non bisognava disturbare gli altri visitatori. Ma a Nilde non era sfuggita la sorpresa di quel compagno. E allora, più tardi a tavola, gli si rivolse con un sorriso radioso esclamando: “Ma sono donne anche loro!”.
Non era, non fu mai, una femminista. Ma lottò sempre, con un coraggio da tigre, per la parità, per l’emancipazione della donna (non per “la liberazione”, termine che non amava e la distingueva), per la costruzione di una nuova, più moderna immagine del rapporto di coppia. Qualche significativo esempio. La prima occasione le era stata data in tempi assai lontani: fine gennaio ’47, lavori della Costituente, anzi della commissione dei 75 che preparava la bozza della Carta. Si discuteva di un passaggio (poi sparito con un voto dell’Assemblea) dell’art. 106, quello sull’ingresso in magistratura.
Si discuteva, nella “commissione dei 75” che preparava la bozza della Carta, di un passaggio (poi sparito con un voto dell’Assemblea) dell’art. 106, quello sull’accesso in magistratura. Una prima versione prevedeva che “anche le donne” potessero partecipare ai concorsi ma solo “nei casi previsti dalle norme sull’ordinamento giudiziario”. Ce n’era a josa per far sbottare il socialista Ferdinando Targetti, più tardi e a lungo vicepresidente della Camera: “Chiaro, qui c’è il pensiero e la finalità di limitare l’ammissione delle donne in magistratura. Io invece non vedo alcuna ragione per quella che è una trasparente limitazione dell’accesso delle donne. Di più, non si può da un lato ammettere la presenza, graditissima e utilissima, di tante egregie colleghe nella Costituente, ammettere che la donna posa salire su una cattedra universitaria, e dall’altra negare che la donna abbia le attitudini necessarie per diventare anche consigliere di Cassazione!”. Ribatté il democristiano Giovanni Leone, poi abile presidente della Camera, infine discusso presidente della Repubblica: “Già l’allargamento del suffragio elettorale alle donne costituisce un primo passo (…) ma la loro partecipazione illimitata alla funzione giudiziaria non è per ora da ammettersi. Magari sia ammessa al tribunale dei minorenni: sarebbe per esse una ottima collocazione. Ma negli alti gradi della magistratura, dove bisogna arrivare alla rarefazione del tecnicismo, è da ritenere che solo gli uomini possano mantenere quell’equilibrio di preparazione che più corrisponde per tradizione a queste funzioni”.
Ma altre due democristiane, Maria Federici ed Angela Gotelli (sarà un caso che, come la Nilde era stata staffetta nella Resistenza, così fossero anch’esse due ex partigiane “bianche”?), ribatterono, l’una furiosa per quel riferimento alla “tradizione”, e l’altra: “Voi volete lasciare indietro le donne!”. Interruzione di altro costituente dc, Giuseppe Codacci Pisanelli: “No, è una questione di resistenza fisica, le donne si stancano di più…”. Allora Iotti reagì: “Motivi stupefacenti! Se una donna ha la capacità di arrivarci, e sono convinta che ce l’abbia, essa deve poter conquistare, al pari dell’uomo, i più alti gradi della magistratura, senza alcun discrimine”. E avvertì: “Attenzione: abbiamo appena approvato nella prima parte della Costituzione una norma-chiave: che tutti i cittadini non solo sono uguali ma che tutti, donne e uomini, possono accedere a tutte le cariche pubbliche”. Il principio del libero accesso delle donne in magistratura sarà infine pienamente accolto dall’Assemblea. Ma, per passare dalla teoria ai fatti passeranno parecchi anni: solo nel 1963 le donne cominceranno ad entrare effettivamente nei ranghi della magistratura. E della diplomazia: anche qui escluse per quasi vent’anni dalla Farnesina.
Ancora di Nilde fu più tardi, nel 1975 e con la preziosa collaborazione giuridica di Ugo Spagnoli (a lungo deputato e poi giudice della Corte costituzionale), la prima, organica riscrittura di quello che divenne il “nuovo” diritto di famiglia, rispetto a quello definito dal fascismo nel lontano 1942 e che ormai faceva a pugni con i principi della Costituzione. Basterà ricordarne i cardini per sommi capi: il riconoscimento – alla buon’ora – della parità giuridica dei coniugi, l’abrogazione dell’istituto della dote, il riconoscimento ai figli naturali della stessa tutela prevista per i figli legittimi, l’istituzione della comunione dei beni come regime patrimoniale legale della famiglia in mancanza di diversa convenzione, la sostituzione della patria potestà con la potestà di entrambi i genitori. Né vanno dimenticate le battaglie ostinate non solo di Iotti ma anche della scomparsa Adriana Seroni, di Marisa Rodano, di Livia Turco, di altre dirigenti del Pci, prima per introdurre il divorzio e per affermare la liceità dell’aborto, e poi per difendere le due conquiste di civiltà dagli attacchi referendari sostenuti dalla chiesa e dal centrodestra. In tutte le occasioni (riforme e tentativi di controriforme) Nilde non esitò a scontrarsi nel gruppo dirigente con quanti in verità non contestavano il merito ma ne temevano fortemente le conseguenze: improvvidi strappi parlamentari prima, e poi pesanti sconfitte referendarie. Come testimonia Luciano Barca nelle sue Cronache, Nilde fu la prima firmataria per il Pci della proposta per l’introduzione del divorzio presentata da tutte le forze laiche “con il pieno accordo di Longo” – allora segretario del Pci, ma pochi oggi ne ricordano il coraggio politico, la forza, l’apertura ai giovani del Sessantotto, la civiltà e la modestia – ma anche con “il mal di pancia di alcuni” della direzione. Quanto al referendum contro l’abolizione dell’appena introdotta possibilità di interrompere la maternità (il no vinse con più del 68%: “Nessuno aveva mai osato prevedere nel suo pessimismo ciò che poi di fatto è accaduto”, parole del cardinale Giacomo Biffi), è noto che l’allora segretario comunista Enrico Berlinguer ed altri membri della direzione fossero assai preoccupati del suo esito, soprattutto nel Mezzogiorno dove invece il no all’abolizione dell’aborto si affermò largamente anche e proprio per la scelta delle donne che avevano tragico ricordo delle pratiche clandestine e delle mammane. Ma a differenza di altri compagni, Enrico riconobbe immediatamente i meriti, le ragioni, il fiuto di Nilde: non credo sia altrettanto noto che, incontrandola l’indomani del risultato del referendum al piccolo ascensore del Bottegone, quello riservato ai dirigenti del partito, le sorrise, si congratulò, le strinse la mano con un calore insolito per lui, apparentemente sempre così sorvegliato. Un inedito Berlinguer, ricorderà sempre Nilde con nostalgia di quel momento.
Ancora a proposito di divorzio: si era agli sgoccioli della nona legislatura, che s’interruppe nell’estate del 1987, un anno prima della scadenza naturale, per la rottura dell’alleanza di centro-sinistra. Il precipitare degli eventi ebbe tempi tumultuosamente rapidi, tali da rischiare di compromettere in extremis una piccola ma preziosa riforma cui Nilde (e non solo lei) teneva moltissimo. La legge del 1970 che aveva introdotto il divorzio aveva posto un ostacolo serio alla libertà degli ex coniugi: che passassero, per ottenere lo scioglimento del matrimonio, almeno cinque anni di separazione legale. Lunga trattativa con il centrodestra e si ottenne l’accordo almeno per una riduzione da cinque a tre anni della separazione. Un piccolo passo avanti. Approvata dal Senato, la leggina era ferma in commissione alla Camera quando si comprese che da un giorno all’altro, anzi da un momento all’altro, il capo dello Stato avrebbe sancito la fine della legislatura. Nilde convocò d’imperio la commissione, ottenne l’unanimità dei gruppi perché deliberasse in legislativa (cioè “saltando” il momento della discussione in aula), strappò il sì finale e definitivo, vinse la sua battaglia letteralmente sul filo di lana.
Eh, quante battaglie e quanti tormenti Nilde aveva vissuto, nell’arco della sua vita, sin dalla prima giovinezza, già a Reggio “nell’Emilia” (come si diceva e si scriveva una volta) dov’era nata il 10 aprile 1920. Figlia di un ferroviere socialista cacciato dal lavoro per le sue idee e scomparso quando lei aveva appena quattordici anni, condusse vita grama con la mamma inventandosi con lei mille piccoli lavori ma frequentando regolarmente le scuole – “meglio dai preti che nella scuola fascista”, aveva sempre raccomandato il padre – sino a laurearsi in lettere alla Cattolica di Milano, vivendo talora in un abbaino nella periferia della città, e dando lezioni private per guadagnarsi di che vivere. Ebbe tra i suoi docenti Amintore Fanfani: l’avrebbe ritrovato come collega non solo alla Costituente e poi via via per tante legislature ma persino come correttissimo collega: lui presidente del Senato, lei della Camera. Fu durante il corso universitario che perdette la fede, ma non si disse mai atea, piuttosto “non credente” e rispettosissima sempre del credo altrui. Breve periodo, poi, di insegnante in qualche paesino del reggiano. Sino a quando, dopo l’8 settembre, non maturò la decisione – lei che aveva cercato inutilmente, per anni, di ritrovare le tessere del Psi che il padre aveva celato sotto le traversine della ferrovia, fuori città – di iscriversi al Pci clandestino, e di tradurre l’impegno politico in scelta di vita facendosi prima staffetta porta-ordini e poi organizzando i Gruppi per la difesa della donna. Poi la presidenza dell’Udi di Reggio e la candidatura, nel ’46, alla Costituente. Qui una nuova, decisiva svolta: non tanto come deputata ma perché chiamata a far parte di quella Commissione dei 75 che è stata un po’ la vera madre della Costituzione. Era giovanissima e si ritrovò a tu per tu, in quella fucina, con Aldo Moro, con Pietro Nenni, con Togliatti. Con il segretario del partito nacque quasi subito un grande amore, ma clandestino. Sino all’attentato del 14 luglio ’48: stavano uscendo insieme dalla Camera quando un fascista scaricò quattro colpi di rivoltella contro il segretario del Pci. Se non morì si dovette anche ad uno scatto di Nilde. E così fu noto a tutti il legame che solo la morte di Togliatti avrebbe drammaticamente spezzato. Nilde uscì indenne dall’attentato che visse tuttavia come un trauma anche nei giorni successivi: quando si tentò (e in un primo momento si riuscì) ad impedire che Iotti fosse ammessa al capezzale del suo compagno, già sposato con Rita Montagnana, valorosa militante antifranchista e antifascista, e anche lei deputata. Iotti sopportò a lungo con fermezza e (relativa) serenità le molte diffidenze e anche umiliazioni cui fu sottoposta per questo rapporto, sempre più intenso, sempre più felice: ciò che la ricompensava di molte ingiustizie e incomprensioni.
Ecco, questa era la stessa, identica Nilde che avevo conosciuto vent’anni prima, che avevo poi rivisto e frequentato per anni e anni durante le sessioni del Comitato centrale del Pci (ne ero il capo-resocontista per conto dell’Unità), e con la quale poi dal 1975, entrato a Montecitorio come redattore parlamentare, avevo acquisito un’ancor maggiore dimestichezza quotidiana. Severa e serena, amabile e forte di una moralità profonda, apprezzai altre sue doti quando la conobbi più dappresso nell’esercizio del suo lavoro da semplice parlamentare prima e poi da presidente, durante la fase della solidarietà nazionale, della commissione Affari costituzionali della Camera. Parlo di un costante equilibrio, di un rigoroso esercizio critico della ragione, e soprattutto dell’intuito, dello straordinario suo fiuto politico. In quella stagione Iotti volle fare di me (come già faceva di ben altre grandi firme del giornalismo politico: da Enzo Roggi a Emmanuele Rocco, da Renato Venditti, a Emilio Frattarelli, da Guido Quaranta ad Angelo Aver) uno dei suoi interlocutori fissi: per sapere che aria spirava, per trarre conferme, per essere magari smentita, per verificare certe sue sensazioni. Accadde così che, quando fu eletta presidente della Camera chiese all’Unità prima che a me quasi l’impossibile: che le dossi una mano come portavoce ma continuassi il lavoro di cronista, ché forse le serviva più questo che quello. Non fu facile vincere le resistenze del giornale (il tira-e-molla durò sino all’autunno, e fu risolto a favore di Nilde solo con un intervento di Alessandro Natta su Alfredo Reichlin), né fu facile per me tenere separate le due funzioni. Ci provai, andò bene, la deontologia professionale fu salva per un pelo (altri tempi, di solide correttezze; oggi il mischio sarebbe inammissibile, ne convengo).
Quando entrai, dunque in ritardo, nel team-Iotti (due funzionari parlamentari ed io, estraneo all’apparato) fui trattato da un lato con i guanti gialli, dall’altro lato come un funzionario di partito. Mi spiego. Anzitutto Nilde mi assegnò, come luogo di lavoro, il cosiddetto “studiolo”: uno piccolo locale splendidamente arredato e immediatamente alle spalle dell’ufficio del presidente, sicché potevo, quando lo avesse desiderato, essere immediatamente disponibile: bastava un richiamo a mezzavoce. In altri, lontani tempi, e con altro presidente, quello stesso studiolo serviva a ben altro scopo: ad ospitare l’attricetta di turno per un fugace incontro con l’onorevole presidente, come già era avvenuto in altro Palazzo con altro personaggio. Poi, appena dopo il luogo, venne il problema del quantum: lo pose a Nilde il segretario generale della Camera protempore, chiedendo quale dovesse essere il mio livello retributivo considerata “l’alta funzione” riservata ad un esterno. E lei, immediata e ovvia: “Quel che tocca ad un metalmeccanico di terza”. Che fatica per l’amministrazione farsi dire dalla Fim-Cisl, e per controllo anche dalla Fiom-Cgil, che cosa si dovesse dare al Cipputi della Camera…
Iotti non perse tempo a far capire che intendeva considerare la presidenza della Camera non come un trampolino ma come un fine: per portare avanti vecchie e nuove battaglie, da una posizione di assoluto rilievo e quindi di sicuro ascolto. Così, alle viste di una delle prime uscite ufficiali, a Piombino per la consegna di una medaglia d’oro, riunì i più stretti collaboratori e disse: “E’ ora di affrontare il problema delle riforme costituzionali”. Sorpresa tra noi per l’inedita sortita, preoccupazione per gli echi, qualche angoscia per le ricerche. E invece Nilde prese un foglio e – con l’esperienza mai dimenticata di costituente e con il piglio nuovo di presidente dell’assemblea di Montecitorio – vergò sicura alcuni punti con la sua grafia ampia: basta con questo assurdo bicameralismo perfetto, basta con mille parlamentari (“quanti ne ha la Cina, ma loro sono un miliardo e trecento milioni”), federalismo istituzionalizzato trasformando il Senato in Camera delle regioni e dei poteri locali: “Perché il Senato non potrebbe essere come il Bundesrat tedesco?”. (Che questo delle riforme, anche dei regolamenti parlamentari, fosse e sarebbe stato un continuum nei tredici anni, un primato ineguagliato, della sua presidenza, Iotti aveva affermato, con qualche solennità ma senza ancora entrare nel merito, già nel discorso di insediamento, il 20 giugno 1979: “Affrontare quelle parti della Costituzione che il tempo e l’esperienza hanno dimostrato inadeguate”, “tutelare in primo luogo i diritti delle minoranze ma anche il diritto-dovere della maggioranza di legiferare”…)
Colpì nel segno quel discorso a Piombino proprio per la concretezza delle enunciazioni, per la fisicità delle rappresentazioni, per la semplicità nel porgerle. E per averlo fatto ben prima che Craxi lanciasse la sua Grande Riforma, con largo anticipo sulla vana catena di bicamerali. E colpì proprio perché colse alcune questioni che già allora erano nel comune sentire ma che si esitava a gettare sul tavolo della revisione di una struttura statuale oramai vecchia e non al passo coi tempi, con le esigenze di decisioni rapide e incisive ma che avessero sempre il suo fulcro nel Parlamento. Sulla sua centralità Iotti comunque non mollò mai, figuriamoci se la vita le avesse consentito di confrontarsi con Berlusconi…Che poi trascorressero non gli anni ma i decenni senza frutti concreti, di questo non si poté fare il minimo carico su Iotti che pure presiedette, lasciato il vertice della Camera, la penultima delle commissioni “per le riforme”.
Questo impegno costante per le riforme divenne infatti per Iotti un assillo quando assunse nel 1993, la presidenza della commissione parlamentare per la revisione della seconda parte della Costituzione: forma di stato e forma di governo. Prima che scadesse un anno, la commissione consegnava alle presidenze di Camera e Senato un progetto, organico ma non compiuto (si profilava, come avvenne, la fine anticipata della legislatura causa Tangentopoli): ampia riforma del rapporto Stato-Regioni in senso federalista; nuove regole in materia di formazione del governo con la creazione della figura del primo ministro eletto a maggioranza assoluta del Parlamento e l’accentuazione del suo ruolo di guida dell’esecutivo; istituzione della sfiducia costruttiva; nuove regole in materia di bilanci, contro l’abuso della decretazione d’urgenza; delegificazione e potere regolamentare del governo, organizzazione della pubblica amministrazione, ampliamento del potere d’inchiesta e di controllo delle Camere. Progetto organico ma non compiuto, dicevo: Iotti rimetteva alle Camere i nodi insoluti della riduzione del numero dei parlamentari (“si era vicini ad un accordo per la diminuzione dei deputati da 630 a 400, e dei senatori da 315 a 200”), della distinzione dei compiti tra le due Camere, della composizione del Senato, rappresentativa di regioni e poteri locali. Ma, concludeva la relazione alle Camere di una Nilde Iotti assai preveggente, “l’atmosfera inquieta e carica di minacce, il sempre maggior numero di inquisiti che ha tolto prestigio al Parlamento, le sempre più accentuate incertezze della situazione politica, ci hanno indotto a presentare il progetto al punto in cui esso è giunto, perché possa restare come documento per il futuro lavoro”. Tutto infatti precipitò nel volgere di poche settimane. Ma ancora nel 2008, nel discorso celebrativo del 60. della Costituzione, Giorgio Napolitano ricorderà come “risulta ancor oggi indicativo il progetto presentato nel 1994 dalla Commissione bicamerale allora presieduta dall’on. Iotti” della quale aveva valorizzato “il convinto e sapiente sforzo, pur nella così critica legislatura, per condurre la commissione verso conclusioni ponderate e innovative che avrebbero potuto essere sviluppare e arricchite durante l’esame delle assemblee se non se ne fosse reso inevitabile lo scioglimento….”
Di pari passo, e con maggiori frutti, fu avviato il lavoro per le riforme del regolamento, obbligate anche dalla necessità di apprestare, mentre si viveva la fase più acuta del terrorismo politico e di quello politico-mafioso, una legislazione di emergenza. Anche allora (biennio 1980-81) giocarono un ruolo essenziale la determinazione e la concretezza di Nilde. Prima venne un suo “lodo”: per battere il forsennato ostruzionismo dei radicali decise, con una ardita ma limpida interpretazione-innovazione regolamentare, che su migliaia di emendamenti – settemilacinquecento – il presentatore, e solo lui, poteva parlare una volta sola in caso di fiducia. Ma questo non impedì che alcuni deputati radicali parlassero ciascuno anche diciotto ore di seguito. E allora, qualche mese dopo, Iotti propose una serie di rilevanti riforme del regolamento per un ragionevole contenimento dei dibattiti, per creare le condizioni di un confronto fertile, ma anche per la certezza di una decisione. In sintesi, “riconoscere – sono parole di Nilde – nel Parlamento la sede del confronto e il centro della vita politica e istituzionale”. Commenterà, più tardi il suo successore al vertice della Camera, Giorgio Napolitano che le fu prezioso amico sino all’ultimo e volle scrivere la prefazione alla raccolta dei discorsi parlamentari di Nilde: “Quest’ultima definizione rappresentava a mio avviso la versione più misurata e sostenibile della formula della centralità del Parlamento. L’equivoco di questa formula stava nell’attribuire al Parlamento una collocazione, nel sistema istituzionale, tale da poter dar luogo a dilatazioni discorsive del suo ruolo, a confusioni e interferenze tra la sfera delle responsabilità di governo e la sfera delle prerogative del Parlamento, a pretese e illusioni di democrazia assembleare: Iotti non alimentò in nessun modo quell’equivoco, e anzi la sua opera di presidente fu rivolta in senso opposto”.
Per varare quelle riforme fu battaglia durissima, asperrima, nell’aula di Montecitorio dove i radicali avevano presentato 53.366 emendamenti. Vidi, dalla tribuna-stampa (in tredici anni di collaborazione stretta con il presidente mai osai avvicinarmi allo scranno presidenziale o anche semplicemente entrare in aula, cosa che invece avrebbe fatto con somma disinvoltura un mio successore nello stesso incarico), vidi dunque un Roberto Cicciomessere scagliare una copia del regolamento contro la presidente della Camera. Guardai con apprensione al suo seggio mentre il pesante volume la sfiorava. Vidi Nilde non scomporsi, e anzi andare avanti come se nulla fosse, con il più grande dominio di se stessa. Solo un carattere forte poteva tollerare quell’inutile, infame oltraggio. La seduta riprese, la riforma andò in porto: Nilde sentiva come proprio dovere quello di difendere il Parlamento da un grave rischio di paralisi e di discredito.
Se nei due anni di presidenza Ingrao avevamo tutti vissuto la tragedia di cui furono vittime Aldo Moro e la sua scorta, con la prima delle tre legislature di Nilde fu uno spaventoso stillicidio di morti, di stragi, di attentati. Riguardo le carte e gli interventi di Nilde in aula per rammentare a me stesso delitti enormi. Le vittime della mafia: il giudice Cesare Terranova (aveva rinunciato alla riconferma del mandato parlamentare per assumere un più alto incarico nella magistratura palermitana) e la sua ombra Lenin Mancuso; il presidente della regione siciliana Piersanti Mattarella; il segretario regionale del Pci Pio La Torre e il suo generoso collaboratore Rosario Di Salvo; il nuovo prefetto di Palermo generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e la sua giovane moglie Emanuela Setti Carraro. E, ancora, due magistrati: Giangiacomo Ciaccio Montalto, sostituto procuratore a Trapani, e Antonio Saetta (trucidato insieme al figlio Stefano), presidente dell’assise di appello di Palermo, il primo che aveva indagato molto tempo addietro sulla potente famiglia mafiosa dei Greco coinvolti nella strage di Ciaculli. Le vittime del terrorismo brigatista, nero, internazionale: dalla terrificante strage di Bologna all’attentato a papa Giovanni Paolo II; dai semplici agenti e carabinieri di guardia e di scorta, al generale Enrico Galvaligi; dal direttore del Petrolchimico di Mestre Giuseppe Taliercio (sequestrato per due mesi, poi ucciso e il suo cadavere abbandonato davanti al “suo” stabilimento) a un altro attentato sanguinoso, quello alla Sinagoga di Roma…
Il sempre immanente pericolo terrorista coinvolse Nilde anche personalmente. Ricordo che un giorno venne a trovarla d’urgenza il capo della polizia. “Presidente, questo suo va-e-vieni tra casa sua e Camera è troppo pericoloso. Perché non si trasferisce nell’appartamento di rappresentanza, qui a Montecitorio?”. Nilde acconsentì (“In effetti così non disturbo la gente con le auto che sgommano, le sirene, i mitra, i lampeggianti…”), ma lo fece di malavoglia: “Qui dentro mi sento e mi sentirò ancora più sola”, in certo modo prigioniera di un enorme appartamento di rappresentanza. Cercò di rimediare, abitando solo le due stanze di servizio. E, approfittando dei pochi fine settimana senza impegni istituzionali o di partito, faceva un salto a casa della figlia Marisa e degli amati nipoti Alessandra e Alfredo: per preparar loro i tortelli di zucca, la sua straordinaria specialità.
(Chi è Marisa? Molti ricorderanno, ma non tutti sanno la sua storia. Il 9 gennaio del 1950, Marisa Malagoli era una bimba di sei anni, la più piccola di una laboriosa famiglia di mezzadri. Tutti in famiglia, anche i nove figli, lavoravano la terra a mezzadrìa, tranne Arturo, ventuno anni, il più politicizzato della famiglia, operaio alle Fonderie Riunite dove le serrate e gli scioperi si susseguivano da due anni. Lì, quel 9 gennaio, era in corso l’ennesimo sciopero provocato dalla resistenza del padrone Orsi a firmare un accordo salariale. La polizia di Scelba caricò, poi sparò, com’era già accaduto a Melissa, a Montescaglioso, a Mussomeli…In pochi istanti sul piazzale rimasero sei morti e diecine di feriti, forse centinaia perché la più parte temette di andare in ospedale. A Modena accorse una delegazione del Pci e del Psi guidata da Palmiro Togliatti e Pietro Nenni. Togliatti decise di aiutare personalmente una delle famiglie che piangevano i loro morti. Il tramite fu la ormai scomparsa Gina Borellini, medaglia d’oro della Resistenza. Togliatti vergò un biglietto per Nilde: “Che ne diresti di un’adozione?”. “Sì, ma che sia una bambina”, rispose Iotti. La scelta cadde su Marisa che, non con l’adozione ma con il ricorso all’affiliazione, acquisì più di dieci anni dopo anche il cognome di Togliatti. Marisa Malagoli Togliatti è oggi ordinario di psicodinamica dello sviluppo e delle relazioni familiari alla Sapienza di Roma.)
Ma il lungo e più difficile passaggio dei tredici anni di presidenza della Camera, Nilde Iotti l’avrebbe vissuto tra il febbraio e il maggio del 1984 con lo scontro sul costo del lavoro: la dinamica salariale, il meccanismo della scala mobile, le famose “20.000 lire” tolte con il congelamento di tre punti di contingenza. Fu, non solo ma soprattutto per lei, il momento più difficile per la concorrenza di due fattori: intanto, la rottura tra il governo (meglio: il presidente del Consiglio Bettino Craxi in prima persona) da un lato, e l’opposizione di sinistra e la Cgil dall’altro lato; e, in parallelo, una pesante frattura all’interno del Pci che coinvolse il segretario del Pci Enrico Berlinguer, Nilde Iotti e Giorgio Napolitano, allora capogruppo comunista alla Camera e oggi presidente della Repubblica. Su una materia delicatissima, e sin qui delegata al negoziato e all’accordo tra le parti sociali, Craxi volle intervenire con un decreto-legge immediatamente esecutivo, salvo naturalmente conferma e conversione in legge da parte delle due Camere entro sessanta giorni. Era la messa in pratica del decisionismo estremo, era una sfida aperta alla Cgil che aveva rifiutato un confronto dall’esito scontato, era oltretutto assai dubbia la liceità del ricorso a un provvedimento legislativo dettato da quei motivi di “straordinaria necessità e urgenza” che, essi soli, ne avrebbero costituzionalmente giustificata l’emanazione. Il primo atto della vicenda si concluse però con un clamoroso scivolone per Craxi: il decreto fu sì approvato dal Parlamento ma quando si trattò di votare (immediatamente dopo, e con l’obbligo dello scrutinio segreto, poi abolito) il provvedimento di conversione in legge del decreto, fu una clamorosa sconfitta del governo: la Camera bocciò la legge, Craxi furibondo definì il Parlamento “un parco buoi” e preannunciò la ripresentazione del medesimo decreto. (Quel “parco buoi” suscitò un finimondo: Berlinguer replicò parlando di “emergenza democratica”, dal Quirinale Sandro Pertini telefonò ai presidenti della Camere, Iotti e Spadolini, premendo perché intervenissero a tutelare la dignità del Parlamento, ma Nilde aveva già vergato una bozza di durissima replica a Craxi, che il semprecauto presidente del Senato sottoscrisse e che quando fu pubblicata costrinse il presidente del Consiglio ad una pur cauta retromarcia.)
Nuovo round di lì a poco sul decreto-bis, e per fortuna che più tardi la Corte costituzionale, proprio di fronte allo sfacciato abuso craxiano della decretazione d’urgenza, emanò una sentenza che vietava la pratica dei decreti-fotocopia. Se non che sul decreto-bis le difficoltà si moltiplicarono, soprattutto stavolta nel Pci: tra gli “intransigenti” che facevano manifestamente capo a Berlinguer e i riformisti, allora definiti “miglioristi”, che si ispiravano a maggior realismo. Le polemiche all’interno del gruppo comunista, già latenti con il primo decreto, esplosero con un incidente di cui, credo, nessuno abbia sin qui parlato ma che era un segnale in equivoco delle tensioni tra quelle che ancora non si potevano chiamare correnti. Mario Pochetti, mitico segretario d’aula del gruppo, chiese formalmente alla presidenza della Camera che il nuovo decreto fosse assegnato in pre-esame anziché alla sola competente commissione Lavoro, a una quasi innumerevole serie di commissioni: il primo segnare di un nuovo e stavolta esasperato ostruzionismo. Napolitano, capogruppo, era in missione all’estero. Quando seppe dell’iniziativa di Pochetti (con cui pure aveva una straordinaria sintonia operativa) se ne dolse parecchio, e non fece nulla per nasconderlo allo stesso Pochetti e agli altri compagni che con loro dividevano la responsabilità della direzione del gruppo.
Fu solo il primo segnale, ma successe di peggio. Accadde che Craxi, con il pretesto della quantità degli emendamenti, questa volta pose la fiducia, che fa da mannaia alla votazione degli emendamenti. La risposta delle opposizioni fu immediata: ritiro di quasi tutti gli emendamenti, che da più di tremila si ridussero a 208. Eppure la fiducia fu confermata. Scelta rivelatrice della volontà non tanto di saltare l’ostacolo degli emendamenti quanto anche e soprattutto di ottenere comunque l’approvazione del decreto, dal momento che la fiducia si esprime a voto palese e depotenzia quelle opposizioni interne alla maggioranza che avevano contribuito alla bocciatura del primo decreto. Lasciamo che il resto lo racconti Giorgio Napolitano, protagonista di primo piano della vicenda: “La Iotti arbitra difficili accordi tra i gruppi di maggioranza e di opposizione per permettere a questi ultimi di dispiegare le loro proteste e il loro dissenso ma insieme per evitare che decada anche il secondo decreto, per garantire cioè – punto cardine della sua concezione – il diritto-dovere della maggioranza di legiferare e dunque, in particolare, di ottenere il voto di conversione di un decreto”. (Tra l’altro fu proprio in quei turbinosi, tesissimi frangenti, che Nilde ebbe ancor più chiara la consapevolezza di quanto fosse duro e difficile essere la presidente della Camera espressa dall’opposizione. Voglio dire che apparve così imparziale da sembrare a taluno – e se ne dolse, ma solo in privato – che accentuasse il suo rigore non dare adito a sospetti di partigianeria.)
Anche Napolitano sottolineerà che “è, per la Iotti, il momento più arduo della sua intesa vicenda di presidente della Camera: al di là delle divergenze procedurali che si esprimono in Aula, la leadership del Pci (cioè in primo luogo Enrico Berlinguer, ndr) preme perché l’iter del provvedimento non sia contenuto nei modi e nei tempi concertati nella conferenza dei capigruppo, con l’adesione anche del capogruppo comunista (cioè dello stesso Napolitano, ndr). Questi è solidale con la Iotti dinanzi ad una pressione che ne mette a repentaglio la presidenza. Ella non cede, supera la prova, conduce la Camera al voto di conversione del decreto il 18 maggio 1984”. Qui, sempre da Napolitano, un’annotazione di valore politico generale che può essere appaiata alla sua già menzionata considerazione sul senso attribuito al concetto di “centralità” del Parlamento. “La lezione è (o dovrebbe essere) chiara per sempre, e per tutti”, dice Giorgio rivendicando con trasparenti accenti polemici la coerenza sua e di Nilde: “L’opposizione può condurre la sua battaglia nei modi più duri, può ricorrere all’ostruzionismo ma per rappresentare al paese le sue ragioni, la sua protesta e per suscitare una riflessione, un ripensamento nella maggioranza, non per impedire che si giunga alla decisione, che ci si conti, che si legiferi, altrimenti si colpisce il ruolo e la credibilità del Parlamento, si minano le basi delle istituzioni democratiche”.
Un’altra cosa che faceva di Nilde una personalità politica eccentrica rispetto a suoi pur autorevoli colleghi (però con altre eccezioni: Napolitano, D’Alema, Fassino) erano la passione e l’impegno per la politica estera. Deputata al Parlamento europeo per un decennio, con rammarico aveva lasciato il seggio appena eletta presidente della Camera; ma non interruppe e anzi intensificò, ad altro livello, i rapporti internazionali. Anzitutto introdusse la pratica degli scambi di esperienze parlamentari (e non solo nell’ambito dell’allora “piccola Europa”). Poi diede nuovo impulso ai contatti istituzionali, non solo nel nostro continente. Andò in Cina, per verificare le novità introdotte da Deng. Non una visita-lampo: venti giorni per girare in lungo e in largo città, campagne, nuovi territori industriali; e per incontrare quelli che allora erano i nuovi dirigenti del Pcc, a cominciare dal leader di fatto Deng Xiaoping (teorico del cosiddetto socialismo di mercato), dal premier Zhao Zijang, e dal segretario del partito Hu Yaobang. E, a proposito di nuovi dirigenti, corse – letteralmente corse – in quella che ancora era l’Unione Sovietica per capire bene, incontrando due volte Michail Sergeevic Gorbaciov, che cosa rappresentasse (“nella società più che nel solo partito”) la perestrojka, dove andasse a parare, quali potessero esserne le conseguenze. “Porterà lontano, molto lontano, quest’uomo. Bisognerà però vedere se ce la farà o se sarà sconfitto, e come, dalle resistenze interne”, disse a cena nell’antica nostra sede diplomatica moscovita, all’ambasciatore Sergio Romano. Romano era assai poco convinto dell’ottimismo (pur assai prudente) di Nilde, e glielo disse con molta, sorprendente chiarezza: “Un fenomeno, una meteora. No, non cambia né cambierà nulla”. Ci furono momenti di imbarazzo. Rita Palanza (l’unica, preziosa donna del team-Iotti) ed io rimanemmo con il cucchiaio a mezz’aria. Nilde replicò insistendo ma frenando l’irritazione per il tono così liquidatorio. Ci si trovò costretti, per diplomatica educazione, a cambiare argomento; ma fu lo stesso dopo il secondo incontro con Gorby. Tornando a Roma, Iotti non celò fortissime preoccupazioni tanto per l’evidente sottovalutazione della novità-Gorbaciov quanto per l’incapacità, mostrata da Sergio Romano, di immaginare gli scenari di prospettiva che, stando a Mosca da un osservatorio così privilegiato, potevano essere intuiti se non tracciati con precisione. Nilde espresse subito le sue inquietudini al presidente del Consiglio, Ciriaco De Mita, e al ministro degli Esteri, Giulio Andreotti, sottolineando che questa sottovalutazione avrebbe potuto avere conseguenze politiche molto serie. Uguale e ancor più tempestosa reazione avrà, dopo analoga visita al Cremino qualche mese dopo, proprio De Mita. Anche lui naturalmente aveva incontrato Gorbaciov e altri dirigenti del Pcus come pure dissidenti del livello di Andrej Sacharov. Ed anche lui aveva della perestrojka e di Gorbaciov opinioni analoghe a quelle raccolte negli incontri con la premier inglese Margaret Thatcher, col cancelliere tedesco Edmund Kohl, col presidente francese François Mitterrand, e persino con Ronald Reagan. Al solito pranzo in ambasciata, De Mita – raccontò più tardi il suo portavoce, Peppino Sangiorgi, in Piazza del Gesù, prezioso diario politico sulla Dc degli anni Ottanta – disse la sua e citò i grandi della terra. Romano lo lasciò parlare, poi replicò cortese ma secco: “A Mosca non sta cambiando un bel niente”. Al ritorno a Roma, De Mita andò a parlare con Nilde Iotti: due ore di esame della situazione politica, delle vicende del Pci, dell’Unione sovietica. E di Gorbaciov. A fine gennaio il Consiglio dei ministri decise di nominare nuovo ambasciatore a Mosca Ferdinando Salleo. De Mita lo incontrò alla firma di un accordo commerciale Italia-Iraq e lo salutò dicendogli: tavarich!: il preannuncio della nomina. Salleo concluderà più tardi una splendida carriera diplomatica a Washington. Sergio Romano invece abbandonerà immediatamente la carriera per diventare editorialista del Corriere della Sera.
Anche in un’altra, quasi fortuita occasione Nilde ebbe modo di dispiegare con prontezza e abilità il suo debole per la politica estera. Fu verso la fine del caotico congresso di Rimini che, mentre segnava ufficialmente il passaggio dal Pci al Pds, siglava con una bocciatura, poi frettolosamente sanata, la elezione-rielezione a segretario di Achille Occhetto, il comunque coraggioso autore della svolta della Bolognina. Verso quel fine-congresso lo scontro sembrava esasperarsi sulla questione della presenza militare italiana nel conflitto irakeno. Diciamo che tra pacifismo vecchia (ma anche sempre attuale) maniera e accettazione (sempre attuale) del fatto compiuto, il congresso sembrava incapace di una linea autonoma. E fu Iotti, dopo averci consultato fulmineamente, a proporre una piattaforma politico-militare che risolvesse allo stesso tempo la questione del Kuwait e l’esigenza di bloccare un’espansione del conflitto.
Il dono più gradito che Nilde poteva e voleva fare a quanti le fossero più cari – compagni soprattutto, ma non solo – era costituito quasi sempre da una fotocopia della cosa più cara che gelosamente conservava del suo compagno (insieme con un cornetto contro il malocchio e all’orologio da polso): il manoscritto originale del memoriale che Togliatti aveva steso a Jalta nell’agosto del 1964 alla vigilia di quell’incontro con Nikita Krusciov che non avvenne mai, prima per i rinvii del leader sovietico (diplomatici o non, certo è che avevano irritato molto il segretario del Pci), poi per l’ictus che portò alla morte Togliatti. Il Memoriale consta di ventinove pagine redatte con scrittura minuta ma chiarissima, inchiostro verde, correzioni quasi mai formali. Con la forma, già piuttosto inusuale (quasi che Togliatti volesse lasciare una traccia scritta delle sue pesanti osservazioni), quel che balza subito agli occhi è la rinnovata, inequivoca presa di distanze dalle posizioni del Pcus, e un‘altrettanto decisa conferma delle peculiarità della linea dei comunisti italiani anche nella chiave internazionalista. L’occasione dell’incontro (proposto da Krusciov) era propizia per verificare e cercare una spiegazione di molti interrogativi. Anzitutto quali fossero gli sviluppi della politica sovietica, e quali i rapporti all’interno del gruppo dirigente del Pcus. Come noterà poi Natta, il fatto che, dopo le insistenti sollecitazioni, Togliatti non avesse incontrato subito Krusciov in (insolita) partenza per l’Asia centrale, fu per il segretario del Pci non tanto il segnale di una mancanza inspiegabile di riguardo ma l’indice di una situazione non chiara, instabile, di un mutamento che forse veniva preparandosi e di cui riusciva tuttavia difficile valutare direzione e tempi. E un’eco, o comunque un risvolto polemico, si ritroverà nello stesso Memoriale quando, nello spiegarne il senso, Togliatti aveva scritto che esso mirava a “facilitare ulteriori scambi di idee con voi (Krusciov, nda), qualora questi siano possibili”.
Ad ogni buon conto Togliatti, che era partito per l’Urss controvoglia, sfruttava l’occasione dell’incontro non solo per verificare direttamente gli orientamenti del gruppo dirigente sovietico ma anche e soprattutto per affermare in modo compiuto, netto, non filtrato da diplomatismi, il pensiero del Pci di fronte a quella che, proprio alla vigilia di una conferenza dei partiti comunisti contestata dal Pci nella forma e nella sostanza imposte dal Pcus, si presentava come la più grave crisi del movimento comunista internazionale paragonabile, storicamente, solo alla scissione della Seconda Internazionale. C’era dunque il conflitto politico ormai aperto tra Urss e Cina; c’era un’evidente involuzione dei caratteri del socialismo sovietico dopo il grande impulso innovatore del XX e del XXII congresso; c’era una manifesta difficoltà dei partiti comunisti del mondo capitalistico a presentarsi ed essere strumenti di massa, capaci di influenzare la vita politica e sociale dei rispettivi paesi; e c’era il riemergere negli Usa di impulsi conservatori e bellicisti evidentemente incoraggiati dalla crisi del “campo” socialista (e qui, a proposito dei “fatti del Vietnam”, nel Memoriale Togliatti già aveva previsto lucidamente “crisi e pericoli molto acuti”). Insomma, una conferenza che fosse sfuggita a questi nodi si sarebbe risolta in una vacua rassegna di solidarietà formale o, peggio, in un concilio di condanna del partito cinese.
Non a caso, già nelle drammatiche ore dell’agonia di Togliatti,Luigi Longo era rimasto tanto colpito dal Memoriale (che Nilde, con l’aiuto di Marisa, stava ricopiando a macchina mentre il suo compagno era colto dal fatale malore nel campo dei pionieri, ad Artek), da ritenere che, nel prevedibile caso della morte di Togliatti, il documento dovesse essere subito reso noto, superando le esitazioni in primo luogo di Natta. E così avvenne prima con l’annuncio a San Giovanni, nel corso dei funerali, che esisteva “una memoria” (così la definì Longo); e poi con la pubblicazione integrale del testo su Rinascita. L’originale fu poi restituito a Iotti che lo serbava in una copertina di plastica trasparente. E perché Nilde potesse appunto farne talora dono, ne feci fare dagli uffici tecnici della Camera una perfetta copia-madre da cui centellinare solo all’occorrenza e solo su sua disposizione, qualche esemplare.
Poi un giorno le chiesi: perché non proponiamo a Elvira Sellerio di pubblicare non solo il testo, peraltro già noto, ma anche la riproduzione anastatica del manoscritto? Insistevo molto su questo secondo elemento, perché la grandissima parte delle integrazioni, delle correzioni, delle cancellature (singole parole, o frasi, o interi capoversi eliminati del resto con tratti così lievi della penna da riconoscere perfettamente la versione originale) mi sembravano di grande interesse per cogliere non solo le classiche finezze togliattiane ma anche un corredo molto significativo di accentuazioni e/o di attenuazioni. Elvira fu pronta a raccogliere il suggerimento, consapevole dell’importanza non solo politica ma anche documentale della riproposizione di un testo che avrebbe meritato – in altra, scientifica sede – un apparato di chiose, di osservazioni, di approfondimenti. Il libricino (apparso nel 1988 nella notissima collana della Memoria fondata su suggerimento e per le cure personali di Leonardo Sciascia) ebbe larga diffusione, anche perché venduto a prezzo di costo, e una persino insperata messe di impegnatissime recensioni: di tutti; un po’ meno dell’Unità, che definì “intelligente” e “utile” l’operazione, non sottacendo tuttavia lo “stupore” che Togliatti fosse “finito con persone di tutt’altro genere”, da Tolstoi a Teresa D’Avila, e dunque tra “chicche archeologiche”…
Per tornare alla riproduzione anastatica, peccato che nessun ricercatore o storico abbia affrontato e studiato (per carità, non c’era certo bisogno dell’anastatica) quell’apparato di integrazioni, correzioni e tagli che rendevano persino intrigante la lettura del Memoriale. Nel 2007 è uscito l’ottimo e accuratissimo saggio di Carlo Spagnolo (“Sul Memoriale di Yalta”), promosso proprio dalla Fondazione Gramsci. Anche qui ovviamente c’è in appendice il testo, ma a stampa, “basato sulla copia fotografica del manoscritto, conservata presso la Fondazione e riprodotta” appunto nel libro edito da Sellerio. Ma in luogo di lavorare anche su correzioni e aggiunte, Spagnolo purtroppo ha voluto addirittura sottolineare che “si sono omesse le cancellature e si è rimasti il più possibile fedeli all’originale”. Peccato, ché proprio nelle correzioni, nelle aggiunte e nelle cancellazioni c’è un ricco materiale di studio. Impossibile dunque, almeno in base a quel saggio, notare che, a proposito della sempre auspicata unità nella diversità, fosse stata fatta un’aggiunta a margine quanto mai significativa: “Da quest’unità non si può pensare che possano essere esclusi la Cina e i comunisti cinesi”. Altro dunque che quel concilio di condanna giustamente temuto da Togliatti e dal Pci, contro cui pure erano stati lanciati, via Albania, furiosi attacchi alla politica dei comunisti italiani. Come, per contro, sarebbe stato significativo notare come scorressero senza l’ombra di correzioni le ribadite opinioni sulla questione-Stalin, al centro poco tempo prima della famosa intervista togliattiana a Nuovi Argomenti: “Non [è] risolto il problema delle origini del culto di Stalin e come esso diventò possibile. Non si accetta di spiegare tutto solo con i gravi vizi personali di Stalin”; e anzi Togliatti ribadisce che il Pci “non scoraggia” il dibattito su “gli errori politici che contribuirono a dare origine al culto” perché questo confronto “spinge a una conoscenza più profonda della storia della rivoluzione e delle sue difficoltà”.
Certo, alcune idee potevano, già allora – quando mandammo in stampa il Memoriale, 1988 –, apparire datate; ma bisogna leggerle nel periodo storico in cui sono maturate, bisogna contestualizzarle. E forse anche, a proposito delle banalizzazioni di chi inveisce sempre contro il Togliatti-complice, riandare molto indietro nel tempo, al 1937. Quando, scrivendo dalla Spagna ai suoi colleghi del Comintern, reagiva duramente all’invadenza sovietica: “La finiscano i vostri consiglieri di considerarsi i padroni del partito, di sostituirsi ai compagni spagnoli col pretesto di fare di più, di fare prima, di fare meglio”…
Uno degli atti più forti, e sicuramente il più fiero, compiuto da Nilde nei tredici anni al vertice di Montecitorio seguì di poco il successo del referendum sulla preferenza unica, giugno 1991. Si era appena a un anno dalla conclusione naturale della decima legislatura (la terza, e presumibilmente l’ultima da Iotti-presidente della Camera). Bettino Craxi, segretario del Psi, aveva approfittato di quel voto per teorizzare, lui ma non il presidente del Consiglio Giulio Andreotti, che la sorte della legislatura fosse segnata da una pretesa delegittimazione di un parlamento, l’oramai famoso “parco buoi”, eletto con il vecchio sistema. Iotti non ebbe dubbi: anticipò il dubbioso presidente del Senato Spadolini, e si espose pubblicamente con un “no” intransigente allo scioglimento anticipato, un “no” dettato non dall’intendimento di blandire l’interesse corporativo dei deputati ma per affermare il principio che la sorte e l’autorità di un’istituzione suprema come il Parlamento non possono essere piegate all’interesse contingente dell’una o dell’altra parte politica. Vinse la partita, Nilde, anche contro il trasparente sostegno di Cossiga alla tesi di Bettino Craxi: non da sola certo, ma aiutata dal rilevante suo peso istituzionale e dalla sua forte influenza politica. Capitolo chiuso? Sarà una coincidenza, ma fu in quelle stesse settimane che alle orecchie dei più stretti collaboratori di Nilde giunse un’indiscrezione: Francesco Cossiga, allora nel pieno del suo picconaggio dal Quirinale, intendeva offrire alla presidente della Camera, come discretamente avrebbe di lì a poco offerto, il seggio di senatrice a vita. Un gesto di considerazione o, come qualcuno riterrà con perfidia pari all’intensità delle polemiche contro tutto e contro tutti scatenate dal Colle, un’operazione all’insegna dell’antica pratica del promoveatur ut admoveatur? Fosse o meno questo il disegno che, ripeto, s’inseriva comunque in un momento di tensione tra i due Palazzi, certo è che Iotti sarebbe stata costretta a lasciare anzitempo lo scranno di Montecitorio per una gratificazione non richiesta né voluta. Nilde consultò solo i più stretti suoi collaboratori, ma aveva già deciso. Prima che l’indiscrezione trapelasse, come in effetti più tardi accadde, scrisse a Cossiga una frase sola, due righe appena, per stoppare la nomina: “Qui sono stata chiamata dalla fiducia dei colleghi, e qui resto per rispettarne la volontà”. Volontà espressa dall’ormai lontano 1979 con sempre rinnovata, larghissima messe di voti a scrutinio segreto. Era, il suo, un biglietto manoscritto che fece avere per motociclista al Quirinale. Non ci fu replica. Ma, soprattutto, non ci fu “notizia”. Particolare significativo del personaggio: la discrezione innata e la delicatezza della contingenza giunsero al punto che Nilde pregò chi sapeva (solo tre persone, cui mancò persino il tempo di fotocopiare il biglietto per l’archivio personale) di non far parola del suo rifiuto dettato non certo da orgoglio personale, ché la nomina avrebbe comunque siglato una straordinaria vita dedicata al paese. E nessuno fiaterà per anni, sino al 19 novembre 1999, all’indomani delle dimissioni di Iotti da deputata, quindi due settimane prima della sua scomparsa. Allora, senza neppure interpellarla, mi considerai sciolto dal vincolo e, a suo onore, rivelai la vicenda sull’Unità. Nessuno smentì.
Né la storia è finita qui, purtroppo. Nel 2001 l’ha rispolverata e stravolta, a proprio uso e consumo, l’ex deputato dc Emilio Colombo, più volte presidente del Consiglio e ancora più volte ministro tuttologo. In un’intervista alla Stampa invocò, anzi pretese senza alcun pudore, la nomina a senatore a vita, e per sostenere la sua richiesta s’impancò in un ragionamento a dir poco singolare. Protestò Colombo che “una sciagurata interpretazione più restrittiva della norma” che affida al Quirinale la nomina di cinque senatori a vita (se ciascun presidente possa nominarne cinque, o se più correttamente sempre e solo cinque in carica siano i senatori a vita di nomina presidenziale) “entrò in vigore proprio quando, vox populi, stavamo per essere nominati io e la Iotti”. “Ora – aggiunse Colombo con elefantiaca delicatezza – la Iotti è andata all’altro mondo, ma io, grazie a Dio, sono rimasto in questo e al Senato voglio andarci”. Pretesa poco più tardi soddisfatta da Carlo Azeglio Ciampi. Alla stupefacente sortita di Colombo replicai sullo stesso giornale che aveva ospitato il suo “voglio andarci”, tanto più impudente dal momento che vi era stata coinvolta Nilde. Francamente – scrissi – non so come sia andata per Colombo, ma so benissimo come e perché Nilde Iotti non volle la nomina a senatrice a vita. E come quando rivelai il “no” di Iotti al seggio senatoriale, così quando replicai a Colombo il poligrafo Francesco Cossiga tacque.
Eppure per anni, e in particolare nelle fasi in cui Cossiga fu ministro dell’Interno, poi presidente del Consiglio e quindi presidente del Senato, i rapporti istituzionali e personali tra i due erano stati ottimi, con reciproche prove di fiducia. Ne citerò due. Una è meno rilevante, eppur significativa tanto del rapporto personale quanto dell’hobby cossighiano per la segretezza. Un giorno dei primi Anni Ottanta Cossiga, da presidente del Consiglio venne a trovare Iotti nel suo ufficio al piano nobile di Montecitorio. Nel corso del colloquio Nilde mi chiamò: studio suo e mio studiolo erano divisi solo da una splendida porta del ‘700 veneziano. “Il presidente Cossiga chiede una persona fi-da-tis-si-ma per farle battere a macchina una cosa molto riservata. Chi gli diamo?”, mi chiese. Risposi suggerendo la mia segretaria – fidatissima, appunto – che conoscevo letteralmente da quando era nata. Risultato: la “fidatissima” stette a Palazzo Chigi qualche ora. Quando tornò io non le chiesi nulla, né mai lei, neppure oggi, si è mai lasciata sfuggire qualcosa. Assai di recente, alla ripresa sul Corriere di una stantia polemica, un’idea sulla natura del documento battuto dalla mia segretaria m’è venuta: che fosse collegato alla iniziativa del Pci di mettere Cossiga sotto accusa per altro tradimento: aveva avvertito Carlo Donat Cattin, suo ministro e vicesegretario della Dc, che il figlio Marco era non solo un militante di Prima Linea ma “un terrorista” ricercato per banda armata. (Il giovane Donat Cattin fuggì, fu poi acciuffato, incarcerato, condannato. Poi, una volta uscito dal carcere, morì vittima di un incidente stradale. Quando si dice il destino).
L’altra prova, prima che s’avvertissero tensioni assai forti culminate nell’offerta del Senato, fu data nell’aprile del 1987, ed ebbe un assai maggiore rilievo politico. Craxi era a Palazzo Chigi, esplose la vicenda della staffetta con la Dc (e della conseguente rissa per mancato rispetto degli impegni reciproci) per la successione alla presidenza del Consiglio. Dimissioni di Craxi, crisi assai difficile. Cossiga affidò a Nilde Iotti – a una donna, la prima e sin qui l’ultima; e per giunta a una comunista, la prima e sin qui l’ultima – un mandato esplorativo per valutare le possibilità di superare la crisi senza andare a elezioni anticipate. Gelo a Botteghe Oscure. Comunque l’esplorazione confermò l’inevitabilità del voto, malgrado l’opinione contraria dei comunisti. Ma restò il dato politico della scelta di Nilde Iotti per l’esplorazione. Poi le cose cambiarono, e i rapporti pure. Nilde non se ne curò più di tanto, preoccupata solo che le tensioni non intaccassero più di tanto la regolarità dei rapporti istituzionali.
Quando Nilde morì, Le Monde le dedicò una nota con questo titolo: “Se ne va la gran signora della politica italiana”. Il titolo, tra migliaia, più felice; una sintesi meritata, per la straordinaria capacità di questa donna di tenere insieme rigore e serenità, dignità ed esercizio critico della ragione, di impersonare una concezione alta della politica e la dignità stessa del Parlamento. Anche se, e Le Monde giustamente lo ricordava, alle spalle e in parallelo dell’intensa e lunga vita parlamentare (cinquantatre anni) c’erano il lavoro clandestino nella Resistenza, la milizia alla base e ai vertici del Pci-Pds-Ds, l’attività all’Udi e alla commissione femminile del Pci da lei a lungo presieduta, il rapporto con Togliatti contrastato da una parte del gruppo dirigente e di cui furono segni successivi le tante cancellature del suo nome al momento della tardiva prima elezione nel Comitato centrale, e la successiva, contrastata nomina in direzione. In realtà, e per paradossale che possa sembrare, la stella di Iotti potè cominciare a brillare di luce propria solo dopo la scomparsa di Togliatti, quando non c’era più motivo (in taluni tra i massimi esponenti del partito: il primo era stato Pietro Secchia) di diffidare di lei e delle inesistenti sue “fortune” dovute al legame con il segretario del partito comunista.
Scendeva di buon mattino dallo studio giù in buvette per il caffè ma con l’usuale discrezione: mai si sarebbe fatta precedere da un capo commesso in guanti bianchi come pretese qualche suo successore. Salutava per prima i dipendenti che incontrava, rivolgendo loro una parola gentile, informandosi del problema di questo o di quell’altro. Impose che i concorsi e i ruoli non solo delle impiegate e delle funzionarie ma anche dei commessi fossero aperti alle donne: una vera rivoluzione per un ambiente sino allora fortemente maschilista (come del resto testimonia ancor oggi la stessa paurosamente bassa percentuale di deputate), e non s’immagina quanto grande fu la sua gioia quando ricevette a studio Giovanna Forteleoni e Patrizia De Lucia, le prime assistenti parlamentari donne, e Fulvia Zampa e Rosa Gonfalone, le prime donne addette alla buvette. Oggi sono tante, come tante sono le funzionarie con responsabilità sempre più elevate. Quanto pesasse la sua personalità si vide soprattutto alle solenni onoranze in occasione della sua morte (“morta senza i conforti della religione” fu lo stupido o stupito richiamo del Giornale di Berlusconi), avvenuta nella notte tra il 3 e il 4 dicembre 1999 in seguito ad un intreccio di mali che provocò un collasso cardiaco. Uscì dalla vita in punta di piedi, come c’era entrata: morì fuori Roma, in una clinica appartata al confine tra Lazio e Abruzzo. Già sapendo di non potere più esercitare una normale vita politica e sociale si era dimessa poche settimane prima da deputata: un gesto non rarissimo (nel partito c’era il precedente di Natta) e tuttavia insolito, che aveva destato grande impressione e commozione. Questi sentimenti crebbero a dismisura quando una folla immensa volle darle l’ultimo saluto prima durante l’esposizione della salma nel Salone della Lupa, e poi ai funerali di Stato, presente Oscar Luigi Scalfaro che prima di salire al Quirinale le era brevemente succeduto alla presidenza della Camera. Con lui, come già con Sandro Pertini che addirittura la voleva alla presidenza della Repubblica, c’era un rapporto strettissimo, nato alla Costituente e poi sempre coltivato con sentimenti di grande considerazione e affetto. Sulle mani di Nilde la sua compagna delle elementari Franca Ciampi intrecciò alcune roselline. Tutto finì di lì a poche ore, con la sepoltura nel famedio dove riposano le salme di quasi tutti i dirigenti del partito che fu, nell’area acattolica del cimitero romano del Verano. Giace, la sua salma, accanto a quella di Togliatti. Si riuniva così quella straordinaria coppia che aveva dato vita – aveva detto lei una volta – a “una strana famiglia in cui non c’era un vero marito, non c’era una vera moglie, e non c’era una vera figlia, ma che pure era una famiglia unita e felicissima”.
Giorgio Frasca Polara
Lea Garofalo
Lea Garofalo nasce a Pagliarelle, una frazione di Petilia Policastro, in Calabria, nell’aprile del 1974. Sua mamma è Santina Miletta, mentre suo padre è Antonio Garofalo, boss della ’ndrina di Petilia Policastro, che viene ucciso durante quella che è stata poi definita la “faida di Pagliarelle”. Lea ha solo otto mesi quando resta orfana e durante l’infanzia sentirà moltissimo la mancanza del padre, al punto tale che, ancora piccola, chiederà di potersi tatuare l’iniziale del suo nome. Cresce con la madre, la sorella maggiore Marisa, il fratello Floriano, che prenderà il posto del padre come capo cosca e che quando Lea avrà solo 9 anni le chiederà di maneggiare una pistola; con una nonna il cui principale insegnamento è che “il sangue si lava con il sangue”. Viene cioè educata secondo i codici ndranghetistici.
A 14 anni conosce Carlo Cosco, allora diciassettenne. Pensa che sia una persona normale, un ragazzo che ha in progetto di spostarsi a Milano, al nord, dove lei spera di poter avere una vita migliore. Così decide di seguirlo e di fare una fuitina degli innamorati, come già sua madre e sua nonna avevano fatto prima di lei. Ma Carlo Cosco non è una persona qualunque, non è un “ragazzo normale”: fa parte anche lui della ‘ndrangheta, per la quale gestisce lo spaccio di stupefacenti a Milano, nella zona di Baiamonti-Montello. Ed è proprio in viale Montello 6 che vanno a vivere Carlo e Lea, insieme a tutta la famiglia di lui, in un palazzo interamente occupato dalla ‘ndrina milanese.
Aveva fatto la “fuitina” a 13 anni con il ragazzo di cui s’era innamorata proprio per dimenticare la Calabria e abbracciare un mondo nuovo a Milano, fatto di regole diverse e senza strade imbrattate di sangue. Invece qui si era ritrovata in un ambiente identico, con i picciotti della ‘ndrangheta che si ammazzavano tra loro, nello stabile di via Montello 6 di proprietà della Fondazione Policlinico occupato abusivamente da famiglie calabresi che campavano con la droga.
Il fatto è che Lea non è come gli altri, lei è una testa calda, una persona onesta, che crede nella giustizia e che detesta quel tipo di mentalità. Sopporta di vivere in quelle condizioni fintanto che è da sola con Carlo, ma poi succede qualcosa; a 17 anni rimane incinta di Denise e la sua decisione diventa irrevocabile: sua figlia non dovrà vivere neanche per un secondo in mezzo a quello schifo.Succede così con la maternità: spesso e volentieri è la miccia che fa esplodere il desiderio di libertà delle donne cresciute negli ambienti mafiosi, ed è esattamente per questo che la mafia le teme, perché in ogni donna si nasconde una potenziale madre.
“La mia mamma era una giovane donna difficile e complicata, con una grande voglia di vivere. Molto coraggiosa e molto testarda”, racconterà più avanti Denise. A Lea non va che sua figlia nasca e cresca in quel contesto, con quei valori e con la garanzia di un futuro fatto di menzogne e di violenze, di sangue che si lava col sangue. Così, quando la mattina del 7 maggio 1996, la polizia circonda lo stabile di Viale Montello e arresta Carlo Cosco, Lea ne approfitta. Decide di lasciare il compagno e soprattutto di non fargli più vedere Denise, di portarsela via. Quando glielo annuncia, durante un colloquio in carcere, lui le mette le mani addosso e devono intervenire le guardie per fermarlo.
Ma Lea non molla. Non è disposta a cambiare idea. Si trasferisce a Bergamo, dove trova un nuovo lavoro e anche un nuovo compagno. Denise va scuola e insieme provano a rifarsi una vita. Un colpo di testa, quello di Lea, mal visto anche dalla sua stessa famiglia, e in particolare dal fratello Floriano, che con Cosco ci lavora. Una donna non può lasciare il suo uomo e portarsi anche via la figlia; una donna, soprattutto in un contesto come quello, deve stare al suo posto. E allora iniziano le pressioni, i litigi e le minacce. Un giorno, a Bergamo, l’auto di Lea viene bruciata. Quando lei e Denise tornano in Calabria, per le vacanze estive, Lea viene aggredita in piazza sotto gli occhi della figlia: è il fratello di Carlo Cosco a picchiarla. Quella sera stessa, sempre a Petilia Policastro, viene bruciata un’altra sua auto.
Siamo a luglio 2002; Lea è spaventata, è preoccupata, ma è anche arrabbiata e ferita. È quella donna testarda e coraggiosa, descritta così bene dalle parole di sua figlia. Non può stare zitta a sopportare e così, quella stessa sera, decide di andare alla caserma dei carabinieri di Petilia, e di parlare. Racconta tutto quello che sa, dei Cosco, ma anche della sua tessa famiglia. Denuncia tutti. Parla e chiede protezione. È così che diventa una testimone di giustizia e che lei e Denise entrano ufficialmente in un programma di protezione testimoni. Sono anni difficili per entrambe: per Denise, che in un’età di crescita deve cambiare nome e identità, fingere di essere un’altra persona; e per Lea, che, in mancanza di documenti ufficiali, non può neanche lavorare. Trascorre la maggior parte delle sue giornate barricata in casa, vive con pochissimi soldi. Quando riesce va a fare volontariato per sentirsi viva. Ma è come se il programma di protezione non funzionasse mai fino in fondo: madre e figlia sono costrette a cambiare città quasi ogni mese e spesso Cosco riesce a scoprire dove si trovano.
Lea non si sente protetta. Ha paura che le possano fare del male, a lei e a Denise. Di notte non dorme, tiene sempre un coltello sotto al cuscino e si addormenta davvero solo quando la figlia è a scuola. Chiede aiuto più volte, scrive anche una lettera a Napolitano, allora Presidente della Repubblica, ma nessuno le risponde. Si sente sola e così, dopo sette anni di vagabondaggio, decide di agire di nuovo per conto suo, e di uscire dal programma di protezione. Chiama sua sorella in Calabria, la manda a chiedere a Carlo Cosco il permesso di rientrare a Petilia Policastro con la figlia e si fa garantire che nessuno avrebbe fatto loro del male.
Si ribellava alle cose che non andavano bene. Anche all’interno del sistema di protezione. Per esempio, diceva, “perché mi devono trattare così?” Se non ha seguito alla lettera le restrizioni imposte, è perché se ne fregavano. Per esempio, se doveva andare a fare una visita, lo chiedeva una, due volte, poi andava lo stesso dove doveva andare, diceva: “mica non posso vivere più”; ecco perché ogni tanto ha disubbidito
Siamo ad aprile 2009; Lea e Denise, come previsto dal programma da cui hanno appena deciso di uscire, si trovano a Campobasso. Carlo Cosco accetta la richiesta di Lea di tornare in Calabria, ma lei vuole che Denise concluda l’anno scolastico a Campobasso; in fondo mancano solo un paio di mesi. E Carlo le aiuta con le spese di affitto della casa. Non solo, ma manda anche lì sua madre e un cugino a vivere, per controllarle. A inizio maggio Lea viene aggredita in quella stessa casa. Denise sta dormendo, lei aspetta qualcuno che la aiuti a riparare la lavatrice. Quando il tecnico arriva però si insospettisce perché si accorge che quell’uomo non sa nulla di idraulica. Così va in cucina, afferra un coltello e chiede all’idraulico di aprire la cassetta degli attrezzi, perché vuole vedere cosa c’è dentro: dentro non ci sono attrezzi del mestiere, ma solo nastro adesivo e corda che servono per rapire Lea, ucciderla e scioglierla in un bidone con 50 litri di acido. L’uomo la aggredisce, ma Denise si sveglia e si intromette nella colluttazione per salvare la madre. Lo picchia, lo prende a calci e pugni ma lui alla ragazza non fa nulla perché ha ricevuto istruzioni precise: uccidere Lea e non sfiorare Denise.
Lea sa benissimo che il mandante di quell’aggressione è Carlo; prova a chiedere aiuto di nuovo alle istituzioni, ma è completamente sfiduciata. Nei mesi a seguire però Carlo sembra cambiare atteggiamento. Si comporta in modo docile, remissivo, come se si fosse messo il cuore in pace e si fosse deciso a perdonarla. E in qualche modo Lea gli concede un briciolo di fiducia. Lo fa soprattutto per Denise, perché sono sette anni che non le fa un regalo, non ha neanche i soldi per prenderle un paio di pantaloni, figuriamoci per pagarle l’Università. Quando Carlo, a novembre del 2009, le dice di salire a Milano per qualche giorno insieme alla figlia e le promette che insieme avrebbero potuto trovare una soluzione ai problemi economici, Lea decide di andarci. Enza Rando, da poco suo avvocato, e responsabile dell’associazione Libera, le chiede di non andarci, le intima di non fidarsi, ma Lea è convinta che finché ci sarà Denise con lei nessuno le potrà fare del male.
Volevo impedirle di andare a Milano, avevo persino tentato di trattenerla fisicamente. Lei mi rassicurava: ‘Avvocato, non si preoccupi: finché con me ci sarà Denise, non mi accadrà nulla’. Così quel giorno a Firenze prendemmo due treni per direzioni diverse, e durante il viaggio continuavamo a mandarci sms. ‘Tornate indietro’, le scrivevo, ‘scendete a Piacenza, abbiamo già un posto dove sarete al sicuro’. Lei a un certo punto mi rispose: ‘Grazie avvocato, che Dio la benedica, Denise e io accettiamo la sua proposta di rifarci una vita’. Ma a Piacenza non è scesa. Quattro giorni dopo mi hanno chiamata i carabinieri di Milano
Il 24 novembre Lea è a Milano. Passeggia per le strade di Corso Sempione con la figlia. È rilassata, è tranquilla – per quanto possibile. La sera prima lei, Denise e Carlo sono usciti a cena insieme, quasi come una famiglia normale. Quella sera invece Denise deve andare a cena dagli zii paterni, per salutarli prima che entrambe prendano il treno per tornare in Calabria, alle 11 di sera. Hanno appuntamento alla Stazione Centrale di Milano alle 10.30, ma Lea non si presenterà mai. Quando Denise la chiama, intorno alle otto e mezza di sera, il suo cellulare è già spento, e la figlia non ha dubbi: capisce subito cosa è successo.
Il padre la va a prendere dagli zii, fa finta di portarla in giro a cercare la madre e quando vanno insieme in questura a depositare la denuncia di scomparsa, Denise viene interrogata e dice subito ai poliziotti “mia madre non è scomparsa. Mia madre è stata uccisa, ed è stato mio padre”. Carlo Cosco, in qualità di padre, chiede i verbali dell’interrogatorio della figlia, perché vuole sapere cosa ha detto. Diventa sospettoso nei suoi confronti e, quando, il giorno seguente, la riporta in Calabria la fa controllare e seguire da Carmine Venturino, allora ventenne.
L’inchiesta della polizia sulla scomparsa di Lea si muove subito in un’unica direzione: Lea è stata uccisa e sciolta nell’acido. Il processo per la sua morte inizia nel 2011 e Denise decide di onorare il sacrificio di sua madre prendendo esempio dal suo coraggio: si costituisce parte civile, viene reinserita nel programma di protezione (sotto cui è tutt’ora) e testimonia contro suo padre. Per l’omicidio di Lea Garofalo vengono condannati i tre fratelli Cosco (Carlo, Giuseppe e Vito), Massimo Sabatino (che aveva tentato di sequestrare Lea a Campobasso), Carmine Venturino e Rosario Curcio, all’ergastolo.
Nell’estate del 2012 c’è però una svolta: Carmine Venturino decide di collaborare con la giustizia. Lo fa per Denise, perché quando gli era stato chiesto di controllarla si era innamorato di lei. E racconta tutto: racconta di come Lea, quella sera del 24 novembre, sia stata portata in una casa, picchiata, seviziata, strangolata. Di come il suo corpo sia stato buttato in un barile di benzina, le sua ossa spaccate perché bruciasse più in fretta. E di come poi le sue ceneri siano state messe in un sacchetto e buttate in un tombino. Carmine fa ritrovare i resti di Lea, che può così avere un vero funerale, che si svolge a Milano, in piazza Beccaria. Mentre la bara passa tra la folla, portata sulle spalle dall’allora sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, dagli altoparlanti si sente la voce di Denise, che non può essere fisicamente presente, perché è sotto protezione: “Grazie per quello che hai fatto per me. Grazie per avermi dato una vita migliore. Se è successo tutto questo è solo per il mio bene, e non smetterò mai di ringraziarti. Ciao mamma”.
Il 29 maggio 2013, la sentenza di secondo grado conferma l’ergastolo per Carlo e Vito Cosco, per Rosario Curcio e per Massimo Sabatino, mentre riduce la pena a 25 anni per Carmine Venturino (in virtù della sua collaborazione e del suo concorso parziale). Assolve Giuseppe Cosco, per non avere commesso il fatto, anche se attualmente sta scontando una pena di dieci anni per traffico di stupefacenti.
A Lea sono stati intitolati i giardini di Viale Montello, a Milano. E diverse altre piazze o giardini in giro per l’Italia. A Lea, al suo coraggio, alla forza che ha avuto per se stessa, per sua figlia e per tutti noi.
Per la prima volta una Donna
Dopo 131 anni, il Financial Times sarà diretto da una donna
La prescelta è Roula Khalaf e segna il passaggio di un’era per il giornale del Regno Unito
Cade un altro bastione tutto maschile in Gran Bretagna. Il Financial Times, storica testata politico-finanziaria londinese e voce di riferimento della City, avrà dall’inizio del 2020 il suo primo direttore donna in 131 anni di vita: la prescelta è Roula Khalaf,chiamata non solo a rompere un monopolio di direttori uomini (e anglosassoni), ma anche a subentrare ad un vero e proprio monumento del giornale più europeo e internazionale del Regno, il veterano Lionel Barber, dimessosi dopo un lungo mandato di 14 anni.
La designazione di Khalaf, annunciata oggi, segna il passaggio di un’era, con l’arrivo al vertice editoriale del prestigioso FT di una donna che è britannica solo come secondo passaporto. Libanese, nata e cresciuta a Beirut negli anni della guerra civile, la direttrice in pectore rappresenta peraltro un ricambio all’insegna della continuità. Una risorsa interna, approdata nella redazione del giornale color rosa della City 24 anni fa, dopo gli studi universitari negli Usa (a Syracuse e poi alla Columbia).
Nominata vicedirettore fin dal 2016, era stata in precedenza corrispondente dal Medio Oriente, poi coordinatore della copertura dei servizi sulle rivolte della cosiddetta Primavera Araba e quindi responsabile della rete internazionale del quotidiano, ossia di oltre cento giornalisti inviati in giro per il mondo. Sotto la sua guida, infine, è stata lanciata negli ultimi tempi la novità assoluta di Trade Secrets, un irriverente contenuto verticale dedicato a inchieste e approfondimenti sulla realtà e le ombre del commercio globale.
Khalaf si è detta “onorata” dell’incarico, non senza rendere omaggio a Barber, la cui leadership ha plasmato una stagione di rinnovamento del Financial Times, incrociando la sfida dei cambiamenti con la difesa della tradizione di autorevolezza riconosciuta al giornale da tanti lettori e dall’establishment di mezzo mondo. Una stagione durante la quale il direttore uscente ha pilotato fra l’altro in prima persona nel 2015 il clamoroso passaggio di proprietà della testata – operazione dal valore di ben 840 milioni di sterline – dal Pearson Media Group, holding editoriale inglese purosangue, al colosso giapponese Nikkei. Un’iniezione di aria nuova e d’interessi più ampi, oltre che di capitali, rivelatasi evidentemente la premessa per arrivare anche ad abbattere il tabù di genere sulla direzione.
“Sono felicissimo che Roula Khalaf abbia accettato questo ruolo – ha commentato da Tokyo il presidente di Nikkei, Tsuneo Kita – e sono pienamente fiducioso che continuerà a portare avanti la missione del FT: assicurare un giornalismo di qualità senza paura e senza favori e perseguire una rinnovata agenda editoriale di copertura del business, della finanza, dell’economia, della politica estera”. “Roula – ha proseguito Kita – ha dato prova in 24 anni di carriera, inclusi quelli da vicedirettore, della sua integrità, determinazione e saggezza di giudizio. Non vediamo l’ora di lavorare a stretto contatto con lei per rafforzare la nostra alleanza di media internazionali”.
La terra santa
Ho conosciuto Gerico,
ho avuto anch’io la mia Palestina,
le mura del manicomio
erano le mura di Gerico
e una pozza di acqua infettata
ci ha battezzati tutti.
Lì dentro eravamo ebrei
e i Farisei erano in alto
e c’era anche il Messia
confuso dentro la folla:
un pazzo che urlava al Cielo
tutto il suo amore in Dio.
Noi tutti, branco di asceti
eravamo come gli uccelli
e ogni tanto una rete
oscura ci imprigionava
ma andavamo verso la messe,
la messe di nostro Signore
e Cristo il Salvatore.
Fummo lavati e sepolti,
odoravamo di incenso.
E dopo, quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno.
Ma un giorno da dentro l’avello
anch’io mi sono ridestata
e anch’io come Gesù
ho avuto la mia resurrezione,
ma non sono salita ai cieli
sono discesa all’inferno
da dove riguardo stupita
le mura di Gerico antica.
Le dune del canto si sono chiuse,
o dannata magia dell’universo,
che tutto può sopra una molle sfera.
Non venire tu quindi al mio passato,
non aprirai dei delta vorticosi,
delle piaghe latenti, degli accessi
alle scale che mobili si dànno
sopra la balaustra del declino;
resta, potresti anche essere Orfeo
che mi viene a ritogliere dal nulla,
resta o mio ardito e sommo cavaliere,
io patisco la luce, nelle ombre
sono regina ma fuori nel mondo
potrei essere morta e tu lo sai
lo smarrimento che mi prende pieno
quando io vedo un albero sicuro.
Alda Merini
Le ragazze del muro di Berlino
La foto risale all’agosto del 1961. Rosemarie Badaczewski e Kriemhild Meyer, all’epoca entrambe quindicenni, vennero immortalate mentre si tenevano per mano, separate da un muretto di cemento alto poche decine di centrimetri.
Di lì a qualche settimana, quel muro – che per 28 anni ha mantenuto separate la Germania federale dalla DDR, la Repubblica democratica tedesca – avrebbe raggiunto quasi 4 metri di altezza e oltre 150 km di lunghezza, divenendo il simbolo della Cortina di ferro.
Per il resto del mondo, invece, Rosemarie e Kriemhild sarebbero diventate “le ragazze del muro“: quella mattina di agosto, le due amiche, che da un giorno all’altro si ritrovarono rispettivamente a est e a ovest del muro di Berlino, si erano incontrate casualmente e – grazie a uno slancio di umanità della guardia di frontiera che avrebbe dovuto bloccarle – corsero a salutarsi per un’ultima volta.
Dal web
Lo stupro: il monologo di Franca Rame
Lo stupro
Il brano che ora reciterò è stato ricavato da una testimonianza apparsa sul “Quotidiano Donna”, testimonianza che vi riporto testualmente.
C’è una radio che suona… ma solo dopo un po’ la sento. Solo dopo un po’ mi rendo conto che c’è qualcuno che canta. Sì, è una radio. Musica leggera: cielo stelle cuore amore… amore…
Ho un ginocchio, uno solo, piantato nella schiena… come se chi mi sta dietro tenesse l’altro appoggiato per terra… con le mani tiene le mie, forte, girandomele all’incontrario. La sinistra in particolare.
Non so perché, mi ritrovo a pensare che forse è mancino. Non sto capendo niente di quello che mi sta capitando.
Ho lo sgomento addosso di chi sta per perdere il cervello, la voce… la parola. Prendo coscienza delle cose, con incredibile lentezza… Dio che confusione! Come sono salita su questo camioncino? Ho alzato le gambe io, una dopo l’altra dietro la loro spinta o mi hanno caricata loro, sollevandomi di peso?
Non lo so.
È il cuore, che mi sbatte così forte contro le costole, ad impedirmi di ragionare… è il male alla mano sinistra, che sta diventando davvero insopportabile. Perché me la storcono tanto? Io non tento nessun movimento. Sono come congelata.
Ora, quello che mi sta dietro non tiene più il suo ginocchio contro la mia schiena… s’è seduto comodo… e mi tiene tra le sue gambe… fortemente… dal di dietro… come si faceva anni fa, quando si toglievano le tonsille ai bambini.
L’immagine che mi viene in mente è quella. Perché mi stringono tanto? Io non mi muovo, non urlo, sono senza voce. Non capisco cosa mi stia capitando. La radio canta, neanche tanto forte. Perché la musica? Perché l’abbassano? Forse è perché non grido.
Oltre a quello che mi tiene, ce ne sono altri tre. Li guardo: non c’è molta luce… né gran spazio… forse è per questo che mi tengono semidistesa. Li sento calmi. Sicurissimi. Che fanno? Si stanno accendendo una sigaretta.
Fumano? Adesso? Perché mi tengono così e fumano?
Sta per succedere qualche cosa, lo sento… Respiro a fondo… due, tre volte. Non, non mi snebbio… Ho solo paura…
Ora uno mi si avvicina, un altro si accuccia alla mia destra, l’altro a sinistra. Vedo il rosso delle sigarette. Stanno aspirando profondamente.
Sono vicinissimi.
Sì, sta per succedere qualche cosa… lo sento.
Quello che mi tiene da dietro, tende tutti i muscoli… li sento intorno al mio corpo. Non ha aumentato la stretta, ha solo teso i muscoli, come ad essere pronto a tenermi più ferma. Il primo che si era mosso, mi si mette tra le gambe… in ginocchio… divaricandomele. È un movimento preciso, che pare concordato con quello che mi tiene da dietro, perché subito i suoi piedi si mettono sopra ai miei a bloccarmi.
Io ho su i pantaloni. Perché mi aprono le gambe con su i pantaloni? Mi sento peggio che se fossi nuda!
Da questa sensazione mi distrae un qualche cosa che subito non individuo… un calore, prima tenue e poi più forte, fino a diventare insopportabile, sul seno sinistro.
Una punta di bruciore. Le sigarette… sopra al golf fino ad arrivare alla pelle.
Mi scopro a pensare cosa dovrebbe fare una persona in queste condizioni. Io non riesco a fare niente, né a parlare né a piangere… Mi sento come proiettata fuori, affacciata a una finestra, costretta a guardare qualche cosa di orribile.
Quello accucciato alla mia destra accende le sigarette, fa due tiri e poi le passa a quello che mi sta tra le gambe. Si consumano presto.
Il puzzo della lana bruciata deve disturbare i quattro: con una lametta mi tagliano il golf, davanti, per il lungo… mi tagliano anche il reggiseno… mi tagliano anche la pelle in superficie. Nella perizia medica misureranno ventun centimetri. Quello che mi sta tra le gambe, in ginocchio, mi prende i seni a piene mani, le sento gelide sopra le bruciature…
Ora… mi aprono la cerniera dei pantaloni e tutti si dànno da fare per spogliarmi: una scarpa sola, una gamba sola.
Quello che mi tiene da dietro si sta eccitando, sento che si struscia contro la mia schiena.
Ora quello che mi sta tra le gambe mi entra dentro. Mi viene da vomitare.
Devo stare calma, calma.
“Muoviti, puttana. Fammi godere”. Io mi concentro sulle parole delle canzoni; il cuore mi si sta spaccando, non voglio uscire dalla confusione che ho. Non voglio capire. Non capisco nessuna parola… non conosco nessuna lingua. Altra sigaretta.
“Muoviti puttana fammi godere”.
Sono di pietra.
Ora è il turno del secondo… i suoi colpi sono ancora più decisi. Sento un gran male.
“Muoviti puttana fammi godere”.
La lametta che è servita per tagliarmi il golf mi passa più volte sulla faccia. Non sento se mi taglia o no.
“Muoviti, puttana. Fammi godere”.
Il sangue mi cola dalle guance alle orecchie.
È il turno del terzo. È orribile sentirti godere dentro, delle bestie schifose.
“Sto morendo, – riesco a dire, – sono ammalata di cuore”.
Ci credono, non ci credono, si litigano.
“Facciamola scendere. No… sì…” Vola un ceffone tra di loro. Mi schiacciano una sigaretta sul collo, qui, tanto da spegnerla. Ecco, lì, credo di essere finalmente svenuta.
Poi sento che mi muovono. Quello che mi teneva da dietro mi riveste con movimenti precisi. Mi riveste lui, io servo a poco. Si lamenta come un bambino perché è l’unico che non abbia fatto l’amore… pardon… l’unico, che non si sia aperto i pantaloni, ma sento la sua fretta, la sua paura. Non sa come metterla col golf tagliato, mi infila i due lembi nei pantaloni. Il camioncino si ferma per il tempo di farmi scendere… e se ne va.
Tengo con la mano destra la giacca chiusa sui seni scoperti. È quasi scuro. Dove sono? Al parco. Mi sento male… nel senso che mi sento svenire… non solo per il dolore fisico in tutto il corpo, ma per lo schifo… per l’umiliazione… per le mille sputate che ho ricevuto nel cervello… per lo sperma che mi sento uscire. Appoggio la testa a un albero… mi fanno male anche i capelli… me li tiravano per tenermi ferma la testa. Mi passo la mano sulla faccia… è sporca di sangue. Alzo il collo della giacca.
Cammino… cammino non so per quanto tempo. Senza accorgermi, mi trovo davanti alla Questura.
Appoggiata al muro del palazzo di fronte, la sto a guardare per un bel pezzo. Penso a quello che dovrei affrontare se entrassi ora… Sento le loro domande. Vedo le loro facce… i loro mezzi sorrisi… Penso e ci ripenso… Poi mi decido…
Torno a casa… torno a casa… Li denuncerò domani
Amor
Amor, ch’a nullo amato amar perdona…..
lui vendeva stoffe al mercato e aveva gli occhi di gatto,
ma io ero sposata con Mhamed , quarant’anni più di me,
Mhamed l’ho incontrato la prima volta il giorno del nostro matrimonio, ho pensato, almeno non ha i baffi. Mia cugina è stata più sfortunata il suo vecchio aveva pure la barba.
Mia madre l’hanno sposata a tredici anni ha fatto tredici figli.
Mia madre mi ha detto segui il tuo destino come una spiga al vento, e vedrai che la vita passa presto come in un soffio, ma lui aveva gli occhi di gatto e all’improvviso il vento si è fermato mentre il mio cuore si è svegliato e ha cominciato a battere forte.
Ci siamo innamorati dell’amore. Ogni giovedi al mercato di Tabriz su un letto di damaschi e sete preziose.
Tutte mi chiedono com’è morire sotto una pioggia di pietre…?
Il contrario esatto dell’amore, il cuore si ferma e diventa tutto buio.
Ma… quello che mi ha fatto male veramente è stato l’applauso finale di tutti gli uomini del paese, forse volevano pure il bis, ma io ero già sepolta…..
c’erano pure mio padre e mio fratello ad applaudire….
Tutte mi chiedono com’è morire sotto una pioggia di pietre…?
……conviene, i parenti risparmiano per la tomba…..
Anche sotto tutte le pietre del deserto di Garmsar nessuno potrà mai togliermi il mio amore dagli occhi di gatto…
Da Ferite a morte di Serena Dandini
Nebras
Che cosa hanno visto gli occhi di Nebras
Etiope, 18 anni, in fuga dalla fame. Venduta, stuprata e torturata per un anno in Libia. Prima dai trafficanti, poi dai soldati pagati dall’Italia.
Si chiama Nebras, ha 18 anni, ed è bella; esile, i movimenti eleganti.
Il padre possedeva delle terre, in Etiopia. La siccità e il contrasto con un gruppo rivale gliele strappano. Per un po’, Nebras lavora come domestica in alcune case vicine, ma «i pochi soldi andavano dalla mano alla bocca», quasi non ne vale la pena.
Un giorno la sua migliore amica, Chiatu, dice: «Andiamo in Europa a salvare noi e le nostre famiglie». Hanno sedici anni e nessun soldo. Ma sono insieme, e partono. Trovare i trafficanti è stato facile, tutti sanno come fare, il Viaggio è nel tuo dna se sei nato nel Corno d’Africa, è una possibilità tra le altre. Si accordano per una cifra, avrebbero pagato i trafficanti una volta giunte a Sabrata o a Tripoli. Non sapevano che stavano offrendosi come schiave. Come facevate a non saperlo?, chiedo. Scuote la testa. Nessuno parla del Viaggio. «Si parte per aiutare la famiglia. Come si potrebbe dire, una volta arrivati, che si è vivi per miracolo? Sarebbe far soffrire la famiglia, l’opposto del motivo per cui si parte».
Le caricano su una jeep, sono in cinquanta, il bagaglio rimane a terra. Viaggiano per giorni verso il Sudan e il deserto. Prima del confine si fermano. I trafficanti chiedono i soldi. Non li hanno. Nessun problema: vengono vendute. Duemila dollari l’una.
I nuovi trafficanti sono armati e indicano una direzione, in mezzo al nulla del deserto. Il gruppo comincia a camminare. Il confine si trova a dodici ore a piedi, non si può attraversare in auto, è pericoloso. Poi di nuovo su una jeep, arrivano vicino a Khartum. La prima prigione. Le rinchiudono in una stanza con altre trenta persone. I trafficanti stanno in una camera più piccola, lì di fianco. Ne sentono i rumori. Loro stanno per terra, hanno fame, e sete.
I trafficanti entrano quattro, cinque volte al giorno e chiedono soldi. Alcuni tra gli schiavi li hanno. Nebras e Chiatu no. Prendono un telefono e ordinano di chiamare a casa. Nebras ha un cugino in Arabia Saudita. Ricorda il numero a memoria.
Lui si nega. Da mangiare hanno un piatto al giorno in dieci. Da bere una bottiglia da mezzo litro d’acqua, in quindici: ognuno ha quella che sta in un tappino. A chi chiede di più viene pisciato in faccia. Riempiono bottigliette di urina e li costringono a ingoiare. Là dentro ci stanno tre mesi. Una notte i trafficanti prendono Nebras e la portano nella piccola stanza. Non sa esattamente quanti sono, non lo ricorda. La tengono chiusa tre giorni. La violentano. Nelle pause, lei batte i pugni contro le pareti, nessuno la sente. Piange. «È colpa mia», mi dice. «Ero troppo debole, non mangiavo. Fossi stata più forte, gli altri mi avrebbero sentita». Quando esce si accascia tra le braccia di Chiatu, l’amica, che piange due giorni stretta a lei. Dopo è la volta dell’amica. Quando torna, dopo tre giorni, sanguina in molti punti. Ora è Nebras a stringerla. Ma Chiatu non parla più.
Poi, una notte, di nuovo, arrivano. Le vendono ai libici. Cinquemila dollari l’una. In quei tre mesi il valore è aumentato. I trafficanti libici le caricano su un camion con altre 150 persone. Impiegano una settimana ad attraversare il Sahara. Da bere, acqua mista a olio di motore. Alcuni durante il viaggio muoiono di fame e stanchezza, vecchi e bambini. Le madri piangono.
Arrivati a Kufra rinchiudono tutti i sopravvissuti in una prigione sotterranea. Si entra da un buco di mezzo metro. Dentro non si sta in piedi. Acqua filtra dal soffitto. Non c’è bagno. Si defeca e si urina seduti, dentro le gonne e i pantaloni. Non c’è aria, si muore di puzza e di asfissia. I libici entrano e chiedono denaro. Quando aprono l’apertura è insieme sollievo e terrore. Di nuovo Nebras telefona al cugino. Niente. Da mangiare ricevono cibo avariato, i vermi sono vivi. Loro mangiano.
«Quando hai fame mangi tutto». Stanno accasciate a terra nei loro escrementi per altre quattro settimane, senza luce. Poi Chiatu smette di muoversi. Muore tra le braccia di Nebras. Nebras, di notte e di giorno la vede ancora al suo fianco, oggi che mi parla la sua amica è lì con noi. Dopo tre mesi, Nebras inizia a provare strani movimenti nell’addome. Ha il terrore di essere incinta. I trafficanti ogni giorno entrano, e torturano. Sciolgono plastica sugli arti. Arroventano tubi di metallo e li premono sulle schiene.
Un giorno prendono sette uomini e li trascinano fuori. Ne ammazzano cinque, scattano foto. Ributtano dentro gli altri due, che raccontino. Ai rimanenti mostrano le foto. Se devono violentare, violentano sottoterra, davanti a tutti. Così che si veda. E i soldi si procurino prima. Neanche pagare subito è buono. Se paghi subito ti mantengono lì. Sei animale da mungere. Poi, la vendono ancora. Ottomila dollari. Il debito cresce, l’ultimo trafficante accumulerà quello che non hanno preso gli altri.
Nebras viene trasportata a Bani Walid. Più vicina al mare, più vicina alla meta, non lontana da Misurata. Il viaggio dura giorni, sono in cinquanta. Chi guida è ubriaco, guida veloce dentro il deserto. La jeep si ribalta. Molti muoiono, tanti bambini. Nebras vede crani all’aria. Seppelliscono i morti dentro la sabbia.
Aspettano tre giorni che arrivino ad aggiustare la jeep. Lei si rifiuta, ma viene caricata sulla macchina bagnata del sangue dei sepolti. Di notte fa freddo, lei trema. I trafficanti se ne accorgono, la bagnano con acqua ghiacciata. Poi picchiano con bastoni sotto le piante dei piedi. A Bani Walid li chiudono di nuovo sotto terra. Nebras è incinta, ora lo sa. Le fanno chiamare per la terza volta il cugino. Lui accetta di pagare. Dopo due mesi la portano a Sabrata, sul mare. La fine è vicina, si dice.
In verità ciò che spera è di morire presto. Il bimbo che porta in grembo è il terrore calato nelle sue viscere. Aspetterà che maturi abbastanza da uscire da lei. Incinta di cinque mesi, viene venduta alla polizia libica. Crede di essere finalmente in mani amiche, ma i poliziotti sono peggio dei trafficanti. La rinchiudono in una stanza e la violentano. Anche se lei dice loro di essere incinta, mostra il ventre. Poi un poliziotto domanda «è un libico che ti ha fatto questo?», e indica la pancia.
Nebras fa sì con la testa e chiede «perché non avete avuto pietà?». Così il poliziotto impara che lei parla l’arabo. La usa come mediatrice con gli etiopi. Nebras sta male. Alcuni prigionieri organizzano un piano per scappare, sente che ne parlano continuamente. Dopo tre settimane scappano. La portano con loro perché è incinta. A Sabrata l’accompagnano all’ospedale.
Partorisce al settimo mese, il neonato sta male. Il giorno in cui le fanno vedere il bambino, Nebras decide di uccidersi. Si taglia le vene dei polsi, ma le infermiere la salvano. Nebras, sdraiata in una stanza di ospedale, si chiede «è reale ciò che mi è successo? Volevo solo andare via dall’Etiopia». Le infermiere le dicono che forse può tornare a casa. Ma tutto vuole, Nebras, tranne quello: se suo padre sa del bambino l’ammazza per disonore. Nebras non può parlarne con nessuno. Il personale Unhcr la trova in ospedale e la trasporta in Niger assieme al figlio. Lei gli dà il nome di Bilal.
Nella Casa de passage, quando la incontro, le sue compagne credono che il figlio sia di un uomo che Nebras ama. Un uomo che l’aspetta in Europa. Questo fa credere a tutte, Nebras. Nebras non ha mai più parlato con la sua famiglia.
Che Bilal è figlio del trafficante libico lo sappiamo io e la psicologa. Adesso lo sai anche tu che hai letto la sua storia.
Nebras, torturata per più di un anno in Libia per essere fuggita dalla fame nel suo paese.
GIUSEPPE CATOZZELLA
Su L’Espresso del 28.10.2018
The Braves one
Vorrei parlarvi delle Akashinga che in lingua bantu significa “le coraggiose”.
Chi sono? Sono una task force tutta al femminile che difende gli animali in via d’estinzione dai cacciatori di frodo. Siamo nel basso Zambesi, Zimbawe, Africa Sud-orientale.
Le Akashinga sono donne armate che si addestrano e si allenano duramente sfidando gli stereotipi maschili e la tradizione. Si prendono una rivincita sulla vita, si riprendono la vita e ciò che spetta loro di diritto: un futuro. Difendono la terra e gli animali per tutti noi, non solo per il proprio territorio.
Queste donne sono legate da difficili e dolorose storie che si portano a tracolla insieme al loro AK-47, donne relegate ai margini della vita sociale. Alcune orfane, altre vedove, ragazze madri o ripudiate dai mariti, mendicanti e prostitute costrette per sopravvivere a vendere il proprio corpo. Kelly Lyee Chigumbura aveva 17 anni quando è stata violentata vicino alla casa della sua famiglia nella valle dello Zimbabwe. Dopo aver realizzato che era incinta del figlio del suo stupratore, Chigumbura abbandonò la scuola e mise da parte il suo sogno di diventare infermiera. “I miei obiettivi erano andati in frantumi”, dice. “Era come se non potessi fare più nulla con la mia vita.” Donne ai margini. Donne forti, piene di risorse, in attesa di un’occasione di riscatto. Che è arrivata quando Marcus Mader, un ex soldato dei corpi speciali australiani impegnato da anni nella lotta al bracconaggio, ha pensato: perché non ingaggiare queste donne, fiere, capaci e motivate nella lotta contro i cacciatori di frodo? In fondo la guerra in Iraq, dove Mader ha lavorato come contractor, gli ha insegnato chiaramente e con suo grande stupore, che le donne hanno un tasso di successo molto più alto nel contrastare la resistenza.
Già in Sudafrica si era tentato un esperimento simile nel 2013 con la Black Mamba Anti-Poaching Unit, reclutando donne per difendere rinoceronti, ghepardi e licaoni.
Ma questo progetto avviato nella Phundundu Wildlife Area nell’ecosistema Zambesi inferiore, non ha solo l’obiettivo di salvaguardare gli animali. È innovativo perché pensato per dare alle donne una vita nuova, renderle meno vulnerabili e discriminate. È una vera e propria azione di empowerment femminile. E ci sta riuscendo.
Quando si sono aperte le iscrizioni la risposta è stata impressionate. Sono arrivate in tantissime. Ora il plotone è composto da 26 donne, tutte altamente addestrate all’uso delle armi, al combattimento corpo a corpo, alle esercitazioni di guerriglia. Donne che studiano l’arte dell’imboscata e al tempo stesso le abitudini della fauna e i segreti della terra. Riconoscono le impronte, leggono i segni sugli alberi e seguono le tracce di uomini e animali. Le Akashinga padroneggiano le tecniche di pattugliamento e di mimetismo. Sanno prestare pronto soccorso in caso di attacco e sanno come perquisire, arrestare e preservare la scena di un crimine.
Quando il progetto è partito la diffidenza, soprattutto maschile, è stata enorme. C’era molta resistenza, sia perché la task force era di donne ma anche perché… di quali donne stiamo parlando? Di donne sfruttate ed emarginate dalla società. Quelle rifiutate, derise e minacciate. Donne abbandonate al loro destino.
Dirigendosi verso i campi di allenamento venivano molestate dagli uomini ubriachi che urlavano: “Questo lavoro non fa per te. Non lo è mai stato. Torna a casa tua! “
Ma le donne sono coraggiose, siamo tutteAkashingaben prima di essere dei Ranger. Non avendo mai ricevuto una forma di reddito sicura, avevano ormai affrontato miriadi di avversità e vissuto in condizioni di povertà estrema all’interno delle zone rurali emarginate dello Zimbabwe. Ogni giorno della loro vita. Sfidando il ridicolo e lo stereotipo non avrebbero mai perso quest’opportunità. E non si sono arrese. Finché sono tornate tutte a casa in divisa da Ranger.
Kumire è una madre single di 32 anni il cui marito è fuggito con una donna più giovane mentre era incinta del suo secondo figlio. “Questo lavoro non è pensato solo per gli uomini”, dice, “ma per tutti quelli che sono in forma e forze”. Per questo si allenano duramente tutto il giorno, con prove massacranti, sfinenti, al limite delle loro capacità: come trasportare una tenda da 90 chili in cima a una montagna con le gambe legate. Per 36 che provano, in 3 sole ce la fanno. Oggi, dopo un duro lavoro e uno forza incredibile, Vimbai, Tracey, Primerose vestite in mimetica e col fucile d’assalto a tracolla, si aggirano per la boscaglia. La perlustrano, la custodiscono, la proteggono. Sia la terra che gli animali. Sono vere professioniste, capaci, serie, oneste. Praticano imboscate al mattino immerse nel verde sottobosco come un’ombra screziata. Al collo un AR-15 maneggevole nel combattimento ravvicinato, un’ arma è abbastanza precisa da abbattere un bersaglio nemico a 500 metri.
La prima unità africana anti-bracconaggio armata di tutte le donne sta cambiando il modo di vivere di tutto il territorio. Il parco era diventato una specie di area libera da chi voleva appendersi un trofeo sopra al caminetto. Adesso gli animali sono al sicuro e le coraggiose Akashinga arrestano i bracconieri senza sparare un singolo colpo. In un anno ne hanno arrestati 80.
Ramrod dritta e orgogliosa, sorride mostrando la vivida cicatrice che le attraversa il labbro superiore, quello che il suo ex ragazzo le ha rotto picchiandola rabbiosamente quando era ubriaco. “Posso testimoniare il potere di questo programma di cambiare la mia vita. Ora ho il rispetto della mia comunità, anche da giovane madre single” spiega. Le donne sono meno corruttibili degli uomini, è un dato di fatto ormai constatato, lavorano di più, si ubriacano meno e soprattutto sono fiere di ciò che fanno. Per loro non è solo un lavoro. Apprezzano essere Akashingaperché hanno la possibilità di una vita migliore, anzi, di una vita.
I loro compiti sono di lavorare per fermare il crimine illegale: pattugliano all’interno e attorno alla riserva, interagiscono con la comunità, si mettono in contatto con le autorità locali, conducono una formazione regolare e mantengono un’alta etica di conservazione.
Da quando le Akashinga operano sul territorio il bracconaggio è crollato e tutte queste donne hanno conquistato l’indipendenza economica.
Ma volete sapere una cosa incredibile? Da quando queste donne proteggono la terra e perlustrano guardinghe il territorio, tutti si sono accorti di una cosa straordinaria: gli animali, in particolare gli elefanti e i bufali, sono meno aggressivi e attacchi e incidenti con la popolazione sono di gran lunga diminuiti. I contingenti femminili inducono meno aggressività negli animali.
auguriamo che l’obiettivo che punta a reclutare 1000 donne, proteggendo una rete di 20 ex riserve di caccia entro il 2025 sia raggiunto.Lo Zimbabwe ospita la seconda popolazione di elefanti del mondo e la Lower Zambezi Valley è una delle quattro roccaforti del paese.
“Un crescente numero di prove suggerisce che potenziare le donne è la più grande forza per un cambiamento positivo nel mondo di oggi”
Il progetto Akashinga è un investimento per le donne e le loro famiglie, per lo sviluppo di comunità rurali, le aree limitrofe e selvagge. Dando autonomia alle donne, si porta localmente a una riduzione della povertà, si migliora l’assistenza sanitaria, si sviluppano nuove competenze, si consente ai bambini di andare a scuola, diminuisce lo stupro e la violenza sessuale e c’è un considerevole aumento dell’aspettativa di vita grazie alla riduzione delle malattie e una pianificazione familiare strutturata.
Le Akashinga potenziano e ispirano. Combattenti incaricate del loro destino fisico e finanziario, queste donne contribuiscono a cambiare e migliorare il mondo.
Una storia che dà speranza e fiducia nel futuro.
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