Amy Johnson
Amy Johnson, di cui oggi ricorre l’anniversario della misteriosa morte, negli anni Trenta era una delle persone più famose del mondo, ma la sua morte, avvenuta nel 1941, fu oscurata dalle vicende belliche. Amy era una ragazza-pilota, inglese, che era diventata celebre per avere per prima condotto un aereo in solitaria dall’Inghilterra all’Australia nel corso di un viaggio avventuroso, costellato da numerosi imprevisti. Era diventata un’eroina, nella sua patria e in tutto il Commonwealth, e allo scoppio della guerra non esitò ad arruolarsi nell’Air Transport Auxiliary, l’organizzazione che supportava lo sforzo bellico del Regno Unito con trasporti di materiali. Era nata nello Yorkshire nel 1903 da una famiglia benestante. Laureatasi in Economia, trovò lavoro presso uno studio legale di Londra nel 1928. Frattanto si era sempre più interessata al volo e tramite il London Aeroplane Club riuscìa conseguire privatamente il brevetto di volo e quello di ingegnere di terra. Era il 1929. Licenziatasi dal lavoro, riuscì a comprare grazie al padre e a un mecenate, il suo primo aereo usato, un de Havilland DH60 Moth, col quale effettuò il suo primo volo transoceanico in solitaria verso l’Australia. Il ministero dell’Aviazione e imprenditori privati le fornirono il supporto necessario per l’impresa. Così, il 5 maggio 1930 l’ardimentosa giovane (aveva 27 anni) partì da Londra in direzione del Medio oriente, dove tra tempeste di sabbia, atterraggi di fortuna, perdite di rotta, riuscì ad arrivare a Baghdad, accolta e supportata dalla Royal Air Force ivi di stanza, e poi a Bandar Abbas e Karachi, in Pakistan. Dopo Yangoon, Bangkok, Singapore e numerosi incidenti di vario genere, la Johnson arrivò a Giava, dove riparò le ali dell’areo con dei cerotti e infine a Timor, ultima tappa prima del “salto” in Australia. Le avversità e il coraggio della giovane inglese avevano attirato l’attenzione della stampa britannica e lo stesso Daily Mail pubblicò un’esclusiva sull’avventura. Italo Balbodoveva ancora effettuare la grande Crociera del Decennale, che sarebbe avvenuta nel 1933, per cui l’argomento attirava l’interesse dei media internazionali, anche perché il protagonista era una giovane donna. Il 24 maggio pomeriggio Amy Johnson, distrutta, atterrò a Darwin, accolta con grandissimo entusiasmo. Congratulazioni arrivarono dallo stesso Giorgio V e da Charles Lindbergh, oltre che da numerose personalità internazionali. Quando tornò a Londra, nello stesso aeroporto da cui era partita, la Johnson fu accolta da oltre un milione di persone.
Avvolta nel mistero la morte di Amy Johnson
Nel 1932 si sposò con il pilota scozzese Jim Mollison e negli anni Trenta effettuò molte altre trasvolate, sia in solitaria sia con il marito. Ricevette molti premi e riconoscimenti ma anche delusioni: nel 1938 divorziò e si ritirò a vita privata. Fino allo scoppio della guerra, come si è detto. Oltre a merci per il fronte, la Johnson portava anche aerei nuovi dalle fabbriche alla loro destinazione. E il 5 gennaio 1941 l’incidente fatale: su un aereo addestratore Airspeed Oxford la Johnson volava da Blacpool a Kidlington, ma verosimlmente si perse, anche perché il tempo era freddo e nebbioso. Dopo quattro ore dalla sua partenza, mentre il volo sarebbe dovuto durare poco più di un’ora, il suo velivolo venne visto sull’estuario del Tamigi, lontanissimo da dove avrebbe dovuto essere. Amy fu vista buttarsi con il paracadute vicino a un’imbarcazione, la Hms Haslemere; i marinai le gettarono delle cime, ma Amy non riuscì ad afferrarle; lo stesso comandante della nave si gettò eroicamente per recuperarla ma non la raggiunse. Ripescato dall’equipaggio, morì poco dopo per ipotermia. Come detto, il corpo di Amy Johnson non fu mai più ritrovato. Le ipotesi sono che o fu inghiottito dalle acque gelide o che addirittura fu dilaniato dalle eliche della nave che intanto era tornata indietro per recuperarla. Nel 1999 un ex pilota Raf sostenne di aver abbattuto l’aereo scambiandolo per un nemico, mentre altri hanno ipotizzato che la Johnson portasse qualcuno a bordo e che fosse implicata in un’operazione sotto copertura. Qualcun altro, infine, pensa che sia stata tutta una messainscena della stessa Johnson, come si disse già per l’americana Amelia Earhart. Ma non si saprà mai, rimane uno dei grandi misteri dell’aviazione del secolo scorso, alla cui risoluzione certo la guerra non ha contribuito. Oggi ad Amy Johnson sono intiolate vie e parchi in Inghilterra e Australia, un aereo di linea porta il suo nome, ha a lei dedicata una statua di fronte al luogo dove morì, e il regista inglese Herbert Wilcox girò un film sulla loro storia, They flew alone. Il suo aereo è esposto al Museo delle Scienze di Londra.
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Così fan tutte
Da Elena di Troia a Novella 2000, dalle poesie di Catullo alla commedia sexy degli anni ’70: un viaggio tra arte, letteratura e cultura pop per raccontare oltre duemila anni di infedeltà al femminile.
L’idea è venuta a Gleeden, il più importante sito per gli incontri extraconiugali d’Europa con oltre 5 milioni e mezzo di iscritti, che, in occasione del suo decimo anniversario, ha realizzato la mostra Così fan tutte. L’infedeltà femminile dall’antichità a oggi, curata da Vittorio Sgarbicon la consulenza della storica dell’arte ed ex conservatrice del Musée d’Orsay Beatrice Avanzi.
La mostra, che sarà inaugurata martedì 24 settembre a Milano proprio con una lectio magistralis di Vittorio Sgarbi, vuole raccontare come l’infedeltà coniugale, in particolare quella femminile, faccia parte del tessuto storico della società occidentale sin dall’alba dei tempi e come ne abbia plasmato storia, costumi e cultura. Attraverso installazioni, video e fotografie la mostra condurrà i visitatori in un vero e proprio viaggio interattivo dentro un tema controverso ma che da sempre ha ispirato poeti, scrittori e artisti di ogni epoca.
«L’infedeltà femminile è uno dei grandi motori dell’arte e della letteratura, spiega Vittorio Sgarbi, l’Iliade, il più grande poema dell’antichità inizia con una storia di corna; la Bibbia stessa, da Adamo ed Eva in avanti è una sequenza di infedeltà tra uomini e donne e tra gli uomini e Dio. Le pagine che tutti ricordiamo della Divina Commedia sono quelle in cui Dante incontra Paolo e Francesca. L’erotismo è alla base di alcuni dei quadri più famosi della storia dell’arte… Insomma, l’infedeltà muove il mondo, l’infedeltà è da sempre l’elemento costitutivo degli uomini e delle donne, in egual misura».
La mostra realizzata da Gleeden, si sviluppa attraverso un percorso cronologico che non trascura le figure delle grandi regine e nobildonne infedeli della storia (da Lucrezia Borgia a Maria Antonietta a Caterina II di Russia), le opere nate nel secolo dei libertini e le eroine romantiche di Flaubert e Tolstoj.
Ampio spazio è dedicato alla cultura pop, con un omaggio a Sergio Martino, regista di alcune delle più famose commedie sexy all’italiana (due titoli su tutti: Giovannona coscialunga disonorata con onore e La moglie in vacanza, l’amante in città, entrambi con Edvige Fenech) e un’area dedicata all’infedeltà attraverso la lente dei settimanali gossip curata da Roberto Alessi, direttore di Novella 2000 e autorità indiscussa nel campo delle corna VIP.
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Una femminista di successo: Sheryl Sandberg
Nata in una famiglia ebrea originaria di Washington, Sandberg frequenta l’Harvard College, dove nel 1991 consegue un bachelor in economia aiutata dall’allora docente Lawrence Summers, con cui idea la tesi intitolata Conseguenze delle disuguaglianze economiche abusi familiari . Da lì comincia una collaborazione che continua negli anni: Sandberg segue il professor Summers alla Banca Mondiale e poi alla Casa Bianca come suo capo dello staff quando il Presidente Clinton lo nomina Segretario al Tesoro. Nel frattempo Sandberg ottiene un MBA dalla Harvard Business School[3] e lavora come consulente per McKinsey & Company.
Successivamente, quando i democratici devono lasciare la Casa Bianca, Sandberg è assunta da Google, a quel tempo una società semi-sconosciuta. La donna riesce a convincere il provider America Online a trasformare Google nel suo motore di ricerca e crea il sistema AdSense. Ciononostante la Sandberg non raggiunge posizioni elevate all’interno della società, diventando solo vicepresidente per le vendite globali online[4].
Nel 2007, durante un party natalizio, Sheryl Sandberg conosce Mark Zuckerberg, cofondatore e amministratore delegato di Facebook; lui stesso racconterà di aver intuito subito che la donna era la persona che cercava. Così le offre di unirsi al suo team. Ciò porta ad una contesa fra Google e Facebook, ma Sandberg preferisce l’offerta di Zuckerberg e abbandona la società di Mountain View. Sandberg dunque diventa un elemento indispensabile dello staff di Facebook ma viene criticata duramente da Google per aver assunto molti dei suoi ex colleghi, “strappandoli” dalla sua vecchia azienda, e per aver sfruttato la loro conoscenza di Google al fine di fortificare Facebook
Oltre all’impegno con il social network, Sandberg fa parte anche di alcuni consigli di amministrazione molto noti, fra cui quello di Starbucks e della Walt Disney Company. Sandberg è stata ripetutamente inclusa nelle liste delle persone più influenti al mondo, come quelle stilate dalle riviste Fortune e Forbes. Sheryl Sandberg è impegnata sul fronte della parità di genere e della valorizzazione delle donne sul lavoro. È autrice del libro Facciamoci avanti – Le donne, il lavoro e la voglia di riuscire (titolo originale Lean in), pubblicato nel 2013, in cui analizza le cause per cui le donne faticano ad affermarsi nel mondo del lavoro e suggerisce come rimuovere questi ostacoli. Nel 2010 ha partecipato a TED Talks con un intervento intitolato Sul perché le donne leader sono troppo poche. Fa inoltre parte del CdA dell’organizzazione One Billion Rising.
Dal Web
Una Donna…
“Una donna è inevitabilmente
la storia del suo ventre,
dei semi che vi si fecondarono,
o che non furono fecondati,
o che smisero di esserlo,
e del momento irripetibile
in cui si trasforma in una dea.
Una donna è la storia di piccolezze,
banalità, incombenze quotidiane,
è la somma del non detto.
Una donna è sempre
la storia di molti uomini.
Una donna è la storia del suo paese,
della sua gente.
Ed è la storia delle sue radici
e della sua origine,
di tutte le donne che
furono nutrite da altre
che le precedettero affinché
lei potesse nascere:
una donna è la storia del suo sangue”
Marcella Serrano
Rosalind Elsie Franklin: un’eroina mancata
La vita di Rosalind Elsie Franklin è stata breve, ma il contributo che questa donna dal carattere non proprio facile, forte e ostinata, ha dato alla scienza è stato fondamentale. Il suo lavoro è stato importantissimo per la comprensione del DNA e della sua struttura, ma purtroppo le sue ricerche pionieristiche non furono capite al suo tempo, e dovette continuamente lottare contro le ostilità di un mondo scientifico ancora troppo “maschile”. Solo dopo la morte ha ricevuto molti riconoscimenti da grandi istituzioni scientifiche e si è arrivati alla conclusione che è stata proprio la Franklin l’effettiva scopritrice della morfologia a elica del DNA. Rosalind Elsie Franklin nacque a Londra in una ricca famiglia borghese. A sedici anni aveva già in mente quale sarebbe stato il suo destino: fare la scienziata. Si iscrisse al Newnham College di Cambridge, contro il volere del padre che avrebbe dovuto che la figlia si dedicasse a opere di beneficenza, un’attività più adatta a una donna. Dopo la laurea e il dottorato, si trasferì a Parigi, dove si specializzò nella diffrazione a raggi X e visse uno dei periodi più felici della sua vita: qui infatti entrò in grande sintonia con i colleghi, in particolare con l’italiano Vittorio Luzzati, cristallografo esperto di raggi X. All’inizio degli Anni 50 però decise di ritornare a Londra, dove iniziò a lavorare come ricercatrice associata al King’s College. Qui le cose non andarono come Rosalind sperava, soprattutto a causa del rapporto difficile con il collega Maurice Wilkins che, come lei, studiava la struttura del DNA. Wilkins era infatti un principiante nell’uso delle tecniche di diffrazione a raggi X, e pretendeva che lei, cristallografa esperta, condividesse con lui i propri risultati. Fu un disastro: Rosalind era infatti una donna determinata e gli anni parigini avevano contribuito a renderla ancora più libera e e sicura di sé: adesso si trovava costretta a lavorare in un ambiente bigotto e maschilista e non accettava di dover condividere con i suoi colleghi maschi i risultati delle sue scoperte. I suoi studi le permisero comunque di mettere a punto una tecnica innovativa che utilizzava i raggi X per fotografare i costituenti di tutti i materiali viventi e non viventi, attraverso una microcamera capace di produrre fotografie ad alta definizione dei singoli filamenti di DNA. Ottenne immagini bellissime, tra cui la famosa “Photograph 51”.
Si scoprì così che il DNA, composto di due forme, la forma A e la forma B, e che quest’ultima aveva una forma a spirale. La scienziata però fu vittima di un furto da parte dei suoi colleghi maschi, James Watson e Francis Crick, che si impossessarono dei dati delle sue immagini realizzate con i raggi X, formulando il celebre modello a doppia elica. Alla fine, sarà proprio Wilkins ad attribuirsi i meriti di una grande scoperta. “Le sue foto a raggi X sono tra le più belle finora ottenute di qualsiasi sostanza” scrisse di lei un suo collega. Ciononostante, la frustrazione di Rosalind la portò a lasciare quel laboratorio per trasferirsi al Birkbeck College, dove trascorse anni migliori grazie alla presenza di colleghi che avevano di lei una grande stima. Al King’s College era infatti soprannominata la “dark lady” che “all’età di 31 anni vestiva con la fantasia di un’occhialuta liceale”. E ancora, la “terribile e bisbetica Rosy”: una donna dall’aspetto poco attraente, che trattava gli uomini come ragazzini, molto gelosa del suo lavoro.
Al laboratorio in più di un’occasione dichiararono che non vedevano l’ora di liberarsene perché il posto migliore per una femminista era nel laboratorio di qualcun altro. Rosalind con gli anni era diventata riservata e diffidente, ma la sua passione per la scienza era sempre più viva. Cominciò a studiare l’RNA e i virus, a viaggiare e a farsi conoscere il più possibile attraverso conferenze e incontri. La sua carriera, in costante ascesa, fu però improvvisamente arrestata da una grave malattia: le fu diagnosticato un cancro all’ovaio, all’età di soli 36 anni. Si trattava di un male che non lasciava speranze, ma la scienziata continuò a lavorare anche durante gli anni della malattia, preparando campioni, trasformandoli in cristalli per la macchina fotografica a raggi X e registrando tutto nei suoi quaderni. Fino al giorno della sua morte, a 37 anni. Dopo la sua scomparsa, nel 1962, i due scienziati che l’avevano “derubata” della sua scoperta, Crick e Wilkins, ricevettero il Premio Nobel. Senza ovviamente, fare alcun riferimento al prezioso lavoro svolto da Rosalind Franklin. Il suo mito era però già nato: la scienziata è diventata infatti un’icona per tutte le donne, una “scienziata capace di rendere bella qualunque cosa toccasse”. È stata definita un’eroina mancata, ma ci piace pensare a lei semplicemente come una scienziata che ha fatto il suo lavoro. Prima e meglio dei suoi colleghi maschi.
Mammella era prena
Quann’io nascette ninno ‘a cuorpo a mamma,
a Napule nascette muorto ‘e famma.
E muorto ‘e famma nun appena nato,
mammella mia dicette:”E’ nato un’altro sventurato”.
E arravugliato rint’a ‘na mappina me ‘nfasciaje,
e dint’a nu spurtone ‘sta nuvena me cantaie:
Nuvena, nuvena, mammella era prena
appriesso a ‘nu figlio già n’ato ne vene.
Facette ‘o primmo e nascette cecato
mò cerc”a lemmosena pe”mmiez”e strate.
Facette ‘o sicondo chiammato Pascale,
ca sta carcerato a Puceriale,
e aroppo ‘o cchiù bello ‘o chiammaie Gennaro,
c”abbascio ‘a Duchesca mò fa ‘o ricuttaro.
E mò pe’ cumpleto, sgravannose ‘e chisto,
ha fatto un’altro povero Cristo.
Chiagnenno appena nato int’a ‘stu lietto,
cercaie da mammélla ‘a zizza ‘mpietto.
Ma zuca che te zuca ‘stu nennillo che te pesca?
Da chella zizza ‘o latte era comma ll’acqua fresca!
Cchiù zuca ca te zuca e chillu pietto cchiù s’arrogna,
zucanno me ‘mparaie a sunare la zampogna…
Nuvena, nuvena, Natale mò vene
ma cu ‘sta nuvena cchiù famme me vene,
verenn”o magna’ pe’ chi tene ‘e quattrine,
verennolo sulo adderet”e vvetrine,
e allora me cocco cu tutt”e calzine
e ‘a notte me sonno ca nasce un bambino
che nasce ‘e rimpetto a ‘na bella cantina,
cu addore ‘e suffritto, cu tre litr”e vino,
n’appesa ‘e sacicce, nu bellu capone,
anguille ammescate cu lu capitone,
castagne r”o prevete, noce e nucelle,
‘nzalata ‘e rinforzo cu lu susamiello…
Ma senza renare,
‘a nott”e Natale,
me fummo ‘na pippa
e me vaco a cuccà…
Peppe Barra
Omaggio alle donne attraverso foto
La mostra fotografica di Emanuela Caso, è un omaggio alle donne, ai loro diritti mai ampiamente conquistati, alle speranze, alle sofferenze e alle intime gioie che trapelano dai loro sguardi.
Un reportage condotto attraverso diversi Paesi del mondo per raccontare l’universo femminile da Occidente a Oriente: paesi disagiati, dimenticati, senza tempo e pieni di storia, infinitamente poveri e dove la miseria è visibile non solo agli occhi ma la si respira in ogni angolo di strada; ma anche regioni ricche dove è ancora più netto il contrasto tra l’opulenza ostentata di pochi e i mille rivoli dei quartieri ghettizzati.
Emanuela Caso coglie nei suoi scatti lo sguardo delle donne: occhi grandi pieni di dignità nonostante l’indigenza.
L’esposizione “Women” sarà ospitata alla Casa della Memoria e della Storia a Roma dal 20 giugno al 4 settembre 2019.
Isabella Goodwin
É Lei la prima detective della storia!
Nella NewYork di inizio ‘900 contribuì alla soluzione di 500casi e contemporaneamente allevò 4 figli, ma solo nel 1912 le si riconobbe ufficialmente il ruolo di investigatore privato.
Sposò in seconde nozze un attore e cantante più giovane di lei di 32 anni
“GLI INIZI COME GUARDIA CARCERARIA
Isabella Loghry nacque nel 1865 nel Greenwich Village, che all’epoca non era certo il quartiere alla moda che è oggi. Figlia del proprietario di una locanda in Canal Street, da bambina sognava di diventare una cantante d’opera. La sua vita si rivelò decisamente più ordinaria: a 19 anni era già sposata con l’agente di polizia John W. Goodwin, che la lasciò vedova a soli 30 anni, con quattro figli da mantenere (altri due erano morti poco dopo la nascita). Isabelle a quel punto si rimboccò le maniche, superò un esame e fu assunta come guardia carceraria, con il compito specifico di sorvegliare donne e bambini detenuti nelle prigioni della città. I guadagni erano miseri, appena mille dollari l’anno, il riposo una chimera, visto che poteva rimanere a casa appena un giorno al mese.
IL LAVORO SOTTO COPERTURA
Isabella Goodwin tenne duro per diversi anni. Poi nel 1912 la grande occasione: a New York ci fu una grande rapina in banca, che ebbe risonanza nazionale non solo a causa del bottino da 25 mila dollari, ma anche perché la polizia brancolava nel buio senza riuscire a trovare gli autori. A un certo punto, a Isabelle fu chiesto di lavorare sotto di copertura come donna delle pulizie in un albergo piuttosto squallido, ma frequentato dal gangster Eddie Kinsman, che lo utilizzava per incontrare la sua amante Swede Annie.
LA PROMOZIONE A DETECTIVE
Kinsman era tra i principali sospettati per la rapina e la polizia, grazie alle informazioni ottenute da Isabelle Goodwin mentre lavorava nella pensione, riuscì ad avere abbastanza prove per arrestarlo. La ‘finta’ donna delle pulizie smise di essere una guardia carceraria a fu promossa detective, con il grado di tenente. Diventò una celebrità: «Ci sono tanti uomini detective alti 1,80 m e con una pistola nella fondina, che per 3.300 dollari all’anno fanno un lavoro molto meno prezioso di quello della signora Goodwin, una donna piccola e rapida, con un cervello veloce come il suo corpo», scrisse il New York Herald nel 1921: discriminata per il suo genere, Isabella a quella cifra non arrivò mai. Si consolò sposandosi con un uomo più giovane di lei di ben 30 anni, senza prendere questa volta il suo cognome, scelta inusuale per l’epoca.
IL RESTO DELLA CARRIERA
Nel corso degli anni continuò a lavorare sotto copertura, specializzandosi nello smascheramento di indovini e imbroglioni di ogni genere. Contribuì alla nascita del Women’s Bureau, che gestiva casi legati a prostitute, mendicanti, scappate di casa e vittime di violenza domestica, mentre nel 1924 fu tra le protagoniste di un’importante indagine su pratiche mediche fraudolente. Si ritirò in quello stesso anno. Isabella Goodwin, ormai diventata un simbolo del New York City Police Department e dell’emancipazione femminile, morì il 26 ottobre 1943.”
Da Lettera Donna
Codice Rosso
Il giudice deve ascoltare la vittima entro 72 ore dalla denuncia, c’è poi la reclusione da 3 a 7 anni per i maltrattamenti contro familiari o conviventi e la pena può essere aumentata del 59% nei casi più gravi.
Per la violenza sessuale c’è il carcere da 6 a 12 anni.
Quando le vittime sono minori la pena massima é di 24 anni .
Gli stalker rischiano fino a 6 anni e 6 mesi, chi sfregia il volto con l’acido da 8 a 14 anni o l’ergastolo nel caso che la vittima muoia.
Chi impone nozze forzate riceve fino a 6 anni, la condanna é da 1 a 6 anni per le porno vendette online.
Endometriosi: a che etá?
” Un dato ormai superato, che però purtroppo persiste ancora, riguarda l’età d’ insorgenza della malattia: la si ritiene ancora legata principalmente all’ età adulta, quando in realtà l’adolescenza é già un’età critica.
Ben il 21% delle donne intervistate in questo studio ha presentato sintomi prima dei 15 anni ed il 38% prima dei 20 anni.”
Da “io che porto la giubba…” A cura di Eva Gerace e Rosario Idotta