Quelle come me
Quelle come me regalano sogni, anche a costo di rimanerne prive. Quelle come me donano l’anima, perché un’anima da sola è come una goccia d’acqua nel deserto. Quelle come me tendono la mano ed aiutano a rialzarsi, pur correndo il rischio di cadere a loro volta. Quelle come me guardano avanti, anche se il cuore rimane sempre qualche passo indietro. Quelle come me cercano un senso all’esistere e, quando lo trovano, tentano d’insegnarlo a chi sta solo sopravvivendo. Quelle come me quando amano, amano per sempre. e quando smettono d’amare è solo perché piccoli frammenti di essere giacciono inermi nelle mani della vita. Quelle come me inseguono un sogno quello di essere amate per ciò che sono e non per ciò che si vorrebbe fossero. Quelle come me girano il mondo alla ricerca di quei valori che, ormai, sono caduti nel dimenticatoio dell’anima. Quelle come me vorrebbero cambiare, ma il farlo comporterebbe nascere di nuovo. Quelle come me urlano in silenzio, perché la loro voce non si confonda con le lacrime. Quelle come me sono quelle cui tu riesci sempre a spezzare il cuore, perché sai che ti lasceranno andare, senza chiederti nulla. Quelle come me amano troppo, pur sapendo che, in cambio, non riceveranno altro che briciole. Quelle come me si cibano di quel poco e su di esso, purtroppo, fondano la loro esistenza. Quelle come me passano inosservate, ma sono le uniche che ti ameranno davvero. Quelle come me sono quelle che, nell’autunno della tua vita, rimpiangerai per tutto ciò che avrebbero potuto darti e che tu non hai voluto…
Alda Merini
I pregiudizi sull’ Endometriosi
I pregiudizi e i tabù che aleggiano nell’aria non aiutano di certo. Pensiamo all’ innominabilità della parola “mestruazione”. Ancor oggi molte donne dicono ” ho le mie cose!” invece di dire “ho le mestruazioni”.
(…) il 58% delle donne intervistate riteneva che i propri sintomi fossero normali.
Ma forti dolori mestruali non sono normali.
(…) Ancora troppe volte si sentono frasi del tipo:” Il dolore mestruale fa parte dell’essere donna! Bisogna sopportare! Tutte hanno gli stessi problemi! Con la prima gravidanza vedrai che tutto si risolverà!”.
Ma questo non é vero!!!
Da “io che porto la giubba…” A cura di Eva Gerace e Rosario Idotta
Dipinto di Anna Maria Piccioni
Endometriosi…se si chiedesse a una donna
Se si chiedesse a un medico risponderebbe:” É una malattia in cui tessuto simile all’ endometrio viene a trovarsi in sedi anomale”
Se si chiedesse ad una donna racconterebbe i suoi dolori, i suoi stati d’animo, le sue paure, le sue riflessioni, sul tentativo di dare un senso a ciò che sta vivendo.
Un’ associata dell’ Associazione Italiana Endometriosi Onlus scrive nel forum AIE:” So che é una sciocchezza quello che sto per scrivere di fronte a quelli che sono i veri problemi, però ci penso e…
Tra visite, esami, consulti e ancora esami la mia “intimità” é stata massacrata.(…) Mi vergogno capite??? Continuo a spogliarmi e a rivestirmi di fronte a queste persone (medici, sì, per carità, ma pur sempre esseri umani) e ogni volta il mio amor proprio riceve uno scossone. E non c’è un’alternativa…”
Liberamente tratto da “…io che porto la giubba…” a cura di Eva Gerace e Rosario Idotta
Dipinto di Assunta Mollo
Endometriosi?…Parliamone!
“io che porto la giubba…” di Eva Gerace e Rosario Idotta vuole accendere una nuova luce sulla problematica Endometriosi che consenta di non temere le ombre e i loro inganni.
E se non fossero le ombre
ombre? Se le ombre fossero
– io le stringo, le bacio,
mi palpitano accese
tra le braccia –
corpi fini e sottili,
timorosi di carne?
E se ci fosse
al mondo un’altra luce
per potere da esse ricavare,
ormai corpi di ombra, altre
ombre più ultime, sciolte
dal colore, dalla forma, libere
dal sospetto di materia;
e non si vedessero più,
e occorresse cercarle
alla cieca, tra i cieli,
disdegnando ormai le altre,
senza ascoltare più le voci
di quei corpi mascherati
da ombre, sulla terra?
Pedro Salinas
La voce a te dovuta – LXIX
Muore Ágnes Heller
Dal Web, di Antonio Carioti
Nata nel 1929 in una famiglia ebraica del ceto medio, nel 1944 aveva perso il padre, deportato ad Auschwitz dai nazisti, ed era rimasta profondamente segnata dal trauma della persecuzione genocida. Nel dopoguerra si era indirizzata verso studi scientifici, ma poi era rimasta affascinata da una lezione del brillante pensatore marxista György Lukács e ne era divenuta allieva, dedicandosi anima e corpo alla filosofia. Si era iscritta nel 1947 al partito comunista, che si era accaparrato il monopolio del potere a Budapest con l’appoggio dei sovietici, per essere poi espulsa nel 1949 al culmine della repressione stalinista. Anche in seguito le vicende personali di Ágnes Heller avevano seguito il corso oscillante della politica magiara. Dopo la morte di Stalin, nel 1953, era riuscita a intraprendere la carriera accademica con l’appoggio di Lukács. Ma aveva poi subìto il contraccolpo della rivoluzione, che nel 1956 aveva visto il suo maestro partecipare al governo del comunista riformista Imre Nagy, abbattuto dai carri armati sovietici. Cacciata dall’università nel 1958, era stata tuttavia riabilitata e ammessa all’Accademia delle Scienze di Budapest nel 1963, in virtù dell’approccio conciliante assunto dal nuovo leader János Kádár, insediato al potere dall’Armata rossa, ma propenso a stemperare i conflitti.
Fu in questa fase che la filosofa si affermò come capofila della cosiddetta «scuola di Budapest» e prese a elaborare una visione del marxismo decisamente eretica rispetto all’ortodossia sovietica. Il momento della verità giunse nel 1968. Insieme ad altri studiosi del suo gruppo Ágnes Heller sottoscrisse un documento contro l’invasione della Cecoslovacchia, con cui il Cremlino aveva posto fine alla Primavera di Praga, ed entrò di nuovo nel mirino del regime magiaro. Al tempo stesso vide nei moti giovanili in corso all’Ovest la prefigurazione di un’ipotesi rivoluzionaria non più condannata alla stagnazione burocratica e autoritaria del «socialismo reale», ma fondata sulla trasformazione dei rapporti umani nella vita quotidiana, attraverso la valorizzazione dei bisogni qualitativi che il capitalismo alimenta, ma non può soddisfare. Ne erano derivate due conseguenze importanti. In Ungheria Ágnes Heller e altri studiosi della «scuola di Budapest» – tra cui suo marito Ferenc Fehér (morto nel 1994), Mária Márkus, Mihály Vajda, András Hegedüs, György Márkus, János Kis – furono allontanati dall’Accademia delle Scienze nel 1973 sulla base di un documento che li accusava di professare un revisionismo filoborghese e al tempo stesso un sinistrismo anarcoide, incline a negare il primato della classe operaia per abbracciare la controcultura degli hippies. Intanto in Occidente testi di Ágnes Heller come Sociologia della vita quotidiana (Editori Riuniti, 1970), La teoria dei bisogni in Marx (Feltrinelli, 1974) e i saggi inclusi nel volumetto La teoria, la prassi e i bisogni (Savelli, 1978) raccoglievano vasti consensi per il loro radicalismo utopistico, che prospettava ad esempio il superamento della famiglia nucleare monogamica in favore delle comuni e l’autogestione delle imprese come rimedio al lavoro alienato.
L’emigrazione in Australia assieme al marito, nel 1977, aveva segnato un’altra svolta. Ágnes Heller cominciò a mettere in discussione il marxismo e abbandonò il progetto di una grande opera antropologica, in diversi volumi, volta a dimostrare la compatibilità del socialismo con la natura umana: la sua ricerca s’indirizzò piuttosto verso la dimensione morale, con volumi come Oltre la giustizia(il Mulino, 1990), Etica generale (il Mulino, 1994), Filosofia morale (il Mulino, 1997). Nel frattempo, assieme a Fehér, aveva pubblicato importanti libri di argomento politico: in Ungheria 1956 (SugarCo, 1983) i due studiosi rivendicarono l’eredità ideale dell’insurrezione di Budapest come tentativo di realizzare un socialismo diverso da quello sovietico, criticando a fondo il regime di Kádár e i suoi estimatori occidentali; con La dittatura su bisogni (SugarCo, 1984), scritto insieme a György Márkus, evidenziarono il carattere profondamente oppressivo del collettivismo burocratico vigente all’Est; nel pamphlet Apocalisse atomica (SugarCo, 1984) accusarono i pacifisti e i neutralisti occidentali, compreso Günter Grass, di essere pronti ad accettare la «vichyzzazione» dell’Europa, con la fine dell’alleanza con gli Stati Uniti e la sottomissione di fatto all’influenza del Cremlino. Di pari passo con lo spostamento dei suoi interessi filosofici si era dunque realizzato il passaggio di Ágnes Heller sul versante liberaldemocratico.
Dopo la caduta del comunismo era tornata in Ungheria e negli ultimi anni si era opposta alla deriva «bonapartista» del primo ministro di destra Viktor Orbán. Non aveva del resto rinnegato la teoria dei bisogni e continuava a difendere i movimenti degli anni Sessanta, la cui eredità le appariva nel complesso positiva. Ma aveva anche indicato nella minaccia jihadista un nuovo nazismo da combattere senza quartiere. E non si faceva illusioni sulla diffusione della democrazia, temeva anzi per la sua tenuta in Europa. Assai significativo quanto aveva detto a Danilo Taino, in un’intervista per «la Lettura» apparsa nel maggio 2016: «Cambiano i modi in cui il potere si manifesta, ma la sostanza tende a restare uguale».
Violenza sulle donne: pene più severe
Violenza sulle donne, indagini più veloci e pene più pesanti in casi di violenza sessuale e stalking ma anche nuovi reati come quello di revenge porn, sfregi al viso e lo stop ai matrimoni forzati. Sono le principali novità previste dal disegno di legge che modifica il codice di procedura penale sulla tutela delle vittime di violenza domestica e di genere, il cosiddetto codice rosso, approvato dal Senato in via definitiva
Dal web
Mi scrollo di dosso i burla e i legami
„Io ballo alla fine della crudeltà
Io ballo oltre i campi di sterminio
Io ballo oltre Wounded Knee
Io ballo oltre gli scheletri e le ossa
Io ballo oltre i marchi degli schiavi
e i tatuaggi dell’Olocausto
Io ballo oltre le identità inflitte
e gli sguardi di disprezzo
Io ballo oltre i limiti ristretti delle mie capacità e del mio valore
Io ballo oltre i vostri sguardi lussuriosi
Le vostre sudicie interpretazioni del mio corpo adolescente
Mi scrollo di dosso i burqa e i legami
e i busti e le diete
Mi scrollo di dosso le restrizioni e le regole arbitrarie
Mi scrollo di dosso i vostri moniti opprimenti
Io ballo al pulsare della vita
Io ballo perché le ragazze sono le ultime sopravvissute“
Eve Ensler
Linda Laura Sabbadini
” Una situazione paradossale contrassegna la generazione 25-34 anni: sono le donne con il livello d’ istruzione più alto nella storia del Paese, ma anche quelle che fanno più fatica a entrare e a rimanere nel mondo del lavoro”
A dircelo é lei Linda Laura Sabbadini, pioniera degli studi statistici di Genere.
. Nasce a Roma nel maggio 1956. Una laurea in Scienze statistiche e Demografiche presa «per poter sintetizzare due passioni, quella per il sociale e le tematiche femminili, che ha attraversato tutta la mia vita, e quella per la matematica». Da 35 anni all’Istat (Istituto di statistica), dove ha diretto il dipartimento Politiche sociali e ambientali, ha un chiodo fisso: «Sapere chi siamo e come cambiamo». Ha dato un numero alla fatica delle donne dentro casa, illuminato il sorpasso delle ragazze sui maschi a scuola, svelato il sommerso nella violenza di genere, raccontato chi e quanti sono anziani, immigrati, omosessuali, homeless, disabili. Ha dato visibilità statistica agli invisibili. Per questa rivoluzione nei temi e nelle metodologie delle statistiche ufficiali, nel 2006 il presidente della Repubblica Ciampi l’ha nominata commendatore. Nel 2015, è stata inserita tra le 100 eccellenze italiane. Autrice di più di 100 tra monografie, pubblicazioni scientifiche nazionali e internazionali, sia di metodologia di indagine che di carattere tematico, ha partecipato a numerosi gruppi di alto livello come quello dell’Onu sulle statistiche sulla violenza contro le donne, lo steering group del Centro di eccellenza dell’Onu sulle statistiche sulla criminalità, l’expert group Onu sulle statistiche sociali, l’interagency expert group sulle statistiche di genere, il gruppo di coordinamento dei direttori delle statistiche sociali dell’Un-Ece, e il social development group dei direttori delle statistiche sociali di Eurostat. Dal 2016 è anche editorialista de La Stampa. Sposata, ha due figlie.
Ada Luz Marquez
Ho perso ore e orologio,
calendario e aspettative,
le speranze e le certezze.
Ho perso tutto ciò che era,
tutte le inutili attese,
tutto quello che avevo cercato e tutto quello per cui avevo camminato
e tutto ciò che è avevo lasciato sul ciglio della strada.
E così, nel perdere tutto,
ho anche perso la paura,
la paura di infrangere le regole
e le autocritiche feroci,
la paura della morte
e la paura della vita,
la paura di perdersi,
e la paura di perdere.
E completamente nuda,
priva della vecchia pelle,
ho trovato un cuore
che vibra dentro ogni poro del mio essere,
un profondo tamburo
fatto di argilla, stelle e radici
il suo eco dentro di me
è la voce della Vecchia Donna,
fu allora che ricordai
battito dopo battito,
che ero viva,
eternamente viva,
che ero libera,
coraggiosamente libera.
Ada Luz Marquez
Mariasole Bianco
Trentatré anni, un sorriso aperto e lo sguardo acceso di chi sta realizzando qualcosa di speciale, un’intraprendenza tutta femminile. «Sono fortunata, perché ogni giorno realizzo il mio sogno, lo stesso che hanno oggi migliaia di bambini: ripulire gli oceani dalla plastica e renderli di nuovo un ambiente pieno di vita» racconta Mariasole Bianco, biologa marina e punto di riferimento internazionale per le politiche legate alla tutela dell’ambiente marino e allo sviluppo sostenibile. L’abbiamo incontrata in occasione della Giornata Mondiale degli Oceani che si celebra l’8 giugno, per farci raccontare il lavoro che sta portando avanti insieme ai ragazzi – che lei chiama i “custodi del Pianeta” e “Generazione Blu” – nelle scuole di tutta Italia.
Mariasole ha un curriculum d’eccezione. Dopo la laurea in biologia marina a Genova, ha approfondito l’aspetto manageriale nella gestione delle risorse naturali per poi trascorrere cinque anni in Australia, dove ha studiato le aree marine protette. «Rientrata in Italia, nel 2013 insieme a mio padre e a una carissima amica abbiamo fondato Worldrise, l’associazione no profit che si dedica a progetti per la tutela dei mari, con il coinvolgimento dei bambini a partire dalle scuole elementari». Un anno decisivo, in cui la giovane scienziata ha partecipato al congresso decennale sui Parchi e le aree protette di Sydney, per poi entrare, un anno dopo, nella Commissione Mondiale delle aree protette. Non si è mai fermata: è volata alle Hawaii e poi in Cile dove ha proseguito i suoi studi. «Ma ciò che mi rende orgogliosa è soprattutto il mio lavoro con i ragazzi, perché mi dà la speranza sempre più concreta che saranno adulti in grado di preservare l’ambiente
La sua grande passione è il mare, o meglio la difesa del mare. Come è nata?
Mi è stata trasmessa da mio padre, amante del mare, e da mia madre, insegnante, durante le lunghe vacanze estive che trascorrevamo in Sardegna quand’ero piccola: tre mesi a piedi nudi e costume a scorrazzare sulla spiaggia, immersa nella natura. Ero una piccola selvaggia, mi sentivo libera come Mowgli del Libro della Giungla (e ancora mi ci sento). Ho imparato a amare e rispettare il mare e i suoi abitanti. È lì che è nato il mio sogno, che oggi realizzo con migliaia di piccoli studenti portando nelle scuole i nostri progetti per la salvaguardia del mare.
Lei è conosciuta per la partecipazione alla trasmissione Kilimangiaro su Rai3, ma ne sa parecchio anche dei sogni dei bambini…
Con loro condivido l’aspirazione a fare qualcosa di concreto per migliorare il mondo. Lavorando con i bambini di quarta elementare e fino alla prima media, ho capito che sono davvero preoccupati per le sorti dell’ambiente e quindi del loro futuro. Sono i veri paladini degli oceani: se stimolati e coinvolti nel modo giusto, diventano ambasciatori del problema. Il cambiamento parte da loro e prosegue a casa, in un circolo virtuoso che parte dai più piccoli e arriva ai genitori e ai nonni.
La generazione degli adulti di oggi ha quasi sempre ignorato i problemi legati all’ambiente e ora le conseguenze ricadono sui più giovani.
Per questo Worldwise si rivolge alle nuove generazioni. I bambini sono rimasti molto colpiti quando abbiamo spiegato che ogni anno finiscono in mare 8 milioni di tonnellate di plastica. Come se, ogni minuto per 365 giorni all’anno, un camion della spazzatura riversasse tutto il suo contenuto in acqua. E siamo passati all’azione, fatta di diffusione delle informazioni per preservare la Natura e di gesti concreti. A Milano abbiamo appena creato il primo network al mondo di locali notturni che si impegnano a essere plastic free, cioè a non usare più prodotti in plastica monouso come posate o cannucce.
Il 7 giugno lei è stata chiamata a partecipare al convegno dell’ONU che quest’anno si intitola Gender and the Ocean, in omaggio alle donne che si dedicano alla cura dell’ambiente marino.
Mi hanno invitato come Maestro di cerimonia, insieme ad altre donne significative di tutto il mondo che stanno lavorando per proteggere gli oceani. Mi sento onorata di essere riconosciuta da una piattaforma internazionale così prestigiosa come una giovane donna che fa la differenza. Un sogno che si concretizza sempre più.
Quale percorso di studi consiglierebbe ai ragazzi che amano l’ambiente?
Le università italiane sono in grado di offrire un’ottima formazione a livello teorico con facoltà che vanno da Biologia a Scienze Ambientali e Naturali. Questa preparazione va sicuramente arricchita da esperienze pratiche e professionali, parte integrante dei programmi delle università estere che consentono anche di incrementare la conoscenza dell’inglese, fondamentale in ambito scientifico. Ma la cosa che più mi sento di consigliare è di armarsi di pazienza e determinazione, e tenere sempre viva quella passione che permette ai sogni, prima o poi, di trasformarsi in realtà.
Il Manifesto della Generazione blu: un decalogo per un mare più pulito
Nato da un’idea di Mariasole Bianco con Diana de Marsanich di Natural Stylee Chiara Bidoli, direttrice di Style Piccoli, Insieme, Io e il mio bambino e quimamme.it il Manifesto della Generazione blu riassume in dieci punti le azioni che rendono i bambini protagonisti della tutela del mare. Si scarica da quimamme.it
La Generazione Blu ci salverà
Da una ricerca svolta da Disney con Rcs e Cairo editore risulta che tra le priorità dei bambini tra i 5 e gli 11 anni c’è l’emergenza plastica in mare. E circa l’88 per cento sente
di avere il potere di rendere il mondo un posto migliore. Una “Generazione Blu”, come sono stati definiti dagli esperti della ricerca. «I bambini sanno partecipare con un entusiasmo travolgente anche a progetti di rilievo», spiega Mariasole Bianco. Come “Batti 5” dell’associazione Worldrise, che ha coinvolto finora quasi 800 ragazzi basandosi sulle migliori pratiche internazionali, anche grazie alla collaborazione con organizzazioni come One More Generation (OMG) e all’adesione alla Plastic Awareness Coalition. «Quest’anno, oltre alla Liguria, il lavoro di “Batti 5” si è esteso alle spiagge di Calabria e Sicilia, dove abbiamo raccolto quantità incredibili di rifiuti. Esperienza che ha scioccato sia noi sia gli oltre 400 bambini partecipanti al progetto. Abbiamo trovato non solo sacchetti e bottiglie di plastica, ma alberi di Natale, frigoriferi, passeggini…».
Di Laura Salonia
