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Gioconda Belli

Gioconda Belli è una poetessa, giornalista e scrittrice nicaraguense. Ha al suo attivo quattro libri di narrativa, nei quali vengono esplorati alcuni temi ricorrenti: le vicissitudini politiche del suo paese e la lotta sandinista l’emancipazione della donna. È anche autrice di diverse raccolte di poesie, caratterizzate da una poetica sensuale e femminile.

E Dio mi fece donna,

con capelli lunghi,
occhi,
naso e bocca di donna.
Con curve
e pieghe
e dolci avvallamenti
e mi ha scavato dentro,
mi ha reso fabbrica di esseri umani.
Ha intessuto delicatamente i miei nervi
e bilanciato con cura
il numero dei miei ormoni.
Ha composto il mio sangue
e lo ha iniettato in me
perché irrigasse tutto il mio corpo;
nacquero così le idee,
i sogni,
l’istinto
Tutto quel che ha creato soavemente
a colpi di mantice
e di trapano d’amore,
le mille e una cosa che mi fanno donna
ogni giorno
per cui mi alzo orgogliosa
tutte le mattine
e benedico il mio sesso.

Sibilla Aleramo

[…] E incominciai a pensare se alla donna non vada attribuita una parte non lieve del male sociale.
Come può un uomo che abbia avuto una buona madre divenir crudele verso i deboli, sleale verso una donna a cui dà il suo amore, tiranno verso i suoi figli?
Ma la buona madre non deve essere come la mia, una semplice creatura di sacrificio: deve essere una donna, una persona umana. E come può diventare una donna, se i parenti la danno, ignara, debole e incompleta, a un uomo che non la riceve come una sua uguale; ne usa come d´un oggetto di proprietà; le dà dei figli coi quali l´abbandona sola,mentr’egli compie i suoi doveri sociali, affinché continui a baloccarsi come nell’infanzia?
Dacché avevo letto uno studio sul movimento femminile in Inghilterra e in Scandinavia, queste riflessioni si sviluppavano nel mio cervello con insistenza. Avevo provato subito una simpatia per quelle creature esasperate che protestavano in nome della dignità di tutte sino a recidere in sé i piú profondi istinti, l’amore, la maternità, la grazia. Sempre più il mio pensiero cadeva sulla parola emancipazione, che ricordavo di avere sentito nella mia infanzia, da mio padre seriamente, ma poi sempre con derisione da ogni classe di uomini e di donne.
Indi avevo paragonato a quelle ribelli la gran folla delle donne inconsapevoli, delle rassegnate, il tipo di donna plasmato nei secoli per la soggezione, e di cui io, le mie sorelle, mia madre, tutte le creature femminili da me conosciute,eravamo degli esemplari.
Un fatto di cronaca mi indusse un giorno di scrivere un articoletto e a mandarlo a un giornale di Roma che lo pubblicò. Era in quello scritto la parola femminismo, e quella parola, dal suono cosí aspro mi indicò un ideale nuovo, che io cominciavo ad amare come qualcosa migliore di me.
VIVERE! Ormai lo volevo, non piú solo per mio figlio,
ma per me, per tutti.

Sibilla Aleramo

Ledi Meingati

Ledi Meingati ha 61 anni, ma non li dimostra: è una bellissima donna Masai e ha deciso, nel 2011, di non tacere più l’ingiustizia di quello che le è successo quando aveva dodici anni. Anche lei è stata vittima di una mutilazione, per poco non è morta.

«Fu terribile, per tre mesi ho continuato a sanguinare» racconta. La cerimonia fu una faccenda fra donne: le anziane della famiglia andarono ad avvisarla che sarebbe diventata donna, furono loro a spogliarla, buttarle addosso acqua fredda e tenerla immobile mentre la mammana, la donna deputata al taglio, non ebbe finito.

Lei tentò di ribellarsi, ma era appena una bambina. E fu atroce e doloroso, anche dopo. «Ricordo che mi facevano bere il sangue delle mucche per riprendere le forze, io sentivo un dolore che non passava mai. Mi sono sposata, durante i rapporti il dolore era fortissimo. E così al parto, per ognuno dei miei cinque figli. Perciò ho deciso di alzare la voce e raccontare la mia storia: voglio che nessun’altra bambina debba soffrire ciò che ho patito io, così ho iniziato a parlare alle ragazze, alle donne nei villaggi per far capire quanto sia pericolosa questa pratica. E agli uomini, perché capiscano di dover accettare in spose donne non mutilate. Solo cambiando la cultura di tutti potremo salvare le donne».

Nel suo Paese, il Kenya, il governo ha dichiarato illegali le mutilazioni; tuttavia sono ancora tollerate (le ha subite il 21 per cento delle donne fra i 15 e i 49 anni) e le cose stanno cambiando con esasperante lentezza agli occhi di Ledi.

Che viaggia nel Paese con WeWorld Onlus parlando pure alle mammane, per raccontare loro che cosa può succedere alle bambine dopo le mutilazioni e per aiutarle a trovare un lavoro diverso. È una strada lunga, ma un futuro diverso è possibile. «Ho avuto due figlie. Nessuna è stata tagliata».

Da IO DONNA

Rosa Balistreri: la voce del popolo

Rosa nasce in una famiglia poverissima; la madre lavora in casa mentre le uniche entrate di denaro provengono dai piccoli lavori di falegnameria del padre. A sedici anni viene data in sposa a Gioacchino Torregrossa, un uomo che, molti anni dopo, in un concerto, Rosa avrebbe definito “latru, jucaturi e ‘mbriacuni”.

Il matrimonio, da cui nasce l’unica figlia oggi vivente, Angela Torregrossa, finisce in tragedia il giorno in cui Rosa, avendo scoperto che il marito aveva perso al gioco il corredo della figlia, lo aggredisce con una lima e, credendo di averlo ucciso, va a costituirsi dai carabinieri: sconterà sei mesi di galera.

Per mantenere la figlia e aiutare la sua famiglia di origine Rosa fa molti lavori: dapprima in una vetreria, poi come raccoglitrice e venditrice di lumache, capperi, fichi d’india, sarde e infine a servizio in una famiglia nobile di Palermo, dove mette la figlia in collegio. In questo periodo impara a leggere e scrivere.

Si innamora del figlio del padrone e rimane incinta; Rosa si vede costretta a fuggire e poi a scontare altri sei mesi di carcere, perché accusata di furto. Uscita dal carcere trova lavoro come sagrestana e custode della chiesa degli Agonizzanti a Palermo; vive in un sottoscala insieme a suo fratello Vincenzo, invalido, che impara a fare il calzolaio. Non avendo ceduto alle molestie del prete viene mandata via e lei, rubati i soldi delle cassette dell’elemosina, parte col fratello Vincenzo per Firenze: lui lavorerà in una bottega di calzolaio e lei a servizio in case signorili.

Richiamata a Firenze anche la madre e una delle due sorelle, Rosa apre con loro un banchetto di frutta e verdura al mercato di San Lorenzo. La sorella Maria li avrebbe raggiunti in seguito, scappando coi figli alle prepotenze del marito. Ma, poco dopo la fuga, l’ex marito la uccide. In seguito alla tragedia il padre di Rosa si toglie la vita impiccandosi.

Nei primi anni Sessanta Rosa incontra il pittore fiorentino Manfredi Lombardi, e con lui vivrà per dodici anni. Durante questo periodo allarga la cerchia delle sue amicizie e viene a contatto con il mondo degli intellettuali del suo tempo. Nel 1966 partecipa allo spettacolo di canzoni popolari portato sulle scene da Dario Fo, dal titolo Ci ragiono e canto.  Ha quarant’anni, il volto segnato da una vita tanto intensa e faticosa, gli occhi limpidi e sicuri di chi porta fino in fondo le proprie battaglie; la sua voce ha un timbro arcaico e diretto: la sua presenza drammatica rimane ben impressa negli spettatori, come le canzoni popolari siciliane che interpreta, nelle quali si racconta non solo la miseria ma anche l’orgoglio e lo sdegno del popolo.

Ho imparato a leggere a trentadue anni. Dall’età di sedici anni vivo da sola. Ho fatto molti mestieri faticosi per dare da mangiare a mia figlia. Conosco il mondo e le sue ingiustizie meglio di qualunque laureato. E sono certa che prima o poi anche i poveri, gli indifesi, gli onesti avranno un po’ di pace terrena.

Così si presenta Rosa a un giornalista che l’intervista nel 1973 in seguito alla mancata partecipazione al Festival di Sanremo, dove la sua canzone dal titolo Terra che non senti era stata esclusa all’ultimo minuto. Questo episodio suscita molto fragore, al punto che Rosa viene considerata da molti la vera vincitrice del Festival di quell’anno:

Li ho messi tutti nel sacco. Le mie storie di miseria provocheranno guai a molti pezzi grossi il giorno in cui l’opinione pubblica sarà più sensibile ad argomenti come la fame, la disoccupazione, le donne madri, l’emigrazione, il razzismo dei ceti borghesi… Finora ho cantato nelle piazze, nei teatri, nelle università, ma sempre per poche migliaia di persone. Adesso ho deciso di gridare le mie proteste, le mie accuse, il dolore della mia terra, dei poveri che la abitano, di quelli che l’abbandonano, dei compagni operai, dei braccianti, dei disoccupati, delle donne siciliane che vivono come bestie. Era questo il mio scopo quando ho accettato di cantare a Sanremo. Anche se nessuno mi ha visto in televisione, tutti gli italiani che leggono i giornali sanno chi sono, cosa sono stata, tutti conoscono le mie idee, alcuni compreranno i miei dischi, altri verranno ai miei concerti e sono sicura che rifletteranno su ciò che canto.1

Dopo la partecipazione a Ci ragiono e canto, inizia a incidere dischi. Nel 1971 si trasferisce a Palermo, dove frequenta persone come il pittore Guttuso e il poeta Ignazio Buttitta, che scrive per lei numerose liriche andatesi ad aggiungere al suo già vastissimo repertorio, e che diceva di lei:

Ogni volta che cercheremo le parole, i suoni sepolti nel profondo della nostra memoria, quando vorremo rileggere una pagina vera della nostra memoria, sarà la voce di Rosa che ritornerà a imporsi con la sua ferma disperazione, la sua tragica dolcezza.

Dopo la sua morte, avvenuta a Palermo nel 1990, la memoria di Rosa Balistreri si è appannata, ma negli ultimi anni i suoi eredi (in particolare il nipote Luca Torregrossa) lavorano per recuperarne il valore e la fama. Inoltre l’editore Francesco Giunta sta raccogliendo in CD la sua vastissima produzione, sparsa in molte registrazioni di concerti e in dischi delle più svariate case discografiche. Grazie al suo interessamento, nel 2008 Palermo e Firenze hanno dedicato a Rosa Balistreri un concerto con quattro importanti cantanti della canzone popolare italiana (Lucilla Galeazzi, Clara Murtas, Fausta Vetere e Anita Vitale), accompagnate dall’ensemble I pirati a Palermo.

In un’intervista a «Noi Donne» la cantante Lucilla Galeazzi ha detto a proposito del modo di cantare di Rosa:

Fare politica attraverso la canzone popolare non è solo qualcosa di esplicito e legato ai fatti del momento, ed è nel “come” non solo nel “cosa”. Lei portava avanti la voce del popolo, cantava le canzoni che appartengono a tutti, che sono “comuni” fin dalla loro radice e alle quali non è possibile apporre alcun tipo di copyright. […] A me Rosa piace come canta e cosa canta, cose che non vanno mai distinte, anche la ninna nanna è contestataria: la ninna nanna non la canta certo la donna borghese che può permettersi la balia, ma la mamma proletaria che l’indomani deve svegliarsi alle quattro di mattina per andare a lavorare, e si sente disperata perché il bambino non vuole dormire. Ecco allora che Rosa aveva la capacità di trasmettere la disperazione, di renderti compartecipe del lamento di questa donna: e anche questo è fare politica.

Rosa Balistreri

Mi votu e mi rivotu suspirannu,

Passu li notti ‘nteri senza sonnu,

E li biddizzi tòi vaiu cuntimplannu,

Li passu di la notti nzinu a gghiornu,

Pi tia non pozzu ora cchiu arripusari,

Paci non havi chiù st’afflittu cori.

Lu sai quannu ca iu t’aju a lassari

Quannu la vita mia finisci e mori.

Rosa Balistreri

Il colore dei tuoi occhi non cambierà i miei

Apprezzo le tue parole, ma non ho bisogno della tua approvazione.

Apprezzo il tuo consiglio, ma non ho bisogno che tu accetti le mie scelte.

Apprezzo la tua compagnia, ma non ho bisogno che sia tu ad approvare il mio rimanere o andare.

Apprezzo il tuo punto di vista, ma non ho bisogno che tu mi dica come vivere la mia vita.

Apprezzo la tua visione, ma non ho bisogno di giustificarmi se la mia è diversa.

Il colore dei tuoi occhi non cambierà il colore dei miei, né cambierà la visione del mio orizzonte.

Grazie perchè hai scelto di camminare con me, qui e ora, ma sempre seguirò il richiamo del mio cuore e i dettami della mia coscienza, si crea quello che si pensa, si viene giudicati esattamente come si giudica, che questo soddisfi le tue aspettative o meno.

Ho scelto di camminare con te, qui e ora, con braccia aperte, lealmente e profondamente, a condizione che i miei passi continuino a cantare la libertà.

Ada Luz Marquez

La ballata delle donne

Quando ci penso, che il tempo è passato,

le vecchie madri che ci hanno portato,

poi le ragazze, che furono amore,

e poi le mogli e le figlie e le nuore,

femmina penso, se penso una gioia:

pensarci il maschio, ci penso la noia.

Quando ci penso, che il tempo è venuto,

la partigiana che qui ha combattuto,

quella colpita, ferita una volta,

e quella morta, che abbiamo sepolta,

femmina penso, se penso la pace:

pensarci il maschio, pensare non piace.

Quando ci penso, che il tempo ritorna,

che arriva il giorno che il giorno raggiorna,

penso che è culla una pancia di donna,

e casa è pancia che tiene una gonna,

e pancia è cassa, che viene al finire,

che arriva il giorno che si va a dormire.

Perché la donna non è cielo, è terra

carne di terra che non vuole guerra:

è questa terra, che io fui seminato,

vita ho vissuto che dentro ho piantato,

qui cerco il caldo che il cuore ci sente,

la lunga notte che divento niente.

Femmina penso, se penso l’umano

la mia compagna, ti prendo per mano.

La ballata delle donne

Edoardo Sanguineti

Donne e manicomio

Venivano rinchiuse nei manicomi perché erano troppo emancipate, eccentriche, amanti del sesso o semplicemente perché avevano “osato” denunciare le percosse subite da mariti e parenti all’interno delle mura domestiche: è la storia delle tante donne che a partire dalla seconda metà del 1800 vennero rinchiuse nei manicomi e sottoposte ad atroci trattamenti che pian piano le portarono alla morte.

Affette da patologie psichiatriche che il più delle volte erano frutto di vere e proprie invenzioni, umiliate sia fisicamente che moralmente: i volti, le voci e le storie di queste donne, una volta varcata la soglia del cancello che le avrebbe condotte verso l’internamento permanente, sono andate pian piano perse. 

Nessuno si è più ricordato di loro per molto tempo né ha pensato di riesumare quegli archivi zeppi di cartelle cliniche che il più delle volte nascondevano dietro diagnosi come: “pazzia degenerativa”, “pazzia morale” o “madri snaturate” motivazioni ben più inquietanti.

Spesso, infatti, erano i mariti che, volendosi rifare una nuova vita, in un periodo in cui il divorzio era socialmente, moralmente e giuridicamente inaccettabile, sfruttavano le debolezze di quelle donne che gli erano state accanto per decenni bollandole, senza giri di  parole, come pazze e non adatte alla vita sociale. 

La psichiatria, poi, non essendo, all’epoca, una scienza medica ben conosciuta fece la sua parte. E il risultato di quanto fatto a centinaia di donne lo si può constatare, in modo netto, analizzando le cartelle cliniche contenute negli archivi dell’Ospedale Sant’Antonio Abate di Teramo, un vero e proprio scrigno degli errori al cui interno sono custodite le storie di tutte quelle donne condannate a morte solo perché non rispettavano il canone femminile all’epoca socialmente accettato. 

E’ il caso di Adelaide D. la cui patologia psichiatrica si sarebbe sviluppata subito dopo il morso di un gatto o di Antonia, la prima donna ad essere internata nel manicomio di Sant’Antonio Abate perché affetta da “idiozia”. 

La giovane varcò il cancello della struttura psichiatrica nel 1881, quando aveva solo 26 anni, e ne uscì morta 14 anni dopo, senza avere più avuto la possibilità di rivedere i suoi cari. 

La morte verrà attribuita a un’infezione acuta della pella ma è cosa ben nota che nei manicomi dell’epoca più che dispensare cure, il personale medico era dedito a vere e proprie pratiche di tortura.

Lobotomia, doccia fredda ed elettroshock sono solo alcune delle crudeli pratiche a cui i pazienti venivano sottoposti. 

Anche le gabbie di legno all’interno delle quali erano rinchiusi quanti non potevano permettersi di pagare un’”adeguata” retta , erano strutture che di frequente, nei manicomi, venivano adibite a stanza. 

In molte di queste, infatti, vennero ritrovati dei giacigli di paglia sui quali le pazienti erano costrette a dormire per anni, per non parlare del bagno improvvisato, vera e propria latrina presente sempre all’interno della gabbia e che veniva pulito molto di rado.

Anche durante i regimi totalitari che hanno caratterizzato la storia del ‘900, le dissidenti politiche, le donne lesbiche, le testimoni di Geova e coloro che dimostravano di non rispettare quanto imposto dai rispettivi governi venivano rinchiuse in strutture d’igiene mentale dalle quali, nella maggior parte dei casi, non  riusciranno più ad uscire. 

Molto spesso, ad essere internate erano anche tutte quelle donne che, non avendo potuto concepire, venivano prima bollate come “malate” dai rispettivi mariti e successivamente accusate di non essere state in grado di assolvere all’unico, importane compito che spettava loro: generare prole. 

Con diagnosi borderline, sempre al confine tra il socialmente accettabile e il patologico, queste donne venivano dapprima umiliate e poi segregate all’interno di ospedali psichiatrici fatiscenti dai quali imploravano, invano, di avere una seconda chance.

Dal Web

Omaggio a Tina Costa

Sono nata in una famiglia antifascista a Gemmano, un comune dell’entroterra di Rimini che è stata, insieme a quella di Cassino, la zona che ha subìto le distruzioni più pesanti a causa dei bombardamenti della guerra. Ero la maggiore di quattro figli, due femmine e due maschi; mio padre era socialista e mia madre, a cui devo la mia «educazione politica», era iscritta al Partito comunista, clandestino, fin dal 1935, mentre i suoi tre fratelli avevano partecipato alla fondazione del Pci a Livorno nel 1921. Papà non si era mai iscritto al Partito fascista e noi bambini lo vedevamo che ogni tanto tornava a casa pieno di lividi, mamma diceva che era caduto; solo in seguito avremmo capito che invece erano i fascisti che lo avevano aggredito, e più d’una volta. Sarebbe morto nel 1939, per le conseguenze delle ferite che aveva riportato già nella prima guerra mondiale. Per vivere faceva l’artigiano del gesso: lo scavava, poi lo cuoceva e lo portava, dentro dei grandi sacchi, con i suoi muli, dove stavano costruendo qualche casa. Mia madre faceva diversi lavori, a un certo punto, dopo l’8 settembre, avrebbe lavorato perfino come cuoca nella caserma in cui si erano sistemati i tedeschi a Rimini. Non era una vita facile, da nessun punto di vista, ma in famiglia ci avevano abituato a non chinare la testa. Questo, insieme all’esempio di mia madre, mi avrebbe portato in seguito a partecipare alla Resistenza.
Credo di poter dire che però la mia prima «azione» di rivolta contro il fascismo l’ho compiuta quando avevo solo sette anni e frequentavo la seconda elementare. All’epoca, a scuola, avevo una maestra che veniva da Predappio – si chiamava, me lo ricordo ancora, e come potrei scordarlo per come mi trattava, Anita Fusaroli. La mia era quella che veniva chiamata «pluriclasse», nel senso che venivano messi insieme bambini di prima e di seconda, come avveniva nelle scuole di tanti piccoli centri di campagna. Una mattina la nostra maestra che veniva a scuola in divisa fascista, con la bandoliera a tracolla e il fez in testa, ci annunciò che di lì a qualche giorno avremmo dovuto presentarci vestite da «piccole italiane» o da «figlie della lupa». Tornata a casa, i miei mi chiesero cosa avessi fatto a scuola e io raccontai la richiesta della maestra spiegando che l’idea di vestirmi da «figlia della lupa» non mi dispiaceva, per strada ci avevo già pensato e l’altra ipotesi, quella della «piccola italiana» non mi attraeva invece per niente. In realtà, non avevo idea di cosa si trattasse, ma questo fatto dei lupi doveva aver colpito la mia fantasia di bambina.
Mia madre era molto attenta, mentre mio padre parlava poco. Però, in questo caso, fu lui a parlare e mi disse, in dialetto: «Allora ti tocca andare a cercare la lupa se vuoi mangiare stasera, perché qui c’è poco da mangiare». Detto questo, mi prese per mano e mi accompagnò fuori dalla porta di casa: la nostra era una di quelle case di campagna con il pianerottolo e la scala davanti. Era buio. Ho riflettuto qualche minuto e poi ho bussato. Mio padre ha aperto la porta e io gli ho detto: «Ma io mica sono la figlia della lupa, sono figlia vostra». Lui ha sorriso e ha risposto: «Allora vieni qui a mangiare con noi».
Il giorno famoso, a presentarci a scuola senza divisa siamo stati solo in tre: io, mia sorella che faceva la prima e mio cugino che stava in seconda come me. La maestra venne però proprio da me per chiedere spiegazioni di quel comportamento. «Perché non sei in divisa?», mi chiese. «Ma perché io non sono la figlia della lupa, sono figlia di Costa Matteo e Zeppa Tullia», le risposi. Non potete immaginare le angherie che da quel momento ci ha fatto subire quella maestra. La mattina dava a tutti noi bambini un cucchiaio di olio di fegato di merluzzo, perché, diceva, dovevamo farci i muscoli. Poi, per pulirci la bocca, avevamo diritto a uno spicchio d’arancio. Quella mattina, però, tutti ebbero il loro arancio, tranne noi tre. Il giorno successivo, dopo che le avevo raccontato l’accaduto, mia madre, che per procurarsele avrà fatto qualche debito, comprò delle arance e ne diede una ciascuno a me e a mia sorella; quando la maestra passò con l’olio di merluzzo, noi tirammo fuori le nostre arance: non ci aveva piegato! È cominciato tutto così, ma era solo l’inizio.
In seguito, mi sarebbe capitato tante volte di ascoltare quello che dicevano i miei con i loro amici quando si riunivano di nascosto nelle stalle, in mezzo agli animali, per non essere visti e sentiti: io ero curiosa e andavo ad ascoltare i loro discorsi, anche se magari non ne capivo granché. Avrò avuto sì e no dieci anni, ma qualcosa stava già maturando, dentro di me cominciava a cresceva la ribellione. 
Ai tempi della guerra d’Etiopia, i comunisti aiutavano i giovani che non volevano andare a combattere e perciò anche mia madre si era attivata. All’epoca noi bambini fungevamo da messaggeri: ci davano dei bigliettini da portare a questo o a quel tale, per avvertirlo dove poteva nascondersi per evitare di essere mandato in Africa; potrebbe sembrare una cosa semplice, ma noi la prendevamo molto seriamente. Una mattina ero partita presto per andare a consegnare uno di questi messaggi alla famiglia di un giovane che viveva in un casolare in mezzo alla campagna e che aspettava di sapere dove si sarebbe dovuto nascondere per sfuggire alla coscrizione obbligatoria. Solo che mentre stavo arrivando, mi venne incontro suo padre che mi disse: «Docl’è il bigliett? (Dov’è il biglietto?)». Era un contadino che io ero abituata a vedere con i pantaloni rattoppati e la camicia da lavoro e invece quel giorno era tutto elegante, in giacca e cravatta. Perciò non mi fidai e gli risposi: «Me, a go nessun bigliett (Io non ho nessun biglietto)». Naturalmente il giorno dopo dovetti tornare lì a consegnare il messaggio. Decenni più tardi, mio figlio avrebbe riso ancora di tutta questa storia, chiedendo a mia madre: «Ma quanti bigliettini le hai fatto mangiare?»; perché ci dicevano che una volta che il destinatario l’aveva letto, dovevamo ingoiarlo per non lasciare tracce. In seguito, però, le cose si sarebbero fatte più serie.
Dopo l’8 settembre, Gemmano si trovò proprio lungo la Linea Gotica che avevano costituito i tedeschi e così l’intera zona si riempì di soldati. Allo stesso modo, però, l’area diventò anche uno snodo importante delle attività della Resistenza. Uno dei fratelli di mia madre, Germano Zeppa, era comandante partigiano in quella zona e tramite mamma anch’io fui coinvolta fin dall’inizio. All’epoca non avevo ancora diciott’anni e diventai una staffetta partigiana quasi senza accorgermene: ero molto orgogliosa degli incarichi che mi venivano affidati. Con la mia bicicletta dovevo attraversare la Linea Gotica e consegnare delle borse ai partigiani che si trovavano nel territorio occupato dai nazisti. Fu tutto così naturale, senza grandi discorsi. I partigiani erano spesso persone che avevo già visto a casa mia, amici dei miei genitori o dei miei zii, per lo più volti familiari.
Ricordo ancora la prima volta che mi chiamarono, mi spiegarono cosa dovevo fare e mi diedero la bicicletta e due borse, o canestri, non sono sicura, che dovevo trasportare oltre le linee tedesche. Ero emozionata ma anche felice, perché sentivo che stavo dando il mio contributo a qualcosa di importante. Cosa c’era dentro quelle borse? Contenevano viveri, medicinali, vestiti, insomma cose che servivano a chi viveva nascosto sulle colline, spesso all’addiaccio. Ma a volte erano molto più pesanti: dentro le borse c’era anche qualcos’altro… L’itinerario cambiava sempre, come anche la parola d’ordine e la consegna era che se avessi visto in giro qualche pattuglia di tedeschi o fascisti sarei dovuta tornare immediatamente indietro, anche se non ce l’avevano con me. In quel caso, non dovevo però tornare a casa mia, perché c’era il rischio che qualcuno mi seguisse, ma in un’altra, di amici o conoscenti. E i tedeschi nella zona erano dappertutto; addirittura c’era un soldato molto giovane che mi faceva il filo quando mi incontrava. In ogni caso, eravamo sempre all’erta, anche quando non eravamo impegnati in un’azione. Ricordo che i compagni più grandi ci dicevano di guardarci le spalle, anche quando camminavamo per strada, per timore che qualcuno ci stesse seguendo. Perciò, mi ero abituata a guardarmi attorno, per cercare di capire dalla faccia o dal comportamento di chi incontravo se potevo fidarmi o meno. Ci si affidava all’intuito, ma non era facile, anche perché a volte, perfino di persone che conoscevi da tempo, addirittura di molti amici, non potevi fidarti fino in fondo. 
La paura mi accompagnava sempre – e devo dire che anche in seguito ho sempre avuto paura a ogni manifestazione a cui ho partecipato, e sono state davvero moltissime, fino a oggi. All’epoca, per vincere la paura, pensavo ai compagni che si battevano insieme a me, pensavo al fatto che più eravamo e più avevamo la possibilità di vincere, anche se, certo, le occasioni per essere spaventati c’erano eccome. Mi rincuorava il pensiero che quell’incarico me l’aveva dato mia madre o qualcuno che mi voleva bene e si fidava di me: questo mi dava forza e coraggio. Anche se erano ovviamente momenti molto difficili. Molti anni dopo me la sarei presa con Luciano Violante che quand’era presidente della Camera, nel 1996, affermò, a proposito dei partigiani e dei repubblichini che «i morti sono tutti uguali». «Giusto», gli dissi personalmente, dato che lo conosco bene, «ma io voglio sapere che cosa hanno fatto da vivi. Perché è vero che i morti sono tutti uguali, ma quando loro hanno scelto la Repubblica di Salò, io e tanti altri a Rimini abbiamo scelto un’altra cosa». E non era facile, da nessun punto di vista. Non c’erano solo i rischi legati all’attività partigiana. Facevamo la fame, ma la fame nera. Ricordo che andavo davanti a una caserma a raccogliere le bucce delle fave, dei piselli e delle patate che buttavano via quando preparavano il rancio e noi invece ci facevamo la minestra: e devo confessare che soprattutto quelle dei piselli erano davvero difficili da mandare giù. Ma a casa era comunque festa, perché c’era qualcosa da mangiare. È quello era niente rispetto ai rischi che correvamo ogni giorno.
Il 14 agosto 1944 dovevo raggiungere dei compagni che si trovavano in un comando nel centro di Rimini, la zona era quella che all’epoca era nota coma Barafonda, per consegnare loro alcune cose. I compagni erano quelli che sarebbero poi passati tragicamente alla storia come i tre martiri: Mario Capelli, Luigi Nicolò e Adelio Pagliarani – i primi due avevano poco più di vent’anni, Pagliarani solo 19 – che furono catturati, torturati e impiccati due giorni più tardi nella piazza principale della città. Mentre passavo con la mia bicicletta per via Cavalieri, lo stradone principale che mi avrebbe condotto all’edificio dove si trovavano i compagni, le donne che stavano sedute davanti alla porta di casa a fare l’uncinetto – era estate e avevano messo le sedie per strada per sfuggire alla calura delle case – saltarono in piedi e mi corsero incontro facendomi segno di andare via subito: «Torna indietro, torna indietro». Nessuno doveva sapere ciò che facevamo, ma quello era un quartiere popolare e la gente stava dalla nostra parte e, appena poteva, dava il suo contributo, così, spontaneamente. Appena tornata indietro ho saputo dal nostro comandante che avevano appena preso i nostri compagni: se quelle donne non mi avessero avvertito e un altro della mia squadra, che doveva essere lì anche lui, non fosse andato in missione, probabilmente quel giorno gli uccisi sarebbero stati cinque e non tre. Quelle donne mi avevano salvato, avevano partecipato all’azione anche solo avvertendomi che dovevo tornare indietro. Altre volte erano stati i frati di San Bernardino che ci avevano aperto le porte del loro convento quando stavamo scappando dai fascisti e dai tedeschi. In quegli anni io non ho trovato mai ostilità nelle persone, intorno alla Resistenza c’era la solidarietà e la compartecipazione di tante gente.
Certo, non tutti erano così. C’era anche chi se la faceva con i fascisti e i tedeschi. Come la persona che denunciò me e mia madre alla Gestapo; ed era qualcuno che conoscevamo bene. Una mattina nazisti e repubblichini arrivarono a casa – eravamo sfollati da Gemmano a Rimini – e arrestarono me, mio fratello, che aveva solo 14 anni e per altro non era stato coinvolto in nessuna azione partigiana, e mia madre. Ci dissero che alla stazione erano già pronti i vagoni piombati con cui ci avrebbero portato al campo di Fossoli di Carpi, e da lì in qualche lager tedesco. Ma, arrivati al ponte della ferrovia che separava la strada dai binari, cominciarono a cadere le bombe dal cielo; Rimini subì centinaia di bombardamenti sul finire della guerra. Nel fuggi fuggi che seguì scappammo tutti per cercare di metterci al riparo: i fascisti, i tedeschi e anche noi, insieme ad altre persone che erano state rastrellate quel giorno. Solo così, nel parapiglia generale, riuscimmo a metterci in salvo e a raggiungere un luogo sicuro. Ci rifugiammo sulle colline, a Onferno, una frazione di Gemmano, per nasconderci in quelle grotte che ora sono diventate patrimonio dell’umanità, ma che all’epoca per noi erano soltanto le cave da cui si estraeva il gesso con cui lavorava papà. E lì siamo rimasti per qualche tempo, protetti da altri partigiani, finché i nazisti non si sono ritirati verso nord e, qualche giorno dopo, sono arrivati gli alleati. Era il 21 settembre del 1944: il nostro 25 aprile.
Quando siamo usciti di nuovo alla luce del sole, in giro non c’era neppure un solo tedesco, e anche i fascisti sembravano spariti, anche se in realtà si erano solo rintanati in casa o nascosti da qualche parte. In quei giorni, girare per le strade di Rimini dava una sensazione entusiasmante. Eravamo liberi, per la prima volta da così tanti anni. A casa mia non avevamo creduto fino in fondo che tutto fosse finito già il 25 luglio, con la caduta di Mussolini: e infatti, avevamo avuto ragione. È invece ora era finita davvero. Stentavamo a crederci, ma eravamo felici. Ricordo come fosse oggi che la mia prima reazione fu un pianto di gioia. Era la prima volta che mi sentivo libera davvero. Ero nata che il fascismo c’era già. Ero abituata a vedere sul volto di mio padre i segni delle botte dei fascisti: noi liberi non eravamo mai stati. Sentivamo che potevamo finalmente fare qualunque cosa. A piazza Cavour, nel cuore di Rimini, abbiamo fatto una festa enorme, abbiamo ballato tutti insieme. Lì c’era il mercato e i banchi del pesce, e anche chi ci lavorava ha lasciato tutto per venire a ballare. Era pieno di gente, c’erano i partigiani ma anche tante persone comuni che finalmente ritrovavano il sorriso e la speranza. 
Eravamo tutti felici, ma devo dire che a casa mia all’epoca non demmo troppa importanza a quanto avevamo fatto, alla nostra esperienza nella Resistenza. Non andammo nemmeno a iscriverci all’Anpi e a raccontare cosa avevamo vissuto, che infatti non compare in nessun libro di storia. Ci sembrava che non fosse accaduto niente di straordinario. Mia madre ci pensò su e poi disse: «Abbiamo fatto solo quello che era giusto fare, tutto qui». E non se ne parlò più. E anche in seguito, anche negli ambienti del Pci locale non si tornò più sugli avvenimenti di cui eravamo stati protagonisti tra Gemmano e Rimini. Forse perché per molti di noi, la Liberazione avrebbe rappresentato soltanto l’inizio di un percorso: io mi ero iscritta al Partito comunista il 4 maggio del 1944, quando era ancora clandestino, e quella scelta avrebbe accompagnato il resto della mia vita. Dopo la Liberazione fui eletta segretaria della sezione del Pci del centro di Rimini che si chiamava «Tre martiri» e che all’epoca contava più di 2 mila iscritti. Poi mi trasferii a Roma, ma la lotta non era finita. Ricordo ancora le mie mani ferite nello sforzo di staccare dalla strada i sampietrini a Porta San Paolo, per poterli usare per difenderci dalle cariche dei carabinieri a cavallo guidati da Raimondo D’Inzeo: era il 6 luglio del 1960 e manifestavamo contro il governo Tambroni e contro i neofascisti dell’Msi. In quell’occasione non fui arrestata perché, grazie al mio accento romagnolo, mi finsi una turista: eppure, se solo mi avessero guardato le mani avrebbero capito tutto. E questo è soltanto uno dei tanti episodi delle lotte di tutti questi anni che per me hanno rappresentato una prosecuzione di ciò che avevo fatto da ragazza con la mia bicicletta, lungo la Linea Gotica.
In ogni caso, oggi, quando si parla della lotta partigiana, spesso si pensa soltanto a chi combatté, e giustamente, con le armi in pugno contro fascisti e nazisti. Ma la Resistenza è stata qualcosa di molto più grande: ha coinvolto i cittadini, i lavoratori, gli operai e moltissime donne. Talvolta, quando si racconta di quelle vicende, sembra quasi che le donne abbiano dato un contributo minore, pressoché inesistente, ma non è affatto così. Se non ci fossero state le donne, temo che avremmo ancora i tedeschi in casa settant’anni dopo la guerra. Non è solo per il fatto di aver combattuto, perché molte donne hanno anche imbracciato i fucili – a me, che sono profondamente pacifista e sulla porta di casa tengo ancora oggi la bandiera della pace, all’epoca non capitò di farlo, ma non sono così sicura che non avrei usato un’arma, se me ne fosse capitata l’occasione. Comunque, in quei momenti, le donne hanno fatto di tutto: hanno nascosto i partigiani, li hanno vestiti, curati, protetti. Quando c’è stato lo sbandamento del 1943, hanno accolto tanti soldati che altrimenti sarebbero stati arrestati o uccisi dai tedeschi. Hanno fatto le staffette, organizzato la Resistenza nei quartieri, nelle città, casa per casa. E molto altro ancora; come le donne di Rimini che mi avvertirono che dovevo tornare indietro e con questo gesto mi salvarono la vita: chissà con quante altre persone l’hanno fatto, chissà quanta altra gente hanno salvato in questo modo. Perciò, in quel momento, ciascuno ha fatto la propria parte, chi in montagna, chi restando a casa, ma dando il proprio contribuito quando ce ne fu bisogno. Per quello che ho vissuto io, posso dire che la Resistenza è stata una guerra di popolo. Ed è ancora questa l’eredità più importante di ciò che accadde allora.

All’epoca si ragionava in termini di «noi», mentre oggi, e da diversi decenni ormai, sembra ci si sia rassegnati a pensare solo come un «io», ciascuno per proprio conto, chiuso nella sua dimensione individuale, come se insieme non si potesse più fare niente. Eppure, se in quegli anni avessimo ragionato così, non avremmo potuto fare nulla, non avremmo potuto cambiare in alcun modo il corso delle cose. «Io», da sola, non potevo fare niente, ma «noi», insieme, abbiamo fatto tanto e non credo sia superfluo ricordarlo a settant’anni dal 25 aprile. Personalmente credo di aver fatto anche tanti errori durante la mia vita, ma rifarei tutto quello che ho fatto, passo dopo passo. Forse, anzi, senza forse, compresi gli errori.

Tina Costa

Cento in Antartide

Sì, proprio 100 donne!

Provengono da 33 Paesi e sono esperte in 25 discipline. La spedizione, guidata dalla biologa Maria Gual Soler, è all’interno di un progetto di sensibilizzazione sui cambiamenti climatici.