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Lee Krasner

Grande pittrice, pioniera dell’espressionismo astratto, donna coraggiosa, artista visionaria. Lee Krasner è stata tutto questo, eppure viene regolarmente relegata al ruolo limitante di moglie di Jackson Pollock. Una retrospettiva al Barbican, la prima in Europa da oltre mezzo secolo, punta ora a far uscire la Krasner dall’ingombrante ombra del marito e darle il ruolo da protagonista che si merita.
“Lee Krasner: Living Colour” riunisce 100 opere, gran parte delle quali da collezioni private e mai viste prima in Europa, ripercorrendo in ordine cronologico l’iter dell’artista.

Nata a Brooklyn in una famiglia di ebrei ortodossi esuli dall’Ucraina, a 14 anni aveva deciso che sarebbe stata un’artista. Cambiato nome da Lena al più androgino Lee, era riuscita a entrare nelle migliori accademie di New York. Le prime opere, autoritratti e disegni mostrano la sua mano felice e la sua capacità di sperimentare.
Il suo insegnante di disegno come “complimento” le aveva detto che le sue opere erano “talmente belle che non si direbbe che sono state fatte da una donna”. Quando Krasner e Pollock si erano conosciuti e innamorati a New York nel 1941 lei era già un’artista affermata, ammirata da Piet Mondrian per il “ritmo” delle sue composizioni.

Dopo il matrimonio Pollock diventò sempre più famoso e tormentato, entrando nella spirale autodistruttiva che lo avrebbe portato a una morte prematura. Mentre il marito creava i suoi celebri quadri nel grande studio, lei dipingeva piccole, intense tele in camera o in salotto. Quando nel 1951 una sua mostra era stata un insuccesso e non aveva venduto nessun quadro, aveva strappato i disegni e tagliato le tele e poi le aveva ricomposte creando collage dinamici. Per tutta la vita è tornata a esaminare e a volte distruggere le opere del passato per poi incorporarle in nuovi quadri, dando loro nuova vita e significato.

Lee Krasner al Barbican di Londra

Nel 1956 la Krasner era partita da sola per un viaggio in Francia. A Parigi aveva ricevuto la telefonata con la notizia che Pollock, ubriaco al volante, era morto schiantando l’auto contro un albero. Diventata vedova, stremata dal dolore e dal rimpianto, restava un’artista. A chi le chiese come avesse fatto a tornare nello studio a dipingere così presto, rispose che dipingere per lei era vivere: “Sono viva, quindi dipingo”.

Soffrendo di insonnia, all’inizio ha lavorato nello studio che era del marito solo di notte, dipingendo opere in bianco, nero, ocra e grigio. Privata della luce naturale e del paesaggio, ha guardato dentro invece che fuori, concentrandosi sulle sue sensazioni e creando “da un posto molto buio”. 
Superati gli anni del dolore più intenso il senso di libertà, forse liberazione, della Krasner è visibile nella seconda parte della mostra, gli anni dopo Pollock: quadri spesso giganteschi, pieni di vitalità e movimento, saturi di colore, dinamici e con un ritmo quasi musicale. Lei l’ha definita la sua palingenesi: “Sono emersa di nuovo verso la vita e il colore. Il colore è la vita”. Le tele sembrano cantare uno straordinario inno alla vita. Il termine espressionismo astratto avrebbe potuto essere inventato per lei.
Nell’ultima sala della mostra c’è un video di interviste con la Krasner ormai anziana, che sintetizza così la sua vita: “Ero una donna, ebrea, vedova, una pittrice maledettamente brava, se non vi dispiace, e un po’ troppo indipendente”. La mostra del Barbican è una trionfale riscoperta di una grande artista.

Albert: il peggior marito che una donna potesse avere

“Quello che è capitato a Mileva Maric è successo a tantissime donne in quegli anni, erano le regole”, dicono dal Politecnico di Zurigo. “E Albert Einstein è stato il peggior marito che una donna, perdippiù con ambizioni da scienziata, potesse avere”, aggiungono.

A questa conclusione li faccio arrivare dopo una lunghissima telefonata, che è avvenuta il giorno seguente la loro risposta per email alla mia domanda di attribuzione postuma di una laurea a Mileva Maric (domanda avvenuta quattro mesi prima). Ma faccio un passo indietro, e riepilogo tutto, per maggior chiarezza.
 

Primavera 2019: a Schio (in provincia di Vicenza) racconto la vita di Mileva Maric nell’aula magna di una scuola; alla fine del monologo, una ragazza di quarta liceo (Arianna) alza la mano: mi chiede pubblicamente di fare un tentativo, di portare la domanda di attribuzione di una laurea postuma a Mileva Maric al Politecnico di Zurigo, e aggiunge: “Perché non è giusto che le cose siano andate così, e comunque ora possiamo rimediare. Noi non ne possiamo più di sentire storie di donne che finiscono male”.

Io avevo detto loro che il mese successivo sarei andata a Zurigo a fare lo spettacolo, e così loro hanno pensato che sarebbe stata la giusta occasione per aprire un conto sospeso con il passato, e fare giustizia, visto che i tempi oggi sono cambiati. Avevano ragione, le richieste dei ragazzi vanno prese sempre molto seriamente. E così ho fatto.
 
Estate 2019: il quotidiano Tages Anzeiger viene a sapere della storia e mi fa un’intervista. Il 13 luglio 2019 l’intervista esce sul quotidiano Tages Anzeiger, a tutta pagina, in lingua tedesca, il titolo è la mia proposta di attribuzione di una laurea postuma a Mileva Maric. Il giorno stesso pubblico per il sito di Repubblica tutta la storia, e riporto per intero la risposta interlocutoria che il Politecnico di Zurigo nel frattempo mi ha dato, in cui scrivono che la mia proposta è in fase di dibattito, e presto me ne daranno un’altra definitiva.
 
Questo articolo in pochissimo tempo fa letteralmente il giro di tutto il mondo, le condivisioni sono migliaia, e iniziano ad arrivare appoggi e sostegno dai media internazionali. Con la conferma che Mileva Maric rappresenta realmente, per tutti, il simbolo maximo dell’ingiustizia vissuta dalle donne del XX secolo e indietro. Alle donne di quei tempi non era permesso frequentare la maggior parte delle facoltà scientifiche, e se glielo permettevano potevano seguire le lezioni solo come uditrici, non potevano fare esami. Alcune di queste, non potevano entrare dalla porta principale, ma potevano accedere alla facoltà da quella secondaria. Le donne di quegli anni non potevano firmare articoli, solo siglarli semmai. E via così.

In particolare, per sapere chi è nel dettaglio Mileva Maric rimando ad un articolo scritto per l’allegato delle Scienze di Repubblica.
 
Ma torniamo alla nostra storia, seguitemi che si fa interessante. Dopo quattro mesi dalla domanda (e due e mezzo dalla prima risposta interlocutoria), arriva la loro risposta defintiva per email (30 ottobre 2019). Una risposta molto strana, in cui sembrano quasi dirmi che vorrebbero dare la laurea a Mileva ma non possono, e così decido di chiamarli.
 
La risposta che mi scrivono la riassumo qui: “Abbiamo discusso la sua proposta di conferire a Mileva Maric una laurea postuma ad honorem. Ma Mileva Maric purtroppo non ha superato l’esame al suo secondo ed ultimo tentativo, e quindi secondo le regole in vigore all’epoca, doveva lasciare la scuola. In seguito, non ha lavorato nel suo campo di studi. Crediamo che il successo intellettuale di Mileva Maric debba essere apprezzato nel contesto scientifico e sociale del suo tempo, dalla comunità scientifica e dagli storici scientifici. Noi attualmente abbiamo una sola procedura per attribuire dottorati postumi: la procedura prevede che tutta la commissione scientifica sia d’accordo, non uno escluso, che passi al vaglio di un’altra commissione giudicante esterna, e che poi la persona venga alla cerimonia annuale per ritirare il diploma: capisce quindi che non è possibile farlo”. Firmato la Rettrice del Politecnico di Zurigo, che parlava anche a nome del Presidente. 
 
Dunque. All’Eth (Politecnico di Zurigo) nel 1896 Mileva di iscrive, perché era una delle poche facoltà che ammettevano le donne, e davano il titolo di laurea. Ma non dava il titolo di dottorato (tant’è che Einstein dopo la laurea lo ha conseguito da un’altra parte, il dottorato). Dopo il primo anno, Mileva decide di andare all’Università di Heidelberg, in Germania, dove le donne non potevano neanche iscriversi regolarmente come studenti, ma solo come uditrici, va lì perché Heidelberg rappresentava il non-plus ultra per la fisica. 

Segue per un semestre i corsi, chiede di essere ammessa agli esami, come gli altri studenti, ma le dicono che Heidelberg non dà lauree alle donne, e le consigliano di ritornarsene a Zurigo. 

Torna a Zurigo, riprende i corsi lasciati indietro, si mette in pari, e recupera le lezioni perse, fa gli esami, ma all’ultimo anno viene bocciata. Si iscrive lo stesso come ripetente per l’ultimo anno (con inizio 1901), perché vuole conseguire la laurea, ma rimane incinta (aprile 1901). Siccome la regola è che si possono fare solo due tentativi di esame finale, poi si diventa ex-matricolation, Mileva è costretta così a finire gli studi. 
 
La questione è fumosa, esattamente come in tutte le situazioni in cui una donna è incinta, figuriamoci riferita a quegli anni. La risposta via email che hanno dato loro conferma solo i fatti che ho descritto sopra. E i fatti che riportano sono il motivo per cui ho fatto la domanda di attribuzione di una laurea postuma a Mileva Maric.
 
Intanto, l’università di Heidelberg pubblica sul loro sito ufficiale una bella ricostruzione della vicenda e c’è anche la carta di studi di Mileva, che conferma tutto quello che ho scritto sopra. 
 
Chiamo il giorno seguente la Rettrice, con lo spirito da cronista, per avere chiarezza sui punti oscuri dell’email che mi hanno mandato. 
 
La Rettrice in persona non risponde perché troppo impegnata, mentre parlo a lungo con il suo staff: erano tutti informati su chi fossi e sulla proposta, tant’è che dopo lunghi rimpalli sono riuscita a parlare con una delle persone del suo staff che ha partecipato alle discussioni di attribuzione della laurea postuma, e ha risposto alle mie domande. 

Dicono che hanno preso seriamente in considerazione l’idea di attribuire la laurea postuma a Mileva, per questo ci hanno messo diverso tempo per riunirsi, hanno selezionato esperti di fisica e i più grandi conoscitori di Einstein, e sono arrivati alla conclusione che non essendoci articoli o paper che dimostrano che Mileva aveva i requisiti per laurearsi non possono darle la laurea postuma (e grazie! alle donne non facevano firmare articoli, a quei tempi).

E anche dopo il secondo tentativo di passare l’esame (quando era incinta, con relazione illegittima) sottolineano che poi non hanno più trovato traccia delle sue conoscenze di fisica (e certo, ha avuto una figlia da una relazione illegittima, e la figlia ha avuto nei primi mesi la tubercolosi, ed è morta neanche ad un anno di vita, poi si è spostata con Einstein, e poi ha avuto altri due figli).

Il secondo motivo è che non esiste una trafila che possa darle una laurea, “certo potremmo inventarla, ma non è usuale: le regole ora sono che dopo aver avuto il sì unanime di tutti quelli della commissione, nessuno escluso, la persona premiata deve presentarsi alla festa di fine anno e in questo caso la cosa è irrealizzabile, no?”. 

In conclusione mi dicono: “Proviamo sympathy (compassione) per Mileva, ma ha avuto il peggior marito che una donna possa avere. Einstein ha ostacolato il percorso di Mileva nella scienza”. E hanno aggiunto a più riprese il concetto del “capitava spesso in quegli anni alle donne; quello che è successo a Mileva è successo a tante donne” (e certo! è il motivo per cui ho fatto la domanda!).

Insomma, il colpevole è Einstein, secondo loro. Secondo me, il gesto simbolico (da creare apposta per lei) avrebbe chiuso la questione, e dato speranza alle nuove generazioni, alle ragazze che oggi vorrebbero studiare fisica. La musica, il cinema, le arti ci stanno dicendo altro. Mentre la scienza europea è ancora ferma ad oltre un secolo fa. Eppure, ci voleva davvero poco.

Di Gabriella Greison

Hedy Lamarr

La diva viennese Hedy Lamarr non fu un’attrice qualsiasi: oltre a diversi film, sei mariti e numerosi amanti, brevettò un’invenzione a scopo militare, oggi utilizzata per la telefonia mobile

Hedy Lamarr (1914-2000) a 35 anni. L’attrice, nota per aver interpretato il primo nudo integrale del cinema, brevettò anche una geniale invenzione.  | 
Fu un’anima perdente. Senza identità né amore. Indossava la maschera di una dea. Un volto che maledisse e che, a suo dire, le portò “tragedia e mal di cuore”, e che calamitò “sei sfortunati compagni di matrimonio”. Eppure Hedwig Kiesler, la viennese di origine ebraica che il premio Pulitzer George Weller definì nel 1931 “la più bella ragazza del mondo”, fu un’intelligente manager di se stessa e un’innovativa provocatrice del grande schermo, che ben poco si fece mancare e molto restituì a un velenoso destino.

Ribattezzata Hedy Lamarr dal guru hollywoodiano Louis B. Mayer (non senza un gusto sottilmente macabro, visto che il richiamo era alla diva del muto Barbara La Marr, morta trentenne di eroina) la vita dell’attrice austriaca fu un amaro corto­circuito emotivo, un tortuoso labirinto snodatosi per oltre 80 anni tra finzione e realtà, senza che vi fosse mai un confine tra l’una e l’altra. Quando un giornalista, nel 1946, le chiese con un pizzico di malizia per quale ragione non ci fossero le sue impronte davanti al Teatro Cinese di Los Angeles, su quell’Hollywood Boulevard che reca le orme delle celebrità dello spettacolo, lei rispose laconica: «Vengo calpestata abbastanza anche senza stare sul marciapiede»

BAMBINA PRODIGIO. Hedwig era nata a Vienna il 9 novembre 1914. I genitori, entrambi ebrei, provenivano dall’alta borghesia e con la figlia mantennero una condotta tipicamente ottocentesca: scarse attenzioni e un’educazione affidata, come consuetudine, a uno stuolo di governanti.

Nonostante i momenti di tenerezza rievocati nella travagliata autobiografia, i rapporti con la famiglia non furono mai facili: fino all’ultimo dei suoi giorni Hedwig avrebbe evitato di ammettere le proprie radici religiose. «In molte interviste parlò dei genitori come di persone poco affettuose» nota la storica irlandese Ruth Barton nel suo libro Hedy Lamarr, la vita e le invenzioni della donna più bella della storia del cinema (Castelvecchi).

Era una bambina brillante, la futura star. Imparò a disegnare (passione che non avrebbe mai abbandonato) e a cavarsela con le lingue. Attratta dal teatro, trascorreva i pomeriggi a recitare fiabe per un pubblico immaginario. A 12 anni eluse la sorveglianza e partecipò a un concorso di bellezza: incantò la giuria e se ne tornò a casa con il premio più ambito (scatenando l’ira di mamma Gertrud). L’anno dopo vide per la prima volta un film sul grande schermo: Metropolis, di Fritz Lang. In questo periodo cominciò a circondarsi di ragazzi e, a mano a mano, ad appassionarsi al sesso (non respingendo digressioni lesbiche).

Nel 1929, in piena crisi economica, si iscrisse a un corso di recitazione e una mattina, marinando la scuola, s’intrufolò negli studi della Sascha Film, dove convinse gli sceneggiatori a farsi dare una particina.

TESTARDA. I genitori di Hedwig acconsentirono con riluttanza, certi comunque che quell’esperienza non avrebbe avuto seguito. Si sbagliavano: la ragazzina, che all’epoca aveva solo 15 anni, emancipata e testarda, cominciò la sua carriera. Dopo un paio di anni recitava nei panni di una segretaria nel film La signora dei fiori e, nonostante il ruolo periferico, i suoi occhi verdi “graziosi come un dipinto”, non sfuggirono al critico del periodico tedesco Lichtbild-Bühne. Ma fu soprattutto l’incontro a Vienna con Max Reinhardt, uno dei più celebri drammaturghi dell’epoca, a farla uscire dall’anonimato.

L’attrice nel 1938. | 

L’uomo stava lavorando a una commedia di Édouard Bourdet (Il sesso debole) ed era a caccia di talenti, così Hedwig ottenne una parte piccola ma bella. Con Reinhardt affinò le sue tecniche di recitazione e l’uomo «le insegnò le canzoni americane che il suo personaggio avrebbe dovuto interpretare» racconta il giornalista Edoardo Segantini, che ha di recente pubblicato il libro Hedy Lamarr, la donna gatto(Rubbettino).

La commedia Il sesso debolevenne rappresentata per un mese, riscuotendo un «enorme successo». Hedwig (ma già allora lei preferiva il diminutivo Hedy) si rese conto che per sfondare si sarebbe dovuta trasferire a Berlino, il centro di gravità della comunità artistica dell’epoca. Fece i bagagli e partì.

Nella metropoli tedesca ebbe modo di frequentare personaggi di spicco e di farsi conoscere grazie anche alla partecipazione ad altri due film. Finalmente il mondo cominciò ad accorgersi di lei: il quotidiano New York Times parlò di “un’affascinante nuova attrice austriaca”. Tornata a Vienna, nel 1932 accadde l’episodio che segnò la sua carriera rendendola molto nota: fu scritturata per Estasi, di Gustav Machaty. Il film fece scandalo: la giovane Hedy interpretò il primo nudo integrale della Storia (mentre correva in un bosco e nuotava in un laghetto) e recitò la prima estasi erotica davanti a una macchina da presa.

Nella pellicola si vede ben poco: la scena del lago dura pochi istanti e il finto orgasmo solo il tempo di una smorfia di fastidio causata da una puntura di spillo: “Ricordo una puntura particolarmente dolorosa” raccontò Hedy, e fu allora che “la telecamera fece un primo piano della mia faccia distorta in un’autentica agonia”

TRAUMA IN FAMIGLIA. Estasi, su cui si scagliò la censura, fu un evento per i media e un vero trauma per i genitori di Hedwig: germogliarono indiscrezioni e leggende, compresa quella secondo cui il sesso tra gli attori non fosse stato propriamente una recita.

Non ancora ventenne, ormai famosa, nel 1933 Hedy sposò il mercante d’armi Fritz Mandl, ma si ritrovò prigioniera in una gabbia dorata: “Mandl” annoterà “non mi aveva sposata, mi aveva semplicemente aggiunto alla sua collezione”.

Travestita da cameriera, e con le tasche piene di gioielli, l’attrice scappò e nel 1937 ottenne il divorzio (come successe con i successivi cinque mariti). Raggiunta Londra, venne avvicinata da uno degli agenti di Louis Mayer, di passaggio in Europa: il capo della Mgm, la casa cinematografica del leone ruggente, la voleva conoscere. I due s’incontrarono, ma non fu un idillio: Mayer, che aveva il fiuto di un cane da tartufo, la rimproverò per quel “sedere nudo” visto in Estasi. Tuttavia, dopo una lunga trattativa, la ragazza austriaca strappò un contratto di 7 anni a 500 dollari la settimana. Non male come inizio. In cambio avrebbe dovuto imparare l’inglese e cambiare nome: da quel momento sarebbe stata Hedy Lamarr.

L’AMERICA MI ASPETTA. Trasferitasi a Los Angeles, Hedy iniziò a prendere confidenza con gli studios e a frequentare le maggiori star dell’epoca. Finché, nel 1938, l’attore Charles Boyer e il produttore Walter Wanger (che a 43 anni stava per lanciare il mitico Ombre rosse, il film capolavoro di John Ford) la scelsero per recitare in Un’americana nella casbah. Mayer “prestò” Hedy a Wanger e la pellicola sfondò. Lamarr, pratica e tenace negli affari, fu proiettata fra le stelle. Giunse a dire: “Se un uomo mi manda dei fiori, guardo sempre se tra i boccioli c’è un bracciale di diamanti. Se non c’è, non vedo l’utilità dei fiori”.

Partita dal nulla, aveva imparato a dirigere e a giocare d’anticipo. Ma, schiava della propria immagine, il piedistallo non le resse sotto i piedi. Senza patria né famiglia, Hedy era in cerca di un filo di certezza al quale aggrapparsi: le sue relazioni sentimentali non duravano che pochi mesi, la guerra la preoccupava e, nonostante i soldi non le mancassero (era una delle attrici più pagate d’America), non poteva dirsi felice. Il successivo film fu un totale fiasco. Finì in analisi e non ne uscì più. Adottò un bimbo (che poi, per una banale lite, cacciò di casa) e ne ebbe due dal matrimonio con l’attore inglese John Loder.

ATTRICE E SCIENZIATA. Mentre continuava a girare una pellicola dopo l’altra, negli anni del conflitto Hedy s’impegnò a raccogliere fondi per sostenere gli Usa: in una sola sera, dispensando baci, racimolò 7 milioni di dollari. Nel 1940 era entrata in contatto con il musicista di origini prussiane George Antheil, che si occupava di strumenti musicali comandati automaticamente. Durante una cena, scrive Segantini, Hedy confidò a George “di sapere molte cose a proposito di munizioni, questioni militari e armi segrete”: era il prologo di uno dei passaggi più ambigui della sua vita.

Non c’è modo di sapere, prosegue il giornalista, se Hedy avesse trafugato progetti e documenti all’ex marito Fritz Mandl, ma l’esponente socialista Hans Janitschek se ne disse convinto e ipotizzò addirittura che la sua fuga da Vienna fosse stata favorita dai servizi inglesi. Lamarr raccontò ad Antheil di una propria idea e insieme cominciarono a lavorarci: si trattava di un sistema, chiamato Secret communication system, per guidare via radio i siluri, evitando che venissero individuati. Hedy sapeva bene che quello era uno dei grandi problemi della guerra navale, circostanza piuttosto insolita per un’attrice di 26 anni senza alcuna formazione scientifica.

Eppure i due non impiegarono che pochi mesi per giungere a una soluzione: «Servendosi dei rotoli di carta perforati dei pianoforti meccanici, Lamarr e Antheil misero a punto un’apparecchiatura in grado di modificare di continuo le frequenze radio (frequency hopping) rendendole di fatto non intercettabili» spiega Segantini. L’invenzione fu brevettata nel 1942 con l’aiuto del fisico Samuel Stuart McKeown, del California institute of technology, ma la Marina Usa la giudicò non utilizzabile in pratica. Per l’attrice, che abbandonò il progetto, fu un pugno dolente: non immaginava che alcuni decenni più tardi, su quel concetto, si sarebbe basata la tecnologia delle moderne telecomunicazioni (vedi approfondimento qui sotto. «Hedy e George» precisa la ricercatrice Usa An Pham «non ne avrebbero mai ricavato un centesimo».

SUL VIALE DEL TRAMONTO.
Invenzione Geniale

Nota in tutto il mondo come attrice, Hedy Lamarr fu anche una geniale inventrice. Nel 1942, insieme con il musicista George ­Antheil, brevettò il Secret communication system, un metodo antintercettazione dei siluri radiocomandati. Funzionava così: con un sistema simile ai rotoli di carta perforata usati allora per le pianole meccaniche, si cambiava di continuo la freqenza dei comandi radio per impedire che i nemici intercettassero i segnali.

Incompresa. All’epoca, la Marina Usa lo ritenne un sistema troppo ingombrante; ufficialmente non fu mai usato. Non è escluso che sulla decisione abbiano influito le frequentazioni dell’attrice con Mussolini e Hitler negli anni in cui era sposata con Mandl, anche se in realtà Lamarr era antinazista. Solo a partire dagli Anni ’50, in piena guerra fredda, il sistema fu usato all’insaputa dei suoi inventori per il monitoraggio radio dei sommergibili Urss.

Nei cellulari. Oggi il Secret communication system è ricordato per un’altra caratteristica: «Fu una prima, rudimentale, forma di spread spectrum, il principio alla base della telefonia mobile contemporanea» spiega lo studioso Edoardo Segantini. Durante una telefonata al cellulare, infatti, la frequenza varia di continuo, per consentire l’utilizzo della stessa gamma di frequenze a più utenti ed evitare nel contempo che la conversazione sia ascoltata da altri.

Premiati. Il brevetto è ormai scaduto da tempo, ma nel 1997 all’attrice e al musicista che lo avevano registrato fu conferito il premio Pioneer award assegnato agli inventori che hanno rivoluzionato il mondo dell’elettronica e della comunicazione. Hedy, che aveva 83 anni e viveva sola, dalla sua casa in Florida reagì con una battuta: “Era ora”.

SUL VIALE DEL TRAMONTO. Nel frattempo, sul set, le prestazioni dell’austriaca si rivelavano poco convincenti. «Lavorare con lei era difficile: era una donna ribelle e combattiva» dice Pham e, salvo eccezioni, i suoi film non intasavano i botteghini. Nel ruolo di protagonista in Sansone e Dalila (1949) di Cecil B. DeMille (per lo stratosferico cachet di centomila dollari), ritrovò uno sprazzo di celebrità: secondo la critica fu un polpettone inguardabile (“È l’unico film in cui le tette del protagonista maschile sono più grandi di quelle dell’attrice” disse Groucho Marx) ma alla gente piacque

Fu un’onda corta: Hedy era alla deriva, non era e non sarebbe mai stata la grande attrice che sognava di essere. Triste e stanca, nota Pham «si sottopose a interventi di chirurgia estetica che le avrebbero deturpato il viso». Qualche tempo dopo interpretò Giovanna d’Arco e il Los Angeles Times sentenziò: “Non riesce a esprimere calore neppure quando viene arsa viva”. Dopo aver mostrato alcuni segni di instabilità mentale, negli Anni ’50 abbandonò le scene.

Si appassionò al mondo della finanza, ma per due volte venne sorpresa a rubare in un supermercato. Quando poi nel 1966 uscì la sua autobiografia, L’estasi e io (in Italia edito da Sugar), curata da una coppia di scrittori, l’attrice sostenne che molti episodi citati nel libro erano stati inventati, alcuni esasperati (in particolare quelli legati al sesso) e altri ancora ignorati del tutto. Ma nonostante la causa da lei intentata contro l’editore, il volume fu pubblicato e il danno d’immagine fu enorme. Soltanto la vecchiaia le restituì un po’ di serenità, anche se accompagnata dalla nostalgia per Vienna. 

L’ULTIMO VIAGGIO. Il 18 gennaio 2000, Hedy si mise qualche goccia di profumo e andò a dormire. «Era come se presagisse l’inizio di un nuovo viaggio» dice Segantini. Il giorno dopo fu stroncata da un infarto. Lasciò più di tre milioni di dollari. Il suo agente Robert Lantz disse: “L’unico grande amore di Hedy Lamarr fu Hedy Lamarr”. 

Michele Scozzai

(Tratto da Focus)

Shirin Neshat

“Per tutta la mia carriera mi sono occupata di donne, la mia è stata ed è un’ossessione, ma sicuramente una di quelle più magnifiche”. Quando Shirin Neshat parla, guarda sempre negli occhi la persona che ha davanti, ma quel suo fissare non è mai una sfida, ma una necessità di ascolto e di comprensione volta a capire se la si sta ascoltando e capendo davvero. Classe 1957, è la più celebre fotografa e videoartista iraniana. Già premiata alla Biennale di Venezia del 1999, si è imposta a livello internazionale come una delle artiste contemporanee più rappresentative nell’esplorare la complessità delle condizioni sociali all’interno della cultura islamica, rivolgendo uno sguardo particolare al ruolo ricoperto proprio dalla donna. La condizione della stessa, il suo rapporto con il mondo maschile e più in generale quello della cultura orientale con quella occidentale sono diventati i nodi centrali della sua ricerca artistica iniziata nel suo Paese e poi continuata negli Stati Uniti, dove si trasferì per motivi di studio nel 1974 e dove rimase in esilio quando scoppiò la rivoluzione in Iran. New York divenne ed è la sua casa, ma non ha mai rinnegato la sua duplice appartenenza ai due mondi. Un esempio in tal senso è dato dai suoi lavori con cui ha sempre impostato un discorso figurativo poetico, capace di scuotere lo spettatore con immagini e muti racconti, tutte espressioni di problematiche che, seppur connesse con l’islamismo, ne oltrepassano i confini. I suoi primi lavori (Women of Allah, 1993–97) sono fotografie in bianco e nero di donne velate, primi piani di parti del corpo femminile come volti, mani e piedi, sulle quali l’artista sovrascrive versi di poetesse iraniane contemporanee, come quelli di Forough Farrukhzād (1934-1967), che mettono in discussione le qualità stereotipe associate alle donne musulmane.

Giuseppe Fantasia ( dal Web )

Betty Friedan e “La mistica della femminilità”

Friedan cerca di dare una spiegazione al «problema inespresso» che rende infelici, depresse, e predisposte all’abuso di alcol e psicofarmaci le donne americane degli anni sessanta. Secondo Friedan, questo problema è il risultato di un inganno che prende il nome di mistica della femminilità, a causa della quale milioni di americane hanno rinunciato ai loro sogni di realizzazione professionale, per dedicarsi esclusivamente alla maternità e alla vita casalinga. I risultati statistici confermano infatti che, alla fine degli anni cinquanta, l’età media del matrimonio era scesa a 20 anni e stava ancora scendendo a 17-18 anni negli anni Sessanta. La frequenza al college si era ridotta al 35% mentre nel 1920 la percentuale era del 47%.

La mistica della femminilità è quindi un deliberato progetto di persuasione e condizionamento che ha portato milioni di americane a segregarsi nei sobborghi residenziali americani.

Friedan individua i soggetti responsabili della diffusione della mistica della femminilità tra i direttori di giornali, gli educatori, gli psicanalisti, i sociologi funzionalisti.

Nella maggior parte delle redazioni di rotocalchi e riviste femminili le decisioni sulla linea editoriale da prendere è presa da direttori e redattori maschi, che hanno infarcito le riviste di argomenti futili, escludendo deliberatamente notizie riguardanti il mondo, la politica, la società, in sintesi tutto ciò che oltrepassi le quattro mura domestiche o il limitato perimetro di un suburbio residenziale americano.

La mistica della femminilità ha tratto, inoltre, la sua forza dal pensiero freudiano, e soprattutto dall’uso che ne hanno fatto i suoi volgarizzatori, spesso privi delle basi intellettuali per comprendere il senso che Freud aveva attribuito a certi concetti e soprattutto incapaci di comprendere che certe sue teorie erano state elaborate entro i limiti della cultura e della società del tempo. Per esempio il concetto di invidia del pene, che Freud aveva inventato per spiegare un fenomeno osservato in alcune sue pazienti viennesi di ceto medio, che in epoca vittoriana avevano molte ragioni per invidiare gli uomini, dai volgarizzatori veniva usato per spiegare tutti i difetti delle donne americane.

Ma i più zelanti missionari della mistica della femminilità, secondo Friedan, sono i funzionalisti. Il funzionalismo secondo Friedan è una aberrazione della sociologia, perché il suo approccio scientifico parte da questo assunto: «questo è ciò che è, perciò questo è ciò che deve essere». Tale approccio si limita a una descrizione della realtà così com’è, senza lo sforzo di costruire una teoria che cerchi una verità più profonda, per questo motivo le teorie funzionaliste di fatto impediscono qualsiasi mutamento dello status quo e rafforzano il conformismo e i pregiudizi del passato.

Anche Margaret Mead, celebre antropologa statunitense, non viene risparmiata dalla critica. In particolare il suo testo Maschio e femmina (Male and Female, New York, 1953) viene additato come la «chiave di volta della mistica della femminilità». Questo testo che, peraltro, ha il merito di descrivere il grande potenziale inutilizzato delle donne, finisce per concludere tutte le sue riflessioni con la glorificazione della funzione biologica della donna.

Presidi, professori, educatori “sessuo-diretti” hanno, inoltre, predisposto i loro programmi didattici con lo scopo di preparare le donne a essere mogli e madri ideali, distogliendole dall’idea di perseguire qualsiasi carriera. Tale educazione sessuo-diretta diventa, secondo Friedan, tanto più pericolosa quanto più tende a ridurre l’età delle sue destinatarie scesa negli anni sessanta addirittura a 11-12 anni.

La mistica ha, infine, potuto attecchire anche grazie alla complicità di alcune donne che, pur avendo costruito una carriera personale, hanno pubblicamente sostenuto che il valore più alto e l’unico impegno possibile per la donna è la sua femminilità, intesa alla fine nel ruolo meramente biologico-riproduttivo.

La mistica della femminilità non avrebbe però avuto tanta diffusione se non avesse risposto a bisogni autentici della società americana, in primo luogo all’esigenza di tranquillità familiare dopo l’orrore della seconda guerra mondiale, assecondando anche la richiesta di «privatismo» delle giovani generazioni che non trovano nessun autentico valore nella società contemporanea, in secondo luogo la mistica della femminilità soddisfa il bisogno di un’ideologia, che colma la mancanza di mete e il gran vuoto di ideali.

Il suo successo è anche dovuto che al fatto che la mistica della femminilità finisce per assecondare una debolezza delle adolescenti che, negli anni in cui stanno diventando adulte, nel momento difficile della decisione di chi vogliono diventare, sentono come allettante la possibilità di non dover scegliere per il proprio avvenire, di non dover prendere delle decisioni e impegnarsi per raggiungere i propri scopi. La mistica suggerisce che basta attendere per essere scelte dal futuro marito, liberandole dall’obbligo di affrontare la questione della loro identità, perché possono definirsi come moglie e madre di qualcuno.

L’inganno, però dura pochi anni, e le donne finiscono per crollare sotto il peso dell’insoddisfazione e della noia: migliaia ricorrono all’aiuto dello psichiatra. Molte hanno una relazione extraconiugale, altre fanno uso di psicofarmaci e abuso d’alcol e praticamente tutte riversavano la loro energia inespressa su marito e figli in una relazione così onnipresente e soffocante da diventare patologica. Le conseguenze negative, pertanto, si riverberano anche sui congiunti, in particolare sui figli con i quali le madri instaurano una relazione simbiotica, nella quale i figli vengono distrutti. L’infantilismo delle madri contagia, così, una intera generazione sempre meno autonoma nel mondo reale.

In conclusione, impedire alle donne di impegnare veramente la loro energia creativa genera una enorme perdita per la società americana

Dal Web

Spose in vendita

Quando aveva appena dieci anni, sua madre ha tentato di venderla a un uomo che voleva sposarla, ma senza successo. Sei anni dopo i genitori cercarono di venderla una seconda volta. A quel punto Sonita ha rifiutato, ha imparato a scrivere e ha composto clandestinamente un pezzo rap, con cui ha denunciato il dramma delle spose bambine.

Lasciate che vi sussurri le mie parole,
cosicché nessuno oda che parlo della vendita di ragazze.
La mia voce non dovrebbe essere ascoltata, dal momento che è contraria alla sharia.
Le donne devono rimanere in silenzio. Questa è la tradizione della mia città.

Io grido per rimediare al silenzio delle donne, lungo una vita.
Io grido a nome delle ferite inferte al mio corpo.
Io grido per un corpo esausto chiuso in gabbia
Un corpo che si è spezzato sotto il prezzo che vi avete impresso.
Ho quindici anni, vengo da Herat.
Sono venuti per comprarmi e io sono sconvolta.
Non riesco a capire questa tradizione.
Vendono ragazze per denaro. Nessun diritto di scegliere.

Mio padre si preoccupa del costo della vita.
Chiunque paghi di più, la ragazza è sua.
Se avessi saputo che avreste calcolato quanto vi costo,
Se avessi saputo che avreste contato i miei bocconi,
Mi sarei alzata dalla tavola ancora affamata
O avrei mangiato i vostri avanzi.

Come tutte le altre ragazze, io sono chiusa in gabbia.
Come una pecora allevata solo per essere divorata.
Dicono che è giunta l’ora di vendermi.
Anche io sono una persona, questi sono i miei occhi e le mie orecchie.
Avete mai visto una pecora lamentarsi della morte?
Avete mai visto una pecora piangere come me?

Oh Dio, non posso vivere lontana da voi,
non posso accusarvi di niente, anche se sarebbe giusto.
So che mi avete dato la vita, come posso ripagarvi?
Lasciatemi gridare. Sono stanca del silenzio
Toglietemi le mani di dosso. Mi sento soffocare
Non mi avete parlato per così tanto tempo
Che continuo a chiedermi se sono viva.
Non ho voce, e sono piena di dubbi.
Se fossi morta, come potrei sentire le frustate?
Questa è la tradizione della mia città per le ragazze: rimanere in silenzio.

Poi ditemi, come posso provare di essere una persona?
Forse la fuga ed il suicidio sono terribilmente stupidi
Ma cosa posso fare se non ho alcun sostegno?
Eppure, perfino se mi strappate tutti i capelli
Non farò nulla per mettervi in difficoltà.

Se vendermi vi porterà la felicità,
Proverò a mentire: “è tutto fantastico”
Spero che Dio conservi i vostri sorrisi
E i miei sorrisi li scambierò con il vostro dolore.
Però vorrei che rivedeste il Corano.
Vorrei che sapeste che non dice che le donne sono in vendita.

Aspettate, ho bisogno di un po’ di pace.
Lasciatemi sola. È inutile che mi truccate,
Il mio volto ammaccato non guarirà.
Io me ne vado, ma lascio la mia bambola qui per voi.
Non lasciatela piangere come me.

Sonita Alizadeh

Sonita Alizadeh

Sonita Alizadeh è nata in Afghanistan, ma è cresciuta in un campo per rifugiati in Iran insieme al fratello maggiore. Quando aveva appena dieci anni, sua madre l’ha raggiunta a Teheran per tentare di venderla a un uomo che voleva sposarla, ma senza successo. Sei anni dopo i genitori cercarono di venderla una seconda volta, per 9mila dollari. A quel punto Sonita ha rifiutato, ha imparato a scrivere e ha composto clandestinamente un pezzo rap, Dokhtar Forooshi (Figli in vendita), con cui ha denunciato il dramma delle spose bambine. Nel video della canzone, Sonita è vestita da sposa, ha il volto coperto di lividi, un codice a barre sulla fronte e supplica la famiglia di non venderla.

Il brano ha fatto il giro del mondo ed è arrivato anche allo Strongheart group, un progetto statunitense che mira ad aiutare giovani ambasciatori del cambiamento a far sentire la propria voce. La vicenda di Sonita, che la giovane rapper ha raccontato nell’ottobre 2015 al Women in the World Summit di Londra, è una storia a lieto fine: la ragazza ha vinto una borsa di studio della Wasatch Academy, nello Utah, e ora vive negli Stati Uniti, dove sta proseguendo gli studi. 

Dal Web


Nei reparti femminili dei manicomi finivano spesso le donne che non riuscivano ad adeguarsi al ruolo di moglie e madre imposto dalla società,
 ‘dando pubblico scandalo’, come racconta la storica Vinzia Fiorino nella sua ricerca sulla rappresentazione della follia. Le diagnosi erano spesso le stesse: ninfomani, indemoniate o malinconiche. Le ninfomani erano descritte come “donne prive del dominio di pudore, disponibili a qualsiasi tipo di rapporto sessuale e sprovviste di qualsiasi affettività”. Le melanconiche soffrivano di una “alterazione patologica del tono dell’umore, nel senso di una immotivata tristezza talvolta accompagnata da ansia”. Una forma di depressione, curata fino a 40 anni fa nei manicomi con psicofarmaci e cicli di elettroshock. Le indemoniate erano invece definite come “irascibili, violente, con continui stati di agitazione”.

Dal web

Mia Gallegos

All’amore sono giunta con un filo di seta

ci ho messo le guance,
il corpo e la coscienza.

Niente è rimasto di me,
neppure una lettera,
neppure uno specchio in cui riconoscermi. 
Ma ho imparato a passare 
per la cruna dell’ago,
cioè a perdonare sinceramente.
A lasciare la pelle nel filo di ferro,
a ferirmi dalla testa 
ai piedi.

Ho perso tutto. 
E quando ho capito che non sapevo difendermi dalla gente,
ho risposto con una sberla di dolcezza,
 
perché io so
 
che solo i dolci erediteranno la terra.

Mia Gallegos

Agnodice, la prima ginecologa

Di buona famiglia ateniese, si taglia i capelli e si traveste da uomo per studiare medicina con Erofilo, uno dei più rinomati medici dell’epoca, che insegnava ad Alessandria d’Egitto. Il travestimento è reso necessario dal divieto di studiare medicina imposto alle donne e agli schiavi. Conclusi gli studi, rientra ad Atene, dove diventa un’ostetrica molto ricercata.

Usa mettere le pazienti a loro agio sollevando le vesti per rivelare il proprio sesso. Gelosi del suo successo, i medici la chiamano davanti all’Areopago e la accusano di sedurre le pazienti (cosa vietata dal giuramento d’Ippocrate, ora come allora). In tribunale lei solleva di nuovo le vesti. Secondo la legge ateniese, per aver praticato la medicina sotto mentite spoglie, viene quindi condannata a morte.

Nell’udire la notizia, numerose mogli di ateniesi illustri circondano il tribunale e minacciano di uccidersi se la sentenza sarà eseguita. Ottengono non solo che Agnodice continui a esercitare, e finalmente in abito femminile, senza doversi più nascondere, ma che la legge venga cambiata e che le donne nate libere possano svolgere la professione medica, alla condizione che curino soltanto altre donne.

Così racconta Gaio Giulio Igino nelle Fabulae, dove afferma che quella era la prima volta che tale privilegio veniva esteso alle donne. Secondo altre fonti, invece, pare che le ginecologhe esercitassero già nel V secolo a.C. , mentre per altri storici Agnodice, cioè “casta e giusta”, sarebbe il soprannome di Fanostrata che una stele funeraria indica come ostetrica (maia) e medico (iatros).

Dall’Enciclopedia delle Donne