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Luisa Casati Stampa: la donna che spezzò il cuore a D’Annunzio

Molti anni dopo Gabriele d’Annunzio si ricordava ancora di quel mattino lontano, alla vigilia della partenza della marchesa Luisa Casati Stampa per Saint-Moritz. «Facevo colazione da solo con lei. Credo che l’amassi già, senza dubbio la desideravo come sempre». Le aveva portato un singolare dono, una lunga spazzola da bagno inglese. «Era un modo per toccarla da lontano, con delle dita magiche». Quando il marito entrò e guardò incuriosito l’oggetto, lo scrittore arrossì.
Non era passato troppo tempo da quando, nel 1903, l’aveva notata, a una battura di caccia. C’era qualcosa di strano in «quell’amazzone sottile» di ventidue anni che spingeva ostinatamente il cavallo verso i salti più rischiosi. Una sera se l’era trovata vicina a tavola, avvolta in un abito grigio con perle nere. «Io ero seduto, gli occhi all’altezza della sua coscia… ero turbato fin nel profondo», ma aveva ideato una serie di stratagemmi per sfiorarla.
D’Annunzio aveva una ventina d’anni più di quella ragazza alta e molto avvenente. Era calvo e tarchiato, ma era vestito con un’eleganza sofisticata e soprattutto aureolato dalla gloria delle sue innumerevoli conquiste. Per una volta corteggiò lentamente la sua preda.
Luisa Amman era nata a Milano nel 1881 da una ricca famiglia di industriali tessili. Sposare il marchese Camillo Casati Stampa di Soncino era stato per lei essenziale e irrilevante come per un attore salire sul palcoscenico su cui potrà recitare.La relazione presto universalmente nota con D’Annunzio le diede la spinta necessaria per iniziare a essere se stessa. «Voglio essere un’opera d’arte vivente» aveva dichiarato. E ci riuscì. Il suo corpo diventò una statua. Il suo viso un quadro. La sua conversazione una recitazione. Non ebbe abiti, ma costumi.
Luisa si concesse a D’Annunzio, ma non ne fu mai succube, piuttosto una collega nell’arte di affascinare la propria epoca. Fu la sola di cui lo scrittore parlava con un riguardo pieno di meraviglia: era «l’unica donna che mi ha sbalordito». Come sempre coniò per lei dei soprannomi; fu Monna Lisa, Domina, poi per sempre Coré, la dea degli inferi. Lui per lei rimase Ariel, lo spiritello insolente della Tempesta di Shakespeare. Diventare un’opera d’arte per lei non era stato facile, ma con tenacia la marchesa adattò al suo obiettivo il corpo ossuto, un viso asimmetrico, i folti capelli indomabili. Soltanto i larghi occhi verdi erano quasi all’altezza del compito, ma non abbastanza. Lei li aureolò di bistro e li dilatò con gocce di belladonna. Si imbiancò il viso, tinse i capelli di un rosso sulfureo e sottolineò la bellezza delle mani con giganteschi anelli.

Quell’irresistibile Medusa non faceva visite o passeggiate, ma apparizioni. Alternava periodi di castità a periodi di dissipazione. La sua relazione con D’Annunzio non si interruppe mai, ma si diradò negli anni e convisse con altri capricciosi incontri. Lo scrittore assisteva soddisfatto all’ascesa della «piccola amica dorata», pienamente riuscita nell’intento di abbagliare i contemporanei. Tutti, da Boldini a Van Dongen, da Bakst a Man Ray, da Cocteau e Beaton, si inchinavano a quell’opera d’arte capace di usare un boa come sciarpa o di stare nuda in giardino, replicando ai detrattori: «La verità è nuda!».

Nel 1910 D’Annunzio modellò su di lei un personaggio del romanzo Forse che sì forse che no. Isabella Inghirami era «avvolta in una di quelle lunghissime sciarpe di garze orientali… tinte di strani sogni» di Fortuny. «Le sue vesti vivevano con la sua carne come le ceneri vivono con la bragia». Ogni suo minimo gesto restava inimitabile, dal «togliersi la lunga calza di seta stando accosciata sul letto», al «togliersi dal cappello gli spilli sollevando le braccia in arco e lasciando scorrere la manica sino al poco oro crespo dell’ascella».
Con la «distruttrice della mediocrità» Gabriele condivideva il gusto della «mattonella di Persia», come chiamava la cocaina che illuminava i loro incontri. Il seduttore non si separava mai dalla scatolina d’oro «dove brilla la polvere» che esaltava la sua sensualità regalandogli un’effimera gioventù. Nel 1913 la marchesa e l’autore vissero un’estate intensa, siglata dal commento scritto da D’Annunzio dietro una fotografia dell’amata scattata da de Meyer: «La carne non è se non uno spirito promesso alla Morte». Il 9 agosto scrisse: «A Parigi la Sua vita era sparsa da per tutto. Bastava l’odore della pioggia per creare in me il Suo viso di bambina dispotica… Bastava un motivo di danza per gettare contro di me il Suo corpo pieghevole o per abbassare tutti i miei pensieri sotto il Suo piede arcuato.
Ma bastava un nulla per allontanare quei due grandi egocentrici. Allora la marchesa tempestava da Parigi l’amante in ritiro ad Arcachon. «Coré piange. Non si deve mai tormentare Coré. Le parole sono lontane. Venga se l’ama». E lui replicava: «Come Coré è lontana! Per due o tre giorni m’è parso di sentirla vicina; poi è ridiventata distante… Ora, per giungere fino al suo cuore, bisogna traversare molti cerchi di vanità umana».
Nel confronto infinito tra gli amanti, nel 1917, il Vate pensava di farle visita quando aveva saputo che la marchesa era in albergo da tre giorni, ma solo allora lo aveva invitato nella sua stanza. «La tentazione di vederla nella notte. Poi la rinunzia, malgrado l’assedio dei ricordi». Ad attrarlo non c’era solo il fascino indubitabile della donna. La Casati infatti si dedicava a pratiche di magia nera e a sedute spiritiche che da sempre incuriosivano D’Annunzio. Una notte animata da un temporale gli amanti si dedicarono, sulla via Appia, al rito stregonesco dell’involtura, in cui viene battezzata la figura di cera di un nemico, prima di trafiggerla. Tuttavia quella cerimonia intima era un’eccezione. Le messe nere che la marchesa organizzava erano soprattutto spettacoli e i lacchè neri solo comparse nell’incessante spettacolo della sua vita.

Scortata dagli animali, dal tranquillo ghepardo al pitone, dal pappagallo nero al levriero verniciato di blu in pendant col cappello della padrona, Luisa Casati interpretò magistralmente la femme fatale, ma non rovinò nessuno. A parte quello mai concluso con il Vate, i suoi amori rimasero al margine della sua eccezionale esistenza.
«Ella possedeva un dono e una sapienza onnipotente sul cuore maschile: sapeva essere o parere inverosimile», essere accessibile o lontana, come quando resistette a lungo al bombardamento di inviti al Vittoriale. Si fece precedere da un dono insolito, una gigantesca tartaruga che dopo una morte per indigestione sarebbe stata trasformata in scultura e ancora oggi trionfa in bella mostra. «È arrivata la tartaruga superando nella velocità Coré che forse arriverà l’anno prossimo» replicò lui imbronciato. Nell’attesa si abbandonava al flusso della memoria, aiutato dalla muta presenza della statua di cera della marchesa dotata di un sontuoso guardaroba di Poiret. Nel 1924 finalmente lei cedette alle richieste dell’anziano amante e soggiornò per un mese al Vittoriale. «Coré torna verso di me, dopo tanto».
Gli ultimi vent’anni della vita della Casati si svolsero sotto il segno della rovina fisica e finanziaria. Morì povera nel 1957, dopo avere coscienziosamente sperperato il denaro che tanto disprezzava. Cecil Beaton colse, con un trabocchetto, le ultime patetiche immagini della primadonna ormai vecchia e segnata, sotto la spessa veletta e la pelliccia di leopardo tarlata. «O Coré» aveva scritto D’Annunzio «inafferrabile come un’ombra dell’Ade».                                                      

Di Giuseppe Scaraffia

Libera Ahed Tamimi

Ahed Tamimi, la ragazza di 17 anni diventata il simbolo della resistenza palestinese contro l’occupazione israeliana, è stata rilasciata oggi, 29 luglio 2018, secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa palestinese Maan.
L’attivista palestinese ha scontato 8 mesi di detenzione dopo che un tribunale militare l’aveva condannata per aver schiaffeggiato nel dicembre del 2017 due militari israeliani nel villaggio di Nebi Saleh, in Cisgiordania.

Le 11 Streghe

In oltre 70 anni di storia, il Premio Strega ha avuto solo 11 donne vincitrici, l’ultima delle quali Helena Janeczek che con La ragazza con la Leica, ha trionfato nell’edizione 2018. Erano quindici anni che una donna non vinceva il premio fondato da Maria Bellonci e Guido Alberti, dopo Melania Mazzucco vincitrice nel lontano 2003. Da allora, per ben quattordici edizioni, solo vincitori uomini, nonostante diverse scrittrici arrivate nella rosa dei cinque finalisti. Sembra che il riconoscimento letterario più ambito d’Italia sia prerogativa esclusivamente maschile (cosa peraltro riscontrabile anche in altri titoli, dal Nobel al Pulitzer) tant’è che escludendo periodi precisi (pensiamo agli anni Sessanta, ad esempio, decennio che ha visto il trionfo di tre scrittrici italiane: Natalia Ginzburg, Anna Maria Ortese e Lalla Romano) di donne vincitrici il Premio Strega ne ha avute ben poche, con un ‘record’ particolare tra il 2003 ed oggi. La LXXII edizione, invece, è stata vinta dalla scrittrice tedesca, ma italiana d’adozione, Helena Janeczek, che col suo romanzo dedicato a Gerda Taro ha raccolto il favore della giuria ma anche del pubblico e della critica. Ma quali sono, del Premio Strega, le donne vincitrici? Eccole, dalla prima edizione, nel 1947, ad oggi.
ELSA MORANTE (1953)
Elsa Morante è stata la prima, tra le scrittrici italiane, ad aggiudicarsi il premio istituito da Maria Bellonci e Guido Alberti: fu nel 1957 col romanzo dal titolo L’isola di Arturo, la storia di un ragazzino, Arturo Gerace, cresciuto da solo (la madre è morta dandolo alla luce mentre il padre è continuamente in giro per il mondo) sull’isola di Procida. Quando il giovane conoscerà l’amore, e il padre sposerà un’altra donna, le sue certezze (e il suo mondo, racchiuso nell’amata isola) crolleranno inesorabilmente.

NATALIA GINZBURG (1963)
Come Elsa Morante, anche Natalia Ginzburg è stata una delle prime scrittrici italiane ad aggiudicarsi il Premio Strega. Il romanzo, che le valse il riconoscimento nel 1963, è il celeberrimo Lessico famigliare, un libro autobiografico in cui descrive la vita quotidiana della sua famiglia d’origine, i Levi, focalizzando l’attenzione sulla comunicazione linguistica. Il romanzo, in cui la scrittrice di origine ebrea racconta, con affettuosa ironia, le vicende della sua famiglia da metà anni Venti fino agli anni Cinquanta, svela eventi legati al Fascismo e alla Seconda Guerra Mondiale evocando, tra l’altro, l’uccisione (per attività antifasciste) del marito Leone Ginzburg e il suicidio di Cesare Pavese, con cui, alla fine della guerra, la Ginzburg iniziò a lavorare.

ANNA MARIA ORTESE (1967)
Oltre ad essere una delle scrittrici italiane più famose del Novecento, Anna Maria Ortese è anche tra le donne vincitrici del prestigioso Premio Strega. Col romanzo Poveri ma semplici, infatti, l’autrice partenopea (famosa, tra l’altro, per la raccolta di novelle Il mare bagna Napoli, con cui vinse il Premio speciale per la narrativa al Premio Viareggio 1953) si aggiudicò l’edizione del 1967 del premio istituito dai Bellonci-Alberti con un libro che la stessa Maria Bellonci descrisse così: ‘esile, forse semplice ma non povero; un piccolo poema di una purezza inquietante come sul punto di frantumarsi, una memoria del tempo perduto e ritrovato nelle sillabe sguarnite’.
LALLA ROMANO (1969)
Lalla Romano, invece, vinse il Premio Strega 1969 con un romanzo, Le parole tra noi leggere, ambientato all’epoca delle rivolte giovanili di fine anni Sessanta e incentrato sul rapporto, conflittuale, tra una madre e il figlio adolescente. Oltre che dalla critica il libro fu molto apprezzato anche da Eugenio Montale: il titolo del romanzo, infatti, riprende alla lettera i versi di Due nel crepuscolo, famoso componimento del poeta genovese.

FAUSTA CIALENTE (1976)
Nata a Cagliari nel 1898, Fausta Cialente è stata una delle figure più importanti del femminismo moderno italiano. Scrittrice, traduttrice e giornalista, visse parte della sua giovinezza a Trieste, città d’origine della madre, dove si formò culturalmente coltivando la passione per la scrittura. Le quattro ragazze Wieselberger, infatti, con cui la Cialente vinse il Premio Strega 1976, rievoca, sotto forma di autobiografia, le atmosfere triestine della sua giovinezza.

MARIA BELLONCI (1986)

Maria Bellonci e Guido Alberti con Primo Levi / Ansa

Tra le donne vincitrici del Premio Strega figura anche Maria Bellonci, scrittrice e traduttrice italiana nonché ideatrice, insieme all’amico Guido Alberti, del famoso riconoscimento. Il titolo le fu assegnato nel 1986 per il romanzo, per molti il suo capolavoro, dal titolo Rinascimento privato, una biografia immaginaria di Isabella d’Este scritta, però, sotto forma di romanzo autobiografico. Sullo sfondo, i momenti cruciali del Rinascimento italiano.

MARIATERESA DI LASCIA (1995)
Mariateresa Di Lascia morì a soli quarant’anni, poco prima di aggiudicarsi il Premio Strega 1995: il romanzo, pubblicato da Feltrinelli, è Passaggio in ombra, la storia di una donna di mezza età, Chiara D’Auria, che sentendosi vicina alla morte comincia a rievocare i fatti della sua vita.

DACIA MARAINI (1999)
Considerata una delle scrittrici contemporanee più illustri della narrativa italiana, Dacia Maraini è una delle poche donne vincitrici del Premio Strega. L’opera, con cui nel 1999 si aggiudicò il titolo, è uno dei suoi libri più belli, Buio, una raccolta di 12 racconti ispirati a fatti realmente accaduti: una serie di delitti che il commissario Adele Sòfia deve risolvere, ricorrendo al suo intuito ed alla sua profonda umanità.

MARGARET MAZZANTINI (2002)
Il Premio Strega annovera, tra le donne vincitrici, anche Margaret Mazzantini, scrittrice e drammaturga italiana, nata a Dublino nel 1961. I suoi romanzi, molti dei quali diventati anche film, hanno ricevuto diversi riconoscimento tra cui, con Non ti muovere, anche il Premio Strega 2002. Il libro, il cui filo conduttore è la paura della morte, è la storia di un uomo, Timoteo, che si racconta alla figlia in coma dopo un terribile incidente: la giovane, in gravissime condizioni, viene trasportata nell’ospedale dove il padre lavora come medico…

MELANIA GAIA MAZZUCCO (2003)
Melania Mazzucco si è aggiudicata il titolo nel 2003 con un romanzo, Vita, che ha avuto molto successo sia in Italia che all’estero. La storia, a tratti fantastica e picaresca, ripercorre l’emigrazione (reale) del nonno paterno che, con alcuni amici, parte per New York. Il romanzo, oltre al Premio Strega, ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra i quali il Premio internazionale Arcebispo Juan de San Clemente di Santiago de Compostela, come miglior romanzo straniero.

HELENA JANECZEK (2018)
A quindici anni dalla vittoria della Mazzucco, nel 2018 il Premio Strega è tornato ad una donna: si tratta di Helena Janeczek, nata 54 anni fa a Monaco di Baviera, ma residente in Italia dal 1983. Il suo romanzo, La ragazza con la Leica, è ambientato nella Spagna degli anni Trenta e racconta, attraverso i ricordi di chi l’ha conosciuta, la straordinaria seppur brevissima vita della fotografa Gerda Taro. ‘Ho scelto di raccontare la vita di Gerda perché è il simbolo di una donna libera e indipendente, ha spiegato la scrittrice, una donna che ha creduto nelle sue convinzioni’ morendo, da eroina, durante la Guerra Civile spagnola.

Da Caterina Padula

Francesca

Vedo con la coda dell’occhio una persona dietro di me, penso sia il mio amico Guido, sapevo che sarebbe andato anche lui a dare una mano e penso, mi vorrà fare uno scherzo. 
Stavolta non mi farà saltare facendomi il suo solito solletico all’improvviso, così mi preparo: irrigidisco i muscoli del corpo e sono pronta a voltarmi quando all’improvviso sento una stretta da dietro con le braccia, delle mani iniziano convulsamente a palpeggiarmi i seni scendendo giù sulle parti intime. Non era Guido. 
Mi giro di scatto, inizio a gridare e scalciare alla rinfusa, mi trovo davanti un individuo di mezza età, mingherlino che si ritrae, abbassa lo sguardo, alza le mani al cielo. Scioccata dall’accaduto, mi fermo un millesimo di secondo per cercare di realizzare cosa stava succedendo e lui rigetta le sue mani sul mio petto. 
Cerco di nuovo di allontanarlo scalciando, quello si volta e se ne va camminando velocemente in direzione di una piazza affollata. Grido di nuovo, chiedo a voce alta aiuto a una coppia che mi accorgo era lì davanti un altro portone. Mi colpiscono con uno sguardo di diffidenza e continuano a conversare tra loro. 
Nel frattempo il mio aggressore sta per entrare nella piazza affollata e ha preso a camminare normalmente.
Piena di rabbia e in preda alle lacrime, lo inseguo sperando di farlo bloccare dai passanti. Io non potevo, sentivo le mani bloccate, avevo disgusto a toccarlo. Grido di nuovo aiuto, urlo alla gente che passa a quelli seduti al bar, di fermarlo, dicendo che quell’individuo mi ha appena aggredita. 
Nessuno si muove. Ancora soltanto sguardi di diffidenza, quasi infastiditi dalle grida. Mi sembra di essere piombata in un incubo surreale: non è possibile mi dico, non ci credo, quello sta camminando tranquillo per la strada e a me dopo la schifosa aggressione, non solo nessuno presta soccorso, mi ritrovo addosso gli occhi infastiditi di gente che mi guarda come fossi una pazza.
Mi trovo davanti una folla di lobotomizzati; degli automi. È tutto così allucinante, mi gira la testa, tremo, una rabbia mai provata prima prende il sopravvento sullo spavento e il dolore per l’aggressione. 
Questa rabbia mi dà la forza di inseguirlo per 500 lunghissimi metri, i 500 metri più lunghi e strazianti della mia vita. 
Finalmente due ragazzini sul motorino accorrono in soccorso e lo bloccano: avranno 14 anni. 
Riesco a chiamare il 112 e gli amici che mi aspettavano a casa. Arrivano tutti, i miei amici, la polizia, e i passanti-automa che si fermano a sbirciare come gli anziani sui cantieri mentre racconto l’accaduto ai poliziotti, si avvicina una ragazza dicendo sconvolta che quell’individuo l’aveva molestata pesantemente strizzandole forte il seno mentre usciva dal bar di fronte, appena 10 minuti prima. 
Andiamo entrambe in centrale, sporgiamo regolare denuncia. Siamo entrambe sconvolte: mi racconta di aver chiesto anche lei soccorso e che nell’indifferenza generale, nessuno l’ha aiutata, stava rientrando a casa quando ha visto la volante e quell’individuo. Una volta in centrale chiamo la mia famiglia, faccio un giro di telefonate e veniamo a sapere che un’altra donna ha presentato denuncia ai carabinieri per molestie sessuali contro lo stesso individuo solo un giorno prima. Contestualmente veniamo a sapere che il pubblico ministero è una donna. Questo mi rincuora, penso ingenuamente che una donna possa essere più sensibile verso questo tipo di reati. 
Purtroppo scoprirò più tardi che la pm non vorrà convalidare il fermo perché — mi spiegano — «non c’è flagranza di reato». Mi sforzo di capire cosa si intenda allora per «flagranza» ma faccio davvero tanta tanta difficoltà.
E ancora mi chiedo perché una pubblico ministero non possa evitare che un individuo con evidenti problemi psichici, soggetto a conclamati raptus criminali, dopo tre denuncie di molestie a distanza di 24 ore, se ne vada in giro libero di aggredire altre donne e ragazzine del quartiere. E soprattutto spiegatemi perché la società in cui viviamo si è rivelata come un grande silenzioso deserto dall’indifferenza imperante. Nei secoli le piante hanno modificato la propria morfologia per sopravvivere a climi a loro ostili. I cactus hanno trasformato le proprie foglie in spine, ecco io ora vorrei continuare a credere in quei principi di solidarietà e giustizia a cui la mia famiglia mi ha educato, quello che dovrebbe essere la linfa vitale della nostra società. Solo ora spiegatemi voi come continuare, perché io mi rifiuto di subire e trasformare le foglie in spine.

Francesca

Brave: Susanna, Carolina, Victoria!

Il loro sogno è quello di combattere gli stupri e il traffico di esseri umani, grazie alla loro invenzione: tre adolescenti americane, Susana Cappello, Carolina Baigorri e Victoria Roca, hanno messo insieme il loro ingegno per creare una cannuccia “intelligente” in grado di indicare se il drink che si sta bevendo sia stato o meno contaminato con sostanze stupefacenti. È noto, infatti, come molti molestatori siano soliti contaminare i cocktail per drogare le proprie vittime.
L’invenzione delle tre si chiama Smart Straw: si tratta di una cannuccia che cambia colore se messa a contatto con uno psicotropo: “Se nella bevanda è stata sciolta ketamina o la cosiddetta droga dello stupro, subito il dispositivo diventerà di colore blu”, hanno raccontato le giovani al Daily Mail.

Il progetto di Cappello, Baigorri e Roca è nato inizialmente come compito scolastico, finché la passione e la voglia di fare davvero la differenza non hanno portato l’invenzione su un altro livello. La speciale cannuccia è riuscita a vincere anche il primo posto nella Business Plan Challenge del Miami Herald, la gara pensata per imprenditori che vogliano proporre nuove idee a potenziali investitori. Gran parte del successo del prodotto si deve all’estrema necessità di trovare una soluzione al gran numero di stupri sotto effetto di droghe che avvengono soprattutto nei campus universitari. Stando ad un sondaggio condotto dal team alla Northwestern University, l’85% degli intervistati sarebbe pronto ad usare la cannuccia, giudicandola molto utile.
Il desiderio più grande delle tre giovani è quello di vedere la loro invenzione in bar, club, ristoranti, università. “Persone di entrambi i sessi e di qualsiasi età sono potenziali vittime – hanno spiegato -. Speriamo di fare la differenza nel mondo con il nostro prodotto”.
Di Ilaria Betti

Josephine

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JOSÉPHINE BAKER E GEORGES SIMENON

Quando l’aveva incontrata, il 7 ottobre 1925, al Théâtre des Champs-Elysées, Joséphine Baker non era ancora, come diceva Colette, «la più bella pantera e la più affascinante delle donne», ma solo una ballerina che si faceva notare per il suo dinamismo tra le tante colleghe di colore della Revue nègre.
Georges Simenon al contrario era un poligrafo che si stava affermando nella Parigi notturna degli anni folli. Si firmava ancora Sim e frequentava artisti come Picasso e Vlaminck, viveur come André de Fouquières. Aveva 23 anni e scriveva 80 pagine al giorno. Non si rileggeva mai.

Josephine Baker.
Travolto dal fascino e dalla vitalità di quella ventenne che danzava nuda con un gonnellino di banane, aveva scritto un peana alle sue natiche: «È un sedere agognato da poter essere venerato. L’hanno visto nudo… talmente teso, talmente staccato dal torso con un immenso gesto di sfida, da formare un essere a parte, che vive di vita propria, molto ma molto lontano dal viso della Baker su cui, comicamente, gli occhi si toccavano per lo stupore». Non c’erano dubbi: quella ballerina era «una sintesi di voluttà animale, giovane e vivace come il jazz, trepidante, ridente, brutale e candida, soprattutto gioiosa di una gioia infantile, sana ed esuberante, non viziosa, ma forse avida. Perché il sedere della Baker turba i continenti? Perché gli uomini si commuovono in massa e perché anche la gelosia delle donne viene disarmata? Ma perché è un sedere che ride!».
Presto le più emancipate si riconobbero in quella ragazza che entrava trionfalmente in scena sulle spalle di un nero gigantesco, nuda tranne per una piuma di fenicottero rosa tra le cosce. Non si sentiva volare una mosca mentre il portatore le faceva fare la ruota. Quando Joséphine toccava terra, la sala scoppiava in un boato.

Josephine Baker.
La sua energia era incontenibile come la sua volontà di godersi i piaceri della vita. Quando, reduce dallo spettacolo, Joséphine arrivava al suo club, Chez Joséphine Baker, si scatenava in folli danze. Presto il locale era diventato uno dei posti prediletti dagli snob e dai conoscitori di jazz. La cucina era affidata a Freddie, una cuoca nera che preparava i piatti preferiti della ballerina, tra cui gli spaghetti al peperoncino. Negli intervalli Joséphine allattava con il biberon la capretta Toutoute, membro di riguardo del suo zoo personale.
Non doveva essere stato difficile a un seduttore come Simenon conquistare Joséphine, che accumulava disinvoltamente schiere di amanti tra i due sessi. Le donne che l’avevano conosciuto non avevano dubbi: il fascino di Simenon era quasi palpabile. Insieme a lui si sentivano protette e i problemi sembravano svanire.

Josephine Baker
In una foto di quei giorni Georges Simenon in smoking, seduto vicino a una radiosa Joséphine Baker, aveva un’aria sorniona. I rispettivi accompagnatori sembravano non accorgersi di niente. Il sedicente conte Pepito Abatino, uno gigolò siciliano, sorrideva felice del successo del club che aveva creato, senza badare alla tumultuosa sessualità di Joséphine. La bella, androgina Tigy Simenon, in tubino nero e capelli corti, fissava l’obiettivo con aria fatale, ma nascondeva un’insormontabile frigidità. Eppure molti anni dopo lo scrittore si lamentava ancora della gelosia della moglie pittrice che l’aveva obbligato a nascondere la sua relazione con la Venere Nera.

Georges Simenon
Georges non aveva dubbi sui ruoli dei coniugi nel matrimonio. «La donna deve essere solo un riflesso del marito e sacrificare la propria personalità alla sua». Simenon era geloso di Tigy, ma non sopportava la sua gelosia. Seduceva regolarmente le modelle della consorte, ma evitava con cura le relazioni. «Ci sono donne con cui non si può fare all’amore senza poi esserne inseguiti». Ricorreva quindi a raffinati bordelli o alle avvenenti entraineuses del Café de la Paix.
Aveva una strana idea della discrezione: una volta, avendo sorpreso la moglie di un amico ballare nuda in una casa d’appuntamenti, se l’era fatta mandare in camera, per non «farle venire dei complessi». Il sesso per lui era come il tatto per un cieco: l’unica maniera di raggiungere un mondo che gli sfuggiva. «L’unica comunicazione possibile con le donne è quella sessuale». Anche perché, si diceva, forse non c’era nulla da capire, forse le donne erano solo riflessi del desiderio maschile. «Provavo una vera e propria sofferenza all’idea di sapere che esistevano milioni di donne che non avrei conosciuto».

Georges Simenon
L’unica eccezione alla regola di Simenon fu la lunga relazione con Joséphine Baker. «Ci innamorammo follemente, fu un vero colpo di fulmine». Nella sua vita intima, Baker si comportava con la stessa libertà che la faceva ballare nuda. L’insaziabilità di Simenon dava la misura del suo vuoto affettivo. «Ho sempre vissuto l’amore solo come un incidente, una malattia, quasi una malattia vergognosa» aveva confidato ad André Gide. Ma quella «bambina selvaggia» aveva infranto la sua corazza.
Presto i nottambuli si erano abituati allo strano quartetto – i Simenon, la Baker e Abatino – che ogni sera si ritrovava. Georges, che detestava il siciliano, tentava di camuffare la situazione dicendo di fare il segretario della star. In effetti il romanziere cercava di mettere ordine nella frenetica vita «dell’Uccello delle isole». Rispondeva alle lettere, rivedeva i conti e mandava alla madre dell’artista un assegno mensile. «… Sim è un giovane giornalista, molto gentile e adorabile. Per tutto quello che fa per me la gente pensa che sia il mio segretario…» commentava languidamente la seduttrice.

Josephine Baker
Progettava addirittura una rivista popolare, Joséphine Baker’s Magazine. L’impresa non lo spaventava, dopo avere scritto interamente con 12 pseudonimi diversi il patinato Frou-frou. Gli amici di Joséphine consideravano Georges “un monello” senza interesse che la distraeva dai magnati che la corteggiavano. Ma lei si comportava con la stessa libertà che la faceva ballare nuda o stravolgere la bella faccia simulando lo strabismo. Simenon non aveva mai incontrato una persona altrettanto libera e avida di vita.
Intanto, giorno dopo giorno, la Baker diventava sempre più celebre. I parrucchieri spingevano le clienti a “bakerfissarsi” i capelli con la brillantina come lei. Appena si era laccata d’oro le unghie, una sofisticata poetessa, Anna de Noailles, l’aveva battezzata «la pantera dagli artigli d’oro». I sedili della sua auto, una lussuosa Delage, erano in pelle di serpente. Chiquita, il suo leopardo, aveva una serie di collari coordinati con gli abiti della padrona. I rotocalchi elencavano i nomi dei suoi animali: Ethel, lo scimpanzè, Albert il maiale, Kiki il rettile e via dicendo.
Nel 1927, il loro amore era quasi completo, come il Joséphine Baker’s Magazine, che aveva già pronta la copertina per il primo numero, quando era svanito nel nulla. La fama di Simenon era cresciuta, ma con una velocità inferiore a quella della sua amante. Quando aveva deciso di scrivere le sue memorie, Joséphine si era rivolta a un altro. Invece insieme a lui aveva formulato il folle progetto di un finto rapimento. Per fortuna si erano fermati in tempo. «Che bella réclame! Joséphine e io abbiamo rischiato di caderci… l’inevitabile pubblicità ci ha fatto paura. Un falso scandalo che diventava un vero scandalo!».
Poco dopo Simenon decise di allontanarsi. «Essere il marito o l’amante di una donna famosa e non essere nessuno non sarebbe la peggiore tortura per l’orgoglio di un uomo?». Riuscì a rompere solo con uno sforzo di volontà rifugiandosi con la paziente Tigy all’isola d’Aix, di fronte a La Rochelle, per cercare di dimenticarla. Agli intimi confidava: «Ero diventato l’amico di Joséphine Baker, che avrei sposato se non mi fossi rifiutato, sconosciuto com’ero, di diventare monsieur Baker».
Ma la rinuncia aveva proiettato la silhouette dell’amata nei nuovi romanzi dell’inconsolabile romanziere. Nel Colpo di luna, è facile riconoscerla nel ritratto di un’indigena nuda. «La ragazza aveva un seno abbondante e sodo. I fianchi, come quelli di un maschio adolescente, erano meno larghi del busto, ma il ventre aveva ancora la tipica rotondità dell’infanzia».
Joséphine continuava la sua ascesa e, all’apice del successo, pensava di sposarsi con il sedicente conte Pepito Abatino di Calatafimi che sopportava stoicamente i suoi tradimenti. Quando l’aveva saputo Simenon le aveva scritto furibondo: «Il tuo Pepito è un impostore. È conte come io sono presidente degli Stati Uniti. Si chiama Giuseppe Abatino e lavorava come gigolò prima di mettere le mani su di te. È uno scroccone, un truffatore, un parassita. Non è mai stato capace di pagarsi una birra con il proprio denaro. Non ha mai lavorato. È piuttosto del genere che fa lavorare le donne, sai cosa voglio dire». Intimidita, ma non domata la Baker si sposò segretamente.
Si rincontrarono solo trent’anni dopo a New York, «sempre innamoratissimi» sostiene Simenon. Lei si comportò come se il tempo non fosse passato. Sgranò gli occhi e chiese: «Georges! Perché mi hai abbandonato?». 

Da Io Donna

Scheggino: la festa delle donne

Scheggino: la festa delle donne 

Correva l’anno 1522, l’Italia era attraversata in lungo e in largo da eserciti e compagnie di ventura che devastavano ogni borgo incontrato, lasciando una lunga scia di fuoco e sangue dietro di loro (il sacco di Roma del 1527 è un chiaro esempio di quale fosse la situazione) . C’era diffidenza, c’era odio, c’era intolleranza e i roghi per streghe, miscredenti (o scienziati) erano accesi di continuo. Era un periodo turbolento, dove i cambi di bandiera erano all’ordine del giorno e il paese confinante poteva assalirti senza darti il tempo di reagire.

Il duca di Spoleto governava un ampio territorio che ricadeva sulle Marche, l’Umbria e l’attuale provincia di Rieti.

La Valle del Nera, era un suo possedimento, ed era un’importante snodo viario per il commercio e il controllo del territorio, consentiva il passaggio dal Tirreno all’Adriatico, attraversando importanti centri religiosi come Norcia e Cascia. Una lunga via d’acqua stretta tra i monti dell’appennino che bagnava una terra fertile e ricca per abbazie e castelli che ne sfruttavano le proprietà.

Tuttavia, il pesante giogo spoletino spinse Picozzo Brancaleoni e Petrone da Vallo a ribellarsi e chiamare a se gli abitanti dei castelli di Rocchetta, di Ponte, di San Felice e Vallo, formando una banda armata con cui insorgere al giovane governatore di Spoleto Alfonso da Cardona, il quale recatosi per risolvere la questione pacificamente, fu tratto in una imboscata e trucidato.

Molti borghi e rocche della Valle si unirono alla rivolta, ma non Scheggino, paesino fortificato all’imbocco della valle e fedele al ducato dai tempi dei Longobardi.

Approfittando dell’assenza degli uomini, impegnati nei lavori di campagna per l’imminente mietitura, Picozzo Brancaleoni e Petrone da Vallo mossero le loro truppe per assediare Scheggino e aprirsi un varco verso Spoleto.

Il 23 luglio ci fu il grande assalto, centinaia di armati si versarono sotto le porte del borgo, tempestandole di colpi di roncole e asce. Gli assediati reagirono nella veste di bambini, aiutati dagli anziani, lanciando sassi e pentole mentre le donne preparavano olio bollente in calderoni posizionati sui assedianti. La battaglia durò per ore ma le mura resistettero e il tracollo dei briganti avvenne quando le donne scesero in piazza con bastoni e legni scacciando le truppe. Nessuna tattica, strategia o armatura ma solo la spinta della forza di salvare il luogo in cui erano nate e vissute. La disfatta fu si grande che Picozzo Brancaleoni e Petrone da Vallo ripiegarono sui loro passi immediatamente, non tentando più di prendere il paese coperti dalla vergogna.

E ancora oggi, a distanza di 500 anni, Scheggino festeggia le donne eroine di un piccolo borgo dell’Umbria.

Giuseppe Benevento

Inspiring Girls: non esistono professioni per sole donne o soli uomini!

Vuoi che tua figlia sia felice e che si realizzi nella vita? Insegnale a sognare di più, a sognare meglio, a sognare “forte”. In Italia non abbiamo solo un problema di (mancate) pari opportunità – siamo al 69esimo posto in quanto a parità di genere su un indice mondiale di 142 Paesi: ne abbiamo già parlato qui: in Italia persino l’accesso ai sogni è limitato per le ragazze.
Esageriamo? Lo dice Valore D, associazione di 160 imprese che promuovono il talento e la leadership femminile: lo affermano le imprese impegnate sul campo tutti i giorni a produrre, a fare affari, a innovare, a stare con “i piedi per terra”. E se anche loro sono preoccupate che alle nostre giovani manchi “il sogno”, vuol dire che abbiamo un problema.
I sociologi dicono che è tutta colpa degli “stereotipi di genere inconsapevoli”. Sono quella cosa per cui, quasi senza volerlo, genitori, insegnanti ed educatoti instillano fin nella prima infanzia nei ragazzi che cosa “va bene per i maschi” e che cosa “va bene per le femmine”. Ci sono esperimenti e ricerche sul campo che lo dimostrano: mediamente a 6 anni i bambini classificano in automatico certe professioni. “Pompiere? Maschio. Infermiera? Donna. E’ il capo? Maschio. Deve occuparsi dell’organizzazione pratica? Femmina”, sono le risposte date a una sorta di “Indovina Chi?” ideato per stimolare i bambini a indovinare, in base alla professione, l’identità di individui di cui non conoscevano il sesso.

Anna Polico, comandante di plotone
Possibile che 6 ragazze su 10 modellino le loro scelte scolastiche solo sulla base di stereotipi di genere e che dei 13enni debbano rinunciare ai sogni solo in base a pregiudizi? Qualcuno ha deciso di cambiare un po’ le cose.
“Inspiring Girls” è un progetto promosso da Valore D, insieme ad Eni e Intesa San Paolo, per “dare un volto ai sogni” delle ragazze: arriva in Italia dopo che Miriam Gonzàlez Durantez, avvocato spagnolo e moglie di Nick Clegg, ex leader del Partito Liberaldemocratico inglese, l’ha lanciato in Inghilterra, in Spagna e in Serbia (e nei prossimi mesi si allargherà ad altri dieci Paesi, Stati Uniti inclusi). L’abbiamo incontrata a Milano, al lancio dell’iniziativa insieme a Valore D, in una “Fabbrica del Vapore” piena zeppa di ragazzi che hanno testato subito che cosa significhi essere ispirati dai modelli giusti.

Barbara Caputo, la donna che insegna ai robot
«L’idea che ho avuto è molto semplice – ci ha detto -: le ragazzine oggi hanno davanti a loro un sacco di modelli, dalla tv al web, per diventare attrice, cantante o cose così. Volevo far capire che ci sono anche altre strade, che essere “belle e magre” non è l’unico sogno che si può avere a 13 anni. I grandi discorsi non servono a nulla: bisognava mostrare loro che cosa le donne possono fare di alternativo e di bello. E che ci sono campi nel mondo del lavoro, come quello legato alle materie scientifiche, che offrono incredibili opportunità da prendere». Miriam Gonzàlez Durantez ha cominciato a ingaggiare donne che riteneva “role model” efficaci, persone impegnate in campi diversi, che hanno dovuto superare anche difficoltà per fare carriera in settori tipicamente maschili, e ha chiesto loro un’ora di tempo all’anno. Per fare cosa? Incontri nelle scuole, in classe e poi in piccoli gruppi. Ora il progetto parte in Italia e l’obiettivo è raggiungere 200 scuole medie, circa 25mila alunni, in tre anni, organizzando incontri pubblici in cui i teenagers potranno confrontarsi con donne che “hanno volato sopra gli stereotipi” e chiedere loro informazioni e consigli.

Laura Astolfi, bio-ingenere
A breve una piattaforma digitale sarà operativa e arricchita anche di contenuti formativi utili ai docenti. L’occasione è ghiotta per le scuole: si potrà attingere da un nutrito numero di professioniste pronte a fare da testimonial (gratis) a una platea che ha un disperato bisogno di modelli.
«Siamo convinti sia la strada giusta per intercettare i talenti delle giovani generazioni», commenta Grazia Fimiani, direttore delle Risorse Umane di Eni. «Dobbiamo insegnare alle ragazze a volare, ad avere sogni grandi e magnifici. E ai ragazzi ad assecondare i loro sogni», ci dice Claudia Parzani, tra le avvocatesse più importanti in Europa. «Stereotipi e auto-limitazioni pesano sulle spalle delle ragazze: bloccano la loro autostima, tarpano loro le ali», commenta Sandra Mori, presidente di Valore D, manager di alto livello di Coca-Cola.
«Due sono gli aspetti che accomunano le ragazze di tutti i Paesi, da quelli più sviluppati a quelli ancora in via di sviluppo – ci spiega infatti Miriam Gonzàlez Durantez -: soffrono di mancanza di autostima e non conoscono le professioni utili al mondo del lavoro contemporaneo. Questo progetto vuole mettere dei piccoli semi: ascoltare una donna che parla per un’ora non è il rimedio a tutto, ma può accendere qualche lampadina. Dobbiamo motivare le nostre ragazze: il mondo ha bisogno dei loro talenti».

www.facebook.com/Inspiringgirlsfoundation
Le role model – donne che hanno saputo non solo sognare ma anche realizzare le loro aspirazioni – in Italia non mancano e Valore D ha già reclutato volontarie per far partire il progetto. Nella gallery che vi proponiamo, alcune donne che hanno scelto di fare da testimonial per “Inspiring Girls”: dalla prima allenatrice di calcio, alla comandante, dalla responsabile di una piattaforma alla ricercatrice sui robot. Ve le mostriamo raccontando in poche righe la loro storia e il consiglio che hanno dato ieri a un centinaio di ragazzi e ragazzi che le ascoltavano, attenti e concentrati, alla Fabbrica del Vapore di Milano.

Di Francesca Amé

Laura Soucek: la mia impresa contro il cancro

Laura da vent’anni segue un’intuizione e gira il mondo per farla fruttificare, i costi in termini personali sono  elevatissimi perché a una donna non si “perdona” di viaggiare per la propria carriera rinunciando ad avere un “normale” ruolo di moglie, madre, sorella, figlia…

Forza Laura continua la tua impresa, sono certa che ce la farai!

Appresso quanto trovato sul web

Si chiama Laura Soucek, ha 39 anni ed è uno dei cervelli in fuga dall’Italia. Oggi lavora al Vhio, Istituto di oncologia di Barcellona e ha all’attivo la scoperta di una proteina che, secondo quando mostrato da studi condotti finora sui topi, sembra essere in grado di bloccare una serie di tumori.   

Un lavoro firmato dalla biologa molecolare di Roma e pubblicato su Genes & Development descrive i risultati ottenuti con Omomyc, proteina artificiale disegnata e creata dalla scienziata con un team di colleghi.  

 

Omomyc è alla base della cura sperimentale che aggredisce la proteina Myc che si nasconde dietro molti tumori, senza intaccare le cellule sane. Finora è stata sperimentata sui topi, ma i risultati aprono prospettive per il futuro. La proteina è risultata efficace anche per i tumori del polmone con mutazione KRas che al momento non hanno possibilità di cura.  

 

Soucek ha disegnato la superproteina negli anni ’90, quando ancora frequentava l’università La Sapienza di Roma.  

 

«Da allora è stata fatta moltissima strada con gli studi su questa proteina. Nel 2008 all’University of California di San Francisco (UCSF) sono riuscita a dimostrare che questa proteina è realmente in grado di bloccare la proteina Myc, coinvolta in quasi tutti i tipi di tumore. Omomyc può far regredire i tumori senza aggredire le cellule sane», spiega Laura Soucek in una nota.  

 

«Ora sappiamo che i topi curati con questa terapia non ripresentano il tumore anche dopo più di un anno, che corrisponde più o meno a circa 35 anni di un essere umano».  

 

Il Vhio, Istituto di oncologia Vall d’Hebron di Barcellona le ha messo a disposizione le risorse necessarie per portare avanti le sue importanti ricerche sulla cura contro il cancro basata sulla sua proteina.  

 

«Quasi 20 anni fa, quando ho creato la proteina Omomyc, ingenuamente non l’ho brevettata pensando di mettere la mia scoperta a disposizione dell’intera comunità scientifica e di accelerare in questo modo i tempi per la ricerca sulle nuove potenziali cure. Non mi rendevo conto che l’assenza di brevetto significa un sostanziale disinteresse da parte delle case farmaceutiche», racconta Laura Soucek. «Ora sto lavorando perché Omomyc (o qualcosa di molto simile) possa diventare un farmaco».  

A un anno di distanza impegno rispettato 

Ritrovo la mia lettera aperta  “Innamorata della Scuola” nel contempo fine e inizio di percorsi vitali importanti: il mio saluto alla Scuola e la promessa di un nuovo impegno nel sociale …l’impegno é stato rispettato e si chiama sos KORAI, viva la Vita!

Innamorata della Scuola

A settembre mi attende l’intrigante sfida di una nuova vita che non potrei abbracciare con l’entusiasmo e la passione consueti senza prima salutare quello che fin’ora è stato il mio splendido, meraviglioso mondo. Lo farò con una riflessione e credo di non sbagliare proponendo all’attenzione di chi legge la bellezza dell’impegno convinto e sincero, vi offrirò il cuore della mia esperienza, maturata in quarantasei anni di amore per i Giovani, che può essere compendiato nel valore della relazione autentica: semplice, pulita, disinteressata. Troppo spesso ne smarriamo il significato profondo e la mortifichiamo commercializzandola, riducendola ad uno scambio. Accade ovunque in famiglia, nella scuola, in politica, nel lavoro ma così facendo sminuiamo noi stessi sporcando la nostra dignità.Il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato, è questo il segreto della grandezza della creatura umana capace di elevarsi rispetto al non senso di una quotidianità logorante e ripetitiva.

Cari Amici lavoratori della scuola, consentitemi di proporvi delle raccomandazioni. Accettiamo gli Studenti nella loro esclusività, compensiamo questo nostro tempo senza padri divenendo fari nella notte e ancore nella tempesta, cerchiamo sempre il cuore, la parte bella e buona che c’è in ognuno, ricordiamoci che le soluzioni vanno pensate per ogni ragazzo, che le regole vanno trasformate in emozioni e guardiamo i nostri alunni specchiandoci nei loro occhi senza scordare che anche noi lo siamo stati.

Sono felice di aver trascorso tantissimi anni nella Scuola e tanti altri ancora avrei voluto viverne, non sono stanca e non ho voglia di riposo perché mi sono sempre divertita e ho fatto sempre divertire gli Allievi affinchè fosse facile per loro innamorarsi del Sapere. E’ bello svegliarsi con la voglia di andare in quel luogo dell’anima dove ci si incontra, si parla di sé, si ascoltano gli altri e si scopre il potere emancipatore della Cultura. Una Scuola colorata e luminosa che accoglie e incanta aprendo il cuore al sapere, una Scuola trasgressiva rispetto a modelli pseudo educativi, gabbie ipocrite soffocanti lo slancio vitale.

Il nostro è il lavoro più bello del mondo perché ci esalta prospettandoci l’eternità e stimolandoci a stare sempre al passo con i Giovani. Se non ci riuscissimo, se non fossimo abbastanza attraenti, se non li sapessimo stupire, rischieremmo di deluderli e di deluderci avendo smarrito la nostra funzione.

Tutto questo mi mancherà tantissimo, mi mancherà il mio universo fantasmagorico, mi mancheranno i miei Ragazzi, mi mancherà il popolo della scuola ma niente e nessuno mi impedirà di continuare a spendermi per il bene seguendo, come ho sempre fatto, il mio cuore.

Un grazie appassionato a tutti i miei Collaboratori e alle tante Personalità Autorevoli, Agenzie Formative e Istituzioni con cui abbiamo dato vita al cerchio magico della cultura, che assieme a me hanno avuto il coraggio di abbracciare i problemi del nostro territorio e del nostro tempo spendendosi molto di più degli obblighi e dei vincoli dei Contratti, dei Regolamenti e delle Leggi.

Il mio pensiero a Don Lorenzo Milani che mi ha insegnato ad amare i miei Ragazzi più di Dio, il mio impegno verso un domani sempre nel segno del servizio alla Comunità ed a tutti, proprio a tutti, l’augurio per me più bello

in assoluto: innamoratevi della Scuola!