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Oriana

“Il nostro è un mondo fabbricato dagli uomini per gli uomini, la loro dittatura è così antica che si estende perfino al linguaggio. Si dice uomo per dire uomo e donna, si dice bambino per dire bambino e bambina, si dice figlio per dire figlio e figlia, si dice omicidio per indicar l’assassinio di un uomo e di una donna.” 

«Sono nata a Firenze il 29/6/1929 da genitori fiorentini: Tosca ed Edoardo Fallaci. Da parte di mia madre, tuttavia, esiste un “filone” spagnolo: la sua bisnonna era di Barcellona. Da parte di mio padre, un “filone” romagnolo: sua madre era di Cesena. Connubio pessimo, com’è ovvio, nei risultati temperamentali. Mi ritengo comunque una fiorentina pura. Fiorentino parlo, fiorentino penso, fiorentino sento. Fiorentina è la mia cultura e la mia educazione. All’estero, quando mi chiedono a quale Paese appartengo, rispondo: Firenze. Non: Italia. Perché non è la stessa cosa». Così Oriana Fallaci raccontò la sua famiglia in “La vita di Oriana narrata da Oriana stessa per i lettori dell’Europeo”: un testo destinato, appunto, ai lettori della rivista con cui collaborava. La sua era una famiglia di antifascisti militanti. Il padre era iscritto al Partito socialista italiano (PSI) da quando aveva 17 anni:

«Ho avuto la fortuna di essere stata educata da due genitori molto coraggiosi. Coraggiosi fisicamente e moralmente. Mio padre, si sa, era un eroe della Resistenza e mia madre non gli è stata da meno».

Nonostante le condizioni della famiglia non fossero agiate, i pochi risparmi venivano investiti nell’acquisto di libri. Oriana Fallaci ebbe per tutta la vita una grande passione per i libri («Quando sono in una stanza senza libri mi sembra d’essere in una stanza vuota»); negli anni acquistò anche molti libri antichi creando una collezione che prima della sua morte donò alla Pontificia Università Lateranense di Roma.

Dopo la caduta del regime fascista, nel luglio del 1943, suo padre entrò nella Resistenza e portò con sé la figlia che aveva 14 anni. Con la sua bicicletta e il nome di battaglia “Emilia”, Oriana Fallaci affiancò il padre in varie operazioni, fece da staffetta consegnando ai compagni partigiani armi, giornali clandestini e messaggi e accompagnando i prigionieri inglesi e americani fuggiti dai campi di concentramento italiani dopo l’8 settembre verso le linee degli Alleati. I grandi classici della letteratura pagati a rate dai genitori e la partecipazione alla Resistenza furono i due elementi fondamentali della sua formazione:

«La mia fanciullezza è piena di eroi perché ho avuto il privilegio di esser bambina in un periodo glorioso. Ho frequentato gli eroi come gli altri ragazzi collezionano i francobolli, ho giocato con loro come le altre bambine giocano con le bambole. Gli eroi, o coloro che mi sembravano tali, riempirono fino all’orlo undici mesi della mia vita: quelli che vanno dall’8 settembre 1943 all’11 agosto 1944, l’occupazione tedesca di Firenze. Credo di aver maturato a quel tempo la mia venerazione per il coraggio, la mia religione per il sacrificio, la mia paura per la paura» (“Se il sole muore”, 2010).

Nonostante la militanza nella Resistenza non perse nemmeno un anno di scuola, anzi: ne saltò uno, sostenne un esame per passare dalle magistrali al liceo classico e si diplomò con un anno di anticipo nel giugno del 1947. A settembre si iscrisse alla facoltà di Medicina e iniziò a lavorare per il quotidiano di Firenze Il Mattino dell’Italia centrale (il fratello del padre, Bruno Fallaci, era uno stimato giornalista e anche le due sorelle di Oriana, Neera e Paola, iniziarono a fare questo mestiere collaborando con Oggi e il Tempo). All’inizio Oriana Fallaci si occupò di cronaca nera. Poi lasciò l’università e iniziò a scrivere di cronaca giudiziaria e anche di argomenti di costume: è molto famoso un suo articolo del 7 dicembre del 1948 in cui descrisse le sfilate di Dior a Firenze.
Il suo obiettivo era diventare «scrittore» e il giornalismo per lei era inizialmente solo un modo per guadagnare dei soldi:

«Io più che il giornalista ho sempre pensato di fare lo scrittore. Quando ero bambina, a cinque o sei anni, non concepivo nemmeno per me un mestiere che non fosse il mestiere di scrittore. Io mi sono sempre sentita scrittore, ho sempre saputo d’essere uno scrittore, e quell’impulso è sempre stato avversato in me dal problema dei soldi, da un discorso che sentivo fare a casa: “Eh! Scrittore, scrittore! Lo sai quanti libri deve vendere uno scrittore per guadagnarsi da vivere? E lo sai quanto tempo ci vuole a uno scrittore per esser conosciuto e arrivare a vendere un libro?”» (Archivio privato Oriana Fallaci, Appunto dattiloscritto).

Nel 1951 un suo articolo fu pubblicato sul settimanale L’Europeo, uno dei più prestigiosi del tempo. Il pezzo si intitolava “Anche a Fiesole Dio ha avuto bisogno degli uomini” e raccontava la storia di un cattolico comunista di Fiesole a cui erano stati negati i sacramenti e i cui compagni vestiti da prete avevano inscenato un funerale religioso. Negli anni Cinquanta lavorò per Epoca (diretto dallo zio) e scrisse per L’Europeo altri articoli trasferendosi a Roma (dal settimanale verrà poi assunta nella redazione di Milano continuando le collaborazioni fino al 1977). Come le altre sue colleghe si occupò di temi considerati adatti a delle giornaliste: costume e spettacolo. Intervistò gli attori stranieri che lavorano a Cinecittà e i grandi attori e registi del cinema italiano: Fellini, Mastroianni, Totò, Anna Magnani. Nel frattempo partecipò a diversi viaggi organizzati per la stampa nel mondo. Nel 1954 andò per esempio a Teheran e intervistò Soraya, la moglie dello Scià, e poi negli Stati Uniti: da quel viaggio nacque il reportage “Hollywood vista dal buco della serratura” che divenne anche il suo primo libro (“I sette peccati di Hollywood”).
A questa pubblicazione ne seguirono altre: “Il sesso inutile” (1961), nato da un reportage sulla condizione della donna in Oriente e Medio Oriente; “Penelope alla guerra”, il suo primo romanzo pubblicato nel 1962; “Gli antipatici” del 1963. Ebbero tutti un grande successo in Italia e vennero tradotti in diverse lingue. Oriana Fallaci poté a quel punto permettersi di comprare una grande casa in Toscana per i suoi genitori e di comprare per sé una casa a Manhattan, New York, dove si trasferì nel 1963. Diventata ormai famosa e riconosciuta, in quegli anni che cercò di occuparsi di cose che non fossero divi e mondanità: chiese a L’Europeo di poter andare in California e in Texas nelle basi della NASA per vedere da vicino come si preparavano gli astronauti e scrisse sull’argomento diversi articoli e due libri, anche questi di grande successo: “Se il sole muore” e “Quel giorno sulla Luna”.
Il 1967 e il 1968 furono gli anni più importanti per la carriera di Oriana Fallaci. Chiese e ottenne di essere inviata in Vietnam e fu l’unica giornalista italiana presente al fronte. Tornò più volte fino alla fine del conflitto, nel 1975, raccontando la vita quotidiana a Saigon, i bombardamenti, gli interrogatori dei prigionieri, le rappresaglie e realizzando molte interviste esclusive e reportage comprati e tradotti da importanti giornali internazionali. La sua posizione fu critica sia nei confronti dei soldati americani e sudvietnamiti sia nei confronti dei vietcong. Dalla guerra in Vietnam nacque il libro “Niente e così sia” (1969). In Vietnam conobbe François Pelou, giornalista francese direttore dell’Agence France Presse di Saigon, che diventò per alcuni anni il suo compagno. Nel 1968 era a Città del Messico alla vigilia delle Olimpiadi e restò ferita gravemente da un colpo di pistola nella repressione di una manifestazione studentesca di protesta (la credettero morta, poi dall’obitorio la trasferirono in ospedale).

Tra gli anni Sessanta e Settanta Oriana Fallaci si affermò come grande giornalista politica: raccontò la rivolta di Detroit dopo l’uccisione di Martin Luther King, il conflitto arabo-palestinese, le guerriglie contro le dittature del Sudamerica, la morte di Bob Kennedy, i conflitti in Asia. Soprattutto riuscì a realizzare molte interviste a personaggi politici che nessuno era mai riuscito ad avvicinare: Ali Bhutto in Pakistan, Haile Selassie in Etiopia, Indira Gandhi in India, Golda Meir, prima donna premier di Israele, Reza Pahlavi, penultimo Scià di Persia, Yassir Arafat, storico leader palestinese, Henry Kissinger e molti e molte altre. Le interviste furono pubblicate su L’Europeo e anche sul Corriere della Sera, con cui aveva nel frattempo iniziato a collaborare.

La tecnica con cui Oriana Fallaci conduceva le interviste era per l’epoca molto innovativa e la resero nota e apprezzata in tutto il mondo. In molti l’hanno paragonata a quella di un vero e proprio interrogatorio; le domande venivano preparate e studiate a tavolino nei minimi dettagli, registrate, e poi scritte e riscritte più volte, smontate e poi rimontate. Erano lontane – e per questo criticate da alcuni – dal cosiddetto giornalismo oggettivo e sempre filtrate dalle proprie posizioni e ideologie («Per esser buona un’intervista deve infilarsi, affondarsi, nel cuore dell’intervistato», dirà nel 2004 in “Oriana Fallaci intervista sé stessa – L’Apocalisse”). Ventisei di queste interviste furono raccolte nel 1974 in “Intervista con la storia”, edito da Rizzoli, diventato a quel punto il suo editore di riferimento.

Negli anni Settanta Oriana Fallaci pubblicò altri due libri: “Lettera a un bambino mai nato” (1975), proprio mentre in Italia si discuteva di legge sull’aborto, e “Un uomo” (1979). Entrambi parlavano di lei, dei suoi due aborti spontanei e del suo rapporto con Alexandros Panagulis, conosciuto come Alekos, uno dei leader della Resistenza greca alla dittatura dei Colonnelli che fu per per tre anni il suo compagno. Alekos era stato incarcerato nel 1968 dopo un attentato fallito a Papadòpoulos. Dopo la liberazione Oriana Fallaci lo incontrò, lo intervistò e se ne innamorò. Nel maggio del 1976 Alekos morì ad Atene in un incidente automobilistico le cui cause non furono chiarite: si pensò a un complotto, sul quale la Fallaci indagò per molto tempo. I libri nati in quegli anni furono tradotti e pubblicati in tutto il mondo.
Il libro successivo di Oriana Fallaci arrivò undici anni dopo: “Insciallah”, nel 1990. Fallaci tornò a occuparsi di guerre – soprattutto quella civile del Libano a partire dagli attentati di Beirut – ma anche di fondamentalismo islamico e delle storie dei soldati che componevano il contingente militare italiano. Nel frattempo, dopo la morte di Panagulis e della madre, aveva lasciato L’Europeo e era tornata a scrivere piuttosto raramente per riviste o quotidiani, continuando comunque a realizzare soprattutto interviste (a Khomeini, il leader religioso che aveva instaurato in Iran la Repubblica islamica: l’intervista durante la quale polemicamente si tolse il velo che le copriva la testa; a Muammar Gheddafi, dittatore della Libia; a Lech Walęsa agli inizi di Solidarność).

Gli ultimi anni

Nel 1992 Oriana Fallaci scoprì di avere il cancro e ne parlò in un’intervista alla RAI:

«Io non capisco questo pudore, questa avversione per la parola cancro. Non è neanche una malattia infettiva, non è neanche una malattia contagiosa. Bisogna fare come si fa qui in America, bisogna dirla questa parola. Serenamente, apertamente, disinvoltamente. Io-ho-il-cancro. Dirlo come si direbbe io ho l’epatite, io ho la polmonite, io ho una gamba rotta. Io ho fatto così, io faccio così e a far così mi sembra di esorcizzarlo».

Il suo rapporto con la malattia fu comunque piuttosto complicato (spesso vi faceva riferimento chiamandolo l’”Alieno”) soprattutto perché temeva le avrebbe impedito di finire il suo ultimo progetto editoriale: un grande romanzo storico che raccontasse la storia della sua famiglia dal Settecento al Novecento. Fallaci ci lavorò per più di quindici anni, facendo dettagliate e approfondite ricerche storiche. Non lo finì e venne pubblicato dopo la sua morte, avvenuta il 15 settembre del 2006, con il titolo “Un cappello pieno di ciliege” (2008).

Il lavoro di scrittura del romanzo familiare fu interrotto nel 2001. Dopo l’attentato alle Torri Gemelle di New York Oriana Fallaci scrisse un lungo articolo pubblicato dal Corriere della Sera il 29 settembre, intitolato “La rabbia e l’orgoglio“, con cui accusò l’Occidente e l’Europa di non avere avuto abbastanza coraggio nei confronti dell’Islam. L’articolo era molto originale e politicamente molto violento, e generò intorno reazioni altrettanto violente e un grande dibattito: per il Corriere fu un successo editoriale notevolissimo. Per Fallaci fu un rientro nella discussione giornalistica e politica molto intenso, che implicò litigi e tensioni personali con molti e il ritorno sulla scena del suo leggendario pessimo carattere. Quel testo fu accolto da molti come uno sfogo razzista e poco lucido privo di capacità di analisi equilibrata, e da altri come la liberazione di pensieri semplici ma fondati e troppo trattenuti da retoriche di correttezza politica. Fu in ogni caso un prodotto giornalistico di straordinario impatto e successo, cosa che dovette riconoscere anche chi non ne condivise niente.

I successivi tre anni Fallaci li trascorse ad argomentare la sua posizione pubblicando una trilogia (“La rabbia e l’orgoglio”, “La forza della ragione”, “Oriana Fallaci intervista sé stessa – L’Apocalisse”), schierandosi contro l’eutanasia sul Foglio in seguito alla vicenda di Terri Schiavo e sul Corriere della Sera contro il referendum per estendere la ricerca sulle cellule staminali.

Conclusa questa fase in cui si occupò molto di attualità, riprese la scrittura del romanzo familiare: ma solo per un anno. Nell’estate del 2006, gravemente malata, volle tornare a Firenze dove morì il 15 settembre. Oriana Fallaci è sepolta nel cimitero degli Allori accanto ai suoi genitori; sulla sua lapide c’è scritto, per sua volontà: «Oriana Fallaci – Scrittore». L’ultima intervista la dette al New Yorker il 30 maggio del 2006 in un lungo articolo intitolato “The Agitator“: parlò della sua vita, attaccò di nuovo l’Islam, criticò sia Berlusconi che Prodi e concluse con una conferma alla sua lunga carriera: «Apro la mia boccaccia. E dico quello che mi pare».

Ripreso dal Web

Marlene Angelo Azzurro

Marie Magdalene Dietrich, femme fatale di Hollywood, icona di seduzione e trasgressione, donna libera ed indipendente, sin da piccola si presentava come Marlene e questo soprannome divenne sinonimo di glamour e mistero.
Di sicuro visse intensamente tutte le esperienze della vita e lottò per potersi affermare ed essere sempre migliore, pretese sempre tanto dagli altri come da se stessa, la sua volontà di esibirsi la portò a toccare le vette più alte del cinema ma la portò anche ad una vita di relazioni fugaci, solitudine, depressione e quel disorientamento d’identità, divisa tra l’amore e l’odio per la sua terra natale la Germania, amore e odio per gli uomini che non le seppero dare abbastanza e così le intense seppur brevi relazioni amorose con tantissime donne dello spettacolo, relazioni che alimentarono quell’identità ambigua per la bigotta Hollywood dell’epoca e che lei ostentò sempre senza remore, sia nella vita privata che nei film, mostrandosi in più occasioni, vestita da uomo e mostrando la sua stravaganza.
Marlene Dietrich (Berlino, 27 dicembre 1901 – Parigi, 6 maggio 1992) è la donna delle novità. L’angelo azzurro, il film che la consacrò alla fama, fu il primo film sonoro del cinema tedesco che lei trasformò in un cult con il suo fare seducente mentre canta la canzone Lola Lola. Il suo secondo film di successo, Marocco, mostra la Dietrich, ancora una volta alle prese con le sue abilità canore, che vestita da uomo con cilindro e smoking, bacia una donna del pubblico sulle labbra: il primo bacio lesbico della storia del cinema. Probabilmente la scena è stata girata con il solo scopo di alimentare le fantasie maschili, ma questo non significa che non abbia acceso le fantasie di tutti, creando appunto quell’immagine di «donna che perfino le donne possono adorare».
La sua immagine si è plasmata nel mondo del cinema grazie anche alla collaborazione del regista Josef Von Sternberg, amico fidato che la guidò nella sottile arte della recitazione e la consigliò su come modellare il suo fisico davanti alla cinepresa, consacrandola come una delle più grandi attrici melodrammatiche della scena. I film di Von Sternberg hanno fatto raggiungere alla diva Marlene Dietrich i punti più alti della sua carriera, trasportandola in paesaggi esotici, in cui la fatale attrice si mostrava essere intraprendente, forte, dominatrice.
Durante l’ascesa nazista, Goebbels e Hitler cercarono in tutti i modi di farla ritornare in patria, addirittura minacciandola, ma senza ottenere risultati. Marlene Dietrich si oppose fermamente al nazismo e decise di impegnarsi in prima persona raccogliendo tantissimi fondi, andando al fronte e in tournée in Europa al seguito delle truppe americane: sono gli anni di Lili Marleen, la struggente canzone che divenne il suo cavallo di battaglia. Per il suo grande impegno civile ottenne la Medal of Freedom nel 1947, la prima donna ad essere insignita di una tale onorificenza.

Nella seconda metà del ‘900 la sua carriera si avvia alla conclusione: Marlene si dedica molto alla musica e continua imperterrita ad esibirsi, quasi fosse una missione, portando avanti la sua immagine di sensualità e mistero, Ma la sua salute peggiora, la rottura del femore e diverse fratture nel corso del tempo si fecero sempre più sentire, paradossale per lei che aveva la gambe più sexy del mondo, tanto da essere la prima diva a farsele assicurare.
Nel ’79 avviene la sua ultima apparizione in Gigolò, poi piano piano la diva sparì dalla scena, costretta prima su una sedia a rotelle poi paralizzata a letto. Gli ultimi anni della sua vita li trascorse quasi in isolamento, fino a quel 6 maggio del 1992 quando morì nel sonno.

Probabilmente visse il dolore e la paralisi come una delle sue più grandi sconfitte, lei che alimentò così tanto il suo mito da renderlo una missione, ma la sua anima immortale resterà indelebile nella storia del cinema.

Sara Govoni

Sei donna? No medico!

L’Università di Medicina di Tokyo, che il 2 agosto era stata accusata dai giornali giapponesi di aver falsificato per anni i risultati dei suoi test di ammissione per limitare il numero delle studentesse ammesse al 30 per cento del totale, ha ammesso di averlo fatto e si è scusata. Nell’indagine interna per verificare le accuse si è peraltro scoperto che la pratica di falsificazione era iniziata nel 2006 o anche prima e non nel 2011 come si pensava. L’Università ha detto che i risultati dei test non avrebbero dovuto essere manipolati e che in futuro non lo saranno. Ha anche detto di aver preso in considerazione l’idea di ammettere retroattivamente le donne che avrebbero dovuto essere ammesse in passato, ma non ha spiegato come potrebbe farlo. L’indagine interna ha accertato che nell’ultimo test d’ingresso fatto dall’università a tutti i partecipanti era stato tolto il 20 per cento del punteggio ottenuto, dopodiché ai partecipanti maschi – esclusi quelli che non avevano già passato il test per almeno quattro volte – erano stati aggiunti almeno 20 punti.L’Università di Medicina di Tokyo è un’università privata ed è una delle migliori scuole di medicina del Giappone. La discriminazione contro le donne, praticata nella convinzione che le donne, una volta sposate o diventate madri, non siano più in grado di coprire i turni richiesti nel lavoro in ospedale, è stata scoperta grazie a un’indagine in corso su un caso di presunta corruzione: l’università avrebbe alzato il punteggio del figlio di un importante funzionario governativo, Futoshi Sano, in cambio di un finanziamento. Il figlio di Sano, che è stato arrestato il mese scorso, era al suo quarto tentativo al test d’ingresso.

La Signora della scienza

«Sono di quelli che pensano che la scienza abbia in sé una grande bellezza. Uno scienziato nel suo laboratorio non è soltanto un tecnico: è anche un fanciullo posto in faccia ai fenomeni naturali, che lo impressionano come in una fiaba»

La vita di Marie Curie – che nasceva Maria Sklodowska a Varsavia esattamente centocinquant’anni fa, il 7 novembre del 1867 – ruota attorno a una parola: prima. È stata la prima donna a insegnare alla Sorbona, la prestigiosa università di Parigi, la prima (e unica) donna tra i quattro vincitori di più di un premio Nobel e la prima (e di nuovo unica!) ad essersi aggiudicata il riconoscimento in due materie diverse, chimica e fisica.
Le foto d’archivio, gelosamente conservate dalla famiglia e giunte fino a noi, ci raccontano di una donna dall’aria severa, il portamento fiero e le provette sempre in mano: Marie Curie è stata una stacanovista della scienza e del sapere. Di più: è stata una scienziata e una studiosa appassionata che mai, nemmeno negli anni della fama planetaria, dopo la scoperta, insieme al marito Pierre Curie, del polonio e del radio, ha speculato sul suo lavoro. Non si è arricchita Marie Curie, ha invece pensato agli altri mettendo al servizio dell’umanità le sue scoperte e rimboccandosi le maniche per curare con la radioterapia feriti e malati durante la rovinosa Prima Guerra Mondiale.

Una santa? Per nulla. Maria Sklodowska ha fin da piccina i piedi ben saldi a terra: come spesso accade per gli individui dotati di intelletto superiore alla norma, è una sorta di ‘bambina prodigio’ che legge a 4 anni, divora libri e sogna in grande. Viene da una famiglia non particolarmente agiata, è l’ultima di cinque figli, inizia a studiare da autodidatta con il padre: memoria formidabile, capacità di concentrazione, voglia di sapere. Qualità, tuttavia, che non bastano a sfamarsi: per anni è costretta dalle contingenze familiari a lavorare come governante ed educatrice presso nobili famiglie. In una di queste, accade che il rampollo si innamora della giovane istitutrice dall’aria austera ma intelligente. Maria è interessata al ragazzo, i due vorrebbero fidanzarsi ma la famiglia di lui vieta le nozze e impone alla ragazza di rimanere a servizio per altri 3 anni: qualsiasi giovane donna ne sarebbe uscita con le ossa a pezzi, non Maria. Appena l’amata sorella Bonia, la persona cui sarà più legata per tutta la vita, si trasferisce a Parigi, Maria la segue. È una ragazza indipendente e intraprendente: nel novembre del 1891 entra alla Sorbona, dopo aver ‘francesizzato’ il suo nome in Marie. Vuole laurearsi in una materia scientifica: ha 24 anni e le studentesse si contano sulle dita di una mano. Quindici anni dopo, nel 1906, la futura Marie Curie sarebbe di nuovo entrata alla Sorbona, ma con la qualifica di docente: la prima nella storia.

È tra i laboratori dell’università che conosce Pierre Curie ed è facile intuire come sia andata tra due persone, al fondo, così simili. Da colleghi ad amici, fino al matrimonio che è stato un volàno all’attività scientifica di coppia dove, va detto, Madame Curie, ha sempre tenuto ai suoi spazi. Le loro scoperte sono tra le più importanti della chimica e della fisica del Novecento: scoprono un nuovo elemento radioattivo che battezzano polonio dal Paese d’origine di Marie, e poi il radio, che “illumina” i laboratori quando viene isolato e scosso (solo molti anni dopo si è scoperto quanto fosse nociva quella luminescenza…).
 

È l’instancabile Marie da annotare sul suo quadernino nero il peso specifico dell’elemento e la scoperta vale ai coniugi il Nobel per la chimica. I primi del Novecento sono anni di studi ed esperimenti febbrili, nonostante la nascita delle figlie (Irene seguirà le orme dei genitori) e di una grande tragedia: nel 1906 Pierre viene travolto da una carrozza in una via di Parigi. Marie Curie continua indefessa il suo lavoro: assume la cattedra del marito, continua la ricerca sul radio, durante la guerra da radiologa lavora al fronte, grazie all’invenzione di un apparecchio radiografico portatile su un’automobile, si adopera per istruire medici e infermieri sulla terapia che ancora oggi è alla base della cura dei tumori. La medicina nucleare, ovvero la branca della medicina che utilizza sostanze radioattive (radiofarmaci) in diagnostica e in terapia, deve tutto al lavoro di Marie Curie.

Marie muore nel 1934, a 67 anni, a causa di una grave forma di anemia aplastica causata dalle radiazioni cui ha esposto il suo fisico per il progredire della scienza.

A noi restano i suoi appunti, le foto di una vista spesa tra fiale e provette e l’esempio di una donna volitiva e indipendente, dotata di cervello acuto e tanta abnegazione per lo studio, che non ha mai smesso di credere nelle sue potenzialità anche nei momenti più difficili.

Francesca Amé

Madame d’Ora

Aveva scelto di firmarsi Madame d’Ora, uno pseudonimo d’ispirazione francese che molto contribuì a renderla celebre nel milieu artistico, alto borghese e aristocratico della Vienna del primo Novecento. Una Vienna capitale dell’Europa moderna, ricca di figure innovative e straordinarie, che lei comincia a ritrarre con grande successo a partire dal 1907, prima donna fotografa del XX secolo con un atelier che porta il suo nome.

Di origine ebraica, la sua è un’abbiente famiglia di avvocati, molto nota e stimata in città. E lei, nata Dora Philippine Kallmus nel 1881, appare presto vocata all’emancipazione. È infatti anche la prima studentessa a frequentare i corsi di teoria del Graphische Lehr und Versuchsanstalt nel 1905, quando ancora accademie e università sono precluse alle donne. Dopo essere divenuta membro della Photographische Gesellschaft di Vienna, parte alla volta di Berlino per proseguire gli studi nell’atelier del celebre ritrattista tedesco Nicola Perscheid.

Tuttavia, evidentemente più attratta dallo stile fotografico del suo assistente Arthur Benda, ritorna con lui a Vienna e lo coinvolge nel progetto del primo studio, battezzato appunto Benda-d’Ora. Inutile aggiungere che Madame d’Ora poco o nulla condivide con il ritrattismo accademico del suo prestigioso insegnante berlinese. E presto si afferma proprio per l’eleganza e la naturalezza nonchalante che sa infondere ai soggetti fotografati, decisamente agli antipodi delle pose composte, congelate e un po’ mortifere di gusto ottocentesco.

Dora Kallmus è moderna, innovativa e anticonformista. E decisamente condivide con la sua clientela, che spazia da Gustav Klimt (ritratto nel 1907, in concomitanza con la prima grande esposizione dedicata dalla città di Vienna al suo rivoluzionario immaginario secessionista) allo scrittore Arthur Schnitzler, o al compositore Alban Berg, non senza includere anche sua maestà Karl Franz Josef von Habsburg-Lothringen, ultimo imperatore d’Austria, re d’Ungheria e Boemia, sovrano della Casa d’Asburgo-Lorena e Austria-Este. Ma è solo l’inizio: il successo è tale da divenire una febbre per l’alta società viennese.

 Assicurarsi una seduta di fronte all’obiettivo di Madame d’Ora diventa diktat: lei sa rendere belli. Non le interessa tanto scrutare e mettere in risalto l’interiorità, quella complessata psiche moderna che sta contemporaneamente appassionando il dottor Sigmund Freud, quanto piuttosto enfatizzare la forma, l’attitudine e lo stile della sua clientela, che appare sempre iper emancipata, sofisticata, à la page. E sembra amare molto quella capacità che lei ha di animare, dinamizzare il ritratto, non un semplice scatto, ma qualcosa che evoca piuttosto il linguaggio filmico.

 La notorietà supera presto i confini del regno austroungarico e l’atelier Benda-d’Ora può permettersi di aprire una succursale a Parigi nel 1925. Una Parigi che apre a d’Ora le porte della moda, le pagine di riviste come “Femina” o “L’Officiel” e le regolari collaborazioni con importanti couturier. Peraltro, è proprio la Ville Lumière a rendere internazionale la sua fama di ritrattista che, nel decennio tra 1930 e 1940, continua a spaziare nel dominio dell’alta società e delle celebrità, includendo star dell’arte, della moda, dello spettacolo e della danza, da Josephine Baker a Tamara de Lempicka, Marc Chagall o Pablo Picasso, e da Coco Chanel alla scrittrice Colette. 

Caduta per anni nell’oblio, la strepitosa, sterminata attività della fotografa viennese, scomparsa a Frohnleiten, in Austria, nel 1963, ritorna ora in auge grazie alla retrospettiva “Make Me Beautiful!” che, visitabile fino al 18 marzo al MKG di Amburgo, verrà poi esposta al Leopold Museum di Vienna, dal 13 luglio al 29 ottobre prossimo.

Mariuccia Casadio

Zuò yuè zi

Il mio terzo bimbo è nato in Cina, in un ospedale pubblico.Ho potuto quindi sperimentare approfonditamente il modo in cui i cinesi affrontano parto e dopo parto e rendermi conto di differenze e punti in comune.
Una tradizione molto sentita, nonostante le mamme moderne incomincino a trovarla sempre più restrittiva e insopportabile, è quella di “fare il mese”, ovvero trascorrere in casa e con mille precauzioni il periodo del puerperio.
Il parto, secondo la medicina cinese, fa produrre al corpo molto “calore”e la neomamma deve evitare a tutti i costi di raffreddarsi. Ecco quindi il divieto di ingerire cibi freddi (le infermiere mi facevano perfino allungare lo yogurt con l’acqua calda!), e l’estrema attenzione a non prendere freddo o correnti d’aria (io che andavo in giro con gli infradito – era settembre – venivo additata come sconsiderata!), le quali potrebbero causare danni alle giunture che una donna si porterebbe avanti tutta la vita.

Alle neo mamme vengono inoltre offerte zuppe e tisane amorevolmente preparate dalle nonne o da speciali “ayi” (governanti) assunte appositamente per il post parto. Guai ad alzarsi e cucinare!

La nuova mamma deve stare a letto a riposare, l’unica cosa che potrà fare è allattare il bimbo (che nonne e ayi le porteranno a letto ad intervalli regolari).

Non è escluso che al neonato venga propinata un’abbondante dose aggiuntiva di latte in polvere.

Quindi vietato uscire, vietato fare i lavori, stancarsi, perfino farsi la doccia o lavarsi i capelli. Le istruzioni più restrittive impediscono perfino di leggere (per non rovinarsi gli occhi).
La nonna è un personaggio chiave del “mese” e spesso è la suocera che va a vivere in casa della nuora (magari cercando di dettar legge sul governo della casa!). Le suocere cinesi sono famose per essere dittatoriali ed invadenti e non sono poche le nuore che se ne lamentano!
Ah, non vi ho detto che naturalmente nemmeno il bambino deve uscire. Minimo un mese, ma alcuni dicono addirittura durante i primi cento giorni di vita. Probabilmente questa tradizione è dovuta all’alta mortalità che i neonati avevano nel passato. Difatti in Cina si fa una grande festa quando il bimbo compie i cento giorni: ha superato un periodo critico.
Io mi sono sentita rimproverare dalle nonnine al parco e perfino da un tassista, perché ho portato fuori il mio bimbo a diciassette giorni. Ma io, ragazze, non ne potevo davvero più di stare in casa. Così ho cominciato a mentire sull’età del bimbo e dicevo che aveva già compiuto un mese!
Ecco una lista di alcuni dei divieti (tratti dalla mia esperienza e da questo sito).
1. Non fare la doccia, non lavare i capelli, non lavare i denti.

2. Non bere bibite fredde (notare che in Cina “temperatura ambiente” equivale praticamente a “freddo”).

3. Non mangiare frutta fredda o alimenti freddi.

4. Non uscire all’esterno, non stare in stanze con l’aria condizionata, non prendere assolutamente correnti d’aria. Coprirsi bene! Anche se è piena estate.

5. Non stare sedute troppo a lungo, nemmeno sul divano: meglio di tutto riposare distese a letto.

6. Non leggere, guardare il cellulare, usare un computer: si potrebbero stancare gli occhi.

7. Non stare senza calzini né indossare scarpe aperte.

8. Non fare sforzi o troppo movimento. Riposare!
A noi occidentali questo riposo forzato pare eccessivo e antiquato: noi siamo abituate a correre e darci da fare a poche ore dal parto. E forse esageriamo all’opposto. La tradizione del mese è molto sentita in Cina e viene rispettata anche dalle giovani donne, magari in modo meno restrittivo.
Questa mia esperienza cinese mi ha insegnato che il dopo parto è un momento importante e delicato e che non dovremmo cercare di fare le Wonder Woman ancora coi punti che ci bruciano.
Riposarsi e farsi coccolare, dopo un’esperienza faticosa come mettere al mondo un bimbo, dovrebbe essere un diritto ed un piacere.

Antonella Moretti

Francesca: la Regina di Scordovillo

Francesca: la Regina di Scordovillo
In un caldo pomeriggio di luglio, con le ali della mia sfrenata fantasia, che parte in quarta quand’é alimentata dalle suggestioni giuste, salgo sull’auto del mio amico, videoreporter di LaCTV Saverio Caracciolo.

Direzione Scordovillo, il campo Rom di Lamezia Terme considerato da tanti una discarica a cielo aperto e anche un fortino presidiato da violenze e degrado. Ci vuole coraggio a vivere quest’avventura ma la posta in gioco é alta: scoprire un pezzetto d’anima di un popolo odiato e disprezzato dalla storia.

A me piacciono gli Zingari ma quando mi azzardo a dirlo vengo quasi sempre “divorata” da chi mi sta accanto e solitamente mi apprezza. Sono affascinata dai ” Figli del vento” tanto da credere d’essere stata anch’io una gitana in una precedente vita ma, molto più realisticamente, l’atteggiamento nasce dall’influenza materna di accoglienza delle zingare che regolarmente frequentavano la nostra casa, commarelle le chiamava la mia mamma sempre pronta a confortare le loro pene e a offrire un pò d’aiuto in cambio di palettine di ferro.

Sull’auto di Saverio, che sfreccia veloce nella mia mente affascinata da un suo splendido video, la tensione è sempre più palpabile man mano che la distanza dalla metà si riduce.

La natura che ci circonda d’improvviso muta volto diventando aspra, dura, arida, insudiciata e bistrattata dall’ottusità di noi umani. Le erbacce sono l’unico elemento di bellezza e il resto é bruttura: i rifiuti accatastati e un fetore nauseante avvolgono tutto.

Il lamento di una fisarmonica spezza la tensione e ” Il cuore rallenta la testa cammina in quel pozzo di piscio e cemento in quel campo strappato dal vento a forza di essere vento (1)”

Topi morti, cassonetti puzzolenti, panni stesi lavati senz’acqua corrente, niente luce solo il lume della luna e delle stelle, lamiere contorte per tetti.

“Si ricordano che siamo Italiani solo quando ci sono le votazioni e promettono, promettono…ora dicono che ci cacceranno ma noi non vogliamo lasciare Nicastro, noi vogliamo solo un pezzo di pane sincero e poi morire qui dove anche i topi ci conoscono e ci vogliono bene, sono buoni con noi, siamo amici. Siamo qui dalla prima guerra mondiale, dal ’15 , siamo Zingari e siamo Italiani, vorremmo tanto far capire agli altri chi sono veramente i Rom”

Così grida alla telecamera una donna, giovane, forte, decisa, con gli occhi di cielo e i capelli di carbone.

Vedo tante altre donne: intrecciano capelli, lavano poveri stracci in vasche di plastica rotte. Un uomo con un ghigno poco simile a un sorriso suona una fisarmonica, balla e canta:” Mia moglie é un tipo ostico ma l’omini senza fimmini non ponnu stá”

Tante donne si fanno riprendere e parlano dei figli malati, delle case ammalorate, dei patimenti quotidiani, la dolenza più costante e veemente è contro i politici che da sempre assicurano e non mantengono, che sfruttano e non danno benessere, che si riempiono la bocca di giustizia ma non si impegnano a costruirla dando a tutti i cittadini pari opportunitá e uguaglianza di diritti e poi invettive pungenti contro alcuni dei più recenti governanti che odiano gi Zingari e vogliono distruggere la loro cultura.

Nel Campo sono tante le creature femminili, d’ogni etá, alcune tra le più giovani, hanno un linguaggio più evoluto che appalesa tracce, sia pur minime, di istruzione. É difficile per loro abbracciare il sapere offerto dalla Scuola, mi torna alla mente una ragazza, anche lei lametina e zingara, conosciuta agli inizi della mia carriera di docente, che si era laureata condannandosi così all’infelicità perpetua: rinnegata dal suo popolo, che si sentiva tradito dalla sua scelta, disprezzata dai colleghi per la “puzza” di zingara, priva d’identità era caduta in depressione e si era suicidata.

A un tratto, nel Campo maledetto, la scena cambia, tutto scompare per lasciare il posto a Lei, solo a Lei, la protagonista di un copione misterioso e sconosciuto.

É Francesca: la matriarca, la regina di Scordovillo.

Ha 96 anni, ha avuto 10 figli, è molto malata, la sua é una vecchiaia rubata.

Rosso, é rosso il colore di Francesca, la Gitana vegliarda dal viso segnato profondamente da una vita complicata.

Il rosso lo vedo sui suoi abiti, nel cibo che tocca con le mani, nelle ferite del suo volto, nel fondo dei suoi occhi, nella sua povera dimora.

É rossa come il sangue la sua vita trascorsa arrampicandosi giorno e notte sulle montagne, salendo fin sulle cime con la carriola carica di delusioni e di amarezze ma anche di gioie e di sorrisi, col marito che andava a giocare a carte e tornava a casa carico di desideri, di delusioni e sogni inappagati.

” Ora, dalla mattina alla sera sto seduta qua, le mie gambe sono stanche, sognano pure loro le montagne ma non ce la fanno più. Da ragazza li portavo io i soldi a casa non come le altre compagne che dovevano riceverli dai mariti per fare un po’ di spesa. Tutti gli Zingari del Campo appartengono a me, sono carne mia, qui siamo al buio, nel luridume…quanto vorrei, per me e per loro, una casa buona, una casa da cristiana, non vorrei tutta questa porcheria che mi schifo pure a sedermi”

Francesca ha uno sguardo fulminante, una voce che arriva all’anima, una forza che ancora trasuda dalle sue carni martoriate dai segni della miseria più che del tempo, dalla sua figura promana una luce e un profumo che ti incantano al punto da non vedere più il degrado che circonda ogni cosa, a brillare su tutto é uno splendido colore rosso, il suo colore!

Sono rossi i fiori sul suo vestito nero, rosso é il suo fazzoletto, rosse le pennellate che inaspettatamente spuntano sulle pareti nere del suo tugurio. Rossa é la sua vita e rosso é il fuoco che ancora brucia nella sua straordinaria anima.

Il mio amico Saverio mi propone di andare veramente con lui a Scordovillo, s’impegna a trovare il modo di farmi entrare ma io non voglio farlo…ho paura.

Ho paura, ho paura che la mia elaborazione, frutto delle splendide emozioni suscitate dal suo video, crolli confrontandosi con la realtà.

Francesca mi rimane nel cuore e, nonostante tutto, mi appare come una Donna Libera, capace di guardare negli occhi il destino, senza paura, perfettamente padrona della sua femminilità.

Chiudo gli occhi e risento il magico canto che mi ha accolto all’inizio di quest’avventura dell’anima…

“…ora alzatevi spose bambine

che è venuto il tempo di andare

con le vene celesti dei polsi

anche oggi si va a caritare
e se questo vuol dire rubare

questo filo di pane tra miseria e sfortuna

allo specchio di questa kampina

ai miei occhi limpidi come un addio
lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca

il punto di vista di Dio.(1)”

(1) F. De André, Khorakhane
Libera elaborazione di Beatrice Lento della storia di Francesca raccolta da Saverio Caracciolo di LaCTV nel Campo Rom di Scordovillo nel Luglio del 2018

Ph Saverio Caracciolo

Macrina Marilena Maffei e le sue Donne di Mare

Non è un racconto fantastico, ma la storia vera delle pescatrici delle Eolie. Donne che affrontavano coraggiosamente il mare in burrasca, spostandosi di isola in isola per vendere il pescato. E dopo il duro lavoro correvano a casa, ad accudire i familiari e, spesso, anche a zappare la terra per coglierne i frutti ed alleviare la miseria.Diverse testimonianze ci tramandano che in molti paesi di mare solo le donne, tramite la recita di orazioni tramandate da madre in figlia, erano le uniche in grado di placare le tempeste marine. Nonostante questi poteri straordinari, antiche superstizioni invece ritenevano le donne a bordo di natanti portatrici di maledizioni e sfortune.

Su questi antichi gesti e riti si potrebbe scrivere un intero trattato ma vogliamo mettere in evidenza una storia al femminile delle Isole Eolie che stava per essere fagocitata dall’oblio e che, grazie alla studiosa antropologa Macrina Marilena Maffei, oggi può essere raccontata.

Nella storia della Sicilia non c’è traccia di donne di mare. A centinaia si raccontano e si ricordano le storie dei pescatori, nessun cenno invece alle storie delle pescatrici. Si è creduto così che le donne siciliane non si fossero mai avventurate per mare. Ed invece scopriamo che fino al 1950, nelle sette Isole Eolie, c’erano delle donne che anche da sole andavano a pesca fino a quindici-diciotto miglia lontano dalla costa. Affrontavano coraggiosamente il mare in burrasca, si spostavano di isola in isola per vendere il pescato, arrivando a volte fino a Milazzo e a Palermo.
La cosa curiosa è che le pescatrici delle Eolie hanno segnato profondamente la storia di quei territori, ma nelle ricostruzioni storiografiche locali non si trova alcun cenno: inesorabilmente sono state estromesse dalla memoria, è stato negato loro il diritto del ricordo di tutto quello che sono state capaci di realizzare per la sopravvivenza delle loro famiglie e delle loro comunità.
Il libro della Maffei “Donne di Mare” nasce con l’unica finalità di strapparle “dal mondo della trasparenza”, di raccontare la loro vitalità, la forza e le fatiche, l’energia ed il loro patire. Raccogliendo interviste e testimonianze, pare di rivederle quando toccavano terra spossate dalla stanchezza, spesso inzuppate d’acqua salmastra con quei lunghi abiti di certo non adatti allo svolgimento del loro lavoro.
Le pescatrici delle Eolie sono state donne che hanno imparato a dare il nome ai venti, ad intuire la pericolosità delle onde violente, a leggere le ore nelle stelle. E dopo il duro lavoro correvano a casa, ad accudire i familiari, a riordinare, a cucinare, a lavare i panni e spesso anche a zappare la terra per coglierne i frutti ed alleviare la miseria.
Le pescatrici delle Eolie hanno generato ed allevato figli e qualcuna li ha partoriti sulle spiagge, li ha allattati sulle barche sballottate dalle onde.
Raccontare la loro storia significa abbattere uno stereotipo che ci ha sempre configurato le donne della nostra isola confinate fra le mura di casa o nei lavori agricoli.

A Stromboli la sera le donne si riunivano in gruppi formati da tre o quattro donne pescatrici e “andavano a totani”. Nelle altre isole la maggior parte usciva all’alba, verso le quattro del mattino. Quelle che avevano figli si portavano dietro un sacco che facevano diventare culla.
Le pescatrici e le donne di mare hanno segnato profondamente la storia delle Isole Eolie e ne troviamo traccia addirittura in alcuni scritti dell’arciduca Luigi Salvatore D’Austria del 1894 e dello studioso Michele Lojacono Pojero: “A Panarea le donne remano sulle loro barche e vanno alla pesca”. Ma queste tracce sbiadiscono con il passare degli anni, nonostante queste donne possono considerarsi “un’icona straordinaria di cui le Eolie possono fregiarsi”.
Oggi finalmente è emersa la realtà di questo territorio che ha coinvolto i destini di molte generazioni al femminile.
Le pescatrici delle Eolie hanno recuperato, grazie ad un’altra donna, il loro diritto alla memoria nella storia della Sicilia.

Arcangela Tarabotti

Elena Cassandra Tarabotti, nasce a Venezia nel 1604; anche se la data di nascita è incerta si sa che fu battezzata il 24 febbraio nella Parrocchia di San Pietro[1]

. La sua famiglia apparteneva probabilmente alla categoria dei commercianti, il padre Stefano era esperto nelle cose di mare[2], e la madre si chiamava Maria Cadena. Vivevano nel rione di Castello, una zona popolare nota per le attività legate al mare dove si trovavano infilatrici di perle, marinai, costruttori di remi[3]…. Primogenita di almeno quattro sorelle e con due fratelli, sarà l’unica della sua famiglia ad essere destinata, contro la sua volontà, a diventare monaca nel monastero benedettino di Sant’Anna, nel rione Castello.Elena Cassandra infatti aveva ereditato proprio da suo padre un difetto fisico che la rendeva zoppa[4] e che per l’epoca non la rendeva maritabile, per questo fu destinata probabilmente ad entrare in monastero.

La Chiesa di Sant’Anna in Castello a Venezia dove suor Arcangela Tarabotti entrò nel 1617

Elena Cassandra entrerà in monastero nel 1617[5]. Tre anni dopo, nel 1620 prese i voti con la cerimonia della vestizione diventando suor Arcangela, nome con il quale firmerà anche la maggior parte delle sue opere, nelle quali denuncerà la drammatica realtà delle monache forzate, ma anche la più generale condizione della donna nella sua epoca e società. Essa verrà poi consacrata però solo nel 1629[6]. Arcangela non uscirà più dal monastero, dove vivrà per più di trent’anni e dove morirà per una bronchite il 28 febbraio nel 1652.

Arcangela Tarabotti scrisse diversi libri per denunciare la sua condizione di monaca forzata riuscendo a dare una chiara lettura della propria condizione che interessava però in realtà numerose veneziane. Riesce dalla propria esperienza a fare un quadro preciso delle motivazioni sociali, economiche e politiche che riguardavano la condizione delle donne veneziane nella sua epoca.
Le sue opere possono essere suddivise tematicamente e viste come una trilogia sulla condizione delle monache con le opere: La Semplicità Ingannata o La Tirannia paterna, L’Inferno monacale e il Paradiso monacale; un dittico proto femminista con gli scritti: L’Antisatira di Arcangela Tarabotti in risposta al Lusso donnesco e con Che le donne siano della specie degli uomini, e un nucleo invece a se stante che sono le Lettere familiari e di complimento.

Prima opera che firmò con lo stratagemma dell’anagramma di Galerana Baratotti, reso necessario per l’intensità dei temi trattati e per le sue argomentazioni. Infatti partendo dalla sua situazione di monaca forzata descrive la durezza dell’esistenza, non solo da un punto di vista personale, ma di quello di tante altre donne che come lei erano state costrette alla monacazione[9]. In questa opera Arcangela Tarabotti denuncia la sua condizione, che non è una situazione isolata ma è un costume adottato, abusato dalla società veneziana, dai padri che ingannano le figlie per farle entrare in monastero, dallo Stato, la Repubblica di Venezia, che permette questa pratica per preservare la classe nobiliare e dalle autorità ecclesiastiche, che vengono accusate anch’esse di essere troppo superficiali nell’indagare la reale vocazione delle monache, se non a volte complici nell’inganno.
L’opera presenta una struttura che si ritroverà anche negli altri suoi scritti, con una nota dedicatoria e la suddivisione in tre libri e verrà pubblicata solo dopo la sua morte nel 1654 con il titolo de “La semplicità ingannata”.
La semplicità ingannata

Edizione postuma, venne pubblicata con un titolo diverso anche per sottolineare l’aspetto che più nella sua esperienza, e in quella della maggior parte delle sue consorelle, era stato causa di tanto dolore, cioè appunto l’inganno da parte del genitore nell’età in cui più ci si fida di lui. Suor Arcangela usa la metafora di un uccellino che, libero, mentre canta viene intrappolato da una rete e rinchiuso[10]. La nota dedicatoria viene anch’essa cambiata: infatti ne La Ttrannia paterna era indirizzata alla Repubblica veneziana, qui invece Arcangela Tarabotti si rivolge direttamente a Dio, il quale è l’unico a conoscere la verità in una società di ingannatori.
Nella Lettera al lettore l’autrice spiega che non parla per astio, ma per denunciare l’inganno orribile che condanna degli esseri viventi a restare chiusi tra delle mura per sempre, per la salute del Cristianesimo e per il sollievo delle anime.
Anche l’ultima parte viene modificata, aggiungendo un capitolo in cui suor Arcangela prende le difese delle donne contro i ripetuti attacchi misogini dell’epoca, che nel Seicento si richiamano alla più vasta Querelle des femmes. Nello specifico risponde alle numerose critiche al genere femminile, rileggendo il mito di Eva e confutando l’evidenza per la quale, se Eva aveva peccato, era perché, a differenza delle donne della sua epoca, era libera di pensare e decidere.
L’inferno monacale

In quest’opera si ritrovano un po’ i temi che aveva già affrontato nella Semplicità ingannata ma si sofferma maggiormente nella descrizione della difficoltà della vita che non si è scelta. La convivenza con le altre monache del monastero, gli episodi che descrivono l’abbrutimento dell’animo di chi è costretto ad una vita che non voleva. L’opera si apre con ben due note dedicatorie, una alla Repubblica di Venezia, e che era quella originaria della Tirannia paterna, e una invece rivolta proprio a quei padri che avevano costretto le proprie figlie ad una vita piena di disagi e sofferenze.
Il Paradiso monacale

Seppur forse ultima opera del trittico pensato, diventa la prima opera pubblicata da Arcangela Tarabotti nel 1643. Viene dedicata al Cardinale di Venezia, Federico Baldissera Bartolomeo Cornaro e consiste in un soliloquio con Dio a cui confessa i suoi peccati, che tuttavia si fermano al solo fatto di non portare gli abiti monacali[14]. Nella Lettera al lettore pone in evidenza invece il motivo del libro, che era quello di sottolineare quanto per una monaca vocata i monasteri fossero luoghi di pace, sottolineando in questo modo in realtà quanto non lo fossero per chi, come lei, non aveva scelto liberamente una vita religiosa.
Le opere perdute

Si pensa che il Paradiso monacale, L’inferno monacale dovessero far parte di una trilogia sulla falsa riga della Divina commedia di Dante, poiché era prevista anche l’opera Il Purgatorio delle mal maritate , opera tuttavia persa. Sono rimasti anche i titoli di altri scritti mai trovati: Le contemplazioni dell’anima amante, La via lasciata del Cielo e La luce monacale.
L’Antisatira

Fu la seconda opera pubblicata da suor Arcangela nel 1644 e fu scritta in risposta all’opera di Buoninsegni e alla sua Satira Mennipea contro il lusso donnesco, nella quale ridicolizzava le donne per le loro acconciature, per il loro modo di vestirsi, per la loro vanità, associando al lusso un senso di peccato e dannazione.
L’opera fu dedicata a Vittoria Medici della Rovere, moglie di Ferdinando II de’ Medici.
Lettere familiari e di complimento

Furono pubblicate nel 1650 e dedicate a Francesco Loredan, membro dell’Accademia degli Incogniti. Dalla sua corrispondenza si riscontrano testimonianze che riportano episodi sia della sua vita monastica ma anche personale e culturale e dei motivi per i quali scrisse le sue opere. L’epistolario rende pienamente testimonianza degli scambi intellettuali che Arcangela ebbe con i maggiori scrittori e pensatori della sua epoca in Italia ma anche all’estero.
Che le donne siano della specie degli uomini – Difesa della donna

Fu la sua ultima opera, e fu scritta in risposta ad un trattato del 1647 che sosteneva che le donne non avessero un’anima: “Che le donne non siano della specie degli uomini. Discorso piacevole tradotto da Horatio Plata Romano”. Arcangela Tarabotti per difendere le donne da questa accusa usa a sua volta passi delle Sacre Scritture per smontare le affermazioni del trattato.

Da Wikipedia

Tina Modotti

1924 – Ritratto di Tina Modotti eseguito da Edward Weston
Fotografa, ma anche attrice protagonista di alcuni film muti dei primi anni Venti del secolo scorso, Tina Modotti rientra perfettamente in quella ristretta cerchia di Artisti (sì, con la maiuscola) dell’obiettivo.
La sua fotografia, infatti, è a pieno titolo una delle più importanti testimonianze dell’inizio del secolo scorso.
Ogni volta che si usano le parole “arte” o “artista” in relazione ai miei lavori fotografici, avverto una sensazione sgradevole dovuta senza dubbio al cattivo impiego che si fa di tali termini. Mi considero una fotografa, e niente altro.
Ennesima citazione che prova l’attendibilità un luogo comune che mi piace riportare prima di iniziare a parlare della vita di Tina Modotti: è proprio vero che il vero genio spesso non sa di esserlo.
Tacciati di essere convenzionali e sensazionalisti, tuttavia i luoghi comuni spesso ci azzeccano. E in questo caso, più che in ogni altro.
Tina Modotti: tra Udine e la California
Nata a Udine il 17 agosto 1896, Tina Modotti trascorre i suoi primi mesi di vita nel quartiere di Borgo Pracchiuso dove vive la sua famiglia operaia aderente al Socialismo.
Sua madre era una casalinga che sporadicamente si dedicava al cucito, il padre era un meccanico e carpentiere. La casa in cui viveva la famiglia di Giuseppe Modotti era molto più che spartana, praticamente fatiscente. E in effetti, quando Tina ha solo due anni, tutta la famiglia si trasferisce in Austria per cercare condizioni economiche più favorevoli.
In Austria nascono altri quattro fratelli nel periodo che intercorre fino al 1905, quando la famiglia Modotti fa ritorno a Udine: Tina frequenta con ottimi risultati le scuole elementari nel capoluogo friulano.
Nel 1908 inizia a lavorare in una fabbrica tessile della città, ma è in questo periodo che Tina Modotti ha il suo primo approccio con la fotografia, grazie allo zio paterno, proprietario di uno studio fotografico. E mentre apprende i primi rudimenti su quella che sarà la sua professione da adulta, il padre emigra in America in cerca di un lavoro.
Su esempio preso dal padre, nel 1913 Tina Modotti lascia l’Italia per raggiungere San Francisco dove trova impiego in un’azienda del settore tessile
Il suo primo approccio con l’arte non è subito fotografico, infatti in questo periodo si avvicina al teatro amatoriale recitando in alcune opere di Pirandello e D’Annunzio, gli autori più noti della scena italiana di primo Novecento.
La svolta professionale di Tina Modotti arriva però nel 1918, in seguito al matrimonio con il pittore Roubaix de l’Abrie Richey, anche noto con il soprannome “Robo”. La coppia lascia San Francisco per giungere a Los Angeles. Per Tina è l’occasione giusta per avvicinarsi a una carriera nel cinema.
Tina Modotti a Hollywood
Il primo film a cui partecipa ha per titolo The Tiger’s Coat, in italiano Pelle di tigre. La pellicola, che la vede protagonista accanto a Lawson Butt, è un discreto successo e soprattutto lancia il nome dell’attrice italiana nello stardom hollywodiano.
Percepita come un talento sensuale ed esotico e forte di una recitazione meno convenzionale rispetto alle classiche attrici del periodo, Tina Modotti sembra distinguersi per queste caratteristiche nel cinema del periodo.

Al primo film seguono altri due titoli che non hanno la stessa risonanza di Tiger’s Coat, Riding with Death e I Can Explain. Per Tina Modotti il cinema si trasforma in una vera e propria delusione, anche se rappresenta un’occasione per farsi conoscere negli Stati Uniti. E infatti per la sua bellezza viene immortalata da fotografi come Joahn Hagemayer, Jane Reece e da Edward Weston, con il quale intreccerà una relazione sentimentale.
Nel 1922 muore il marito, durante un viaggio in Messico. Tina Modotti si reca nel paese per i funerali di “Robo” e scopre una nazione che negli anni successivi sarà al centro della sua vita.
Tina Modotti tra San Francisco e il Messico
Nell’estate del 1923 Tina Modotti torna in Messico con il nuovo compagno Edward Weston, con il quale si stabilisce nella capitale. La coppia vive attivamente il clima politico post-rivoluzionario ed entra in contatto con il partito comunista messicano e con diversi artisti del periodo, primi tra tutti i muralisti David Alfaro Siquieros, Clemente Orozco e Diego Rivera.
L’impegno politico coincide con l’avvicinamento all’arte e, grazie alla relazione con Weston, Tina Modotti si avvicina alla fotografia sviluppando prestissimo una propria cifra stilistica.
Il 1924 è un anno fondamentale nella biografia di Tina Modotti: la sua prima esposizione fotogafica, insieme a Edward Weston, è inaugurata nel Palacio de Minerìa, in presenza del capo dello stato. Subito dopo la coppia fa ritorno a San Francisco: giusto il tempo per conoscere la fotografa Dorothea Lange e acquistare una camera Graflex.
Ritornata in Messico, Tina intraprende un viaggio con il suo compagno nelle regioni centrali del paese. È un esperienza di vita e d’arte fondamentale per la sua carriera: tre mesi che porteranno alle immagini per il libro Idols Behind Altars dell’antropologa Anita Brenner.
Da questo punto della sua vita, Tina Modotti è a tutti gli effetti una fotografa professionista con un nome prestigioso, e riesce a vivere con la sua arte. Entra a far parte del partito comunista e ha una relazione con il pittore militante Xavier Guerrero. Tra gli altri suoi impegni, spicca l’impegno per il movimento sandinista nel comitato “Manos fuera de Nicaragua” e si prodiga per la liberazione di Sacco e Vanzetti.
La passione politica
È in questa fase, la seconda metà degli anni Venti, che la fotografia di Tina Modotti cambia radicalmente: il suo obiettivo si sposta dalla natura verso la denuncia sociale. La sua fotografia si fa strumento di indagine. Il lavoro è esaltato in tutte le sue forme, così come le manifestazioni politiche, il ruolo dei sindacati, l’iconografia del comunismo.
Le riviste più importanti del paese si contendono i suoi scatti, mentre la frequentazione della scena intellettuale messicana la porta a conoscere la pittrice Frida Kahlo (con la quale probabilmente ebbe una relazione sentimentale) e lo scrittore John Dos Passos.

Frida e Tina
Dall’estate del 1928 Tina Modotti stringe una relazione con il giovane rivoluzionario cubano Julio Antonio Mella. La sua fotografia è ancora più vicina alla militanza politica, ma la relazione con Mella dura poco perché Julio Antonio è ucciso nel gennaio dal 1929 da alcuni sicari di Gerardo Machado, dittatore di Cuba.

1929 – Uno dei più celebri scatti di Tina Modotti, “Le mani del burattinaio”. Senso estetico simbolista e denuncia politica si fondono in una immagine simbolo della sua fotografia.
Con una sua mostra definita “la prima mostra fotografica rivoluzionaria in Messico”, la carriera di fotografa di Tina Modotti è al suo apice nel dicembre del 1929.
Qualche mese dopo, infatti, è costretta a lasciare la nazione perché accusata ingiustamente di aver partecipato a un attentato contro Pasqual Ortiz Rubio, il nuovo capo di stato. Arrestata ed espulsa dal Messico, Tina fa ritorno in Europa.
Gli ultimi anni di Tina
In Europa Tina Modotti mette da parte la macchina fotografica e si dedica completamente alla politica.
Prima in Russia, dove si unì alla polizia segreta sovietica, poi in Spagna per la Guerra Civile, accanto al politico italiano Antonio Vidali, il suo nuovo compagno fin dagli ultimi giorni in Messico.
In Spagna fino al 1939, rientra in Messico con Vidali sotto falso nome, per morire in circostanze sospette il 5 gennaio del 1942, ufficialmente vittima di un infarto.
Secondo il muralista Diego Rivera, invece, sarebbe stato il suo stesso compagno a ucciderla, in quanto troppo pericolosa per l’attività rivoluzionaria di Vidali.
Ad aumentare il mistero legato alla morte di Tina Modotti, alcuni storici hanno anche parlato di un suo coinvolgimento – insieme ad Antonio Vidali – nell’assassinio del politico russo Lev Trotsky, avvenuto proprio a Città del Messico.
Tina Modotti: lo stile e la tecnica
Come per un’altra grande fotografa italiana, Letizia Battaglia, lo stile della Modotti, specie quello della maturità artistica, è legato a doppio filo all’esperienza personale della società in cui viveva. Alla sua attività politica e rivoluzionaria.

1929 – Donna di Tehuantepec, Messico

Contadini in sciopero, Messico
Come già detto, nell’esperienza di Tina Modotti, il dato biografico e l’aspetto artistico sono praticamente la stessa cosa.
Ma nella sua breve ma intensa attività di fotografa ha lasciato un segno indelebile, mostrando di avere un’innata passione per quella che negli anni sarebbe diventata la “street photography”.
Uno stile fotografico, il suo, non attento ai soli aspetti estetici, ma in primis ai contenuti sociali.
La fotografia, proprio perché può essere prodotta solo nel presente e perché si basa su ciò che esiste oggettivamente davanti alla macchina fotografica, rappresenta il medium più soddisfacente per registrare con obiettività la vita in tutti i suoi aspetti ed è da questo che deriva il suo valore di documento. Se a questo si aggiungono sensibilità e intelligenza e, soprattutto, un’idea chiara sul ruolo che dovrebbe avere nel campo dello sviluppo storico, credo che il risultato sia qualcosa che merita un posto nella produzione sociale, a cui tutti noi dovremmo contribuire.