Magia della maternitá
“La maternità non è la paternità. Nella maternità la donna abbandona il proprio corpo al bambino. E i bambini le stanno sopra come su una collina, come in un giardino, la mangiano, la picchiano, ci dormono sopra e lei si lascia divorare e qualche volta dorme mentre loro le stanno addosso. Niente di simile avverrà mai nella paternità.”
MARGUERITE DURAS
Facciamolo insieme
A volte noi madri siamo così condizionate dal dover essere tutto e dal dover fare tutto che ci rendiamo corresponsabili della svalutazione del ruolo dei padri.
Condividiamo equamente le cure del bimbo. Cosa voglia dire equamente dipende da entrambi e bisogna tener conto delle esigenze di ognuno. Non c’é bisogno di interpretarlo alla lettera come un cinquanta-cinquanta o di stilare un registro delle incombenze ma se c’è equità e collaborazione vera ce ne accorgiamo subito perché ci sentiamo serene e appagate.
E per favore non ragioniamo in termini di aiuto. Prendendosi cura dei propori figli fanno quello che é giusto fare. Loro non meritano alcuna gratitudine o lode speciale e neanche noi: abbiamo fatto la scelta di mettere al mondo un figlio e la responsabilità ricade su entrambi.
Liberamente tratto da Cara Ijeawele di Chimamanda Ngozi Adichie
Non ti scusare perché lavori
Tu ami ciò che fai e amare ciò che si fa è un grande dono da offrire ai propri figli…
In queste prime settimane da neomamma sii gentile con te stessa. Chiedi aiuto. Pretendi aiuto. Non esistono le superdonne…
Concediti spazio per gli errori. Una neomamma non deve sapere necessariamente come si calma un bimbo che strilla.
La nostra cultura celebra l’idea di una donna che riesce a far tutto da sé ma non mette in discussione l’assunto di questo merito…Faccende domestiche e assistenza dovrebbero prescindere dal genere e ciò che dovremmo chiederci non é se la donna sia o non sia in grado di fare tutto da sé ma piuttosto come dare supporto ai genitori nel loro duplice ruolo sul lavoro e a casa.
Cara Ijeawele
Donne amare
Donne amare, scorre latte
sotto questa poesia
ciò che fu seminato col sangue
darà un raccolto di miele.
Erica Jong
Cancellata in Giordania
E mentre in Afghanistan si combatte anche solo per potersi sentire chiamare con il proprio nome, in Giordania dopo più di mezzo secolo è stata cancellata la norma salva stupratori che consentiva all’uomo di evitare il carcere sposando la sua vittima. L’abrogazione dell’articolo 308 è avvenuta all’interno di una riforma generale del codice penale che ha visto anche l’eliminazione del delitto d’onore. Anche nel caso della Giordania la strada da fare è però ancora tanta. Nonostante un orientamento politico pro-occidentale e la presenza di e’lite urbane cosmopolite, molte aree del paese rimangono socialmente conservatrici, legate al concetto dell’onore familiare. Secondo questo principio, la convinzione è che avere una vittima di stupro in famiglia sia vergognoso e che tale «vergogna» possa essere estinta solo attraverso il matrimonio.
Mogli di… madri di…
Non c’è il loro nome sugli inviti ai matrimoni. E non c’è nemmeno sulla loro tomba. Piuttosto sono “madri di”, “mogli di”, “figlie di”. Chiamare le donne in pubblico con il loro nome è considerato disdicevole e perfino in un insulto. Accade in Afghanistan dove, come sottolinea un report di Thomson-Reuters ripreso dalla Bbc, una legge impedisce che sui certificati di nascita dei figli venga indicato il nominativo della madre.
Volto, nome, voce e identità
Un gruppo di attiviste locali ha deciso di battersi contro questa norma e contro usanze discriminatorie e vessatorie al pari dell’uso del burqa. Il risultato è un hashtag, #WhereIsMyName, che, dopo essere partito dalla provincia occidentale di Herat, ora sta facendo il giro del mondo con oltre mille . Safiqeh Mohseni, una delle donne che ha lanciato l’idea, ha spiegato che l’obiettivo «è rompere un tabù e riportare il nome e l’identità delle donne al primo posto». «L’unico modo per spezzare il silenzio sulla condizione delle donne è proprio dare loro voce a partire dal nome», le ha fatto eco una collega. Basta dunque definirle mamme di qualcuno, mogli di qualcun altro o sorelle di. A supportare la campagna anche una star locale della musica, Farhad Darya, che ha condiviso una sua foto su Facebook in compagnia della moglie Sultana. E se l’artista ha raccontato di aver avuto problemi in passato per aver chiamato in pubblico la compagna con il suo nome, i commenti al suo post sono stati quasi tutti positivi. Non mancano però gli attacchi delle frange più conservatrici del Paese, anche tra i giovani. «Il nome di mia madre, mia sorella e mia moglie è sacro, come sacro è il loro velo, simbolo del loro onore», ha scritto sulla sua pagina Facebook Modaser Islami, leader di un’organizzazione giovanile. «In Afghanistan secondo le logiche tribali, il corpo di una donna appartiene a un uomo. E con esso anche il volto e il nome che lo identifica», ha spiegato al New York Times Hassan Rizayee, sociologo afghano.
Oggi spose
Tomaso Binga (1977) indossa gli abiti da sposa e gioca sul l’espressione “oggi sposi”, generalmente usata per partecipare le nozze, trasformandola in “ oggi spose” per sottolineare il maschilismo insito nel linguaggio corrente.
Sara è incinta
Paola Mattioli riflette sul corpo femminile… nella serie Sara è incinta(1977) si sofferma sulla maternità e il naturale incontro tra amiche che si confrontano sul cambiamento del corpo femminile durante la gravidanza.
Violeta Bubelyte
Violeta Bubelyte riflette sulla propria immagine, si confronta con sè stessa, con il proprio corpo che si presenta alla macchina fotografica in maniera indistinta e, così facendo, vuole sottolineare la difficoltà ad essere incasellata in maniera univoca… al Magma
L’alfa e l’omega
Untitied ( 2007) di Marija Teresé Rozanskaité offre una donna rannicchiata ai cui lati sono presenti l’alfa e l’omega che rappresentano l’inizio e la fine: nell’evolversi dell’esistenza al centro c’è la Donna come forza rigeneratrice che dona vita.