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 Se guardate attentamente vedrete che quasi tutto ciò che conta davvero per noi, tutto ciò che rappresenta il nostro impegno più profondo nel modo in cui la vuta umana deve essere vissuta  e curata, dipende da una qualche forma di volontariato.”
Margaret Mead

Emozioni Blu con Francesca Mirabelli

Un’atmosfera da grandi occasioni, un parterre esclusivo, relatori  eccellenti e uno sfondo mozzafiato: questi gli ingredienti di un evento di grande spessore coniugato col tratto Blu di una Calabria che ha deciso di ripartire dal suo mare. Un’immensità cristallina, ricca di tradizioni, consuetudini e vicende su cui si potrebbero spendere fiumi d’inchiostro senza mai riuscire a scrivere la parola fine.
 A colorare d’azzurro la platea, raccolta nell’Anfiteatro del porto della Perla del Tirreno, tutti i Sindaci, o loro delegati, delle 14  Bandiere Blu 2020 della Calabria, orgoglio di una Regione che vuole ripartire nel segno della gestione sostenibile del territorio attraverso un’amministrazione virtuosa che ha a cuore la  tutela ambientale a partire dalla grande risorsa marina. Occasione dell’eccezionale incontro la presentazione ufficiale di un’associazione votata a questa finalità che si lega al nome di un uomo che per tutta la vita ha servito lo Stato: il compianto Procuratore della Repubblica Bruno Giordano. 
Anima della nuova realtà associativa, dal nome estremamente evocativo, “ Mare Pulito ‘Bruno Giordano’ “, Francesca Mirabelli, vedova del magistrato, che, fondandola, ha voluto rendere omaggio ad un uomo che ha vissuto intensamente la pur breve esistenza spendendosi nel contrasto alla ‘ndrangheta e ad ogni forma di profanazione della legge, con un amore viscerale per l’ambiente e in particolare per il mare.
 L’evento, di elevatissima caratura, avrebbe meritato un pubblico numerosissimo e Tropea non avrebbe deluso l’aspettativa se tutto si fosse potuto svolgere nella normalità pre covid. Le nuove esigenze, dettate dalla logica della prevenzione, effettivamente, hanno imposto un freno ma il limite alla partecipazione non ha alterato lo spirito della serata che ha registrato il massimo successo. 
A succedersi nei messaggi, idealmente rivolti a tutta la Calabria, che riconosce a Tropea il valore di simbolo e di portavoce della Regione, le massime autorità locali dello Stato: il Procuratore della Repubblica Camillo Falvo, il Prefetto Francesco Zito e il Sindaco  Giovanni Macrì a cui si sono affiancati alcuni vertici del settore ambientale e produttivo, dal Presidente dell’Union Camere Calabria Klaus Algieri, al Direttore Generale Arpacal Domenico Pappaterra, ovviamente, a presiedere l’incontro la fondatrice dell’Associazione, Francesca Mirabelli Giordano, e la Presidente Marina Petrò. Assente, per sopraggiunte esigenze, ma idealmente vicina, la Presidente Jole Santelli.
Tutti gli interventi sono stati corposi, nonostante la regola della sintesi dichiarata in apertura, perché, evidentemente, le tematiche affrontate esprimevano la grande passione e il forte investimento riversato da ogni intervenuto nel settore della cura ecologista. Difficile riassumere l’infinitá di messaggi e di provocazioni lanciati, tutti nel segno di un bisogno fortemente avvertito e condiviso: ricominciare a vivere rimuovendo le incrostazioni di un tempo, vicino dal punto di vista reale ma distante anni luce dalla nuova dimensione vitale tracciata dal corona virus, che, nel disastro seminato e non ancora completamente consumato, ha, comunque, insegnato tanto: il valore della vita umana, che é intimamente legato all’equilibrio ecosistemico, l’importanza della serietà d’impegno, della reciprocità, dell’onestà, del servizio, del senso di appartenenza ad un’armonia che travalica i confini personali e personalistici per abbracciare l’intero pianeta.
Profondi e sentiti gli appelli lanciati dai relatori: dal Sindaco Macrì, che ha ribadito l’esigenza di lasciare un segno positivo del proprio essere nel mondo, al Procuratore Falvo, che ha rimarcato la scorrettezza sacrilega di chi contamina l’ambiente, al Prefetto Zito, che ha indicato nella Famiglia e nella Scuola le agenzie formative che possono fare la differenza, al Presidente dell’Union Camere Algieri, che ha colto nella bellezza impareggiabile della nostra terra il punto da cui ripartire, al Direttore Generale Arpacal Pappaterra, che ha individuato nella capacità di porsi mete ambiziose la strada da seguire per una ripresa efficace.
 
Emozionanti tutte le comunicazioni  offerte e particolarmente quella di Francesca Mirabelli, donna straordinaria che, pur forte e determinata, non é riuscita a celare l’emozione travolgente suscitata dal ricordo del coniuge alla cui memoria ha dedicato il suo impegno sociale. La Presidente dell’Associazione Petrò ha presentato l’edizione 2020 del Premio facendo anche ammirare la Targa ideata dall’orafo Santino Naccarato. Non sono mancati i riferimenti all’impegno assunto da Tropea di candidarsi a Capitale Italiana Della Cultura 2022, da parte di tutti l’ammirazione per una scelta audace e coraggiosa e la riconferma del sostegno convinto alla candidatura. “Sappiamo che la decisione é ambiziosa” ha affermato il Sindaco Macrì “ma siamo anche consapevoli che, grazie alla vicinanza di tutta la Calabria, terra dall’immenso patrimonio culturale, il nostro non è un gesto azzardato, quando c’é la passione e la voglia di sporcarsi le mani per il bene di tutti nulla é impossibile”.
Nonostante le distanze di sicurezza e le mascherine protettive la serata trascorsa ai piedi della maestosa Rupe di Tropea ha avuto il fascino di un’occasione eccezionale in cui una parte della Calabria vera, quella operosa e fiera, ha fatto cerchio, reale e metaforico, attorno a un’idea vincente: la tutela dell’ambiente, prioritá ineludibile. 
L’intrattenimento, curato dall’Associaione Culturale LaboArt, presieduta da Maria Grazia Teramo, ha reso ancora più intensa la serata, grazie alle suggestive interpretazioni di Noemi Di Costa e Katia Pugliese, e in tutti é rimasta una sensazione di appagamento e nel contempo di mancanza: la gratificazione di trovarsi in uno dei posti più belli del mondo e la voglia di moltiplicare ancor di più il proprio contributo alla crescita condivisa.
 Tornano alla mente le parole del Sindaco di Tropea che ha avuto l’onore di tenere a battesimo l’Associazione legata al nome di Bruno Giordano:” Ho fatto mio il motto di Abraham Lincoln ‘Mi piace vedere un uomo orgoglioso del posto in cui vive. Mi piace vedere un uomo che vive in modo tale che il suo posto sará orgoglioso di lui’”.

Missione impossibile: a perdere è la donna?

Sono la cronaca di una sconfitta che racconta discriminazione di genere e un futuro di culle ancora più vuote, i numeri dell’Ispettorato nazionale del lavoro. Ci dicono, nella relazione relativa al 2019, che lo scorso anno più di 37 mila lavoratrici madri hanno abbandonato il proprio impiego. Si sono dimesse volontariamente. Ma il dato che testimonia il vero “gender gap” è il raffronto con le scelte dei padri. Su circa 51 mila dimissioni volontarie, il 73 per cento è stato firmato da donne e il 27 per cento da uomini. E perché tante lavoratrici madri, il 60 per cento dopo la nascita o in attesa del primo figlio, abbandonano la propria occupazione, magari a lungo cercata e la propria autonomia economia? Perché non riescono a conciliare il lavoro e la vita familiare, in particolare la cura dei figli.
Semplice, disarmante e grave. Come se rispetto a trenta o cinquant’anni fa nulla fosse cambiato. «È un problema drammatico che affrontiamo da decenni. L’Istat certifica che in generale il 20 per cento delle donne è costretto a lasciare il lavoro dopo la nascita dei figli», precisa la statistica Linda Laura Sabbadini. «Se non si investe in modo massiccio in servizi per la prima infanzia, servizi di cura, congedi parentali e di paternità che aumentino la condivisione tra genitori, nella battaglia contro la discriminazione e gli stereotipi, non ne usciremo mai. Nel piano Colao lo abbiamo messo come una priorità fondamentale. Ma le parole non bastano più, investiamoci veramente».
Una conciliazione impossibile “tra lavoro e cura della prole”, si legge nel rapporto, che l’Ispettorato nazionale del lavoro, sulla base delle testimonianze delle lavoratrici, sintetizza in tre fattori. L’assenza di parenti “di supporto”, ossia nonni che possano dare una mano, nel 27 per cento dei casi. Costi troppo alti di “assistenza al neonato”, cioè asili nido e baby sitter nel 7 per cento dei casi. Ma anche il “mancato accoglimento al nido” del proprio bambino, perché le strutture sono piene, gli asili assenti ma anche, spesso, criteri di accesso troppo rigidi. Dati identici a quelli dell’ano precedente, dunque nulla è migliorato nel nostro Paese.
E la fascia d’età in cui le donne abbandonano (29-44 anni), ossia nel pieno dell’impegno professionale, spiega perché in Italia la parità di salari e di carriere sia ancora così lontana. Ma anche il naufragio psicologico di molte che si ritrovano a dover dipendere economicamente dai loro compagni. Dunque, se il prezzo di un figlio, per una donna, oggi, è quello di dover rinunciare alla propria autonomia, il futuro demografico appare ancora più drammatico dell’attuale crescita zero.
Amaro il commento della ministra della Famiglia, Elena Bonetti. «È una situazione di assoluta gravità. Il dato attuale sul lavoro femminile sottolinea un’urgenza indifferibile: un cambio di rotta deciso verso l’armonizzazione dei tempi di vita familiare e del lavoro. Serve una vera promozione dell’occupazione delle donne e un investimento economico stabile per le famiglie». Del resto oggi la demografia è figlia dell’occupazione. È stata la grande rivoluzione del secolo scorso: mentre il Sud smetteva di fare figli, i bambini nascevano (e continuano a nascere,) nelle regioni del centro nord dove il lavoro femminile ha percentuali molto più alte. Aggiunge Elena Bonetti: «Per questo è stato cruciale dotarsi di un Family Act. Un piano che agisce sia con incentivi per il lavoro femminile, ma anche perché il lavoro possa valorizzare l’esperienza della maternità ».
Intanto però la fotografia dell’Inl (Ispettorato nazionale del lavoro) è drammatica. (E sappiamo che nonostante tutti i controlli il fenomeno delle dimissioni in bianco è purtroppo ben radicato). Ancora oggi le donne in Italia vengono messe di fronte alla scelta di fare un figlio o poter lavorare. Dati sui quali, infatti, la Cgil ha chiesto un incontro urgente al governo, mentre la ministra del lavoro Catalfo annuncia una «azione di contrasto al part-time involontario e una legge sulla parità di genere nelle retribuzioni». Alla quale si deve aggiungere, però, sottolinea l’economista Daniela Del Boca, «un impegno da parte delle aziende a non emarginare le donne quando tornano dalla maternità, come spesso, invece, accade».
Ma il tempo stringe avverte Del Boca. Perché i mesi del lockdown e dello smart working, hanno ulteriormente peggiorato la vita delle donne. «Mostrando drammaticamente quanto sia poco paritaria la condivisione della vita domestica. Le madri, lo sappiamo, hanno dovuto triplicare il loro impegno, tra professione, cura della casa e supporto dei figli nella didattica a distanza. Quanto accaduto in questi mesi peserà davvero sulle scelte future. E purtroppo, nonostante i tanti mesi di convivenza totale, non ci sarà nessun nuovo baby boom».

La Repubblica

Donatella Bianchi Presidente di Wwf Italia

” L’organizzazione familiare non dovrá più pesare solo sulle nostre spalle. Dovremo responsabilizzare gli uomini anche nella condivisione di mansioni pratiche.

Oggi le conquiste del movimento femminista sono a rischio. Vorrei che il valore delle donne fosse finalmente riconosciuto: possiamo dare un contributo straordinario all’intera società. ”

Da sempre appassionata di tematiche ambientali, Dontatella Bianchi ha iniziato il suo percorso da giornalista nella redazione di La Spezia, la sua città natale, del “Secolo XIX”. Entrata in Rai, dal 1989 al 1992 ha firmato e condotto per il programma “Sereno Variabile” la rubrica “Viaggi d’Autore” che la vede realizzare reportage esclusivi in tutto il mondo. Quando nel 1993 Rai1 decide di avviare una nuova trasmissione dedicata al mare, “Lineablu” appunto, si decide di affidare a lei la conduzione: il mare, per nascita e vocazione ereditata dalla famiglia di velisti, è da sempre l’elemento naturale di riferimento di Donatella che diventa così il volto simbolo del programma in onda il sabato pomeriggio sulla prima Rete.

Paola Di Nicola: la giudice del tribunale di Roma

«Gli amici chiedevano a me le ricette dei piatti, non a mio marito, che è magistrato, come me, e lavora tutto il giorno, come me. Mai un dubbio che a cucinare non fossi io – era Gemma, che ci aiuta da sempre. Ma il punto è un altro: anche io ho finto, dispensando ingredienti e tempi di cottura. Ero io stessa vittima e spacciatrice dello stereotipo».

Confessare, dopo, è stato liberatorio?
«Da una parte, sì. Dall’altra, dopo che hai indossato le “lenti di genere” vedi tutto: e diventa molto faticoso. Devi accettare che in ogni momento, sottolineando e denunciando i pregiudizi, sarai additata come persona esagerata, passerai per pedante. Viviamo in un sistema che è fatto per nascondere, rimuovere e ridicolizzare le disparità di genere».

È stata tra le prime, in Italia, a farsi chiamare «la» giudice, cioè a porre l’attenzione sulle parole. Nella scorsa legislatura Laura Boldrini ha insistito su «la» presidente. Di recente, invece, le donne del governo gialloverde hanno detto di preferire la versione maschile. Le motivazioni sono varie: suona meglio, questione di forma e non di sostanza.
«Non critico chi non usa il femminile, perché è qualcuno che si sente in una condizione di soggezione. Però è proprio una questione sostanziale, non di forma: la lingua è un luogo di rappresentazione del potere, ciò che si nomina esiste. Prendiamo “femminicidio”, per esempio, la morte di una donna uccisa perché donna: la parola dà concretezza al fenomeno, prima solo “omicidio”. Quindi: il femminile è percepito come ghettizzante, sminuente, nel nostro linguaggio quotidiano tutto ciò che rimanda alle donne è effettivamente rappresentativo di una minorità, di una fragilità, di una riduzione. L’italiano attribuisce il femminile a tutti i nomi delle professioni, operaia, fioraia, maestra eccetera, ma più si sale nella scala gerarchica e di potere, il femminile inizia a scomparire fino a essere totalmente silenziato. Dove le donne sono entrate solo 50 anni fa, come in magistratura, il femminile non c’è mai stato perché le donne erano escluse: ritenute fragili, quindi inidonee al giudizio. In un assetto simile, è normale che ci siamo focalizzate sul dimostrare il nostro valore, prima».

Quindi non è un dettaglio.
«Dire “suona meglio” è un motivo vero – perché il femminile è sminuente – ma frettoloso. È un processo culturale lungo, difficile, ma bisogna iniziare a cambiare, proprio nei luoghi in cui c’è più bisogno di proteggersi».

Silvia Bombino

Sarah ha scelto di andarsene

“Ai miei fratelli, ho provato a sopravvivere ma ho fallito. Ai miei amici, l’esperienza è stata dura e io ero troppo debole per lottare. Al mondo, sei stato davvero crudele, ma io ti perdono”.

Sarah Hijazi, giovane attivista Lgbt morta suicida in Egitto dopo avere subito torture fisiche e psicologiche in carcere.

Sarah era stata arrestata, nel settembre 2017, per aver sventolato, iniseme a un amico, la bandiera arcobaleno durante un concerto dei Machrou Laila al Cairo.

L’immagine era finita sui media e i leader religiosi avevano chiesto punizioni severe per i due attivisti.

Sarah è stata rinchiusa in un carcere maschile dove ha subito ogni tipo di violenza.

Quindi la liberazione dopo pressioni internazionali, e il trasferimento in asilo in Canada dove ha continuato a lottare per liberare altri Lgbt in Egitto. 

“Super comunista, super gay, super femminista”, si descrive su Instagram.

Purtroppo, il dolore e il ricordo degli abusi subiti non passa, e Sarah pone tragicamente fine alla sua vita.

Storia di un’artista che si dovette adattare

Carla Maria Maggi ha dipinto per un periodo molto breve della sua vita, malgrado le sue opere avessero rivelato un talento promettente. Infatti, come molte altre artiste del suo tempo, la pittrice, figlia della buona società milanese degli anni Trenta, dopo il matrimonio ha dovuto mettere da parte il proprio talento pittorico e vestire i panni della moglie e madre perfetta, secondo i canoni del benpensantismo borghese del tempo. Prima di dimenticare il suo essere artista, però, la Maggi ha lasciato diverse opere che raccontano un’epoca, ritraendo con sensibilità il mondo che lei frequentava.

Allieva di Giuseppe Palanti, Carla Maria Maggi smise di dipingere per seguire le regole sociali alle quali il marito la richiamava, e le sue opere furono riscoperte dal figlio, per caso, nascoste nel solaio della casa di campagna della famiglia. Dopo la riscoperta, della sua opera si sono occupati storici e critici d’arte come Rossana Bossaglia, Vittorio Sgarbi e Elena Pontiggia. Le opere della Maggi sono state così esposte a Milano, a Londra e, con straordinario successo, al National Museum of Women in the Arts di Washington (dove La Sigaretta, capolavoro della pittrice, è rimasta esposta, in prestito temporaneo, per qualche anno) e sono diventate motivo di riflessione e studio della condizione delle donne artiste fino a tempi molto recenti, ma anche ragione di riscoperta della poco nota, ma interessante, pittura borghese della Milano degli anni Trenta.

Il corpus dell’opera della Maggi è composto da una quarantina di opere che comprendono ritratti, nature morte e (cosa molto rara per una donna artista del tempo) nudi femminili ritratti dal vero. Carla Maria Maggi ha rappresentato magistralmente nella sua opera la società che frequentava e rappresentava: da una parte il bel mondo dell’alta borghesia milanese, divisa tra la città e i luoghi di villeggiatura, dall’altra la bohème degli ambienti di Brera e della Scala, liberi e pieni di stimoli per chi, come lei, volevano vivere nell’arte. Quella di Carla Maria Maggi, artista interrotta, è una storia che vale la pena di essere raccontata, tanto quanto la sua pittura è degna di essere osservata con attenzione.

Hannah Arendt

La felicità conseguita nell’isolamento dal mondo e goduta entro i confini della propria esistenza privata non può mai essere altro che la famosa «assenza di dolore», una definizione sulla quale devono convenire tutte le variazioni di un coerente sensismo. L’edonismo, la dottrina che solo le sensazioni corporee sono reali, non è che la forma più radicale di un modo di vita non-politico, totalmente privato, il vero compimento del “lathe biosas kai me politeusthai” («vivi nascosto e non curarti degli affari del mondo»).

Caterina: la strega

Il mio nome è Caterina dei Medici.
Sono morta il 4 marzo 1617, strangolata e poi data alle fiamme davanti ad una folla urlante e spaventata, sicura solo che quel giorno non sarebbe toccato a nessuno di loro, perché il tribunale dell’Inquisizione, quella mattina, aveva già scelto la sua vittima sacrificale. 
Sono una strega, o meglio, sono una povera donna, accusata e condannata per stregoneria, vittima della vita e della miseria che con me non si sono risparmiate.
Sono una delle streghe della Vetra, così definite per il luogo del nostro martirio. Si, perché di questo si tratta, ma non sono diventata santa.
Piazza Vetra a Milano si trova tra la Basilica di San Lorenzo e la Cerchia dei Navigli. Per secoli questo luogo è teatro della tortura e della morte dei milanesi condannati per i più differenti reati, per lo più inesistenti, come i miei.
Il nome Vetra deriva dai “vetraschi”, i lavoratori che in questo quartiere con il vetro grattano i panni per conciarli. I residui della concia sono versati nella Vetra, il canale di scolo che da il nome alla piazza e al quartiere. 
Tutta la zona è malsana, misera e povera. 
Per arrivare in questo posto, l’ultimo per i condannati, bisogna passare sul ponte cosiddetto “della Morte”. Giunti nella piazza, sterrata un tempo, da una parte si trova l’area destinata alla tortura e di fronte quella dell’esecuzione. A ricordare a tutti che questo è un luogo si sofferenza e morte, dove arrivano per lo più i poveri e i disagiati, c’è la statua di San Lazzaro. 
L’attività inquisitoriale in Lombardia fa molte vittime. I numeri con certezza non si sanno, mancano spesso i documenti. La follia dilaga soprattutto nel nord della regione. All’inizio del 1400, Antonio da Casale in provincia di Como fa condannare al rogo 300 streghe in pochi mesi. Nel 1431 la Val Levantina e la Valtellina sono “invase” dall’Inquisizione che condanna decine e decine di donne al rogo per stregoneria. 
Gli anni a venire sono davvero cruenti, pieni di terrore e incertezza.
Le esecuzioni a Milano si moltiplicano, alternandosi fra Piazza Vetra e Sant’Eustorgio, fino al 1558 quando Papa Paolo IV trasferisce il tribunale dell’Inquisizione di Milano da S. Eustorgio a S. Maria delle Grazie.

1563: Carlo Borromeo è consacrato arcivescovo di Milano. Con lui l’Inquisizione si diffonde nelle Valli Alpine, dove le antiche tradizioni ancora sono molto diffuse. La sua attività è tristemente nota. Ma non riguarda la mia vicenda, non riguarda la mia vita. 

La mia storia si svolge nel periodo nel quale Federico Borromeo è arcivescovo di Milano, tra il 1595 e il 1631. In questo periodo la caccia alle streghe a Milano e in Europa si intensifica notevolmente.
Il Tribunale dell’Inquisizione, alloggiato a S. Maria delle Grazie, lavora alacremente per mandare al rogo della Vetra il maggior numero di persone accusate di stregoneria.
E’ il 1573. Nasco a Broni da una famiglia povera ma onesta. A 13 anni mio padre decide di darmi in sposa a Bernardino Zagalia, detto Pinotto, un uomo rozzo, più grande di me, che non vuole una moglie, ma solo una donna da sfruttare e da picchiare quando gli va.
Ci trasferiamo a Pavia. Fin da subito la mia vita è una miseria. Oltre alla botte e agli abusi, mio marito mi costringe a prostituirmi.
Dopo sei anni di sofferenza il buon Dio mi dà una possibilità. Resto vedova.
Il solo modo che ho per sopravvivere è fare la sguattera nelle osterie, oppure la serva presso i signori del posto. Nel 1598 vengo presa come fantesca – domestica – nella casa del capitano Giovanni Pietro Squarciafico a Occimiano, nel Monferrato.
Il capitano mi sembra una brava persona. Ha un debole per me. In poco tempo divento la sua amante e con lui ho due figli. Ma mi sbaglio, non è un uomo buono, non mi vuole e non vuole i nostri figli, mi disprezza e come lui la gente del posto. Per riscattare la mia situazione nel 1610 decido di diventare “strega formale”, partecipando per la prima volta ad un barilotto (sabba). Spero di acquisire dei poteri magici che possano aiutare me e i miei bambini in questa vita di miseria e soprusi.
Ben presto le chiacchiere sul mio essere “strega” e sulla mia dubbia moralità arrivano al Vescovo di Casale Monferrato, che consiglia al capitano di allontanarci per far cessare le maldicenze. Il capitano è un bravo cattolico, ubbidisce.
Per tre anni siamo costretti a girovagare. Ho lavorato in molti posti diversi, poi nel 1613 sono andata a servizio presso la casa del capitano Vacallo. Li non rimango a lungo, ma i guai mi seguono, forse li attiro.

Il padrone ha una relazione con l’altra domestica che lavora per lui, che si chiama come me, Caterina, ma per distinguerci lei la chiamano Caterinetta. È la figlia della cuoca. Il Vacallo è ossessionato dalla giovane, la cerca e la scaccia di continuo, sembra quasi … innamorato. Per un po’ ha pensato di sposarla. Ma come può un uomo del suo rango pensare con affetto a una donna tanto inferiore? Il Vacallo è certo di essere vittima di un sortilegio, fatto apposta per soggiogarlo da Caterinetta e da sua madre, con il mio aiuto ovviamente, che sono strega “formale”. Non ne faccio certo mistero.

E così vengo allontanata dalla casa del capitano che parte per la Spagna. E Caterinetta? Sparisce, non so più nulla di lei.
È il 1616, arrivo in casa del senatore Luigi Melzi d’Eril. Poco dopo il mio arrivo in casa io e il senatore iniziamo una relazione. Questa volta voglio migliorare la mia vita, quell’uomo mite mi piace, e così costruisco degli amuleti, degli oggetti del maleficio che lascio nel letto del padrone, per farlo innamorare di me. Ma ancora una volta le cose non vanno bene. Il Melzi d’Eril si ammala di una malattia misteriosa, presumibilmente di origine nervosa; inizia a soffrire di dolori allo stomaco e di melanconia. I medici non capiscono l’origine del suo male e per non fare la figura degli incompetenti decidono che certamente la natura del malessere è magica.
Per motivi poco chiari, il capitano Vacallo il 30 novembre 1616 arriva a casa del Melzi d’Eril. Rivedendomi qui, si convince subito che ho messo in atto un maleficio. Il mio destino è segnato. Il capitano avverte il figlio del senatore, Ludovico, che in casa a loro servizio hanno preso una strega.
L’accusa è presto fatta. Il verdetto scontato. 
La testimonianza dei medici sulla natura magica del male, le parole di Vacallo e le testimonianze delle due sorelle suore del senatore, che giurano che gli oggetti trovati nel suo letto sono “maleficati” mi condannano senza ombra di dubbio come una strega. Il senatore, in un primo momento dalla mia parte, si convince della mia colpevolezza e per salvare il suo “onore”, afferma che sicuramente è vittima di maleficio, perché sono talmente brutta da essere intoccabile.
Brutta…. Ho 44 anni, la vita è stata per me un calvario di sofferenza e abusi, sono stata rifiutata ed emarginata ed ora mi si accusa per ignoranza. 
Mi arrestano il 27 dicembre. 
Confesso è meglio, così magari non mi fanno del male e non mi uccidono, non voglio morire, ho due figli, sono ancora giovane. Ammetto di essere una strega e di aver fatto un incantesimo per far innamorare il senatore d’Eril. Confesso il sabba e di aver aiutato Caterinetta a far innamorare Vacallo.
Ma non basta. Ho paura. 
Mi vengono a prendere, mi portano in una stanza buia, un sotterraneo, dove le uniche luci presenti erano quelle della candela e dei bracieri accesi nel camino. Il tempo passa, non so quanto, mi bendano, mi denudano. Ho freddo, tanto, e ho paura. Ma perché farmi del male, ho confessato.
Nella stanza ci sono il giudice che mi fa le domande, il cancelliere che redige il verbale e il medico che dove occuparsi di me. Un uomo incappucciato mi fa del male. Mi ispeziona, abusa di me. Mi sento morire. Vorrei morire, ora. Mi fanno male. Confesso ancora.
Il giudice emette la sentenza: morte. Cado a terra, nessuno mi aiuta, nessuno ha pietà di me.
Mi portano sul luogo dell’esecuzione, in Piazza Vetra, sopra un carro. La gente urla, sputa, mi ingiuriano. Vorrei solo finisse tutto in fretta, ho freddo.
Il tragitto mi sembra infinito. Per l’occasione, per la prima volta, hanno costruito una baltresca, un palco, che consente alla grande folla dei presenti di assistere mentre il boia mi strangola prima del rogo. 
È il momento. Sento solo le parole del funzionario inquisitore incaricato che ripete questi versetti del Vangelo: “Se uno non dimora in me, venga buttato come un ramo che si secca, e questi rami vengano raccolti e bruciati”. È il momento, ho paura. Ancora un attimo e tutto sarà finito. Solo il buio. Finalmente non ho più paura.
Cosi muoio il 4 marzo 1617. Sono una delle streghe della Vetra, una delle tante donne colpevoli senza colpa.
Ci vorranno ancora 30 anni prima che i roghi a Milano finiscano. L’ultimo, nel 1641, si conclude in modo grottesco. Il boia, maldestro tenta per due volte di impiccare Anna Maria Pamolea e la sua serva Margherita, ma tutte e due le volte la corda si spezza.
Il Registro delle sentenze capitali a questo punto si dimentica delle condannate per raccontarci la furiosa lite tra il boia e un cavaliere della Confraternita di San Giovanni Decollato in merito alla “professionalità” del boia. 

Dal Web, Rosella Reali

Caterina da Siena

Oimè oimè padre mio dolcissimo perdonate alla mia presuntione di quel che v’ho detto e a dire costretta so’ dalla dolce Verità di dirlo. La Volontà sua è questa e vi dimanda che facciate giustizia dell’abondantia delle molte iniquità che si commettono nel giardino della Santa Chiesa…Voi avete preso l’autorità, dovete usare virtù e potentia vostra e non volendola usare meglio sarebbe a rifiutarla… Guardate quanto avete cara la vita che non commettiate negligentia né tenete a beffe le operazioni dello Spirito Santo che sono dimandate a voi…» (Lettera255).
Così scrive Caterina poco più che ventenne al pontefice Gregorio XI tornato (provvisoriamente) a Roma da Avignone nel 1367: con dolorosa e audace determinazione gli chiede di liberare la chiesa dalla corruzione rinnovando lo spirito del vangelo. E prima ancora lo aveva implorato ma anche minacciato: «Venite venite venite e non aspettate tempo ché il tempo non aspetta voi…»(lettera206).
Caterina era nata in una famiglia numerosissima e modesta ma non povera, da Lapa e da Giacomo Benincasa nell’attuale contrada dell’Oca. Proprio in quell’anno (1347) erano apparsi in Europa i primi orrendi segni della peste che farà più di venti milioni di vittime. In Italia anche le fiorenti città della Toscana come Siena erano state contagiate dai viaggiatori provenienti da Venezia dove attraccavano le navi partite dai porti dell’Asia.
Caterina fino all’adolescenza vive nel chiuso della casa di famiglia dove il suo comportamento caparbio e silenzioso preoccupa i genitori: mangia pochissimo, si dedica a dure pratiche ascetiche, si isola dalla vita familiare. A quindici anni si unisce al gruppo delle Mantellate, donne laiche e benestanti che sotto la guida dei domenicani, pur continuando a vivere in famiglia, praticavano un regime di vita religiosa e povera e prestavano quotidiana assistenza agli indigenti della città. Caterina adotta le loro regole con estremo fervore e senza nessuna prudenza: è giovanissima e bella e la sua dedizione totale alle opere di misericordia desta sospetti e maldicenze fra le compagne. Vive una duplice vita: nel chiuso delle mura domestiche gioisce delle visioni divine talvolta violente e sempre inebrianti per la presenza vivida di un Cristo uomo sofferente e amoroso; fuori nelle strade della città cura instancabilmente i derelitti e i malati, con quell’amore «che è uno e medesimo».
«In quanta eccelentia sta l’anima in me e io in lei …come il pesce sta nel mare e il mare nel pesce così io sto nell’anima, mare pacifico» (Dialogo, par. 111). 
Altre donne di quei secoli – Margherita da Cortona, Umiliana de’ Cerchi, Angela da Foligno, tutte laiche come Caterina – avevano preannunciato Caterina nell’espressione di una spiritualità tutta nuova: come lei avevano voluto e vissuto durissime penitenze e digiuni, praticato soccorso materiale e affettivo verso i poveri e gli ammalati, goduto come lei visioni traboccanti felicità, rapimento e annullamento di sé nel divino. Caterina, come Francesco d’Assisi, conosce Dio anche attraverso i lebbrosi e la povertà: l’esperienza religiosa nel Duecento oramai lontana dalla solennità e dalla solitudine contemplativa del monastero altomedievale era divenuta convivenza attiva e condivisione delle miserie e difficoltà del popolo della città mentre il colloquio appassionato con il Cristo restava riservato a un tempo e a uno spazio personale e intimo.
Su questo aspetto lo storico cristiano Claudio Leonardi ha scritto parole decisive e, credo, amare: «Dopo Caterina lo spirituale dovrà sempre più rifugiarsi nel privato, apparire come un fatto che occorre velare perché straordinario e anche pericoloso per l’esperienza storica della Chiesa».
Quando nel 1370 Urbano lascia Roma per stabilirsi a Avignone, Caterina ha una visione che riassume e innalza il messaggio delle precedenti: Cristo le apre il petto e sostituisce il cuore della donna con il suo. È il segno di una trasformazione mistica che trasmette a Caterina una energia unica: guidata dal suo Dio interiore la giovane donna esce dalla sua città natale e affronta il mondo e i potenti della terra con un linguaggio, una sapienza e un coraggio che lei stessa riconosce come «cose nuove». In questi dieci anni, gli ultimi della sua breve vita, avviene qualcosa di prodigioso: Caterina è riconosciuta come profeta e guida del popolo cristiano in un passaggio difficile, al pari di Mosè che aveva traghettato la sua gente attraverso il Mar Rosso. Fino allora il suo compito era stato «convertire i cuori», ma nell’ultimo decennio della vita Caterina vuole convertire e riformare la stessa Chiesa di Avignone sottomessa non solo al potere dei re francesi ma anche segnata dalla «temporalità» e dalla lontananza dal vangelo. Il pensiero di Caterina è lucido e veloce, il suo stile singolare anzi unico, ma come tante altre donne del suo tempo la giovane donna non sa scrivere e detta ad alcuni fedeli litterati della sua comunità le lettere indirizzate ai potenti e agli amici, scritti piene di grida, ammonimenti e preghiere. Nel 1374 i domenicani le assegnano come confessore e segretario personale Raimondo da Capua, forse anche con l’intento di controllarla. Ma fatalmente Raimondo diventa presto un suo devoto, la segue con amicizia e fedeltà assoluta tanto che è Caterina a raccomandargli di esser più libero e staccarsi da tutti, anche da lei («anche da me»).
Caterina dunque scrive, predica, consiglia, viaggia in Italia, va fino ad Avignone e contribuisce a far nascere nel pontefice Gregorio XI la decisione di tornare a Roma. Ma due anni dopo, nel 1378 con l’avvento di un antipapa, l’unità della Chiesa si frantuma e Caterina assiste impotente e disperata alla rovina. 
Quando muore a Roma il 27 aprile del 1380 le sue ultime parole sono «dolce Gesù» e «sangue sangue sangue».
Nelle lettere di Caterina dalla prima all’ultima avvertiamo una corrente impetuosa di affettività, un senso straordinario della corporeità e di quella «dolcezza del cuore» che arriva talvolta a sconvolgerla: quando il sangue del condannato da lei convertito all’amore divino e alla pace, durante l’esecuzione capitale le macchia la veste e le invade i sensi e l’anima, scrive: «Riposto che fu, l’anima mia riposò in pace in tanto odore di sangue… che mi era venuto addosso di lui. Non voglio dire di più… Non vi meravigliate figlioli miei dolcissimi se io non vi impongo altro se non di vedervi annegati nel sangue e nel fuoco che versa il costato del figliolo di Dio…Gesù dolce Gesù amore» (lettera 273).
Enigmatica e grandissima Caterina. Vista dall’esterno, fuori dall’aura della sua santità canonica e dell’alta posizione di patrona d’Italia e d’Europa, appare ai nostri occhi di moderni ricca di contrasti difficili da comporre, spesso incomprensibili: una giovane donna incredibilmente tenace e determinata nell’opera che svolge in ambito pubblico (oggi diremmo politico), lucida e forte nelle sua idea di riforma religiosa che riprende con nuova forza molti motivi del dissenso cristiano e delle eresie, appassionata e inquieta nei pensieri e nella immaginazione, sofferente nel suo giovane corpo volontariamente e ostinatamente stremato dal digiuno.

Maria Teresa Fumagalli