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Precipitiamo ancora!

Durante il regime talebano, in Afghanistan alle donne non veniva permesso di uscire di casa, se non accompagnate da un tutore maschio. Il burqa era obbligatorio, non potevano truccarsi, usare smalto, indossare gioielli. Non potevano lavorare, frequentare la scuola. Non potevano ridere. Il contatto con gli uomini veniva filtrato in ogni modo. Non solo gli abiti coprivano ogni parte del corpo: lo sguardo non doveva incrociare quello di un maschio, la mano non poteva stringere quella di sesso opposto. Invisibili, impercettibili, cancellate al punto da dover limitare il rumore prodotto mentre si muovevano: il rumore dei tacchi venne vietato nel luglio del 1997. Le limitazioni si accompagnavano a punizioni esemplari in caso di trasgressione, con amputazioni e pene di morte eseguite in pubblico. Tantissime in quegli anni si sono tolte la vita. 

Con la caduta del 2001, le donne hanno ottenuto alcune lente e progressive concessioni. Hanno potuto nuovamente rendersi visibili, dopo anni trascorsi dietro un burqa, non più obbligatorio. I loro passi hanno ricominciato a fare rumore nelle scuole, nei posti di lavoro, nelle televisioni. È stato riconcesso loro il diritto di voto. La riconquista dell’emancipazione è stata una lotta che però continua a mietere vittime: nel 2012 ci sono stati 240 casi di delitti d’onore.

E adesso cosa ne sarà delle afghane? Il portavoce Suhail Shaheen rassicura, ma dall’Afghanistan arrivano già testimonianze che raccontano una realtà diversa. Donne cresciute libere, temono adesso di vedere offuscata quella libertà. “Sentiamo tantissime storie orribili, di ragazze portate via con la forza, costrette a sposarsi con uomini che non hanno mai visto. E allora pensiamo che l’unica cosa che possiamo fare è fuggire da qui, dalla nostra casa” raccontano al Corriere della sera Nahal e Mahvash, due sorelle, ragazze single che non hanno mai indossato il burqa e stanno pensando di abbandonare la loro casa, per non rinunciare ai propri diritti. Il Guardian raccoglie la testimonianza di persone del luogo, secondo cui nei villaggi viene chiesto un elenco delle donne non sposate tra i 12 e i 45 anni, affinché possano essere date in sposa ai soldati. Al Washington Post, la giornalista Gayle Tzemach Lemmon racconta di aver ricevuto un filmato in cui un padre disperato si sorregge la testa tra le mani: non ha idea di che fine abbia fatto la figlia 14enne, degli uomini armati l’hanno portata via. Ad inviarglielo è stata una giovane donna, che ora teme quella stessa sorte possa toccare a lei. “Siamo spaventate, piangiamo tutto il giorno”, racconta un’altra. E ancora: “Abbiamo deciso di scappare”. Lasciare l’Afghanistan, per fuggire dalle violenze. Da maggio, quasi 250mila persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case. L′80% di loro sono donne e bambini, secondo quanto affermato da Shabia Mantoo, portavoce dell’Unhcr.

Donne come bottino di guerra, donne nuovamente cancellate. Il direttore del canale d’informazione afghano Tolo News, Lotfullah Najafizada, ha twittatosul suo profilo una foto nella quale un un uomo copre con della vernice alcuni poster che ritraggono donne su un muro a Kabul. La città si prepara al dominio talebano. Secondo quanto riferito dalla Bbc, dalle aree catturate dai talebani nei giorni scorsi hanno indicato che alle donne non è già permesso uscire di casa senza un compagno maschio e che ad alcune lavoratrici è stato detto che il loro impiego sarà ora svolto da uomini. È stato anche ordinato di indossare il burqa. “I diritti delle donne e le libertà conquistate passo dopo passo in questi venti anni, pure solo quella di potersi istruire, credo che tutto questo sia drammaticamente in forse” ha dichiarato il giornalista Toni Capuozzo a Morning News, ”È lecito aspettarsi il peggio”.

Di Silvia Renda

“La settimana scorsa ero una giornalista”, scrive sulle pagine del Guardian una giovane, rimasta anonima, “oggi non posso scrivere sotto il mio vero nome o dire da dove vengo o dove sono. La mia intera vita è stata cancellata in pochissimi giorni e so che i talebani stanno costringendo le famiglie a consegnare le loro figlie per darle ai soldati”

Rosa Genoni


Socialista, militante per la pace, femminista, sarta, prémière, creatrice di moda. Parlando di Rosa Genoni le definizioni non possono che moltiplicarsi, e due universi concepiti come separati, se non in contrasto, come moda e politica finiscono per convergere sul terreno dell’emancipazione.
Primogenita di diciotto tra fratelli e sorelle, Rosa Angela Caterina Genoni nasce il 16 giugno 1867 a Tirano, in provincia di Sondrio. Il padre Luigi è calzolaio e la madre, Margherita Pini, sarta. A dieci anni, dopo aver frequentato appena la terza elementare, Rosa viene mandata a lavorare a Milano come piscinina, apprendista tuttofare dei laboratori di sartoria, andando a ingrossare le fila di quell’immensa manodopera femminile che gravitava allora intorno alla voce “vestiario”. Avida di conoscenza e dotata di spirito di iniziativa, Rosa sale passo dopo passo tutti i gradini della professione fino a diventare “maestra”. Intanto segue le scuole serali e impara anche il francese, sognando di poter andare a Parigi, all’epoca indiscussa capitale della moda.
Mentre si appropria del mestiere, Rosa inizia a interessarsi di politica. Giovanissima, frequenta i primi circoli socialisti. Ed è proprio a seguito di una trasferta con i compagni del Partito Operaio Italiano che ha modo di approdare a Parigi, dove decide di rimanere per perfezionare le tecniche sartoriali.
Forte di questo apprendistato, al ritorno a Milano nel 1888 viene assunta dalla sartoria Bellotti, impiego che le consente di far venire anche la famiglia nel capoluogo lombardo e successivamente di aiutare i fratelli a raggiungere il fratello Emilio in Australia.
Nel 1895 inizia la collaborazione con la prestigiosa Ditta H. Haardt e Figli. In seguito, nominata première, sarà a capo di 200 dipendenti. Da direttrice, può permettersi di proporre alle clienti i suoi “modelli speciali”, come si legge in un cartoncino d’invito alle collezioni, e non solo copie degli “stereotipati modelli parigini” secondo la prassi consolidata del tempo.
Concepisce una moda nazionale come “pura arte italiana”, che svincolata dalla sudditanza ai francesi sappia trarre ispirazione dal mondo classico e dai capolavori del Rinascimento, coniugando artigianato e industria generando “ricchezza” per il Paese («i cui denari – deplorava sulla rivista “Vita d’arte” – vanno a finire al di là delle Alpi»). Con questo spirito Rosa partecipa all’Esposizione di Milano del 1906, aggiudicandosi con le sue creazioni il Gran Premio per la sezione Arte Decorativa della Giuria Internazionale (due di queste – l’abito da ballo ispirato alla Primavera del Botticelli e il Manto di corte ispirato a un disegno di Pisanello – sono conservate alla Galleria del Costume di Palazzo Pitti a Firenze).
Anche negli anni in cui matura la sua affermazione professionale, Rosa è costantemente impegnata sul fronte delle lotte per il riconoscimento dei diritti delle lavoratrici. Seguace e grande amica di Anna Kuliscioff, nel 1893 partecipa insieme ad Anna Maria Mozzoni al Congresso socialista internazionale di Zurigo. Nella cerchia anarchica di Pietro Gori conosce Alfredo Podreider, giovane e promettente penalista milanese al quale sarà legata per tutta la vita e da cui nascerà la figlia Fanny: per molti anni la loro sarà una “libera unione”, i due si sposeranno infatti soltanto nel 1928. Nel 1905 le viene affidato il corso di sartoria e modisteria alle scuole professionali femminili della Società Umanitaria di Milano (in seguito per l’insegnamento di Storia del Costume si servirà, pionieristicamente, di una collezione di diapositive da lei appositamente fatta fare dall’editrice Minerva). Come delegata dalla Società Umanitaria insieme a Carlotta Clerici prende parte al Congresso Nazionale delle Donne Italiane nell’aprile 1908, con un apprezzato intervento sui rapporti tra “Moda e arte decorativa italiana”.
All’apice del successo, mentre la celebre attrice Lyda Borelli indossa i suoi modelli e anche la stampa internazionale parla di lei, grazie al suo impegno nasce in Lombardia il primo Comitato Promotore per una Moda di Pura Arte Italiana e Rosa non smette di farsi portavoce attraverso riviste come “Il Marzocco”, “Vita femminile”, “Vita d’arte”, di un messaggio di emancipazione, nella convinzione che “un traguardo di concreta autonomia nel campo della moda (possa) sgomberare il cammino delle donne verso rivendicazioni più impegnative sul piano civile”.
Nel clima di crescente militarizzazione che segna l’avvicinarsi della Grande Guerra, Rosa si schiera fermamente a favore del pacifismo, in opposizione alle tesi interventiste di altre, per esempio di Teresa Labriola. Nel 1914 fonda il Comitato “Pro Umanità”, per la raccolta e l’invio di aiuti ai prigionieri di guerra. Il 28 aprile 1915 è l’unica rappresentante italiana al Congresso delle Donne a L’Aja, promosso dalla nascente WILPF – Women’s International League for Peace and Freedom, dove il tema del suffragio si sposa alla causa della pace mondiale. Rosa siede al tavolo delle relatrici con i grandi nomi dell’attivismo internazionale del periodo, dall’olandese Aletta Jacobs all’ungherese Rosika Schwimmer, alle americane Jane Addams e Emily Greene Balch (entrambe future premi Nobel per la pace), e al termine dei lavori fa parte del ristretto novero di delegate che viaggiano per l’Europa per incontrare le più alte autorità e promuovere la cessazione della guerra.
Più volte sottoposta ai controlli di polizia e diffidata per la sua attività di propaganda, Rosa è attiva fino agli anni Venti nella sezione italiana della WILPF, nella quale coopera con il gruppo romano di Elisa Lollini Agnini e Anita Dobelli Zampetti (tutte e tre collaborano con i giornali socialisti “La difesa delle lavoratrici” e “Uguaglianza”). Ed è Rosa a coinvolgere la scrittrice e giornalista Virginia Piatti-Tango in arte “Agar” nelle attività delle wilpfers italiane.
Nel 1925 esce la sua Storia della Moda attraverso i secoli a mezzo dell’immagine; in precedenza Rosa aveva già dato alle stampe i volumi Per una moda italiana: modelli saggi schizzi di abbigliamento femminile: 1906-1909 e Storia del costume femminile: brevi cenni illustrativi della serie di diapositive, a testimonianza del suo intento didattico e di divulgazione della materia attraverso manuali e repertori ad hoc.
Con l’ascesa del fascismo lascia l’incarico di docenza presso l’Umanitaria, dopo essere stata insignita di Medaglia d’oro per i suoi 25 anni di insegnamento, e si ritira con la famiglia a Nervi. Né lei né Alfredo prenderanno mai la tessera del Partito Fascista.
Rimasta vedova, si trasferisce a Varese dove muore nel 1954.

Da L’enciclopedia delle donne

Quando una donna dice no è no!

Io sono contenta di essere una donna. Solo ogni tanto vorrei essere un uomo per dirmi “Ciao bella figa”.

Poi mi piacerebbe essere un uomo per fare la pipì in piedi e magari scrivere nella neve “Saluti da Bardonecchia”, oppure “La panettiera di via Cosmo usa solo lievito madre”. Anche a letto se fossi un uomo avrei meno preoccupazioni. Intanto penserei che clitoride è un filosofo greco e poi crederei a lei quando mi dice che le dimensioni non contano, l’importante è come lo usi. Senza capire che le donne si riferiscono al cervello ovviamente. Poi mi piacerebbe essere un uomo perché potrei mangiare un Calippo come mi pare senza sentirmi osservata da tutti, e perché parcheggerei meglio di come parcheggio e soprattutto potrei incazzarmi con mia moglie perché non trovo il borsone del calcetto mentre lei prepara l’arrosto, consola un’amica, allatta il figlio, compila il 740 e intanto cerca di capire quando è libero l’amante. Vorrei essere un uomo quando devo andare al bagno dell’autogrill… Guadagnerei mesi di vita! Ma soprattutto vorrei essere un uomo per comprarmi interi pacchi di calze e mutande, tre paia a un euro… e sentirmi lo stesso felice. Però sono contenta di essere una donna, anche se non mi vanno giù un sacco di cose.

Per esempio non mi va giù che il mio stipendio debba essere più basso di quello di un uomo del 45%… che se un maschio italiano più o meno ogni mese guadagna 1000 €, una donna ne guadagna più o meno 550. Perché? Perché io che sono una donna devo guadagnare di meno? I conti li faccio meno bene? Gli affettati li taglio meno bene di un uomo?
E poi ti dicono “Eh… ma va così”. Allora se va così io riduco tutto del 45%. Se faccio la casalinga il bagno lo pulisco solo a metà, se faccio la barista ogni tre clienti uno lo salto… e la sera a letto invece di fare 9 settimane e mezzo ne faccio 5 scarse e poi basta.

Sono contenta di essere una donna, ma non mi va giù che le donne che hanno avuto finalmente il coraggio di denunciare il loro compagno violento, poi non sono state protette. Non ce l’hanno fatta. Nonostante avessero già tante volte denunciato il proprio aggressore. Perché?

Perché bisogna sempre aspettare una pugnalata perché quelle merde vengano sbattuti in galera. Le donne ferite devono sentirsi protette e sicure da subito. Se loro fanno il primo passo, il secondo passo dobbiamo farlo noi. Io sono contenta di essere una donna, ma non ce la faccio a pensare che devo firmare una lettera di dimissioni in bianco se resto in cinta… e mi fa rabbia pensare che quando io vado in maternità, poi non sono più sicura di ritrovare la mia scrivania al ritorno.

Non mi va giù pensare quanto sia difficile, difficile… trovare un posto per mio figlio in un asilo nido. E non sopporto l’idea che se il mio capo allunga le mani io debba tacere per non perdere il posto. E faccio anche fatica a pensare che quando io donna dico no, il mio no debba essere diverso da quello di un uomo. Perché se una donna dice no ad un uomo che la molesta, c’è sempre, sempre la convinzione che se la sia cercata. Che in fondo sia stata colpa sua. Perché quando il dito indica il maiale c’è sempre qualcuno che indica la donna e le da della zoccola. Perché magari era vestita provocante, perché era sola in giro alle tre di notte, perché… se ti fai tre mojito poi non puoi pretendere.

Allora… vediamo se arriva il messaggio! Quando una donna dice no è no! Può aver detto si a 99 uomini e voi siete il centesimo, è no lo stesso! A qualunque età, in qualunque luogo e con qualunque tasso etilico. Anzi, se lei è ubriaca e tu la molesti sei ancora più stronzo. Nessuno ti dà il diritto di toccarla, di abusarla e di violentarla. Solo perché sei più grosso, più forte o hai più potere. Quando una donna dice no è no, esattamente come quando lo dice un uomo. E poi senti cosa ti dico… non sta scritto da nessuna parte che una donna per non subire violenze, debba essere un modello di virtù, purezza e buon senso.

Mettiamo che io voglia essere puttana. Ok? Devo decidere io con chi e non sei tu che mi costringi.

Di Luciana Littizzetto

Da IL POCO DEL MONDO di Kiki Dimoula

Parla.
Dì qualcosa, qualsiasi cosa.
Soltanto non stare come un’assenza d’acciaio.
Scegli una parola almeno,
che possa legarti più forte
con l’indefinito.
Dì:
“ingiustamente”
“albero”
“nudo”
Dì:
“vedremo”
“imponderabile”,
“peso”.
Esistono così tante parole che sognano
una veloce, libera, vita con la tua voce.

Parla.
Abbiamo così tanto mare davanti a noi.
Lì dove noi finiamo
inizia il mare
Dì qualcosa.
Dì “onda”, che non arretra
Dì “barca”, che affonda
se troppo la riempi con periodi.

Dì “attimo”,
che urla aiuto affogo,
non lo salvare,

“non ho sentito”.

Parla
Le parole hanno inimicizie,
hanno antagonismi
se una ti imprigiona,
l’altra ti libera.
Tira a sorte una parola dalla notte.
La notte intera a sorte.
Non dire “intera”,
Dì “minima”,
che ti permette di fuggire.
Minima
sensazione,
tristezza
intera
di mia proprietà
Notte intera.

Parla.
Dì “astro”, che si spegne.
Non diminuisce il silenzio con una parola.
Dì “pietra”,
che è parola irriducibile.
Così, almeno,
che io possa mettere un titolo
a questa passeggiata lungomare.

[da «Il poco del mondo», traduzione di Clelia Albano]

Marija Judina

Nata nel 1899 a Nevel’, in una regione bellissima di boschi e laghi («Sono cresciuta veramente in un paradiso terrestre») più o meno a metà strada tra Mosca e Riga, Marija Judina apparteneva a una famiglia ebraica come 12 mila dei 18 mila abitanti destinati nel 1941 a essere spazzati via dai nazisti. Figlia di un medico, Veniamin Judin, laico e positivista, rivelò subito d’essere, al pianoforte, una enfant prodige. Accettata a 12 anni al Conservatorio di Pietroburgo («suonavo con il colletto “alla marinara” e la treccia»), diplomata a 22 con la medaglia d’oro (vincendo anche un pianoforte a coda bianco mai consegnato), a 24 era già in cattedra. 

Una carriera fulminante. Nonostante, appunto, quella rivoluzione che sulle prime l’aveva travolta. Un giorno, come racconta Giovanna Parravicini, ricercatrice di Russia Cristiana che da trent’anni vive a Mosca, nel libro Marija Judina. Più della musica, edito da La Casa di Matriona, uscì di casa e si trovò travolta da un fiume di gente: «Per le strade si sparava, non si aveva paura di niente e noi ci davamo da fare per fasciare le ferite e rifocillare gli affamati». Finché incontrò uno dei suoi professori: «“Cos’è questa roba?” mi chiese sfiorando la mia fascia da miliziana… Io mi smarrii, dentro di me esplosero a tutta forza le ouverture di von Weber, le sinfonie di Schubert, Mozart, la mia esecuzione nell’orchestra studentesca sui timpani e non riuscii a spiegare niente… In quell’istante “l’istinto rivoluzionario” lasciò il posto in me al “senso sinfonico”». 

Il resto lo fecero le delusioni. Le contraddizioni tra i proclami («Esponete liberamente le idee più sublimi. In nessun altro luogo, in nessun altro Paese verranno accolte calorosamente quanto nella Repubblica degli operai e contadini») e gli arresti di amici e compagni che «erano davvero il “fiore dell’umanità”. Disinteressati, laboriosi, tutti responsabilità, bontà fattiva, forza di pensiero… Oro puro…», ma pensavano fuori dal coro e per questo finirono in galera o «morti da martiri». Come Vsevolod Bachtin, un «astro della medievistica» e sua moglie Evgenija, che «per oltre 30 anni hanno peregrinato tra lager e luoghi di deportazione», o Sergej Usakov, scomparso «ancora ragazzino» quando sapeva «praticamente a memoria tutto Dante in italiano». 

«La nostra giovinezza, la giovinezza di tanti uomini d’arte, di scienza, di vita pratica, aveva le ali ai piedi», ricorderà Judina. «E ciascuno a modo suo poteva ripetere quelle stupende parole di Blok: “Sento il fruscio delle pagine di storia che si voltano”… Ci alzavamo e ci coricavamo con la poesia». Finché tutti i sogni finirono: «L’università si spopolava. I nostri docenti insegnavano fino all’ultimo, fino all’ultima ora e istante in cui venivano soppressi la loro materia o loro stessi».

La salvò, via via che le illusioni erano inghiottite dallo sconforto, la fede: «Ieri per la prima volta sono stata alla liturgia. È proprio vero, dunque, sto approdando al cristianesimo, definitivamente; lo voglio. È la prima volta che entro in chiesa, attendo la grazia di Dio, credo e spero! Signore abbi pietà! Amen». Battezzata nel maggio del 1919 a Pietrogrado, resterà fedele a quella scelta fino in fondo. Usando per decenni i suoi soldi (pochi) e la sua fama (leggendaria tra i russi a dispetto delle cacciate prima dal conservatorio di Stalingrado e poi da quello moscovita, dell’esilio a Tbilisi, dei concerti negati…) per cercare di aiutare i dissidenti a rischio di deportazione, per pagare la retta a studenti poveri, per spendere l’intero stipendio per una mucca da latte da dare a una madre affamata conosciuta in treno, per sfidare la collera del Potere ospitando Boris Pasternak che proprio a casa sua lesse per la prima volta nel febbraio 1947 parti del proibitissimo Dottor Živago e poi ancora prendendo tra i primi le difese di Aleksandr Solženitsyn all’uscita di Una giornata di Ivan Denisovic: «Un libro epocale».

Per non dire della sfida più temeraria, raccontata dal pianista e compositore Dmitrij Šostakovic e ripresa da Giovanna Parravicini. Una sera, nella sua dacia, Iosif Stalin ascolta alla radio Marija Judina: è il Concerto numero 23 K 488 di Wolfgang Amadeus Mozart. Sa bene chi è, quell’inflessibile avversaria. Sa anche però, statene certi, che nel 1942 s’era offerta volontaria per andare nell’amatissima Leningrado come infermiera e che dopo esser stata rifiutata («Non sapevo far niente: durante il tirocinio in ospedale inondavo di lacrime i feriti gravi») aveva insistito per andare nella città assediata dai nazisti per suonare in diretta alla radio e tirar su il morale dei soldati. Nonostante tutto, il despota è un suo ammiratore. Ascolta il concerto e ordina: vorrei il disco. 

Ma non c’è, il disco: era tutto in diretta. Panico: come dire di no a Stalin? Occorre farlo, il disco. Nella notte (notte alla quale Ermanno Olmi sognava di dedicare l’ultimo film della sua vita prima di morire) vengono febbrilmente rintracciati la pianista, i musicisti, il direttore d’orchestra. Ore di fatica, di tensione, di arte. La mattina il disco è pronto. Stalin ringrazia inviando a Marija Judina 20 mila rubli, «una cifra strepitosa per l’epoca». Tanto più per una donna così incurante di ogni cosa superflua da venire invitata dallo stesso partito a farsi «un guardaroba decente».

La risposta è straordinaria: «La ringrazio per il Suo aiuto, Iosif Vissarionovic. Pregherò giorno e notte per Lei e chiederò al Signore che perdoni i Suoi gravi peccati contro il popolo e la nazione. Dio è misericordioso, La perdonerà. I soldi li devolverò per i restauri della mia parrocchia». Quando il despota se ne andò, si dice, sul grammofono della dacia trovarono quel disco. 

Dal corriere.it

Non sono molte le pittrici che hanno lasciato un segno nella storia dell’arte ma tra Cinque e Seicento alcune raggiunsero fama e successo. Accanto a Sofonisba Anguissola e Artemisia Gentileschi spicca anche Fede Galizia, pittrice di origine trentina.
Documentata a Milano a partire almeno dal 1587, vive prevalentemente nella città lombarda fino alla morte, avvenuta dopo il 1630. Il trasferimento – da Trento a Milano – della famiglia Galizia, di origini cremonesi, deve essere avvenuto sulla scorta del poliedrico padre, Nunzio, artista pure lui, impegnato nel mondo della miniatura, dei costumi, degli accessori, ma anche in quello della cartografia. Fede – un nome programmatico per l’Europa della Controriforma – ottiene un successo straordinario tra i committenti dell’epoca, tanto che opere sue raggiungono, prima del 1593, tramite la mediazione di Giuseppe Arcimboldi, la corte imperiale di Rodolfo II d’Asburgo.
Gli studi novecenteschi, soprattutto italiani ma non solo, hanno dato particolare risalto all’attività di Fede come autrice di nature morte.

Dal Web

Liz Chicaje

Tra i vincitori dell’edizione 2021 del premio Goldman, considerato il ‘Nobel dell’ambiente‘, c’è anche Liz Chicaje Churay. L’attivista, leader degli indigeni Boras, negli ultimi anni è infatti riuscita a salvare oltre 800mila ettari di foresta amazzonica nel suo Paese, il Perù. Grazie agli sforzi di Liz Chicaje nel 2018 fu istituito il Parco nazionale di Yaguas, nel Nord-Est del Perù, consentendo la tutela sia della biodiversità che delle tribù indigene che popolano da sempre quei territori.

Anna Atkins

Anna Atkins, nata Anna Children, è stata una botanica e fotografa inglese. È spesso considerata la prima persona ad aver pubblicato un libro illustrato con immagini fotografiche, mentre alcune fonti affermano che è stata la prima donna a creare una fotografia.

La Corte di Strasburgo condanna i giudici italiani e hanno detto basta al:” Se l’è andata a cercare!”

L’avevano definita «un soggetto femminile disinibito, creativo, in grado di gestire la propria (bi)sessualità e di avere rapporti occasionali di cui nel contempo non era convinta». Avevano messo l’accento sul fatto che avesse “mostrato gli slip rossi mentre cavalcava un toro meccanico”. E con queste motivazioni, nel 2015, i giudici della Corte d’Appello di Firenze avevano assolto sette giovani accusati di aver violentato una ragazza di 22 anni, ribaltando così la sentenza di primo grado. Ora però è arrivata la condanna: non per il gruppo di giovani, ma per i giudici che quella sentenza l’hanno scritta. È firmata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo e dice così: «Il linguaggio e gli argomenti utilizzati dalla Corte d’Appello trasmettono pregiudizi sul ruolo delle donne che esistono nella società italiana e che possono costituire un ostacolo alla tutela effettiva dei diritti delle vittime di violenza di genere”.

In pratica la Corte di Firenze non solo “non ha protetto i diritti e gli interessi” della ragazza dalla cosiddetta “vittimizzazione secondaria”, ma con le motivazioni della sentenza ha di fatto avallato la ricorrente tesi del “se l’è andata a cercare”. Un atteggiamento che secondo Strasburgo viola l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, quello che tutela “il diritto al rispetto della vita privata e dell’integrità personale”.

La Corte non ha il potere di ribaltare la sentenza, che resta di assoluzione piena “perché il fatto non sussiste”. Ma ha condannato l’Italia a risarcire 12 mila euro alla ragazza per danni morali, oltre a 1.600 euro per le spese. “Una sentenza che rende giustizia a tutte le donne – dice Titti Carrano, l’avvocato che ha difeso la giovane protagonista suo malgrado della vicenda –. La vita e la dignità di questa donna sono state calpestate così come sono state calpestate la riservatezza e l’immagine”. Nel collegio giudicante è mancata l’unanimità: sei giudici hanno votato a favore (tra cui l’italiano Raffaele Sabato) e uno contro. Si tratta del polacco Krzysztof Wojtyczek.La vicenda risale al luglio del 2008, quando una ragazza all’epoca 22enne aveva denunciato uno stupro di gruppo avvenuto quattro giorni prima. Secondo il suo racconto, sette coetanei l’avevano violentata all’interno di un’auto nei pressi della Fortezza da Basso, dove erano in corso eventi estivi. Nel 2013 i giudici di primo grado avevano condannato sei di loro a quattro anni e sei mesi di reclusione per violenza sessuale di gruppo aggravata “dalle condizioni di inferiorità fisiche e psichiche” della vittima, che era sotto effetto di alcol.

Due anni dopo, però, la Corte di Appello di Firenze aveva ribaltato il verdetto, assolvendo tutti perché “il fatto non sussiste”, mettendo in dubbio la credibilità della ragazza per i motivi di cui sopra. La sentenza è diventata definitiva in quanto la procura generale di Firenze aveva rinunciato al ricorso in Cassazione. Le motivazioni dei giudici avevano subito sollevato manifestazioni di protesta e polemiche, che ora trovano sostegno nel verdetto di Strasburgo. «È essenziale – scrivono i giudici della Corte europea – che le autorità giudiziarie evitino di riprodurre stereotipi sessisti nelle loro decisioni, di minimizzare le violenze basate sul genere e di esporre le donne a una vittimizzazione secondaria con parole colpevolizzanti e moralizzatrici».

Di Marco Bresolin