Archivio annuale 4th Ottobre 2018

Forza di un bacio

Quanto silenzio

che si accumula

nel breve spazio da una bocca a un’altra

fino a fondare il bacio. Quanti anni

per scoprire alla fine quanto lontano, si, quanto lontani

si ritrovano sempre due corpi che si amano.

Tutto quello che mai siamo riusciti a dirci

in quella città d’autunno,

mi parla

col tuo accento di cose per sempre perdute.

E da qualche luogo

forse del disamore, o dell’oblio

di quello che mi ha reso felice, forse, un tempo,

– le tue mani, la tua pelle – mi giunge adesso

un odore di zagare che mi avvolge e che bacia

dolcemente i miei occhi, le mie labbra, un momento,

mentre chiudo il balcone.

Inmaculada Mengibar

Sarah Moon

” Fotografa di moda io sono e lo rimarrò, questo lo posso dire, ma oltre a questo io fotografo, senza un fine, tutto e niente, quello che mi pare e che non mi somiglia…

Sarah non é solo una fotografa di moda è piuttosto un’artista originale, raffinata ed elegante che scava nell’anima riesumando le eterne domande sull’esistenza

Canto d’amore per le parole

     

 
Canto d’amore per le parole
 
Perché abbiamo paura delle parole
quando sono state mani dal palmo rosa
delicate quando ci accarezzano gentilmente le gote
e calici di vino rincuorante
sorseggiato, un’estate, da labbra assetate?
Perché abbiamo paura delle parole
quando tra di loro vi sono parole simili a campane invisibili,
la cui eco preannuncia nelle nostre vite agitate
la venuta di un’epoca di alba incantata,
intrisa d’amore e vita?
 
Allora perché abbiamo paura delle parole
Ci siamo assuefatti al silenzio.
Ci siamo paralizzati, temendo che il segreto possa dividere
le nostre labbra.
[…]

 
Perché abbiamo paura delle parole?
Se una volta le loro spine ci hanno ferito,
hanno anche avvolto le loro braccia attorno al nostro collo
e diffuso il loro dolce profumo sui nostri desideri.
Se le loro lettere ci hanno trafitto
e il loro viso si è voltato stizzito
ci hanno anche lasciato un liuto in mano
e domani ci inonderanno di vita.
Su, versaci due calici di parole!
 
Domani ci costruiremo un nido di sogni di parole
in alto, con l’edera che discende dalle sue lettere.
Nutriremo i suoi germogli con la poesia
e innaffieremo i suoi fiori con le parole.
Costruiremo un terrazzo con la timida rosa
con colonne fatte di parole,
e una stanza fresca inondata di ombra,
protetta da parole.
 
Abbiamo dedicato la nostra vita come una preghiera
Chi pregheremo… se non le parole

Nazik al- Malaika
 

Cindy Sherman

La sfuggevole complessità di Cindy Sherman, e la sua controvertibile posizione intellettuale, sembrano simboleggiate con grande acume da un “ritratto”, che Annie Leibowitz dedica alla collega anni or sono: in esso, per la “legge del contrappasso”, sembra perfettamente logico che debbano apparire una dozzina di donne dai capelli corti, e in abiti maschili, contro un fondo totalmente neutro.Sono di varia natura i problemi che sorgono tentando di analizzare la sua opera multiforme, ma sempre intrinsecamente coerente.

Va premesso, innanzi tutto, che Sherman ha definito se stessa non una fotografa, ma piuttosto un’artista performativa, e le sue immagini sono state definite dal critico Verena Lueken “performance congelate”. Il suo uso del medium fotografia è, però, per così dire, spiccatamente “fotografico”: i suoi scatti non sono semplice documentazione di performance, che hanno vita propria. Le sue messe in scena viceversa nascono per essere riprese dalla macchina fotografica e sono strettamente condizionate dal codice linguistico peculiare al mezzo: composizione, formato, inquadratura, uso espressivo delle ombre o dei colori.

Il percorso artistico di Sherman s’inserisce in ogni caso nelle tendenze, diffuse presso le neoavanguardie degli anni Settanta, all’indagine metalinguistica e all’uso di riferimenti puntuali alla cultura popolare.
La sua prima opera di rilievo, “Untitled Film Stills“, prende spunto dai più triti schemi della comunicazione cinematografica, rappresentati da Sherman come “pose” tratte da immaginari film degli anni Cinquanta, stranamente familiari grazie alla tipicità delle situazioni e dell’aspetto delle protagoniste, impersonate sempre dall’autrice: un’operazione d’indubbio fascino ed interesse visivo, accolta con entusiasmo da molti critici, ma che risulterà però agli occhi di molte femministe ambigua e discutibile.

Allo scorcio degli anni Settanta, è in corso, infatti, un aspro dibattito sulla predominanza di una cultura maschile (e maschilista) dalla quale le intellettuali sono chiamate a prendere le distanze, anche con l’uso di linguaggi espressivi più consoni alla sensibilità femminile, allo scopo di creare una cultura alternativa. La posizione di Sherman, in tale contesto, è considerata, contrariamente alle sue affermazioni, del tutto acquiescente verso gli stereotipi imposti alla donna dalla società: l’operazione della fotografa (che già in quanto tale non è vista di buon occhio, perché si serve d’un mezzo tradizionalmente maschile, legato ad una percezione prettamente visiva del mondo, tipica dell’uomo) sembrerebbe anzi consolidare tali cliché, piuttosto che opporvisi.

Le donne di Sherman sono chiaramente tipi e non donne reali, così come sono tipiche le ambientazioni da film che le accolgono, ispirate ai “B movie” (pellicole di second’ordine). La sua interpretazione è parodistica, ma sarebbe colpevole secondo le femministe di non introdurre nelle proprie immagini nessuna chiara presa di posizione politica e culturale, limitandosi a ripresentare l’ennesima “proiezione dell’inconscio maschile”.

Nelle 69 immagini di piccolo formato in bianco e nero, che costituiscono “Untitled Film Stills” appaiono prefigurati la maggior parte dei temi che caratterizzeranno le sue successive creazioni artistiche: l’uso del travestimento; la parodia degli stereotipi imposti dalla società alla donna; il ricorso ad immagini mutuate da un immaginario mediatico comune; l’imitazione di codici linguistici appartenenti alla cosiddetta sottocultura; lo “spaesamento” delle ambientazioni.
Al primo lavoro fa seguito una seconda serie dedicata ancora al cinema ed i suoi finti paesaggi costituiti da retroproiezioni (”Rear Screen Projections”): è da notare come l’uso del colore, introdotto in queste fotografie, abbia la funzione di staccare la protagonista dal fondo; i suoi atteggiamenti rimangono invece come negli scatti precedenti inconsapevoli dell’osservatore, al quale viene dunque proposto un ruolo voyeuristico.

Per la rivista “Artforum” Sherman crea nel 1981 “Centerfolds or Horizontal”, una delle sue opere più contestate, nella quale indaga i codici visivi della fotografia creata per le riviste pornosoft, e dove l’immagine della donna grazie ad inquadrature orizzontali e a riprese dall’alto risulta fragile ed umiliata. Quasi in risposta alle critiche nasce invece “Pink Robes”, gruppo d’immagini con un tema analogo, nelle quali al contrario un formato verticale, lo sguardo diretto all’obiettivo e l’espressione della modella, nonché l’uso più espressionistico del colore, forniscono una chiave di lettura ben diversa.

Stesse modalità adotterà per le foto di moda che le vengono commissionate a più riprese da stilisti e riviste del settore, nelle quali l’accento è posto, oltre che sulla bizzarria delle modelle, su una particolare impressione di artificialità da mascherata.

L’uso del travestimento ricorre ossessivamente nell’opera di Cindy Sherman, ed è stato interpretato, oltre che come una ricerca all’interno di un discorso sul gender, come una ricostruzione dell’identità personale in un continuo sdoppiamento (coerente, comunque, all’istanza di “decostruzione” dei vari linguaggi artistici, che miticamente – e psicanaliticamente – nascerebbero dalla contemplazione dello specchio e nella formazione di un doppio, altro da sé).

I richiami alla psicanalisi, ancor più che all’analisi proppiana della favola (grazie alla quale non appaiono riferimenti diretti ad alcuna storia nota, ma il genere letterario appare evocato attraverso i suoi topoi) sono poi molto evidenti in “Fairy Tales”, opera commissionatale dalla rivista “Vanity Fair” nell’85.
Con le successive serie di fotografie, a partire dall’allucinata digressione quasi aniconica di “Disasters” (dove presenta immagini ributtanti di quelli che si scoprono esser cibi, ma sembrano i poveri resti di qualche tragedia), e attraverso l’asettico orrore in “Sex Pictures” (dove riassembla modelli anatomici che mimano la pornografia, in questo modo smitizzandola e denunciandone la natura fredda ed anonima, persino macabra), Sherman pare approdare infine ad una visione surreale della realtà e le sue ultime immagini (orrifici assemblaggi per lo più di vegetali dai quali sembrano scaturire bambole woodoo) hanno tutti i connotati di un certo bretoniano humor nero.

Gli spunti surreali hanno percorso sin dall’inizio la sua opera nella forma ora del dépaysage delle ambientazioni, ora di un pervasivo senso dell’onirico, ma acquistano infine un peso preponderante e sembrano spingere la figura della fotografa-protagonista dell’immagine in secondo piano. Gli oggetti invadono la scena e “arbitrariamente accostati”, danno vita ad una realtà grottesca, al limite del carnascialesco, e per questo la critica ha infine fatto ricorso a Bakthin ed ai sui studi su Rabelais, allo scopo di leggere in siffatti gruppi d’immagini il senso di un’epoca decadente presaga di un cambiamento epocale.

Ma l’autrice, nel miglior stile surrealista, ha sempre rifiutato di essere incasellata intellettualmente, pretendendo, anzi, di essere in realtà del tutto estranea alla cultura istituzionalizzata, della quale ha anzi voluto prendersi un po’ gioco, e di attingere, invece, a piene mani ad un più attuale immaginario collettivo mediatico pieno di riferimenti, sia pure “involgariti”, a codici più alti.

Le sue operazioni concettuali sono rivendicate, dunque, come proprie intuizioni personali, anche inscrivendosi perfettamente in un generalizzato clima culturale postmoderno, così che persino il ricorso alla citazione in “History Portraits”, serie che ricalca pedissequamente la ritrattistica classica, non sarebbe altro che il logico evolversi di un percorso da sempre basato sull’imitazione di ogni possibile linguaggio visuale, avendo tutti agli occhi di Sherman pari valore comunicativo.
Rosa Maria Puglisi

Marpessa 

Marpessa era il nome di una ninfa, rapita da un guerriero di nome Idas. Anche il dio Apollo si era invaghito di lei e se la contese con Idas. Questa “bagarre” costrinse Zeus ad intervenire e a chiedere a Marpessa di scegliere fra i due. Marpessa, temendo l’incostanza del bel dio Apollo, optò per Idas. Il suo nome è tratto dal verbo greco “marpto” – rapire e dunque significa proprio “la rapita”Successivamente il Boiardo trasse ispirazione per il nome di “marfisa”, una guerriera pagana che compare ne “L’orlando Innamorato” e ne “l’Orlando Furioso”

E della ninfa, Marpessa Hennik, la modella olandese resa immortale dalle primissime campagne di Dolce&Gabbana negli scatti di Ferdinando Scianna, ha probabilmente la stessa affascinante, irresistibile bellezza, e fu così che la moda la rapì.

Donna dal fisico sottile come un giunco, dal seno perfetto e dal volto di un’atipica bellezza poco associabile ad un clichè, dalla pelle ambrata e gli occhi del colore del deserto e da un’aria vagamente intellettuale, ha rappresentato sia la donna androgina, quando indossava gilet, pantalone e coppola, e sia la donna del sud, la donna sicula, così misteriosa e sensuale, magrissima negli abiti neri castigati o voluttuosamente trasparenti, sempre con quel suo volto magnetico, quasi “zingaresco”.

Marpessa ha attraversato il periodo più fulgido della moda, quello delle top models, quello della grande moda italiana degli anni ’90 e dei grandi stilisti. Quello che ancora oggi crea tanta nostalgia in chi lo ha vissuto. Oggi Marpy, come la chiamano gli amici, vive tra Amsterdam e Ibiza (luogo che adora), con la sua bambina, si occupa ancora di moda e ha mantenuto ancora molte amicizie in questo ambiente.

L’ho conosciuta tempo fa tramite il fotografo Mario Gomez, un carissimo amico comune. Marpessa oltre ad aver mantenuto una bellezza naturale ed un fascino inalterato, è una persona di una semplicità e sincerità atipiche, uniche direi.

Ho un ricordo di qualche anno fa che vorrei condividere con voi. Sarà stato il 2006 ed ero nella mia città, a Milano durante la settimana della moda. Ero seduta mentre aspettavo che iniziasse la sfilata di Francesco Scognamiglio. La gente si stava finendo di accomodare e c’era un bel fermento, quando nella sala è entrata Marpessa per sedersi, i fotografi che si occupano di scattare e riprendere tutte le uscite della sfilata hanno cominciato a urlare e ululare invitando “La Marpessa” a farsi fotografare. Per cinque minuti mi è sembrato di essere ad un concerto rock. E lei con la sua solita attitudine umile e un po’ timida ha sorriso, si è concessa un po’ ai suoi “fans” e poi si è accomodata per godersi la sfilata. Questa scena mi è rimasta impressa fino ad oggi e per un momento ho “vissuto” un piccolo frammento di quello che devono essere state le sfilate di quegli anni. Dell’entusiasmo, della sincerità, dell’amore, della devozione e della capacità creativa che ancora non troppo stritolata dal business e dalla velocità morbosa e nevrotica di oggi, permetteva ad artisti, designers, modelle e fotografi di emergere nel modo più prorompente possibile, creando così icone immortali e immagini incorruttibili dal tempo.

Marpessa, che ho rincontrato recentemente ad una sfilata, mentre era inviata per una sua rubrica di moda per la rivista “Amica”, si è concessa ad un’intervista per il mio blog e io sono ben felice di condividere questa bellissima “chiacchierata” con tutti voi.

Marpessa ed io

Ciao Marpessa, parlaci del tuo nome. E davvero molto bello e singolare?

I miei mi hanno chiamato Marpessa in onore all’attrice Marpessa Dawn che fu la protagonista del film “Orfeo Negro” di Marcel Camus, un capolavoro premiato con l’Oscar nel ’59, e che racconta il classico di Orfeo e Euridice messo in scena durante il carnevale a Rio de Janeiro. Per anni pensammo che fosse un nome brasiliano ma poi ho scoperta che Marpessa era una figura della mitologia Greca, come hai scritto nella tua introduzione. Non era un nome facile da portare quando era piccola ma penso che mi abbia dato carattere e grinta…. Poi in Italia viene a volte scambiato per Malpensa!
Raccontaci di te. Da dove vieni? I tuoi genitori? E come hai decido di intraprendere la carriera di modella. Come è andata?

Sono nata ad Amsterdam da una mamma Olandese e un padre bi-razziale, avendo una madre Olandese e un padre del Suriname, all’epoca colonia Olandese e paese che in Italia è soprattutto conosciuto per essere la patria di calciatori come Clarence Seedorf, Kluivert e Gullit. La mamma era una casalinga molto creativa in cucina mescolando sapori esotici con quelli più basici olandesi e nel modo di vestirmi con cose “vintage” dei mercatini e abiti fatti da lei, insegnando a anche a me a cucire. Mio padre invece era fashion designer, DJ, visual designer e adesso scrittore. Quindi vivevo in un ambiente creativo e sin da piccola avevo una grande interesse per la moda, il design, la cucina e la musica. Le riviste di moda straniere che erano sparse per casa quando ero piccola sicuramente hanno contribuito a svegliare in me il desiderio di diventare modella, vedendo le foto di Pat Cleveland e Janice Dickinson avevo un riferimento che in Olanda non era molto comune all’epoca!

A 16 anni una scout mi suggerì di andare in un’agenzia e cominciai a lavorare quasi subito lasciando il liceo dove ero distratta e fannullona. Dopo sei mesi veniva la Papessa degli agenti Eileen Ford ad Amsterdam per trovare nuovi volti ma quando mi vide mi consigliò di fare un intervento per le occhiaie, per i denti e per le orecchie a sventola. Offesissima e già un pò prepotente, questo verdetto mi ha spinta a dimostrarle che sarei riuscita ad avere una carriera nonostante questi difetti e visto che non consideravo molto il livello della moda (all’epoca) ad Amsterdam sono andata a Milano accompagnata dal mio papà, che avendo vissuto in Italia voleva assicurarsi che non fossi preda di qualche trappola play-boy da strapazzo. Arrivati al primo appuntamento dall’agenzia Beatrice volevo già scappare, la stanza dove aspettammo era tappezzata di copertine con Jerry Hall, Janice Dickinson etc. e io pensavo di non essere all’altezza: per fortuna una booker ha preso il mio book prima che potessi andarmene via e la signora Beatrice in persona e venuta subito a dirmi che sarebbe stata felice di rappresentarmi. Ero così felice e sollevata che non sono neanche andata in altre agenzie.

Marpessa in un’illustrazione dell’artista Ivo Bisignano per il magazine “Amica”

Come modella sei nata ed esplosa nel periodo forse più fulgido in assoluto della moda. In quel mitico periodo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, nel quale sono nate le TOP, icone della mode, della bellezza e di un certo grado di perfezione considerata quasi assoluta. Dee dell’olimpo. Ci racconti un po’ quel periodo? Com’erano i set, com’erano le sfilate…? E gli stilisti?

Mah, io credo di aver avuto la fortuna di essere stata al posto giusto nel momento giusto. E credo che il mio “successo” era proprio dovuta al fatto di non possedere una bellezza perfetta, ma piuttosto un look un pò indefinibile, esotico, spavaldo… Comunque era un sogno diventato realtà, lavorare con i miei miti come Versace, Alaïa, Lagerfeld, Gian Paolo Barbieri, Helmut Newton etc.; accanto ai miei idoli Pat, Janice, Dalma! E fare parte del processo creativo, sia per foto che per sfilate, viaggiare, incontrare tante persone straordinari, per me equivale ad una laurea all’università! Un privilegio unico! Ma ho fatto tanta gavetta prima di “arrivare all’Olimpo”!
Le immagini di Scianna che ti immortalano giovanissima nella tua straordinaria bellezza, nelle primissime campagne di Dolce&Gabbana sono indimenticabili. Cosa provavi in quel momento? Ti rendevi conto che stavi contribuendo a scrivere una parte importante della storia della moda e del costume, oppure vivevi con leggerezza giorno per giorno godendo di ciò che ti stava capitando?

Ma per niente! I ragazzi all’epoca avevano un budget piccolissimo, eravamo solo loro, il fotografo Ferdinando Scianna, che era un fotoreporter dell’agenzia Magnum che non aveva mai fatto foto di moda prima e manco aveva un assistente e la stylist che mi aiutava pure con i capelli. Mi truccai da sola e girammo la Sicilia nella macchina prestataci dal fratello di Domenico e Scianna mi lanciò nelle situazioni più surreali nella sua Sicilia che io non conoscevo…. Quando ho visto il primo catalogo rimasianche un po’ male perché avevo le occhiaie in tutte le foto e io volevo essere perfetta! Ma alla fine quelle immagini sono state fondamentali ad accettare i miei “difetti” e a proporre un altro tipo di bellezza.
Qual è esattamente a tua idea di bellezza e quella di felicità? 

L’armonia dei difetti e sentirsi realizzati rimanendo curiosi.
Qual è il paese o la città che ami di più?

Il Bel Paese e Parigi
Hai mai pensato di diventare anche imprenditrice, o stilista o fotografa, come hanno fatto o tentato di fare alcune tue colleghe celebri?

Ma lo sono…. a modo mio. Quando smisi di fare la modella avevo bisogno di prendere un po’ le distanze dalla moda, i riflettori, fare un il punto della situazione sulla mia vita e volevo “mettere su famiglia”. Cosa che è poi avvenuta solo quando ormai avevo 40 anni, nel frattempo ho fatto studi di restaurazione, mi sono dedicata alla mia passione per l’arredamento, la fotografia… e ho ancora un sacco di idee da realizzare!
Qual è la figura di maggior riferimento per e su un set fotografico. Quella con la quale dialoghi meglio e che ti ispira di più?

Ovviamente con il fotografo e lo stylist anche se ai miei tempi tutta la troupe era indispensabile per conseguire un buon risultato. Credo che oggi con la fotografia digitale sia più difficile creare una certa atmosfera e mantenere la concentrazione visto che ogni tre scatti tutti guardano lo schermo del computer per verificare luce, posa, trucco, capelli…
Oggi com’è la tua vita? So che hai una figlia bellissima che ami molto e che vivete un po’ in Olanda e un po’ a Ibiza, vero?

Viviamo a Ibiza e da quanto la bimba è entrata alla scuola primaria. Ibiza è un posto fantastico per far crescere i bimbi, per la libertà, la tolleranza, la natura e crescono imparando un minimo di tre lingue.

L’anno scorso ho trasformato la mia casa in uno showroom d’arredamento, dove invito i clienti ad ispirarsi. Affitto questo posto anche per produzioni di moda e pubblicità visto che c’è anche un loft che si utilizza come studio fotografico e a volte anche per workshop di yoga quando il tempo non è bellissimo.
Tu, che oggi sei un’icona immortale, cosa pensavi ieri e cosa oggi del mestiere di modella?

Mah, sicuramente lo intendi come complimento e ti ringrazio Paola ma non credo di essere un’icona immortale! Penso che la grande differenza tra ieri e oggi è che ieri prima di diventare “Top” lavoravi parecchi anni, acquisendo esperienza e imparando ad usare il tuo corpo, il viso, a muoverti e a saper “prendere la luce”. E una carriera poteva durare anche 15 anni o di più ma ci voleva molta disciplina, disponibilità, resistenza, energia, saper vivere in solitudine e capacità di incassare rifiuti e fare sacrifici. Oggi è più difficile perché ormai tantissime ragazzine vogliono diventare subito Top-model, penso anche dovuta ai tanti reality in TV mostrano una realtà da fiction! E succede che una sconosciuta dopo due stagioni è “Top” ma dopo pochi anni possa venir messa da parte… Sono poche quelle che si distinguono e durano nel tempo…
Ci sono sempre molte polemiche che accompagnano il mondo della moda e che riguardano l’anoressia. Ultimamente Vogue Italia ha proposto un fantastico numero dedicato alle modelle “curvy”. Cosa pensi, tu che tutt’oggi sei magrissima e in forma, della magrezza spettrale che viene spesso proposta in passerella?

L’anoressia nervosa e la bulimia sono malattie psichiche che portano a gravi disturbi del comportamento alimentare e purtroppo vengono confusa spesso con una magrezza naturale. Io ho lottato contro la mia magrezza sin dall’età di 12 anni, cercando di ingrassare, mangiando come un camionista, ma ho avevo e ho tutt’ora un metabolismo molto accelerato; è genetica!. Ma avendo praticato molto sport nell’infanzia e l’adolescenza avevo comunque un corpo tonico e il seno mi si è sviluppato un pò quando iniziato a prendere la pillola e quindi, pur vestendo una 38/40 avevo delle mini-curve. Difatti mia mamma sosteneva che non ero magra, ma sottile! Ovviamente mi è servito molto quando sono diventata modella, soprattutto perché la fotografia tende a “dare qualche chilo in più” motivo per cui è necessario portare una 40. Ora è vero che per anni abbiamo visto delle ragazze magrissime che a me non sono mai piaciute, ma soprattutto perché non sembravano sane, non avevano un filo di muscolo, sembrava che non fossero mai salite su una bici o dei pattini! E non va dimenticato che, durante la stagione delle fashion week, tra New York, Londra, Milano e Parigi, le top fanno anche 50 sfilate, più fitting, più prove e non sempre si riesce a mangiare bene. In più si dorme pochissimo! Ricetta perfetta per farti perdere quei due chili che, nel mio caso, sono quelli sufficienti per farmi sembrare anoressica!Quindi non è sempre facile distinguere la magrezza naturale e un po’ di stress momentaneo, dovuto al tipo di vita che si conduce, da una patologia vera e propria che va individuata e curata in apposite strutture mediche.
Che consiglio ti sentiresti di dare alle giovani ragazze che vorrebbero intraprendere la carriera di modella e che aspirano a diventare come te un giorno?

Prima di tutto, non farsi ingannare da “agenzie” e “scout” che ti promettono una carriera da modella se ti iscrivi a qualche corso per indossatrice e/o che chiedono (a volte tanti) soldi per fare delle foto per il portfolio. Tutte le agenzie rinomate e serie, di solito non hanno bisogno più che di qualche foto in prima piano naturale, di qualche scatto intero in costume tipo le foto che si fanno in vacanza… La verità poi è che spesso le ragazze che sono diventate top, sono state “trovate” magari fuori da scuola, o per strada mentre facevano shopping o in giro con le amiche. Se poi l’agenzia per cui lavora lo scout vede una possibilità lavorativa per la ragazza, è l’agenzia stessa ad organizzare degli shooting fotografici anticipando le spese, che poi vengano addebitate alla modella una volta che poi la ragazza comincia a lavorare.

Di Paola Iezzi

Giuro che non avrò più fame

Negli anni Cinquanta tantissime bimbe vennero chiamate Rossella in onore della mitica protagonista di Via vol vento.

Alcune sue frasi non saranno mai dimenticate, come:”Giuro che non avrò più fame” e “Domani é un altro giorno”, perché incarnazione dell’eroismo proprio della generazione che si ritrovò a ricostruire un Paese nuovo dalle macerie.

Il secondo dopoguerra fu davvero un giorno nuovo soprattutto per noi donne che dopo essere state crocerossine, postine, operaie, impiegate, autiste, combattenti…non accettavamo più di essere considerate cittadine inferiori ai maschi.

Una grande di quel periodo fu sicuramente Lina Merlin che fece inserire nell’arte. 3 la frase ” senza distinzioni di sesso”, che nel 1951 difese le donne che venivano licenziate quando si sposavano o restavano incinte e riuscì a far abolire le case chiuse replicando alle mamme preoccupate per la sessualità dei pargoli: ” Che genere di figli avete allevato che non sanno avere una donna se non servita sul piatto come un fagiano!”

A Milano le sorelle Fontana diventarono famose cucendo il vestito da sposa di Linda Christian e Mina andò incontro all’ostracismo televisivo per aver avuto un figlio da Corrado Pani che non era suo marito.

L’Italia era ancora molto maschilista ma l’ascesa delle donne era ormai inarrestabile. 

Helena!

La Rubinstein é stata la pioniera della cosmetica.

Ne ha fatta di strada la ragazzetta di Kazimierz, il quartiere ebraico di Cracovia, che viaggiava con valigie scure di cartone con dentro uova sode, cosce di pollo e salsa Krakowska.

È proprio vero: la capacitá, l’intraprendenza e il coraggio pagano!

Helena il cui vero nome era Chaja Rubinstein fu la figlia maggiore degli otto figli di Augusta Gitte (Gitel) Scheindel Silberfeld Rubinstein e Naftali Herz Horace Rubinstein appartenenti entrambi a famiglia ebraica.
Per un breve periodo, la Rubinstein studiò medicina in Svizzera. Nel 1902 si trasferì in Australia, dove cambiò il suo nome di battesimo in Helena e, l’anno seguente, aprì un negozio a Coleraine, nella regione Western Victoria. Qui ebbero successo unguenti e medicamenti vari che affermava fossero importati dai Monti Carpazi. Essi erano, in realtà, ottenuti da una forma grezza di lanolina, il cui odore era camuffato dal profumo di lavanda, di corteccia di pino e di ninfee. Passi successivi della sua attività la portarono a Melbourne, Sydney, Londra, Parigi.
Allo scoppio della prima guerra mondiale si trasferì con la famiglia a New York, dove aprì un salone di bellezza.
Helena Rubinstein fondò una delle prime compagnie cosmetiche nel mondo. La sua impresa ebbe un grande successo e la rese ricchissima. In seguito Helena Rubinstein si servì della sua ricchezza per sostenere organizzazioni benefiche nel campo dell’istruzione, dell’arte e della salute.
Nel 1908 sposò il giornalista statunitense Edward William Titus a Londra. La coppia ebbe due figli, Roy Valentine Titus e Horace Titus.

Carolyn Everson: é il momento magico delle Donne

Lo dice  Lei, Carolyn,  vicepresidente di Global Marketing Solutions di Facebook, una delle più strette collaboratrici di Zuckeberg.

” Ogni azienda, ogni singolo direttore, ogni governo ha finalmente compreso che le donne sono sotto-rappresentate e che si può fare di meglio…

Oggi il numero di donne a FB é il 35% del totale dei dipendenti  contro il 33 dello scorso anno. In particolare le donne ingegnere ora sono il 19% e anche in questo caso il numero sta crescendo…

Per noi le aree più problematiche sono scienze, tecnologia, ingegneria e matematica. All’Universitá meno del 20 per cento delle donne seguono lauree scientifiche dobbiamo avvicinare a queste materie le bambine.

Nel 2020 assisteremo alla crescita della realtà aumentata e della realtá virtuale il cui impiego sará sempre più social. Questo cambiamento aiuterà le donne che grazie a internet possono comunicare, creare community social, iniziare attivitá imprenditoriali in mercati e situazioni dove non avrebbero mai avuto queste opportunitá. Sono ottimista!”

Maria Voto: l’innamorata del Telaio!

Maria vi accoglierà con il sorriso e le ore correranno via veloci mentre ascolterete la sua storia e scoprirete il suo entusiasmo e la sua passione per il suo lavoro e per quello che lei definisce il suo “amante”, il telaio.
Una passione maturata nel tempo, quasi per caso, anche se Maria ci dice che nulla succede per caso nella vita. A 38 anni infatti si è imbattuta in un bando per un corso di tessitura e ha deciso di partecipare. Delle numerose persone che hanno seguito questo corso solo lei ha avuto la costanza e la determinazione per portare avanti quest’attività, che alla fine della visita scopriamo richiedere grande dedizione, forza e pazienza.

Alcune delle creazioni di Maria Voto

La lavorazione al telaio era un’attività molto sviluppata nel Gargano ed in particolare a Vico, dove, a metà del secolo scorso, si contavano oltre 800 telai. Oggi Maria è l’unica tessitrice della cittadina pugliese, e ha recuperato materiali e tecniche antiche, lavorando fianco a fianco con le vecchie filatrici, che le hanno trasmesso la loro conoscenza, i loro preziosi disegni e il loro amore per questa arte antica.

Il telaio moderno

Entrando nel laboratorio troviamo Maria intenta a lavorare una tovaglia su un telaio moderno, piccolo e compatto. Ci accoglie e ci presenta i due pezzi forte del suo tesoro: i due telai in legno dell’800 recuperati insieme a pettini, navette e altri strumenti indispensabili al suo lavoro.

Maria Voto al telaio

Si siede al suo posto, davanti al telaio che preferisce e con il quale ha instaurato un rapporto quasi simbiotico, di amore e odio: il suo piede inizia a muoversi su e giù sui pedali con una naturalezza tale da non riuscire a capire, almeno all’inizio, l’energia e la forza fisica che un lavoro simile richiede.

Dettaglio del telaio antico

Ci spiega che per ha creato lei stessa degli strumenti per facilitare il lavoro, soprattutto nella prima fase di creazione dei gomitoli e dell’ordito. Per creare un ordito di 160 metri si avvale di una struttura di 2 metri per 4, 5 metri di lunghezza; aggiunge che per montarne uno di 60 metri (che calcolando un metro al giorno di lavorazione di tessuto, sarà sufficiente per due/tre mesi) è necessario l’aiuto di tre persone.

I pettini dell’antico telaio

Numeri che ci lasciano senza parole! A volte non si pensa a quanto lavoro ci sia dietro un tessuto, una piccola borsa o una tovaglia. A volte non si è in grado di valutare un lavoro simile, di capire che dietro ad un prezzo a due cifre ci sono ore, giorni di impegno, dedizione, arte vera e propria. Maria ci dice che non è facile trasmettere tutto ciò, ma la passione la aiuta molto in questo. Così come i riconoscimenti che le arrivano durante le numerose fiere, specialmente all’estero.

I lavori di Maria Voto

Mentre parliamo continua a lavorare. Sul telaio dell’800 sta realizzando un asciugamano che richiederà circa 5 giorni di lavoro, di cui la maggior parte delle ore saranno dedicate alla realizzazione del disegno. Ci mostra come il tessuto cambia in base all’ora del giorno in cui è realizzato; nelle prime ore del giorno, quando ha più energia ed è più riposata il risultato è molto più fitto! Ci spiega che per lei quella del telaio è una vera e propria disciplina, uno stile di vita, che ti cambia, fisicamente e non solo. E’ una lezione importante quella che si impara grazie ai lavori manuali; ti svuotano la mente e ti aiutano a convivere con le inevitabili imperfezioni.

Work in progress

Mentre Maria racconta la sua storia i nostri occhi corrono sulle realizzazioni già terminate, poste sulle mensole, sui tavoli, lungo le scale: cuscini ricamati, fazzoletti, tovaglie, borse, asciugami, il tutto lavorato e poi cucito a mano. Colori e tessuti unici, che racchiudono in sé tutta l’arte di Maria e il suo amore per i tessuti di una volta, dalla canapa al lino.

I materiali: la canapa

Il pomeriggio è volato via veloce e salutiamo Maria Voto con gli occhi pieni di meraviglia e il cuore leggero per tutto l’entusiasmo che è stata capace di trasmetterci. Ci lascia ricordandoci che non è mai troppo tardi per trovare ciò che davvero ci rende felici, anche a costo di andare controcorrente e di sembrare “strane”… e forse ha davvero ragione! 

Di ERIKA FRANCOLA

#Metoo anche par le scienziate 

Sono ricercatrici in gamba, impegnate e brillanti, talenti d’eccellenza ma poi nei laboratori subiscono molestie e proposte fastidiose dai colleghi e capi maschi

Anche loro hanno detto basta e vogliono denunciare pubblicamente.

Negli States sono tanti i prof.  e gli scienziati sott’ accusa mentre in Italia il problema é ancora celato, c’é ancora reticenza ma qualcosa anche da noi incomincia a muoversi e una nuova consapevolezza spezza il muro della paura e della vergogna.

Il 20 e il 21 settembre scorsi si é tenuta all’Universitá di Pisa una due giorni in collaborazione con EPWS European Platform of Women Scientists, lanciata con l’hashtag  #WETooInScience  e tanta carne sul fuoco è stata posta.

In America le scienziate giá chiedono una linea forte mentre  in Italia siamo ancora all’inizio ma ce la faremo