Roma: Leone d’oro 2018 a Cuarón
Bravo Alfonso Cuaròn col suo racconto di due madri abbandonate che si uniscono per far crescere i loro quattro figli.
Perché ha emozionato tutti?
” Perché parla di problemi universali : famiglia, fatica di vivere, conflitti sociali é…soprattutto esalta le Donne. Dagli anni 70 le dinne hanno conquistato ruoli importanti, rappresentano la colonna vertebrale della nostra societá”
Sì perché Roma è sì il racconto di quel 1971 particolarmente impresso nella memoria familiare del regista, l’anno in cui il padre se ne andò di casa lasciando la madre e i figli, ma è anche l’anno che si ricorda nella storia messicana per il massacro del Corpus Christi, ovvero la violenta repressione, con molti morti, di una protesta studentesca da parte di un corpo d’élite dell’esercito messicano.
“Il film parla della cicatrice personale che è stata quell’epoca per la mia famiglia ma anche la cicatrice sociale nella coscienza del mio paese”, dice Cuaròn. Quasi tutti gli avvenimenti del film sono veramente accaduti al regista bambino, come quando ha rischiato di affogare in mare ed è stato salvato dalla tata o quando un incendio è esploso nella ‘hacienda’ dove era andato in vacanza.
Il film è anche un omaggio alle donne con cui è cresciuto, la tata ma anche la nonna e la madre. “Se questo film è venuto bene è grazie a queste donne – dice riferendosi alle due formatrici di origine indigena prestate al cinema, ma anche all’attrice che interpreta sua madre, Marina de Tavira – sono state eroiche, hanno lavorato senza sceneggiatura spesso reagendo a cose che io dicevo di fare ai bambini, al resto del gruppo”.
Irma é per sempre!
A 24 anni dalla sua fine terrena voglio ricordarla con un’emozione donatami dal racconto di una delle tante bambine accolte e cresciute nella Casa Della Carità della Marina di Tropea, oggi donne e madri amorevoli.
Anna, una di quelle piccoline ormai cresciute, mi regala questo fremito del cuore in prossimità del 23 marzo, Fiera Dell’Annunziata, incontro rituale a Tropea con una miriade di bancarelle cariche di oggetti inutili ma divertenti, soprattutto per i bambini.
Alla vigilia della festa, la dolce Signorina, scendeva immancabilmente nelle stanze profumate di mare, ricche di creature gioiose grazie all’affetto dell’accoglienza, e a ognuna di loro dava un pò di denaro per gli acquisti dell’indomani :”Non voleva che ci sentissimo diverse dagli altri bambini” dice Anna con un sorriso che Le fa brillare gli occhi: miracolo di Irma!
Marina Abramovic: visitiamo “The Cleaner” a Firenze fino al 20 gennaio
The Cleaner, la vita di Marina Abramovic in mostra a Firenze.
Le tappe salienti della carriera dell’artista con una selezione dei suoi lavori più significativi nella splendida cornice di Palazzo Strozzi Tweet 20 SETTEMBRE 2018 Oltre 100 opere tra dipinti, video, installazioni e performance: “The Cleaner” è la prima grande retrospettiva italiana dedicata all’artista di origine serba Marina Abramovic, in mostra dal 21 settembre al 20 gennaio a Palazzo Strozzi a Firenze.
L’esposizione ripercorre le tappe salienti della sua carriera con una selezione dei suoi lavori più significativi e la riproposizione, effettuata da artisti selezionati per l’evento, delle performance che più l’hanno resa celebre in oltre cinquanta anni di carriera artistica. Le esibizioni, che impiegano attori e coreografi professionisti, verranno ripetute ogni giorno della durata della mostra.
Marina Abramovic esordisce giovanissima a Belgrado come pittrice. Dei suoi primi lavori sono esposte opere inedite come l’Autoritratto del 1965 e i dipinti delle serie Truck Accident (1963) e Clouds (1965-1970) in cui si ripetono ossessivamente violenti incidenti di camion e composizioni di nuvole. Il passo successivo, anche indissolubilmente legato all’incontro, professionale e amoroso, con l’artista tedesco Ulay, è lo studio sul corpo e le sue energie: nel percorso espositivo si trovano le rappresentazioni di celebri performance della coppia come Imponderabilia (1977), dove il pubblico è costretto a passare attraverso i corpi nudi dei due artisti per entrare in una stanza o azioni come Relation in Space (1976) e Light/Dark (1977) e in cui si sperimentano i complessi intrecci energetici tra i mondi femminile e maschile.
Negli anni ’80 Marina e Ulay intraprendono viaggi di ricerca e studiano le pratiche di meditazione in Australia, India e Thailandia. Ne nascono opere come Nightsea Crossing (1981-1987), in cui rimangono immobili l’uno di fronte all’altra per ore. Dalla fine della loro relazione sentimentale e professionale nel 1988 nasce la performance The Lovers: i due artisti si incontrano per dirsi addio a metà della Grande Muraglia cinese, dopo aver percorso a piedi 2500 chilometri ciascuno.
Negli anni Novanta il dramma della guerra in Bosnia ispira l’opera Balkan Baroque (1997), con cui Marina Abramovic vince il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia: in uno scantinato buio l’artista pulisce una ad una ossa di bovino raschiando via carne e cartilagine mentre intona canzoni della tradizione serba.
La mostra è stata presentata a Firenze dalla performer che, parlando del rapporto tra genere femminile e carriera artistica, ha detto che non è “difficile essere una donna artista: quello che importa è non aver paura di niente e di nessuno. Ma questo è il problema con le donne in generale. Ci sono sensi di colpa e timori che le ostacolano. Ma l’arte non può essere definita per generi: c’è solo arte buona e arte cattiva”.
Sull’impatto delle nuove tecnologie e dei social sulle avanguardie dell’arte ha osservato che “in sé non hanno nulla di male: il male sta nell’uso che ne viene fatto. Certo però – ha sorriso – che Instagram non è arte”. Infine una rivelazione: l’annuncio di una nuova performance nel 2020 alla Royal Academy”. – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/media/La-vita-di-Marina-Abramovic-in-mostra-a-Firenze-palazzo-strozzi-7929b14a-0c37-45cd-8ec5-ed704113acaf.html
Dal Web
Silvia Marchesan
Professoressa di Chimica organica al dipartimento di Chimica farmaceutica dell’Università di Trieste, Silvia Marchesan è una dei due italiani selezionati da Nature tra gli 11 migliori scienziati emergenti al mondo che «stanno lasciando il segno nella scienza» (la classifica, intitolata significativamente Il mondo ai loro piedi» è stata redatta analizzando il database di tutte le riviste scientifiche che fanno capo alla testata ). Mamma di un bimbo di 4 anni, Oscar, laureata a Trieste nel 2004, Marchesan ha completato il dottorato in chimica a Edimburgo nel 2008, per poi continuare la ricerca all’estero a Londra, poi in Finlandia e Australia. È ritornata in Italia nel 2013, dove nel 2015 ha ottenuto fondi per il progetto SIR del MIUR che le hanno permesso di aprire un suo laboratorio all’Università di Trieste.Nel 2017 ha vinto la medaglia Vittorio Erspamer, nel 2018 è diventata professore associato in chimica organica e ha ottenuto l’abilitazione da professore ordinario. Le sue attività di ricerca si concentrano sulle superstrutture ottenute da piccoli componenti molecolari molto semplici in acqua per applicazioni che vanno dalla terapia per malattie neurodegenerative, a nuovi composti antimicrobici, a materiali intelligenti. La ricerca è multidisciplinare. Tra i prodotti più popolari ci sono gli idrogel nanostrutturati che sono dei semplici gel composti dal 99% di acqua e dall’1% di piccole molecole (peptidi) ordinate in nanostrutture, che conferiscono proprietà molto particolari.
Di Elena Tebano
Amalia Bruni nella Giornata dell’Alzheimer
É una cascata di eventi che determina la malattia di Alzheimer. Li abbiamo individuati quasi tutti ma ancora non riusciamo a scrivere il lieto fine – ammette la neurologa – Un misterioso interruttore biologico innesca la malattia. Ci sono voluti oltre 30 anni per risalire alle sue origini e 11 anni di studi affannosi di biologia molecolare per isolare il gene alterato». Il “mostro”, l’AD3, (detto in seguito PS1) è stato catturato nel maggio del ’95: aveva la stessa mutazione nelle famiglie analizzate, dunque, un’ origine comune. Gli studi condotti dalla Bruni e dal suo team furono pubblicati su Nature.
La patologia, nella sua forma più diffusa, riguarda 600mila persone e cresce con l’invecchiamento della popolazione. Lentamente e inesorabilmente, ti spogli delle tue facoltà, ti riduce a un vegetale. E se è tristissimo, quando questo accade più frequentemente, a 70-80 anni, è tragico quando, per un errore genetico, come nei miei pazienti, tutto ciò accade a 40 anni!
Abbiamo ricostruito un albero genealogico che, a partire dal 1600, racchiude oltre 34.000 soggetti sparsi nei secoli e per il mondo che fanno parte di una unica immensa famiglia. È in questa famiglia che si trasmette, senza risparmiare alcuna generazione, l’Alzheimer a esordio precoce, quello ereditario. Sono stati identificati almeno 147 malati e 21 trasmettitori obbligati che hanno presentato e presentano una stessa forma della malattia di Alzheimer e ovviamente una stessa causa. Il modo e la sequenzialità sono sempre uguali nel tempo e nello spazio. Chi è malato la trasmette alla metà dei figli. Non ha importanza essere nati a Boston e Parigi o a Lamezia. Non ha importanza essere vissuti prima o dopo la scoperta degli antibiotici. Uno studio che è un patrimonio mondiale al quale hanno contribuito in modo decisivo i calabresi, sia gli scienziati sia le famiglie colpite dalla malattia che spontaneamente si sono sottoposte alle indagini. E la ricerca continua: attualmente sono in corso di valutazione i dati riferiti a nuovi studi sulle forme genetiche, eseguite su soggetti a rischio dalla nascita.
Il dolore cronico a Nardodipace
Il metodo di studio della Bruni è tornato utile anche per un’indagine sulla popolazione di Nardodipace (Vibo Valentia) condotta 5 anni fa. La neurologa ha affiancato l’endocrinologo Giovanni Cizza, del National Institutes of Health, in una ricerca sulla fatica cronica, identificando le mutazioni del gene della proteina di trasporto del cortisolo associate ad un quadro clinico di dolore cronico. I risultati sono stati pubblicati sul Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism. Una precedente indagine era stata condotta da un medico australiano su una famiglia originaria del posto, emigrata in Australia.
Rita Levi Montalcini a Lamezia
Perfino Rita Levi Montalcini, Premio Nobel per la medicina nel 1986, era accanto alla Bruni quando, prima della nascita del centro di neurogenetica, aprì a Lamezia Smid-Sud, Studio multicentrico italiano per la demenza organizzato dal neurologo toscano Luigi Amaducci. Parteciparono i migliori scienziati. Avevamo finalmente un grande tavolo dove poter srotolare gli alberi genealogici. Un computer per poter calcolare direttamente i nostri dati, fino a quel momento inviati a Parigi per l’informatizzazione. Anche il sogno telematico dell’epoca, il fax, era ormai a portata di mano! Non avremmo più dovuto aspettare 15 giorni per una risposta, avremmo avuto colloquio in tempo reale con i collaboratori di svariate parti del mondo che stavano diventando numerosi». Un’esperienza durata pochi anni. La ricerca veniva messa in discussione, considerata un lusso superfluo, senza speranza. Ma era quell’idea nuova di coniugare la storia e la tecnologia americana, la rivisitazione scientifica dei caratteri dei calabresi, di ricercare nella vita chiusa dei piccoli paesi, nella prolificità, nell’ “aggregazione tribale” delle famiglie, che destava perplessità. Il progresso aveva inculcato l’idea che per fare ricerca fossero necessari solo attrezzature e macchinari». Da qui è partito il centro di Neurogenetica: un laboratorio in cui coinvolgere i calabresi, rendendoli soggetti attivi, i promotori della ricerca.
La chiusura annunciata
La Regione Calabria, con la legge n.37 del 10.12.1996 ne ha sancito la costituzione. E 11 anni dopo, una legge regionale (n°9 dell’11.05.2007) ne determinava il finanziamento per 500mila euro annui. Ma di fatto, dal 2010 il commissariamento della Sanità regionale ha progressivamente definanziato la struttura. Il centro, conosciuto nel mondo per l’eccezionale livello delle sue ricerche, quei soldi non li ha mai visti. Amalia Bruni amaramente ne ha annunciato la chiusura per mancanza di fondi.
Le prospettive in attesa che il centro di Neurogenetica diventi un Irccss
Ma in una recente riunione con il delegato regionale alla Sanità Franco Pacenza è stato stabilito che «per il 2018 saranno destinati al centro di Neurogenetica 200mila euro e assegnate alla struttura, con il coinvolgimento della Asp di Catanzaro, un neurologo e tre unità supplementari. L’obiettivo finale è trasformare il centro regionale di Neurogenetica in una gemmazione degli Irccs, istituti di ricovero e cura a carattere scientifico». La Bruni per il momento sta a guardare. Ma non per molto. La comunità scientifica mondiale segue con apprensione l’evoluzione della situazione. E io non intendo buttare all’aria il lavoro di una vita. Un impegno eccezionale che ha coinvolto anche la mia vita personale, mio marito e i miei figli. Qui corriamo il rischio di diventare un “visitificio”. Invece serve fare ricerca. Del resto, nonostante tutta la mia disillusione, ho ancora nella testa quell’idea romantica della mia gioventù: fare qualcosa per la mia terra, contribuire al cambiamento
Da Calabriacult
La calabrese Rosella Postorino vince il Campiello
“Il mio corpo aveva assorbito il cibo del Führer, il cibo del Führer mi circolava nel sangue. Hitler era salvo. Io avevo di nuovo fame.” Fino a dove è lecito spingersi per sopravvivere? A cosa affidarsi, a chi, se il boccone che ti nutre potrebbe ucciderti, se colui che ha deciso di sacrificarti ti sta nello stesso tempo salvando?La prima volta che entra nella stanza in cui consumerà i prossimi pasti, Rosa Sauer è affamata. “Da anni avevamo fame e paura,” dice. Con lei ci sono altre nove donne di Gross-Partsch, un villaggio vicino alla Tana del Lupo, il quartier generale di Hitler nascosto nella foresta. È l’autunno del ’43, Rosa è appena arrivata da Berlino per sfuggire ai bombardamenti ed è ospite dei suoceri mentre Gregor, suo marito, combatte sul fronte russo. Quando le SS ordinano: “Mangiate”, davanti al piatto traboccante è la fame ad avere la meglio; subito dopo, però, prevale la paura: le assaggiatrici devono restare un’ora sotto osservazione, affinché le guardie si accertino che il cibo da servire al Führer non sia avvelenato.
Nell’ambiente chiuso della mensa forzata, fra le giovani donne s’intrecciano alleanze, amicizie e rivalità sotterranee. Per le altre Rosa è la straniera: le è difficile ottenere benevolenza, eppure si sorprende a cercarla. Specialmente con Elfriede, la ragazza che si mostra più ostile, la più carismatica. Poi, nella primavera del ’44, in caserma arriva il tenente Ziegler e instaura un clima di terrore. Mentre su tutti – come una sorta di divinità che non compare mai – incombe il Führer, fra Ziegler e Rosa si crea un legame inaudito.
Rosella Postorino non teme di addentrarsi nell’ambiguità delle pulsioni e delle relazioni umane, per chiedersi che cosa significhi essere, e rimanere, umani. Ispirandosi alla storia vera di Margot Wölk (assaggiatrice di Hitler nella caserma di Krausendorf), racconta la vicenda eccezionale di una donna in trappola, fragile di fronte alla violenza della Storia, forte dei desideri della giovinezza. Come lei, i lettori si trovano in bilico sul crinale della collusione con il Male, della colpa accidentale, protratta per l’istinto – spesso antieroico – di sopravvivere. Di sentirsi, nonostante tutto, ancora vivi.
Dal web
Marguerite Yourcenar
Marguerite Yourcenar, pseudonimo di Marguerite Cleenewerck de Crayencour (Bruxelles, 8 giugno 1903 – Mount Desert, 17 dicembre 1987), è stata una scrittrice francese. È stata la prima donna eletta alla Académie française. Nei suoi libri sono frequenti i temi esistenziali, in particolare quello della morte.
„Quando si saranno alleviate sempre più le schiavitù inutili, si saranno scongiurate le sventure non necessarie, resterà sempre, per tenere in esercizio le virtù eroiche dell’uomo, la lunga serie dei mali veri e propri: la morte, la vecchiaia, le malattie inguaribili, l’amore non corrisposto, l’amicizia respinta o tradita, la mediocrità d’una vita meno vasta dei nostri progetti e più opaca dei nostri sogni: tutte le sciagure provocate dalla natura divina delle cose“
Donna senza figli
Ancor’oggi una donna che non desidera avere figli è scandalosa.
Gli uomini non devono giustificarsi invece.
Noi dobbiamo spiegare eccome, forse perché finora abbiamo avuto solo lo spazio biologico di generatività e nessun altro.
Una affascinante ragazza di nome Maria
Mi ha incantato una dotta disquisizione di Vittorio Sgarbi sulla figura femminile più affascinante della pittura italiana che il famoso critico individua nell’Annunciata di Antonello da Messina.
Vittorio la definisce prima di tutto una donna e ritiene che neppure Leonardo sia stato in grado di rappresentare così efficacemente la femminilità, sensualitá e turbamento, come Antonello in questa ragazza di forte carattere e infinita dolcezza.
Antonello si sbarazza dell’Angelo e la giovane viene presentata in un contesto indefinito perché lo spazio é interiore e non fisico, l’angelo si presenta anteriormente e la ragazza lo fa intendere muovendo la mano destra in avanti e facendola vibrare come a dire:” Un attimo. Ti ascolto”
Il leggio è l’unico elemento che lega l’immagine al suo tempo, 1470/1475, ma non cambia la sostanza della sospensione temporale di quel momento magico di riflessione dopo la sorpresa.
Maria si guarda dentro e con la sinistra si chiude la veste più che per pudore per proteggere ciò che sente dentro, il bene prezioso che Dio le ha donato.
Il volto perfetto della fanciulla é incorniciato da un velo che non imprigiona ma libera e custodisce il più grande segreto: la presenza di Dio.
Ave Maria Madre di Dio!
Grazie Vittorio Sgarbi.
Benedetta Barzini: Premio Victoria
«Non sopporto la superficialità», dice Benedetta Barzini. Niente è più lontano dalla modella, giornalista e insegnante che, a 75 anni (li compie il 22 settembre), è un turbine di idee, domande, opinioni che sfidano i canoni a cui la società ci ha abituato.
Anche per questo ha appena vinto il Premio Victoria, alla sua seconda edizione e lanciato da «Victoria 50», il programma creato da Procter&Gamble per le donne over 50 e consegnato nell’ambito dell’iniziativa Il Tempo delle Donne: «Lo vivo come un premio da condividere con tutte», spiega Barzini, la prima modella italiana su Vogue, dove ha lavorato dal 1963 al ’69, quando viveva a New York.
Aveva 20 anni quando fu notata mentre passeggiava per le vie di Roma e convocata dalla direttrice di Vogue Diana Vreeland per un servizio fotografico con Irving Penn. Avrebbe dovuto restare 10 giorni, vi rimase 5 anni.
Dagli anni Settanta è iniziato il suo impegno nel movimento femminista, si occupa di moda e di temi sociali su varie riviste e ha insegnato presso diversi atenei universitari.
Continua a posare per i grandi stilisti come modella «evergreen», ma sottolinea: «Invecchiare significa accettare di avere l’età che si ha, non far finta di averne 20 di meno».
«Sono orgogliosa della mia vita», spiega Barzini. «Mi piace il fatto che non assomiglio a quello che forse sarei dovuta diventare secondo alcuni e che non ho fatto soldi facendo la modella, pur lavorando con i grandi fotografi. Mi sono salvata dal guadagnare per le mie sembianze, che non è un merito. E sono autodidatta: mi sono messa a studiare Sociologia, Antropologia, Storia e ho insegnato per tanti anni».
Non insegna più?
«Purtroppo no. La mia materia non esiste nel programma ministeriale. Si chiamava “Storia dell’abito”, che non è la Storia della moda, quella te la vedi sulla Marangoni. Volevo che i miei studenti imparassero a riflettere con le loro teste. Per dire, perché esiste un corsetto? Per non respirare. E i tacchi a spillo? Per non camminare».
Ha sempre vissuto così libera dagli stereotipi?
«No, sono ancora costretta a conviverci. Non ti tiri fuori dal mondo in cui sei, ma è un mondo che ti deve far riflettere. Il segreto è non avere un atteggiamento di critica, ma di curiosità e osservazione. Quando ho fatto la fotomodella, mi è servito a capire che io ero la preda e il fotografo il cacciatore».
Mi racconta l’esperienza a Vogue?
«Ho fatto quello che mi è stato richiesto e da lì ho imparato tantissimo. È stato molto affascinante per capire: vedere la Vreeland in azione mi ha insegnato la demenzialità dell’ossessione per una bellezza formale e legata a dei canoni. Oggi non è cambiato niente».
Lei però non si è montata la testa.
«Sapevo che la bellezza non ero io, ma il lavoro della truccatrice, della redattrice, del fotografo. L’insieme di queste professioni fa di te una torta da matrimonio stupenda. Io mi pettino come mi fa comodo e mi metto da cent’anni le stesse cose. Quando ci guardiamo allo specchio, dobbiamo chiederci perché vogliamo i capelli in un modo piuttosto che nell’altro. La verità è che non sappiamo guardarci per vedere “noi”, ci guardiamo per essere più carine: siamo al servizio dell’uomo che ci guarda».
Quando ha cominciato a farsi queste domande?
«Dopo i 50. Non mi interessa la donna di 60 o 70 anni che si mantiene bene, mi interessano i problemi di fondo. La consapevolezza è fondamentale e non significa mettersi a fare battaglie rivoluzionarie. Finché le donne non si sveglieranno non cambierà nulla».
Del #Metoo che idea si è fatta?
«Non ho partecipato, anche perché ho sempre evitato di essere aggredita da qualche maschio importante. Non basta dichiarare che un maschio significativo ti ha messo le mani addosso, io voglio che un movimento di donne importanti riesca a dire qualcosa di più».
Come cosa?
«Che le donne non contano. Che in tutti i giornali di moda vedo geishe, donne con le labbra semiaperte che si fanno belle per essere “come tu mi vuoi”. E con “tu” intendo la società e il maschio. Questo problema non viene affrontato».
Da dove possiamo partire?
«Da cose molto semplici. Per esempio, le donne non hanno un cognome, perché il cognome della madre è quello del nonno. Non c’è un lignaggio genealogico femminile. Le donne non capiscono che la nostra assenza significa la nostra insignificanza. È una metà dell’umanità che non deve avere voce, ma non se ne parla mai».
Che cosa ci frena?
«La paura e l’inesistenza di un pensiero femminile che sia complementare a quello maschile. Il nostro cervello è stato atrofizzato in milioni di anni senza studio. A scuola studiamo quello che hanno fatto i maschi. Non abbiamo delle fondamenta a cui aggrapparci».
Lei com’era da bambina?
«Ero muta e osservavo il mondo, mi affascinava la storia della Cina, disegnavo le statue di Michelangelo. Non c’era nessuno con cui parlare, ho avuto un’infanzia strampalata. È stato tutto molto difficile e ci ho messo parecchio a capire qualcosa».
Che cosa l’ha aiutata?
«L’emancipazione è arrivata col tempo. Ho imparato a riflettere invece che soffrire. La vita difficile mi è sempre servita, quella facile è inutile. La felicità non esiste, ma esistono momenti felici».
Il suo qual è?
«Non è visibile, è quello in cui ho avuto i miei bambini e li ho tirati su con grande difficoltà e grande amore. Ma le cose belle non sono pubbliche».
Di Margherita Corsi