Simone De Beauvoir
Nessuna donna dovrebbe essere autorizzata a rimanere a casa per allevare i suoi figli. La società dovrebbe essere totalmente differente. Le donne non dovrebbero avere quella scelta, precisamente perché se ci fosse una tale scelta troppe donne la farebbero. È un modo di forzare le donne in una certa direzione.
Il nostro Socio D’Onore: l’Archistar Luigi Giffone
Che gioia averlo , si Lui, il grande Luigi, al tavolo della presidenza dell’Assemblea Dei Soci.
Con Lui tutto si carica di energia positiva.
Carla propone un pannello artistico, sulla scia di altri da allocare nelle Città a noi vicine, antidoto al disagio che a volte ci rinchiude nel recinto del degrado, Fil Rouge di un percorso condiviso in cui la bellezza salva e rigenera.
Il progetto piace e Lui aggiunge l’idea vincente: per noi il Logo dell’Associazione con le donne che corrono col cuore in libertà e lo slogan “Tropea, Città in cui le Donne contano”
Grazie Luigi e Carla: sogniamo insieme!
Tropea 9 Maggio 2018
Anche il procuratore
Il procuratore generale di New York Eric Schneiderman, che nelle settimane scorse ha avviato un’azione legale contro Harvey Weinstein, si è dimesso dopo che quattro donne sulle colonne del magazine New Yorker lo hanno accusato di abusi sessuali e violenze fisiche. Schneiderman – democratico e alleato del governatore Andrew Cuomo – è divenuto negli ultimi mesi anche uno dei principali antagonisti di Donald Trump. Ha ammesso i fatti, ma ha negato con forza di aver agito contro la volontà delle donne, parlando di “attività sessuali consensuali“.
Due delle donne cha accusano Schneiderman, 63 anni, hanno raccontato al New Yorker che durante i rapporti sono state strette al collo e colpite ripetutamente. Entrambe avrebbero avuto bisogno di alcune medicazioni. Una terza donna, un’avvocatessa, ha invece raccontato di essere stata violentemente schiaffeggiata sul viso, stessa esperienza vissuta anche dalla quarta accusatrice. Spesso i fatti si sarebbero verificati dopo il consumo di alcol.
Assemblea Ordinaria dei Soci: a domani!
Tropea 27 Aprile 2018
Ai Soci di sos KORAI
Oggetto: convocazione Assemblea Soci
L’ Assemblea è convocata per mercoledì 9 maggio p.v. alle ore 17.00 nel Laboratorio Mnemosyne del Liceo Classico di Tropea, col seguente odg
-Resoconto delle attivitá svolte
-Resoconto finanziario
-Programmazione nuovi interventi operativi, proposte dei Soci
Raccomandando la puntualità porgo cordiali saluti e ringrazio dell’ospitalità il Dirigente Scolastico dell’Istituto Superiore Prof. Nicolantonio Cutuli.
Cordiali saluti
La Presidente
Beatrice Lento
Prego la Segretaria Marilena Carone di diramare la convocazione per mail e la ringrazio della collaborazione
Direttivo per crescere
Mentre tu hai una cosa può esserti tolta. Ma quando tu dai, ecco, l’hai data. Nessun ladro te la può rubare. E allora è tua per sempre.
(James Joyce)
Terzo Direttivo di sos KORAI
Se io potrò impedire
a un cuore di spezzarsi
non avrò vissuto invano
Se allevierò il dolore di una vita
o guarirò una pena
o aiuterò un pettirosso caduto
a rientrare nel nido
non avrò vissuto invano
(Emily Dickinson)
Virginia Woolf
Virginia Woolf aveva 59 anni. La scrittrice inglese si riempì le tasche di sassi e si lasciò annegare nel fiume Ouse, vicino alla sua casa nei pressi di Rodmell il 28 marzo del 1941. Femminista convinta, lottava per la parità dei sessi, ben capendo le fatiche che doveva affrontare all’epoca il cuore di un poeta, “intrappolato in un corpo di una donna”. Stava male. Al marito lasciò un biglietto di addio commovente:
“Inizio a sentire voci, e non riesco a concentrarmi. Perciò sto facendo quella che sembra la cosa migliore da fare. Tu mi hai dato la maggiore felicità possibile. Sei stato in ogni modo tutto ciò che nessuno avrebbe mai potuto essere. Non penso che due persone abbiano potuto essere più felici fino a quando è arrivata questa terribile malattia. Non posso più combattere. So che ti sto rovinando la vita, che senza di me potresti andare avanti. E lo farai lo so“.
Silvia Plath: poetessa suicida
“Forse non sarò mai felice, ma stasera sono contenta. Mi basta la casa vuota, un caldo, vago senso di stanchezza fisica per aver lavorato tutto il giorno al sole a piantare fragole rampicanti, un bicchiere di latte freddo zuccherato, una ciotola di mirtilli affogati nella panna. Ora capisco come la gente possa vivere senza leggere, senza studiare. Quando uno è così stanco, alla fine della giornata ha bisogno di dormire e il mattino dopo, all’alba, lo aspettano altre fragole da piantare, e così si va avanti a vivere, vicino alla terra. In momenti come questi sarei una stupida a chiedere di più...”.
Alberta Basaglia parla di suo padre
Gorizia, 1961. Ha inizio l’avventura di Basaglia. Lei lo definisce un “esilio”.
“Sì, un esilio. Lui veniva dalla clinica neurologica di Padova da cui uscivano i grandi della neuropsichiatria. Ma non era molto in linea con la classe medica. Intrecciava in modo scandaloso filosofia e psichiatria. E più che la malattia gli interessava il malato. Se ne sbarazzarono mandandolo in un manicomio di frontiera”.
Il direttore aveva diritto all’appartamento dentro il manicomio. Però lui lo rifiutò.
“Non voleva che vivessimo lì dentro. Rimase sconvolto da quello che vi aveva trovato: catene, camicie di forza, reti, grate, sbarre, degrado. Figurarsi se due bambini – mio fratello Enrico ed io – potevamo crescere dentro quell’edificio chiuso. Il paradosso è che ci ritrovammo a vivere all’ultimo piano del Palazzo della Provincia, simbolo austroungarico dell’istituzione. Proprio Basaglia che negava l’istituzione totale del manicomio”.
Il manicomio gli ricordava l’odore del carcere. Lui l’aveva conosciuto da ragazzo.
“Sì, da partigiano aveva fatto un mese digalera. Ma non ne voleva mai parlare, forse temeva l’agiografia resistenziale. Avevamo i racconti di nonna Cecilia, una vera borghese eccentrica, anche un po’ svagata. Quando ne 1944 i fascisti arrivarono per prenderlo, lui era già sul terrazzo pronto a saltare. L’idea terrorizzava la nonna, così istintivamente gli urlò di non scappare sui tetti. E la polizia lo beccò subito”.
Non vivevate in manicomio, però a casa i matti circolavano. Lei li racconta senza ipocrisia.
“Certo che avevo paura. Ma il problema non è se la paura esiste o non esiste. Il problema è imparare a conviverci. E i miei mi hanno fatto vedere come si fa. Ricordo ancora certi pranzi dentro il manicomio: donne orribilmente grasse, dilatate dalla cotonatura dei capelli, che mi stropicciavano in modo goffo, come a scoprire nel mio corpo immaturo la loro femminilità. Ero “la fia del direttor”, dovevo abituarmi”.
Però il sabato facevate ritorno a Venezia.
“Credo che mio padre avesse bisogno di uscire dall’atmosfera totalizzante di Gorizia. E poi c’era il richiamo dell’acqua: i veneziani come loro non possono starne molto tempo lontani”.
Lei ritrae suo padre come una sorta di Re Artù, circondato dai suoi cavalieri nella grande tavola goriziana.
“Eh sì, mi spiace, ma il re era proprio lui. Tornava a casa per cena con quaranta persone. E non smettevano di parlare. Marcuse e Sartre, Hegel e Goffmann, Heidegger e Gramsci. Al centro c’era il nuovo modo di leggere la malattia mentale e la segregazione. Parlavano della dignità dei pazienti, dei loro esperimenti. C’erano persone che avevano recuperato la parola dopo decenni di mutismo”.
Un ambiente illuminato, che però viene spiazzato dal “limite” di una bambina.
“Sì, fu quella volta che la figlia piccola di uno dei dottori mi chiese perché stavo con la testa storta. Sulla tavola precipitò il silenzio, probabilmente pieno di pensieri politicamente corretti. “Perché così ci vedo meglio”, risposi secca. I grandi, anche tra i migliori, fanno molta più fatica a dare un nome alle cose”.
Anche in casa Basaglia arriva il Sessantotto, ma c’è un problema. Suo padre diventa un’icona del movimento. E la figlia non lo può contestare.
“Non ho mai dovuto uccidere il padre, se è questo che vuole dire. Però ci facevo delle grandi litigate. Anche quando cominciai a studiare psicologia – e lui mi diceva “ma sei matta?” – lo provocavo con la storia della nipote di Freud. Non mi bastava essere la figlia di Basaglia: come nonno volevo Freud. Certo, non mi sono mai sentita antagonista, perché la mia famiglia era diversa dalle altre. E io ci stavo bene. Forse non ho neppure avuto il tempo di contestarlo: è morto che non avevo neppure 24 anni. Ero ancora molto figlia”.
Anche una figlia un po’ gelosa. Nelle assemblee studentesche suo padre veniva acclamato da ragazze bellissime.
“Sì, ammetto: era diventato una rockstar e la cosa mi dava molto fastidio. Una volta all’Università di Padova arrivò una studentessa alta e bruna, che si fece largo in prima fila spingendomi nelle retrovie. Ero molto spaurita. Però era in gioco una rivoluzione culturale, e io mi ci sentivo dentro”.
E lui come reagiva alla popolarità?
“Assolutamente a suo agio. Era un comunicatore istintivo, gli veniva naturale”.
Giovanni Jervis l’avrebbe accusato di essere prigioniero del suo stesso mito.
“Su questo terreno non vorrei entrare. Credo che abbiano litigato molto, ma rimangonofatti loro”.
È anche una questione culturale. Jervis lo ritrasse come un direttore autoritario e accentratore.
“Temo che Jervis non l’abbia capito fino in fondo. Si trattava di un rovesciamento culturale profondo, non indolore. C’erano voci molto diverse, bisognava mediare. Era un movimento con tutte le sue contraddizioni, non la favola bella come l’hanno voluta raccontare”.
Cosa intende per favola bella?
“C’è chi ha voluto fare di mio padre una sorta di padre Pio che liberò i matti dalle catene. Oppure, all’opposto, ecco il ribelle velleitario che chiuse i manicomi infischiandosene delle conseguenze”.
Chi era invece suo padre?
“Dimostrò che l’impossibile diventa possibile. Dieci anni prima del suo esperimento, era impossibile che un manicomio potesse essere distrutto. Lo disse anche poco prima di morire: magari i manicomi torneranno a essere chiusi, ma abbiamo dimostrato che si può assistere le persone folli in un altro modo. Non aveva ancora vinto, e lo sapeva bene. Il suo progetto è stato realizzato solo in parte. Ma è riuscito a imprimere una svolta da cui non si torna più indietro. Ora bisogna andare avanti”.
Anche a casa dimostrò che l’impossibile diventa possibile.
“Per la scienza medica io dovrei essere cieca. Ora non so se vedo come tutti gli altri, però ci vedo”